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17 settembre 2022

Finale a sorpresa (Cohn, Duprat, 2021)

Finale a sorpresa - Official Competition (Competencia oficial)
di Mariano Cohn, Gastón Duprat – Spagna/Argentina 2021
con Antonio Banderas, Oscar Martínez, Penélope Cruz
**1/2

Visto in TV (Now Tv).

Giunto alla soglia degli ottant'anni, il ricco imprenditore Humberto Suárez (José Luis Gómez) ambisce a lasciare al mondo qualcosa di prestigioso per essere ricordato, e decide di finanziare un film di successo. Assume così l'eccentrica regista Lola Cuevas (Penélope Cruz) affinché diriga un'ambiziosa pellicola d'autore, tratta dal romanzo di un premio Nobel incentrato sulla rivalità fra due fratelli, con gli acclamati attori Iván Torres (Oscar Martínez) e Félix Rivero (Antonio Banderas) come protagonisti. Ma già durante le prove, lo scontro fra personalità così spigolose e diverse fra loro non depone a favore del risultato... Iván e Félix, infatti, impersonano rispettivamente il cinema colto e quello commerciale: il primo è un anziano "maestro di recitazione", attore di teatro intellettuale e impegnato, che ama calarsi nel personaggio e disprezza la superficialità e la volgarità del secondo, "celebrità" devota allo spettacolo e ai gusti del pubblico. In più ci si mette la regista, con i suoi vezzi autoriali e anticonformisti, a intorbidire le acque, sottoponendo i due attori a prove ed esperimenti sempre più bizzarri... Dopo "L'artista", "Il cittadino illustre" e "Il mio capolavoro", la coppia argentina Cohn/Duprat continua a riflettere sul mondo della creatività e dell'arte con una nuova commedia dai toni grotteschi e astratti come l'ambientazione in cui si svolge la vicenda (l'enorme villa di Humberto, con ampi e spazi vuoti di cemento, vetro e marmo, in cui hanno luogo le prove). La rivalità tra i due fratelli della sceneggiatura del film si riflette in quella fra i due interpreti, mentre il loro contrasto rispecchia quello, sempre più tenue e confuso, fra il cinema d'autore e quello rivolto al pubblico, fra la creatività fine a sé stessa e all'espressione artistica e quella che mira soltanto a riscuotere plausi e vincere premi. Forse il tutto mostra un po' la corda, si ride meno di quanto ci si aspetterebbe e non si raggiungono le profondità de "Il cittadino illustre", ma la confezione è comunque ottima, così come i dialoghi e le prove (molto autoironiche) degli interpreti. Colonna sonora a base di brani per pianoforte di Chopin, Satie e Beethoven.

15 aprile 2021

Evita (Alan Parker, 1996)

Evita (id.)
di Alan Parker – USA 1996
con Madonna, Antonio Banderas, Jonathan Pryce
***1/2

Rivisto in DVD.

