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17 aprile 2023

Living (Oliver Hermanus, 2022)

Living (id.)
di Oliver Hermanus – GB 2022
con Bill Nighy, Aimee Lou Wood
**

Visto in TV (Now Tv).

Nell'immediato dopoguerra, l'anziano burocrate Mr. Williams (Bill Nighy), scostante e solitario direttore dell'ufficio lavori pubblici di Londra, scopre di avere un tumore incurabile che gli lascia soltanto pochi mesi di vita. Non riesce a comunicare la notizia a nessuno, nemmeno al figlio, e per un breve periodo perde ogni desiderio di lottare. Ma grazie alla giovane Margaret Harris (Aimee Lou Wood), sua ex impiegata, trova infine una ragione per vivere appieno i suoi ultimi momenti: quella di portare avanti, con ogni sforzo, la proposta di un comitato di quartiere di costruire un'area giochi per bambini in un terreno dismesso. Dopo la sua morte, sarà ricordato da tutti con affetto e riconoscenza, anche se la sua lezione sarà di breve durata... Su sceneggiatura di Kazuo Ishiguro, un remake del classico "Vivere" di Akira Kurosawa, di cui sposta l'ambientazione geografica dal Giappone all'Inghilterra (ma non quella temporale: siamo nel 1949). Come il film originale, che si ispirava a "La morte di Ivan Il'ič" di Tolstoj, la vicenda vorrebbe essere una riflessione sul senso ultimo della vita. Ma l'impostazione calligrafica, unita all'estremo formalismo britannico, lo rendono meno convincente dell'originale giapponese, cinismo compreso. E la retorica umanista, settant'anni dopo, sembra esagerata e fuori contesto. Nomination agli Oscar per il bravo Nighy e per la sceneggiatura. Nel cast anche Alex Sharp (il giovane neoassunto all'ufficio statale), Tom Burke, Adrian Rawlins, Oliver Chris (gli altri colleghi) e Barney Fishwick (il figlio).

6 novembre 2022

Cars 3 (Brian Fee, 2017)

Cars 3 (id.)
di Brian Fee – USA 2017
animazione digitale
**1/2

Visto in TV (Disney+).

Il campione delle corse automobilistiche Saetta McQueen deve vedersela con un nuovo rivale, il giovane Jackson Storm, e in generale con una nuova generazione di piloti che minacciano di spodestare le vecchie glorie come lui. Sull'orlo del pensionamento, è costretto dal suo nuovo sponsor Sterling ad affidarsi ai consigli della "coach motivazionale" Cruz Ramirez. Ma sarà invece McQueen a ispirare Cruz a diventare a sua volta una pilota e a scendere in pista per vincere la gara contro Storm. Il terzo capitolo di "Cars", il primo non diretto dal veterano e creativo John Lasseter ma dall'esordiente Brian Fee (in un insolito parallelo con la trama del film stesso!), è decisamente migliore del secondo (forse perché, come il primo, torna a essere un lungometraggio sportivo a tutti gli effetti e a concentrarsi quasi esclusivamente sul protagonista) e affronta un tema interessante e, a suo modo, pregnante: quando giunge il momento di "appendere le gomme al chiodo"? L'arrivo di nuovi e sempre più aggressivi rivali, che fanno ricorso a metodi di allenamento ultramoderni e contro i quali gli anziani campioni non possono più competere, rappresenta un momento di crisi che va affrontato nel migliore dei modi: c'è chi abbandona la lotta, chi non rinuncia a gareggiare e chi, più saggiamente, riesce a riciclarsi in una nuova forma, come quella del mentore nei confronti di una nuova generazione. Nonostante la semplicità estetica (i personaggi di "Cars", per evidenti ragioni di design, non sono certo i più ispirati a livello grafico fra tutte le franchise della Pixar) e una generale limitatezza di scenari per quello che sembrava in tutto un film minore, ancora una volta si resta colpiti di come la sceneggiatura sappia affrontare questioni mature senza banalizzarle, coinvolgendo al tempo stesso gli spettatori di ogni età in una vicenda sportiva intrigante, condita da personaggi simpatici e buone caratterizzazioni (comprese le new entry). Non so se ci saranno ulteriori episodi ma, se così non fosse, per Saetta questa è un'ottima uscita di scena.

6 novembre 2021

I giorni contati (Elio Petri, 1962)

I giorni contati
di Elio Petri – Italia 1962
con Salvo Randone, Regina Bianchi
***

Visto in divx.

Dopo aver assistito casualmente sul tram alla morte per infarto di un uomo della sua stessa età, Cesare (Salvo Randone, in uno dei suoi rari ruoli da protagonista), idraulico ultracinquantenne e vedovo, comincia a interrogarsi sul senso dell'esistenza e si convince di avere anche lui "i giorni contati". Decide così di smettere di lavorare per prendersi una sorta di "vacanza" e mettere ordine nella propria vita, con grande sconcerto dell'amico Amilcare (Franco Sportelli). Vagherà per Roma, entrando in contatto con personaggi e realtà a lui estranee (una mostra d'arte, dove conosce il mercante Vittorio Caprioli; l'aeroporto, dove guarda gli aerei decollare e sogna di viaggiare lontano; lo stabilimento balneare, affollato da giovani che si divertono; il tribunale, dove assiste ad arringhe e processi di sconosciuti); cercherà di riallacciare i legami col suo passato, rintracciando Giulia (Regina Bianchi), sua ex fiamma ormai sposata, o facendo una breve visita al paese di origine, ormai spopolato e abitato solo da vecchi e cani randagi; si confronterà con i giovani, in particolare con Graziella (Angela Minervini), figlia della sua padrona di casa, che a insaputa della madre fa la mantenuta; e quando il denaro inizierà a scarseggiare (l'età della pensione è ancora distante), sarà tentato di farsi coinvolgere da un ex apprendista poco di buono (Paolo Ferrari) in un "impiccio", ovvero una truffa all'assicurazione, per tirarsi indietro solo all'ultimo momento. Il secondo lungometraggio di Petri – che alcuni critici hanno paragonato al "Posto delle fragole" di Bergman! – è al tempo stesso una riflessione sulla vecchiaia e la morte (la visita al cimitero), un confronto con i giovani (Graziella, il bambino sulla spiaggia) e, naturalmente, visto l'autore, un'analisi sociale e culturale di un'epoca (l'uomo va nello spazio: "Tra poco le ferie le passiamo sulla Luna") e un paese che cambia. Non mancano infatti tocchi socio-politici (le proteste degli abitanti dei quartieri popolari, o quelle dei contadini contro i grossisti) e critiche alla vita moderna ("Tutti corrono, s'affannano, hanno fretta, una fretta di arrivare..., ma a che cosa? A una triste vecchiaia carica di rimpianti per ciò che si è sacrificato e perduto", ha detto il regista), anche se il focus dell'attenzione è sempre sul personaggio singolo, un lavoratore che si scopre filosofo ("Il suo è un problema squisitamente moderno: lei senza neanche saperlo è un esistenzialista", gli dice il mercante d'arte), ossessionato dalla morte che può giungere all'improvviso, anche se non la si era mai presa in considerazione. La lezione del neorealismo viene dunque contaminata dall'alienazione (come in Antonioni) e dallo stile della Nouvelle Vague (la sequenza finale sul tram, in mezzo al frastuono, alle voci, alle immagini e alle luci, è quasi godardiana). La fotografia è di Ennio Guarnieri. Randone aveva già recitato per Petri nel precedente "L'assassino", basato – come questo – su un soggetto del regista e di Tonino Guerra. Piccola parte per Lando Buzzanca, nel ruolo del figlio.

