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24 marzo 2021

Face/Off (John Woo, 1997)

Face/Off - Due facce di un assassino (Face/Off)
di John Woo – USA 1997
con John Travolta, Nicolas Cage
***

Rivisto in DVD.

L'agente speciale dell'FBI Sean Archer (John Travolta) ha un conto in sospeso con il terrorista mercenario Castor Troy (Nicolas Cage), maniaco psicopatico al quale dà la caccia incessantemente sin da quando questi, sei anni prima, ha ucciso il suo figlioletto Tommy. Dopo averlo finalmente catturato, Sean è costretto ad assumere in segreto le fattezze del suo nemico grazie a un'innovativa procedura che sostituisce chirurgicamente al suo volto quello di Troy: l'obiettivo è introdursi nel carcere criminale dove è rinchiuso il fratello di Castor, Pollux (Alessandro Nivola), e scoprire da lui dove si trova la bomba che i due avevano collocato nel centro di Los Angeles. Ma nel frattempo Castor si risveglia dal coma, costringe i chirurgi a impiantargli il volto di Archer e uccide tutti coloro che sono a conoscenza dello scambio. I due rivali si troveranno così ad affrontarsi l'uno dei panni dell'altro, all'insaputa di avversari e alleati (compresi moglie e figlia di Sean, nella cui casa Troy si è intrufolato)... Di gran lunga il miglior film di John Woo a Hollywood, anche perché può contare finalmente su una storia originale e interessante (lo script è di Mike Werb e Micheal Colleary), per quanto piena di risvolti improbabili. In effetti la sceneggiatura era stata inizialmente pensata per un film di fantascienza: Woo volle invece ambientare la storia ai giorni nostri per focalizzarsi di più su scene d'azione adrenaliniche ed esagerate sì, ma "realistiche" (non ci sono effetti speciali digitali), il che va a discapito della plausibilità della vicenda. Bisogna infatti fare ricorso a una robusta dose di sospensione dell'incredulità per accettare che possa esistere una tecnica chirurgica in grado di scambiare in maniera rapida e reversibile non solo i volti ma anche le fattezze (dalla corporatura alla voce) di due persone in modo tale da ingannare tutti coloro che le conoscono: ma se si riesce a non pensarci troppo, ci si può godere un action movie tesissimo e stratificato, basato sul classico tema della battaglia fra bene e male (impersonati qui da due personaggi agli antipodi sotto ogni punto di vista, ma che proprio per questo finiscono col fondersi e confondersi fra loro: simbolica la scena in cui si sparano a vicenda dai due lati di uno specchio).

La regia di Woo mette in mostra tutti i suoi punti di forza – l'eleganza e l'enfasi, con ralenti e coreografie esemplari non solo nelle sequenze d'azione ma anche nei momenti minori (vedi l'istante in cui Cage esce dall'auto all'aeroporto, con il vento che gli solleva lo spolverino: un'entrata in scena davvero cool!), la capacità di mediare fra melodramma ed heroic bloodshed – e i suoi marchi di fabbrica (le immancabili colombe che volano in chiesa, una citazione da "The killer", così come le sparatorie con due pistole, i mexican standoff, gli abiti eleganti di eroi e criminali, l'inseguimento in motoscafo). L'origine fantascientifica della storia è evidente anche nella sequenza ambientata in carcere (con gli stivali magnetici per "bloccare" i prigionieri violenti). L'idea del criminale che sotto false fattezze si introduce nella vita di una famiglia infelice, risultando quasi un marito e un padre migliore di quello vero, ricorda una sottotrama della quarta serie de "Le bizzarre avventure di JoJo" (quella di Kira/Kawajiri). E il lieto fine, forse imposto dalla produzione, è talmente assurdo e forzato che Woo lo sottolinea ironicamente con l'illuminazione diffusa sul retro della scena. Buono il cast, con Travolta e Cage che devono alternarsi nel ruolo del "buono" e del "cattivo" (e provare a recitare l'uno nella parte dell'altro, imitandone le caratteristiche). Da notare che Travolta era già stato l'antagonista nel precedente film americano di Woo, "Nome in codice: Broken Arrow". Cage sembra prenderlo in giro quando ironizza su "questi capelli, questo naso e questo mento ridicolo". Nel cast anche Joan Allen (la moglie di Sean), Dominique Swain (la figlia ribelle), Gina Gershon (l'amante di Castor), Harve Presnell, Nick Cassavetes, Margaret Cho, CCH Pounder e Thomas Jane. La colonna sonora è di John Powell, con occasionali brani di Händel, Mozart, Chopin, e "Somewhere over the rainbow" abbinata a una violenta sparatoria!

31 luglio 2020

Un mitico viaggio (Peter Hewitt, 1991)

Un mitico viaggio (Bill & Ted's Bogus Journey)
di Peter Hewitt – USA 1991
con Keanu Reeves, Alex Winter
***1/2

Rivisto in DVD.

Secondo capitolo della saga iniziata con "Bill & Ted's Excellent Adventure", che abbandona i viaggi nel tempo per andare persino oltre, con traversie metafisiche attraverso la morte, l'inferno e il paradiso! Qualche anno dopo la loro prima avventura, Bill Preston (Alex Winter) e Ted Logan (Keanu Reeves) hanno terminato il liceo e trovato un lavoretto, ma cercano sempre di sfondare come musicisti (pur non avendo ancora imparato a suonare!). La loro grande possibilità è quella di partecipare alla "Battaglia dei complessi", un evento musicale che si terrà nella nativa cittadina di San Dimas e la cui vittoria, a loro insaputa, è destinata a plasmare l'intera società del futuro a loro immagine e somiglianza, come era stato anticipato da Rufus (George Carlin) nel precedente film. Per impedirlo, per mezzo della solita cabina telefonica temporale, dal ventiseiesimo secolo giungono due robot malvagi con le loro fattezze, incaricati dal perfido insegnante "Chuck" De Nomolos (Joss Ackland) di ucciderli e di prendere il loro posto, cambiando così il corso degli eventi. Ma anche defunti e trasformati in anime (con l'abbigliamento virato in bianco e nero), i due ragazzi rifiutano di arrendersi. E pur di tornare in vita sfidano la Morte (sconfiggendola, anziché agli scacchi come ne "Il settimo sigillo" di Bergman, a tutta una serie di giochi da tavolo: battaglia navale, Cluedo, Electric Football e Twister). Quindi attraversano un inferno tecnologico e personalizzato ("Allora le copertine dei dischi erano tutte stronzate!") e si introducono clandestinamente in paradiso, per chiedere a Dio di indirizzarli verso uno scienziato in grado di creare due robot buoni da contrapporre a quelli cattivi. Infine, dopo aver sconfitto tutti i nemici (non senza le solite trovate ai limiti del paradosso temporale) e dopo un corso intensivo di chitarra nel futuro, trionferanno al concerto con un grande discorso e un accorato inno al rock ("God gave Rock'n'Roll to you" dei Kiss), accompagnati da una band di cui fanno parte anche le fidanzatine medievali, "i due noi robot buoni", Storico/Station (lo scienziato extraterrestre di cui sopra, in realtà due creature che si uniscono in una sola), e naturalmente il Sinistro Mietitore. Sui titoli di coda, una serie di prime pagine di giornali ci fa la cronaca del successo planetario della loro musica, che porterà la pace nel mondo e lo guiderà verso la predetta utopia.

