Visualizzazione post con etichetta McKellen. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta McKellen. Mostra tutti i post

9 novembre 2020

Cats (Tom Hooper, 2019)

Cats (id.)
di Tom Hooper – GB/USA 2019
con Francesca Hayward, Judi Dench
*1/2

Visto in TV (Netflix).

I gatti di Jellicle, magica comunità felina di Londra cui si è appena unita la micia bianca Victoria (Francesca Hayward), si radunano come ogni anno in un vecchio teatro per scegliere chi fra di loro è degno di rinascere a nuova vita. Ma il perfido Macavity (Idris Elba) intende rapire gli altri contendenti per costringere la leader del gruppo, Old Deuteronomy (Judi Dench), a scegliere lui. Adattamento cinematografico del celebre musical di Andrew Lloyd Webber, ispirato alla raccolta di poesie "Old Possum's Book of Practical Cats" (1939) di T.S. Eliot. Ma l'aggiunta di una trama spuria, la non eccezionale qualità degli arrangiamenti delle canzoni, e soprattutto l'inquietante resa in CGI dei personaggi (mezzi gatti e mezzi uomini, ma collocati in un ambiente iperrealistico e "in scala"), ne hanno decretato il completo insuccesso. Di fatto, l'unica cosa da salvare sono le (già note) canzoni, anche se non tutte sono interpretate in modo impeccabile (le migliori sono quella di Skimbleshanks con il tip tap, quella di Macavity – cantata in maniera trascinante da Taylor Swift nel ruolo di Bombalurina – e ovviamente la sempre commovente "Memory", cantata da Jennifer Hudson nel ruolo di Grizabella). Disturbanti e molto kitsch invece le scenografie e le coreografie, fastidiosa la fotografia ipercorretta, stereotipata la trama (spogliata di ogni poesia), infantili le caratterizzazioni dei personaggi, e discutibile – come detto – la resa grafica e visiva, che "appiccica" forzatamente i volti degli attori su ibridi umano-animale disgustosamente inquietanti (l'effetto "uncanny valley" è sempre in agguato). Come se non bastasse, per non "mancare" la data d'uscita della pellicola nelle sale, gli effetti al computer furono realizzati in fretta e furia e il film venne presentato con sequenze incomplete o mancanti, tanto da costringere la casa di distribuzione a rendere disponibile agli esercenti una nuova copia digitale da scaricare pochi giorni dopo, cosa mai accaduta prima per un film di tali proporzioni. Il regista Hooper (al secondo musical dopo "Les Misérables") ha confermato che gli effetti furono completati a sole poche ore dalla prima proiezione. Di fronte a questi problemi, le variazioni apposte al musical originale (la promozione di Victoria a personaggio centrale della storia; l'aggiunta di una nuova canzone a lei riservata, "Beautiful Ghosts"; la trasformazione di Old Deuteronomy da maschio a femmina) contano persino poco. La protagonista Hayward, danzatrice prestata al cinema, mostra sempre la stessa espressione (con occhioni sognanti) per tutto il film. Nel cast anche Laurie Davidson (Mr. Mistoffelees), Robbie Fairchild (Munkustrap), James Corden (Bustopher Jones), Ian McKellen (Gus), Jason Derulo (Rum Tum Tugger) e Rebel Wilson (Jennyanydots). La versione italiana alterna dialoghi doppiati e canzoni lasciate in originale con sottotitoli, risultando fastidiosa nelle transizioni (in "Evita" e in "Jesus Christ Superstar", per fare esempi di altri film tratti da musical di Lloyd Webber, era stato lasciato tutto con i sottotitoli). Colossale flop di pubblico e di critica (una famosa recensione recita: "It's the worst thing to happen to cats since dogs"), secondo alcuni potrebbe conquistarsi con gli anni la fama di cult movie (del genere "So bad it's good"): tutto è possibile, ma se accadrà sarà soltanto grazie al comparto musicale, che invita gli spettatori a cantare insieme agli attori.

2 settembre 2020

Demoni e dei (Bill Condon, 1998)

Demoni e dei (Gods and Monsters)
di Bill Condon – GB/USA 1998
con Ian McKellen, Brendan Fraser
***

Rivisto in divx alla Fogona, con Marisa.

Alla fine degli anni cinquanta, James “Jimmy” Whale (McKellen), il leggendario regista del "Frankenstein" con Boris Karloff, trascorre la vecchiaia da recluso nella sua villa con piscina a Hollywood. Reduce da un ricovero in ospedale, è in fase di declino mentale, in preda a un fiume di ricordi incontrollati che si mescolano con i sogni e le allucinazioni legate al suo passato e alla sua arte (come i primi amori o le esperienze vissute in trincea durante la prima guerra mondiale). Omosessuale dichiarato, sembra attratto dal nuovo giardiniere della villa, il giovane e prestante Clayton Boone (Fraser), al quale chiede di posare per un ritratto e con cui stringe una singolare amicizia, essendo i due diversi in ogni cosa (per età, esperienze e vissuto: l'uno troppo legato al passato, l'altro senza apparente futuro). In realtà Jimmy sta progettando il proprio suicidio, e spera che proprio Clayton possa esserne l'artefice. Ispirato agli ultimi anni di vita del vero James Whale e alle sue creature più celebri, forse il più bel film di Condon: una riflessione sulla vita, l'amicizia e la tolleranza, attraverso la metafora del mostro più famoso della storia della settima arte: un "cattivo" che in realtà era soltanto un incompreso, con cui a tratti si identificano sia Jimmy che Clayton. Bello anche l'omaggio al cinema del passato: dai vecchi film degli anni trenta che ora fanno più ridere che paura (anche se Whale afferma che questo era l'intento sin da allora), alla dorata Hollywood dove vecchi relitti si tengono a galla con feste frivole ma sontuosissime. Il titolo della pellicola deriva da una frase de “La moglie di Frankenstein”, anche se la traduzione italiana è imprecisa (in originale era: "Dei e mostri"). E anche i titoli di coda richiamano quelli dei film che omaggia (con la dicitura “A good cast is worth repeating”). Ottimo Ian McKellen, in un ruolo particolarmente sentito. Fraser, con i capelli squadrati da marine, richiama in silhouette proprio il mostro di Frankenstein (e la cosa è naturalmente voluta). Bello anche il personaggio di Hanna, la fedele governante di casa Whale, interpretato da Lynn Redgrave. Il film vinse l'Oscar per la miglior sceneggiatura non originale (che Condon trasse dal romanzo "Father of Frankenstein" di Christopher Bram), oltre a ricevere nomination per le interpretazioni di McKellen e Redgrave.

