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30 ottobre 2022

Splatters - Gli schizzacervelli (P. Jackson, 1992)

Splatters - Gli schizzacervelli (Braindead)
di Peter Jackson – Nuova Zelanda 1992
con Timothy Balme, Diana Peñalver
**1/2

Rivisto in DVD.

Il timido Lionel (Timothy Balme) vive con una madre severa e "castratrice" (Elizabeth Moody), che ostacola in ogni modo la sua relazione romantica con la commessa Paquita (Diana Peñalver). Quando la donna viene morsa da una scimmia-topo della Sumatra, si trasforma in uno zombie immortale che contagia col proprio morso conoscenti e parenti. E il povero Lionel avrà il suo da fare nel tenere a bada l'orda di zombie con robuste dosi di tranquillanti... Il terzo lungometraggio di Peter Jackson, dopo "Fuori di testa" e "Meet the Feebles", è una commedia horror caotica e anarchica, demenzialmente trash e sopra le righe, piena di momenti splatter e di un disgustoso body horror. Dall'incipit alla "Indiana Jones", con gli esploratori a Skull Island (una citazione da "King Kong") in cerca della scimmia-topo ("Singaia!"), al lungo e truculento finale, una vera orgia di sangue finto e frattaglie varie, la pellicola diverte all'insegna degli eccessi e di una regia inventiva che si appoggia sulle lezioni di Sam Raimi (l'uso del grandangolo, i primissimi piani, il montaggio serrato, le inquadrature sghembe, le soggettive e la fotografia colorata) e di Ray Harryhausen (le animazioni a passo uno, gli effetti speciali "artigianali"). Rispetto ai due film precedenti, la qualità dei suddetti effetti è decisamente migliore e il loro uso è più esteso. E se in certi punti la sceneggiatura (di Stephen Sinclair, Fran Walsh e lo stesso Jackson) dà la sensazione di procedere per accumulo di situazioni divertenti ma anche fini a sé stesse, incentrate su un umorismo slapstick/nero a tratti eccessivo (vedi, per esempio, la scena con il neonato zombie che Lionel porta al parco, peraltro aggiunta da Jackson a fine lavorazione perché dal budget erano avanzati dei soldi), bisogna però riconoscere che in una pellicola come questa non è certo la trama che conta. Memorabile il prete che combatte gli zombie a colpi di arti marziali ("Qui ci vuole il ninja di Dio!"). La vicenda è ambientata nella città natale di Jackson, Wellington, negli anni '50. L'adattamento e il doppiaggio italiano si prendono molte libertà, accentuando la scurrilità dei dialoghi.

28 ottobre 2022

Fuori di testa (Peter Jackson, 1987)

Fuori di testa (Bad taste)
di Peter Jackson – Nuova Zelanda 1987
con Peter Jackson, Craig Smith
***

Rivisto in divx.

Nella campagna neozelandese, un piccolo nucleo di agenti speciali inviati dal governo deve vedersela con un'invasione di alieni cannibali, scoprendo che gli extraterrestri lavorano per una compagnia di fast food intergalattica e intendono fare provviste di carne umana. Il primo film di Peter Jackson è un lavoro amatoriale (girato con pochi soldi e insieme a un gruppo di amici) che mette in mostra tutte le qualità cinematografiche e... artigianali del futuro regista de "Il Signore degli Anelli". Le scene splatter e "disgustose" abbondano (cervelli scoperchiati, tanto sangue e "frattaglie", bevute di vomito), così come costumi "fatti in casa" (gli alieni "patatosi", le cui maschere hanno le dimensioni del... forno nella cucina della madre di Jackson, dove sono state preparate) e practical effects (la casa vittoriana che decolla nel finale, ovvero un modellino spettacolarmente ben riuscito) debitori della lezione di Tom Savini: il tutto al servizio di una trama assurda e di momenti grotteschi a loro modo indimenticabili (la pecora che esplode!) e che naturalmente fanno parte del gioco. Il risultato è ridicolmente appassionante e divertente, grazie anche al dinamismo della regia, con camera mobile e a mano (nello stile del Sam Raimi de "La casa") e una musica che aggiunge dimensione alle scene d'azione. Quasi tutti recitano in più ruoli: Jackson stesso interpreta sia Derek, lo scienziato del gruppo (che perde pezzi di cervello e deve chiudersi il cranio con la cintura dei pantaloni), sia Robert, uno degli alieni. Inizialmente doveva trattarsi solo di un cortometraggio di 20 minuti, che poi è stato ampliato. La lavorazione si è protratta per quattro anni. Un bel documentario, "Good taste made bad taste", ne svela i retroscena e i metodi artigianali usati, grazie ai quali Jackson e i suoi collaboratori (qui c'è già il montatore Jamie Selkirk) si sono fatti le ossa per i film successivi (compresa la trilogia tolkieniana).

13 agosto 2022

Frodo is great... Who is that!!? (aavv, 2004)

Frodo is great... Who is that!!?
di Stan Alley, Nick Booth, Hannah Clarke – Nuova Zelanda 2004
con Bret McKenzie, Jemaine Clement
**1/2

Visto su YouTube, in lingua originale.

All'uscita de "La compagnia dell'anello", il primo film della trilogia de "Il Signore degli Anelli" diretta da Peter Jackson, alcune fan stavano guardando la scena chiave del Consiglio di Elrond, quando l'hobbit Frodo Baggins si offre di portare l'anello fino a Mordor. "Frodo is great... Who is that!!?", gridarono, notando un elfo affascinante, silenzioso e misterioso, situato all'estremità dell'inquadratura. Si trattava soltanto di una comparsa, un personaggio senza nome che appare sullo schermo per pochissimi secondi (tre in tutto, pare, sommando le varie scene della sequenza). L'acronimo ricavato dalla suddetta frase gli ha fornito un nome, Figwit appunto, e un sito web realizzato per l'occasione gli ha dato popolarità all'interno del fandom tolkeniano. Un po' per gioco, Figwit è diventato oggetto di teorie, disegni, racconti e poesie: e l'attore che lo aveva interpretato, il neozelandese Bret McKenzie (membro del gruppo comico-musicale Flight of the Conchords), ha finito per essere richiamato da Jackson e dai responsabili del casting per dare vita nuovamente al personaggio, stavolta con un ruolo parlato e come sorta di tributo ai fan, in una breve scena del terzo film, "Il ritorno del re" (è lui l'elfo che fa da scorta ad Arwen mentre sta recandosi ai Rifugi Oscuri). Questo documentario ne celebra la storia, raccontando l'ascesa del "fenomeno Figwit" attraverso interviste allo stesso McKenzie, ai suoi amici e famigliari, a membri del cast e dello staff della trilogia (Jackson compreso) e a tanti appassionati della Terra di Mezzo: è uno sguardo ironico e affettuoso alla potenza dell'immaginazione, alla capacità affabulatoria che quasi dal nulla (tre secondi di un personaggio marginale, muto e senza nome!) può creare storie e mondi interi. Alcune curiosità: il padre di Bret appare a sua volta come comparsa nel "Signore degli Anelli", anche se con un ruolo ben più importante: è infatti Elendil, il padre di Isildur, che cade in battaglia contro Sauron nel prologo del primo film. E Jemaine Clement, l'altra metà dei Flight of the Conchords, è stato il sodale di Taika Waititi (anche qui presente) nel film parodistico "Vita da vampiro".

8 luglio 2021

Vita da vampiro (T. Waititi, J. Clement, 2014)

Vita da vampiro (What we do in the shadows)
di Taika Waititi, Jemaine Clement – Nuova Zelanda 2014
con Taika Waititi, Jemaine Clement
**1/2

Visto in TV (Now Tv).

Una troupe cinematografica (che non vediamo mai sullo schermo) riprende la vita quotidiana di un gruppo di vampiri che abitano insieme a Wellington, in Nuova Zelanda: si tratta di Viago (Taika Waititi), dandy del diciassettesimo secolo; di Vladislav (Jemaine Clement) detto "L'impalatore" (ovvero Dracula); di Deacon (Jonathan Brugh), "giovane ribelle"; e di Petyr (Ben Fransham), simil-Nosferatu, il più anziano e recluso di tutti. L'idea alla base di questo divertente mockumentary è la stessa del film belga "Il cameraman e l'assassino" (dove la troupe di documentaristi seguiva un serial killer durante il suo lavoro e nell'esistenza di tutti i giorni), anche se virata maggiormente verso la commedia. Assistiamo così alle "normali" interazioni fra i quattro vampiri, che proprio come ogni gruppo di coinquilini devono imparare a convivere con le differenti personalità; alle loro attività (ovviamente notturne), agli incontri con altre creature fantastiche (streghe, zombie, e soprattutto licantropi) e al rapporto con i succubi, come Jackie (Jackie van Beek), "serva" di Deacon che gli procura vittime da cui succhiare il sangue; fra queste c'è Nick (Cori Gonzalez-Macuer), che diventerà il nuovo vampiro del gruppo, e il suo amico Stu (Stuart Rutherford), umano che li introdurrà alla vita moderna. Ispirato da un precedente cortometraggio (realizzato da Waititi e Clement nel 2005), di cui riprende alcuni personaggi e amplia le situazioni, il film ha riscosso un successo tale da portare alla nascita di una serie televisiva. Era anche in programma un sequel dedicato alla banda di lupi mannari che i vampiri incrociano a più riprese, ma poi non è stato realizzato (almeno per ora). Nel complesso un film semplice, carino e divertente per come gioca con i luoghi comuni e gli stereotipi sui vampiri (riuscendo comunque a rispettarli), mescolandoli con le dinamiche della vita moderna (le uscite con gli amici, i rapporti con i propri ex).

9 agosto 2020

Il Signore degli Anelli: Il ritorno del re (Peter Jackson, 2003)

Il Signore degli Anelli: Il ritorno del re
(The Lord of the Rings: The Return of the King)
di Peter Jackson – USA/Nuova Zelanda 2003
con Elijah Wood, Ian McKellen, Viggo Mortensen
***1/2

Rivisto in DVD (versione estesa).

"La battaglia per il Fosso di Helm è finita, la battaglia per la Terra di Mezzo sta per cominciare". C'eravamo lasciati così, al termine de "Le due torri", sull'orlo della guerra con Sauron e con il destino dell'anello in sospeso. E il terzo e conclusivo capitolo de "Il Signore degli Anelli" non delude le attese, rivelandosi la pellicola più epica e grandiosa della trilogia tratta dal romanzo di J.R.R. Tolkien, nonché la più lunga (oltre quattro ore nell'edizione estesa!). Dopo un breve prologo sull'origine di Gollum, quando era ancora un hobbit di nome Sméagol (Andy Serkis per una scena può recitare in prima persona, senza "rivestimenti" digitali: forse un premio per il suo exploit nel precedente film), prosegue il viaggio di Frodo e Sam verso Mordor. Gollum li guida per un pericoloso sentiero segreto, che sfiora la roccaforte di Minas Morgul (da cui escono le armate di Sauron, guidate dai Nazgûl e dirette contro Gondor) e si inerpica sulle montagne fino alla fortezza di Cirith Ungol. Durante il tragitto Gollum tradisce i suoi compagni: dopo aver separato Sam da Frodo, lascia che questi cada vittima del gigantesco ragno Shelob. Catturato dagli orchi di Cirith Ungol, sarà salvato da Sam che lo sosterrà fino a Monte Fato. Nel frattempo i restanti membri della compagnia dell'anello, finalmente riuniti dopo la battaglia del Trombatorrione, si confrontano con Saruman fra le rovine di Isengard. In una scena presente soltanto nell'edizione estesa del film (ne parliamo dopo) lo stregone bianco è ucciso dal suo stesso servitore, Gríma Vermilinguo. Più tardi i nostri si dividono di nuovo: Gandalf si reca a Minas Tirith, capitale di Gondor, per prepararla all'imminente assedio, conducendo con sé Pipino, che ha incautamente guardato nel palantír di Saruman, la pietra veggente con la quale lo stregone comunicava con Sauron. Aragorn (cui il mezzelfo Elrond ha consegnato Narsil, la spada di Isildur ora riforgiata, a suggello della sua autorità regale), Legolas e Gimli decidono di seguire il Sentiero dei Morti, radunando così gli spiriti di un antico popolo che tremila anni prima aveva tradito la propria alleanza con Gondor e che ora avrà l'occasione di riscattarsi. Merry, infine, rimane a Dunclivo, l'accampamento dove re Théoden ha radunato tutti i guerrieri di Rohan, in attesa di scendere a sua volta in battaglia.