11 agosto 2021

La paura mangia l'anima (R. W. Fassbinder, 1974)

La paura mangia l'anima (Angst essen Seele auf)
di Rainer Werner Fassbinder – Germania 1974
con Brigitte Mira, El Hedi ben Salem
***

Visto in divx, alla Fogona.

Emmi (Mira), vedova anziana e sola, conosce il marocchino Alì (Salem), immigrato in Germania, e se ne innamora, arrivando addirittura a sposarlo. La cosa fa scandalo, perché lui è più giovane di lei ma soprattutto è uno "straniero", e la coppia finisce con l'essere ostracizzata (dai figli di lei, dai vicini di casa, dai negozianti del quartiere, dalle colleghe di lavoro). Ispirandosi in parte a "Secondo amore" e "Lo specchio della vita" di Douglas Sirk, ma collocando la vicenda in un contesto sociale molto diverso e ben definito (la Germania degli anni settanta, dove gli immigrati – specie se arabi o di colore – erano visti con estremo pregiudizio, in particolare dopo gli attentati di Monaco del 1972), Fassbinder (che si ritaglia una particina, quella del marito della figlia della protagonista, interpretata da Irm Hermann) mette in luce il razzismo e l'intolleranza della "gente comune", ma anche l'ipocrisia (quando poi c'è un tornaconto, tutti ricominciano a rivolgere loro la parola e finiscono con l'accettare il nuovo stato delle cose: "Il tempo è un'ottima medicina", è l'amaro commento, che fotografa solo in parte la situazione), senza però limitarsi a un pamphlet socio-politico e raccontando anche le difficoltà psicologiche del rapporto fra due persone così diverse per età e cultura. La fotografia di Jürgen Jürges rievoca, a modo suo, i vividi colori dei film di Sirk. El Hedi ben Salem, al primo ruolo da protagonista, era all'epoca il compagno del regista tedesco, che ha girato il film in meno di due settimane, in una pausa di lavorazione fra altri due lavori ("Martha" ed "Effi Briest"). Ciò nonostante, la pellicola ricevette un grande riscontro critico ed è diventata uno dei film più noti e celebrati di Fassbinder, tuttora di grande attualità. Il titolo originale in tedesco è volutamente sgrammaticato ("Paura mangiare anima": è una frase pronunciata dal marocchino Alì, che non parla bene la lingua): il suo significato è metaforico, ma si fa anche letterale quando veniamo a sapere che gli immigrati, per lo stress, soffrono frequentemente di ulcera perforante.

25 maggio 2021

Le cose che verranno (Mia Hansen-Løve, 2016)

Le cose che verranno (L'avenir)
di Mia Hansen-Løve – Francia/Germania 2016
con Isabelle Huppert, Roman Kolinka
***

Visto in divx.

La vita di Nathalie (Isabelle Huppert), insegnante di filosofia in un liceo parigino, sembra cambiare improvvisamente nel giro di pochi mesi: il marito Heinz (André Marcon), dopo venticinque anni di matrimonio, le confessa di amare un'altra donna e va a vivere con lei; l'anziana madre (Édith Scob), ansiosa e depressa, viene prima ricoverata in una casa di riposo e poi muore; i figli vanno via di casa e mettono su famiglia; la casa editrice per cui pubblica i suoi saggi, in seguito a "valutazioni della divisione marketing", le fa sapere che non intende proseguire la collaborazione... Ma la donna andrà avanti comunque, adattandosi alle nuove situazioni e trovando nuove gratificazioni in ciò che la vita le regala (come la nascita di un nipotino). Ritratto di una donna immersa in un mondo che rischia di lasciarla dietro mentre invecchia (gli studenti picchettano e contestano fuori dalla scuola, il marito si trova una donna più giovane, i suoi libri non vanno più incontro ai gusti del pubblico, lei stessa diventa nonna e si scopre lontana dalle idee dei giovani). La ritrovata "libertà", dopo anni in cui non aveva mai messo in discussione il proprio stile di vita ("Con mio marito ascoltavamo gli stessi dischi da vent'anni"), l'aiuterà a raggiungere una maggiore consapevolezza di sé stessa: proprio come Pandora, l'anziana gatta della madre che ha dovuto adottare dopo la morte di lei (pur essendo allergica), sempre vissuta in casa ma che alla prima visita in campagna fugge alla scoperta dei propri istinti e del proprio essere, per tornare il mattino dopo con un topo in bocca! Ad aiutarla a trovare questa consapevolezza è il giovane Fabien (Roman Kolinka), il suo ex allievo prediletto, dalle idee anarchiche, radicali e anticonformiste ma almeno sincero con sé stesso, al quale proprio lei ha insegnato a essere coerente e a pensare con la propria testa. Il film narra tutto questo senza eccessi, scene madri o gridate, in maniera molto naturale e delicata, come "normale" e quotidiana è l'intera pellicola, calma e pacifica ("Deep peace" è il titolo della canzone di Donovan che si sente nel finale). "Finché si desidera, si può fare a meno di essere felici, perché si aspetta di esserlo. E se la felicità non arriva, la speranza si prolunga... Guai a chi non desidera più niente", recita un testo di Rousseau che Nathalie legge in classe ai suoi allievi. Ottima, come sempre, la Huppert. Nella colonna sonora spicca un bellissimo Lied di Schubert, "Auf dem Wasser zu singen".

10 gennaio 2021

Atlantic City, U.S.A. (Louis Malle, 1980)

Atlantic City, U.S.A. (Atlantic City)
di Louis Malle – Canada/Francia 1980
con Burt Lancaster, Susan Sarandon
***

Visto in TV, con Sabrina.

