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13 maggio 2017

Alien: Covenant (Ridley Scott, 2017)

Alien: Covenant (id.)
di Ridley Scott – USA 2017
con Michael Fassbender, Katherine Waterston
*1/2

Visto al cinema Uci Bicocca.

L'equipaggio della nave spaziale Covenant, in missione di colonizzazione verso il pianeta Origae-6, riceve un misterioso segnale di origine umana da un vicino pianeta e decide di sbarcare per verificarne la provenienza. Qui incontrerà l'androide David (Fassbender), unico sopravvissuto della missione Prometheus, che nei dieci anni da allora trascorsi ha lavorato per modificare geneticamente la razza di predatori alieni creata dagli "ingegneri", rendendole creature sempre più perfette e letali... Secondo – dopo "Prometheus", appunto – dei prequel pensati da Scott per svelare le origini degli alieni apparsi per la prima volta nel suo leggendario film del 1979. E come nel caso dei prequel di "Star Wars", forse non ce n'era bisogno. Il regista ha dichiarato di «essere rimasto stupito che nessuno, sviluppando i sequel di "Alien", avesse voluto rispondere a una domanda fondamentale: chi ha creato quei mostri, e perché». Evidentemente, la domanda non era così importante. Penso che nemmeno H.R. Giger, disegnatore degli xenomorfi originali, si fosse posto la questione, e a ben vedere: gli alieni fanno paura perché diversi, letali e mostruosi, e non perché dietro di loro c'erano degli esseri che giocavano a fare le divinità. Solo in parte meno pretenzioso del film precedente, "Covenant" si rivela dunque una pellicola sostanzialmente inutile, che ripropone un canovaccio molto simile a quello del leggendario prototipo (c'è persino il personaggio femminile cazzuto, che lotta in canottiera contro il mostro, e anche il computer di bordo chiamato Mother). Ma a mancare sono il mistero, la tensione e la paura: proprio perché ci si trova di fronte a situazioni già viste e già ampiamente sperimentate in passato, non scatta mai la sensazione di orrore o di claustrofobia che persino i sequel riuscivano a tratti a comunicare, e le scene d'azione si sviluppano con il pilota automatico. In più, abbiamo una serie di personaggi davvero stupidi, che fanno in continuazione le scelte più idiote possibili, e ai quali è francamente difficile affezionarsi. Il peggiore di tutti, anche come caratterizzazione, è il capitano "con la fede" interpretato da Billy Crudup. La battaglia di Fassbender con sé stesso (oltre a David, interpreta infatti anche Walter, il sintetico a bordo del Covenant) è il pezzo forte della pellicola, che per il resto è da ricordare solo per la scena iniziale (con Guy Pearce nei panni di Weyland, una sequenza che forse doveva andare in "Prometheus" e che è stata dirottata qui) e per il colpo di scena finale (peraltro telefonato). La sceneggiatura fa uscire di scena in maniera piuttosto brusca sia Elizabeth Shaw (il personaggio interpretato da Noomi Rapace in "Prometheus") che gli "ingegneri": ma pare che il prossimo capitolo della franchise, intitolato probabilmente "Alien: Awakening", fungerà proprio da raccordo fra il film precedente e questo. Infine, una considerazione: nel 2012 "Prometheus" aveva puntato molto sul 3D (con polemiche sulla scarsa quantità di copie diffuse in versione regolare), mentre "Covenant" vi rinuncia completamente. Un ulteriore conferma che il fenomeno delle tre dimensioni si è già sgonfiato, rimanendo confinato a una manciata di blockbuster fracassoni (in particolare le pellicole Disney e Marvel).

12 aprile 2016

Alien: la clonazione (J.P. Jeunet, 1997)

Alien: la clonazione (Alien: Resurrection)
di Jean-Pierre Jeunet – USA 1997
con Sigourney Weaver, Winona Ryder
**1/2

Rivisto in DVD.