Guidate dall'orco Gothmog, le forze di Sauron assediano Minas Tirith approfittando della confusione che regna in città. Il governatore reggente Denethor ha infatti smarrito ogni speranza e, dopo aver costretto il figlio Faramir a lanciarsi in un'inutile spedizione suicida per riconquistare le rovine di Osgiliath (da cui torna gravemente ferito), si rivela incapace di organizzare una difesa adeguata: sarà Gandalf a farlo al suo posto, dopo aver inviato – con l'aiuto di Pipino – una richiesta d'aiuto a Rohan. I Rohirrim giungono ai campi del Pelennor, davanti alla mura della città, proprio nel momento in cui la sconfitta sembrava ormai imminente, ovvero dopo che gli orchi avevano sfondato la porta di Minas Tirith con l'enorme ariete Grond. L'arrivo della cavalleria capovolge le sorti della battaglia, ma solo per un attimo: alla carica dei Rohirrim contro gli orchi, Sauron risponde con l'avanzata dei Sudroni (a bordo dei colossali olifanti). E mentre Éowyn ha il suo momento di gloria sconfiggendo (con l'aiuto di Merry) il Re degli Stregoni di Angmar, il temibile signore dei Nazgûl che aveva abbattuto re Théoden (e che, secondo una profezia, "nessun uomo può uccidere": viene infatti sconfitto da una donna e da uno hobbit), il provvidenziale arrivo di Aragorn e dell'esercito dei morti a bordo delle navi dei corsari di Umbar sugella finalmente la vittoria delle forze dell'Ovest. Non resta che l'ultimo passo: marciare direttamente contro Mordor per attirare le restanti truppe di Sauron davanti al Cancello Nero, distogliendo l'attenzione dell'Oscuro Signore da Monte Fato, dove Frodo e Sam stanno conducendo in segreto l'anello. Ma nelle viscere del vulcano, proprio davanti al fuoco del Sammath Naur, Frodo si lascerà tentare dal suo potere: sarà l'intervento di Gollum a causare involontariamente la distruzione dell'anello e la sconfitta definitiva di Sauron, il cui spirito si disperde. La lunga pellicola si conclude con una serie di finali concatenati: la felice riunione fra i personaggi sopravvissuti, l'incoronazione di Aragorn a Gondor (e il suo matrimonio con Arwen), il ritorno a casa degli hobbit e, infine, la partenza degli ultimi elfi (ma anche di Gandalf, Bilbo e Frodo) dai Rifugi Oscuri, verso le Terre Imperiture.

A saga conclusa, si può ben dire che si è trattato di un evento cinematografico senza pari e con un respiro d'altri tempi: il film di Peter Jackson (perché è di un unico film diviso in tre parti che si tratta, in fondo: ricordo ancora che le tre pellicole sono state girate tutte insieme e di fila, nell'arco di 14 mesi, per poi richiedere un lungo lavoro di post-produzione) non può essere paragonato a nulla di ciò che era stato prodotto nei trenta-quarant'anni precedenti, almeno da Hollywood. Bisogna tornare a nomi come i già citati David Lean o Akira Kurosawa per trovare termini di confronto adeguati. E rispetto ai due precedenti capitoli, in questa terza pellicola la portata degli eventi si eleva su scala ancora maggiore, mentre la guerra dell'anello finisce col coinvolgere eserciti di proporzioni colossali. Ogni personaggio viene trasfigurato e ogni vicenda innalzata a dimensioni epiche, senza però rinunciare a scrutare nell'intimo dei protagonisti e nelle loro motivazioni personali. Ciascuno, infatti, va incontro alla guerra e alla morte in modo differente: Éowyn nel disperato tentativo di sfuggire al peso delle consuetudini e per combattere al fianco di colui che ama; Faramir per la tragica lealtà nei confronti del padre e del suo popolo; Théoden per il desiderio di riscatto e per tener fede a un'antica alleanza; Pipino per rimediare agli errori commessi; Merry per non lasciare da soli i suoi amici; Aragorn per affrontare senza più alcun timore il suo glorioso destino; Frodo, naturalmente, per vincere i propri fantasmi e le proprie tentazioni, impersonate nel terribile anello. E, più importante di tutti, Sam per l'amicizia e la fedeltà verso l'amico, che non abbandona nemmeno nell'ora più buia, quando le ferite che non guariscono mai e i fardelli troppo pesanti da portare sembrano sbarrare la porta anche agli ultimi raggi di luce. Innumerevoli i momenti indimenticabili e le scene di grande cinema, tanto per gli spettatori a digiuno del romanzo quanto per chi lo conosce a menadito: si pensi al confronto fra Éowyn e il signore dei Nazgûl ("Io non sono un uomo!"), o a Gandalf che conforta Pipino parlandogli della morte ("La grande cortina di pioggia di questo mondo si apre e tutto si trasforma in vetro argentato. E poi... bianche sponde. E al di là di queste, un verde paesaggio sotto una lesta aurora", una descrizione che gli sceneggiatori hanno preso dall'ultimo capitolo del romanzo, quando Frodo veleggia verso Valinor).

Come e forse più degli altri due film, tuttavia, anche questo ha alcuni difetti. Nonostante la lunghezza, mancano delle risoluzioni, e molte cose sono state sacrificate per esigenze di tempo. In particolare, nell'edizione uscita al cinema, è assente il confronto finale con Saruman, lo stregone così catastroficamente sconfitto al termine del secondo film da negare a Christopher Lee persino una comparsata finale, privo di poteri e rinchiuso nella sua torre semidistrutta e guardata a vista dagli Ent: la scena della sua morte per mano di Gríma sarà inserita solo nell'edizione estesa, uscita in DVD. Si tace poi sulle ragioni della follia di Denethor e sull'origine del suo pessimismo, cosa che impoverisce il personaggio, forse quello al quale la trilogia cinematografica ha reso meno giustizia, trasformandolo da una figura tragica in un villain irrazionale e antipatico. Soltanto pochi secondi (e, anche in questo caso, solo nell'edizione estesa) sono riservati alle "Case di guarigione", uno dei miei capitoli preferiti del libro, e di conseguenza a una degna conclusione per Éowyn e Faramir. Infine, nonostante parecchi critici si siano lamentati del finale tirato per le lunghe, io la penso in maniera opposta: trovo che l'incoronazione del re e i "molti addii" siano volati troppo in fretta e avrei desiderato che il regista (e il montatore) ci si fossero soffermati per qualche minutino in più. Il difetto principale, comunque, è che gran parte della prima metà del film serve essenzialmente a far "andare avanti" la storia. C'è troppa carne al fuoco (il palantír, l'arrivo di Gandalf e Pipino a Minas Tirith, la spedizione di Faramir a Osgiliath, Aragorn sul sentiero dei morti, Minas Morgul, Shelob) per soffermarsi su ognuno di questi episodi con la dovuta calma. Il risultato è che per un'ora e mezza le vicende si dipanano senza suscitare lo stesso coinvolgimento emotivo dei film precedenti. Poi, miracolosamente, tutto cambia: quando i cavalieri di Rohan caricano davanti a Minas Tirith, ci accorgiamo di essere di fronte a un momento che attendevamo da anni. Da lì in poi, si sfiora il capolavoro. La battaglia dei campi del Pelennor, colossale ed epica, è molto diversa da quella del Fosso di Helm vista ne "Le due torri": non un assedio notturno sotto la pioggia, ma uno scontro in campo aperto e alla luce del giorno, altrettanto disperato ma decisamente più eroico.

Fra le scene più memorabili ci sono naturalmente quelle degli hobbit a Mordor, il vero nucleo narrativo del film. Di fronte a un Frodo sempre più provato (e tentato) dal fardello che ha scelto di trasportare, abbiamo un Sam che cresce fino a diventare praticamente la figura centrale della pellicola (se indubbiamente Frodo era il protagonista de "La compagnia dell'anello" e Aragorn quello de "Le due torri", Sam lo è a buon diritto de "Il ritorno del re"): e Sean Astin, rimasto un po' nell'ombra nelle pellicole precedenti, diventa di colpo il MVP della trilogia. Come ha detto qualcuno, è facile affrontare drammi e pericoli se si sa che alla fine c'è la ricompensa: ma è quando svanisce persino l'illusione della ricompensa che ci vuole Samvise ("Non posso portare il vostro fardello, padron Frodo, ma posso portare voi"). Sam è un personaggio che cresce lentamente anche nel romanzo, ma giunti alla fine sembra naturale che la storia si chiuda con lui, uno dei pochi a resistere al fascino tentatore dell'anello (a dire il vero, nel romanzo era presente una sezione che descriveva le illusioni di grandezza di Sam quando è in possesso dell'anello, gonfiata a dismisura nell'adattamento a cartoni animati de "Il ritorno del re" firmato dalla Rankin/Bass nel 1980: qui la scena è assente, anche perché lo spettatore non sa che Sam ha l'anello fino a quando non lo rivela anche a Frodo). Anche la momentanea separazione fra i due hobbit per via degli inganni di Gollum è farina del sacco degli sceneggiatori. E sempre dal film Rankin/Bass proviene forse l'ispirazione per alcune scene a Mordor con Frodo e Sam travestiti da Orchi. A livello di scenografie, spicca su tutte la bellissima città bianca di Minas Tirith, con i suoi sette livelli circondati dalle mura e costruiti su uno sperone di roccia sopra i campi del Pelennor. La cittadella con l'albero bianco, dove si trova la sala del trono, testimonia – con i suoi marmi bianchi e neri – della magnificenza della civiltà di Gondor, prestigiosa e antica, ben differente dal popolo di pastori e cavallerizzi di Rohan: il rapporto fra i due regni, nella Terra di Mezzo, è un po' come quello fra l'impero romano (nel periodo della sua decadenza) e le tribù di goti o di barbari a esso soggette. L'architettura e le decorazioni della cittadella sono state ispirate in parte agli scenografi del film da alcuni palazzi e monumenti di Firenze e Siena, oltre che dalla Cappella Palatina di Aquisgrana.

Dei tre film, questo è comunque quello che più si discosta dal materiale di partenza. Molte sono le scene e i personaggi del libro che vengono eliminati, come tutti i capitani di Gondor (Imrahil, Beregond) o altri abitanti di Minas Tirith (Bergil, Ioreth), le già citate Case di guarigione (e dunque l'Athelas), e naturalmente il ritorno nella Contea occupata dai mercenari di Saruman (nonostante le immagini che si erano viste nello specchio di Galadriel). L'edizione estesa rimedia almeno ad alcune delle mancanze più gravi, come l'assenza di risoluzione finale per Saruman (che muore a Orthanc, anziché a Casa Baggins): inizialmente la sequenza avrebbe dovuto concludere "Le due torri", ma Jackson la rinviò al film successivo per terminare il secondo in modo più solenne. Poi, al momento di montare "Il ritorno del re", pensò che sarebbe stato poco opportuno dedicare troppi minuti a un nemico già sconfitto. Qua e là, inoltre, piccole modifiche servono a dare maggiore tensione ad alcune scene. Va bene che quella che conta è la fedeltà allo spirito dell'opera, e non alla lettera, ma avrei gradito qualche scostamento in meno, visto che il libro V (la prima metà del terzo volume della trilogia) è forse quello che più mi piace di tutto "Il Signore degli Anelli". Non ho gradito per nulla il modo in cui è stato caratterizzato Denethor, l'assenza del suo palantír e il suo rapporto con Faramir. E ho trovato poco riuscita anche la rappresentazione di Osgiliath (che nel mondo di Tolkien era la prima capitale di Gondor), che appare un po' finta e di dimensioni ridotte, una manciata di rovine a poche centinaia di metri di distanza da Minas Tirith. Inoltre in questo terzo capitolo mi sembra che l'utilizzo di computer grafica abbia cominciato a prendere la mano ai cineasti, così come l'abuso di correzione digitale dei colori nella fotografia artificiale di Andrew Lesnie (così artificiale che può permettersi di mutare dal giorno alla notte – nell'edizione estesa – la scena in cui Pipino ritrova Merry sul campo del Pelennor): tutte tendenze che funesteranno il cinema hollywoodiano negli anni successivi. Altre modifiche rispetto al romanzo: l'esercito dei morti è decisivo per le sorti della battaglia del Pelennor (in maniera un po' troppo facile), mentre nel libro veniva congedato già prima, e sulle navi dei corsari di Umbar c'erano Gondoriani e Dúnedain (qui assenti, Halbarad compreso). Nella versione più lunga c'è anche la Bocca di Sauron: in un primo tempo era previsto che Sauron stesso, in forma fisica e armatura, si palesasse davanti al Morannon per affrontare Aragorn, ma poi è stato sostituito da un "semplice" troll.

