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28 novembre 2017

Assassinio sull'Orient Express (S. Lumet, 1974)

Assassinio sull'Orient Express (Murder on the Orient Express)
di Sidney Lumet – GB 1974
con Albert Finney, Lauren Bacall
**1/2

Rivisto in divx.

Sul celebre treno che da Istanbul conduce in Europa, proprio nella cuccetta a fianco di quella dove dorme l'investigatore Hercule Poirot, viene ucciso a coltellate mister Ratchett (Richard Widmark), ricco uomo d'affari americano dal passato torbido. I sospettati sono numerosi: praticamente tutti coloro che viaggiano nello stesso vagone. Mentre il convoglio è bloccato dalla neve in mezzo ai Balcani, il grande detective belga saprà barcamenarsi fra i tanti (troppi) indizi e ricostruire le insolite circostanze in cui è avvenuto l'omicidio. Da uno dei romanzi più famosi di Agatha Christie, forse il miglior adattamento cinematografico di un giallo classico della scrittrice inglese, visto che può contare sulla regia di un solido professionista come Lumet e su un cast all star che comprende, fra gli altri, Sean Connery, Ingrid Bergman, Anthony Perkins, Lauren Bacall, Jacqueline Bisset, Vanessa Redgrave e John Gielgud. Più che la risoluzione del delitto in sé (che da un certo punto in poi comincia a essere evidente anche chi non avesse letto il romanzo), quello che conta è l'atmosfera e il substrato psicologico della vicenda, con tutti i pezzi che vanno lentamente al proprio posto e il ruolo di ciascun personaggio che viene pian piano definito. Decisamente old style per ambientazione (metà anni trenta), impostazione (il classico whodunit con l'investigatore che interroga uno a uno i sospettati), regia, recitazione e colonna sonora, il film ha tutta la scorrevolezza delle migliori pagine della Christie, nonché un finale a suo modo memorabile. Il plot è ispirato al vero caso del rapimento del figlio di Charles Lindbergh, avvenuto nel 1932, solo due anni prima della pubblicazione del romanzo. Albert Finney dà vita a un Poirot impomatato, mentre nel cast corale svettano la Bacall (in un ruolo acido e autoironico) e la Bergman (per lei anche un Oscar come attrice non protagonista). Notevole la scelta di Perkins per la parte del giovane con un complesso edipico (reminiscenze di "Psyco"?). Rifatto per la tv nel 2001 e nuovamente per il cinema (diretto e interpretato da Kenneth Branagh) nel 2017.

24 agosto 2017

Quinto potere (Sidney Lumet, 1976)

Quinto potere (Network)
di Sidney Lumet – USA 1976
con William Holden, Faye Dunaway
***

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

L'anziano giornalista televisivo Howard Beale (Peter Finch), in crisi esistenziale anche perché, dopo anni di onorato servizio, sta per essere licenziato a causa dei bassi indici di ascolto, annuncia durante il telegiornale la sua intenzione di suicidarsi in diretta entro una settimana. Naturalmente l'audience schizza alle stelle, e i responsabili della rete tv gli offrono la possibilità di esternare, in un programma tutto suo, qualsiasi cosa gli passi per la testa. L'amico Max Schumacher (William Holden), direttore della sezione news, tenta inutilmente di opporsi: viene esautorato dal suo incarico, che passa nelle mani della spregiudicata Diana Christensen (Faye Dunaway), ideatrice di programmi che ricorrono a qualsiasi mezzo e qualsiasi argomento pur di provocare la reazione del pubblico. Quando però le “sparate” di Beale si faranno sempre più scomode e l'indice di gradimento ricomincerà a scendere, nell'impossibilità di cacciarlo di nuovo (perché ormai entrato nelle grazie del proprietario del network), i responsabili della programmazione, guidati dal cinico Frank Hackett (Robert Duvall), organizzeranno il suo omicidio in diretta tv. Più che una satira, una lucida e feroce critica al mondo della tv commerciale, descritto come cinico e insensibile e che l'anziano Max identifica con la giovane e rampante Diana, incapace di provare veri sentimenti e che sostituisce alla realtà un mondo fittizio fatto di cinismo e spettacolarizzazione. Sceneggiato da Paddy Chayefsky, il film è stato intitolato in italiano “Quinto potere” per fare il verso al capolavoro di Orson Welles: ma più che semplicemente la stampa e la televisione, il quarto e quinto potere andrebbero interpretati rispettivamente come il giornalismo che manipola l'opinione pubblica (ossia il potere dei mass media) e la volgarizzazione dell'intrattenimento (ossia il loro inevitabile scadimento con il puro fine della crescita dell'audience). Per Diana i programmi possono parlare di qualsiasi cosa, purché solletichino gli istinti degli spettatori e portino profitto. Non importa se si tratti di idee controverse o pericolose: si può persino sostituire il telegiornale con le previsioni di un'indovina, o finanziare un gruppo terrorista per mostrarne le azioni in anteprima. Beale, addirittura, diventa il “pazzo profeta dell'etere”, un guru in grado di manipolare le masse con il suo anticonformismo, all'insegna dello slogan “Sono incazzato nero, e tutto questo non lo tollererò più”: una specie di Beppe Grillo ante litteram. E naturalmente questo tipo di tv passa sopra a ogni vita e a ogni rapporto umano, visto che tutto è sacrificabile e contano solo lo share e l'indice di gradimento. Nel cast anche Wesley Addy, Ned Beatty e Beatrice Straight. Grande successo di critica, con dieci nomination e quattro premi Oscar vinti: per le interpretazioni a Finch (assegnato postumo), Dunaway e Straight (per soli cinque minuti di apparizione sullo schermo: record minimo di sempre), per la sceneggiatura a Chayefsky.