Sembrava che "Alien³" avesse messo la parola fine alla saga cominciata con il leggendario film di Ridley Scott, ma – miracoli della fantascienza – Ripley è tornata ed è pronta a combattere nuovamente gli xenomorfi. Duecento anni dopo la sua morte, viene infatti riportata in vita da un gruppo di scienziati al servizio dell'esercito, che l'hanno clonata per poter ricreare anche la regina aliena che ospitava dentro di sé. L'esperimento ha successo, ma Ripley stessa scopre di essere mutata in una sorta di ibrido fra uomo e alieno: oltre a forza e agilità incrementate, ha acquisito una sorta di legame empatico con gli extraterrestri. Tuttavia, quando i mostri sfuggono al controllo degli scienziati, la donna si allea con un gruppo di pirati e trafficanti spaziali per fermarli prima che la stazione spaziale, guidata dal pilota automatico, raggiunga la Terra. Del gruppo fa parte anche Call (Winona Ryder), androide di ultima generazione, dotata della capacità di agire in autonomia (un personaggio giovane che nelle intenzioni doveva "svecchiare" la franchise e che avrebbe potuto sostituire la Weaver, o affiancarsi ad essa, nelle successive pellicole). Scritto da un Joss Whedon alle prime armi (che si dichiarò insoddisfatto del risultato finale), il quarto film della saga è diretto dal francese Jean-Pierre Jeunet, reduce da un paio di pellicole interessanti soprattutto per il loro stile visivo ("Delicatessen" e "La città dei bambini perduti", girate insieme all'artista concettuale Marc Caro: ma il sodalizio fra i due si rompe con questo film). Scelto dopo che i produttori avevano inizialmente pensato a Danny Boyle, Peter Jackson e Bryan Singer, Jeunet – che per la prima volta non firma la sceneggiatura di un suo lavoro – porta a bordo molti dei suoi soliti collaboratori, sia tecnici (il responsabile degli effetti speciali Pitof, il direttore della fotografia Darius Khondji) che attori (Ron Perlman, Dominique Pinon). Nel cast ci sono anche Dan Hedaya (il generale) e Brad Dourif (uno degli scienziati).

Se dal punto di vista dell'intrattenimento il film rappresenta un passo avanti rispetto all'infelice terzo capitolo, di sicuro "La clonazione" è però quello più derivativo e meno originale, oltre che il meno "necessario" della franchise, che avrebbe potuto benissimo ritenersi conclusa con il lungometraggio precedente. Il target è decisamente più basso: nonostante occasionali scene "forti" (come quella in cui Ripley incontra i cloni che l'hanno preceduta, tentativi andati male e risultati in creature deformi che mostrano anche fisicamente la loro natura ibrida), la pellicola è più leggera e divertente delle precedenti e si prende meno sul serio, come dimostrano gag, battutine ("Con chi devo scopare per volare via da questa navetta?") e personaggi da fumetto (i pirati, ma non solo). Riguardo alle scene d'azione, sono interessanti quelle che si svolgono nei compartimenti allagati della stazione: guardando gli alieni muoversi sott'acqua, eleganti, agili e veloci nel nuoto, viene da pensare che forse il loro habitat naturale è proprio quello acquatico. Naturalmente non mancano i soliti riferimenti alla maternità ("Sono la madre del mostro", dice Ripley), esplicitati qui da immagini di tessuto biologico, materia uterina (e la stessa acqua citata prima) e dal parto "in diretta" della regina aliena. Anche Ripley, infatti, ha donato a sua volta qualcosa al mostro: un sistema riproduttivo umano. Ne nasce una creatura completamente ibrida, che riconosce sua madre in Ripley (e non nella regina), e che nei bozzetti originari di Jeunet avrebbe dovuto esibire anche genitali umani (sia maschili che femminili: naturalmente la censura hollywoodiana si oppose). Nel finale, Ripley e i pochi sopravvissuti giungono finalmente sulla Terra (la donna commenta: "Anch'io sono una straniera qui"). Si pensava infatti a realizzare un quinto film, ambientato sul nostro pianeta, ma poi (nonostante un possibile coinvolgimento di James Cameron) non se ne fece nulla. In ogni caso, nel 2004 uscirà il crossover "Alien vs. Predator" (non un granché, ma sempre meglio del suo pessimo sequel), e infine Ridley Scott tornerà alle radici della saga con i prequel non richiesti "Prometheus" e "Alien: Covenant".

10 aprile 2016

Alien³ (David Fincher, 1992)

Alien³ (id.)
di David Fincher – USA 1992
con Sigourney Weaver, Charles Dance
**

Rivisto in DVD.

Sulla Sulaco, l'astronave che sta riportando Ripley e i suoi compagni verso la Terra dopo gli eventi di "Aliens", si è introdotta anche una creatura aliena: questa fa precipitare la navetta su Fury 161, un avamposto minerario che funge anche da colonia penale, abitata da una ventina di carcerati che hanno scelto volontariamente di rimanere lì (formando una sorta di comunità religiosa) dopo che ogni attività di estrazione e di fusione è stata interrotta. Ancora una volta Ripley scopre di essere l'unica rimasta in vita, e che con lei nella prigione è giunto uno xenomorfo che semina la morte fra i detenuti. Come se non bastasse, la stessa Ripley è stata impregnata da un facehugger e ospita al suo interno una regina aliena pronta a nascere... Il terzo episodio della serie di Alien (il cui titolo, senza un vero motivo se non un vezzo grafico, presenta il 3 sotto forma di apice, come se si dovesse pronunciare "Alien cubed"), pur scegliendo coraggiosamente di cambiare ancora una volta direzione alla saga, anche a costo di scontentare i fan, risulta purtroppo inferiore in tutto e per tutto ai precedenti capolavori di Ridley Scott e James Cameron. La sua gestazione è stata lunga, difficile e tormentata, con numerosi sceneggiatori (lo scrittore di fantascienza William Gibson, Eric Red, David Twohy) e registi (Renny Harlin, Vincent Ward) succedutisi l'uno all'altro prima che i produttori decidessero di affidare la regia al giovane e inesperto David Fincher, al suo primo lavoro dopo alcuni video musicali e spot pubblicitari. Se l'ambientazione in cui si svolge la storia è interessante (una sorta di prigione-monastero, i cui delicati equilibri vengono turbati dall'arrivo di Ripley – unica donna e fonte di "tentazione" – prima ancora che dall'attacco dell'alieno), per il resto la pellicola – almeno nella versione uscita nelle sale – non sembra dotata di sufficiente energia. Tanto i primi due film avevano rappresentato delle pietre miliari per i rispettivi generi (la fantascienza-horror e l'action-bellico spaziale), tanto questo sembra scarno di idee e povero di suspense, con Fincher che cerca di costruire la tensione tramite ripetute sequenze del mostro in soggettiva e puntando tutte le sue carte su un finale che avrebbe voluto essere definitivo (ma non lo sarà: la franchise proseguirà cinque anni dopo con "Alien: La clonazione").