In ogni caso questa trilogia ci ha consegnato un luogo immaginario e cinematografico che resterà nel cuore di molti negli anni a venire. L'interpretazione (e la visione) di Peter Jackson si affianca, senza sostituirla, a quella di Tolkien, con il merito di aver dato un volto a molti personaggi che sarà difficile immaginare con fattezze diverse (a partire da Aragorn, ora re Elessar, impensabile da scindere da Viggo Mortensen). Ottimi tutti gli interpreti, chi più e chi meno: i quattro hobbit (cinque, con un Bilbo ormai invecchiato e pronto a partire per "una nuova avventura"), Legolas (cui Orlando Bloom ha regalato, se non una personalità, almeno numerosi momenti da scavezzacollo: alcune "spacconate", come l'uccisione acrobatica di un olifante, sono state aggiunte in seguito al buon riscontro da parte dei fan), Gimli (personaggio comico, sì, ma anche stranamente intenso: il suo scambio di battute con Legolas – "Non avrei mai pensato di morire fianco a fianco ad un elfo!" - "E fianco a fianco ad un amico?" - "Sì, questo potrei farlo!" – è fra i più commoventi), un Gandalf sempre più autorevole, per non parlare di Théoden (memorabile il suo discorso ai cavalieri prima di attaccare), Éowyn (il confronto con il Re degli Stregoni è uno dei miei momenti preferiti del romanzo, avrò riletto quelle pagine centinaia di volte), Éomer, Faramir. Altri momenti mitici: il "Non inchinatevi a nessuno" rivolto da re Elessar ai quattro piccoli hobbit (mutuato da "Mulan"?), e ovviamente la partenza finale dai Rifugi Oscuri, con l'addio malinconico e agrodolce a un Frodo che non ha più l'anima per continuare a vivere nella Terra di Mezzo: "Siamo partiti per salvare la Contea. E l'abbiamo salvata, ma non per me", dice a Sam. Peter Jackson fa il suo cameo come uno dei corsari di Umbar, mentre Elanor (la figlia di Sam e Rosie) è interpretata dalla vera figlia di Sean Astin. Non dimentichiamo infine i personaggi in CGI: Gollum, innanzitutto, che anche nella corruzione e nella malvagità si rivela una figura tragica, nonché indispensabile per la buona risoluzione della vicenda. Ma anche il ragno gigante Shelob, protagonista di una delle sequenze più horror e raccapriccianti, e le aquile che giungono a combattere nel momento più opportuno. Qualcuno si è lamentato di un possibile buco di sceneggiatura (perché le aquile non sono state usate sin dall'inizio per portare l'anello a Monte Fato?), dimenticando che la missione di Frodo doveva essere segreta per non attirare l'attenzione di Sauron, e che i Nazgûl pattugliavano i cieli.

Il successo della pellicola è stato strepitoso, tanto al botteghino (all'epoca fu il secondo film a raggiungere il miliardo di dollari di incassi, dopo "Titanic") quanto presso la critica. Candidato a ben 11 premi Oscar (compresi quelli per il miglior film e la miglior regia), fece un raro clean sweep vincendo tutte e 11 le statuette ed eguagliando così il record dello stesso "Titanic" e di "Ben-Hur". In un certo senso, i premi sono da considerare assegnati non solo a questo film ma all'intera trilogia (che nel complesso ha vinto 17 Oscar su 30 nomination e ha rappresentato una vera pietra miliare nel cinema fantastico, nonché un avanzamento senza pari per la tecnologia degli effetti speciali). Per l'occasione Jackson tornò a lavorare con il montatore Jamie Selkirk, suo collaborare abituale ma assente nei primi due film della trilogia (ognuna delle tre pellicole ha infatti un montatore diverso, forse per differenziarle almeno in parte). La fenomenale colonna sonora di Howard Shore si arricchisce di un bel tema dedicato a Gondor (che si ode per la prima volta quando Gandalf cavalca verso la cittadella), mentre fra le canzoni spicca quella di Pipino (cantata da Billy Boyd) durante l'assalto di Faramir a Osgiliath, e quella di Annie Lennox sui titoli di coda (illustrati da Alan Lee), "Into the West", che nel testo è una sorta di rimando a "L'ultima canzone di Bilbo", scritta dallo stesso Tolkien. Se prima di questa trilogia il regista era già noto e apprezzato per la sua creatività e il suo entusiasmo cinefilo, ma solo da pochi fan, il successo lo renderà per alcuni anni uno dei nomi più potenti di Hollywood, al punto che due anni più tardi avrà carta bianca per realizzare un altro dei suoi sogni di bambino, un costosissimo remake del suo film preferito, "King Kong". La Terra di Mezzo, però, non scomparirà dagli schermi cinematografici. Negli anni seguenti appariranno omaggi, fan movie (come "The Hunt for Gollum" e "Born of Hope", entrambi del 2009) e infine, dal 2012 al 2014, quel prequel tanto atteso, "Lo Hobbit", firmato sempre da Jackson e diviso anch'esso (stavolta malauguratamente) in tre pellicole: avrebbe dovuto dirigerlo Guillermo del Toro, con il buon Peter soltanto come produttore, ma poi le cose sono andate diversamente e Jackson non ha resistito a far visita di nuovo alla meravigliosa Terra di Mezzo, un mondo immaginario che una volta conosciuto non abbandonerà tanto facilmente la mente e il cuore.

7 agosto 2020

Il Signore degli Anelli: Le due torri (Peter Jackson, 2002)

Il Signore degli Anelli: Le due torri
(The Lord of the Rings: The Two Towers)
di Peter Jackson – USA/Nuova Zelanda 2002
con Elijah Wood, Ian McKellen, Viggo Mortensen
****

Rivisto in DVD (versione estesa).

La compagnia dell'anello si è sciolta, ma il lungo viaggio di Frodo e Sam verso Mordor prosegue. Intenzionati a distruggere l'anello di Sauron nelle fiamme del Monte Fato, lungo il percorso i due hobbit incontrano Gollum, la creatura che ha custodito il "tesssoro" (come lo chiama lui) per cinquecento anni, prima che Bilbo glielo sottraesse, e che ora brama di rimpadronirsene. Frodo, però, gli estorce la promessa di accompagnarli nel loro viaggio. Nel frattempo gli orchi dello stregone rinnegato Saruman stanno conducendo Merry e Pipino a Isengard, ma vengono attaccati da un gruppo di cavalieri di Rohan: i due hobbit ne approfittano per fuggire nella vicina foresta di Fangorn, dove fanno la conoscenza di Barbalbero e degli Ent, una razza segreta di alberi semoventi. Quanto ad Aragorn, Legolas e Gimli, che erano sulle tracce degli orchi per liberare i loro amici, incappano in un Gandalf redivivo (promosso al rango di stregone bianco per confrontarsi alla pari con Saruman) col quale si recano a Edoras, la capitale di Rohan, terra dei cavalli e antico alleato di Gondor. Dopo aver liberato il re Théoden dalla nefasta influenza di Saruman e del suo consigliere Gríma, i nostri cavalcano insieme fino al Fosso di Helm, dove attenderanno l'assalto dell'armata di Saruman al riparo della fortezza del Trombatorrione. L'assedio e la successiva battaglia, che sarà vinta anche grazie al provvidenziale ritorno di Éomer, nipote del re, ingiustamente esiliato da Gríma, e il contemporaneo attacco degli Ent a Isengard segnano la sconfitta finale di Saruman. Nel contempo Frodo e Sam, resisi conto dell'impossibilità di accedere a Mordor attraverso il Cancello Nero, accettano la proposta di Gollum di penetrare nel paese da un sentiero secondario che solo lui conosce. Durante la traversata dei boschi dell'Ithilien sono però catturati da un drappello di soldati di Gondor, guidati da Faramir, fratello minore di Boromir, che come lui sembra cedere alla tentazione dell'anello e progetta di condurre gli hobbit alla propria capitale, Minas Tirith. Ma dopo uno scontro a Osgiliath con le forze di Sauron e con i Nazgûl (a bordo di nuove cavalcature alate), Faramir cambierà idea e lascerà Frodo e compagni liberi di proseguire la loro missione...

Se il primo film della trilogia de "Il Signore degli Anelli" raccontava la sua storia in maniera essenzialmente lineare (l'unica digressione, a parte l'incipit, era quella relativa alla prigionia di Gandalf a Isengard), il secondo segue invece tre vicende in parallelo (il viaggio di Frodo e Sam, le peripezie di Merry e Pipino con gli Ent, e il coinvolgimento degli altri personaggi nella guerra a Rohan), differenziandosi dal libro che era diviso – senza alternanza – in due sezioni ben distinte (la prima sulla guerra a Rohan, la seconda sul viaggio dei portatori dell'anello). In effetti il secondo capitolo di una trilogia si presenta sempre come il più problematico, perché spesso non ha né un inizio né un finale ben definito. Nel caso del romanzo di Tolkien la cosa era ancora più evidente, perché la divisione in tre volumi fu arbitraria. Peter Jackson e le sue co-sceneggiatrici, Fran Walsh e Philippa Boyens, risolvono il problema anticipando o posticipando parte del materiale del secondo tomo, che viene distribuito nelle altre due pellicole: se già la morte di Boromir (che apriva il volume) era stata narrata nel finale de "La compagnia dell'anello", altri eventi (lo scontro con Shelob, la resa dei conti con Saruman) vengono rinviati al film conclusivo, in modo da lasciare il massimo spazio alla grande battaglia del Fosso di Helm, che monopolizza l'intera pellicola (con i preparativi prima, e con l'assedio vero e proprio poi) e ne costituisce il climax drammatico. Per aumentare la tensione riguardo al viaggio di Frodo e Sam, inoltre, viene modificato il personaggio di Faramir, lasciando che anche lui (soprattutto per compiacere il padre, a dire il vero, come rivela una scena – presente soltanto nell'edizione estesa – che introduce in anticipo il sovrintendente reggente di Gondor) sembri cadere preda del nefasto potere tentatore dell'anello. Un potere, d'altro canto, che viene esercitato sempre di più su Frodo, che da personaggio solare diventa sempre più oppresso e tormentato. Nel complesso, se il lungometraggio precedente era essenzialmente una pellicola d'avventura, questo può essere definito a tutti gli effetti un film di guerra.

Girato in contemporanea con gli altri due, il film si apre riproponendo la scena dello scontro fra Gandalf e il Balrog di Moria, rivelandoci però che la lotta è proseguita anche dopo la caduta dal ponte di Khazad-dûm. Questo ci prepara al ritorno dello stregone, con una nuova veste bianca ("Sono Saruman... come avrebbe dovuto essere") e poteri rinnovati (le questioni metafisiche relative alla sua rinascita sono soltanto accennate, senza particolari approfondimenti: non si parla dei Valar o della natura degli Istari). La scomparsa e la resurrezione di Gandalf non rappresentano purtroppo l'unico caso in cui ci viene lasciato credere che un personaggio sia morto, salvo rivelare che non è così: un espediente che già nel libro si ripete più volte ma di cui Jackson abusa allo sfinimento, esagerando in maniera enfatica nel tentativo di accrescere la tensione anche quando non ce ne sarebbe bisogno (è quasi un ricatto emotivo, uno dei pochi difetti della trilogia). Era successo con gli hobbit a Brea e con Frodo a Moria, capita qui con Merry e Pipino presso Fangorn, e con Aragorn che cade da un dirupo dopo lo scontro con i Warg (una scena introdotta appositamente nel film), e accadrà ancora nel terzo film (Frodo avvelenato da Shelob, Faramir dopo l'assalto a Osgiliath, Merry ed Éowyn sui campi del Pelennor). E già che stiamo elencando i rari difetti di un film comunque di eccezionale livello: tutta la sottotrama relativa ad Arwen, alla sua mortalità, al legame con il destino dell'anello e alla decisione di abbandonare della Terra di Mezzo a guerra in corso, è oltremodo confusa e incoerente (oltre che spuria). In un primo momento la sceneggiatura prevedeva addirittura che il personaggio interpretato da Liv Tyler partecipasse alla battaglia del Trombatorrione, accompagnata da un'armata di elfi: alcune scene furono in effetti girate, ma poi i cineasti cambiarono idea. Gli elfi al Fosso di Helm sono però rimasti, guidati da Haldir di Lórien (e se la cosa non è piaciuta ai fan, va ricordato che anche nel libro si accenna al coinvolgimento degli elfi nella Guerra dell'Anello al nord, a Lórien stessa e a Bosco Atro).