Questo adattamento cinematografico dell'omonimo musical di Tim Rice (testi) e Andrew Lloyd Webber (musiche), incentrato sulla vita della leggendaria "first lady" argentina Evita Perón, colpisce innanzitutto per gli interpreti. Nelle tre parti principali (le uniche di rilievo, peraltro) troviamo la cantante pop Madonna, non nuova a prove cinematografiche (non sempre ben accolte dalla critica: per questo ruolo, invece, vinse a sorpresa il Golden Globe come attrice), e due attori che danno ottima prova di sé anche come cantanti, l'accalorato spagnolo Antonio Banderas (in un ruolo "multiplo": il musical originale lo accredita come Che Guevara, ma nel film è semplicemente un testimone ubiquo delle vicende della protagonista, alle quale assiste e che commenta – spesso con toni caustici, distaccati o critici – lungo tutto l'arco della sua vita, nei panni di volta in volta di barista, giornalista, contadino, contestatore, ecc.) e il flemmatico britannico Jonathan Pryce (nei panni di Juan Domingo Perón). Ma non è da sottovalutare l'approccio scelto dal regista Alan Parker (non nuovo ai film musicali, avendo già diretto "Saranno famosi" e "Pink Floyd – The Wall", e che ha preso il posto di Oliver Stone, inizialmente legato al progetto), che rinuncia del tutto alla via del "teatro filmato" (tipica di molte pellicole di questo tipo, basti pensare al "Jesus Christ Superstar" tratto da un altro lavoro di Lloyd Webber) in favore di quella cinematografica. "Evita" sembra un film che si svolge nelle strade e nei luoghi reali, non su un palcoscenico. E le immagini accompagnano in modo appropriato ogni cambio di mood della colonna sonora, valorizzando la musica (e venendone valorizzate a loro volta), grazie anche all'ottima ricostruzione storica, alle scene di massa, e all'eccellente fotografia (di Darius Khondji) dai colori caldi e luminosi. Come a sottolineare la natura cinematografica dell'opera, si comincia proprio nella sala di un cinema, nell'Argentina del 1952, quando la proiezione viene interrotta per dare la notizia della morte (a soli 33 anni: come Gesù!) di Evita. E dopo le immagini dell'immenso e sontuoso funerale di stato, con un flashback torniamo indietro a raccontare l'infanzia della nostra protagonista, seguita dalla sua lenta scalata verso il successo e la gloria. L'obiettivo è quello di analizzare come nasce un'icona sociale, senza tralasciare – anche se restano in secondo piano – le questioni politiche (si mostrano le proteste di piazza, la repressione, il fascismo peronista, il torbido passato della stessa ragazza).

Per molti versi Evita è una figura simile al Gesù di "Jesus Christ Superstar", con tanto di connotati religiosi (il suo popolo la venera come una santa), l'ascesa e il calvario, nonché la presenza di un personaggio (lì Giuda, qui il Che) che la osserva dall'esterno e si interroga – o fa interrogare noi spettatori – sulla sua vera natura nel grande schema delle cose, la sua personalità, i suoi desideri, le sue ambizioni. Certo, in assenza di questioni teologiche-metafisiche, la lettura qui è più semplice: la classica ragazza povera che sogna il riscatto e il successo ("La più grande arrampicatrice sociale dopo Cenerentola"), utilizzando ogni mezzo a propria disposizione e, in particolare, il fascino che esercita sugli uomini. Nella prima fase del film, dunque, assistiamo alla sua scalata sfruttando chi credeva di sfruttare lei (dal cantante Magaldi a un fotografo di moda, dal proprietario di una radio a un ufficiale dell'esercito: tutti uomini che vengono sedotti e abbandonati uno dopo l'altro), fino a raggiungere l'obiettivo finale: il colonnello Perón, che proprio grazie a lei diventerà presidente-dittatore dell'Argentina (grazie a una campagna dai toni populisti ma incredibilmente efficaci: la stessa Evita lo presenta alle masse più umili affermando "È uno di voi. Altrimenti come potrebbe amare me?", e in generale la sua salita verso il cielo è vista come il riscatto di tutti gli oppressi, i "descamisados"). La seconda parte ci narra di Evita al potere, del duro scontro con la realtà, dell'amore del popolo e dell'odio delle classi agiate, e infine della malattia e della morte (con la veglia davanti alla Casa Rosada), ricongiungendosi con l'incipit. Quasi privo di dialoghi (tanto da non essere mai stato doppiato in italiano: è uscito anche in sala semplicemente con i sottotitoli), il film si appoggia sulla bellissima colonna sonora dalla vena melodica (anche se non mancano occasionali dissonanze), con influenze latine e rock, ricca di brani iconici come la celeberrima "Don't Cry for Me, Argentina" (il cui tema è preannunciato sin dall'inizio, in "Oh, What a Circus": in generale molte melodie vengono introdotte e poi riprese più volte), "Another Suitcase in Another Hall" (che viene fatta cantare ad Evita, a differenza del musical originale dove era riservata all'amante di Perón), "I'd Be Surprisingly Good For You", "High Flying Adored", "Rainbow High". Webber e Rice hanno anche composto una canzone espressamente per il film, "You Must Love Me", che si è aggiudicata l'Oscar (l'unico vinto dalla pellicola, su cinque nomination). Curiosità: Alan Parker interpreta, in una breve scena, il regista che dirige Evita in una delle sue prove d'attrice.