A differenza del primo film, tuttora inedito in Italia (così come la serie animata e quella in live action), questo secondo capitolo – un mio cult personale – è giunto anche da noi, anche se con una distribuzione limitata e un titolo che nasconde la sua vera natura: e non potendosi basare su un adattamento precedente, il doppiaggio si ingegna nel tradurre nel migliore dei modi lo sgangherato linguaggio dei due protagonisti, eccedendo talvolta nelle volgarità ("Quanto mi sto sulle palle!", "L'inferno è una gran cagata") ma facendo complessivamente un buon lavoro (per esempio rendendo "No way! - Yes way!" con "Non esiste! - Sì che esiste!"). Peccato per il nome della band, che da Wyld Stallyns diventa "Gli stalloni selvaggi". La sceneggiatura di Chris Matheson ed Ed Solomon (gli stessi dell'episodio precedente) non riposa sugli allori, riproponendo le stesse gag, ma innova ed espande l'universo fantascientifico che aveva creato: anziché ad eventi e personaggi storici si dedica a esplorare temi religiosi, soprannaturali e metafisici, e si fa più cupa, più bizzarra e anche più divertente, aggiungendo elementi in maniera creativa ma mantenendo la simpatia e la goofiness dei personaggi, ai quali aggiunge una spalla comica indimenticabile, il Sinistro Mietitore interpretato dallo strepitoso William Sadler. Certo, rimane un film demenziale e dal feeling decisamente anni '80, nonostante sia uscito agli inizi del decennio successivo (e questo forse ha influito sulla sua scarsa popolarità al di fuori degli USA). Fra le citazioni cinematografiche, oltre a Bergman, anche "Terminator", "Full Metal Jacket" (in uno degli inferni, quello con il colonnello dell'accademia militare in Alaska (Chelcie Ross) citato già nel precedente film), "Scala al paradiso" e "Star Trek" (Bill e Ted vengono uccisi nel deserto proprio nella location di un episodio con il capitano Kirk), mentre innumerevoli sono quelle musicali (a partire dalla frase "Ogni rosa ha la sua spina, come ogni giorno ha la sua alba, come ogni cowboy canta la sua triste, triste ballata", il segreto della vita per Ted, ripresa da una canzone dei Poison). Nel cast anche Pam Grier, mentre tornano Hal Landon Jr. (il capitano Logan) e Amy Stoch (la "matrigna" Missy). Il nome del cattivo De Nomolos è quello dello sceneggiatore Ed Solomon al contrario. Quasi trent'anni più tardi, a sorpresa ma lungamente atteso dai fan, arriverà un terzo film, "Bill & Ted Face the Music".

7 giugno 2020

Gemini man (Ang Lee, 2019)

Gemini man (id.)
di Ang Lee – USA 2019
con Will Smith, Mary Elizabeth Winstead
*1/2

Visto in TV.

Henry Brogan (Will Smith), infallibile cecchino impiegato dal governo americano in missioni segrete in giro per il mondo per "eliminare" terroristi, ha deciso di andare in pensione. Ma i suoi stessi superiori intendono ucciderlo per evitare che scopra che è stato clonato: esiste infatti una sua versione più giovane che dovrà sostituirlo, nella speranza che a differenza sua non provi stanchezza nell'uccidere e non sviluppi una "coscienza". E naturalmente proprio a "Junior" sarà affidato l'incarico di rintracciare ed eliminare Henry, che dal suo canto vedrà nel ragazzo l'opportunità di rivivere la propria esistenza, questa volta in maniera più compiuta e soddisfacente. Da un soggetto di Darren Lemke rimasto nel limbo per oltre vent'anni, un film d'azione che mantiene molto meno di quanto promette. Gli sviluppi della storia sono scontati, le situazioni viste e straviste, i personaggi senza caratterizzazione (a parte quella necessaria per la trama), e i comprimari e il cattivo – Henry è aiutato dall'agente Danielle Zakarewski (Mary Elizabeth Winstead) e dall'amico di un tempo Barone (Benedict Wong), mentre l'antagonista è Clive Owen – del tutto generici o intercambiabili. Persino la direzione di Ang Lee è abbastanza anonima, anzi stupisce trovare il nome del regista taiwanese associato a questo progetto (avrebbe potuto girarlo un qualsiasi mestierante). A parte il tema del conflitto generazionale, l'aspetto più interessante è quello tecnico, e non solo per il "ringiovanimento" digitale di Will Smith che gli consente di interpretare due parti (anzi, tre), di combattere contro sé stesso e di apparire al contempo ventenne e cinquantenne. Come il precedente film di Lee, "Billy Lynn", l'intera pellicola (che naturalmente è uscita nelle sale anche in versione 3D) è stata girata e proiettata con un high frame rate (HFR) di 120 fotogrammi al secondo (anziché i consueti 24), dando alle immagini una nitidezza fin troppo elevata e iperreale: il risultato, soprattutto nelle sequenze ambientate nelle varie località "esotiche" in cui si svolge la storia, come Cartagena o Budapest, fa pensare agli spot turistici. Brutto il doppiaggio italiano.

9 aprile 2019

Il grande gioco (Robert Siodmak, 1954)

Il grande giuoco (Le grand jeu)
di Robert Siodmak – Francia/Italia 1954
con Jean-Claude Pascal, Gina Lollobrigida
**

Visto in TV.

Disposto a tutto pur di compiacere Silvia (Lollobrigida), la donna che ama, il ricco avvocato Pierre Martel (Pascal) dilapida per lei i propri averi. Finito in disgrazia, è costretto a fuggire da Parigi e a rifugiarsi in Algeria, dove attende inutilmente che Silvia lo raggiunga. Deluso, si arruola nella legione straniera. Ma quattro anni più tardi gli sembra di riconoscere le sembianze della donna in Elena, una prostituta incontrata per le strade di una città nel deserto... Remake di uno dei più celebri film di Jacques Feyder ("La donna dai due volti", 1934), fra i capostipiti del realismo poetico, con la Lollo in una doppia parte nel ruolo che nell'originale fu di Marie Bell. Ma vent'anni non sono trascorsi invano: e se i temi della pellicola tutto sommato valgono ancora la visione (l'amour fou, con Pierre innamorato più di un ideale che di una donna vera; anime perdute che si ritrovano in capo al mondo, ovvero in mezzo al deserto; il senso di fatalità, che porta i personaggi a lasciarsi trasportare dal destino, esemplificato dal gioco con le carte – il "grande gioco" del titolo, appunto – con cui Blanche (Arletty), la proprietaria del locale dove si radunano i soldati, prevede loro il futuro), tutto ora è più blando e sembra avere meno spessore e significato. Siodmak, dopo una serie di ottimi film noir, aveva lasciato Hollywood per tornare in Europa nel 1952: girò questo film in Francia, prima di ristabilirsi definitivamente in Germania.

