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22 febbraio 2023

Ararat (Atom Egoyan, 2002)

Ararat - Il monte dell'Arca (Ararat)
di Atom Egoyan – Canada/Francia 2002
con David Alpay, Christopher Plummer
**

Visto in divx.

Ani (Arsinée Khanjian), storica dell'arte canadese di origine armena che ha appena pubblicato un saggio sul pittore Arshile Gorky, viene ingaggiata come consulente dal celebre regista Edward Saroyan (Charles Aznavour), che intende girare un film sul genocidio degli armeni in Turchia nel 1915 e vorrebbe ispirare un personaggio proprio al pittore da bambino. L'occasione fa sì che Raffi (David Alpay), figlio di primo letto di Ani, cominci a interessarsi alla storia del proprio popolo e alla tragedia che ha vissuto, spingendolo a compiere un viaggio in quei luoghi, e in particolare attorno al monte Ararat. Di ritorno dal suo viaggio, sarà interrogato all'aeroporto di Toronto dal doganiere David (Christopher Plummer), che sospetta che stia cercando di introdurre droga nel paese, nascosta nelle scatole di pellicola cinematografica... Un film complesso, corale (ci sono molti altri personaggi: da Celia (Marie-Josée Croze), sorellastra e amante di Raffi, che incolpa Ani del suicidio del proprio padre; a Philip (Brent Carver), figlio gay di David, che deve recuperare il rapporto con lui; dal turco Ali (Elias Koteas), compagno di questi, nonché l'attore che interpreta il governatore ottomano Jevdet Bey, il "cattivo" del film; a Martin (Bruce Greenwood), l'attore che invece interpreta il "buono", Clarence Ussher, missionario americano in Turchia), e che intreccia temi molteplici e profondi. Forse mette fin troppa carne al fuoco, per di più in modo cronologicamente destrutturato (senza contare gli inserti metacinematografici, ovvero le molte scene del "film nel film"), ma nonostante un approccio difficile non manca di suscitare l'interesse dello spettatore verso una tragedia "dimenticata" o negata, che viene raccontata basandosi su fonti e documenti storici (come le memorie di Ussher, vissuto realmente). Il tema del genocidio armeno si porta appresso quello del rapporto con il proprio passato, che si tratti di un intero popolo o delle radici famigliari: tanti personaggi hanno genitori o antenati che hanno vissuto l'esodo (la madre del regista, per esempio) o ne sono stati segnati (il padre di Raffi), aspetti della vita di Gorky riecheggiano nelle esistenze dei personaggi contemporanei (il suicidio, il rapporto con la madre), la rappresentazione artistica (pittura, cinema, diario) diventa un modo di portare una testimonianza alle generazioni future. In più abbiamo riflessioni sul male, sulla natura umana (che il doganiere, con le sue indagini, cerca di comprendere), sul contrasto fra verità e bugie, e sulle relazioni fra genitori e figli. Molto, forse troppo, per un film comunque lodevole nei suoi intenti (un po' meno nei risultati), ben girato e con un buon cast. Eric Bogosian è Rouben, l'assistente del regista; Garen Boyajian e Simon Abkarian interpretano il pittore Arshile Gorky rispettivamente da ragazzino (nel film) e da adulto. Il didascalico sottotitolo italiano è senza senso, visto che dell'Arca dell'alleanza non si fa menzione (il monte Ararat è usato solo come simbolo e luogo geografico).

29 agosto 2021

Il viaggio di Felicia (Atom Egoyan, 1999)

Il viaggio di Felicia (Felicia's journey)
di Atom Egoyan – GB/Canada 1999
con Bob Hoskins, Elaine Cassidy
**1/2

Rivisto in TV (Prime Video).