13 novembre 2019

Panama papers (Steven Soderbergh, 2019)

Panama papers (The laundromat)
di Steven Soderbergh – USA 2019
con Meryl Streep, Gary Oldman, Antonio Banderas
*1/2

Visto in TV (Netflix).

Dopo la morte del marito in un incidente, una vedova (Meryl Streep) scopre che l'assicurazione che avrebbe dovuto risarcirla non ha copertura: la compagnia è infatti una società fittizia, parte di una serie di scatole cinesi riconducibile a società offshore gestite da una coppia di loschi avvocati (Oldman e Banderas) a Panama. La sua storia si intreccia con quelle di altre "vittime" del raggiro, fino a quando tutto non verrà alla luce per via di una fuga di notizie nel 2016. La vera storia del caso "Panama papers", che ha coinvolto lo studio legale Mossack Fonseca e le centinaia di migliaia di società offshore da esso gestite. A tratti spigliato (come quando Oldman e Banderas ammiccano e parlano direttamente allo spettatore), in altri momenti melodrammatico (le insopportabili vicende della Streep), comunque sempre confuso, retorico e soprattutto noioso. Ultimamente sono uscite diverse pellicole che hanno cercato di raccontare sullo schermo, con alterne fortune, celebri casi recenti legati all'economia (fra le migliori, "La grande scommessa" di Adam McKay sui mutui subprime e "Adults in the room" di Costa-Gavras sulla crisi economica greca), ma questo è uno dei meno interessanti e più qualunquisti, che anziché spiegare il fenomeno si concentra sulle sue ricadute. Non aiuta il pessimo doppiaggio televisivo. Nel finale, la Streep sveste i panni del suo personaggio per tornare sé stessa e denunciare le tante scappatoie legali che hanno favorito questo tipo di situazione e il ruolo degli Stati Uniti nell'aiutare le grandi aziende a discapito dei cittadini comuni. Piccole parti per David Schwimmer, Sharon Stone, Jeffrey Wright e James Cromwell.

24 maggio 2019

Dolor y gloria (Pedro Almodóvar, 2019)

Dolor y gloria (id.)
di Pedro Almodóvar – Spagna 2019
con Antonio Banderas, Penélope Cruz
***

Visto al cinema Colosseo.

Il regista e scrittore Salvador Mallo (Antonio Banderas), che convive con la depressione e con dolori e malattie croniche, fatica a uscire dal guscio in cui si è rinchiuso negli ultimi anni. Un'opportunità gliela offre il restauro di una sua pellicola di 32 anni prima, "Sabor", alla cui presentazione viene invitato insieme all'attore protagonista, Alberto Crespo (Asier Etxeandía), con il quale non si parla da allora dopo aver litigato per divergenze sulla sua interpretazione. Riallacciare i rapporti con Alberto lo porta a ritrovare anche l'amante di un tempo, Federico (Leonardo Sbaraglia), di passaggio a Madrid da Buenos Aires, che assiste alla recita di un monologo incentrato proprio sulla loro vita insieme. E nel frattempo, mentre sperimenta pericolosamente con l'eroina nel tentativo di sopportare il dolore che lo attanaglia (cosa curiosa, visto che i rapporti con Alberto e con Federico furono messi a repentaglio proprio dalle loro tossicodipendenze), rivive la propria infanzia in una serie di sogni o di ricordi a occhi aperti: i momenti trascorsi insieme alla madre, il trasferimento con la famiglia in una "grotta" a Paterna, le prime pulsioni omosessuali verso il giovane imbianchino Eduardo (César Vicente)... Siamo di fronte all'"Otto e mezzo" (o "Lo specchio") di Almodóvar: un film praticamente autobiografico (il regista ha detto: "il tasso di autobiografia sul fronte dei fatti è del 40 per cento, ma per quello che riguarda un livello più profondo, si tratta del 100 per cento. In tutti i posti dove il personaggio di Antonio è stato, ci sono stato anche io, la casa di Salvador è una copia della mia, ci sono i miei mobili, i miei quadri, tutto quello che nel film non ho vissuto potrei però averlo vissuto"). E dunque c'è tutto quello che avevamo visto (o intravisto) nei precedenti film: l'amore per l'arte (che si fonde con la vita), o meglio la potenza salvifica dell'espressione artistica (il cinema, la scrittura, il teatro, il disegno), che permea non solo Salvador ma un po' tutti i personaggi; il fascino del cinema, in particolare quello della Hollywood classica (Natalie Wood in "Splendore sull'erba", Marilyn Monroe in "Niagara"); e ancora, le esperienze infantili e formative, la povertà, la scuola dai preti, la sofferenza della malattia. Non a caso Almodóvar fa ricorso ai suoi attori feticcio: un Banderas barbuto, mai così sofferto e misurato (all'ottavo film con il regista), una splendida Penélope Cruz nel ruolo della madre Jacinta da giovane (o forse, come ci rivela l'ultima inquadratura, è soltanto l'attrice che la interpreta nel nuovo film di Salvador: si spiegherebbe così la mancata somiglianza con Julieta Serrano, che interpreta invece Jacinta da anziana), e Cecilia Roth nel breve ruolo di Zulema. Nora Navas è la manager tuttofare Mercedes, Asier Flores è Salvador bambino. A livello di perfezione la regia, grazie anche a una fotografia che dona una concretezza eterea e iperrealista ai colori, ai materiali, alle scenografie, agli oggetti di scena.