20 marzo 2016

Quel pomeriggio di un giorno da cani (S. Lumet, 1975)

Quel pomeriggio di un giorno da cani (Dog Day Afternoon)
di Sidney Lumet – USA 1975
con Al Pacino, John Cazale
***1/2

Rivisto in TV, con Sabrina.

Con l'aiuto del complice Sal (John Cazale), l'omosessuale disoccupato Sonny Wortzik (Al Pacino) tenta una rapina in banca nel bel mezzo di Brooklyn, poco prima della chiusura della filiale. Ma le cose vanno storte sin dal principio: la cassaforte è praticamente vuota perché il furgone portavalori è appena passato per ritirare il contante, e l'edificio viene circondato dalla polizia prima che Sonny e Sal possano darsi alla fuga. I due rapinatori non hanno altra scelta che rinchiudersi dentro la banca, prendere come ostaggi il direttore e le cassiere, e intavolare una trattativa con la polizia e l'FBI nella speranza di guadagnarsi una via di fuga (richiedono infatti un pulmino che li porti all'aeroporto, e un aereo per fuggire all'estero). Ma col passare delle ore, la situazione si complica sempre di più. Tratto da una storia vera (i cineasti hanno preso ispirazione da un articolo apparso sulla rivista "Life", che raccontava la rapina avvenuta nel 1972: come nel film, gli eventi si dipanano nell'arco di poco più di una decina di ore, in un torrido pomeriggio newyorkese), un heist movie iconico e influente, perfettamente collocato in un periodo della storia americana carico di tensioni sociali (erano gli anni della contestazione alla guerra del Vietnam, della lotta per i diritti dei neri, e della controcultura). Se l'atmosfera all'interno della banca è alternativamente tesa e rilassata (come il rapporto che Sonny e Sal instaurano con gli ostaggi), altrettanto interessanti sono le relazioni con chi è all'esterno: dalla folla di curiosi che si raduna attorno alla banca, molti dei quali manifestano solidarietà con Sonny, che viene visto come un simbolo della ribellione e della lotta contro l'ordine costituito (lui stesso è un veterano del Vietnam, e arringa la folla al grido di "Attica! Attica!", facendo riferimento alla rivolta nell'omonima prigione newyorkese che pochi mesi prima aveva messo in luce i soprusi della polizia contro i detenuti), ai mass media che vogliono intervistarlo, soprattutto dopo la rivelazione del vero motivo per cui l'uomo ha tentato la rapina in banca: procurarsi il denaro necessario per pagare l'operazione di cambio di sesso al suo amante omosessuale (Chris Sarandon). Con interpretazioni eccellenti (Pacino su tutti) e una regia solida e precisa, al film si possono perdonare facilmente alcuni leggeri scivoloni (le figure della moglie e della madre di Sonny, dipinte eccessivamente come "macchiette"): resta ampiamente carico di motivi, di temi e di significati, che spaziano al di là degli eventi narrati e contribuiscono a ritrarre – proprio come altre pietre miliari di quel periodo, per esempio "Taxi driver" – le turbolenze politiche e sociali dell'America degli anni settanta attraverso vicende personali di personaggi disadattati. Pacino e Cazale avevano già recitato insieme ne "Il padrino". Nel cast anche Charles Durning, James Broderick, Lance Henriksen, Sully Boyar e Penelope Allen. Nominato a sei premi Oscar, il film vinse quello per la sceneggiatura (di Frank Pierson).