Il modo in cui vengono fatti subito uscire di scena Newt e Hicks, dopo tutta la fatica fatta da Ripley per salvarli in "Aliens" (in particolare la bambina), è particolarmente anticlimatico e ha suscitato parecchie critiche (anche da chi aveva lavorato ai film precedenti). L'androide Bishop, anch'egli danneggiato oltre ogni possibile riparazione, viene almeno riattivato brevemente dalla protagonista (e Lance Henriksen, nel finale, interpreta anche il Bishop originale, lo scienziato che ha creato gli androidi e che non è altro che uno dei pezzi grossi della compagnia Weyland-Yutani). Alcuni passaggi narrativi sono confusi (come ha potuto un facehugger entrare nella navetta della Sulaco? L'aveva forse lasciato la regina aliena al termine di "Aliens"? E da dove arriva quello che impregna il cane?) e in generale gli elementi più tipici della franchise sono riproposti senza particolare spessore (il mostro alieno non fa mai davvero paura). Anche i personaggi di contorno, a parte Ripley (che sfoggia un inedito look con i capelli rasati a zero), sono meno interessanti rispetto a quelli dei precedenti capitoli: si va dal medico della prigione, Clemens (Charles Dance), a sua volta un ex carcerato, al supervisore Andrews (Brian Glover), dal leader dei detenuti, Dillon (Charles S. Dutton), a vari altri prigioneri pressoché intercambiabili l'uno con l'altro (si riconoscono, fra i tanti, i volti di Paul McGann, Pete Postlethwaite e Ralph Brown). Del tema della religione, introdotto a fianco di quello della prigionia (fondendo di fatto due versioni precedenti della sceneggiatura, una che ambientava la storia in una colonia penale e un'altra in un pianeta-monastero), alla fine non se ne fa nulla di concreto: pare però che una versione estesa e rieditata, uscita nel 2003 (la cosiddetta "Assembly Cut"), insista maggiormente sul simbolismo religioso, di cui nella copia uscita al cinema c'è giusto traccia nel sacrificio finale di Ripley, quando si getta nella fornace nella sequenza più memorabile della pellicola. Rispetto ad "Aliens", spicca la quasi totale assenza di armi e, in parte, di tecnologia, scelta che contribuisce a dare a questo terzo capitolo almeno una sua personale identità. Diverso anche l'aspetto estetico, con la fotografia di Alex Thomson che punta quasi sempre su colori caldi, il rosso e (soprattutto) il giallo, al posto del freddo blu che caratterizzava il film di Cameron.

30 marzo 2016

Aliens (James Cameron, 1986)

Aliens - Scontro finale (Aliens)
di James Cameron – USA 1986
con Sigourney Weaver, Michael Biehn
***1/2

Rivisto in DVD.