La pellicola introduce il regno di Rohan, la terra dei Rohirrim (i "signori dei cavalli"), popolo di pastori e agricoltori ispirato alle tribù germaniche, più "barbarico" (se vogliamo) in confronto alla raffinatezza (ma anche alla decadenza) di Gondor: il legame fra i due è simile a quello fra i Visigoti e l'impero romano al tempo del suo declino. Il suo sovrano è Théoden, interpretato da Bernard Hill (sì, il capitano del "Titanic"!), che quando si apre la storia è sotto l'influenza di Saruman. Nel libro si trattava di una semplice persuasione, somministrata attraverso le velenose parole dell'infido consigliere Gríma Vermilinguo (un eccellente Brad Dourif). Nel film, invece, siamo di fronte a una vera e propria possessione a distanza da parte di Saruman, che Gandalf "espelle" come un esorcista. molto bella la realizzazione visiva di Edoras, la capitale del regno, con il suo "palazzo d'oro" che in realtà è una grande sala di legno, perfettamente in linea con le descrizioni di Tolkien e l'iconografia dell'alto medioevo. A Rohan facciamo anche la conoscenza dei due nipoti del re: il fedele guerriero Éomer (Karl Urban), che Jackson combina con il personaggio di Erkenbrand (assente nel film), e sua sorella Éowyn (Miranda Otto). A quest'ultima la pellicola dedica ampio spazio, trattandosi dopo tutto del principale personaggio femminile del romanzo, l'unico con sufficiente personalità da poter competere con quelli maschili. Coraggiosa e desiderosa di uscire dalla "gabbia" in cui le consuetudini e lo stato sociale l'hanno imprigionata, il suo maggior momento di gloria giungerà nel terzo film: per ora si "limita" a rappresentare un potenziale interesse romantico per Aragorn (di cui si invaghisce, non ricambiata). Altra new entry di rilievo è David Wenham nel ruolo di Faramir: le azioni del personaggio si discostano dal romanzo, per via della necessità di avere un antagonista che facesse da ostacolo al viaggio di Frodo e Sam, essendo stata spostata Shelob al terzo capitolo. John Leigh e Bruce Hopkins sono Háma e Gamling, due Rohirrim. Infine, come già detto, nell'edizione estesa appare già John Noble nel ruolo di Denethor.

Quella al Fosso di Helm è una delle battaglie più colossali e spettacolari che si siano mai viste al cinema, degna di figurare al fianco di capisaldi del genere come "Aleksandr Nevskij" di Sergei Eisenstein, "I sette samurai" e "Il trono di sangue" di Akira Kurosawa, e – per citare titoli più recenti che funsero da ispirazione – "Braveheart" di Mel Gibson e la "Giovanna d'Arco" di Luc Besson. Richiese tre mesi di riprese, migliaia di comparse, l'utilizzo di giganteschi modellini, per non parlare degli effetti speciali. La fortezza del Trombatorrione, disegnata da Alan Lee, ci viene illustrata sullo schermo con tutte le sue caratteristiche ben prima che cominci l'assedio, mentre gli uomini di Edoras e gli sfollati di Rohan vi prendono rifugio, in modo che nelle sequenze successive gli spettatori abbiano ben chiara la "geografia" dello scontro. Venne qui usato per la prima volta un software apposito, chiamato Massive, che consentiva di animare i diecimila soldati dell'esercito degli Uruk-Hai, ciascuno in maniera diversa, così da simularne realisticamente il comportamento. Come risultato abbiamo una battaglia che coinvolge ed emoziona, che comincia di notte, sotto la pioggia, per proseguire con alterne fortune fino all'alba in cui la luce del sole, significativamente amplificata dalla magia di Gandalf, spazza via le forze dei nemici. Curiosità: anche il film animato di Ralph Bakshi aveva il suo culmine nella battaglia al Fosso di Helm, evidentemente considerato un momento perfetto per interrompere la vicenda (Saruman è sconfitto, nel film seguente ci si potrà concentrare su Sauron). Nel corso dello scontro vengono cementati i rapporti fra i personaggi che già conosciamo, in particolare fra Legolas (autore di alcune "spacconate" come la discesa sulle scale con uno scudo a mo' di skateboard) e Gimli (di cui si accentua il lato comico), che come nel libro competono amichevolmente per vedere chi uccide più nemici. Da notare che, sempre in questo film, in alcune scene si chiarisce che dalla parte di Saruman e di Sauron non ci sono solo orchi ma anche uomini (i Drúedain, o uomini selvaggi, per lo stregone bianco, e gli Esterling e i Sudroni con i loro olifanti per l'Oscuro Signore).

A parte la battaglia, uno degli aspetti più innovativi del film è costituito dal personaggio di Gollum, realizzato in computer grafica (CGI) con la tecnica del motion capture, ovvero "ricalcando" le movenze e le espressioni di un attore, Andy Serkis, che recitava indossando una speciale tuta in grado di catturarne i movimenti. Siamo a metà strada fra l'animazione e le riprese dal vivo, e la tecnica – allora rivoluzionaria – diventerà una costante del cinema fantastico e di effetti speciali, quando il digitale prenderà sempre più il sopravvento (esautorando a volte l'artigianalità), anche se quasi mai con lo stesso grado di espressività che Serkis dona al personaggio. Già citato in precedenza, Gollum è una delle creazioni più tragiche e affascinanti di Tolkien, un proto-hobbit che l'anello (di cui è rimasto in possesso per cinquecento anni) ha gradualmente trasformato in un essere disgustoso e abbietto, ma che pure conserva un barlume di umanità. Jackson rende tale contrasto esplicitando la duplice natura del personaggio, quasi che avesse una doppia personalità (Gollum e Sméagol, come si chiamava alla nascita), facendolo dialogare con sé stesso in una delle scene più belle e memorabili della pellicola, al punto da raggiungere quello che in fondo era anche lo scopo di Tolkien: farci provare pietà e compassione per lui. All'uscita del primo film, "La compagnia dell'anello", la tecnologia digitale non aveva ancora raggiunto il livello necessario per la post-produzione, e per questo motivo Gollum non appariva mai chiaramente con le fattezze che ha invece nei successivi due film. Pur essendo creato al computer, ci sembra reale e concreto, interagisce con gli attori in carne e ossa in maniera realistica, e i suoi tratti deformi e un po' cartoonistici evitano il fenomeno della "uncanny valley" (il problematico effetto di spaesamento quando una creatura in CGI assomiglia troppo a un essere umano). Altri personaggi digitali in questo film sono gli Ent, gli alberi senzienti, che grazie a Merry e Pipino vengono guidati da Barbalbero in battaglia contro Isengard, "vendicando" così la distruzione della foresta e della natura perpetrata da Saruman, un tema assai caro a Tolkien che aveva vissuto con dolore i cambiamenti apportati dall'industrializzazione alla campagna inglese dove aveva trascorso parte dell'infanzia. E poi ci sono mostri vari, come i Warg (i lupi mannari) e le cavalcature dei Nazgûl.

Il titolo "Le due torri" provocò qualche perplessità all'uscita del film, perché molti ci videro un legame con le due Torri Gemelle di New York, distrutte nell'attentato dell'11 settembre 2001 (e questo nonostante il libro di Tolkien risalga agli anni Cinquanta!): fortunatamente, di fronte ad alcune proteste in questo senso, i cineasti e la produzione rifiutarono di cambiarlo. Dopotutto la trilogia tolkieniana ha rappresentato il primo grande blockbuster fantastico post-11 settembre (la prima pellicola uscì solo tre mesi dopo l'attentato), e fra le cause del suo successo potrebbe annoverarsi proprio il bisogno di evasione del pubblico generalista (Tolkien stesso, a chi accusava i suoi libri e in generale le fiabe o la letteratura fantasy di fornire al lettore un deprecabile motivo di escapismo, scriveva che "l'evasione del prigioniero non va confusa con la fuga del disertore"). Tornando al titolo, la pellicola esplicita chiaramente che le due torri citate sono quelle di Orthanc e di Barad-dûr, vale a dire le roccaforti di Saruman e di Sauron, a suggellare la loro alleanza. Nel romanzo (dove quella fra i due "cattivi" è semmai più una rivalità) la questione rimane nel dubbio, tanto che lo stesso scrittore (a cui il titolo fu imposto dagli editori) valutò più interpretazioni: le torri potrebbero essere Orthanc e Minas Morgul, oppure Orthanc e Cirith Ungol, o ancora Minas Tirith e Barad-dûr. La colonna sonora di Howard Shore continua a essere molto bella: in questo secondo film è da segnalare l'esordio del tema di Rohan, ma anche la suggestiva "Evenstar" che accompagna il presagio (onirico) dell'invecchiamento e della morte di Aragorn da parte di Arwen. La canzone finale, "Gollum's song", è cantata dall'italo-islandese Emiliana Torrini (in sostituzione della prima scelta Björk) e ha un feeling più cupo e disperato rispetto a quelle degli altri due film. Nell'edizione estesa c'è anche un'altra canzone, cantata da Éowyn (in rohirric) al funerale di Théodred, figlio del re. Peter Jackson ha un cameo come uno dei soldati di Rohan sulle Mura Fossato. Il film fu candidato a sei premi Oscar e ne vinse due (effetti visivi e montaggio sonoro).

5 agosto 2020

Il Signore degli Anelli: La compagnia dell'anello (Peter Jackson, 2001)

Il Signore degli Anelli: La compagnia dell'anello
(The Lord of the Rings: The Fellowship of the Ring)
di Peter Jackson – USA/Nuova Zelanda 2001
con Elijah Wood, Ian McKellen, Viggo Mortensen
****

Rivisto in DVD (versione estesa).

Il misterioso anello che l'hobbit Frodo Baggins ha ereditato dal vecchio zio Bilbo, prima che questi abbandonasse all'improvviso la Contea dopo la festa per il suo centoundicesimo compleanno, non è un "semplice" monile magico che rende invisibili. Si tratta in realtà dell'Unico Anello, quello che domina tutti gli altri: un oggetto malvagio e tentatore forgiato in tempi antichi da Sauron, l'Oscuro Signore di Mordor e nemico dei popoli liberi, che vi aveva riversato gran parte del proprio potere prima di essere sconfitto in battaglia, e di cui ora desidera tornare in possesso per dominare l'intera Terra di Mezzo. Su consiglio del saggio stregone Gandalf il grigio, Frodo lascia dunque Casa Baggins e la propria vita tranquilla per portare l'anello – che dona sì un potere immenso, ma ha anche la capacità di corrompere ogni creatura – il più lontano possibile. E insieme al fedele giardiniere Samvise "Sam" Gamgee, ai cugini Meriadoc "Merry" Brandibuck e Peregrino "Pipino" Tuc, nonché con l'aiuto dell'enigmatico avventuriero Aragorn (discendente di quell'Isildur che secoli prima strappò l'anello a Sauron, senza avere poi il coraggio di distruggerlo), riesce a raggiungere Gran Burrone, la dimora del mezzelfo Elrond, sfuggendo agli assalti dei nove Cavalieri Neri, i Nazgûl, servi dell'Oscuro Signore. Qui, dopo un consiglio cui partecipano i rappresentanti di tutte le razze libere per decidere sul da farsi, e con l'aggiunta dell'elfo silvano Legolas, del nano guerriero Gimli e di Boromir, figlio del sovrintendente reggente di Gondor, si forma la "compagnia dell'anello", il gruppo di nove eroi che avrà il compito di accompagnare Frodo nel pericoloso viaggio verso Mordor, con lo scopo di distruggere l'anello gettandolo nel fuoco di Monte Fato, il vulcano dove fu forgiato. Ma il tragitto è lungo e difficile: perduto Gandalf nelle miniere di Moria dopo lo scontro con un Balrog, antico demone fiammeggiante, la compagnia attraversa il regno elfico di Lothlórien per poi dividersi davanti alle cascate di Rauros. Qui Boromir muore trafitto dalle frecce dei nemici dopo aver cercato di sottrarre l'anello a Frodo; Merry e Pipino sono presi prigionieri dagli orchi di Saruman, lo stregone traditore; Aragorn, Legolas e Gimli si lanciano al loro inseguimento; e Frodo e Sam proseguono da soli il difficile viaggio verso Monte Fato.

Quando Peter Jackson, regista neozelandese già noto per alcuni film horror creativi e a basso costo, annunciò che avrebbe presto realizzato un adattamento in live action de “Il Signore degli Anelli”, tutto il fandom si mise in agitazione. Ambientato in un mondo immaginario ma descritto sin nei minimi particolari, il libro era lungo, ricchissimo e complesso, e tutti i tentativi passati di portarlo al cinema con attori in carne e ossa erano andati incontro al fallimento, tanto da lasciar credere che si trattasse di un'impresa impossibile. Pubblicato nel 1954/55 in tre volumi che corrispondono più o meno ai tre film di questa trilogia, di cui conservano i titoli (una divisione peraltro voluta più dagli editori che dell'autore, che lo ha sempre considerato un testo unico), quello di J.R.R. Tolkien è uno dei romanzi più popolari e importanti del ventesimo secolo, capostipite di un intero genere, l'high fantasy, che ha influenzato l'immaginario collettivo, ispirato innumerevoli artisti (in tutti i campi: dalla letteratura alla musica, dalle illustrazioni ai giochi di ruolo) e generato centinaia di imitatori. Ciò che rende però speciale il testo di Tolkien è l'enorme lavoro di world building che sta dietro alla storia. Professore di letteratura, lingue antiche e filologia, lo scrittore aveva lavorato per decenni alla costruzione di una propria mitologia, inventando linguaggi (con tanto di grammatica) e redigendo cronologie e leggende interconnesse fra loro: e quando i suoi editori gli chiesero di scrivere un seguito de "Lo Hobbit", romanzo per bambini che aveva dato alle stampe nel 1937, decise semplicemente di ambientare la nuova storia nell'universo che aveva già forgiato. "Il Signore degli Anelli" si svolge infatti durante gli ultimi anni della Terza Era della Terra di Mezzo, un mondo il cui passato era stato descritto in decine e decine di testi in prosa e in versi fino ad allora rimasti inediti, molti dei quali saranno pubblicati solamente dopo la morte dell'autore, a cura del figlio Christopher (l'imprescindibile "Silmarillion" e i numerosi volumi dei "Racconti incompiuti" e della "History of Middle-Earth", per la maggior parte tuttora inediti in italiano). Nel nostro paese la sua popolarità è sempre stata funestata da malsane sovrainterpretazioni politiche (e, di recente, da una pessima nuova traduzione).