11 agosto 2014

Onora il padre e la madre (S. Lumet, 2007)

Onora il padre e la madre (Before the devil knows you're dead)
di Sidney Lumet – USA 2007
con Philip Seymour Hoffman, Ethan Hawke
***

Visto in TV, con Sabrina.

L'ultimo film di Lumet (girato quando il regista aveva 83 anni) è un noir post-moderno che dà parecchi punti alle pellicole simili cui viene solitamente paragonato (a partire da quelle dei fratelli Coen). Caratterizzata da una narrazione destrutturata (gli eventi non vengono mostrati in ordine cronologico ma attraverso balzi avanti e indietro nel tempo, con alcune scene che sono mostrate più volte da diversi punti di vista, inizialmente incomplete e solo in seguito integrate con il resto), la pellicola è al contempo un dramma a tinte forti su una famiglia disfunzionale e un thriller tesissimo su un'impresa criminale votata al fallimento a causa dell'improvvisazione e dell'inettitudine dei suoi stessi protagonisti, nella più pura tradizione dei grandi heist movie del passato. Proprio questa commistione lo rende un perfetto trait d'union fra i melodrammi familiari del cinema moderno e i classici noir degli anni cinquanta. Spinti da un impellente bisogno di denaro, i fratelli Andy (Seymour Hoffman) e Hank (Ethan Hawke) progettano di rapinare la piccola gioielleria gestita dai propri genitori: il primo, contabile in un'agenzia immobiliare, deve coprire gli "ammanchi" causati dalla sua dipendenza dalla droga; il secondo, divorziato e perennemente al verde, è alle prese con gli alimenti e le rate scolastiche della figlia. Ma la rapina, anziché andare liscia come previsto, finisce in tragedia: la madre muore e il padre giura vendetta. Il meccanismo narrativo a flashback e anticipazioni amplifica costantemente la tensione, mentre la regia dell'anziano maestro mantiene sempre il controllo sulla materia e scava in profondità nel psicologia e nella morale dei personaggi senza lasciarsi andare a sberleffi e sbracature (i Coen, e qui torniamo ai paragoni irriverenti, avrebbero sicuramente "mancato" il climax o annacquato la tragedia con tocchi di humour nero a sproposito). Al servizio della sceneggiatura dell'esordiente Kelly Masterson abbiamo poi un gruppo di attori di razza, che oltre ai due protagonisti comprende un intenso Albert Finney (il padre) e una sempre sensualissima Marisa Tomei (la moglie di Andy), protagonista di diverse scene hot, fra cui quella che apre il film. Il titolo originale (con cui quello italiano non ha nulla a che vedere) è la seconda parte di un antico detto irlandese: "May you be in heaven half an hour before the devil knows you're dead" ("Che tu possa arrivare in paradiso mezz'ora prima che il diavolo si accorga che sei morto").

4 giugno 2014

Pelle di serpente (Sidney Lumet, 1960)

Pelle di serpente (The fugitive kind)
di Sidney Lumet – USA 1960
con Marlon Brando, Anna Magnani
***

Visto in divx, con Marisa.