9 agosto 2020

Il Signore degli Anelli: Il ritorno del re (Peter Jackson, 2003)

Il Signore degli Anelli: Il ritorno del re
(The Lord of the Rings: The Return of the King)
di Peter Jackson – USA/Nuova Zelanda 2003
con Elijah Wood, Ian McKellen, Viggo Mortensen
***1/2

Rivisto in DVD (versione estesa).

"La battaglia per il Fosso di Helm è finita, la battaglia per la Terra di Mezzo sta per cominciare". C'eravamo lasciati così, al termine de "Le due torri", sull'orlo della guerra con Sauron e con il destino dell'anello in sospeso. E il terzo e conclusivo capitolo de "Il Signore degli Anelli" non delude le attese, rivelandosi la pellicola più epica e grandiosa della trilogia tratta dal romanzo di J.R.R. Tolkien, nonché la più lunga (oltre quattro ore nell'edizione estesa!). Dopo un breve prologo sull'origine di Gollum, quando era ancora un hobbit di nome Sméagol (Andy Serkis per una scena può recitare in prima persona, senza "rivestimenti" digitali: forse un premio per il suo exploit nel precedente film), prosegue il viaggio di Frodo e Sam verso Mordor. Gollum li guida per un pericoloso sentiero segreto, che sfiora la roccaforte di Minas Morgul (da cui escono le armate di Sauron, guidate dai Nazgûl e dirette contro Gondor) e si inerpica sulle montagne fino alla fortezza di Cirith Ungol. Durante il tragitto Gollum tradisce i suoi compagni: dopo aver separato Sam da Frodo, lascia che questi cada vittima del gigantesco ragno Shelob. Catturato dagli orchi di Cirith Ungol, sarà salvato da Sam che lo sosterrà fino a Monte Fato. Nel frattempo i restanti membri della compagnia dell'anello, finalmente riuniti dopo la battaglia del Trombatorrione, si confrontano con Saruman fra le rovine di Isengard. In una scena presente soltanto nell'edizione estesa del film (ne parliamo dopo) lo stregone bianco è ucciso dal suo stesso servitore, Gríma Vermilinguo. Più tardi i nostri si dividono di nuovo: Gandalf si reca a Minas Tirith, capitale di Gondor, per prepararla all'imminente assedio, conducendo con sé Pipino, che ha incautamente guardato nel palantír di Saruman, la pietra veggente con la quale lo stregone comunicava con Sauron. Aragorn (cui il mezzelfo Elrond ha consegnato Narsil, la spada di Isildur ora riforgiata, a suggello della sua autorità regale), Legolas e Gimli decidono di seguire il Sentiero dei Morti, radunando così gli spiriti di un antico popolo che tremila anni prima aveva tradito la propria alleanza con Gondor e che ora avrà l'occasione di riscattarsi. Merry, infine, rimane a Dunclivo, l'accampamento dove re Théoden ha radunato tutti i guerrieri di Rohan, in attesa di scendere a sua volta in battaglia.

Guidate dall'orco Gothmog, le forze di Sauron assediano Minas Tirith approfittando della confusione che regna in città. Il governatore reggente Denethor ha infatti smarrito ogni speranza e, dopo aver costretto il figlio Faramir a lanciarsi in un'inutile spedizione suicida per riconquistare le rovine di Osgiliath (da cui torna gravemente ferito), si rivela incapace di organizzare una difesa adeguata: sarà Gandalf a farlo al suo posto, dopo aver inviato – con l'aiuto di Pipino – una richiesta d'aiuto a Rohan. I Rohirrim giungono ai campi del Pelennor, davanti alla mura della città, proprio nel momento in cui la sconfitta sembrava ormai imminente, ovvero dopo che gli orchi avevano sfondato la porta di Minas Tirith con l'enorme ariete Grond. L'arrivo della cavalleria capovolge le sorti della battaglia, ma solo per un attimo: alla carica dei Rohirrim contro gli orchi, Sauron risponde con l'avanzata dei Sudroni (a bordo dei colossali olifanti). E mentre Éowyn ha il suo momento di gloria sconfiggendo (con l'aiuto di Merry) il Re degli Stregoni di Angmar, il temibile signore dei Nazgûl che aveva abbattuto re Théoden (e che, secondo una profezia, "nessun uomo può uccidere": viene infatti sconfitto da una donna e da uno hobbit), il provvidenziale arrivo di Aragorn e dell'esercito dei morti a bordo delle navi dei corsari di Umbar sugella finalmente la vittoria delle forze dell'Ovest. Non resta che l'ultimo passo: marciare direttamente contro Mordor per attirare le restanti truppe di Sauron davanti al Cancello Nero, distogliendo l'attenzione dell'Oscuro Signore da Monte Fato, dove Frodo e Sam stanno conducendo in segreto l'anello. Ma nelle viscere del vulcano, proprio davanti al fuoco del Sammath Naur, Frodo si lascerà tentare dal suo potere: sarà l'intervento di Gollum a causare involontariamente la distruzione dell'anello e la sconfitta definitiva di Sauron, il cui spirito si disperde. La lunga pellicola si conclude con una serie di finali concatenati: la felice riunione fra i personaggi sopravvissuti, l'incoronazione di Aragorn a Gondor (e il suo matrimonio con Arwen), il ritorno a casa degli hobbit e, infine, la partenza degli ultimi elfi (ma anche di Gandalf, Bilbo e Frodo) dai Rifugi Oscuri, verso le Terre Imperiture.