Personalmente ho letto per la prima volta "Il Signore degli Anelli" agli inizi degli anni ottanta, dopo aver conosciuto il mondo di Tolkien grazie al film animato di Ralph Bakshi e soprattutto al suo adattamento a fumetti in tre volumi di Luis Bermejo (che da bambino rilessi innumerevoli volte): da allora, per una ventina d'anni, ho continuato a riprendere in mano il romanzo quasi ogni estate, fino a conoscerlo praticamente a memoria. E come tanti altri appassionati, anch'io ho sognato o immaginato a lungo un adattamento cinematografico con attori in carne e ossa, consapevole però della difficoltà del compito, vuoi per la lunghezza – oltre mille pagine! – del romanzo (che suggeriva semmai di realizzare un serial televisivo: all'epoca ignoravo l'esistenza degli adattamenti low budget russi e finlandesi di cui ho recentemente parlato nel blog), vuoi per l'immensità dell'ambientazione e la ricchezza dei personaggi (che, se non mantenuta o riprodotta adeguatamente, avrebbe rischiato di ridurre il valore e la complessità di un eventuale film). Per di più, a differenza di altri generi (la fantascienza in primis), il fantasy al cinema aveva sempre avuto poca fortuna e aveva generato scarsissimi titoli di rilievo, quasi mai capolavori (i due "Conan", "Legend", "Willow"...). Eppure, all'inizio degli anni Duemila, i tempi si rivelarono finalmente maturi. Jackson, che oltre che talentuoso era un autentico appassionato di Tolkien, ottenne il pieno controllo creativo, e la tecnologia digitale aveva raggiunto il punto in cui permetteva di portare sullo schermo gli scenari, le creature e le visioni dell'universo tolkieniano senza renderle ridicole o poco credibili. Lo stesso background del regista, amante del cinema artigianale (alla Sam Raimi) e di "trucchi" come l'uso di modellini, animatroni ed effetti ottici, garantiva quella varietà di tecniche e di stili che farà la fortuna dei film, contribuendo all'aspetto realistico di personaggi e paesaggi fantasy e rendendo autentica e palpabile la Terra di Mezzo, che è il vero segreto del "Signore degli Anelli" e di tutto il mondo creato da Tolkien. Inventato, certo, ma che mai sembra fasullo.

Che rendere credibile questo mondo agli occhi degli spettatori fosse la cosa più importante, i cineasti lo hanno capito subito. Estrema cura è stata messa nella scelta delle ambientazioni (quasi tutti scenari naturali della Nuova Zelanda, la patria del regista, curiosamente dall'altra parte del mondo rispetto all'Europa immaginaria dell'autore, ma che offre un'incredibile varietà di meravigliosi paesaggi, perfetti per le diverse location della vicenda, che siano verdi foreste, vaste pianure, desolati deserti o montagne innevate), nonché della realizzazione dei costumi, delle armi, delle armature, degli oggetti di scena, dei numerosi set (digitali o meno: in gran parte si trattava di miniature di grandi dimensioni), di tutto ciò che insomma contribuisce a rendere "reale" un luogo (e se alcune ambientazioni sembrano stereotipate, come le miniere di Moria che ricordano "Dungeons & Dragons", è perché in realtà proprio il romanzo ha contribuito a creare questi stereotipi). Non parliamo poi di mostri come gli orchi o i troll! In precedenza, forse anche per sormontare questo problema, quasi tutti i tentativi (riusciti o meno) di portare il libro di Tolkien sullo schermo si erano rivolti al cinema d'animazione: dai progetti mai concretizzati di Walt Disney (!) e Al Brodax, alla proposta di Forrest J. Ackerman (la sceneggiatura di Morton G. Zimmerman provocò una lunga e adirata risposta da parte di Tolkien, leggibile nella raccolta delle sue lettere), dal film in rotoscope di Ralph Bakshi uscito nel 1978 (che nonostante i suoi difetti era almeno rispettoso del testo originale, e per molte cose è stato un punto di riferimento e una fonte di ispirazione per Jackson) al controverso sequel non ufficiale ("Il ritorno del re") della Rankin/Bass del 1980. A lungo la United Artists, all'inizio degli anni settanta, progettò un adattamento cinematografico in live action, che in vari momenti avrebbe potuto coinvolgere i quattro Beatles (come attori) e Stanley Kubrick, David Lean, John Boorman o Michelangelo Antonioni (!) come registi. Naturalmente non se ne fece nulla. Alla fine, gli unici che prima di Jackson riuscirono a realizzare un "Signore degli Anelli" con attori in carne e ossa (se non si considerano due brevi special televisivi svedesi nel 1971) furono i finlandesi, con la serie tv "Hobitit" del 1993.

Inizialmente Peter Jackson propose per cautela ai suoi finanziatori di dividere il romanzo in due pellicole (magari con "Lo Hobbit" come prologo): fu proprio la casa produttrice, la New Line, a dirgli a sorpresa: "Visto che sono tre libri, perché non fate tre film?". Girati tutti e tre di fila (un'operazione allora tutt'altro che usuale, ma che oggi è diventata più consueta: fra i rari precedenti c'era quello del secondo e del terzo capitolo di "Ritorno al futuro", anch'essi girati back-to-back), nell'arco di 14 mesi, e distribuiti nei cinema a distanza di un anno l'uno dall'altro ("La compagnia dell'anello" uscì nel dicembre del 2001, "Le due torri" nel 2002 e "Il ritorno del re" nel 2003: in Italia arrivarono con un mese di ritardo, nel gennaio degli anni successivi), i tre lungometraggi saranno poi riproposti in home video nelle cosiddette "Edizioni estese" (Extended Edition), vale a dire con numerose scene aggiuntive che erano state tagliate al montaggio e che, pur non essenziali per la comprensione della trama, favoriscono l'approfondimento dei personaggi (soprattutto quelli minori) e svelano ulteriori retroscena. Fa eccezione il terzo capitolo, dove le scene aggiuntive non si limitano a un semplice "contentino" per i fan del romanzo, ma sono anche importanti per la risoluzione di diverse sottotrame: d'altronde si tratta anche del più lungo dei tre film, visto che l'edizione estesa giunge a superare le quattro ore! Il minutaggio di tutte e tre le pellicole, in effetti, è molto elevato, cosa rara all'epoca della loro uscita ma che riportava Hollywood sulla strada dei grandi colossal e di produzioni epiche come quelle degli anni cinquanta e sessanta (un paragone, per l'ampia scala, può essere il "Lawrence d'Arabia" di David Lean). Con un budget complessivo di 281 milioni di dollari, la trilogia ha rappresentato uno dei progetti cinematografici più ambiziosi mai realizzati fino ad allora. Il successo però è stato strepitoso, compensando ampiamente gli sforzi: quasi tre miliardi (!) di dollari di incassi complessivi, e 17 premi Oscar vinti (su 30 nomination). Il primo film, "La compagnia dell'anello", in particolare, vinse quattro statuette (fotografia, trucco, colonna sonora ed effetti visivi) di fronte a 13 nomination.

Rispetto al romanzo ci sono, certo, parecchi scostamenti. Già solo in questo primo film, per esempio, mancano intere sezioni (una su tutte: l'incontro con Tom Bombadil e il passaggio per la Vecchia Foresta e i Tumulilande), alcune scene che erano risolte in poche righe vengono amplificate (Isildur), altre vengono collocate in momenti diversi (l'origine di Gollum, narrata da Gandalf all'inizio del libro, diventerà l'incipit del terzo lungometraggio), la trama viene compressa (nel romanzo passavano 17 anni fra la partenza di Bilbo e quella di Frodo), molte informazioni sono tralasciate o accennate solo di sfuggita (chi sono i Raminghi, per esempio), alcuni personaggi cambiano di ruolo (Arwen prende il posto di Glorfindel nella scena al guado del Bruinen: nel film di Bakshi lo stesso ruolo era dato a Legolas), altri se lo vedono ridotto (Omorzo Cactaceo), altri ancora vengono introdotti appositamente (Lurtz, l'orco che guida gli Uruk-Hai, di cui ci viene mostrata la nascita). Ma i molti cambiamenti, quasi tutti motivati da esigenze cinematografiche (dare più enfasi alle scene d'azione, accrescere l'importanza dei personaggi femminili...), non vanno a discapito dello spirito del romanzo, almeno nei suoi aspetti più superficiali. Se è evidente che il libro ha maggiore profondità sotto molteplici punti di vista, quello che è piaciuto della versione filmata (anche ai fan più accaniti, come il sottoscritto), è l'averne rispettato l'atmosfera e aver reso viva e visibile la Terra di Mezzo, nonché la storia dei suoi personaggi, senza tradirne gli elementi basilari. Ogni differenza può essere facilmente spiegata col fatto che siamo di fronte alla visione (e interpretazione) di Jackson, non a quella di Tolkien (chi cercasse quest'ultima, si rilegga il libro): ma il giudizio sul film non può dipendere che dal modo in cui questo riesce a catturare lo spettatore e farlo viaggiare in un mondo immaginario, senza limitarsi a svolgere un "compitino" di traduzione da un mezzo all'altro, magari in maniera impaurita, piatta e letterale come nel caso dei coevi adattamenti dei libri di Harry Potter (e pensare che all'epoca ci fu qualche critico che preferì i secondi ai primi, soltanto perché ritenuti più adatti per i bambini, come scrisse Tullio Kezich in un'infelicissima recensione, a testimonianza del pessimo rapporto degli intellettuali italiani con il genere fantasy).

Ovviamente Jackson enfatizza gli aspetti concreti e "fisici" (vedi il combattimento fra Gandalf e Saruman!) e i momenti di azione e di avventura (anche qui un esempio: la fuga per i tunnel di Moria, con la lunga sequenza del crollo della scalinata), perdendo un po' di vista il mood più "spirituale", letterario e alto-inglese in favore di un approccio più "rozzo" e hollywoodiano (sempre comunque entro limiti accettabili) e concedendosi anche qualche inserimento spurio (la caratterizzazione "comica" di Merry, Pipino e Gimli, per esempio, quest'ultimo in particolare nei due film successivi). D'altronde era difficile rendere sullo schermo la "magia" impalpabile e melliflua dell'anello o quella "filosofica" ed empatica degli stregoni. Eppure la miscela funziona, affascinando sia gli spettatori che cercano soltanto un prodotto d'intrattenimento (ma con un'estrema cura a livello tecnico) sia coloro che si attendono un lavoro di spessore nelle dinamiche fra i personaggi e nell'approccio alla narrazione. Fra pregi della trilogia (di fatto, ricordiamolo ancora, un unico film diviso in tre parti) c'è infatti il recupero di una grande epica che nel cinema non si respirava da decenni, tanto che come termini di paragone bisogna scomodare titoli del passato firmati da autori leggendari, come il citato David Lean, Akira Kurosawa o Sergei Eisenstein. E dell'epica ci sono tutti gli ingredienti. Se "La compagnia dell'anello" è più propriamente un film di viaggio e d'avventura, i due capitoli successivi introdurranno grandi battaglie campali e alzeranno la posta in gioco. In effetti, dove Jackson rende al meglio è proprio nelle scene di guerra e di battaglia, per le quali la trilogia diventerà un imprescindibile punto di riferimento. E in generale rappresenterà un irrinunciabile modello per le storie fantasy, con molti che ne scimmiotteranno i visual e le atmosfere (non ultima la popolare serie televisiva "Il trono di spade", la cui realizzazione sarebbe stata impensabile se non ci fosse stato prima "Il Signore degli Anelli"). La regia, visceralmente efficace, ha certo alcuni difetti come l'abuso di ralenti e di primissimi piani (particolarmente evidenti ne "La compagnia", anche per motivi pratici), nonché il ricorso ad alcune abusate tecniche dell'horror (come i jump scare), ma nel complesso presenta graditissime caratteristiche da cinema "povero" e artigianale.