Val Xavier (Brando), vagabondo e musicista nei night club di New Orleans, detto "Pelle di serpente" per via della giacca che indossa, giunge in una cittadina rurale del profondo Sud con l'intenzione di rifarsi una vita. Trova un impiego nel negozio gestito da Lady Torrance (Anna Magnani), ma non riuscirà a salvare la donna dall'inferno del suo matrimonio infelice e da un ambiente ostile, razzista e violento. Ardita rilettura del mito di Orfeo ed Euridice, tratta dal dramma "Orpheus Descending" di Tennessee Williams (anche co-sceneggiatore), impreziosita dalla regia di Lumet, dalla fascinosa fotografia in bianco e nero di Boris Kaufman e dall'interpretazione di un Brando al culmine del carisma e della prestanza fisica, qui affiancato da un'intensa Magnani al suo terzo film hollywoodiano e alla seconda collaborazione con Williams dopo "La rosa tatuata" (entrambi i testi, pare, furono scritti dal drammaturgo pensando proprio all'attrice italiana come protagonista). L'origine teatrale della sceneggiatura è evidente dalla preponderanza dei dialoghi, dall'ambientazione circoscritta e dal tipico stile di Williams che, attraverso i drammi e le dinamiche dei suoi personaggi, denuncia il malessere sociale dell'America contemporanea. Diversi (ma non banali) i riferimenti al mito di Orfeo, a partire dalla chitarra da cui Xavier non gli separa mai (che gli è stata donata non da Apollo ma da un grande musicista jazz, il cui suono "incantava" non gli animali ma i procuratori!). Se Brando è un cantastorie affabulatore, affascinante e dai poteri magici, la Magnani è una novella Euridice, "simbolicamente morta" e prigioniera in un inferno fatto di solitudine, violenza e ingiustizia, che si aggrappa al nuovo venuto per ricominciare disperatamente a vivere. È un mondo – come spiega Brando – che si divide in chi compra e chi viene comprato: ma c'è anche un terzo tipo di uomini, quelli sempre in movimento (da qui il titolo originale del film) e che si lasciano trasportare dal vento come gli uccelli. Altra metafora animale è quella del serpente, la cui pelle passa nel finale da Brando a un altro personaggio (la ragazza trasgressiva e ninfomane interpretata da Joanne Woodward). Maureen Stapleton è la "veggente" Talbot, moglie dello sceriffo, mentre Victor Jory è Jabe Torrance, il marito di Lady. Da notare che anche per Brando si trattava del secondo incontro con Tennessee Williams (dopo "Un tram che si chiama desiderio").

29 maggio 2014

Serpico (Sidney Lumet, 1973)

Serpico (id.)
di Sidney Lumet – USA 1973
con Al Pacino, John Randolph
**1/2

Visto in TV.

Film ispirato alla vita vera di Frank Serpico, agente italo-americano di New York che si battè contro la corruzione dilagante e organizzata all'interno della polizia. Trasferito da un distretto all'altro, si accorse infatti che quasi tutti i suoi compagni prendevano bustarelle per chiudere un occhio sui traffici criminali della zona, e che le denunce ai superiori cadevano sempre nel vuoto, senza alcun risultato se non quello di calamitarsi addosso le antipatie dei suoi stessi colleghi. Con i toni del docu-drama e l'impeto del film di impegno civile più che quello del cinema di genere, la pellicola di Lumet (subentrato a John G. Avildsen poco prima dell'inizio delle riprese) è uno dei capisaldi del poliziesco urbano dei primi anni settanta e si appoggia alla grandiosa prova a tutto tondo di Al Pacino nei panni di un uomo talmente integro da sembrare un pesce fuor d'acqua in un ambiente marcio e assuefatto all'illegalità ("Chi si fida di un poliziotto che rifiuta una busta?"). Serpico è un detective in borghese e anticonformista, che frequenta il Greenwich Village, porta baffi, barba e capelli lunghi e si veste da hippie: esteriormente a volte sembra quasi una versione realistica del successivo "Monnezza" di Tomas Milian. Proprio l'aderenza alla realtà (la sceneggiatura è tratta dalla biografia di Frank Serpico scritta da Peter Maas) limita paradossalmente il film, rendendolo piuttosto lineare e a rischio di stereotipo (a parte Serpico, non ci sono personaggi caratterizzati con sufficiente profondità), oltre a non farlo mai deviare dal tema principale (anche le brevi disgressioni sulla vita privata del protagonista, vedi le storie d'amore pur inserite con naturalezza e senza forzature, lasciano il tempo che trovano). Grande successo commerciale e nomination all'Oscar per Pacino, che tornerà a lavorare con Lumet due anni più tardi in "Quel pomeriggio di un giorno da cani".

9 aprile 2014

A prova di errore (Sidney Lumet, 1964)

A prova di errore (Fail-safe)
di Sidney Lumet – USA 1964
con Henry Fonda, Dan O'Herlihy
***1/2

Visto in divx, con Sabrina.