9 dicembre 2015

Automata (Gabe Ibáñez, 2014)

Automata (id.)
di Gabe Ibáñez – Spagna/Bulgaria 2014
con Antonio Banderas, Birgitte Hjort Sørensen
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

In un futuro in cui gran parte del pianeta Terra è stato reso desertico e inabitabile dall'incremento dell'attività solare, i pochi esseri umani sopravvissuti si sono ritirati in grandi città isolate l'una dall'altra e dal clima controllato. Per svolgere i lavori più duri anche in un ambiente ostile sono stati costruiti dei robot (i Pilgrim), dall'aspetto umanoide e dalla tecnologia piuttosto grezza, nel cui software sono stati impiantati due protocolli invalicabili: il divieto di recare danno a un essere vivente e l'impossibilità di alterare sé stessi. Ma Jacq Vaucan (Banderas), agente assicurativo al servizio della ROC, l'azienda che produce e gestisce gli automi, scopre che alcuni di essi hanno misteriosamente sviluppato la capacità di autoripararsi, e magari di migliorarsi, contravvenendo dunque ai limiti loro imposti... Fortemente debitrice a Isaac Asimov (le tre leggi della robotica) e Philip K. Dick ("Il cacciatore di androidi", da cui è tratto "Blade Runner"), una pellicola di fantascienza che fonde il genere distopico con il tema dell'intelligenza artificiale, con l'intento di riflettere sullo sviluppo dell'autocoscienza e il concetto di vita stessa. Forse non particolarmente originale, e con qualche passaggio a vuoto nella sceneggiatura, ma a suo modo efficace nel rappresentare un mondo vecchio, sporco e condannato, dove gli esseri umani tentano disperatamente di sopravvivere mentre una nuova "forma di vita" sta per sorgere. E in ogni caso, a tratti rifugge dai cliché (i robot, per esempio, non sono ostili, e la loro "evoluzione" è spiegata come un fatto naturale, come cioè se la natura stessa stesse cercando di riempire in qualche modo quella nicchia ambientale che ormai gli uomini non possono più utilizzare). Interessante anche il "ghetto", una sorta di bidonville che circonda la città vera e propria, rifugio non solo di uomini emarginati ma anche di robot danneggiati o in disuso (che lavorano come mendicanti o – come nel caso dell'androide femminile Cleo – come prostitute!), uno scenario che ricorda in parte il sudafricano "District 9". Il film è di produzione spagnola, anche se è stato girato in Bulgaria con attori di varie nazionalità: Melanie Griffith (nel ruolo della dottoressa Susan Duprè, un chiaro omaggio alla Susan Calvin di Asimov), Dylan McDermott, Robert Forster, Tim McInnerny.

8 settembre 2014

I mercenari 3 (Patrick Hughes, 2014)

I mercenari 3 (The Expendables 3)
di Patrick Hughes – USA 2014
con Sylvester Stallone, Mel Gibson
**

Visto al cinema Plinius, con Monica e Sabrina.