A saga conclusa, si può ben dire che si è trattato di un evento cinematografico senza pari e con un respiro d'altri tempi: il film di Peter Jackson (perché è di un unico film diviso in tre parti che si tratta, in fondo: ricordo ancora che le tre pellicole sono state girate tutte insieme e di fila, nell'arco di 14 mesi, per poi richiedere un lungo lavoro di post-produzione) non può essere paragonato a nulla di ciò che era stato prodotto nei trenta-quarant'anni precedenti, almeno da Hollywood. Bisogna tornare a nomi come i già citati David Lean o Akira Kurosawa per trovare termini di confronto adeguati. E rispetto ai due precedenti capitoli, in questa terza pellicola la portata degli eventi si eleva su scala ancora maggiore, mentre la guerra dell'anello finisce col coinvolgere eserciti di proporzioni colossali. Ogni personaggio viene trasfigurato e ogni vicenda innalzata a dimensioni epiche, senza però rinunciare a scrutare nell'intimo dei protagonisti e nelle loro motivazioni personali. Ciascuno, infatti, va incontro alla guerra e alla morte in modo differente: Éowyn nel disperato tentativo di sfuggire al peso delle consuetudini e per combattere al fianco di colui che ama; Faramir per la tragica lealtà nei confronti del padre e del suo popolo; Théoden per il desiderio di riscatto e per tener fede a un'antica alleanza; Pipino per rimediare agli errori commessi; Merry per non lasciare da soli i suoi amici; Aragorn per affrontare senza più alcun timore il suo glorioso destino; Frodo, naturalmente, per vincere i propri fantasmi e le proprie tentazioni, impersonate nel terribile anello. E, più importante di tutti, Sam per l'amicizia e la fedeltà verso l'amico, che non abbandona nemmeno nell'ora più buia, quando le ferite che non guariscono mai e i fardelli troppo pesanti da portare sembrano sbarrare la porta anche agli ultimi raggi di luce. Innumerevoli i momenti indimenticabili e le scene di grande cinema, tanto per gli spettatori a digiuno del romanzo quanto per chi lo conosce a menadito: si pensi al confronto fra Éowyn e il signore dei Nazgûl ("Io non sono un uomo!"), o a Gandalf che conforta Pipino parlandogli della morte ("La grande cortina di pioggia di questo mondo si apre e tutto si trasforma in vetro argentato. E poi... bianche sponde. E al di là di queste, un verde paesaggio sotto una lesta aurora", una descrizione che gli sceneggiatori hanno preso dall'ultimo capitolo del romanzo, quando Frodo veleggia verso Valinor).

Come e forse più degli altri due film, tuttavia, anche questo ha alcuni difetti. Nonostante la lunghezza, mancano delle risoluzioni, e molte cose sono state sacrificate per esigenze di tempo. In particolare, nell'edizione uscita al cinema, è assente il confronto finale con Saruman, lo stregone così catastroficamente sconfitto al termine del secondo film da negare a Christopher Lee persino una comparsata finale, privo di poteri e rinchiuso nella sua torre semidistrutta e guardata a vista dagli Ent: la scena della sua morte per mano di Gríma sarà inserita solo nell'edizione estesa, uscita in DVD. Si tace poi sulle ragioni della follia di Denethor e sull'origine del suo pessimismo, cosa che impoverisce il personaggio, forse quello al quale la trilogia cinematografica ha reso meno giustizia, trasformandolo da una figura tragica in un villain irrazionale e antipatico. Soltanto pochi secondi (e, anche in questo caso, solo nell'edizione estesa) sono riservati alle "Case di guarigione", uno dei miei capitoli preferiti del libro, e di conseguenza a una degna conclusione per Éowyn e Faramir. Infine, nonostante parecchi critici si siano lamentati del finale tirato per le lunghe, io la penso in maniera opposta: trovo che l'incoronazione del re e i "molti addii" siano volati troppo in fretta e avrei desiderato che il regista (e il montatore) ci si fossero soffermati per qualche minutino in più. Il difetto principale, comunque, è che gran parte della prima metà del film serve essenzialmente a far "andare avanti" la storia. C'è troppa carne al fuoco (il palantír, l'arrivo di Gandalf e Pipino a Minas Tirith, la spedizione di Faramir a Osgiliath, Aragorn sul sentiero dei morti, Minas Morgul, Shelob) per soffermarsi su ognuno di questi episodi con la dovuta calma. Il risultato è che per un'ora e mezza le vicende si dipanano senza suscitare lo stesso coinvolgimento emotivo dei film precedenti. Poi, miracolosamente, tutto cambia: quando i cavalieri di Rohan caricano davanti a Minas Tirith, ci accorgiamo di essere di fronte a un momento che attendevamo da anni. Da lì in poi, si sfiora il capolavoro. La battaglia dei campi del Pelennor, colossale ed epica, è molto diversa da quella del Fosso di Helm vista ne "Le due torri": non un assedio notturno sotto la pioggia, ma uno scontro in campo aperto e alla luce del giorno, altrettanto disperato ma decisamente più eroico.

Fra le scene più memorabili ci sono naturalmente quelle degli hobbit a Mordor, il vero nucleo narrativo del film. Di fronte a un Frodo sempre più provato (e tentato) dal fardello che ha scelto di trasportare, abbiamo un Sam che cresce fino a diventare praticamente la figura centrale della pellicola (se indubbiamente Frodo era il protagonista de "La compagnia dell'anello" e Aragorn quello de "Le due torri", Sam lo è a buon diritto de "Il ritorno del re"): e Sean Astin, rimasto un po' nell'ombra nelle pellicole precedenti, diventa di colpo il MVP della trilogia. Come ha detto qualcuno, è facile affrontare drammi e pericoli se si sa che alla fine c'è la ricompensa: ma è quando svanisce persino l'illusione della ricompensa che ci vuole Samvise ("Non posso portare il vostro fardello, padron Frodo, ma posso portare voi"). Sam è un personaggio che cresce lentamente anche nel romanzo, ma giunti alla fine sembra naturale che la storia si chiuda con lui, uno dei pochi a resistere al fascino tentatore dell'anello (a dire il vero, nel romanzo era presente una sezione che descriveva le illusioni di grandezza di Sam quando è in possesso dell'anello, gonfiata a dismisura nell'adattamento a cartoni animati de "Il ritorno del re" firmato dalla Rankin/Bass nel 1980: qui la scena è assente, anche perché lo spettatore non sa che Sam ha l'anello fino a quando non lo rivela anche a Frodo). Anche la momentanea separazione fra i due hobbit per via degli inganni di Gollum è farina del sacco degli sceneggiatori. E sempre dal film Rankin/Bass proviene forse l'ispirazione per alcune scene a Mordor con Frodo e Sam travestiti da Orchi. A livello di scenografie, spicca su tutte la bellissima città bianca di Minas Tirith, con i suoi sette livelli circondati dalle mura e costruiti su uno sperone di roccia sopra i campi del Pelennor. La cittadella con l'albero bianco, dove si trova la sala del trono, testimonia – con i suoi marmi bianchi e neri – della magnificenza della civiltà di Gondor, prestigiosa e antica, ben differente dal popolo di pastori e cavallerizzi di Rohan: il rapporto fra i due regni, nella Terra di Mezzo, è un po' come quello fra l'impero romano (nel periodo della sua decadenza) e le tribù di goti o di barbari a esso soggette. L'architettura e le decorazioni della cittadella sono state ispirate in parte agli scenografi del film da alcuni palazzi e monumenti di Firenze e Siena, oltre che dalla Cappella Palatina di Aquisgrana.