In piena Guerra Fredda, il sistema automatizzato che gestisce la difesa degli Stati Uniti e le procedure per una rappresaglia in caso di attacco termonucleare da parte dei russi sembra davvero essere "a prova di errore". Eppure, qualcosa va storto: e uno stormo di sei bombardieri americani di stanza in Alaska, dotati ciascuno di due testate atomiche, riceve l'ordine irrevocabile di andare a bombardare Mosca. Dopo frenetiche consultazioni fra politici, scienziati e militari, il presidente degli Stati Uniti (Henry Fonda) telefona al suo omologo sovietico, offrendosi di aiutare i russi ad abbattere gli aerei americani. Ma quando uno dei bombardieri riuscirà ad eludere ogni difesa e raggiungere Mosca, al presidente non resterà che compiere un ultimo e terribile sacrificio pur di dimostrare la propria buona fede ed evitare lo scoppio della guerra. Thriller di fantapolitica tratto da un romanzo di Eugene Burdick ed Harvey Wheeler e uscito nello stesso anno de "Il dottor Stranamore" di Stanley Kubrick, ne propone praticamente la stessa storia (c'è persino un accenno a un ordigno "fine di mondo", in grado di contrattaccare anche dopo un'eventuale sconfitta) e ne affronta gli stessi temi, sia pure trattandoli in chiave drammatica e realistica anziché satirica e grottesca, al punto che ci furono cause incrociate: Peter George, autore del romanzo "Red Alert" da cui era stato tratto "Il dottor Stranamore", accusò Burdick e Wheeler di averlo plagiato, mentre Kubrick riuscì a convincere i produttori a ritardare l'uscita del film di Lumet, inizialmente prevista prima del suo (entrambe le pellicole erano curiosamente state messe in cantiere dalla Columbia Pictures). Eclissato, sia al momento della sua uscita che nel corso degli anni successivi, dalla fama del film di Kubrick, "A prova di errore" merita invece un convinto recupero, tanto come documento della tensione e della paranoia di quegli anni, di poco successivi alla crisi dei missili cubani (la descrizione dell'evolversi di una crisi nucleare lascia con il fiato sospeso), quanto per le sue qualità cinematografiche: merito del taglio teatrale della messinscena, della regia lucida di Lumet, delle scenografie asettiche, della recitazione intensa, e soprattutto della contrastata fotografia in bianco e nero di Gerald Hirschfeld, che si esalta nelle inquadrature claustrofobiche e nei primi piani ravvicinatissimi dei volti dei personaggi. Perdonabili alcune inaccuratezze dal punto di vista tecnico e militare, visto che il film venne girato con un budget assai limitato e senza alcuna assistenza da parte del dipartimento della difesa o dell'aviazione statunitense, che rifiutarono di collaborare per il timore di possibili ricadute negative.

La sceneggiatura di Walter Bernstein (sulla lista nera di McCarthy negli anni cinquanta per le sue simpatie di sinistra), che intende mostrare tutta la follia di una possibile guerra termonucleare, non mette a confronto le differenti ideologie fra russi e americani ma, anzi, le comuni paure, il desiderio di "fidarsi" e di fare di tutto pur di evitare una guerra. Eppure, e questo è il messaggio del film, la fiducia e il buon senso degli uomini potrebbero non bastare quando ci si affida troppo alle macchine e a un'organizzazione dove basta un piccolo errore (voluto o meno) per mettere in moto un meccanismo irrevocabile e fuori controllo. Quasi tutta l'azione si svolge in interni e in soli tre ambienti (il bunker sotterraneo della Casa Bianca, la sala conferenze del Pentagono e il quartier generale del comando strategico dell'aviazione militare), dai quali i personaggi si parlano attraverso telefoni e interfoni, e sui cui grandi schermi osservano (sembra un videogioco!) la posizione dei bombardieri e dei caccia su una mappa. I russi, al contrario, non si vedono mai sullo schermo, anche se si odono al telefono le voci del premier, di un ambasciatore e di alcuni generali. Fonda aveva recitato per Lumet già nel suo film d'esordio, "La parola ai giurati". Walter Matthau è lo scienziato (civile) guerrafondaio, Larry Hagman (il futuro J.R. di "Dallas") è il giovane interprete del presidente, mentre un quasi esordiente Dom DeLuise ha una piccola parte nei panni del sergente che viene costretto a rivelare ai russi le informazioni necessarie ad abbattere gli aerei americani. Completano il cast Dan O'Herlihy (il generale che apre e chiude la pellicola con il suo sogno "metaforico" sul matador), Frank Overton, Ed Binns e un eccellente Fritz Weaver alla sua prima apparizione sullo schermo nei panni di Cascio, il colonnello che a un certo punto rifiuta di obbedire agli ordini. Autoironica, e non certo rassicurante, la dicitura nei titoli di coda, con cui il ministero della difesa e l'aviazione degli Stati Uniti assicurano che un "rigido sistema di sicurezza e di controlli impedirebbe il verificarsi di eventi come quelli descritti nel film". Nella realtà, comunque, un ordine di attacco non sarebbe mai stato eseguito se non confermato a voce. Nel 2000 Stephen Frears ne ha fatto un remake per la televisione, trasmesso in diretta e sempre in bianco e nero, con George Clooney, Richard Dreyfuss e Harvey Keitel.