8 aprile 2019

La donna dai due volti (J. Feyder, 1934)

La donna dai due volti (Le grand jeu)
di Jacques Feyder – Francia 1934
con Pierre Richard-Willm, Marie Bell
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Scapestrato rampollo di una ricca famiglia parigina, Pierre Martel (Richard) deve lasciare il paese per via dei debiti contratti per mantenere nel lusso la viziata amante Florence (Bell). Abbandonato dalla donna, l'uomo si arruola nella legione straniera. Anni dopo, crede di riconoscerla in Irma (sempre Bell), ballerina in un locale in Marocco: in effetti le due ragazze sono identiche, a parte i capelli e la voce... Fra i film più apprezzati e importanti di Feyder, considerato il capostipite del "realismo poetico" (Marcel Carné, qui aiuto regista, ne prese ispirazione e ne subì l'influenza per i suoi film successivi), un melodramma permeato di romanticismo e fatalismo (il "grande gioco" del titolo originale è quello con le carte con cui Madame Blanche, la padrona del locale, prevede il futuro a Pierre). Se il titolo italiano sembra anticipare l'Hitchcock de "La donna che visse due volte", anche il tema è quello delle seconde possibilità, di cui il concetto stesso di legione straniera (che consentiva a chiunque di tirare una riga sugli errori del passato e di rifarsi una vita) è uno dei simboli più significativi. A pochi anni dall'invenzione del sonoro, la scelta di differenziare le due donne interpretate da Marie Bell attraverso la voce (Irma è "doppiata" da Claude Marcy: più volte Pierre le chiede di non parlare, per non rompere l'incantesimo che lo fa pensare a Florence) riscosse consensi e stupore. Françoise Rosay è Madame Blanche, Georges Pitoëff è l'amico russo Nicolas. Rifatto nel 1954 da Robert Siodmak ("Il grande gioco") con Gina Lollobrigida.

28 settembre 2018

Shadow (Zhang Yimou, 2018)

Shadow (Ying)
di Zhang Yimou – Cina 2018
con Deng Chao, Sun Li, Zheng Kai
**1/2

Visto al cinema Anteo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Ambientato nell'epoca in cui la Cina era divisa in più regni, il film ha come protagonista Jing (Deng Chao), una "Ombra", ovvero un sosia perfetto che il comandante dell'esercito del regno di Pei utilizza come propria controfigura da quando versa in gravi condizioni di salute per via di una ferita inflittagli dal rivale Yang. Il comandante vorrebbe riconquistare la città di Jing, caduta in mano nemica, e utilizza il sosia per forzare la mano al proprio re (Zheng Ryan), che invece non intende rompere la tregua con quello che ora è un alleato. Uno spunto che ricorda il "Kagemusha" di Kurosawa (ma gli sviluppi sono differenti), complessi intrighi di corte, eleganti duelli all'arma bianca, e anche un sanguinoso finale shakespeariano in cui muoiono (quasi) tutti: nel nuovo film di Zhang Yimou c'è l'intero repertorio delle pellicole wuxiapian di ambientazione storica. Ma a rimanere impresso è lo stile estetico con cui è girato, a cominciare dalla tavolozza cromatica: se si eccettua il colorito roseo delle persone, la luce gialla delle candele e il rosso del sangue, tutto il film è praticamente in bianco e nero, una bicromia che caratterizza interni ed esterni, oggetti ed edifici, costumi e armature. Il bianco e nero richiama ovviamente la duplicità (bene/male, maschio/femmina, yin/yang), che si riflette anche nelle scenografie (i duellanti si battono sopra un enorme simbolo del tao) oltre che ovviamente nella trama, incentrata sul tema del doppio e dei tradimenti. Spettacolari, come al solito, le scene d'azione (dai duelli di addestramento fra il comandante e la sua ombra, interpretati peraltro dallo stesso attore, all'assalto alla città assediata), con combattimenti alquanto originali (l'ombrello utilizzato contro l'alabarda, i movimenti sinuosi femminili contro quelli rigidi maschili). Guan Xiaotong è l'indomita principessa, Sun Li la moglie del comandante, Wang Qianyuan il capitano Tian.

7 agosto 2018

Another Earth (Mike Cahill, 2011)

Another Earth (id.)
di Mike Cahill – USA 2011
con Brit Marling, William Mapother
**1/2

Visto in divx.

La notte stessa in cui viene scoperto in cielo un pianeta del tutto identico alla Terra, la giovane Rhoda (Brit Marling), appassionata di astronomia e in procinto di partire per il college, provoca per imprudenza un incidente stradale in cui perde la vita l'intera famiglia del compositore John. Dopo aver scontato quattro anni di prigione per omicidio colposo, la ragazza va in cerca dell'uomo (che ne ignora l'identità) per chiedergli perdono. Non riuscendoci, si fa assumere come donna delle pulizie in casa sua, cercando in qualche modo a rimettere in moto e in ordine la sua vita. E nel frattempo, la seconda Terra (sempre più vicina e ormai costantemente visibile in cielo) le ricorda che forse un'altra occasione per ricominciare è a portata di mano... Una piccola produzione indipendente e a basso budget (la protagonista è co-sceneggiatrice insieme al regista) per un film originale e psicologico che, con le dovute distanze, può ricordare per affinità "Melancholia" di Lars von Trier. Anche in questo caso, infatti, quello fantascientifico è solo uno spunto per parlare di problemi personali, crisi, paure, bivi della vita, sensi di colpa e ricerca di redenzione. Se la forma cinematografica è piuttosto grezza, le idee comunque non mancano e gli sviluppi sono intriganti. Interessante soprattutto l'ipotesi che Terra 2 sia non solo identica alla nostra, ma abitata da copie di noi stessi, e che la sincronicità si sia "interrotta" soltanto nel momento in cui i due pianeti si sono resi conto l'uno dell'esistenza dell'altro. Naturalmente tutto rimane a livello di suggestione e di metafora: il film non affronta le conseguenze realistiche o scientifiche dell'esistenza di una seconda Terra (né ne spiega l'origine), anche perchè il focus rimane costantemente sui tormenti esistenziali e sulle scelte della protagonista.

25 aprile 2018

Doppio amore (François Ozon, 2017)

Doppio amore (L'amant double)
di François Ozon – Francia 2017
con Marine Vacth, Jérémie Renier
**1/2

Visto al cinema Eliseo, con Sabrina.