Dei tre film, questo è comunque quello che più si discosta dal materiale di partenza. Molte sono le scene e i personaggi del libro che vengono eliminati, come tutti i capitani di Gondor (Imrahil, Beregond) o altri abitanti di Minas Tirith (Bergil, Ioreth), le già citate Case di guarigione (e dunque l'Athelas), e naturalmente il ritorno nella Contea occupata dai mercenari di Saruman (nonostante le immagini che si erano viste nello specchio di Galadriel). L'edizione estesa rimedia almeno ad alcune delle mancanze più gravi, come l'assenza di risoluzione finale per Saruman (che muore a Orthanc, anziché a Casa Baggins): inizialmente la sequenza avrebbe dovuto concludere "Le due torri", ma Jackson la rinviò al film successivo per terminare il secondo in modo più solenne. Poi, al momento di montare "Il ritorno del re", pensò che sarebbe stato poco opportuno dedicare troppi minuti a un nemico già sconfitto. Qua e là, inoltre, piccole modifiche servono a dare maggiore tensione ad alcune scene. Va bene che quella che conta è la fedeltà allo spirito dell'opera, e non alla lettera, ma avrei gradito qualche scostamento in meno, visto che il libro V (la prima metà del terzo volume della trilogia) è forse quello che più mi piace di tutto "Il Signore degli Anelli". Non ho gradito per nulla il modo in cui è stato caratterizzato Denethor, l'assenza del suo palantír e il suo rapporto con Faramir. E ho trovato poco riuscita anche la rappresentazione di Osgiliath (che nel mondo di Tolkien era la prima capitale di Gondor), che appare un po' finta e di dimensioni ridotte, una manciata di rovine a poche centinaia di metri di distanza da Minas Tirith. Inoltre in questo terzo capitolo mi sembra che l'utilizzo di computer grafica abbia cominciato a prendere la mano ai cineasti, così come l'abuso di correzione digitale dei colori nella fotografia artificiale di Andrew Lesnie (così artificiale che può permettersi di mutare dal giorno alla notte – nell'edizione estesa – la scena in cui Pipino ritrova Merry sul campo del Pelennor): tutte tendenze che funesteranno il cinema hollywoodiano negli anni successivi. Altre modifiche rispetto al romanzo: l'esercito dei morti è decisivo per le sorti della battaglia del Pelennor (in maniera un po' troppo facile), mentre nel libro veniva congedato già prima, e sulle navi dei corsari di Umbar c'erano Gondoriani e Dúnedain (qui assenti, Halbarad compreso). Nella versione più lunga c'è anche la Bocca di Sauron: in un primo tempo era previsto che Sauron stesso, in forma fisica e armatura, si palesasse davanti al Morannon per affrontare Aragorn, ma poi è stato sostituito da un "semplice" troll.

In ogni caso questa trilogia ci ha consegnato un luogo immaginario e cinematografico che resterà nel cuore di molti negli anni a venire. L'interpretazione (e la visione) di Peter Jackson si affianca, senza sostituirla, a quella di Tolkien, con il merito di aver dato un volto a molti personaggi che sarà difficile immaginare con fattezze diverse (a partire da Aragorn, ora re Elessar, impensabile da scindere da Viggo Mortensen). Ottimi tutti gli interpreti, chi più e chi meno: i quattro hobbit (cinque, con un Bilbo ormai invecchiato e pronto a partire per "una nuova avventura"), Legolas (cui Orlando Bloom ha regalato, se non una personalità, almeno numerosi momenti da scavezzacollo: alcune "spacconate", come l'uccisione acrobatica di un olifante, sono state aggiunte in seguito al buon riscontro da parte dei fan), Gimli (personaggio comico, sì, ma anche stranamente intenso: il suo scambio di battute con Legolas – "Non avrei mai pensato di morire fianco a fianco ad un elfo!" - "E fianco a fianco ad un amico?" - "Sì, questo potrei farlo!" – è fra i più commoventi), un Gandalf sempre più autorevole, per non parlare di Théoden (memorabile il suo discorso ai cavalieri prima di attaccare), Éowyn (il confronto con il Re degli Stregoni è uno dei miei momenti preferiti del romanzo, avrò riletto quelle pagine centinaia di volte), Éomer, Faramir. Altri momenti mitici: il "Non inchinatevi a nessuno" rivolto da re Elessar ai quattro piccoli hobbit (mutuato da "Mulan"?), e ovviamente la partenza finale dai Rifugi Oscuri, con l'addio malinconico e agrodolce a un Frodo che non ha più l'anima per continuare a vivere nella Terra di Mezzo: "Siamo partiti per salvare la Contea. E l'abbiamo salvata, ma non per me", dice a Sam. Peter Jackson fa il suo cameo come uno dei corsari di Umbar, mentre Elanor (la figlia di Sam e Rosie) è interpretata dalla vera figlia di Sean Astin. Non dimentichiamo infine i personaggi in CGI: Gollum, innanzitutto, che anche nella corruzione e nella malvagità si rivela una figura tragica, nonché indispensabile per la buona risoluzione della vicenda. Ma anche il ragno gigante Shelob, protagonista di una delle sequenze più horror e raccapriccianti, e le aquile che giungono a combattere nel momento più opportuno. Qualcuno si è lamentato di un possibile buco di sceneggiatura (perché le aquile non sono state usate sin dall'inizio per portare l'anello a Monte Fato?), dimenticando che la missione di Frodo doveva essere segreta per non attirare l'attenzione di Sauron, e che i Nazgûl pattugliavano i cieli.