27 gennaio 2014

L'uomo del banco dei pegni (S. Lumet, 1964)

L'uomo del banco dei pegni (The pawnbroker)
di Sidney Lumet – USA 1964
con Rod Steiger, Jaime Sánchez
***

Visto in divx.

Sol Nazerman (un monumentale Rod Steiger), professore universitario ebreo di origine tedesca, sopravvissuto all'Olocausto e ad Auschwitz, gestisce ora uno scalcinato banco dei pegni nel quartiere newyorkese di Harlem. Le esperienze passate lo hanno reso misantropo e impermeabile alle emozioni: svolge il suo lavoro in maniera fredda e spenta, anestetizzato e privo di qualsivoglia empatia nei confronti di coloro che lo circondano: i poveracci che si affidano al suo negozio, i gangster che lo sfruttano per riciclare denaro, una donna che cerca di scuoterlo dal suo torpore, il giovane apprendista portoricano che vuole imparare il mestiere per tagliare i ponti con i delinquenti che un tempo frequentava. Forse sente la "colpa di essere vivo", come lo accusa il genitore di un suo compagno che invece nei lager è morto; forse ha perduto ogni fede in Dio e ogni rispetto per l'umanità, come rivela al suo apprendista; o forse ha semplicemente deciso di "liberarsi di ogni emozione" nella speranza di rimuovere così anche i ricordi della perdita della sua famiglia. Ricordi che però, con rapidissimi flashback (notevole il montaggio), cominciano a tornargli davanti agli occhi sempre più di frequente, scuotendo la sua corazza e mandandolo in crisi. Primo film americano a trattare il tema dell'Olocausto dal punto di vista di un sopravvissuto e soprattutto il trauma successivo a quegli eventi (nonché, curiosità di costume, primo film hollywoodiano contenente scene di nudo – le tette della prostituta – a essere approvato sotto il regime del codice Hays), racconta la tragedia di un uomo prima ancora che quella di un popolo (di cui quasi tutti gli altri personaggi sono all'oscuro o non conoscono i dettagli: non sono pochi coloro che chiedono con curiosità al protagonista cosa significhi il numero che ha tatuato sul braccio). Lo stile (soprattutto riguardo ai flashback) è evidentemente debitore della Nouvelle Vague francese, tanto da essere stato paragonato ad alcuni lavori di Alain Resnais ("Hiroshima mon amour", "Notte e nebbia"), anche se l'uso degli ambienti (dal negozio in cui Nazerman ha scelto di "seppellirsi", perennemente immerso nell'ombra e chiuso da grate come quelle di una prigione, alle strade e ai ponti di uno dei quartieri più malfamati della città), resi ancora più grigi ed opprimenti dalla fotografia in bianco e nero, è invece tipicamente americano. Brock Peters è il gangster con cui Sol è in affari, mentre – non accreditato – Morgan Freeman fa la sua prima (piccola) apparizione sullo schermo.

28 febbraio 2013

La parola ai giurati (Sidney Lumet, 1957)

La parola ai giurati (12 angry men)
di Sidney Lumet – USA 1957
con Henry Fonda, Lee J. Cobb
****

Visto in TV, con Sabrina.