Per avere la meglio su Conrad Stonebanks (Mel Gibson), commilitone da tempo creduto morto e invece riciclatosi come trafficante d'armi, il leader dei "Sacrificabili" Barney Ross (Sylvester Stallone) medita di mandare in pensione la sua vecchia squadra (Jason Statham, Dolph Lundgren, Randy Couture, Terry Crews) in favore di un nuovo team di giovanissimi (Kellan Lutz, Ronda Rousey, Glen Powell, Victor Ortiz). Ma alla resa dei conti avrà ancora bisogno dell'aiuto dei vecchi compagni, nonché dei redivivi Arnold Schwarzenegger e Jet Li. Per la terza volta Stallone riunisce attorno a sé un cast stellare di eroi d'azione, stagionati o meno, per mettere in scena una sequenza ininterrotta di combattimenti, sparatorie, esplosioni e battute ironiche sulla falsariga del cinema action degli anni '80. Come sempre la trama conta poco, e il divertimento nasce dall'interazione di tanti pezzi da novanta; ma questa volta il meccanismo non sembra del tutto oliato e molti character sono sacrificati oltre misura. Pur ravvivato da numerose new entry (in particolare Gibson nel ruolo del cattivo; ma ci sono anche Harrison Ford, che sostituisce Bruce Willis come collegamento fra la CIA e il gruppo; Antonio Banderas, che dà vita a un personaggio schizzato e logorroico; e Wesley Snipes, medico con la passione per i coltelli), il film risulta dunque inferiore ai due capitoli precedenti (e in particolare al secondo, che rimane per me il migliore). Le cose da ricordare sono il personaggio di Banderas, come già detto, e la battuta di Stallone al termine dello scontro con Gibson: "Io sono l'Aja!". Pierce Brosnan e Dwayne Johnson (The Rock) sarebbero già in trattative per apparire nel quarto capitolo.

29 marzo 2013

Gli amanti passeggeri (P. Almodóvar, 2013)

Gli amanti passeggeri (Los amantes pasajeros)
di Pedro Almodóvar – Spagna 2013
con Javier Cámara, Cecilia Roth
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina.

A bordo di un aereo di linea diretto dalla Spagna in Messico, ma costretto a girare in tondo su Toledo in attesa di trovare una pista libera per un atterraggio di emergenza a causa di un carrello in avaria, i piloti e gli assistenti di bordo (tutti gay) cercano di distrarre come possono i passeggeri della prima classe (quelli della seconda sono stati invece addormentati con un sonnifero). La trama principale e le storie personali si intrecciano fra loro in maniera più o meno comica, dando vita ad una farsa ad alta quota che a tratti sembra quasi una versione spagnola e d'autore di pellicole come i vari "aerei più pazzi del mondo" di Jim Abrahams e dei fratelli Zucker. Almodóvar in persona, in alcune interviste, ha voluto definirla come "una commedia molto, molto leggera", peraltro nella stessa vena bizzarra e surreale di altre opere da lui dirette, come "Donne sull'orlo di una crisi di nervi" (se lì c'era il gazpacho drogato, qui c'è l'Agua de Valencia allungata con la mescalina). Fra eccessi a base di sesso, droga, rock'n'roll (imperdibile l'esibizione canora, con tanto di balletto, dei tre steward sulle note di "I'm so excited" delle Pointer Sisters), amoralità senza pudori, dialoghi scoppiettanti, vicende improbabili e personaggi macchiettistici, il divertimento non manca di certo, anche se alla resa dei conti si rivela un po' fine a sé stesso (nonostante ci sia chi ha parlato di "metafora" della situazione socio-politica della Spagna odierna, con la classe economica sedata mentre i piloti girano a vuoto e in classe business ne combinano di tutti i colori). Mancano invece le sorprese: le varie storie dei singoli passeggeri sono abbastanza prevedibili e si concludono tutte immancabilmente con il lieto fine (il banchiere in fuga che si riconcilia con la figlia, l'escort sadomaso che si innamora del killer assoldato per ucciderla, la sensitiva vergine a causa dei suoi poteri che trova infine l'amore). Nel ricco cast, che comprende tanti habitué del regista come Javier Cámara, Cecilia Roth, Lola Dueñas, Paz Vega, Blanca Suárez e Carmen Machi, da segnalare la comparsata iniziale dei due attori hollywoodiani che proprio da Almodóvar furono lanciati (Antonio Banderas, doppiato in maniera impagabile, e Penélope Cruz). Interessante il titolo, in cui è possibile scambiare fra loro sostantivo e aggettivo.