Il terzo film di James Cameron è il seguito del fortunato "Alien" di Ridley Scott, che molta impressione aveva lasciato agli spettatori sin dalla sua uscita nel 1979 (è curioso notare come ben tre dei primi cinque lungometraggi di Cameron siano dei sequel: "Piranha paura", "Aliens" e "Terminator 2"; di quest'ultimo almeno aveva diretto anche il primo capitolo). Se l'originale mescolava la fantascienza con l'horror, questo ha invece tutte le stimmate del film bellico e d'azione. Si svolge 57 anni dopo il precedente, quando la capsula con a bordo Ripley (Sigourney Weaver), unica sopravvissuta del cargo Nostromo, viene recuperata da una stazione spaziale. Uscita dall'ibernazione, la donna (di cui finalmente conosciamo il nome: Ellen) racconta ai responsabili della compagnia Weyland-Yutani gli eventi dell'avventura precedente, ma inizialmente non viene creduta. Tutto cambia però quando la compagnia perde ogni contatto con le famiglie che nel frattempo avevano colonizzato il satellite roccioso su cui il Nostromo aveva fatto sosta. Nel timore che i coloni possano aver trovato l'astronave aliena e scatenato la furia degli xenomorfi, viene approntata una missione di salvataggio, di cui fanno parte – oltre a Ripley, al rappresentante della compagnia Burke (Paul Reiser) e all'androide Bishop (Lance Henriksen) – anche uno squadrone di marines spaziali, fra i quali spiccano l'inesperto tenente Gorman (William Hope), il sergente Apone (Al Matthews), il caporale Hicks (Michael Biehn) e la tostissima soldatessa Vasquez (Jenette Goldstein). I soccorritori giungono in ritardo, visto che la base dei coloni è stata ormai invasa dagli alieni che hanno sterminato tutti fuorché una bambina, Newt (Carrie Henn), nascostasi nei canali di aerazione. Nemmeno i marines riusciranno a tenere testa alle orde di mostri, e nonostante l'opposizione di Burke (la compagnia, proprio come nel primo film, vorrebbe riportare sulla Terra degli esemplari alieni per studiarli e sfruttarli come armi biologiche) l'unica soluzione sarà quella di far esplodere la base. Non prima, naturalmente, di uno "scontro finale" fra Ripley e la regina madre degli xenomorfi.

Il titolo al plurale mette subito le cose in chiaro. Se nel primo film l'equipaggio del Nostromo aveva dovuto far i conti con un alieno, stavolta le minacce sono molteplici. In quanto sequel, la pellicola è abile a riutilizzare tutti gli elementi del primo capitolo (per esempio il ciclo biologico dei mostri, il fatto che abbiano acido nel sangue, l'impiego di androidi da parte della compagnia, ecc.), senza travisarli o modificarli, ma integrandoli con nuove informazioni e nuovi dettagli (la presenza della regina aliena, colei che depone le uova). Può sembrare implausibile che, fra tutti i mondi a disposizione, gli esseri umani abbiano scelto proprio quel satellite roccioso (lontanissimo e isolato) per colonizzarlo e "terraformarlo", ma è un caso esemplare della sospensione dell'incredulità necessaria per godersi un film di questo tipo. La pellicola è essenzialmente divisa in due parti, con una lunga introduzione (quasi un'ora) che precede l'incontro con gli alieni; da lì in poi è tutta un'ininterrotta sequenza d'azione, una battaglia per la distruzione e la sopravvivenza fra i marines e gli alieni (con frasi entrate nel mito, come "Vengono fuori dalle fottute pareti!" o "Io dico: nuclearizziamo"), che culmina – ed è significativo, trattandosi di un film ad alto tasso di testosterone – nello scontro diretto fra le due figure "materne" di Ripley e della regina aliena. Entrambe combattono per proteggere i propri "figli": Ripley per salvare Newt, che di fatto ha "adottato" (nel momento di maggior pericolo, la bambina la chiama addirittura "mamma"), in sostituzione forse della vera figlia che ha perduto a causa del lungo tempo in cui è rimasta in ibernazione (in una scena tagliata, recuperata poi nell'edizione "Director's Cut" uscita in DVD, scopriamo che tale figlia è morta a 66 anni, prima che Ripley venisse tratta in salvo: la foto che viene mostrata è quella della madre dell'attrice Sigourney Weaver); la regina per vendicare la sua prole e le uova che sono state distrutte da Ripley stessa. Come nel precedente film, gli alieni sono terribili creature guerriere e assassine, ma non "cattive" di per sé: fanno solo quello che la natura dice loro di fare.