Il successo della pellicola è stato strepitoso, tanto al botteghino (all'epoca fu il secondo film a raggiungere il miliardo di dollari di incassi, dopo "Titanic") quanto presso la critica. Candidato a ben 11 premi Oscar (compresi quelli per il miglior film e la miglior regia), fece un raro clean sweep vincendo tutte e 11 le statuette ed eguagliando così il record dello stesso "Titanic" e di "Ben-Hur". In un certo senso, i premi sono da considerare assegnati non solo a questo film ma all'intera trilogia (che nel complesso ha vinto 17 Oscar su 30 nomination e ha rappresentato una vera pietra miliare nel cinema fantastico, nonché un avanzamento senza pari per la tecnologia degli effetti speciali). Per l'occasione Jackson tornò a lavorare con il montatore Jamie Selkirk, suo collaborare abituale ma assente nei primi due film della trilogia (ognuna delle tre pellicole ha infatti un montatore diverso, forse per differenziarle almeno in parte). La fenomenale colonna sonora di Howard Shore si arricchisce di un bel tema dedicato a Gondor (che si ode per la prima volta quando Gandalf cavalca verso la cittadella), mentre fra le canzoni spicca quella di Pipino (cantata da Billy Boyd) durante l'assalto di Faramir a Osgiliath, e quella di Annie Lennox sui titoli di coda (illustrati da Alan Lee), "Into the West", che nel testo è una sorta di rimando a "L'ultima canzone di Bilbo", scritta dallo stesso Tolkien. Se prima di questa trilogia il regista era già noto e apprezzato per la sua creatività e il suo entusiasmo cinefilo, ma solo da pochi fan, il successo lo renderà per alcuni anni uno dei nomi più potenti di Hollywood, al punto che due anni più tardi avrà carta bianca per realizzare un altro dei suoi sogni di bambino, un costosissimo remake del suo film preferito, "King Kong". La Terra di Mezzo, però, non scomparirà dagli schermi cinematografici. Negli anni seguenti appariranno omaggi, fan movie (come "The Hunt for Gollum" e "Born of Hope", entrambi del 2009) e infine, dal 2012 al 2014, quel prequel tanto atteso, "Lo Hobbit", firmato sempre da Jackson e diviso anch'esso (stavolta malauguratamente) in tre pellicole: avrebbe dovuto dirigerlo Guillermo del Toro, con il buon Peter soltanto come produttore, ma poi le cose sono andate diversamente e Jackson non ha resistito a far visita di nuovo alla meravigliosa Terra di Mezzo, un mondo immaginario che una volta conosciuto non abbandonerà tanto facilmente la mente e il cuore.

7 agosto 2020

Il Signore degli Anelli: Le due torri (Peter Jackson, 2002)

Il Signore degli Anelli: Le due torri
(The Lord of the Rings: The Two Towers)
di Peter Jackson – USA/Nuova Zelanda 2002
con Elijah Wood, Ian McKellen, Viggo Mortensen
****

Rivisto in DVD (versione estesa).

La compagnia dell'anello si è sciolta, ma il lungo viaggio di Frodo e Sam verso Mordor prosegue. Intenzionati a distruggere l'anello di Sauron nelle fiamme del Monte Fato, lungo il percorso i due hobbit incontrano Gollum, la creatura che ha custodito il "tesssoro" (come lo chiama lui) per cinquecento anni, prima che Bilbo glielo sottraesse, e che ora brama di rimpadronirsene. Frodo, però, gli estorce la promessa di accompagnarli nel loro viaggio. Nel frattempo gli orchi dello stregone rinnegato Saruman stanno conducendo Merry e Pipino a Isengard, ma vengono attaccati da un gruppo di cavalieri di Rohan: i due hobbit ne approfittano per fuggire nella vicina foresta di Fangorn, dove fanno la conoscenza di Barbalbero e degli Ent, una razza segreta di alberi semoventi. Quanto ad Aragorn, Legolas e Gimli, che erano sulle tracce degli orchi per liberare i loro amici, incappano in un Gandalf redivivo (promosso al rango di stregone bianco per confrontarsi alla pari con Saruman) col quale si recano a Edoras, la capitale di Rohan, terra dei cavalli e antico alleato di Gondor. Dopo aver liberato il re Théoden dalla nefasta influenza di Saruman e del suo consigliere Gríma, i nostri cavalcano insieme fino al Fosso di Helm, dove attenderanno l'assalto dell'armata di Saruman al riparo della fortezza del Trombatorrione. L'assedio e la successiva battaglia, che sarà vinta anche grazie al provvidenziale ritorno di Éomer, nipote del re, ingiustamente esiliato da Gríma, e il contemporaneo attacco degli Ent a Isengard segnano la sconfitta finale di Saruman. Nel contempo Frodo e Sam, resisi conto dell'impossibilità di accedere a Mordor attraverso il Cancello Nero, accettano la proposta di Gollum di penetrare nel paese da un sentiero secondario che solo lui conosce. Durante la traversata dei boschi dell'Ithilien sono però catturati da un drappello di soldati di Gondor, guidati da Faramir, fratello minore di Boromir, che come lui sembra cedere alla tentazione dell'anello e progetta di condurre gli hobbit alla propria capitale, Minas Tirith. Ma dopo uno scontro a Osgiliath con le forze di Sauron e con i Nazgûl (a bordo di nuove cavalcature alate), Faramir cambierà idea e lascerà Frodo e compagni liberi di proseguire la loro missione...

Se il primo film della trilogia de "Il Signore degli Anelli" raccontava la sua storia in maniera essenzialmente lineare (l'unica digressione, a parte l'incipit, era quella relativa alla prigionia di Gandalf a Isengard), il secondo segue invece tre vicende in parallelo (il viaggio di Frodo e Sam, le peripezie di Merry e Pipino con gli Ent, e il coinvolgimento degli altri personaggi nella guerra a Rohan), differenziandosi dal libro che era diviso – senza alternanza – in due sezioni ben distinte (la prima sulla guerra a Rohan, la seconda sul viaggio dei portatori dell'anello). In effetti il secondo capitolo di una trilogia si presenta sempre come il più problematico, perché spesso non ha né un inizio né un finale ben definito. Nel caso del romanzo di Tolkien la cosa era ancora più evidente, perché la divisione in tre volumi fu arbitraria. Peter Jackson e le sue co-sceneggiatrici, Fran Walsh e Philippa Boyens, risolvono il problema anticipando o posticipando parte del materiale del secondo tomo, che viene distribuito nelle altre due pellicole: se già la morte di Boromir (che apriva il volume) era stata narrata nel finale de "La compagnia dell'anello", altri eventi (lo scontro con Shelob, la resa dei conti con Saruman) vengono rinviati al film conclusivo, in modo da lasciare il massimo spazio alla grande battaglia del Fosso di Helm, che monopolizza l'intera pellicola (con i preparativi prima, e con l'assedio vero e proprio poi) e ne costituisce il climax drammatico. Per aumentare la tensione riguardo al viaggio di Frodo e Sam, inoltre, viene modificato il personaggio di Faramir, lasciando che anche lui (soprattutto per compiacere il padre, a dire il vero, come rivela una scena – presente soltanto nell'edizione estesa – che introduce in anticipo il sovrintendente reggente di Gondor) sembri cadere preda del nefasto potere tentatore dell'anello. Un potere, d'altro canto, che viene esercitato sempre di più su Frodo, che da personaggio solare diventa sempre più oppresso e tormentato. Nel complesso, se il lungometraggio precedente era essenzialmente una pellicola d'avventura, questo può essere definito a tutti gli effetti un film di guerra.