22 ottobre 2011

Donne sull'orlo di una crisi di nervi (P. Almodóvar, 1988)

Donne sull'orlo di una crisi di nervi
(Mujeres al borde de un ataque de nervios)
di Pedro Almodóvar – Spagna 1988
con Carmen Maura, Julieta Serrano
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni, Ilaria, Paola ed Eleonora.

L'attrice e doppiatrice cinematografica Pepa (una strepitosa Carmen Maura) è stata lasciata dal suo amante Ivan (Fernando Guillén), che sta per partire per l'estero con un'altra donna. Ma non si tratta della sua ex moglie Lucia (Julieta Serrano), uscita da poco dall'ospedale psichiatrico e che a sua volta sospetta di Pepa, bensì dell'avvocatessa femminista Paulina (Kiti Manver). In crisi e in depressione, anche perché ha scoperto da poco di essere incinta, Pepa cerca inutilmente di contattare Ivan, con il quale riesce a comunicare soltanto attraverso messaggi registrati (e proprio la voce dell'uomo, a sua volta doppiatore – all'inizio del film vediamo lui e Pepa incidere, su tracce separate, una scena di "Johnny Guitar" con Sterling Hayden e Joan Crawford – è il segreto che gli permette di conquistare così tante donne). La situazione si complica a dismisura quando nell'appartamento di Pepa si ritrovano anche la sua amica Candela (Maria Barranco), in fuga dalla polizia dopo aver ospitato in casa un terrorista sciita di cui si era innamorata; e il figlio di Ivan e Lucia, Carlos (Antonio Banderas), in cerca di un attico da affittare insieme alla sua fidanzata Marisa (Rossy De Palma). Commedia screwball, femminista (il pavido e fedifrago Ivan non ci fa certo una bella figura), cinica e soprattutto divertentissima, caratterizzata da personaggi frizzanti e imprevedibili, da continui colpi di scena e da una scenografia colorata e vivace che diventerà un marchio di fabbrica del regista, è probabilmente la più popolare e la più fortunata fra le prime pellicole di Almodóvar (è stata persino adattata più volte in forma di musical e di spettacolo teatrale), nonché quella che lo ha portato definitivamente alla ribalta internazionale, forse anche perché più leggera e meno "estrema" di lavori precedenti come "Pepi, Luci e Bom", "Labirinto di passioni" e "Matador". Molte le citazioni che guardano, parodizzandolo, al cinema classico (il gazpacho con il sonnifero ricorda il latte de "Il sospetto" di Hitchcock, mentre l'inseguimento finale fra il "mambo taxi" e il motorino sembra prendere in giro le scene d'azione viste in tanti film hollywoodiani). Brillante la colonna sonora di Bernardo Bonezzi, con la canzone "Soy infeliz" di Lola Beltrán.

28 settembre 2011

La pelle che abito (P. Almodóvar, 2011)

La pelle che abito (La piel que habito)
di Pedro Almodóvar – Spagna 2011
con Antonio Banderas, Elena Anaya
***

Visto al cinema Colosseo.