Il personaggio di Ellen Ripley, rispetto al primo film (che pure l'anticipava), ha una forte evoluzione: da "scream queen" a eroina d'azione che non si limita a scappare davanti ai mostri ma li affronta direttamente, come nell'iconico combattimento finale (grazie a un esoscheletro da lavoro). In numerose scene, Ripley dimostra di non avere meno forza e coraggio dei tanto celebrati marines spaziali (fra i quali, comunque, ci sono anche donne, sia pure "macho" e muscolose come Vasquez). In questo senso, la pellicola è stata un punto di svolta nella rappresentazione di genere all'interno del cinema d'azione, una tendenza che i successivi lavori di Cameron (a partire da "Terminator 2") non faranno che confermare. Anche la piccola Newt, pur essendo solo una bambina, esibisce tutta la sua forza di volontà e il suo coraggio, mentre fra i più "deboli" ci sono solo maschi (il tenente Gorman, il soldato Hudson, il traditore Burke). Naturalmente, avere forza e coraggio non significa essere supereroi: sia Ripley che Newt hanno paura dei mostri, come dimostra il fatto che entrambe soffrono di incubi a causa degli orrori cui hanno assistito e della perdita di amici e parenti. Significativo, dunque, che al termine del film, mentre stanno per ibernarsi, Ripley assicuri alla bambina che ora faranno "tutto un sogno fino a casa". La pellicola, d'altronde, si apriva con una bella transizione dal volto addormentato di Ripley alla rotondità del pianeta Terra visto dallo spazio. Come nel primo film, fra gli esseri umani si nasconde un robot: stavolta, però, che Bishop sia un androide è chiaro da subito (lo rivela la scena del gioco con il coltello, a seguito del quale si ferisce leggermente a un dito e ne fuoriesce il liquido bianco). E a differenza dell'Ash del primo "Alien", non è cattivo, segue (e cita) le leggi della robotica di Asimov e contribuisce nel finale a salvare Ripley e Newt. La regia di Cameron è dinamica, efficace e con molte idee (una su tutte, quella di mostrare la ricognizione dei marines attraverso le immagini riprese da ciascuno di loro, con tanto di nome in sovrimpressione sui vari schermi). La musica, d'atmosfera, è di James Horner (con il quale Cameron tornerà a collaborare per "Titanic"). Il film ha fortemente influenzato tutto un filone di fantascienza bellica che ha prosperato non solo al cinema, ma anche in fumetti e videogiochi (tipo "Halo"). La franchise proseguirà sei anni dopo con il meno riuscito "Alien³" di David Fincher.

2 marzo 2016

Alien (Ridley Scott, 1979)

Alien (id.)
di Ridley Scott – USA/GB 1979
con Tom Skerritt, Sigourney Weaver
****

Rivisto in DVD.

Il cargo spaziale Nostromo, in viaggio verso la Terra con sette membri di equipaggio (più un gatto) in ibernazione, riceve un misterioso messaggio in radiofrequenza emesso da un satellite roccioso. Come da regolamento, il computer della nave, Mother, sveglia gli uomini a bordo affinché indaghino sull'origine del segnale. Questo risulterà provenire da un'astronave extraterrestre, naufragata da anni, al cui interno si cela una minacciosa presenza... Il secondo lungometraggio di Ridley Scott, ideato e sceneggiato da Dan O'Bannon (già autore del soggetto di "Dark Star" di John Carpenter), è un'accattivante commistione fra fantascienza e horror, una delle pellicole più significative e influenti del genere, pur non scevra da riferimenti a lavori precedenti (da "La cosa da un altro mondo", di cui proprio Carpenter avrebbe girato a breve un nuovo adattamento cinematografico, a "Lo squalo" di Steven Spielberg, di cui lo stesso O'Bannon affermò che era una versione fantascientifica, passando per "Il mostro dell'astronave" di Edward Cahn e "Terrore nello spazio" di Mario Bava). Oltre a stabilire definitivamente il nome di Ridley Scott (preferito a Walter Hill e a Robert Aldrich) nell'olimpo dei registi emergenti di Hollywood, il film lanciò anche la carriera della protagonista Sigourney Weaver, allora attrice teatrale semisconosciuta e nemmeno accreditata come primo nome nei titoli di testa (anche per depistare gli spettatori su chi sarebbe sopravvissuto e chi no). Oltre alla Weaver (che interpreta Ripley, terzo ufficiale a bordo dell'astronave), il cast comprende Tom Skerritt (Dallas, il comandante), John Hurt (Kane, il secondo ufficiale, il primo a essere "infettato"), Ian Holm (Ash, l'ufficiale scientifico), Veronica Cartwright (Lambert, il navigatore), Yaphet Kotto (il nero Parker) e Harry Dean Stanton (Brett), i due tecnici della sala macchine. I "panni" del mostro, nella sua versione adulta (gli stadi precedenti consistono in modellini realizzati da Carlo Rambaldi), sono occasionalmente vestiti da Bolaji Badejo, oltre che da alcuni stuntmen.