Girato in contemporanea con gli altri due, il film si apre riproponendo la scena dello scontro fra Gandalf e il Balrog di Moria, rivelandoci però che la lotta è proseguita anche dopo la caduta dal ponte di Khazad-dûm. Questo ci prepara al ritorno dello stregone, con una nuova veste bianca ("Sono Saruman... come avrebbe dovuto essere") e poteri rinnovati (le questioni metafisiche relative alla sua rinascita sono soltanto accennate, senza particolari approfondimenti: non si parla dei Valar o della natura degli Istari). La scomparsa e la resurrezione di Gandalf non rappresentano purtroppo l'unico caso in cui ci viene lasciato credere che un personaggio sia morto, salvo rivelare che non è così: un espediente che già nel libro si ripete più volte ma di cui Jackson abusa allo sfinimento, esagerando in maniera enfatica nel tentativo di accrescere la tensione anche quando non ce ne sarebbe bisogno (è quasi un ricatto emotivo, uno dei pochi difetti della trilogia). Era successo con gli hobbit a Brea e con Frodo a Moria, capita qui con Merry e Pipino presso Fangorn, e con Aragorn che cade da un dirupo dopo lo scontro con i Warg (una scena introdotta appositamente nel film), e accadrà ancora nel terzo film (Frodo avvelenato da Shelob, Faramir dopo l'assalto a Osgiliath, Merry ed Éowyn sui campi del Pelennor). E già che stiamo elencando i rari difetti di un film comunque di eccezionale livello: tutta la sottotrama relativa ad Arwen, alla sua mortalità, al legame con il destino dell'anello e alla decisione di abbandonare della Terra di Mezzo a guerra in corso, è oltremodo confusa e incoerente (oltre che spuria). In un primo momento la sceneggiatura prevedeva addirittura che il personaggio interpretato da Liv Tyler partecipasse alla battaglia del Trombatorrione, accompagnata da un'armata di elfi: alcune scene furono in effetti girate, ma poi i cineasti cambiarono idea. Gli elfi al Fosso di Helm sono però rimasti, guidati da Haldir di Lórien (e se la cosa non è piaciuta ai fan, va ricordato che anche nel libro si accenna al coinvolgimento degli elfi nella Guerra dell'Anello al nord, a Lórien stessa e a Bosco Atro).

La pellicola introduce il regno di Rohan, la terra dei Rohirrim (i "signori dei cavalli"), popolo di pastori e agricoltori ispirato alle tribù germaniche, più "barbarico" (se vogliamo) in confronto alla raffinatezza (ma anche alla decadenza) di Gondor: il legame fra i due è simile a quello fra i Visigoti e l'impero romano al tempo del suo declino. Il suo sovrano è Théoden, interpretato da Bernard Hill (sì, il capitano del "Titanic"!), che quando si apre la storia è sotto l'influenza di Saruman. Nel libro si trattava di una semplice persuasione, somministrata attraverso le velenose parole dell'infido consigliere Gríma Vermilinguo (un eccellente Brad Dourif). Nel film, invece, siamo di fronte a una vera e propria possessione a distanza da parte di Saruman, che Gandalf "espelle" come un esorcista. molto bella la realizzazione visiva di Edoras, la capitale del regno, con il suo "palazzo d'oro" che in realtà è una grande sala di legno, perfettamente in linea con le descrizioni di Tolkien e l'iconografia dell'alto medioevo. A Rohan facciamo anche la conoscenza dei due nipoti del re: il fedele guerriero Éomer (Karl Urban), che Jackson combina con il personaggio di Erkenbrand (assente nel film), e sua sorella Éowyn (Miranda Otto). A quest'ultima la pellicola dedica ampio spazio, trattandosi dopo tutto del principale personaggio femminile del romanzo, l'unico con sufficiente personalità da poter competere con quelli maschili. Coraggiosa e desiderosa di uscire dalla "gabbia" in cui le consuetudini e lo stato sociale l'hanno imprigionata, il suo maggior momento di gloria giungerà nel terzo film: per ora si "limita" a rappresentare un potenziale interesse romantico per Aragorn (di cui si invaghisce, non ricambiata). Altra new entry di rilievo è David Wenham nel ruolo di Faramir: le azioni del personaggio si discostano dal romanzo, per via della necessità di avere un antagonista che facesse da ostacolo al viaggio di Frodo e Sam, essendo stata spostata Shelob al terzo capitolo. John Leigh e Bruce Hopkins sono Háma e Gamling, due Rohirrim. Infine, come già detto, nell'edizione estesa appare già John Noble nel ruolo di Denethor.

Quella al Fosso di Helm è una delle battaglie più colossali e spettacolari che si siano mai viste al cinema, degna di figurare al fianco di capisaldi del genere come "Aleksandr Nevskij" di Sergei Eisenstein, "I sette samurai" e "Il trono di sangue" di Akira Kurosawa, e – per citare titoli più recenti che funsero da ispirazione – "Braveheart" di Mel Gibson e la "Giovanna d'Arco" di Luc Besson. Richiese tre mesi di riprese, migliaia di comparse, l'utilizzo di giganteschi modellini, per non parlare degli effetti speciali. La fortezza del Trombatorrione, disegnata da Alan Lee, ci viene illustrata sullo schermo con tutte le sue caratteristiche ben prima che cominci l'assedio, mentre gli uomini di Edoras e gli sfollati di Rohan vi prendono rifugio, in modo che nelle sequenze successive gli spettatori abbiano ben chiara la "geografia" dello scontro. Venne qui usato per la prima volta un software apposito, chiamato Massive, che consentiva di animare i diecimila soldati dell'esercito degli Uruk-Hai, ciascuno in maniera diversa, così da simularne realisticamente il comportamento. Come risultato abbiamo una battaglia che coinvolge ed emoziona, che comincia di notte, sotto la pioggia, per proseguire con alterne fortune fino all'alba in cui la luce del sole, significativamente amplificata dalla magia di Gandalf, spazza via le forze dei nemici. Curiosità: anche il film animato di Ralph Bakshi aveva il suo culmine nella battaglia al Fosso di Helm, evidentemente considerato un momento perfetto per interrompere la vicenda (Saruman è sconfitto, nel film seguente ci si potrà concentrare su Sauron). Nel corso dello scontro vengono cementati i rapporti fra i personaggi che già conosciamo, in particolare fra Legolas (autore di alcune "spacconate" come la discesa sulle scale con uno scudo a mo' di skateboard) e Gimli (di cui si accentua il lato comico), che come nel libro competono amichevolmente per vedere chi uccide più nemici. Da notare che, sempre in questo film, in alcune scene si chiarisce che dalla parte di Saruman e di Sauron non ci sono solo orchi ma anche uomini (i Drúedain, o uomini selvaggi, per lo stregone bianco, e gli Esterling e i Sudroni con i loro olifanti per l'Oscuro Signore).