Robert, chirurgo plastico di successo, è ossessionato dalla scomparsa della moglie, rimasta carbonizzata sei anni prima in un incidente stradale. Per questo ha messo a punto una nuova pelle sintetica in grado di resistere alle ustioni e la sperimenta su Vera, una donna che tiene reclusa in una stanza della sua villa, alla quale ha modellato il volto per imitare proprio quello della defunta moglie. In una serie di drammatici flashback e di controversi colpi di scena, scopriremo le tragedie del passato che hanno portato a questa bizzarra situazione, nonché la vera identità della misteriosa Vera (mai nome fu più ironico). Ispirato al mito di Pigmalione, un soggetto che nelle mani di un altro regista sarebbe degenerato in qualcosa di grottesco: e invece, vuoi perché Almodovar sguazza da sempre in mezzo a questi temi (l'ambiguità sessuale, la follia e l'ossessione creativa, le insolite relazioni fra i personaggi), vuoi perché la particolare struttura narrativa cambia più volte le carte in tavola, sfumando il melodramma in thriller e tenendo sempre desta la curiosità dello spettatore, il risultato è appassionante. Soltanto nel finale, però, capiremo la reale portata di quello che abbiamo visto: la pellicola passa infatti dagli iniziali temi "transgenici" a quelli, tipicamente almodovariani, "transgender". Da menzionare le grandiose scenografie di Antxón Gómez (la villa del medico, con lo schermo gigante da cui Robert osserva in segreto la stanza di Vera o l'enorme tappeto che viene spesso inquadrato dall'alto; le scritte dalla stessa donna sulla parete della sua "prigione"), i personaggi eccentrici o dal passato tragico e complesso (dal chirurgo psicopatico e senza scrupoli impersonato da Banderas alla tenera e arrendevole – almeno in apparenza – Vera, cui la bella Elena Anaya – che ha sostituito Penélope Cruz – dona una memorabile caratterizzazione; dal criminale e stupratore con il costume da "uomo tigre", figlio della domestica Marilia, fino a quest'ultima – interpretata dalla solita Marisa Paredes – che in segreto è anche la madre di Robert), la suggestiva colonna sonora (di Alberto Iglesias), i costumi (la tuta color carne di Vera e l'uniforme da governante di Marilia sono stati disegnate da Jean-Paul Gaultier, ma nel film ci sono anche abiti di Dolce & Gabbana e di altre maison) e i numerosi riferimenti artistici, letterari e cinematografici (i dipinti del Tiziano, di Guillermo Pérez Villalta e John Baldessari, le sculture di Louise Bourgeois, i film di Luis Buñuel, Alfred Hitchcock e Fritz Lang, i testi di Mary Shelley – "Frankenstein", naturalmente – e di Shakespeare). La pellicola è stata girata e ambientata in Galizia, nei pressi di Santiago de Compostela, il che spiega l'occasionale uso del portoghese a fianco dello spagnolo (per esempio, nelle canzoni di Concha Buika).

29 luglio 2007

Lègami! (P. Almodóvar, 1990)

Lègami! (¡Átame!)
di Pedro Almodóvar – Spagna 1990
con Victoria Abril, Antonio Banderas
**1/2

Visto in DVD, con Martin.

Uno psicopatico appena uscito dal manicomio (il solito Banderas, che spesso aveva parti simili nei primi film di Almodóvar: ma questa è forse la sua interpretazione più significativa) sequestra un'attrice porno, che ha appena finito di recitare in un film horror, e la tiene legata in casa nella speranza che, prima o poi, si innamori di lui. Il che puntualmente accade. Una storia d'amore leggermente sadomasochistica, narrata con il tono lieve e leggero della commedia. Forse non memorabile come altri film del regista, ma comunque piacevole e ben recitato. La fotografia, soprattutto nella prima parte, insiste decisamente sul rosso vivace: sono numerosissimi gli oggetti in scena di questo colore. La musica è di Ennio Morricone. Per la prima volta dopo anni, Almodóvar non ricorre a Carmen Maura (considerata troppo vecchia per recitare la parte della protagonista) nel cast, e in compenso inizia una collaborazione con Victoria Abril, già apparsa in un cameo ne "La legge del desiderio". Francisco Rabal interpreta il regista. Quando venne distribuito negli Stati Uniti, il film scatenò un dibattito che portò alla revisione del sistema di rating cinematografico.

22 aprile 2007

Matador (Pedro Almodóvar, 1986)

Matador (id.)
di Pedro Almodóvar – Spagna 1986
con Antonio Banderas, Assumpta Serna
***

Visto in DVD, con Hiromi e Martin.