L'inizio è lento, teso e pieno d'atmosfera. Dopo i bellissimi titoli di testa (disegnati da Richard Greenberg), la musica di Jerry Goldsmith risuona mentre la macchina da presa esplora i locali dell'astronave, vuoti perché i membri dell'equipaggio sono tutti in ibernazione. Un monitor si accende, con lo schermo che si riflette sulle visiere degli scafandri, dando inizio alla procedura del risveglio. È l'avvio di una vicenda caratterizzata da enorme tensione, da un impianto che mescola l'esplorazione dell'ignoto alla lotta per la sopravvivenza, e costruita su quella tipica struttura che negli anni a venire sarà confidenzialmente denominata "totomorti" (un gruppo di persone, in un luogo chiuso o isolato, alle prese con una minaccia che li elimina uno a uno). I vari personaggi sono introdotti a grandi linee (sappiamo poco o niente del loro passato), attraverso basilari dinamiche di gruppo (vedi i due tecnici, Parker e Brett, che nutrono una certa acrimonia verso gli altri perché il loro stipendio è inferiore). Non si tratta di figure standard o idealizzate, rispondenti agli stereotipi del film di fantascienza: e anche se i ruoli sono i soliti (comandante, ufficiale scientifico, ecc.), la distanza da "Star Trek" non potrebbe essere maggiore. L'arrivo dell'alieno a bordo dà vita a tutta una serie di momenti di genuino terrore, privi dell'ingenuità che permeava analoghi film negli anni cinquanta (fra i tanti, cito la scena in cui il mostro fuoriesce sanguinosamente dallo stomaco di Kane, una scena che si fa fatica a dimenticare e che terrorizzò, sul set, gli stessi attori: John Hurt era stato infatti l'unico a essere avvisato in anticipo di cosa sarebbe accaduto). Il resto della pellicola alterna sequenze ad alta suspense (l'esplorazione della nave alla ricerca del mostro), sussulti (gli improvvisi attacchi ai vari membri dell'equipaggio) e alcune sorprese (la rivelazione che Ash è un robot, cui segue la sua distruzione, con l'impressionante liquido bianco che gli fuoriesce dalla bocca al posto del sangue). E poi c'è tutta la coda finale, che anticipa "Terminator" (quando sembra che il mostro sia stato ormai sconfitto, ecco che ritorna e costringe Ripley a un ulteriore scontro).

Che la sola sopravvissuta, e dunque l'eroina della storia, sia una donna (per quanto "tosta"), fu di certo innovativo per l'epoca, anche se i tempi erano ormai pronti per una serie di protagoniste femminili anche in generi cinematografici tradizionalmente riservati agli uomini (l'anno prima c'era stato "Halloween" di Carpenter, a breve sarebbero arrivati "Nightmare", "Terminator 2", e tanti altri). In effetti, il sesso dei personaggi non ha alcuna importanza nell'economia della vicenda (ne avrà molto di più nel sequel, con il parallelo fra Ripley e la regina aliena nei loro duplici ruoli di madri): fra i sette membri dell'equipaggio (cinque uomini e due donne) non sembra contare nulla, né nel determinare la gerarchia di comando, né nel partecipare ad azioni pericolose (a esplorare il pianeta vanno in tre, fra cui una donna). E l'unico istante in cui la femminilità di Ripley viene messa in evidenza davanti allo spettatore è proprio nel finale, quando – rimasta da sola – si appresta a tornare nella capsula per l'ibernazione spogliandosi e restando in mutandine e canottiera. Per il resto la pellicola è neutra, tanto che pure l'alieno non pare avere un sesso (anche se, nel suo design, le allusioni sessuali non mancano). Il suo ciclo di vita si svolge attraverso una serie di stadi ben precisi: si parte dalle uova che Kane rinviene nell'astronave extraterrestre, dalle quali fuoriesce il cosiddetto "face-hugger", creatura artropode che si attacca come un parassita al volto della vittima, infettandola e usandola come veicolo per la successiva nascita dell'alieno vero e proprio. Fondamentale, per l'estetica del film, il memorabile e terrificante design del mostro, opera dell'artista svizzero H.R. Giger, che fonde suggestioni biologiche e meccaniche (in particolare per la seconda fila di mandibole che fuoriesce dalla prima). In generale, del mostruoso xenomorfo – sulla cui origine in questo primo film non si viene a sapere nulla – sono le caratteristiche fisiche a fare più paura: chi non ricorda l'acido che ha al posto del sangue, e che lo rende una creatura quasi impossibile da distruggere? Di fatto è un guerriero perfetto, apparentemente senza punti deboli: "Ne ammiro la purezza", spiega Ash.

Lo scontro fra gli uomini e l'alieno ha luogo in un'astronave diversa da tutte quelle che fino ad allora erano comparse nei film di fantascienza. Corridoi bui, pareti arruginite, tubi, condotte e griglie di ventilazione in bella vista: si tratta di una fantascienza "sporca", che mette in chiaro come l'astronava sia "usata" e si corrompa con il tempo, agli antipodi dunque di quegli ambienti perfetti, puliti e asettici che per molti anni avevano caratterizzato l'immagine del futuro. Questo realismo si trasmette anche ai personaggi (tutti "normali" lavoratori, con cui dunque il pubblico si poteva facilmente identificare), dando l'impressione che qualsiasi cosa possa accadere e soprattutto che nessuno è al sicuro. Man mano che la storia procede e che l'alieno elimina i vari membri dell'equipaggio, si comincia a sospettare che, forse, nessuno ne uscirà vivo. Persino la mascotte di bordo, il gatto Jones, diventa sospetto! La lavorazione potè contare su una grande quantità di disegni preparatori, di studi di costumi, ambienti, scenari e atmosfere, e il risultato si vede: la Nostromo sembra reale, e tutto questo contribuisce a rendere il senso di pericolo ancora più palpabile (il che è uno dei segreti della buona riuscita di un film horror). Claustrofobia, angoscia e terrore ne conseguono in maniera naturale. Il doppiaggio italiano, pur di alto livello, scivola qui e lì in fase di adattamento: il nome di Ripley è sempre pronunciato "Raiplei" (tornerà "Ripli" dal secondo capitolo), mentre qua e là fanno capolino i famigerati "nitrogeno" e "silicone" al posto di "azoto" e "silicio" (errori comuni per chi traduce dall'inglese "ad orecchio"). Il successo del film darà il via a una lunga e celebrata franchise, fra sequel ("Aliens", "Alien³", "Alien: La clonazione"), crossover (i due "Aliens vs. Predator") e prequel ("Prometheus", l'imminente "Alien: Covenant"), per non parlare di fumetti, romanzi, videogiochi e via dicendo.