Fuggita dalla natìa Irlanda in cerca del ragazzo inglese che l'ha messa incinta, la giovane Felicia (Elaine Cassidy) viene accolta e aiutata da Joe (Bob Hoskins), direttore del catering in una grande azienda di Birmingham, che vive da solo in una grande villa, circondato dai ricordi della madre (Arsinée Khanjian), un tempo celebre ed eccentrica protagonista di un programma tv sulla cucina. Ma dietro le maniere affabili e premurose dell'uomo si nasconde qualcosa di strano e pericoloso... Inquietante thriller costruito su due personaggi, con la sceneggiatura che svela poco a poco le sue carte: per quanto riguarda Felicia, attraverso una serie di flashback ambientati in Irlanda che ci mostrano i retroscena della sua fuga; di Joe, invece, veniamo lentamente a conoscenza del forte complesso di madre (della quale continua ogni sera a guardare le videoregistrazioni delle ricette: "il cibo di fa sentire amati", dice) e poi della sue "abitudini" di avvicinare ragazze sole, scappate da casa o in difficoltà. Nell'originalità del mostrare la storia da un duplice punto di vista (l'uomo, manipolatore e mentitore, ossessionato dai ricordi e dal passato, è di fatto protagonista del film quanto la sua vittima) si percepiscono echi di diversi film classici, a partire da quelli di Hitchcock (la scena in cui Joe porta a Felicia una tazza di cioccolata calda con il sonnifero è una citazione evidente da "Il sospetto"), per non parlare di "Arsenico e vecchi merletti", "Viale del tramonto" e "Che fine ha fatto Baby Jane". E nonostante il setting contemporaneo (una Birmingham operaia e industriale), i rimandi al passato strabordano da ogni parte, a cominciare dalla colonna sonora (Joe ascolta le oldies di Malcolm Vaughan, cantante gallese degli anni cinquanta, come "My special angel", di cui cita le parole in uno dei suoi dialoghi con Felicia), che pure comprende anche cose come "The sensual world" di Kate Bush. Peccato per alcuni tocchi un po' sopra le righe e per alcuni personaggi minori dalla caratterizzazione eccessiva (il padre di Felicia, la predicatrice religiosa).

21 giugno 2020

Il dolce domani (Atom Egoyan, 1997)

Il dolce domani (The Sweet Hereafter)
di Atom Egoyan – Canada 1997
con Ian Holm, Sarah Polley
***

Rivisto in divx, con Sabrina, per ricordare Ian Holm.

Quando lo scuolabus locale esce di strada e sprofonda nel lago ghiacciato, gli abitanti di una cittadina devono far fronte alla tragedia collettiva della perdita di tutti i loro figli. Ognuno reagisce a proprio modo: chi con la rabbia, chi con la rassegnazione e chi si chiude nel proprio dolore. È allora che fa la sua apparizione Mitchell Stephens (Ian Holm), avvocato che intende convincere tutti i genitori ad unirsi insieme per intentare una causa di risarcimento (non è chiaro verso chi: il produttore dell'autobus? l'autista alla guida (Gabrielle Rose), che pure amava profondamente quelli che chiamava "i miei bambini"? l'ente che doveva curare le strade o il guardrail?). Lo stesso Stephens, però, ha in fondo perduto una figlia: la sua Zoe (Caerthan Banks), tossicodipendente, che un tempo amava alla follia e che ora è diventata una fastidiosa estranea... Sceneggiato dallo stesso regista a partire da un romanzo di Russell Banks, a sua volta ispirato a un episodio realmente accaduto, è forse il miglior film di Egoyan, che dopo "Exotica" torna ad affrontare i temi della perdita, della manipolazione del dolore e del contatto emotivo: una riflessione acuta e profonda, intensa e niente affatto cinica, sul caso e la fatalità, sul lutto e le conseguenze, che coglie parte del proprio fascino dal suggestivo parallelo con la favola del Pifferaio di Hamelin, il quale portò via tutti i bambini di un villaggio per punire i genitori. Mentre nella fiaba a rimanere indietro fu un solo bambino perché zoppo, qui l'unica sopravvissuta è Nicole (Sarah Polley), costretta su una sedia a rotelle (e dalla cui testimonianza dipende l'esito della causa), per la quale la tragedia diventa un modo per uscire dalla propria infanzia e prendere consapevolezza della dura realtà della vita, compreso il torbido rapporto con il proprio genitore (Tom McCamus). Se c'è chi spera di ottenere del denaro dalla tragedia, altri – come il vedovo Billy (Bruce Greenwood), che ha perso i due figli – hanno una visione più fatalista: l'incidente è semplicemente capitato, ora è meglio voltare pagina e guardare avanti. Dopo tutto, interrogarsi sulle ragioni della tragedia per "incanalare la propria rabbia" (come dice Stephens), quando nulla fa pensare a qualcosa di diverso di una fatalità (una lastra di ghiaccio sulla strada), è come prendersela con una punizione divina. La struttura decostruita intervalla la trama principale con numerosi flashback (vedremo l'incidente soltanto a metà film) e flashforward (le sequenze di Stephens in aereo, mentre parla della figlia a una vecchia amica), mentre scenari e ambientazione (neve, ghiaccio) sembrano voler "congelare" i sentimenti per impedire loro di esplodere. Ma alla fine, in un modo o nell'altro, tutti troveranno la pace. Ottimo Holm in uno dei suoi rari ruoli da protagonista, che alterna momenti in cui appare freddo e cinico ad altri in cui si dimostra compassionevole (la stessa ambivalenza che ha verso la figlia).