Angel, giovane e complessato aspirante torero con strane capacità paranormali, confessa di essere l’autore di alcuni misteriosi omicidi. Il vero colpevole è in realtà il suo maestro, matador costretto al ritiro dopo un incidente nell’arena, che non riesce più a far a meno di uccidere. E che troverà l’anima gemella nell’avvocatessa del ragazzo, sua grandissima fan, che uccide gli amanti con uno spillone e che a sua volta è ossessionata dall'idea della morte. Un film che comincia in puro stile Almodóvar (grottesco e trasgressivo), prosegue come un giallo all’italiana (ricorda il Dario Argento prima maniera) e termina citando “Duello al sole” di King Vidor. Più che il giovanissimo Banderas (in un ruolo che ricorda quello di “Labirinto di passioni”, madre castratrice compresa), i protagonisti sono la coppia di assassini Nancho Martinez e Assumpta Serna: ma non si tratta di pazzi furiosi o di amanti diabolici, semmai di personalità “dipendenti” dalla morte (che si tratti di quella dei tori, di altri esseri umani o addirittura della propria). Caratterizzato da squarci surreali e tonalità forti (il colore rosso su tutti: non a caso si cita il film di King Vidor, che a sua volta aveva una fotografia molto intensa), mi è sembrato uno dei film meglio curati dell'Almodóvar degli inizi.

2 dicembre 2006

Labirinto di passioni (P. Almodóvar, 1982)

Labirinto di passioni (Laberinto de pasiones)
di Pedro Almodóvar – Spagna 1982
con Cecilia Roth, Imanol Arias
***

Visto in DVD, con Martin.

Una simpatica, grottesca e variopinta galleria di personaggi nel puro stile dell'Almodóvar degli inizi (si tratta del suo secondo film dopo l'esordio con "Pepi, Luci e Bom"), dove leggerezza e trasgressione – ma mai provocazione fine a sé stessa – si fondono per dar vita a una pellicola comica e trascinante allo stesso tempo. Il mondo è sempre quello della "movida" madrilena, con artisti e musicisti, giovani gay e rocker punk, donne ninfomani e terroristi islamici (fra i quali un giovane Antonio Banderas, all'esordio sul grande schermo), principesse e imperatori di una nazione mediorientale fittizia, intrighi sentimentali e situazioni bizzarre, degne di una screwball comedy. Molto divertente dall'inizio alla fine, e con un'interessante colonna sonora (alcune canzoni sono interpretate da Almodóvar stesso), ricorda per certe cose (come forse ho già detto da qualche altra parte) le storie di "Locas también", il bellissimo fumetto di Jaime Hernandez che fa parte della serie "Love & Rockets". Peccato solo che la traccia audio italiana del DVD fosse in condizioni particolarmente scadenti. La corsa in taxi verso l'aeroporto nel finale sarà ripresa in "Donne sull'orlo di una crisi di nervi". Malamente accolto dalla critica contemporanea, con il tempo (e la successiva ascesa del regista) è diventato un film cult.

23 luglio 2006

La legge del desiderio (P. Almodóvar, 1987)

La legge del desiderio (La ley del deseo)
di Pedro Almodóvar – Spagna 1987
con Eusebio Poncela, Carmen Maura, Antonio Banderas
**

Visto in DVD, con Albertino e Martin.

Un Almodóvar meno grottesco e più compassato del solito in un melodramma leggero ma poco convincente. Pablo (Poncela) è un regista gay che intreccia una focosa relazione con Antonio (Banderas), un giovane ammiratore, geloso e possessivo, disposto persino all'omicidio pur di avere l'amante tutto per sé. A momenti drammatici e scabrosi (ma non troppo: persino le nudità non vengono mostrate) si alternano istanti umoristici, come i siparietti con i poliziotti, ma alla fine – tranne forse per le scene che riguardano la sorella del regista, Tina (Carmen Maura), aspirante attrice che vive con la figlia dopo aver cambiato sesso – il risultato è poco incisivo, soprattutto in confronto ad altri film dello stesso Almodóvar. Se l'obiettivo (come suggerisce il titolo) era quello di parlare del desiderio e della passione, mi è sembrato che la pellicola abbia mancato il bersaglio. È invece più interessante nel descrivere strani e contorti rapporti familiari (non solo quelli fra il regista e la sorella, o fra quest'ultima e la figlia, l'ex moglie e il padre, ma anche quelli appena accennati fra Banderas e la madre, o fra i due poliziotti padre e figlio). Dal titolo del film nasce il nome dalla casa di produzione El Deseo, fondata per l'occasione dallo stesso Almodóvar con il fratello minore Agustin, che produrrà anche tutti i suoi film successivi.