In una città in declino, che ha conosciuto tempi migliori (il boom turistico all'inizio del Novecento e il periodo del proibizionismo, quando fu sede delle attività di celebri bande di gangster), l'anziano Lou Pasco (Burt Lancaster), ex delinquente di mezza tacca, sogna l'occasione di riscatto quando entra per caso in possesso di una partita di droga che Dave (Robert Joy), un giovane ladruncolo, ha sottratto a una banda di spacciatori. Quando questi ultimi si presenteranno per riprendersela, Lou dovrà proteggere l'ex moglie di Dave, l'aspirante croupier Sally (Susan Sarandon), di cui è innamorato, dalla loro vendetta. Gangster movie minimalistico, intimo e romantico, malinconico ritratto di un mondo allo sbando, che guarda al passato mentre sta per essere spazzato via dall'imminente futuro (la demolizione dei vecchi edifici per fare posto alla costruzione di nuovi alberghi e casinò, come quelli di Donald Trump). Prigioniero di un personaggio che forse non è mai stato, Lou (come la città stessa) si illude di tornare agli antichi splendori al fianco di Sally, giovane ragazza che vuole viaggiare e fare esperienze, anche se alla fine si renderà conto che il proprio posto è insieme alla coetanea Grace (Kate Reid), vedova di un suo vecchio amico, al cui servizio si è dedicato. Nel cast anche Michel Piccoli (il mentore di Sally, che oltre a guidarla nel corso da croupier le insegna il francese e le fa ascoltare "Casta diva") e Hollis McLaren (la sorella hippie della ragazza, incinta di Dave). Scritta da John Guare, la pellicola ebbe un ottimo riscontro critico: vinse il Leone d'Oro a Venezia (ex aequo con "Gloria" di Cassavetes) e fu candidata a cinque premi Oscar (nelle cinque maggiori categorie: film, regia, sceneggiatura, attore e attrice).

18 ottobre 2020

Il canto del cigno (Kenneth Branagh, 1992)

Il canto del cigno (Swan song)
di Kenneth Branagh – GB 1992
con John Gielgud, Richard Briers
**1/2

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli.

Al termine di una serata in suo onore, un anziano attore teatrale (John Gielgud) si ritrova sul palcoscenico, in compagnia del suo suggeritore (Richard Briers), a riflettere sulla propria vita, sul significato del proprio mestiere e sulla potenza del teatro, che rievoca grazie a frammenti di celebri opere shakespeariane (Re Lear, Amleto, Romeo e Giulietta, Otello) che gli hanno regalato i più grandi successi professionali. Branagh porta sullo schermo l'omonimo atto unico di Anton Cechov (adattato da Hugh Cruttwell) con due soli interpreti e una scenografia scarna e in penombra. Nonostante la breve durata (il corto dura 23 minuti), c'è di tutto: la stanchezza e la disillusione di un attore ormai vecchio e solo, i rimpianti e il bilancio di una vita, il rapporto dolceamaro con il teatro (e il pubblico), la concezione del palco come "luogo sacro", il valore dell'immaginazione e il potere della recitazione. Commovente nella sua semplicità, grazie anche a due eccezionali attori. Gielgud all'epoca aveva 88 anni, proprio come dichiara di averne il protagonista, e dunque nel suo ruolo potrebbe esserci qualcosa di autobiografico: di fatto il cortometraggio è un omaggio rivolto a lui. Quanto al caloroso Briers, è da sempre una presenza costante nei film di Branagh.

2 settembre 2020

Demoni e dei (Bill Condon, 1998)

Demoni e dei (Gods and Monsters)
di Bill Condon – GB/USA 1998
con Ian McKellen, Brendan Fraser
***

Rivisto in divx alla Fogona, con Marisa.

Alla fine degli anni cinquanta, James “Jimmy” Whale (McKellen), il leggendario regista del "Frankenstein" con Boris Karloff, trascorre la vecchiaia da recluso nella sua villa con piscina a Hollywood. Reduce da un ricovero in ospedale, è in fase di declino mentale, in preda a un fiume di ricordi incontrollati che si mescolano con i sogni e le allucinazioni legate al suo passato e alla sua arte (come i primi amori o le esperienze vissute in trincea durante la prima guerra mondiale). Omosessuale dichiarato, sembra attratto dal nuovo giardiniere della villa, il giovane e prestante Clayton Boone (Fraser), al quale chiede di posare per un ritratto e con cui stringe una singolare amicizia, essendo i due diversi in ogni cosa (per età, esperienze e vissuto: l'uno troppo legato al passato, l'altro senza apparente futuro). In realtà Jimmy sta progettando il proprio suicidio, e spera che proprio Clayton possa esserne l'artefice. Ispirato agli ultimi anni di vita del vero James Whale e alle sue creature più celebri, forse il più bel film di Condon: una riflessione sulla vita, l'amicizia e la tolleranza, attraverso la metafora del mostro più famoso della storia della settima arte: un "cattivo" che in realtà era soltanto un incompreso, con cui a tratti si identificano sia Jimmy che Clayton. Bello anche l'omaggio al cinema del passato: dai vecchi film degli anni trenta che ora fanno più ridere che paura (anche se Whale afferma che questo era l'intento sin da allora), alla dorata Hollywood dove vecchi relitti si tengono a galla con feste frivole ma sontuosissime. Il titolo della pellicola deriva da una frase de “La moglie di Frankenstein”, anche se la traduzione italiana è imprecisa (in originale era: "Dei e mostri"). E anche i titoli di coda richiamano quelli dei film che omaggia (con la dicitura “A good cast is worth repeating”). Ottimo Ian McKellen, in un ruolo particolarmente sentito. Fraser, con i capelli squadrati da marine, richiama in silhouette proprio il mostro di Frankenstein (e la cosa è naturalmente voluta). Bello anche il personaggio di Hanna, la fedele governante di casa Whale, interpretato da Lynn Redgrave. Il film vinse l'Oscar per la miglior sceneggiatura non originale (che Condon trasse dal romanzo "Father of Frankenstein" di Christopher Bram), oltre a ricevere nomination per le interpretazioni di McKellen e Redgrave.

11 giugno 2020

El cochecito (Marco Ferreri, 1960)

El cochecito - La vetturetta (El cochecito)
di Marco Ferreri – Spagna 1960
con José Isbert, Pedro Porcel
***

Visto in divx.