A parte la battaglia, uno degli aspetti più innovativi del film è costituito dal personaggio di Gollum, realizzato in computer grafica (CGI) con la tecnica del motion capture, ovvero "ricalcando" le movenze e le espressioni di un attore, Andy Serkis, che recitava indossando una speciale tuta in grado di catturarne i movimenti. Siamo a metà strada fra l'animazione e le riprese dal vivo, e la tecnica – allora rivoluzionaria – diventerà una costante del cinema fantastico e di effetti speciali, quando il digitale prenderà sempre più il sopravvento (esautorando a volte l'artigianalità), anche se quasi mai con lo stesso grado di espressività che Serkis dona al personaggio. Già citato in precedenza, Gollum è una delle creazioni più tragiche e affascinanti di Tolkien, un proto-hobbit che l'anello (di cui è rimasto in possesso per cinquecento anni) ha gradualmente trasformato in un essere disgustoso e abbietto, ma che pure conserva un barlume di umanità. Jackson rende tale contrasto esplicitando la duplice natura del personaggio, quasi che avesse una doppia personalità (Gollum e Sméagol, come si chiamava alla nascita), facendolo dialogare con sé stesso in una delle scene più belle e memorabili della pellicola, al punto da raggiungere quello che in fondo era anche lo scopo di Tolkien: farci provare pietà e compassione per lui. All'uscita del primo film, "La compagnia dell'anello", la tecnologia digitale non aveva ancora raggiunto il livello necessario per la post-produzione, e per questo motivo Gollum non appariva mai chiaramente con le fattezze che ha invece nei successivi due film. Pur essendo creato al computer, ci sembra reale e concreto, interagisce con gli attori in carne e ossa in maniera realistica, e i suoi tratti deformi e un po' cartoonistici evitano il fenomeno della "uncanny valley" (il problematico effetto di spaesamento quando una creatura in CGI assomiglia troppo a un essere umano). Altri personaggi digitali in questo film sono gli Ent, gli alberi senzienti, che grazie a Merry e Pipino vengono guidati da Barbalbero in battaglia contro Isengard, "vendicando" così la distruzione della foresta e della natura perpetrata da Saruman, un tema assai caro a Tolkien che aveva vissuto con dolore i cambiamenti apportati dall'industrializzazione alla campagna inglese dove aveva trascorso parte dell'infanzia. E poi ci sono mostri vari, come i Warg (i lupi mannari) e le cavalcature dei Nazgûl.

Il titolo "Le due torri" provocò qualche perplessità all'uscita del film, perché molti ci videro un legame con le due Torri Gemelle di New York, distrutte nell'attentato dell'11 settembre 2001 (e questo nonostante il libro di Tolkien risalga agli anni Cinquanta!): fortunatamente, di fronte ad alcune proteste in questo senso, i cineasti e la produzione rifiutarono di cambiarlo. Dopotutto la trilogia tolkieniana ha rappresentato il primo grande blockbuster fantastico post-11 settembre (la prima pellicola uscì solo tre mesi dopo l'attentato), e fra le cause del suo successo potrebbe annoverarsi proprio il bisogno di evasione del pubblico generalista (Tolkien stesso, a chi accusava i suoi libri e in generale le fiabe o la letteratura fantasy di fornire al lettore un deprecabile motivo di escapismo, scriveva che "l'evasione del prigioniero non va confusa con la fuga del disertore"). Tornando al titolo, la pellicola esplicita chiaramente che le due torri citate sono quelle di Orthanc e di Barad-dûr, vale a dire le roccaforti di Saruman e di Sauron, a suggellare la loro alleanza. Nel romanzo (dove quella fra i due "cattivi" è semmai più una rivalità) la questione rimane nel dubbio, tanto che lo stesso scrittore (a cui il titolo fu imposto dagli editori) valutò più interpretazioni: le torri potrebbero essere Orthanc e Minas Morgul, oppure Orthanc e Cirith Ungol, o ancora Minas Tirith e Barad-dûr. La colonna sonora di Howard Shore continua a essere molto bella: in questo secondo film è da segnalare l'esordio del tema di Rohan, ma anche la suggestiva "Evenstar" che accompagna il presagio (onirico) dell'invecchiamento e della morte di Aragorn da parte di Arwen. La canzone finale, "Gollum's song", è cantata dall'italo-islandese Emiliana Torrini (in sostituzione della prima scelta Björk) e ha un feeling più cupo e disperato rispetto a quelle degli altri due film. Nell'edizione estesa c'è anche un'altra canzone, cantata da Éowyn (in rohirric) al funerale di Théodred, figlio del re. Peter Jackson ha un cameo come uno dei soldati di Rohan sulle Mura Fossato. Il film fu candidato a sei premi Oscar e ne vinse due (effetti visivi e montaggio sonoro).

5 agosto 2020

Il Signore degli Anelli: La compagnia dell'anello (Peter Jackson, 2001)

Il Signore degli Anelli: La compagnia dell'anello
(The Lord of the Rings: The Fellowship of the Ring)
di Peter Jackson – USA/Nuova Zelanda 2001
con Elijah Wood, Ian McKellen, Viggo Mortensen
****

Rivisto in DVD (versione estesa).