Chloé, ex fotomodella venticinquenne (Marine Vacth, al secondo film con Ozon dopo "Giovane e bella") che soffre di dolori psicosomatici per via del suo rapporto irrisolto con il sesso e la maternità, si innamora del suo psichiatra Paul (Jérémie Renier) e si trasferisce a vivere con lui. Ben presto, però, scopre che l'uomo le nasconde qualcosa: un vero e proprio lato oscuro, sotto forma di un fratello gemello, Louis, con cui ha rotto tutti i rapporti (tanto da cambiare cognome) e che svolge la sua stessa professione anche se con atteggiamenti e modi ben diversi: tanto Paul è dolce e comprensivo, tanto Louis è brutale, aggressivo e sadico. Attratta da lui, e di nascosto da Paul, Chloé comincia a frequentare anche Louis e ne diviene l'amante... Ozon affronta il tema del doppio in un thriller psicologico (liberamente tratto dal romanzo "Lives of the Twins" di Joyce Carol Oates) che guarda a Cronenberg ("Inseparabili"), ma anche a Hitchcock, De Palma e Polanski, mettendo in scena sdoppiamenti, specchi (che si infrangono o meno), gatti e sesso in un'atmosfera torbida e ambigua, grazie a una regia fredda e "chirurgica" (quando non... ginecologica). I colpi di scena non mancano, anche se molto accade soltanto nella mente della protagonista, che proietta sul compagno le proprie ossessioni relative al sesso e alla gemellarità. Nonostante la lentezza, la tensione resta alta fino alla fine. Ottimi i due interpreti. Breve parte per Jacqueline Bisset (la madre di Sandra, vecchia fiamma di Paul/Louis).

18 aprile 2017

Enemy (Denis Villeneuve, 2013)

Enemy (id.)
di Denis Villeneuve – Canada/Spagna 2013
con Jake Gyllenhaal, Mélanie Laurent
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

L'insegnante di storia Adam Bell (Gyllenhaal) scopre per caso che esiste un suo sosia, l'attore Anthony Claire, uguale in lui in tutto e per tutto, persino nella voce. Non saprà resistere alla tentazione di incontrarlo... Dal romanzo "L'uomo duplicato" di José Saramago, uno pseudo-thriller psicologico e kafkiano che parla del subconscio e di una personalità dissociata. C'è chi lo ha paragonato a certe opere di Cronenberg o di Lynch (io citerei anche "Partner" di Bertolucci) nel mettere in scena l'angoscia e il disturbo mentale di un personaggio che si rispecchiano nel mondo che lo circonda. Tanti indizi disseminati qua e là (la conversazione con la madre, in particolare, è rivelatrice) ci fanno infatti capire che i due uomini sono davvero la stessa persona (o se vogliamo, la sovrapposizione quantistica di due identità diverse, con tracce dell'una che confluiscono nell'altra), mentre alcuni inserti onirici a base di donne-ragno (che sfociano nello strano e "scioccante" finale) suggeriscono che molti dei suoi problemi dipendono proprio dal rapporto con le donne. Peccato che il continuo tentativo di costruire la tensione vada spesso a vuoto: forse il film reggerebbe meglio a una seconda visione, dopo averlo già "inquadrato", visto che la prima volta si ha la forte sensazione che si tratti di molto fumo e poco arrosto. In ogni caso, la pellicola punta le sue carte migliori sull'interpretazione di un barbuto Gyllenhaal (Mélanie Laurent e Sarah Gadon, quest'ultima incinta, sono invece le donne di Adam/Anthony, rispettivamente l'amante e la moglie; Isabella Rossellini è la madre) e sull'atmosfera costruita attraverso la fotografia filtrata di Nicolas Bolduc e la colonna sonora incessante di Daniel Bensi e Saunder Jurriaans.

16 novembre 2016

Dave - Presidente per un giorno (Ivan Reitman, 1993)

Dave - Presidente per un giorno (Dave)
di Ivan Reitman – USA 1993
con Kevin Kline, Sigourney Weaver
**1/2

Rivisto in TV, con Sabrina.

Il presidente degli Stati Uniti Bill Mitchell (Kevin Kline) ha un collasso mentre si "intrattiene" con una segretaria, e il capo dello staff della Casa Bianca Bob Alexander (Frank Langella), che nutre a sua volta ambizioni politiche, pensa bene di tenere segreta la cosa e di sostituirlo con un sosia perfetto, l'impersonatore Dave Kovic (sempre Kline). Questi dovrebbe limitarsi a fare il fantoccio, controllato dietro le quinte da Bob: ma si appassiona all'incarico e inizia a macinare idee, rivoltando come un calzino la politica corrotta del vero Mitchell sul welfare. Lentamente sia l'opinione pubblica che la first lady Ellen (Sigourney Weaver) cominciano ad essere conquistati dal suo misterioso cambiamento... Fra un film di Frank Capra e una rilettura de "Il prigioniero di Zenda" (o, se vogliamo, di "Kagemusha"), una favoletta a sfondo politico con venature romantiche (il coinvolgimento della first lady, che si innamora del sosia dopo che i rapporti con il vero marito si erano raffreddati, fa pensare al celebre caso seicentesco di Martin Guerre, ma anche al furto dell'identità di Kosaku Kawajiri da parte di Yoshikage Kira nel manga "Le bizzarre avventure di JoJo"). La sceneggiatura di Gary Ross è ingenua ma gradevole, con un mood e una leggerezza molto anni trenta. L'estroso Kline ruba la scena a tutti, ma è indimenticabile Langella nei panni del cattivo. Nel cast anche Kevin Dunn (il capo della comunicazione), Ving Rhames (la guardia del corpo), Laura Linney (la segretaria) e Ben Kingsley (il vicepresidente), più varie celebrità nel suolo di sé stessi (fra gli altri Arnold Schwarzenegger, Larry King, Jay Leno, Oliver Stone, più diversi senatori). Chi ha scelto il sottotitolo italiano probabilmente aveva visto solo i primi dieci minuti.