L'anziano vedovo Don Anselmo (José Isbert) rimane talmente entusiasta dalla nuova carrozzina motorizzata dell'amico Luca, invalido alle gambe, da volerne acquistare una anche per sé, pur non essendo affatto paralitico. Le "scampagnate" fuori città insieme a Luca e a un gruppo di altri amici disabili rappresentano infatti l'unica via di fuga dalla solitudine e da una famiglia per la quale è ormai diventato solo un peso. Ma nonostante la compiacenza del venditore di carrozzine ("Se le si paralizzano le gambe, tanto meglio. Nell'anno duemila nessuno farà più uso delle gambe"), il figlio avvocato si oppone decisamente alla sua "pazzia"... Terzo – e ultimo – dei film girati in Spagna da Marco Ferreri agli esordi, insieme allo sceneggiatore di fiducia Rafael Azcona (da un romanzo di quest'ultimo), su uno spunto assolutamente geniale che fa riflettere su come percepiamo la vita degli invalidi dall'esterno. Manca però ogni traccia di retorica o di buoni sentimenti, e siamo più dalle parti della parabola grottesca: nel suo egoismo, Anselmo non si accorge delle reali sofferenze degli amici malati, nemmeno quando le ha davanti agli occhi; d'altro canto, per il protagonista sono proprio la solitudine e la mancanza di autonomia le invalidità cui deve fare fronte, e riuscire a disporre di un veicolo motorizzato è l'unico modo per porvi rimedio. La vicenda avrebbe potuto essere sviluppata in molte direzioni differenti: Azcona e Ferreri scelgono la via della black comedy, abbandonando proprio nel finale la riflessione sulla malattia per puntare a quella satira sociale e antiborghese che diventerà il (sovversivo) marchio di fabbrica delle loro collaborazioni successive. Per certi versi il film sembra quasi una parodia di "Umberto D." e del cinema neorealista italiano. Ben caratterizzati i personaggi di contorno, dai vari parenti agli invalidi con cui Anselmo stringe amicizia. Nella Spagna franchista la censura costrinse i cineasti ad ammorbidire il finale, ritenuto troppo "nero", conservato invece nella versione giunta in Italia una ventina d'anni più tardi.

1 dicembre 2019

Lo stagista inaspettato (Nancy Meyers, 2015)

Lo stagista inaspettato (The Intern)
di Nancy Meyers – USA 2015
con Robert De Niro, Anne Hathaway
*1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Ben (De Niro), vedovo e in pensione, decide di rimettersi in gioco sul mercato del lavoro all'età di 70 anni, accettando un posto come stagista presso un'azienda di e-commerce di moda. La sua esperienza e il suo buon senso faranno breccia in Jules (Anne Hathaway), la giovane fondatrice della startup, sempre troppo indaffarata, che riuscirà a mettere ordine non solo negli affari ma anche nella propria vita privata. Un film simpatico e con due bravi attori, ma impalpabile e senza guizzi, incapace di sfruttare i suoi spunti (l'impatto di Ben con la tecnologia, per esempio) per dar vita a qualcosa di interessante, se non una velata riflessione sul confronto fra mondi diversi. Troppo preoccupato a strizzare l'occhio ai suoi due pubblici di riferimento e ai loro sogni di rivalsa (le donne che non vogliono rinunciare alla carriera, gli anziani che non accettano di farsi tagliare fuori), il film risulta "piacione" e dimentica di costruire personaggi davvero memorabili, per non parlare della stereotipata ambientazione newyorkese. Da notare però un messaggio raro in questo tipo di film: il lavoro, o in generale la gratificazione professionale, può essere più importante di ogni altra cosa, persino del matrimonio, del tempo libero o della vita privata.

22 luglio 2019

Il corriere - The mule (C. Eastwood, 2018)

Il corriere - The mule (The Mule)
di Clint Eastwood – USA 2018
con Clint Eastwood, Bradley Cooper
**1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Giunto all'età di novant'anni, il floricultore Earl Stone (Eastwood, che torna a recitare in un suo film a dieci anni di distanza da "Gran Torino") deve fare i conti con i propri fallimenti: per pensare al lavoro ha sempre trascurato la famiglia, finendo con l'alienarsela. E l'avvento della concorrenza su internet ha portato comunque alla chiusura la sua attività, lasciandolo in mezzo ai debiti. Disperato, accetta dunque la proposta di diventare corriere per un cartello messicano della droga, trasportando la merce a bordo del proprio pickup dal Texas fino a Chicago. Insospettabile per via della sua età e dei suoi modi, diventerà così uno dei corrieri più affidabili e redditizi del cartello, sfuggendo per lungo tempo alle strette maglie delle indagini dell'agente della DEA Colin Bates (Bradley Cooper). Da una storia vera, una pellicola se vogliamo semplice e lineare, ma con il valore aggiunto dato dalla capacità di Clint (tanto come regista quanto come attore) di costruire un personaggio unico e interessante: Earl è incredibilmente disinibito a livello morale (non gli sorgono mai dubbi o scrupoli che quello che sta facendo sia sbagliato, ed è sempre perfettamente consapevole della situazione), dai modi grezzi ma in fondo buono (sempre pronto ad aiutare o a fare amicizia con chiunque, nonostante le venature razziste del personaggio), non tanto dissimile dunque da altre figure da lui portate sullo schermo in passato (a cominciare, appunto, dal protagonista di "Gran Torino"). E anche se qualche passaggio della vicenda è un po' inverosimile (possibile che Earl non si renda conto fino al terzo viaggio di cosa stia davvero trasportando?) o schematico (i rapporti del protagonista con la propria famiglia, il comportamento ottuso degli uomini che il cartello invia a sorvegliarlo durante i viaggi), il ritratto della vecchiaia (con tutte le sue idiosincrasie, come quelle per la tecnologia) e della capacità di "reinventarsi" che ne consegue è a suo modo affascinante, rendendo facile allo spettatore partecipare emotivamente ai lunghi viaggi sulle strade polverose che conducono dal Texas all'Illinois. Perfetto il finale. Nel cast anche Dianne Wiest (la moglie), Alison Eastwood (la figlia), Taissa Farmiga (la nipote), Andy García (il boss del cartello messicano), Laurence Fishburne (il capo della DEA) e Michael Peña (l'agente Trevino).

24 febbraio 2019

Mr. Holmes (Bill Condon, 2015)

Mr. Holmes - Il mistero del caso irrisolto (Mr. Holmes)
di Bill Condon – GB/USA 2015
con Ian McKellen, Milo Parker
**

Visto in TV.