3 settembre 2018

Chloe (Atom Egoyan, 2009)

Chloe - Tra seduzione e inganno (Chloe)
di Atom Egoyan – Canada/USA/Francia 2009
con Julianne Moore, Amanda Seyfried
**

Visto in TV.

Per mettere alla prova la fedeltà del marito (Liam Neeson), professore sospettato di stringere tresche con le sue studentesse, una ginecologa (Julianne Moore) assume la giovane escort Chloe (Amanda Seyfried) affinché seduca l'uomo e le racconti poi le sue reazioni. Non ho (ancora) visto "Nathalie...", il film originale di Anne Fontaine di cui questo è un remake, ma essendo una produzione francese mi immagino che fosse più morboso, più ambiguo e meno dozzinale di questo, che pure può contare sulle ottime interpretazioni di una Julianne Moore assai in parte (come al solito) e di un'espressiva ma enigmatica Amanda Seyfried. Liam Neeson recita invece al minimo sindacale, ma il suo ruolo non richiedeva molto di più. Se lo spunto di partenza è assai intrigante, già verso metà film si comincia a mostrare la corda, con sviluppi poco convincenti che si trascinano stancamente verso un finale non certo imprevedibile. Grandi assenti, ahimè, sono la tensione e la carica erotica, ovvero gli elementi che, in teoria, il soggetto prometteva maggiormente. Anche la regia di Egoyan (per la prima volta alle prese con una sceneggiatura non scritta da lui) mi è parsa un po' svogliata, il che non ha impedito al film di ottenere un buon successo al botteghino, il migliore per il regista fino ad allora. La fotografia di Paul Sarossy rende bene gli interni caldi ma asettici e le fredde strade di una Toronto innevata.

10 marzo 2018

Il perito (Atom Egoyan, 1991)

Il perito (The adjuster)
di Atom Egoyan – Canada 1991
con Elias Koteas, Arsinée Khanjian
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli in inglese.