Gli effetti visivi, come detto, fondono le tecniche digitali con quelle più tradizionali, memori delle lezioni di Ray Harryhausen e di altri grandi artigiani del cinema fantastico. E così, a fianco di scenari, creature e mostri generati al computer (come il troll di Moria, l'Osservatore nell'Acqua, il Balrog o l'aquila Gwaihir) vengono usati anche animatroni e modellini. A occuparsene furono la Weta Digital e la Weta Workshop, società fondate dallo stesso Jackson in occasione del suo precedente film "Creature del cielo". La differente statura delle varie razze (hobbit, nani, elfi, uomini, stregoni) è resa per mezzo di una commistione di tecniche basilari, come la prospettiva forzata (i personaggi vengono collocati su piani diversi rispetto alla macchina da presa, creando però l'illusione che si trovino affiancati) o il semplice utilizzo di controfigure molto alte o molto basse (nani o bambini). E proprio la scelta di non abusare della CGI, soprattutto quando c'era un'alternativa pratica, è uno dei segreti del film (oggi, abituati come siamo a fare tutto in digitale, questo può sembrare strano): i materiali non sembrano finti perché non lo sono, anzi se ne percepisce la concretezza. Aiuta anche il dettaglio nel disegno di abiti, armi, armature, e in generale tutta l'art direction, alla quale hanno collaborato gli illustratori Alan Lee e John Howe, già habitué del mondo tolkieniano. Una delle scene in questo primo film che più resta impressa, e in cui si fondono le tecniche artigianali (i modellini) con quelle digitali, è il lungo piano sequenza che esplora le fabbriche sotterranee a Isengard (non certo fine a sé stesso: quello dell'industrializzazione e della distruzione della natura era un tema assai caro a Tolkien, e Jackson lo esplicita visivamente per sottolinearlo ancora di più, anticipando peraltro situazioni che nel romanzo venivano introdotte molto più in là). In generale la sceneggiatura (firmata dal regista insieme a sua moglie Fran Walsh e a Philippa Boyens), pur riducendo il materiale, fa un buon lavoro nel lasciar intravedere allo spettatore un mondo più vasto e sottostante rispetto alla storia narrata: per esempio lasciando che Aragorn canti di Lúthien Tinúviel, accennando a Elendil e Gil-galad, all'origine degli Istari, ai Dúnedain, senza scendere in troppi particolari o spiegare nel dettaglio di cosa si tratti, ma mettendo una pulce nell'orecchio al pubblico cinematografico, come a dire: "Se volete saperne di più, andate a leggervi i libri!".

L'aspetto dei personaggi, in gran parte ispirato all'iconografia pre-esistente, e la scelta degli interpreti sono un altro dei punti vincenti. Grazie anche alla collaborazione di Lee e Howe, molti di essi appaiono proprio come ce li siamo sempre immaginati (su tutti Gandalf, Gollum, Gimli, e in generale gli hobbit), mentre altri sono ormai diventati lo standard quando pensiamo ai personaggi (Aragorn, Legolas, Boromir, Arwen). Il casting fa uso di pochi attori già noti (per lo più in parti minori) e di molti sconosciuti che proprio con questa trilogia sono diventati delle star (uno su tutti, Orlando Bloom). Elijah Wood, nel ruolo più celebre di una carriera iniziata da quando era bambino (apparve nel secondo "Ritorno al futuro"!), è un Frodo perfetto, dallo sguardo espressivo. Gli hobbit furono inventati da Tolkien per caso (com'è noto, scrisse l'incipit de "Lo Hobbit" su una pagina rimasta bianca di un compito in classe che stava correggendo) e soltanto in un secondo momento integrati nel suo legendarium, ma ne costituiscono uno degli elementi più amati e distintivi (al punto da essere stati copiati sotto varie forme: dagli halfling di "Dungeons & Dragons" ai nelwyn di "Willow"). Protagonista assoluto del primo film, Frodo lascerà più spazio ad altri nelle successive pellicole, ma rimarrà sempre il centro focale della vicenda. Fondamentale è anche Ian McKellen nel ruolo di Gandalf il grigio, il saggio stregone che guida la compagnia dell'anello. La sua magia è più legata al carisma e alla conoscenza che non al potere fisico (anche se Jackson non ha saputo resistere, e ha inscenato un duello "a bastonate" con Saruman): conosce tutte le lingue e comunica con gli animali, ed è l'unico fra i grandi saggi, elfi compresi, a interessarsi all'esistenza degli hobbit e alle loro usanze (come l'erba pipa). A lui sono riservate alcune delle scene più iconiche del film, come lo scontro con il Balrog sul ponte di Khazad-dûm ("Tu non puoi passare!"). E la sua scomparsa durante l'attraversamento di Moria giunge un po' a sorpresa, ma trattandosi di uno stregone non è difficile immaginarsi un suo ritorno in seguito. McKellen è stato l'unico attore in tutta la trilogia a ricevere una nomination agli Oscar come interprete, proprio per questo primo lungometraggio. Curiosità: la scena in cui sbatte comicamente la testa contro una trave del tetto di Casa Baggins fu un "incidente" (uno dei tanti) non previsto nella sceneggiatura iniziale.

Viggo Mortensen non era la prima scelta per il ruolo di Aragorn/Grampasso: le riprese erano già iniziate con Stuart Townsend nella parte (dopo che Daniel Day-Lewis aveva rifiutato), ma Jackson percepì che l'attore non era adatto, essendo troppo giovane per dare il giusto peso e carisma al personaggio. A differenza che nel libro, nella trilogia cinematografica Aragorn appare dubbioso e tormentato sul suo futuro ruolo di re di Gondor, il che lo rende più sfaccettato e tridimensionale. Da questo dipende un altro scostamento: la spada Narsil non verrà riforgiata fino a "Il ritorno del re". Di Sean Astin, Dominic Monaghan e Billy Boyd, che interpretano i tre hobbit Sam, Merry e Pipino, parlerò più diffusamente in occasione dei film successivi, ma basti dire che già da subito sono chiare le intenzioni dei cineasti di accentuare il ruolo comico degli ultimi due, e soprattutto di Pipino, protagonista di irresistibili siparietti con Gandalf (a Moria) e Aragorn (la scena della "seconda colazione") e di uscite divertenti (come la frase che conclude il consiglio di Elrond: "Dov'è che andiamo?"). Poco da dire, in questo primo film, anche su Orlando Bloom (Legolas, l'elfo arciere proveniente dal Reame Boscoso), ma va sottolineato un aspetto che oggi si tende a dare per scontato: gli elfi, in Tolkien, sono creature molto originali e diverse da quelle che il folklore tradizionalmente associa a questo nome, ovvero folletti di piccole dimensioni. Nella Terra di Mezzo, invece, si tratta della razza più antica e nobile di tutte, dotata di vita eterna (possono morire solo per propria scelta o se feriti in battaglia) e, nell'iconografia dei film, di un'aria di superiorità che si traduce nell'aspetto "arianeggiante" (fanno eccezione i mezzelfi come Elrond e Arwen, dai capelli corvini anziché biondi). Quanto a John Rhys-Davies (il nano Gimli, figlio del Glóin che fu uno dei tredici compagni di Thorin Scudodiquercia ne "Lo Hobbit"), fa del suo meglio per interpretare il personaggio sotto una grande barba e un pesante trucco che sul set gli provocò non pochi problemi (compresa un'irritazione alla pelle). La bassa statura dei nani lo costringe a frequenti primissimi piani, non apparendo quasi mai per intero insieme agli altri attori (tranne quelli che interpretano gli hobbit). Anche nel suo caso Jackson sceglie di ampliarne il lato comico, cosa che diventerà ancora più evidente nelle pellicole successive.

Uno dei personaggi centrali della seconda parte del film è senza dubbio Boromir (Sean Bean), l'unico altro uomo della compagnia dell'anello oltre ad Aragorn e l'unico a soccombere durante la missione. Per concludere la pellicola con la sua morte e con lo scioglimento della compagnia, Jackson ha inserito nella sceneggiatura anche quello che era il primo capitolo de "Le due torri" (aggiungendo inoltre una climatica battaglia contro gli orchi di Isengard guidati da Lurtz). Da notare come, nel corso dell'intera storia, la compagnia dell'anello propriamente detta rimanga unita per relativamente poco tempo: soltanto la seconda metà del primo film. La prova di Bean è una delle migliori della pellicola, con l'attore che è stato in grado di fornire regalità (non è un rozzo vichingo come nel cartone di Bakshi!), spessore ed empatia a un personaggio difficile e controverso, vittima della tentazione dell'anello. Ben riuscita anche l'evoluzione del suo rapporto con Aragorn, dall'iniziale antagonismo al riconoscimento finale del diritto regale del Ramingo. Nei film successivi verremo a sapere di più sul regno da cui proviene (Gondor) e conosceremo anche suo padre e suo fratello. Quanto al principale "cattivo" delle prime due pellicole, Saruman il bianco, il ruolo dello stregone corrotto è stato affidato al leggendario Christopher Lee, l'unico degli attori ad aver incontrato in passato Tolkien di persona. La sua voce profonda, le mani adunche, lo sguardo malevolo sono perfetti per il personaggio, il cui peso nell'economia della vicenda è stato ampliato parecchio (è lui, per esempio, che provoca la tempesta di neve sul Caradhras). Un altro grande attore, Ian Holm, interpreta Bilbo (con vari gradi di invecchiamento): le sequenze in cui si trova in scena insieme a Gandalf sono probabilmente le meglio recitate dell'intera trilogia. Indimenticabile il momento in cui, a Gran Burrone, l'anziano hobbit soccombe improvvisamente al nefasto effetto tentatore dell'anello, facendo sobbalzare di paura tutti gli spettatori. Holm aveva già recitato nella parte di Frodo nell'adattamento radiofonico del "Signore degli Anelli" della BBC nel 1981, che Jackson conosceva bene. Nella successiva trilogia cinematografica de "Lo Hobbit", il ruolo di un Bilbo giovane (è il prequel di questa) sarà affidato a Martin Freeman.

Completiamo la carrellata degli interpreti con alcuni ruoli minori. Hugo Weaving è il mezzelfo Elrond, signore di Gran Burrone. Liv Tyler è Arwen, sua figlia nonché promessa sposa di Aragorn: si tratta di uno dei personaggi il cui ruolo, decisamente limitato nel romanzo, è accresciuto, senza dubbio per dare più spazio a una delle rare figure femminili e al contempo per fornire maggiori appigli emotivi al personaggio di Aragorn. A parte sostituire Glorfindel nel salvataggio di Frodo al guado, molto del materiale aggiuntivo su Arwen proviene dalla "Appendice A" del libro di Tolkien. Cate Blanchett è Galadriel, la dama dei boschi di Lothlórien, personaggio che amo molto anche se non sono un fan dell'effetto visivo e sonoro con cui nel film viene manifestato il suo potere. Del resto del cast basti citare Lawrence Makoare (Lurtz: ma interpreterà altre parti nei film successivi, sempre sotto un pesante trucco), Marton Csokas (Celeborn, il compagno di Galadriel), Craig Parker (l'elfo Haldir) e Harry Sinclair (Isildur). Il regista stesso, che apparirà in tutti e tre film in un breve cameo "hithcockiano", è qui uno degli uomini per le strade di Brea, intento a mangiarsi una carota. In alcune scene intravediamo Gollum, anche se le sue fattezze definitive non erano ancora state messe a punto, e dunque per parlare di lui e del suo "interprete" Andy Serkis bisognerà aspettare "Le due torri". Quanto a Sauron, nell'incipit lo vediamo in forma fisica e in armatura, con tanto di anello (un po' comicamente) sul dito del guanto di metallo: come al solito, Jackson ne esplicita il potere "fisico", lasciando che grazie ad esso Sauron faccia volare via i nemici che colpisce con i suoi fendenti. Se molti mostri e nemici sono generati in computer grafica, gli orchi e i Cavalieri Neri sono invece attori in costume sotto un pesante trucco. La scena del Nazgûl che "fiuta" la presenza dei quattro hobbit sul sentiero per Brea è palesemente ispirata a quella analoga del film a cartoni animati di Bakshi. A proposito di quest'ultimo, vorrei rendergli giustizia citando alcune (poche) scene che a mio parere erano state rese meglio che nella versione in live action, come l'intera sequenza nella locanda di Brea e quella dello specchio di Galadriel (dove, come nel libro, ci guarda anche Sam: Jackson invece assegna al solo Frodo la visione della Contea in fiamme).