Nel 1947, uno Sherlock Holmes novantatreenne (Ian McKellen), che si è ritirato a vivere in campagna da quasi trent'anni, si diletta di apicoltura e soffre di amnesia senile, cerca di ricordare i dettagli dell'ultimo caso a cui aveva lavorato e che aveva coinvolto l'infelice Ann Kelmot (Hattie Morahan). Ad aiutarlo a rimettere insieme i pezzi del puzzle c'è Roger (Milo Parker), il figlio della sua domestica Mrs. Munro (Laura Linney). Il bravo McKellen torna a recitare per Bill Condon dopo "Demoni e dei", e la sua presenza è il principale pregio di un film delicato che cerca di mostrare uno Sherlock Holmes diverso da tutti quelli che abbiamo visto sullo schermo: non solo anziano (anzi, decrepito: anche gli eroi immortali e più classici invecchiano!) e con problemi di memoria, ma anche idiosincratico rispetto alle sue caratteristiche "mediatiche" (cappello, pipa, ecc.), che afferma essere invenzioni o "licenze poetiche" del dottor Watson per abbellire i suoi racconti. C'è persino una scena in cui si reca al cinema per assistere alla versione filmata del romanzo ispirato al caso cui sta lavorando (l'attore protagonista è Nicholas Rowe, che aveva interpretato il detective in "Piramide di paura"). La trama gialla, invece, è solo un pretesto: i veri temi sono appunto la memoria e la vecchiaia, capace di cancellare anche i sensi di colpa. Suggestivi i bei paesaggi della costa meridionale della Gran Bretagna (con le bianche scogliere di Dover), anche se la fotografia è patinata e convenzionale. La sottotrama dedicata alla trasferta in Giappone (nel cast c'è anche Hiroyuki Sanada), invece, sembra un riempitivo e lascia il tempo che trova.

5 agosto 2018

Space cowboys (C. Eastwood, 2000)

Space cowboys (id.)
di Clint Eastwood – USA 2000
con Clint Eastwood, Tommy Lee Jones
**

Visto in TV.

Quattro vecchi piloti collaudatori (Clint Eastwood, Tommy Lee Jones, Donald Sutherland e James Garner), che negli anni '50 avevano dovuto mettere la parte il sogno di andare sulla Luna, vengono contattati dalla NASA per una missione di emergenza. Si tratta di partire con lo Space Shuttle per recuperare un vecchio satellite russo per le comunicazioni, uscito dall'orbita per un guasto ai sistemi di guida, e di ripararlo prima che rientri nell'atmosfera. Nonostante l'età avanzata e i tanti acciacchi (uno di loro è addirittura malato di cancro), i quattro amici dimostreranno di essere ancora in forma, nonché di cavarsela meglio di tanti astronauti giovani di fronte alle immancabili difficoltà. Con un occhio al cinema d'azione (in chiave... gerontologica!) e un altro ai classici dell'esplorazione spaziale (da "Uomini veri" ad "Apollo 13"), un divertissement senza troppe pretese ma decisamente gradevole, nonostante il ricorso a numerosi luoghi comuni e la struttura tradizionale dello spettacolo hollywoodiano. I buoni effetti speciali, il mestiere di Eastwood nel costruire la tensione e il carisma degli attori (impagabili soprattutto Tommy Lee Jones e Donald Sutherland) fanno il resto. Nel cast si riconoscono James Cromwell (il capo del progetto alla NASA), Marcia Gay Harden (l'astrofisica) e Rade Šerbedžija (l'ufficiale russo).

4 novembre 2017

Quartet (Dustin Hoffman, 2012)

Quartet (id.)
di Dustin Hoffman – GB 2012
con Maggie Smith, Tom Courtenay
**

Visto in divx.

Esordio (a 75 anni!) per Dustin Hoffman alla regia, con l'adattamento di una pièce teatrale di Ronald Harwood (anche sceneggiatore). Gli ospiti di una casa di riposo per musicisti in Gran Bretagna (ispirata a quella istituita a Milano da Giuseppe Verdi) stanno preparandosi per il galà annuale, un concerto aperto al pubblico i cui proventi devono finanziare la casa stessa, perennemente sull'orlo della chiusura. Fra i degenti si trovano l'eccentrico baritono Wilf (Billy Connolly), la svampita mezzosoprano Cissy (Pauline Collins) e l'orgoglioso tenore Reginald (Tom Courtenay), protagonisti anni prima di un "Rigoletto" il cui successo ancora non è stato dimenticato. Quando nell'istituto giunge, a sorpresa, anche l'altezzoso soprano Jean (Maggie Smith), ex moglie di Reginald e interprete a sua volta di quell'opera, i quattro decidono di tornare a esibirsi, proponendo al galà una nuova versione del loro pezzo forte, il quartetto "Bella figlia dell'amore" dal "Rigoletto", appunto. Occorrerà superare però incertezze, vecchi rancori, paure e ritrosie, soprattutto per convincere la recalcitrante Jean: nel farlo, lei e Reginald ammetteranno anche a sé stessi di amarsi ancora. Una commedia leggera e garbata, benché semplice e prevedibile: un omaggio al mondo della musica attraverso l'affettuosa lente della vecchiaia, e al suo potere che consente di superare antichi rancori e di riallacciare i rapporti anche ad anni di distanza. A parte i quattro attori principali e il dispotico organizzatore del concerto, Cedric (Michael Gambon), tutti gli ospiti dell'istituto sono veri musicisti britannici in pensione. La scena in cui i quattro cantanti si esibivano nel quartetto del "Rigoletto" è stata girata ma poi tagliata in sede di montaggio: il brano si ode solo sui titoli di coda, anche se la melodia si intreccia nella colonna sonora a numerosi altri brani di musica classica e operistica (Verdi, Rossini, Puccini, Bach).

27 settembre 2017

La casa sul mare (Robert Guédiguian, 2017)

La casa sul mare (La villa)
di Robert Guédiguian – Francia 2017
con Ariane Ascaride, Jean-Pierre Darroussin
***