Noah Render (Elias Koteas), perito per una compagnia di assicurazioni, ha il compito di entrare in contatto con le persone che hanno perso la propria casa in un incendio e di aiutarle a "superare lo shock", trovandogli una sistemazione provvisoria in un motel e compilando insieme a loro l'elenco di tutte gli oggetti di valore che hanno perduto, fino a quando la richiesta di risarcimento non va a buon fine. Premuroso e simpatetico, crea un legame e conquista a tal punto il favore dei suoi "clienti" da finire spesso a letto con loro. Ma non è l'unico a entrare prepotentemente nella vita delle persone: lo fa anche il ricco ed eccentrico Bubba (Maury Chaykin), che mette in scena strane pantomime in pubblico (travestito da barbone, per esempio) e si finge produttore cinematografico per poter curiosare nelle case altrui. E come Noah si occupa di classificare ciò che ha valore per le persone, lo stesso fa sua moglie Hera (Arsinée Khanjian), membro di una commissione di censura che ha il compito di catalogare (ed eventualmente vietare) film erotici e violenti (ma al tempo stesso registra clandestinamente tali pellicole per poterle mostrare alla sorella muta). A parte gli incubi notturni, marito e moglie hanno pochi punti di contatto: tanto che lui non si renderà nemmeno conto di stare per perderla. Forse il primo film di Egoyan a raggiungere una certa notorietà (anche se, a quanto ne so, non è mai giunto nel nostro paese), anticipa quell'atmosfera ambigua, sospesa, misteriosa e morbosa (a momenti persino surreale), con un misto di voyeurismo ed esistenzialismo, che caratterizzerà il suo primo vero successo, il successivo "Exotica". Per lunghi tratti, all'inizio, non si capisce chi siano questi personaggi e che cosa facciano: una sensazione di spaesamento amplificata dalla musica d'atmosfera di Mychael Danna. Poi, pian piano, comprendiamo il vero disagio che essi portano con sé: distratti da tutto ciò che sta loro attorno, trascurano infatti di guardare dentro di sé e si ritrovano dunque alienati e isolati. Proprio come la casa dove vive la famiglia di Noah, unico edificio completato (sia pure "fasullo", essendo stato eretto a scopi dimostrativi) in un lotto di terreno dove la costruzione delle altre case è stata rimandata (forse per sempre) e che dunque ha l'aspetto di un desolato deserto (che Noah si sfoga a riempire, tirando con l'arco fuori dalla finestra). Il film di compone di tante piccole situazioni episodiche, a volte surreali (come nei film di Roy Andersson, ma senza la stessa ironia) e a volte più significative (il vagabondo che si masturba fuori dalla finestra e davanti a Seta, la sorella di Hera, che ne resta sconvolta come invece non è di fronte ai film erotici che le porta la sorella; l'incontro fra Hera e il podologo sul treno; quello di Noah con la ragazza che lavora al motel o con i suoi tanti clienti; le messinscene nostalgiche o voyeuristiche di Bubba), che fungono da base su cui si appoggiano le menzogne, le bugie, la disperazione e la solitudine di personaggi che non hanno altro modo di vivere che quello di entrare nelle vite degli altri, anche se si tratta di completi sconosciuti.

27 febbraio 2016

Remember (Atom Egoyan, 2015)

Remember (id.)
di Atom Egoyan – Canada/Germania 2015
con Christopher Plummer, Martin Landau
***

Visto al cinema Apollo.