Molto bella la colonna sonora sinfonica di Howard Shore, ricca di temi evocativi e memorabili che accompagnano alla perfezione ciò che si vede sullo schermo, come quello dell'Anello, quello della compagnia (ripreso più volte) e quello della Contea ("Concerning Hobbits"). La canzone sui titoli di coda, l'eterea "May It Be", è cantata da Enya, musicista irlandese che già in precedenza si era ispirata nei suoi brani al mondo di Tolkien. Tornando a me, non credo di essere mai stato tanto in trepidazione per l'uscita di un film come accadde per questa pellicola e per i suoi due seguiti (e dubito che lo sarò mai più). Alla sua uscita, lo vidi al cinema ben quattro volte: il giorno della "prima", poi altre due a distanza ravvicinata (di cui una in lingua originale), e infine qualche mese più tardi in occasione di una riedizione che aveva, come punto di forza, un "teaser" di immagini del secondo capitolo. Due anni più tardi, rividi in sala "La compagnia dell'anello", stavolta in versione estesa, nel corso di una maratona di tutti i tre film in occasione dell'uscita del terzo. E non sono certo stato il solo a cedere al suo fascino: che si trattasse di lettori del libro o di spettatori occasionali per i quali ha rappresentato il primo punto di contatto con la Terra di Mezzo, il film ha colpito l'immaginario popolare e si è ritagliato un posto di prim'ordine quando si parla di grandi saghe cinematografiche, riuscendo persino a scalzare "Guerre stellari" nelle preferenze di molti (complici anche i sequel di Lucas). E, cosa rara per un blockbuster, è arrivata anche la fortuna critica, che si concretizzerà con la pioggia di Oscar sul terzo film (da intendersi, però, come riconoscimento all'intera trilogia). Oggi, quasi vent'anni dopo, la sua fama non è scemata e, anzi, continua a conquistare nuove generazioni (l'unico effetto avverso, forse, è che per molti la visione dei film ha sostituito la lettura del libro). Scene e dialoghi della pellicola hanno dato vita a meme, tormentoni e modi di dire (si pensi a frasi come "All right then, keep your secrets", "So you have chosen death", "One does not simply walk into Mordor", "You have my sword... and my bow... and my axe", e naturalmente il già citato "You shall not pass!"). Il fatto che il primo film si concluda lasciando in sospeso il destino dell'anello e dei personaggi, infine, non fa altro che invogliare a proseguire al più presto la visione con il secondo di questi tre meravigliosi film: "Le due torri".

28 gennaio 2017

Black sheep (Jonathan King, 2006)

Black sheep - Pecore assassine (Black sheep)
di Jonathan King – Nuova Zelanda 2006
con Nathan Meister, Danielle Mason
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Visto in divx.

Pecore modificate geneticamente seminano il terrore in un allevamento in Nuova Zelanda. Commedia horror che ha il suo punto di forza nell'insita ridicolaggine dell'idea di base: quella di rendere minacciosi (e carnivori!) gli animali miti e innocui per eccellenza, le pecore "fluffose" di una fattoria. Con tutti i crismi di un film sugli zombie o sui vampiri (compresa la "malattia" che si trasmette con un morso, trasformando persino gli esseri umani in pecore cattive), la pellicola si lascia guardare con piacere e garantisce qualche ingenua risata da B-movie (anche la risoluzione finale è all'insegna dello sberleffo: i protagonisti danno fuoco alle... flatulenze degli animali). Peccato che il tutto, al di là del divertimento, abbia poco respiro, anche per via di protagonisti monodimensionali, caratterizzati ciascuno da un unico tratto (Henry ha la fobia delle pecore per via di un trauma infantile, Experience è una sciroccata animalista new age). Belli gli effetti speciali artigianali.

20 dicembre 2014

Lo Hobbit: La battaglia delle cinque armate (P. Jackson, 2014)

Lo Hobbit: La battaglia delle cinque armate
(The Hobbit: The Battle of the Five Armies)
di Peter Jackson – USA/Nuova Zelanda 2014
con Martin Freeman, Richard Armitage
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Visto al cinema Uci Bicocca, con Sabrina.

Risvegliato alla fine della pellicola precedente, il drago Smaug scatena la propria furia sulla città di Pontelagolungo, ma Bard l'arciere lo trafigge con una freccia, uccidendolo. I nani possono così prendere possesso di Erebor e del tesoro in essa contenuto, con Thorin Scudodiquercia che rifiuta però di spartirlo con gli uomini di Esgaroth e con gli elfi del Reame Boscoso. Quando una guerra fra le tre fazioni sembra imminente (in aiuto dei nani è giunto Dàin Piediferro, cugino di Thorin, dai Colli Ferrosi), ecco che gli orchi guidati da Azog e da Bolg affiorano nella vallata, costringendo uomini, nani ed elfi a unire le forze contro il nemico comune in una colossale battaglia (denominata "delle cinque armate" perché, sul finire, si aggiungono anche le aquile delle Montagne Nebbiose, condotte fin lì da Radagast; a proposito, perché non mantenere la denominazione classica, quella cui eravamo abituati grazie alla traduzione italiana del libro, ovvero “battaglia dei cinque eserciti”?). Il terzo e ultimo capitolo della trilogia de "Lo Hobbit" è dunque occupato quasi per intero da combattimenti. Smaug, che tanto timore incuteva e che era la cosa migliore del deludente secondo film, viene fatto fuori in pochi minuti, addirittura prima ancora che sullo schermo appaia il titolo dell'episodio (non era meglio a questo punto che morisse alla fine del capitolo precedente?); assistiamo poi al progredire dell'avidità di Thorin, che lo rende cieco e sordo di fronte alle richieste altrui, spingendo i nani sul ciglio della catastrofe e costringendo l'hobbit Bilbo a sottrargli l'Archengemma, la "pietra del re", per consegnarla a Bard e Thranduil affinché possano trattare con lui da una posizione più adeguata; e infine, battaglie, scontri e mazzate a tutto spiano, per quello che è un vero e proprio film bellico (sia pur fantasy), con il ritorno di Gandalf (fuggito da Dol Guldur grazie allo spettacolare intervento degli altri membri del "bianco consiglio": Elrond, Saruman e soprattutto una Galadriel potente come non mai, in grado di "esorcizzare" letteralmente il Negromante e i suoi Nazgul), le solite imprese da scavezzacollo di Legolas, e l'esplicitazione di alcuni eventi che nel libro venivano solo accennati (la morte di Kili e Fili, per esempio).

Pachidermico, ripetitivo e con diversi difetti di sceneggiatura (non tutti i fili vengono tirati – ma aspettiamo l'edizione estesa – e continuo a pensare che sussistano problemi di continuità con la trilogia del "Signore degli Anelli"), il capitolo conclusivo della trilogia non è certo esaltante ma comunque soddisfacente. I danni, purtroppo, erano stati fatti in precedenza: con la scelta di dilatare la storia su tre pellicole (ne sarebbe bastata una, o al massimo due se proprio si voleva dedicare tanto spazio alla battaglia finale), con l'introduzione di sottotrame spurie come quella di Tauriel (che quantomeno si conclude decentemente, dando maggior spessore anche al personaggio di Thranduil) e, diciamolo, con un casting non eccezionale. Nonostante il titolo "Lo Hobbit", nel terzo capitolo Bilbo Baggins rimane quasi un personaggio marginale, sicuramente meno al centro della storia rispetto a Thorin ma anche a Bard, per non parlare degli stessi Legolas o Tauriel. Qualcuno ha criticato il personaggio comico di Alfrid, lacché del governatore di Esgaroth: ma si tratta di una figura innocua, per quando banale e infantile, che ben si sposa con i toni più leggeri e fiabeschi che questa trilogia ha (o dovrebbe avere) rispetto alla sua sorella maggiore. Spettacolari le scene di battaglia e la resa di armi e armature, così come le varie creature e cavalcature (dal cinghiale di Dàin al cervo di Thranduil, dai "mangiaterra" degli orchi – sorta di vermoni in stile "Dune" – ai pipistrelli giganti), per non parlare del climax con il doppio scontro fra Thorin e Azog da un lato e fra Legolas (un Orlando Bloom un po' imbolsito rispetto a dieci anni prima) e Bolg dall'altro. Solo fugaci apparizioni per Beorn (che giunge insieme alle aquile) e lo stesso Radagast, mentre molti dei nani sono parecchio sacrificati (con le eccezioni, ancora una volta, di Balin, Dwalin, Kili e Fili). Il finale si ricollega alla scena iniziale de "La compagnia dell'anello", con l'arrivo di Gandalf a Casa Baggins per il centoundicesimo compleanno di Bilbo. Quando il progetto era quello di dividere "Lo Hobbit" in due soli film, il titolo di lavorazione dell'episodio conclusivo era "There and Back Again" ("Laggiù e di nuovo indietro"). La canzone finale è di Billy Boyd. Il film segna il probabile addio di uno stanco Peter Jackson (e, nell'imminente, del cinema hollywoodiano) alla Terra di Mezzo: a meno che, prima o poi, non si decida di realizzare nuove pellicole su alcune delle numerosissime storie contenute negli altri testi tolkieniani (per esempio a quelle del "Silmarillion": io punto sulle vicende di Beren e Lúthien o su quella di Túrin Turambar).

17 dicembre 2013

Lo Hobbit: La desolazione di Smaug (Peter Jackson, 2013)

Lo Hobbit: La desolazione di Smaug
(The Hobbit: The Desolation of Smaug)
di Peter Jackson – USA/Nuova Zelanda 2013
con Martin Freeman, Richard Armitage
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Visto al cinema Orfeo (in 3D), con Sabrina.

L'hobbit Bilbo Baggins e i tredici nani guidati da Thorin Scudodiquercia proseguono il loro viaggio verso Erebor, la Montagna Solitaria, dove il drago Smaug riposa a guardia del tesoro rubato. Sempre braccati dagli orchi di Dol Guldur (capeggiati stavolta da Bolg, figlio di quell'Azog che ha un conto aperto con Thorin), i nostri eroi dovranno separarsi dallo stregone Gandalf, che preferirà dirigersi verso sud per indagare sulla reale natura del misterioso Negromante; attraversare l'inospitale Bosco Atro, dove combatteranno contro una nidiata di ragni giganti; fuggire dalle prigioni degli elfi di Thranduil, signore del Reame Boscoso (e padre di Legolas, che torna prepontentemente in azione); viaggiare lungo il fiume – nascosti in tredici barili – fino a raggiungere Esgaroth, cittadina sulle sponde del lago, dove faranno la conoscenza dell'arciere Bard, in rotta con il corrotto governatore della cittadina; arrampicarsi sui fianchi della Montagna Solitaria, dove si cela un ingresso segreto per i saloni al suo interno; e infine affrontare il possente Smaug, senza però riuscire a sconfiggerlo e anzi scatenando la sua ira. Il resto (Battaglia dei Cinque Eserciti compresa) è rimandato al terzo e conclusivo capitolo, in uscita nelle sale fra un anno. La decisione di dividere l'avventura in ben tre parti, ora si può cominciare a dirlo, non è stata delle più felici: se la Terra di Mezzo rimane senza dubbio un posto meraviglioso da visitare, la narrazione qui soffre per i ritmi dilatati, intervallati da lunghissime ed elaborate scene d'azione (la fuga nei barili, la lotta col drago) che tendono più ad annoiare che ad esaltare lo spettatore, mentre la sottotrama che coinvolge Gandalf (a proposito: la scoperta che il Negromante è in realtà Sauron non contraddice quanto si sapeva all'inizio de "Il Signore degli Anelli"?) è quasi una fonte di distrazione.

Anche stavolta non mancano diversi cambiamenti al testo originale, con una sceneggiatura che, ahimè, non sempre convince appieno: al ridimensionamento forse eccessivo di Beorn (manca purtroppo la divertentissima scena dell'introduzione dei nani – uno a uno – nella sua casa) fa da contraltare l'approfondimento di Bard, una scelta saggia visto la futura importanza del personaggio nella risoluzione del conflitto con Smaug. E sempre nell'ottica di aggiungere stratificazione e complessità alla vicenda va letta l'introduzione dell'elfa Tauriel, personaggio del tutto originale, e la sua "love story" (chiamiamola così) con il nano Kili, che riesce contemporaneamente a caratterizzare meglio uno dei compagni di Thorin (che nel libro di Tolkien, nomi e pochi dettagli a parte, erano quasi indistinguibili l'uno dall'altro) e ad aggiungere sottotrame ulteriori a una storia che per il resto – e giustamente, trattandosi di una fiaba – è molto più lineare di quella de "Il Signore degli Anelli". Non aggiunge invece moltissimo il ritorno di Legolas, che come quelli di Saruman e Galadriel nel film precedente è soprattutto una strizzatina d'occhio per i fan della prima trilogia, anche se non si tratta di una forzatura visto che in effetti l'elfo interpretato da Orlando Bloom è di casa proprio nel Reame Boscoso (divertente lo scambio di battute con Glóin a proposito del figlioletto di quest'ultimo, Gimli). Thorin inizia a mostrare il suo lato oscuro, che si focalizza nell'avidità e nel desiderio di impadronirsi dell'Archengemma (e dunque del potere) a qualunque costo, anche a quello di sacrificare le vite dei suoi compagni, così come l'Anello comincia lentamente a esercitare il suo influsso nefasto su Bilbo, anche se per ora è più un utile oggetto magico che una reale minaccia.