18 ottobre 2015

Coherence (James Ward Byrkit, 2013)

Coherence (id.)
di James Ward Byrkit – USA/GB 2013
con Emily Baldoni, Maury Sterling
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Quattro coppie di amici si ritrovano a cenare in casa di una di loro. Ma il passaggio di una cometa scatena strani effetti: i telefoni e internet smettono di funzionare, la luce va via e gli otto amici si scoprono isolati dal resto del mondo. Ben presto si rendono conto che l'unica casa visibile nel quartiere è in realtà la loro stessa casa, abitata da versioni "parallele" di sé stessi. La cometa ha infatti portato a "coesistere" delle realtà differenti, incoerenti fra loro e normalmente separate, ma che per breve tempo condividono lo stesso spazio... Proprio come gli stati della meccanica quantistica (resi popolari dal celebre esperimento del gatto di Schrödinger). Opera prima del regista e sceneggiatore James Ward Byrkit, un thriller pseudoscientifico, girato praticamente tutto in una stanza, che prende spunto dai concetti della fisica moderna per far riflettere i personaggi su sé stessi, sul proprio passato e presente, su cosa avrebbe potuto essere e non è stato, e sulle possibile svolte della propria vita (si cita anche "Sliding doors"), al punto da voler affrontare e sopprimere il proprio lato oscuro (o, al contrario, scoprire che i "gemelli malvagi" sono loro e non gli altri). Il tutto con la tensione che monta man mano che il tempo scorre e ci si rende conto che "nessuno torna alla casa che ha lasciato": le varie realtà si mescolano in continuazione, col rischio che – dopo che il corpo celeste sarà passato – gli stati collassino in uno solo, magari non quello più auspicabile. Accattivante dal punto di vista intellettuale e girato con pochi mezzi ma tante idee, il film potrebbe essere accostato ad altre pellicole indipendenti come "Cube" o "Primer". I dialoghi, assai realistici e che spesso vedono più voci sovrapporsi (come nelle chiacchiere reali, o nei film di Rohmer), sono stati in parte improvvisati dagli attori stessi.

13 settembre 2015

Gemini (Shinya Tsukamoto, 1999)

Gemini (Sōseiji)
di Shinya Tsukamoto – Giappone 1999
con Masahiro Motoki, Ryo
***

Rivisto in divx alla Fogona, con Marisa, in originale con sottotitoli.

Il giovane medico Yukio Daitokuji, decorato durante la guerra per le tante vite salvate sul fronte, gestisce una piccola clinica a condizione familiare nei quartieri alti di Tokyo ed è benvoluto e rispettato da tutti. Ma il suo mondo pulito e idealista è macchiato da un'ombra che grava sul passato della sua famiglia: quella di un fratello gemello, Sutekichi, abbandonato alla nascita per via di una tremenda voglia sulle gambe, cresciuto nei bassifondi e desideroso di vendetta. Questi si sostituisce a Yukio, rinchiudendo il fratello in un pozzo e mettendolo così a confronto con il proprio lato oscuro. A fare da collante fra i due gemelli c'è anche Rin, la donna dal passato misterioso che Yukio ha sposato (credendola priva di memoria in seguito a un incendio) e che in precedenza è stata l'amante di Sutekichi. Ispirandosi a un racconto di Edogawa Ranpo e tuffandosi per la prima volta nel passato (ovvero nell'era Meiji, all'inizio del novecento), Tsukamoto rilegge il tema del “doppio” a modo suo, realizzando quasi una versione al contrario del “Dottor Jekyll e Mister Hyde”: se nel racconto di Stevenson l'uno si divideva in due, qui invece le due parti separate, quella “buona” e quella “cattiva”, finiscono con il riunirsi, visto che al termine del film il protagonista reintroietta la propria “ombra” e diventa una figura più completa e a tutto tondo (accettando, per esempio, di recarsi a curare anche quegli abitanti dei bassifondi che all'inizio tanto disprezzava). Girato con stile elegante e controllato, il film non rinuncia però a tuffarsi in un'atmosfera inquietante e malsana, e a tratti brulica di una vitalità “kurosawiana”, tanto nella rappresentazione teatrale ed espressionistica di certe scene e personaggi (gli abitanti dei bassifondi, per esempio), favorita anche dall'uso dei colori (notevole la fotografia dello stesso Tsukamoto) o da occasionali scene oniriche, quanto nella scelta dei temi, tutti ricorrenti nel cinema dell'Imperatore: il doppio e l'ombra (“Kagemusha”), l'etica della professione medica (“Barbarossa”, “L'angelo ubriaco”), la dicotomia dell'umanità divisa fra quartieri alti e poveri (“Anatomia di un rapimento”, “I bassifondi”). Grande la prova di Motoki, inquietante quella di Ryo.

18 luglio 2015

Lo studente di Praga (Stellan Rye, 1913)

Lo studente di Praga (Der Student von Prag)
di Stellan Rye [e Paul Wegener] – Germania 1913
con Paul Wegener, John Gottowt
***

Visto in divx.

Per ottenere il denaro necessario a frequentare la contessa di cui si è invaghito, il povero studente Balduin (Baldovino) accetta di vendere a un misterioso individuo nientemeno che... la propria immagine riflessa nello specchio! Nasce così un suo "doppio", che incrocia spesso il suo cammino e gli mette regolarmente i bastoni fra le ruote, per esempio sostituendosi a lui in un duello. Antesignano e precursore del cinema espressionista e fantastico tedesco, ispirato ai racconti di Chamisso (in particolare la "Storia straordinaria di Peter Schlemihl", il cui protagonista vendeva la propria ombra) e di E.T.A. Hoffman (come "Avventure della notte di San Silvestro", che riprende proprio il personaggio del racconto di Chamisso), questo film innovativo fu pensato e fortemente voluto dall'attore Paul Wegener, grande visionario e futuro regista del "Golem", capace qui di sdoppiarsi sullo schermo grazie ad effetti ottici mirabilmente eseguiti e che appaiono ancor oggi efficaci. Ambientato nel 1820 in una città, quella praghese, ricca di suggestioni e superstizioni (zingare che predicono il futuro, mefistofeliche figure di maghi/alchimisti dal nome italiano, e naturalmente il celebre cimitero ebraico), e debitore – come tutto il filone cui appartiene – al Faust goethiano, così come al tema del doppio (affrontato in letteratura da Wilde, Poe e Dostoevskij), il film recupera quel senso di fantastico e di inquietante che aveva caratterizzato il cinema degli esordi (si pensi a Méliès, dove però il tutto era venato da una leggerezza quasi comica, qui sostituita da un'angoscia romantica tipicamente tedesca) e che stava passando un po' in secondo piano rispetto al realismo storico e documentaristico delle coeve produzioni italiane e francesi. Grazie a una fotografia palpabile e concreta, e a scenografie reali e avvolgenti, ne nasce una narrazione visiva e un tipo di linguaggio che darà vita non solo all'espressionismo tedesco vero e proprio (di cui lo stesso Wegener sarà un rappresentante fondamentale), ma in un certo senso a tutto l'odierno cinema fantastico d'intrattenimento. La modernità della pellicola è tale che, a tratti, sembra quasi incredibile che risalga al 1913, dunque prima delle grandi innovazioni cinematografiche di Griffith. Memorabili sequenze come quella in cui Balduin gioca a carte con sé stesso. La regia è attribuita al danese Stellan Rye, ma lo stesso Wegener ne fu in parte responsabile, così come lo sceneggiatore Hanns Heinz Ewers. Il successo di pubblico fu grande, tanto che la pellicola venne rapidamente esportata anche all'estero (in America, in particolare, fu ribattezzata "A Bargain with Satan", ovvero "Un patto con Satana"). Venne rifatto nel 1926, sempre muto, da Henrik Galeen con Conrad Veidt, e poi nel 1935, da Arthur Robison con Anton Walbrook.