Visto al cinema Anteo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Quando l'anziano padre Maurice (Fred Ulysse) piomba in stato catatonico dopo un ictus, i suoi tre figli si ritrovano insieme per la prima volta dopo molti anni nella villetta dove lui abitava, in un piccolo ex villaggio di pescatori sulla Costa Azzurra (il film è stato girato nella calanca di Méjean, presso Marsiglia). Si tratta di Angèle (Ariane Ascaride), attrice teatrale che da vent'anni vive nel rancore per la morte della figlia Blanche, annegata proprio mentre era con il nonno; di Joseph (Jean-Pierre Darroussin), cinico intellettuale e vecchio militante di sinistra, irrimediabilmente geloso della sua giovane compagna Bérangère (Anaïs Demoustier); e di Armand (Gérard Meylan), che a differenza degli altri due non ha mai abbandonato il villaggio costiero, anche per gestire il ristorante che aveva aperto insieme al padre. Ma il paese, un tempo brulicante di vita, è ormai semideserto, per via della crisi economica e dello scarso appeal verso i più giovani (mentre i vecchi muoiono o, addirittura, scelgono di suicidarsi). Tuttavia, il doloroso viaggio nel passato, dopo le prime difficoltà e incertezze, si rivela proficuo per i tre fratelli, che riusciranno a superare i propri traumi e le incomprensioni, scoprendo nuovi amori o nuove ragioni di vita. Una pellicola che forse è la summa di tutto il cinema di Guédiguian: riflessioni nostalgiche sulla famiglia, la società e la politica, con riferimenti all'attualità (ci sono militari che pattugliano le coste in cerca dei migranti che sbarcano clandestinamente) ma anche e soprattutto al passato. Il tutto un po' macchiato, nel finale, da una scontata retorica umanista: tuttavia, la buona costruzione dei personaggi (in alcuni di loro, anche solo per certi tratti, non è difficile immedesimarsi), le ottime interpretazioni e la suggestiva ambientazione (il piccolo villaggio nella baia ricorda diversi paesi della Liguria) lo rendono ben più che gradevole. Alla fine, si resterebbe volentieri un po' più a lungo insieme a loro. Nel cast anche Yann Trégouët (Yvan, il vicino di casa), Jacques Boudet e Geneviève Mnich (i suoi anziani genitori) e Robinson Stévenin (Benjamin, il pescatore che si innamora di Angèle).

23 settembre 2017

Candelaria (J. Hendrix Hinestroza, 2017)

Candelaria
di Jhonny Hendrix Hinestroza – Colombia/Cuba 2017
con Alden Knigth, Verónica Lynn
**1/2

Visto al cinema Eliseo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Nella Cuba del "periodo especial" (come Fidel Castro definì gli anni immediatamente successivi alla caduta del muro di Berlino, quando la dissoluzione dell'Unione Sovietica privò l'isola di gran parte degli aiuti che consentivano ai suoi abitanti di far fronte all'embargo), l'anziana coppia formata da Candelaria (Lynn) e Victor Hugo (Knight) sopravvive con dignità nonostante le difficoltà economiche e materiali. Il casuale rinvenimento di una videocamera, persa da un turista nell'albergo dove Candelaria lavora, porta la coppia a riaccendere la propria vita matrimoniale. I video girati nell'intimità, finiti nelle mani di un ricettatore, faranno faville sul mercato nero: ma la coppia, piuttosto che svendere sé stessa e il proprio amore, preferirà accettare quello che le riserva il destino. Curiosa pellicola romantica su due anziani che riscoprono l'amore dopo gli ottant'anni: oltre ai due personaggi, l'autentica protagonista è L'Avana, con le sue case, le sue strade, i suoi posti di lavoro, la sua musica, i suoi sigari, i suoi abitanti e le grandi difficoltà di un "periodo speciale" di nome e di fatto, finora raramente raccontato al cinema. Fra la povertà e la decadenza c'è energia e vitalità, anche in maniera inaspettata. Il regista è colombiano (notare il misspelling di "Johnny"), ma l'amore per Cuba è evidente da ogni inquadratura, per un film di sentimenti, intimo e delicato, mai sopra le righe anche quando parla di sesso (in questo può ricordare "Harold e Maude").

9 aprile 2017

Ryuzo and the seven henchmen (T. Kitano, 2015)

Ryuzo and the Seven Henchmen (Ryuzo to shichinin no kobuntachi)
di Takeshi Kitano – Giappone 2015
con Tatsuya Fuji, Masaomi Kondo
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Forse bisogna accettare finalmente il fatto che il Kitano degli anni novanta, quel cineasta poliedrico, sorprendente e innovatore che sfornava capolavori geniali e inarrivabili uno dopo l'altro, non tornerà più. Eppure il buon Takeshi ha ancora le sue cartucce da sparare, e ogni suo film non è mai da sottovalutare, nemmeno quando sembra soltanto l'ennesima parodia del filone sulla yakuza (la mafia giapponese), una pellicola che molti sarebbero tentati di bollare come un "film minore". Dopo i due capitoli di "Outrage", che affrontavano l'argomento con una certa serietà (per quanto a rischio di monotonia), il regista nipponico mescola le carte con questo "Ryuzo e i sette scagnozzi", passato completamente in sordina in quell'occidente che una volta lo idolatrava (non si è visto né al cinema – ma ormai non è una novità – né nei maggiori festival cinematografici, dove un tempo Beat Takeshi era una presenza obbligata): i paralleli con il suo protagonista, a ben vedere, sono notevoli e inquietanti. Anche il vecchio Ryuzo (Tatsuya Fuji), ex gangster in pensione, è infatti ormai deriso ed emarginato da quella stessa società che un tempo lo rispettava e lo temeva. Sia lui che i suoi sette eccentrici "fratelli" sono a malapena sopportati dai loro stessi figli e nipoti (i pochi che ne hanno: gli altri tirano a campare per la strada o in squallide case di riposo), mentre nuove bande di giovani delinquenti (che naturalmente non si definiscono "yakuza", nonostante siano gangster in tutto e per tutto) spadroneggiano nel loro territorio, prosperando in particolare proprio grazie alle truffe agli anziani (dalla classica telefonata per estorcere denaro fingendosi amici dei figli, alla vendita di futon o di filtri per l'acqua). Con un ultimo scatto di orgoglio, gli anziani banditi decideranno di tornare in campo, formando una nuova "famiglia" e dando battaglia ai giovani irrispettosi e privi di quel codice d'onore che ha sempre guidato le loro azioni. Kitano si ritaglia una parte marginale (il commissario di polizia) e lascia carta bianca a otto interpreti d'antan in un film che mescola comicità surreale a malinconiche riflessioni sul tempo che passa; un film che forse ha il fiato corto e poco da dire al di fuori del suo ristretto argomento, ma che pure a tratti riesce ancora ad attaccare lo spettatore allo schermo e a farlo partecipare al desiderio di riscossa di questi vecchi leoni feriti. Sequenze paradossali e momenti stupidi (le scommesse, i tentativi di riscuotere denaro fingendosi invalidi, la protesta sotto la sede della ditta dove lavora il figlio di Ryuzo) si alternano a scene d'azione (atipiche, trattandosi di Kitano: vedi l'inseguimento con il bus dirottato nel finale), senza mai perdere di vista i personaggi e la loro umanità, mentre brevi flashback delle loro imprese del passato (girate in bianco e nero e con la pellicola rovinata, come se si trattasse di un vecchio film) non sfociano per fortuna in un patetico rimpianto del tempo perduto: i nostri anziani eroi non si piangono addosso ma guardano sempre al futuro, con la schiena diritta e l'orgoglio di chi sa bene di essere migliore di tutti coloro che sono venuti dopo (e che tanto parlano e sentenziano senza rendersi conto di aver smarrito ogni sorta di etica, di poesia e di rispetto). Ryuzo e i suoi sette scagnozzi sono personaggi ai quali è lecito affezionarsi e volere bene, non meno che ai tanti altri "eroi sconfitti" del cinema di Kitano che li hanno preceduti (dai giovani pugili di "Kids return" ai gangster fatalisti di "Sonatine").