18 novembre 2012

Prometheus (Ridley Scott, 2012)

Prometheus (id.)
di Ridley Scott – GB 2012
con Noomi Rapace, Michael Fassbender
*1/2

Visto in volo da Milano ad Abu Dhabi.

Dopo trent'anni, Ridley Scott ritorna al genere che lo aveva reso celebre a inizio carriera, la fantascienza. Ma la tanto attesa pellicola non riesce a ripetere i fasti di "Alien" (di cui è una sorta di prequel) o di "Blade Runner", e risulta pesante e noiosa, del tutto in linea con gli ultimi deludenti lavori di un regista che forse ormai non ha più molto da dire. Il film racconta il viaggio dell'astronave "Prometheus" in cerca nientemeno che delle origini dell'umanità: a guidare la missione, finanziata dall'anziano milionario Weyland, è l'archeloga Elizabeth Shaw, che grazie alle sue scoperte ha elaborato la teoria che gli esseri umani siano stati creati da una razza di extraterrestri, da lei chiamati "ingegneri". Giunti a destinazione su un pianeta roccioso e deserto, Elizabeth e gli altri membri dell'equipaggio (fra cui spicca l'androide David) scopriranno dapprima che gli ingegneri sono ormai scomparsi, e poi che il loro intento era quello di dare vita a un'altra creatura, selvaggia e pericolosa, per distruggere gli stessi esseri umani che avevano creato. Filosofico, anti-darwiniano (sotto le spoglie fantascientifiche siamo di fronte alla teoria del "disegno intelligente") e fideistico (il tema dei "veri credenti" permea l'intera narrazione e in particolare i personaggi di Elizabeth e di Weyland, che intende chiedere agli "ingegneri" il dono dell'immortalità), il film affronta temi ambiziosi (su tutti il mistero della creazione, com'è evidente sin dal titolo: che si tratti di quella degli esseri umani da parte degli alieni oppure – di riflesso – di quella del robot David da parte degli umani stessi) che però si risolvono in sterili sequenze d'azione e in un finale inconcludente, quando non vengono pigramente posticipate e poi definitivamente rinviate a un possibile sequel. Molti, ovviamente, i rimandi e le similitudini con "Alien", a partire dal personaggio femminile che si rivela il più forte e l'unico in grado di sopravvivere alle mostruose creature aliene (alcune scene, come quelle del parto con taglio cesareo, riecheggiano anche sequenze dei film successivi della saga). Se però Ripley (Sigourney Weaver) nel film del 1979 emergeva poco a poco, qui il ruolo di protagonista di Elizabeth è evidente sin dall'inizio. Diverse le similarità anche a livello dell'ambientazione e della tecnologia (le capsule per l'ibernazione a bordo dell'astronave, la presenza di un ambiguo robot, la mega-corporazione Weyland – che poi diventerà Weyland-Yutani – alle spalle della missione): tutto però è meno fascinoso del prototipo, che faceva della fantascienza "sporca" e realistica uno dei suoi punti di forza. Qui c'è molta meno originalità, anche pensando che il film arriva dopo "Avatar" e dopo mille altre astronavi asettiche e tecnologiche viste nei decenni passati. Il problema principale della pellicola, comunque, è l'incapacità di stimolare l'immaginazione del pubblico: la storia non sembra mai decollare e offre allo spettatore soltanto velate suggestioni che lasciano più frustrati che entusiasti, in attesa di risposte che non verranno mai o, se arrivano, risultano molto meno interessanti di quanto si poteva credere all'inizio. Oltre alla fotografia (da sempre punto di forza dei film di Scott) e all'aspetto visivo dei panorami extraterrestri, si salvano alcune trovate legate principalmente al personaggio del robot David, subdolo e manipolatore, che parla con frasi tratte da altri film (grazie ai quali ha imparato la lingua inglese) e che mostra nei confronti dei suoi "creatori" lo stesso interesse, misto a curiosità e rancore, che gli umani mostrano nei confronti degli "ingegneri". Bravo Fassbender a interpretarlo (a tratti ricorda lo Jude Law di "A.I."), anche se mantenere sempre la stessa espressione non gli sarà costato troppo sforzo. Nel cast anche un irriconoscibile Guy Pearce (nei panni "invecchiati" di Weyland: ma perché non scritturare un attore anziano anziché applicare tutto quel pesante trucco?) e la solita "algida" Charlize Theron (il cui personaggio, del tutto inutile, è mantenuto in vita fin troppo a lungo, per poi essere spazzato via con nonchalance).