10 febbraio 2015

Birdman (Alejandro González Iñárritu, 2014)

Birdman, o l'imprevedibile virtù dell'ignoranza
(Birdman, or The Unexpected Virtue of Ignorance)
di Alejandro González Iñárritu – USA 2014
con Michael Keaton, Edward Norton
***1/2

Visto al cinema Arcobaleno, con Sabrina.

L'attore Riggan Thomson (Michael Keaton) ha avuto il suo momento di notorietà a Hollywood vent'anni prima, quando aveva interpretato tre film di grande successo nei panni del supereroe Birdman. Da allora la sua carriera non è più andata da nessuna parte. E ora, proprio nel periodo in cui i film di supereroi hanno riacquistato popolarità, cerca di ricostruirsi un'immagine da attore impegnato mettendo in scena a Broadway, anche come regista e sceneggiatore, una piéce tratta dal romanzo di Raymond Carver "Di cosa parliamo quando parliamo d'amore". Nevrotico, stressato, tormentato da problemi artistici (le prove dello spettacolo sono costellate da incidenti), economici (sta investendo nella produzione tutto quanto possiede, nella disperata speranza di un rilancio), familiari (un matrimonio fallito alle spalle, una giovane figlia ex tossicodipendente con cui ricostruire un rapporto), Riggan è anche perseguitato dalla "voce interiore" di Birdman, con cui dialoga in continuazione quando si trova da solo nel suo camerino, che vorrebbe convincerlo a tornare ai fasti di Hollywood. I temi trattati dalla pellicola – che strutturalmente può sembrare una versione drammatica di "Rumori fuori scena", ma che a tratti ricorda anche "The humbling" di Barry Levinson (proiettato curiosamente nella stessa edizione del festival di Venezia) – sono evidenti: il contrasto fra il cinema commerciale e la sacralità del teatro impegnato (ovvero fra arte "bassa" e arte "alta"), la dissociazione tipica del mestiere di attore (si pensi anche al personaggio interpretato da Edward Norton, che afferma di essere sé stesso, di dire e di ricercare la "verità" soltanto quando si trova sul palcoscenico), lo scarto fra le aspirazioni e la realtà. E spesso sono sottolineati sullo schermo da metafore esplicite (in particolare la figura di Birdman, l'uomo uccello che trascina Riggan in un vero e proprio volo pindarico per le strade di New York). Se durante la visione si può avere la sensazione che il percorso del personaggio non progredisca, o che addirittura manchi la risoluzione del conflitto (solo nel finale, a partire dalla scena in cui Riggan si confronta a muso duro con la critica teatrale del "New York Times" che ha già deciso di stroncare la sua performance, a priori, soltanto perché lui rappresenta "l'ignoranza" di Hollywood, il personaggio sembra fare qualche passo in avanti), in realtà ripensandoci tutta la situazione rispecchia quella dell'impasse artistica in cui si è venuto a trovare: persino per suicidarsi deve fare le prove generali, riuscendoci solo alla fine. La conclusione, con lo sguardo sorridente della figlia rivolto verso il cielo, come se Riggan/Birdman abbia spiccato il volo, non inganni. Dal lato tecnico, l'ambizioso Iñárritu dimostra come al solito grande talento: quasi l'intera pellicola è girata in piano sequenza (i vari raccordi sono digitali), con la macchina da presa che segue i personaggi fra i corridoi del teatro, i camerini, il palcoscenico, sui tetti o in strada (memorabile la scena in cui Riggan attraversa Times Square in mutande: anch'essa fa parte dell'impietosa satira generale sul mondo dello spettacolo, dove si diventa più facilmente celebri per "imprese" come queste che non per il proprio talento). Ma la trovata sembra motivata più dal desiderio di sfoggiare la propria abilità artistica (il che, per certi versi, accomuna il regista con il suo personaggio) che non da reali esigenze narrative. Bravo Keaton, anche se recita una parte che avrebbe permesso di brillare a qualsiasi attore almeno decente. Per lui il ruolo ha connotati quasi autobiografici, visto che vent'anni prima era stato il protagonista dei primi "Batman" di Tim Burton. Il miglior interprete, però, è sicuramente Norton nei panni del collega Mike Shiner. Nel cast anche Zach Galifianakis (il manager/avvocato), Emma Stone (la figlia), Naomi Watts e Andrea Riseborough (le altre attrici), Amy Ryan (la moglie) e Lindsay Duncan (la critica). Interessante la colonna sonora a base di percussioni (più brani di Tchaikovsky, Mahler e Ravel). Candidato a nove premi Oscar, si contenderà probabilmente con "Boyhood" la statuetta per il miglior film.

29 giugno 2014

Il testamento del mostro (Jean Renoir, 1959)

Il testamento del mostro (Le testament du Docteur Cordelier)
di Jean Renoir – Francia 1959
con Jean-Louis Barrault, Teddy Bilis
**1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

Introdotto "hitchcockianamente" dallo stesso Renoir, ospite di uno studio televisivo, come se si trattasse di un episodio di una trasmissione da lui presentata (in effetti la pellicola fu realizzata proprio per la tv francese), il film è un adattamento de "Lo strano caso del dottor Jekyll e di Mister Hyde", molto più fedele al romanzo di Robert Louis Stevenson – nonostante i nomi cambiati e l'ambientazione in una Parigi contemporanea – di quanto non fossero le versioni hollywoodiane, che tradizionalmente si appoggiano semmai alla versione teatrale di Thomas Russell Sullivan. Qui, invece, oltre a non intromettere elementi spuri (come la fidanzata di Jekyll/Cordelier), viene mantenuta la scansione cronologica dell'originale, con la storia che comincia "in media res" (e solo nel finale viene rivelata l'origine di Hyde/Opale), nonché il punto di vista privilegiato del notaio Utterson/Joly, vero protagonista della pellicola nonché testimone di tutti gli eventi. È da questi che il dottor Cordelier si reca, quando è già solito trasformarsi da tempo in Monsieur Opale per mezzo della pozione da lui inventata, allo scopo di modificare il proprio testamento e di nominare il suo malvagio alter ego come beneficiario (da cui il titolo del film) nel caso sparisse dalla circolazione per sempre. Le indagini di Joly, incuriosito dal testamento e preoccupato per l'amico (ancor più dopo aver assistito con i propri occhi a diversi atti di violenza perpetrati da Opale), lo porteranno nel finale a scoprire tutta la verità. Nelle doppie vesti di Cordelier e Opale c'è Jean-Louis Barrault, il mimo di "Les enfants du paradis", più a suo agio nei panni dinoccolati del mostro, mobile, danzante e saltellante (quando appare in scena è sempre accompagnato da un riconoscibile tema musicale, opera di Joseph Kosma), che non in quelli ingessati dello scienziato. Apprezzabile sul versante tecnico (regia e fotografia sono decisamente cinematografiche e non televisive), il film è invece carente – soprattutto se paragonato a versioni precedenti della stessa storia, come il capolavoro di Mamoulian del 1931 – nella rappresentazione del dilemma morale, della questione etica, della tensione sessuale: tutto assente e sostituito da sterili diatribe psichiatriche fra Cordelier e il collega-rivale Séverin (il sempliciotto Joly, dal canto suo, non si immischia in tali argomenti).