27 febbraio 2016

Remember (Atom Egoyan, 2015)

Remember (id.)
di Atom Egoyan – Canada/Germania 2015
con Christopher Plummer, Martin Landau
***

Visto al cinema Apollo.

Dopo la morte della moglie Ruth, il quasi novantenne ebreo Zev Guttman (un Plummer fenomenale) fugge dalla casa di riposo per andare alla ricerca del comandante nazista che aveva sterminato tutta la sua famiglia ad Auschwitz e che si è rifugiato in Nord America sotto il falso nome di Rudi Gurlander. Il problema è che in giro ci sono quattro Gurlander, e Zev – che fra le altre cose soffre di demenza senile, dimenticando spesso i dettagli della propria missione – dovrà rintracciarli uno dopo l'altro se vorrà ucciderlo e vendicarsi. Dopo diverso tempo Egoyan torna ai livelli dei suoi film migliori ("Exotica", "Il dolce domani", "Il viaggio di Felicia") con una pellicola che – tenendo fede al suo titolo – intreccia mirabilmente i vari temi della "memoria": quella degli eventi storici dell'Olocausto, che rischiano di essere dimenticati man mano che i protagonisti e i sopravvissuti invecchiano e muoiono ("Siamo gli ultimi a poter riconoscere il volto di quell'uomo", spiega a Zev l'amico Max Rosenbaum (Martin Landau), il suo compagno di ospizio che ha rintracciato Gurlander e gli ha fornito tutte le informazioni per raggiungerlo); ma anche quella, più semplicemente, dei ricordi del proprio passato, destinata a degradarsi con la vecchiaia. E infatti Zev, a ogni risveglio, ripiomba in un'epoca in cui la moglie era ancora viva e fa fatica a ricordarsi dove si trova o cosa sta facendo: dovrà annotarsi le informazioni più importanti sulla propria pelle (come in "Memento": ma qui, significativamente, sul braccio ha anche un'altra "annotazione" che gli ricorda il suo passato, ovvero il numero del campo di concentramento) e rileggere in continuazione la preziosa lettera di Max con le istruzioni per la sua missione. Il gioco della memoria e dei ricordi che svaniscono, fra l'altro, non è fine a sé stesso, visto che costituisce un elemento essenziale della trama e giustifica il colpo di scena finale. Grande cast di attori anziani, che oltre a Plummer e Landau comprende anche Bruno Ganz e Jürgen Prochnow (due degli uomini oggetto della "caccia" di Zev). Durante il suo viaggio, il protagonista incontrerà quattro diversi aspetti del nazismo: il soldato inconsapevole, il prigioniero "diverso" (che ci ricorda come gli ebrei non furono le uniche vittime dell'Olocausto: un tema che naturalmente sta molto a cuore a Egoyan, che è di origine armena), il fanatico entusiasta (che non ha partecipato davvero allo sterminio; e proprio questa sua mancanza fa sì che, non rendendosi pienamente conto dell'orrore, possa continuare a professare la propria ideologia) e, infine, l'autentico nazista che si è ricostruito una vita e una famiglia in America, tenendo questa all'oscuro del proprio passato. Il viaggio a tappe di Zev è scandito da incontri con persone di tutte le età, di cui significativi sono quelli con i bambini, che rappresentano l'innocenza della "non conoscenza" (come quando la bimba domanda chi siano i nazisti, e Zev le risponde semplicemente che sono "persone cattive"). Interessante anche il rapporto di Zev con la musica (Moszkowski, Mendelssohn e Wagner: i primi due ebrei, il terzo il musicista più associato – suo malgrado – al nazismo), mentre al tema della memoria e della sua cancellazione (volontaria o meno) si sovrappone quello del delicato equilibrio (non sempre contrapposizione!) fra verità e menzogna ("False verità" era il titolo di un altro film di Egoyan). Henry Czerny è il figlio di Zev, Dean Norris il poliziotto neo-nazista.

12 agosto 2015

Madadayo (Akira Kurosawa, 1993)

Madadayo - Il compleanno (Madadayo)
di Akira Kurosawa – Giappone 1993
con Tatsuo Matsumura, Kyoko Kagawa
***

Rivisto in divx, con Marisa.

Il professor Uchida, scrittore e docente di tedesco, va in pensione nel 1943: illuminato e anticonvenzionale, stravagante e fuori dagli schemi, nel corso della sua carriera si è conquistato l'affetto e il rispetto di decine di studenti che non cesseranno mai di fargli visita e recargli omaggio. Ogni anno, in occasione del suo compleanno, lo festeggeranno in particolare con un'insolita cerimonia, durante la quale gli viene provocatoriamente chiesto se è finalmente disposto ad abbandonare questo mondo: "Mādakai?" ("Sei pronto?"), è la domanda che gli rivolgono. E la sua risposta, immancabilmente, è "Mādadayo" ("Non ancora"). L'ultimo film di Akira Kurosawa (il regista nipponico sarebbe morto pochi anni dopo, nel 1998) non è il suo testamento spirituale: di quelli, "l'imperatore" ne aveva già lasciati fin troppi con i lungometraggi precedenti (a ben vedere è almeno dal 1965, l'anno di "Dodes'ka-den", che ciascuno dei suoi film veniva considerato da critici e spettatori – per temi, importanza o contenuto – come se fosse l'ultimo di una carriera che sembrava non terminare mai). È invece semplicemente un omaggio verso un personaggio realmente esistito (Hyakken Uchida visse dal 1889 al 1971) e nel quale forse Kurosawa si identificava, o che quantomeno ammirava per aver sempre saputo mantenere un animo giovane e limpido ("d'oro zecchino", dicono i suoi studenti) come quello di un bambino: solo così si spiegano le forti emozioni che suscitano in lui eventi semplici e "piccole" tragedie personali come la perdita del gatto di casa (un episodio che occupa quasi metà del film), oppure i sogni che continua a fare anche in età avanzata, nei quali si rivede da ragazzo a giocare a nascondino con i suoi amici e a contemplare le luci dorate del tramonto che creano strane forme e colori nel cielo. Ed è su queste immagini oniriche, accompagnate dalla musica di Vivaldi, che si concludono sia il cinema di Kurosawa sia un film che, insieme agli immediatamente precedenti "Sogni" e "Rapsodia in agosto", compone un ideale trittico intimo e minimalista, apparentemente distante dai grandi affreschi storici e sociali realizzati dal regista in precedenza ma in realtà incentrato, come quelli, sulla psicologia umana e sulla grande sensibilità dell'artista. Anche prima di questo finale, in ogni caso, la pellicola ha parecchio da offrire a uno spettatore disposto ad adeguarsi al ritmo rilassato della narrazione: divertenti aneddoti e momenti di grande pathos (giocando un po' con la cronologia – nella realtà Uchida smise di insegnare nel 1949 – Kurosawa racconta anche gli ultimi anni della guerra e quelli dell'immediato dopoguerra: ma il tono è sempre ilare e rilassato, mai drammatico), festeggiamenti di gruppo e recitazione di poesie, la contemplazione della luna e il trascorrere delle stagioni, canti popolari e insegnamenti spirituali quasi zen. Fra gli attori che interpretano gli allievi di Uchida, si riconoscono Hisashi Higawa e Akira Terao, già visti in "Ran" e "Sogni".