Se il secondo episodio de "Il Signore degli Anelli" brillava per l'introduzione di Gollum, il capitolo centrale de "Lo Hobbit" sarà ricordato per il drago Smaug, creatura digitale stupefacente, dinamica e carismatica. Si temeva che mostrare una tale belva che parla (la voce in originale è di Benedict Cumberbatch) potesse risultare ridicolo o "disneyano", ma così non è stato. Anzi, le sequenze di Bilbo alle prese con il mostro sono forse le più visivamente impressionanti e memorabili dell'intera pellicola, ravvivandola nel finale, giusto in tempo perché la storia si interrompa sul più bello (nessuno degli altri quattro film tolkieniani di Jackson aveva mai avuto un simile cliffhanger). Per il resto, sul versante degli attori sono da segnalare le new entry Luke Evans nei panni di Bard (il cui ruolo, come già detto, è stato considerevolmente aumentato rispetto al romanzo, dandogli un notevole background), Lee Pace in quelli di re Thranduil (già apparso brevemente nel film precedente) ed Evangeline Lilly in quelli dell'elfa Tauriel. Mikael Persbrandt è Beorn, Lawrence Makoare (già pluri-cattivo ne "Il Signore degli Anelli") è Bolg, Stephen Fry è il Governatore di Esgaroth. Quanto ai camei, Peter Jackson continua a mangiare carote per le strade di Brea, mentre le due figlie di Bard sono interpretate dalle figlie di James Nesbitt (Bofur). A proposito dei nani, oltre al già citato Kili e agli evidenti Thorin e Balin, c'è un po' più di spazio e di caratterizzazione per Bombur, Bofur, Glóin e Dwalin. Meno memorabile del solito la colonna sonora di Howard Shore, e niente canzoni stavolta, mentre l'unico flashback è all'inizio e mostra l'incontro a Brea fra Gandalf e Thorin (narrato da Tolkien nei "Racconti incompiuti").

21 ottobre 2013

Forgotten silver (Peter Jackson, 1995)

Forgotten silver (id.)
di Peter Jackson e Costa Botes – Nuova Zelanda 1995
con Peter Jackson, Costa Botes
***1/2

Rivisto in divx, in originale con sottotitoli, con Giovanni, Rachele, Eleonora, Paola, Costanza e Francesca.

Documentario su Colin McKenzie, misconosciuto pioniere del cinema neozelandese, di cui Peter Jackson ha ritrovato per caso un baule colmo di vecchie pellicole che ne rivelano l'arte eclettica e la perizia tecnica. Peccato che si tratti solo di... un'elaborata finzione, visto che tanto McKenzie quanto le sue incredibili imprese sono state inventate di sana pianta dall'ingegnoso Jackson e dal suo sodale Costa Botes, senza rivelarlo nemmeno nei titoli di coda (dove gli attori che impersonano Colin e gli altri personaggi nei filmati d'epoca fasulli non sono accreditati). Il film, realizzato in occasione del centenario del cinema, venne trasmesso in televisione nel 1995 senza alcuna indicazione che si trattava di una burla, scatenando l'entusiasmo degli spettatori e di tutti coloro che credevano di aver appena scoperto l'esistenza di un nuovo D.W. Griffith, e per di più neozelandese. La messinscena è corroborata da interviste ad "autorità" del calibro del produttore Harvey Weinstein, del critico Leonard Maltin e dell'attore Sam Neill, che si sono prestati al gioco, rilasciando dichiarazioni di sorpresa ed entusiasmo a favore di Colin McKenzie. Eppure gli indizi per capire che si trattava di un divertissement e non di un vero documentario sono dispensati a piene mani, fra anacronismi (Colin avrebbe ripreso un uomo che vola prima dei fratelli Wright, avrebbe anticipato il documento di denuncia con un caso simile a quello di Rodney King, ecc.), esagerazioni (l'incredibile McKenzie, dalla genialità e dall'inventiva pari a quelle di un Leonardo da Vinci mescolato con Edison e Méliès, avrebbe inventato il cinema sonoro, quello a colori, la candid camera, il lungometraggio, molto prima di chiunque altro; avrebbe costruito da solo un gigantesco set "biblico" nella foresta neozelandese; avrebbe ripreso persino la propria morte!), ironiche strizzatine d'occhio (l'addetta all'ambasciata russa si chiama Alexandra Nevsky) e tanti dettagli assurdamente inverosimili (il primo film sonoro della storia non ebbe successo perché era... in cinese!). Per rendere il tutto più credibile, Jackson e Botas hanno realizzato abilmente, scimmiottando gli stili dell'epoca, tutti i "film" di McKenzie, comprese le "comiche" di Stan the Man e naturalmente il kolossal biblico su "Salomè", il suo capolavoro perduto e mai distribuito. Ne risulta, in ogni caso, un magnifico atto d'amore verso il cinema e la sua storia, una delle pellicole più appassionanti fra tutte quelle che nel 1995 furono realizzate per rendere omaggio ai cento anni della settima arte. E comunque, l'operazione di Jackson e Botas ha numerosi precedenti illustri: senza voler scomodare i decadentisti francesi, uno dei casi più famosi fu quello di Ern Malley, poeta fittizio "inventato" nel 1943 (con tanto di biografia e corpus di opere) da una coppia di burloni australiani, ed elogiato su una rivista letteraria prima che venisse rivelato che non esisteva. Il titolo "Forgotten silver" fa riferimento al nitrato d'argento usato nelle pellicole cinematografiche.

31 dicembre 2012

Lo Hobbit: Un viaggio inaspettato (Peter Jackson, 2012)

Lo Hobbit: Un viaggio inaspettato
(The Hobbit: An Unexpected Journey)
di Peter Jackson – USA/Nuova Zelanda 2012
con Martin Freeman, Ian McKellen
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Visto al cinema Arcadia di Melzo (in 3D), con Monica, Roberto, Sabrina e altra gente.

Nel redigere le sue memorie, l'hobbit Bilbo Baggins rievoca l'avventura che l'ha portato per la prima volta fuori dalla Contea, sessant'anni prima degli eventi narrati nella saga de "Il Signore degli Anelli". In compagnia dello stregone Gandalf e di un gruppo di tredici nani, guidati dal principe Thorin Scudodiquercia, era partito per raggiungere Erebor, la Montagna Solitaria, con l'obiettivo di riconquistare il tesoro e il regno che il drago Smaug aveva depredato anni prima. Nel corso dell'avventura, fra le altre cose, Bilbo incontrerà la creatura chiamata Gollum e si impadronirà dell'anello magico che rende invisibili e che sarà al centro della successiva epopea. Dopo lo straordinario successo della trilogia cinematografica imperniata sulle avventure di Frodo, tutti gli appassionati auspicavano un adattamento anche del primo romanzo di Tolkien, pubblicato nel 1937, che ne costituisce l'antefatto (già adattato in animazione in uno special televisivo del 1977). A lungo in lavorazione (avrebbe dovuto dirigerlo Guillermo Del Toro, con Peter Jackson "confinato" nel ruolo di produttore, ed essere diviso in due film), alla fine è stato realizzato dallo stesso Jackson, coadiuvato da gran parte dei suoi soliti collaboratori (a partire da Fran Walsh e Philippa Boyens alla sceneggiatura), e diviso addirittura in tre pellicole. Per rimpolpare la vicenda (il libro è notevolmente più "leggero" rispetto alla trilogia dell'anello, e forse un film solo sarebbe stato sufficiente), Jackson e soci hanno deciso di ricorrere a materiale proveniente da altri scritti tolkieniani (in particolare dalle appendici de "Il Signore degli Anelli") e di esplicitare eventi che nel testo erano solamente sottintesi (la minaccia del Negromante e le riunioni del Bianco Consiglio, ovvero il gruppo dei saggi della Terra di Mezzo, composto – fra gli altri – da Elrond, Galadriel e Saruman). Se alcune di queste scelte possono essere catalogate come fan service (come la ricomparsa di personaggi e attori della prima trilogia), non c'è dubbio che la realizzazione di ben tre film e la presenza nel cast di attori già noti non farà che bene alle casse dei produttori.

Meno epico, più umoristico e "quotidiano" anche nei suoi momenti più avventurosi, "Lo Hobbit" può forse deludere chi, non conoscendo il libro di Tolkien (scritto per i propri figli, e dunque essenzialmente un romanzo per bambini), si attendeva un'evoluzione rispetto a "Il Signore degli Anelli", di cui invece non solo è un prequel ma, di fatto, una versione in scala ridotta, con un ritmo più rilassato e un mood tutto particolare che si traduce quasi in una rimpatriata fra vecchi amici o in un racconto da narrare attorno al fuoco. Naturalmente il fascino della Terra di Mezzo, il vasto e dettagliato mondo immaginario in cui si svolge la vicenda, rimane intatto, grazie alla regia visionaria di Jackson, ai magnifici scenari naturali della Nuova Zelanda, alla cura immessa nei costumi e nelle scenografie, e alla dinamica fotografia di Andrew Lesnie. Si comincia con una narrazione dei retroscena della vicenda, con l'attacco di Smaug a Erebor e la fuga dei nani dalla montagna (nell'occasione si intravede già Thranduil, re degli elfi di Bosco Atro e padre di Legolas, che rifiuta di correre in loro aiuto, esacerbando ulteriormente la rivalità fra elfi e nani). Ma il vero inizio è costituito dalle belle sequenze ambientate nella Contea, con l'incontro fra Bilbo e Gandalf e poi l'arrivo dei nani e i preparativi della quest. Fra le scene cult, l'incontro con i tre troll (meno caricaturale rispetto al testo tolkieniano), la gara di enigmi fra Bilbo e Gollum, la battaglia fra i giganti di pietra nelle montagne, la fuga dalle caverne dei goblin (forse esageratamente "videogiocosa") e la lotta finale con i mannari (qui cavalcati da un gruppo di orchi guidati da Azog, personaggio il cui ruolo è stato accresciuto a dismisura per creare un antagonista riconoscibile per il primo film), con la successiva fuga sul dorso delle aquile che conclude questa prima parte della storia. La colonna sonora di Howard Shore recupera diversi temi de "Il Signore degli Anelli", ma ne aggiunge anche di nuovi: su tutti quello dei nani, la cui melodia è utilizzata anche per la ballata lenta "Misty Mountains" (una delle due canzoni presenti nel film, entrambe cantate dai nani: d'altronde nel libro le poesie che fungevano da "intermezzi musicali" erano numerose).

Bravo Martin Freeman (attore britannico che ricordiamo come Arthur Dent ne "La guida galattica per autostoppisti", Rembrandt nel "Nightwatching" di Peter Greenaway e Watson nel serial televisivo "Sherlock"), la cui recitazione e la cui mimica a tratti ricordano in maniera impressionante quelle di Ian Holm (che ricompare in alcune scene nei panni di Bilbo da anziano); sontuoso come sempre Ian McKellen nei panni di Gandalf il Grigio, mentre fanno ritorno Hugo Weaving/Elrond, Cate Blanchett/Galadriel (assistiamo qui per la prima volta a un confronto fra la dama elfica e Gandalf, visto che ne "La compagnia dell'anello" lo stregone era già scomparso quando i nostri eroi giungevano a Lórien), Christopher Lee/Saruman e – nell'incipit – Elijah Wood/Frodo. Andy Serkis torna a vestire "virtualmente" i panni digitali di Gollum, ma si occupa anche di dirigere la seconda unità. Fra le new entry, spiccano Sylvester McCoy (già settimo dottore in "Doctor Who") nella parte di Radagast il Bruno (lo stregone che ha scelto di vivere in simbiosi con la natura, fra piante e animali: nei libri di Tolkien viene a malapena citato, mentre qui ha il suo momento di gloria) e soprattutto Richard Armitage in quella di Thorin Scudodiquercia, vero motore della vicenda. Una scelta azzeccata è stata quella di differenziare notevolmente l'uno dall'altro – dal punto di vista estetico e caratteriale – i tredici nani, che nel libro (a parte alcune eccezioni, come Thorin, Balin e Bombur) rimangono invece indistinti a parte per il nome. Chi temeva di trovarsi di fronte a tredici cloni di Gimli ha dovuto ricredersi: l'unico il cui aspetto assomiglia al nano de "Il Signore degli Anelli" è Glóin, il che è naturale, trattandosi di suo padre. Per il resto, sono tutti diversi (per barbe, nasi, capelli, corporatura, abbigliamento, armi) e a dire il vero non tutti convincenti come nani: alcuni di essi (i più giovani Kili e Fili, ma anche Thorin), a parte la statura, potrebbero benissimo passare per uomini. Oltre che in 3D, il film è uscito nelle sale anche in versione HFR (High Frame Rate, una tecnologia che consente di proiettare 48 fotogrammi al secondo anziché i consueti 24), tutta roba che aggiunge poco o nulla alla visione (anzi, il 3D rende eccessivamente confuse e impastate le scene d'azione, soprattutto nelle carrellate laterali) e di cui si poteva benissimo fare a meno.