10 giugno 2014

Il dottor Jekyll e Mr. Hyde (V. Fleming, 1941)

Il dottor Jekyll e Mr. Hyde (Dr. Jekyll and Mr. Hyde)
di Victor Fleming – USA 1941
con Spencer Tracy, Ingrid Bergman
**

Visto in divx.

Nella Londra vittoriana, il devoto ma eccentrico medico Henry Jekyll (chiamato "Enrico" nel doppiaggio d'epoca, che italianizza tutti i nomi propri) mette a punto una pozione che permette di separare la parte "malvagia" di un uomo da quella "buona". Frustrato dalla lunga assenza della fidanzata Beatrice, che il padre ha portato con sé in un viaggio in Europa, la sperimenta su sé stesso: e nei panni del deforme Hyde si dedica al vizio e ai bagordi. Ma scoprirà che tenere sotto controllo il proprio lato oscuro non è così facile. Il film è praticamente un remake della precedente versione del 1931 con Fredric March, alla quale non aggiunge nulla e di cui ricalca pari pari non solo la struttura ma anche numerose scene. Nei dieci anni trascorsi da allora, però, a Hollywood era entrato in vigore il codice Hays di autocensura: e dunque la nuova pellicola non può che risultare blanda e annacquata se confrontata con quella di Mamoulian. È inoltre molto più moralista (si apre e si chiude con sermoni e preghiere religiose), assai meno estrema (a parte il finale, nel quale Hyde uccide il padre di Beatrice, tutto quello che il mostro fa è procurarsi un'amante e scatenare risse nei locali: altro che "malvagità assoluta"!) e molto meno efficace nel mettere visivamente in scena gli impulsi animaleschi o sessuali che facevano del personaggio interpretato dieci anni prima da March quel capolavoro di caratterizzazione che era. Qui le uniche sequenze degne di nota sono le brevi visioni che Jekyll sperimenta mentre beve la pozione: deludono, invece, gli effetti ottici della trasformazione, resa tramite una banale serie di dissolvenze. Anche Spencer Tracy, stranamente inadeguato e insicuro nei panni di Jekyll e mai terrorizzante in quelli di Hyde, sfigura rispetto al suo predecessore; tanto che March (che era suo amico) all'uscita del film gli spedì un ironico telegramma in cui lo ringraziava per la forte spinta data alla sua carriera dai paragoni che tutti facevano fra le due prove, invariabilmente a favore del primo. Per evitare troppi confronti scomodi, comunque, i produttori acquistarono i diritti del film precedente e tentarono di farne sparire tutte le copie dalla circolazione (per fortuna qualcuna si è salvata dalla distruzione, altrimenti sarebbe diventato un film perduto). Quanto alle due attrici, è curiosa la scelta di assegnare alla sensuale Lana Turner il ruolo della fidanzata perbene e alla pudica Ingrid Bergman quello della prostituta tentatrice (che qui, a dire il vero, è soltanto una cameriera). Nei progetti iniziali, in effetti, era l'esatto contrario: fu proprio la Bergman, stufa di personaggi "buoni", a chiedere l'inversione. Pare che Tracy avrebbe voluto Katharine Hepburn (con cui all'epoca non aveva ancora mai lavorato!) in entrambi i ruoli, a suggerire uno sdoppiamento anche della figura femminile: sarebbe stato interessante. In ogni caso, la Bergman nei panni di Eva, viziosi prima e spaventati poi, è probabilmente la cosa migliore della pellicola.

31 marzo 2014

Il dottor Jekyll (Rouben Mamoulian, 1931)

Il dottor Jekyll (Dr. Jekyll and Mr. Hyde)
di Rouben Mamoulian – USA 1931
con Fredric March, Miriam Hopkins
***1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Brillante scienziato e medico filantropo, propugnatore di idee audaci sulla possibilità di "separare" le due nature dell'uomo (quella virtuosa e razionale da quella istintiva e animalesca), il dottor Jekyll è impaziente di convolare a nozze con la fidanzata Muriel. Ma il padre di lei, il rigido generale Carew (Halliwell Hobbes), intende farlo aspettare ancora a lungo. E allora, per dare libero sfogo ai propri impulsi, Jekyll si trasforma nello scimmiesco Mr. Hyde. La prima versione sonora del classico racconto di Robert Louis Stevenson (i precedenti adattamenti cinematografici erano tutti muti) è probabilmente la migliore di sempre: merito dell'intensità interpretativa di Fredric March nel duplice ruolo dello scienziato e del suo alter ego (che gli valse l'Oscar come miglior attore); della scoppiettante sceneggiatura che a tratti, soprattutto nella prima parte, non ha nulla da invidiare alle commedie sofisticate dell'epoca; della maestria registica di Mamoulian, che si concede tocchi di gran classe (come i primi cinque minuti, interamente in soggettiva), eleganti movimenti di camera e astuzie di montaggio (con un utilizzo moderato, ma comunque sempre a scopi narrativi, di sovrimpressioni e split screen), per non parlare degli effetti visivi (eccezionali le scene delle trasformazioni, che avvengono in tempo reale davanti ai nostri occhi); ma soprattutto dell'ardito taglio psicologico che vira l'intera vicenda in chiave sessuale, trasformando la dicotomia fra Jekyll e Hyde da una banale lotta fra bene e male nel contrasto fra il desiderio di resistere ai propri impulsi primari e la necessità di soddisfarli. Realizzato prima dell'entrata in vigore del codice Hays (che già pochi anni dopo avrebbe impedito una lettura tanto esplicita), il film esprime questo dualismo attraverso il rapporto di Jekyll con i due personaggi femminili: Muriel, la fidanzata casta e fedele (Rose Hobart), che per volere suo o del padre non può concedersi al fidanzato prima delle nozze, e la provocante prostituta Ivy (Miriam Hopkins, dalla dirompente sensualità, in particolare nella scena dello spogliarello con la gamba nuda che ciondola fuori dal letto), "contraltare peccaminoso" della prima (e in questo modo si introduce il tema del doppio pure nel campo femminile!) ma anche principale vittima del selvaggio Hyde. Costretto a ignorare o a reprimere i propri istinti da una società ipocrita e vittoriana (impersonata dal padre di Muriel), Jekyll è quasi costretto dalle circostanze a lasciar sfogare l'Hyde dentro di sé (che, al suo primo apparire, esclama infatti "Libero, finalmente!"): metaforicamente esemplare, al riguardo, l'immagine della pentola sul fuoco, con la pressione che a un certo punto fa saltare il coperchio. E a questo approccio si deve anche la rappresentazione "scimmiesca" di Hyde, le cui fattezze manifestano il lato animalesco dell'uomo, quello maggiormente "legato alla terra". Non a caso la prima trasformazione spontanea di Jekyll, ovvero senza l'utilizzo della pozione, avviene in un contesto naturale, nel parco cittadino, dopo aver assistito all'agguato di gatto ai danni di un uccellino. La sensazione di libertà di cui Hyde è propugnatore viene amplificata dalla scena in cui questi si bagna sotto la pioggia, bevendola avidamente ("Cosa succede a un uomo assetato se gli tolgono l'acqua?", si era chiesto Jekyll poco prima). Strepitoso successo di pubblico all'epoca, la pellicola è anche passata alla storia per essere stato il primo film vietato in Germania dopo l'avvento di Hitler.