In un’afosa giornata estiva, al termine di un dibattimento, una giuria popolare si ritira in una piccola aula privata del tribunale di New York per deliberare su un caso di parricidio. Gli indizi e le testimonianze sembrerebbero non lasciare dubbi, e infatti undici dei dodici giurati sono subito pronti, senza alcuna esitazione, a dichiarare colpevole il diciottenne dei bassifondi che è accusato di aver pugnalato il padre che lo maltrattava. Ma uno dei giurati vota invece per l’assoluzione: non perché sia convinto al cento per cento che il ragazzo sia innocente, ma perché ritiene che sussista ancora un “ragionevole dubbio” (di fronte al quale è impossibile emettere un verdetto di colpevolezza) e soprattutto perché, essendoci una vita in gioco (l’imputato, se giudicato colpevole, andrebbe sulla sedia elettrica), pensa che sia giusto discuterne almeno un po’ prima di prendere una decisione frettolosa. Poiché in un caso del genere è necessaria l’unanimità, gli altri undici giurati cercano di convincere il loro compagno delle proprie ragioni: ma durante la discussione, inaspettatamente, sono invece loro che, uno a uno, finiscono col rendersi conto della superficialità, dei pregiudizi o delle ambiguità che potrebbero aver offuscato le proprie conclusioni. A parte le brevi sequenze iniziali e finali, il film si svolge tutto in una stanza, e può dunque essere iscritto a quel particolare genere di “cinema da camera” (che rispetta le unità di luogo, azione e tempo) cui appartengono pellicole come “Nodo alla gola” di Hitchcock o “Carnage” di Polanski. Oltre che una perfetta descrizione delle dinamiche del dibattito, della psicologia sociale e dei meccanismi di “costruzione del consenso” all’interno di un gruppo di persone di età, cultura e origine differente, è anche un caposaldo del cinema giudiziario, sebbene non mostri il processo in sé ma solo la discussione della giuria popolare (che negli Stati Uniti è formata da cittadini comuni, estratti a sorte): la vicenda viene ricostruita pezzo a pezzo, a beneficio dello spettatore, proprio attraverso i commenti dei giurati, che – fra liti, conflitti e ragionamenti vari – fanno emergere pian piano nuovi particolari. Memorabile la caratterizzazione dei dodici personaggi (nessuno dei quali identificato da un nome, a parte quelli interpretati da Fonda e da Sweeney che si scambiano le presentazioni nel finale, ma solo da un numero): si va dal bigotto razzista e pieno di pregiudizi (Ed Begley) al rappresentante che spera solo di concludere la discussione in fretta perché ha in tasca un biglietto per una partita di baseball (Jack Warden), dall’immigrato dell’Europa dell’Est che nutre un’appassionata fiducia nel sistema giudiziario americano (George Voskovec) all’agente pubblicitario che si lascia influenzare continuamente dalle opinioni altrui (Robert Webber), dal presidente della giuria, allenatore di una squadra di football liceale, che cerca a fatica di gestire con equilibrio la discussione (Martin Balsam), al timido impiegato di banca che inizialmente è messo in soggezione dagli altri ma trova poi il coraggio delle proprie idee (John Fiedler), dal freddo e analitico agente di borsa che cerca di considerare i fatti con razionalità (E. G. Marshall), al “tifoso del Baltimora” che proviene a sua volta dai bassifondi e dunque empatizza con il ragazzo (Jack Klugman), dall’imbianchino paziente e rispettoso (Edward Binns) all’anziano saggio e riflessivo (Joseph Sweeney), per finire con le due figure principali, l’antagonista e il protagonista del film: l’esagitato uomo d’affari che – come si scoprirà alla fine – intende condannare il ragazzo per “punire” in qualche modo il suo stesso figlio, fuggito da casa e con il quale aveva un rapporto difficile (Lee J. Cobb), e il coscienzioso architetto (Henry Fonda) che è il primo a nutrire qualche dubbio su come i fatti sono stati ricostruiti e portati in tribunale. Da notare che il film si conclude senza rivelare se il ragazzo imputato sia effettivamente innocente: anzi, probabilmente è colpevole, solo che gli indizi contro di lui non permettono di affermarlo “oltre ogni ragionevole dubbio”, appunto. Tratto da una magistrale sceneggiatura di Reginald Rose, inizialmente pensata per un adattamento televisivo, il film segna il debutto alla regia cinematografica di Sidney Lumet, autore in seguito di altri capolavori (come “Quel pomeriggio di un giorno da cani”). Verrà rifatto quarant'anni dopo, nel 1997, da William Friedkin, con Jack Lemmon e George C. Scott nelle due parti principali.