Dopo la morte della moglie Ruth, il quasi novantenne ebreo Zev Guttman (un Plummer fenomenale) fugge dalla casa di riposo per andare alla ricerca del comandante nazista che aveva sterminato tutta la sua famiglia ad Auschwitz e che si è rifugiato in Nord America sotto il falso nome di Rudi Gurlander. Il problema è che in giro ci sono quattro Gurlander, e Zev – che fra le altre cose soffre di demenza senile, dimenticando spesso i dettagli della propria missione – dovrà rintracciarli uno dopo l'altro se vorrà ucciderlo e vendicarsi. Dopo diverso tempo Egoyan torna ai livelli dei suoi film migliori ("Exotica", "Il dolce domani", "Il viaggio di Felicia") con una pellicola che – tenendo fede al suo titolo – intreccia mirabilmente i vari temi della "memoria": quella degli eventi storici dell'Olocausto, che rischiano di essere dimenticati man mano che i protagonisti e i sopravvissuti invecchiano e muoiono ("Siamo gli ultimi a poter riconoscere il volto di quell'uomo", spiega a Zev l'amico Max Rosenbaum (Martin Landau), il suo compagno di ospizio che ha rintracciato Gurlander e gli ha fornito tutte le informazioni per raggiungerlo); ma anche quella, più semplicemente, dei ricordi del proprio passato, destinata a degradarsi con la vecchiaia. E infatti Zev, a ogni risveglio, ripiomba in un'epoca in cui la moglie era ancora viva e fa fatica a ricordarsi dove si trova o cosa sta facendo: dovrà annotarsi le informazioni più importanti sulla propria pelle (come in "Memento": ma qui, significativamente, sul braccio ha anche un'altra "annotazione" che gli ricorda il suo passato, ovvero il numero del campo di concentramento) e rileggere in continuazione la preziosa lettera di Max con le istruzioni per la sua missione. Il gioco della memoria e dei ricordi che svaniscono, fra l'altro, non è fine a sé stesso, visto che costituisce un elemento essenziale della trama e giustifica il colpo di scena finale. Grande cast di attori anziani, che oltre a Plummer e Landau comprende anche Bruno Ganz e Jürgen Prochnow (due degli uomini oggetto della "caccia" di Zev). Durante il suo viaggio, il protagonista incontrerà quattro diversi aspetti del nazismo: il soldato inconsapevole, il prigioniero "diverso" (che ci ricorda come gli ebrei non furono le uniche vittime dell'Olocausto: un tema che naturalmente sta molto a cuore a Egoyan, che è di origine armena), il fanatico entusiasta (che non ha partecipato davvero allo sterminio; e proprio questa sua mancanza fa sì che, non rendendosi pienamente conto dell'orrore, possa continuare a professare la propria ideologia) e, infine, l'autentico nazista che si è ricostruito una vita e una famiglia in America, tenendo questa all'oscuro del proprio passato. Il viaggio a tappe di Zev è scandito da incontri con persone di tutte le età, di cui significativi sono quelli con i bambini, che rappresentano l'innocenza della "non conoscenza" (come quando la bimba domanda chi siano i nazisti, e Zev le risponde semplicemente che sono "persone cattive"). Interessante anche il rapporto di Zev con la musica (Moszkowski, Mendelssohn e Wagner: i primi due ebrei, il terzo il musicista più associato – suo malgrado – al nazismo), mentre al tema della memoria e della sua cancellazione (volontaria o meno) si sovrappone quello del delicato equilibrio (non sempre contrapposizione!) fra verità e menzogna ("False verità" era il titolo di un altro film di Egoyan). Henry Czerny è il figlio di Zev, Dean Norris il poliziotto neo-nazista.

12 maggio 2014

Devil's Knot - Fino a prova contraria (A. Egoyan, 2013)

Devil's Knot - Fino a prova contraria (Devil's Knot)
di Atom Egoyan – USA 2013
con Reese Witherspoon, Colin Firth
*1/2

Visto al cinema Arcobaleno, con Sabrina.

In una cittadina rurale dell'Arkansas, tre bambini di otto anni vengono trovati uccisi nel bosco: le strane modalità del delitto fanno sospettare che possa essersi trattato di un rituale satanico, e dunque le indagini prendono di mira tre adolescenti del luogo appassionati di occulto e di musica Heavy Metal. Nonostante la mancanza di prove, i ragazzi verranno condannati: e solo diciotto anni più tardi la revisione del processo, pur con una formula piena di dubbi, li rimetterà in libertà. Con le modalità del thriller giudiziario, il film racconta un caso di cronaca avvenuto realmente e che colpì molto l'opinione pubblica, generando documentari (la trilogia di "Paradise Lost"), ispirando canzoni e attirando l'interesse di diverse star di Hollywood (fra cui Peter Jackson, che ha prodotto un docu-film sull'argomento, e Johnny Depp, diventato amico di uno dei tre accusati). Egoyan è da sempre a suo agio nel descrivere le inquietudini, le paure e i lutti di una provincia profonda e arretrata, ma il suo non è un ritorno ai vertici de "Il dolce domani": la regia, per quanto adeguata, sembra ormai stanca e senza guizzi, incapace di sollevare l'interesse per una sceneggiatura da tv movie che si trascina con una certa noia, ingabbiata fra la necessità di restare fedele agli eventi che racconta e la tentazione di romanzarli. Quelli che veramente mancano, però, sono i personaggi: sia la Witherspoon (che interpreta la madre di una delle tre vittime) sia Firth (il detective Ron Lax, che si prende a cuore il caso perché contrario alla pena di morte) non riescono a infondere vita in figure stereotipate e molto meno interessanti, per esempio, dei tre ragazzi imputati (James Hamrick, Seth Meriwether e Kristopher Higgins), che avrebbero forse dovuto essere i veri protagonisti della pellicola. Come nella realtà, il film (che si concentra soprattutto sul pressapochismo delle indagini della polizia e sui pregiudizi che avrebbero portato alla prima condanna) si chiude senza dare una risposta sull'identità dell'assassino, ma seminando indizi e dubbi in diverse direzioni. E forse in questo sta quel poco di suggestione che, tutto sommato, lascia allo spettatore.