10 marzo 2014

Il dottor Jekyll e Mr. Hyde (J. S. Robertson, 1920)

Il dottor Jekyll e Mr. Hyde (Dr. Jekyll and Mr. Hyde)
di John Stuart Robertson – USA 1920
con John Barrymore, Martha Mansfield
**1/2

Visto su YouTube.

Il dottor Jekyll, medico londinese filantropo e progressista, inventa una pozione che gli permette di trasformarsi nel mostruoso Mister Hyde, dandogli così la possibilità di sfogare i più bassi istinti senza compromettere – o almeno così crede – la propria anima. Trascura così la fidanzata "rispettabile" Millicent e si tuffa in vizi e depravazioni di ogni tipo (di cui ben poco, ovviamente, è mostrato sullo schermo). Ma portare alla luce il proprio lato oscuro si rivelerà una strada senza uscita. Primo lungometraggio (dopo i corti usciti tra il 1908 e il 1913) tratto dal celebre romanzo di Robert Louis Stevenson, il film si rifà – così come gran parte delle versioni precedenti e successive – al testo teatrale di Thomas Russell Sullivan (che, fra le altre cose, introduceva il personaggio della fidanzata) più che al racconto originale. Qui il personaggio di Sir George Carew (Brandon Hurst), padre di Millicent, è il "tentatore" che per primo porta Jekyll nei locali notturni e gli fa assaporare quella vita dissoluta che spingerà lo scienziato a "liberare" il proprio alter ego. In quello stesso 1920 uscirono altre due adattamenti cinematografici del racconto di Stevenson, entrambi con notevoli alterazioni al setting e ai nomi dei personaggi: quello di J. Charles Haydon, ambientato nella New York del ventesimo secolo, e quello tedesco di F. W. Murnau, "Der Januskopf" con Conrad Veidt, andato perduto. Nel 1931, naturalmente, arriverà la versione-capolavoro di Mamoulian con Fredric March. Tecnicamente impeccabile ma registicamente ordinario e privo di particolari effetti visivi (se si eccettua la scena dell'allucinazione con il ragno gigante ai piedi del letto), il film di Robertson brilla comunque per la fedeltà al materiale di partenza, per la generale coerenza dell'adattamento e per l'interpretazione di Barrymore nel doppio ruolo di Jekyll e Hyde. Anzi, è il responsabile dell'ormai classica iconografia di quest'ultimo: grosso e robusto (benché gobbo e deforme), con mantello, bombetta e capelli lunghi e scapigliati (si pensi anche al villain della Marvel). Nita Naldi è la conturbante danzatrice italiana che "tenta" Jekyll e cade poi vittima di Hyde.

2 marzo 2014

Dr. Jekyll and Mr. Hyde (Herbert Brenon, 1913)

Dr. Jekyll and Mr. Hyde
di Herbert Brenon [e Carl Laemmle] – USA 1913
con King Baggot, Jane Gail
**

Visto su YouTube.

Il dottor Jekyll, medico che trascura la fidanzata Alice e la propria vita privata per dedicare gran parte del suo tempo ai pazienti poveri che cura per beneficenza, mette a punto una pozione per "liberare" la propria parte malvagia e trasformarsi, anche fisicamente, nel malvagio Mister Hyde. Prima (e unica sopravvissuta, a quanto pare) di tre – o quattro? – versioni cinematografiche del romanzo di Stevenson apparse nel 1913, è tecnicamente di buona fattura e riesce, nonostante la breve durata (26 minuti, divisi in due rulli), a condensare gran parte degli elementi fondamentali della storia, al punto che rappresenterà un buon punto di partenza per gli adattamenti successivi (a partire da quello del 1920 con John Barrymore). A mancare, anche in questo caso, sono però i dilemmi alla base della decisione di Jekyll di creare la pozione, che sembra avvenire per caso o per semplice curiosità. Una delle didascalie, letteralmente, descrive Jekyll come "un martire della scienza". Pare che il protagonista King Baggot provvedesse di persona al proprio make-up: quando recita nei panni di Hyde, fra l'altro, cammina rannicchiato per sottolineare la sua bassa statura (una caratteristica menzionata nel romanzo, ma che in pochi film viene evidenziata). Non accreditato, il grande Carl Laemmle avrebbe contribuito alla regia al fianco di Brenon (quest'ultimo è per lo più noto per aver ricevuto una nomination come miglior regista nel 1927, alla prima edizione degli Oscar, grazie al film "Sorrell and Son").

Dr. Jekyll and Mr. Hyde (Lucius Henderson, 1912)

Dr. Jekyll and Mr. Hyde
di Lucius Henderson – USA 1912
con James Cruze, Florence La Badie
*1/2

Visto su YouTube.

Il rispettabile dottor Jekyll, fidanzato con la figlia del pastore del villaggio in cui vive (niente Londra vittoriana!), sperimenta su sé stesso un farmaco che separa la sua parte buona da quella malvagia, trasformandosi così nel repellente signor Hyde. Quando si rende conto che non può più tenere la metamorfosi sotto controllo, preferirà avvelenarsi. Non il primo adattamento cinematografico del romanzo di Robert Louis Stevenson, ma il più antico a essere sopravvissuto (quello del 1908 è infatti andato perduto), ne mantiene solo l'ossatura di base: lo sviluppo della vicenda è molto rapido e compresso (d'altronde il film dura soltanto 12 minuti), i personaggi non hanno background né approfondimento (Jekyll non beve la pozione per esigenze particolari, ma solo per mettere alla prova le proprie teorie) e mancano del tutto i dilemmi morali e l'intensità drammatica. Anche Hyde – interpretato in alcune scene da Harry Benham – sembra più un folletto dispettoso (con i canini di fuori e i capelli scuri anziché bianchi come quelli di Jekyll) che non un uomo vizioso e criminale. Interessante solo dal punto di vista storico, per paragonarlo alle versioni successive. Il protagonista James Cruze intraprenderà più tardi la carriera di regista.