21 febbraio 2011

Aliens vs. Predator 2 (Brothers Strause, 2007)

Aliens vs. Predator 2 (Aliens vs. Predator: Requiem)
di The Brothers Strause – USA 2007
con Steven Pasquale, John Ortiz
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Visto in DVD, con Martin.

L'astronave dei Predator, che al termine del film precedente decollava dall'Antartide portando con sé un guerriero infettato a sua insaputa da uno xenomorfo, precipita nei pressi di una cittadina del Colorado. I numerosi Aliens che trasportava, rimasti liberi, seminano morte e panico fra i residenti. Ben presto tutti gli abitanti della zona rimangono coinvolti nella lotta senza esclusione di colpi fra i feroci alieni e un Predator giunto appositamente per sterminarli. Privo di idee originali e di qualsiasi spunto di interesse, il film è essenzialmente un susseguirsi di scene d'azione frenetiche e confuse (perennemente al buio) e carneficine assortite di cui restano vittima personaggi stereotipati e senza alcuno spessore, interpretati da attori anonimi. Se già un confronto con il primo "Alien vs. Predator" (con il quale non ha quasi nulla a che vedere) è impietoso, figuriamo quanto sia impensabile azzardarne uno con i prototipi. I registi, i due fratelli Colin e Greg Strause, sono al loro esordio nel mondo del cinema e provengono dai videoclip e dagli effetti speciali.

Alien vs. Predator (Paul W.S. Anderson, 2004)

Alien vs. Predator (AVP: Alien vs. Predator)
di Paul W. S. Anderson – USA 2004
con Sanaa Lathan, Raoul Bova
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Rivisto in DVD.

Un gruppo di esploratori – di cui fanno parte il magnate Weyland (Lance Henriksen), la guida ambientalista Alexa (Sanaa Lathan) e l'archeologo Sebastian (un Raoul Bova che in quegli anni tentava, senza troppa fortuna, di sfondare a Hollywood) – scopre l'esistenza di un'antica piramide sotto i ghiacci dell'Antartide: l'edificio, che fonde caratteristiche delle culture egiziane, cambogiane e azteche, era stato costruito in tempi remoti per ospitare le battute di caccia di una razza di extraterrestri contro la preda per eccellenza, gli xenomorfi di "Alien", in una sorta di rito di passaggio. L'ingresso degli esseri umani nella piramide risveglia questi ultimi e contemporaneamente richiama i predatori sul pianeta: coinvolti nella sfida fra le due specie di alieni, i protagonisti dovranno scegliere da che parte stare se vorranno sopravvivere. Dalla fusione di due delle più popolari franchise horror/fantascientifiche degli anni ottanta nasce un crossover rivolto ai fan di entrambe le serie e tutto sommato abbastanza godibile, sebbene non certo all'altezza dei capostipiti (in particolare delle classiche pellicole di "Alien", di cui è di fatto un prequel visto che si svolge ai giorni nostri). Il regista è lo stesso del primo "Resident Evil", e si vede: molte trovate (come la mappa digitale della piramide in 3D che mostra i personaggi al suo interno) ricordano quel film, e anche la vicenda è essenzialmente simile, incentrata com'è su un gruppo di esseri umani in un luogo chiuso e sotterraneo e alle prese con mostri letali. Peccato che la caratterizzazione dei personaggi lasci un po' a desiderare: ma nel finale, quando Alexa si allea con il Predator per combattere l'Alien (all'insegna del motto "il nemico del mio nemico è mio amico"), e viene riconosciuta da questi come una degna "compagna di caccia", non mancano alcuni buoni momenti. Curiosa la presenza di Lance Henriksen, già apparso in due film di Alien nei panni di un androide (Bishop) che evidentemente verrà costruito a immagine di questo milionario, il fondatore della Weyland-Yutani Corporation. Era previsto anche un cameo di Arnold Schwarzenegger, ma l'attore ha declinato l'offerta dopo l'elezione a governatore della California. L'idea di unire le franchise di Alien e di Predator risale alla fine degli anni ottanta, quando la casa editrice Dark Horse aveva pubblicato un fumetto intitolato, appunto, "Aliens vs. Predator" (ma la trama era diversa). La febbre del crossover aveva già portato, l'anno precedente, alla realizzazione di un'altra pellicola di questo tipo, "Freddy vs. Jason", incentrata sullo scontro fra gli antagonisti delle saghe horror di "Nightmare" e "Venerdì 13".