8 ottobre 2009

Exotica (Atom Egoyan, 1994)

Exotica (id.)
di Atom Egoyan – Canada 1994
con Bruce Greenwood, Mia Kirshner
***

Rivisto in DVD, con Giovanni, Ginevra e Marisa.

Francis (Greenwood), un agente delle tasse, non si è mai ripreso dalla morte della figlia, assassinata da un maniaco qualche anno prima. I ricordi lo tormentano e lo ossessionano, e per esorcizzarli si reca ogni sera all'Exotica, sofisticato locale notturno dove fa danzare al proprio tavolo Christina (Mia Kirshner), una giovane spogliarellista che si esibisce vestita da studentessa. Ma le sue attenzioni per la ragazza scatenano la gelosia di Eric (Elias Koteas), il deejay del nightclub, che in qualche modo lo convince a infrangere la regola principale del locale, quella che proibisce ai clienti di toccare le danzatrici, dandogli così una scusa per buttarlo fuori. Per vendicarsi, Francis chiede l'aiuto di Thomas (Don McKellar), proprietario di un negozio di animali esotici, gay represso e contrabbandiere di uova di pappagallo... La vicenda non è narrata linearmente ma viene fuori poco a poco, dettaglio dopo dettaglio, attraverso lunghe sequenze in cui i personaggi ripetono più volte le stesse azioni come parte di una routine che nasconde qualcosa di doloroso e di inespresso. Egoyan è bravo a costruire un'atmosfera carica di mistero e ambiguità (vengono accennati temi come quelli della pedofilia e dell'incesto, di cui lo spettatore è portato a sospettare Francis a più riprese, per non parlare delle tendenze omosessuali di Thomas che lo portano a bizzarri approcci con gli spettatori del teatro), senza mai sfociare nella volgarità. Tutti i personaggi sono alla ricerca di qualche tipo di contatto emotivo e umano, ma barriere di natura fisica (come le regole dell'Exotica) o psicologica sembrano continuamente frapporsi fra loro. La magnifica fotografia, le interessanti scenografie, i rimandi interni (gli specchi falsi alla dogana precorrono quelli nel nightclub; le uova nell'incubatrice si riflettono nello stato di gravidanza di Zoe, la proprietaria del locale), la sceneggiatura che svela i dettagli lentamente (con flashback, ricordi e immagini – anche filtrate dalla tecnologia – che solo nel finale svelano il loro reale significato), le buone prove degli interpreti, la musica di sottofondo (Christina danza sulle note di Leonard Cohen) e l'atmosfera avvolgente e ipnotica concorrono alla riuscita di una pellicola fredda e complessa ma anche coinvolgente. Il personaggio di Zoe è interpretato dalla moglie del regista, Arsinée Khanjian. Egoyan tornerà a riflettere sui temi dell'incomunicabilità, del dolore e della perdita nel suo film successivo, "Il dolce domani".