9 agosto 2015

Rapsodia in agosto (Akira Kurosawa, 1991)

Rapsodia in agosto (Hachigatsu no kyōshikyoku)
di Akira Kurosawa – Giappone 1991
con Sachiko Murase, Richard Gere
***1/2

Rivisto in DVD.

Il penultimo film di Kurosawa è un toccante e intenso racconto sulle conseguenze del bombardamento atomico e su come differenti generazioni di giapponesi si rapportano con quell'evento. Al centro della storia c'è l'anziana Kane (Sachiko Murase), che vive fra le montagne presso Nagasaki e che il 9 agosto 1945 vide morire suo marito quando gli americani sganciarono la bomba sulla città. Ospiti da lei per l'estate sono i suoi quattro nipoti, Tami, Tateo, Minako e Shinjiro, che apprendono dalla nonna la reale portata di quello che è accaduto e che visitano con commozione e orrore i monumenti e i luoghi che ancora oggi, nella città, ricordano quello che è accaduto (in particolare lo scheletro di metallo aggrovigliato che è stato conservato nel piazzale della scuola dove morì il loro nonno, al tempo insegnante). Quando la vecchia Kane riceve un invito da Suzujiro, suo fratello da tempo trasferitosi alle Hawaii e diventato cittadino statunitense, che vorrebbe rivederla prima di morire, nicchia prima di accettare. Nel frattempo a giungere in Giappone è il figlio americano di Suzujiro, Clark (Richard Gere), che ha così l'occasione di conoscere i suoi parenti giapponesi e fare i conti con il passato che ha diviso le due nazioni. Le barriere generazionali (come sempre, in Giappone, c'è un distacco non indifferente: nonni e nipoti sembrano legati da una sensibilità che è assente nella generazione intermedia, più materalista e concreta, anche perché cresciuta dopo la guerra e negli anni del boom economico) e quelle geografiche (Giappone e America, separate non solo dall'Oceano ma anche dai ricordi di una guerra ormai conclusa da anni e che ha portato tanti lutti: "La guerra è finita ma la bomba continua a uccidere", dice Kane) dominano le dinamiche di una pellicola molto più complessa e stratificata di quanto non sembri all'apparenza con il suo tono intimo e l'incedere episodico, e che ha mandato fuori strada anche qualche critico che l'ha accusata di anti-americanismo, oppure di sottacere le responsabilità giapponesi durante il conflitto (nel primo caso, è la stessa Kone a spiegare come la colpa non sia dei popoli, ma della guerra in sé; nel secondo, il tono umanista e antibellico del film e la mancanza assoluta di glorificazione di quei giorni mi sembrano prove sufficenti per confutare la critica, a meno di non voler condurre la sceneggiatura verso altre direzioni, estranee e fuori tema).

Al toccante ricordo della tragedia atomica (con sequenze, come quella in cui i quattro nipoti visitano la città e i suoi monumenti, che riportano alla mente "Hiroshima mon amour"), presentato con sincera commemorazione e senza retorica (ma accompagnato da immagini visivamente inquietanti, come l'enorme e malvagio occhio che si apre nel cielo), si affianca il motivo dei rapporti con l'ex nemico e ora alleato, gli Stati Uniti, impersonificati dalla figura di un Richard Gere (la seconda star americana, dopo il Martin Scorsese di "Sogni", ad apparire come ospite nel cinema di Kurosawa) cui il doppiaggio italiano regala un marcato accento per simulare quello che sfoggiava nella versione originale (in cui l'attore, ovviamente, parlava in giapponese, avendo memorizzato foneticamente le sue battute). Rapporti che sono ancora più stretti se si pensa ai tanti giapponesi trasferitisi là e naturalizzati, come i membri della famiglia di Suzujiro, i cui nipoti sono biondi e "americani al cento per cento". La straordinaria figura della nonna, ostinata e testarda, vivace e spiritosa, che racconta ai nipoti ricordi e testimonianze, ma anche curiose storie di spiriti e folletti (come il Kappa che vive nella vicina cascate) e buffi aneddoti sui suoi tanti fratelli (così tanti che non se li ricorda nemmeno tutti), guida l'intera pellicola. E ciò nonostante il punto di vista rimane sempre quello dei giovani ragazzi, che in certo senso simboleggiano una riconciliazione con il passato ormai già avvenuta (pur essendo giapponesi, indossano jeans e magliette di università americane, parlano inglese e sono più che lieti di conoscere i parenti d'oltreoceano). Al contrario, i loro genitori vengono nei ricchi congiunti hawaiiani solo un'occasione di guadagno, e si rapportano a loro con una certa ipocrisia, addirittura tacendo inizialmente il fatto che il nonno sia morto nell'esplosione di Nagasaki ("Gli americani si offendono se qualcuno gli ricorda la bomba atomica"). Dopo tante sequenze di quotidianità estiva (le cene, le gite alla cascata, i giochi fra i bambini, il tentativo di Tateo di riparare un vecchio organo), resta memorabile il finale in cui, forse rivivendo quel terribile giorno del 1945, la vecchia Kane "sfida" il vento, la pioggia e la tempesta avanzando con il proprio ombrellino in mezzo alla tormenta, vanamente inseguita da figli e nipoti: un'immagine divenuta iconica e una sequenza di poesia e potenza su cui il film, sulle note del bellissimo "Stabat mater" di Vivaldi, si conclude lasciando lo spettatore in balia delle proprie emozioni.