Il misterioso anello che l'hobbit Frodo Baggins ha ereditato dal vecchio zio Bilbo, prima che questi abbandonasse all'improvviso la Contea dopo la festa per il suo centoundicesimo compleanno, non è un "semplice" monile magico che rende invisibili. Si tratta in realtà dell'Unico Anello, quello che domina tutti gli altri: un oggetto malvagio e tentatore forgiato in tempi antichi da Sauron, l'Oscuro Signore di Mordor e nemico dei popoli liberi, che vi aveva riversato gran parte del proprio potere prima di essere sconfitto in battaglia, e di cui ora desidera tornare in possesso per dominare l'intera Terra di Mezzo. Su consiglio del saggio stregone Gandalf il grigio, Frodo lascia dunque Casa Baggins e la propria vita tranquilla per portare l'anello – che dona sì un potere immenso, ma ha anche la capacità di corrompere ogni creatura – il più lontano possibile. E insieme al fedele giardiniere Samvise "Sam" Gamgee, ai cugini Meriadoc "Merry" Brandibuck e Peregrino "Pipino" Tuc, nonché con l'aiuto dell'enigmatico avventuriero Aragorn (discendente di quell'Isildur che secoli prima strappò l'anello a Sauron, senza avere poi il coraggio di distruggerlo), riesce a raggiungere Gran Burrone, la dimora del mezzelfo Elrond, sfuggendo agli assalti dei nove Cavalieri Neri, i Nazgûl, servi dell'Oscuro Signore. Qui, dopo un consiglio cui partecipano i rappresentanti di tutte le razze libere per decidere sul da farsi, e con l'aggiunta dell'elfo silvano Legolas, del nano guerriero Gimli e di Boromir, figlio del sovrintendente reggente di Gondor, si forma la "compagnia dell'anello", il gruppo di nove eroi che avrà il compito di accompagnare Frodo nel pericoloso viaggio verso Mordor, con lo scopo di distruggere l'anello gettandolo nel fuoco di Monte Fato, il vulcano dove fu forgiato. Ma il tragitto è lungo e difficile: perduto Gandalf nelle miniere di Moria dopo lo scontro con un Balrog, antico demone fiammeggiante, la compagnia attraversa il regno elfico di Lothlórien per poi dividersi davanti alle cascate di Rauros. Qui Boromir muore trafitto dalle frecce dei nemici dopo aver cercato di sottrarre l'anello a Frodo; Merry e Pipino sono presi prigionieri dagli orchi di Saruman, lo stregone traditore; Aragorn, Legolas e Gimli si lanciano al loro inseguimento; e Frodo e Sam proseguono da soli il difficile viaggio verso Monte Fato.

Quando Peter Jackson, regista neozelandese già noto per alcuni film horror creativi e a basso costo, annunciò che avrebbe presto realizzato un adattamento in live action de “Il Signore degli Anelli”, tutto il fandom si mise in agitazione. Ambientato in un mondo immaginario ma descritto sin nei minimi particolari, il libro era lungo, ricchissimo e complesso, e tutti i tentativi passati di portarlo al cinema con attori in carne e ossa erano andati incontro al fallimento, tanto da lasciar credere che si trattasse di un'impresa impossibile. Pubblicato nel 1954/55 in tre volumi che corrispondono più o meno ai tre film di questa trilogia, di cui conservano i titoli (una divisione peraltro voluta più dagli editori che dell'autore, che lo ha sempre considerato un testo unico), quello di J.R.R. Tolkien è uno dei romanzi più popolari e importanti del ventesimo secolo, capostipite di un intero genere, l'high fantasy, che ha influenzato l'immaginario collettivo, ispirato innumerevoli artisti (in tutti i campi: dalla letteratura alla musica, dalle illustrazioni ai giochi di ruolo) e generato centinaia di imitatori. Ciò che rende però speciale il testo di Tolkien è l'enorme lavoro di world building che sta dietro alla storia. Professore di letteratura, lingue antiche e filologia, lo scrittore aveva lavorato per decenni alla costruzione di una propria mitologia, inventando linguaggi (con tanto di grammatica) e redigendo cronologie e leggende interconnesse fra loro: e quando i suoi editori gli chiesero di scrivere un seguito de "Lo Hobbit", romanzo per bambini che aveva dato alle stampe nel 1937, decise semplicemente di ambientare la nuova storia nell'universo che aveva già forgiato. "Il Signore degli Anelli" si svolge infatti durante gli ultimi anni della Terza Era della Terra di Mezzo, un mondo il cui passato era stato descritto in decine e decine di testi in prosa e in versi fino ad allora rimasti inediti, molti dei quali saranno pubblicati solamente dopo la morte dell'autore, a cura del figlio Christopher (l'imprescindibile "Silmarillion" e i numerosi volumi dei "Racconti incompiuti" e della "History of Middle-Earth", per la maggior parte tuttora inediti in italiano). Nel nostro paese la sua popolarità è sempre stata funestata da malsane sovrainterpretazioni politiche (e, di recente, da una pessima nuova traduzione).

Personalmente ho letto per la prima volta "Il Signore degli Anelli" agli inizi degli anni ottanta, dopo aver conosciuto il mondo di Tolkien grazie al film animato di Ralph Bakshi e soprattutto al suo adattamento a fumetti in tre volumi di Luis Bermejo (che da bambino rilessi innumerevoli volte): da allora, per una ventina d'anni, ho continuato a riprendere in mano il romanzo quasi ogni estate, fino a conoscerlo praticamente a memoria. E come tanti altri appassionati, anch'io ho sognato o immaginato a lungo un adattamento cinematografico con attori in carne e ossa, consapevole però della difficoltà del compito, vuoi per la lunghezza – oltre mille pagine! – del romanzo (che suggeriva semmai di realizzare un serial televisivo: all'epoca ignoravo l'esistenza degli adattamenti low budget russi e finlandesi di cui ho recentemente parlato nel blog), vuoi per l'immensità dell'ambientazione e la ricchezza dei personaggi (che, se non mantenuta o riprodotta adeguatamente, avrebbe rischiato di ridurre il valore e la complessità di un eventuale film). Per di più, a differenza di altri generi (la fantascienza in primis), il fantasy al cinema aveva sempre avuto poca fortuna e aveva generato scarsissimi titoli di rilievo, quasi mai capolavori (i due "Conan", "Legend", "Willow"...). Eppure, all'inizio degli anni Duemila, i tempi si rivelarono finalmente maturi. Jackson, che oltre che talentuoso era un autentico appassionato di Tolkien, ottenne il pieno controllo creativo, e la tecnologia digitale aveva raggiunto il punto in cui permetteva di portare sullo schermo gli scenari, le creature e le visioni dell'universo tolkieniano senza renderle ridicole o poco credibili. Lo stesso background del regista, amante del cinema artigianale (alla Sam Raimi) e di "trucchi" come l'uso di modellini, animatroni ed effetti ottici, garantiva quella varietà di tecniche e di stili che farà la fortuna dei film, contribuendo all'aspetto realistico di personaggi e paesaggi fantasy e rendendo autentica e palpabile la Terra di Mezzo, che è il vero segreto del "Signore degli Anelli" e di tutto il mondo creato da Tolkien. Inventato, certo, ma che mai sembra fasullo.

Che rendere credibile questo mondo agli occhi degli spettatori fosse la cosa più importante, i cineasti lo hanno capito subito. Estrema cura è stata messa nella scelta delle ambientazioni (quasi tutti scenari naturali della Nuova Zelanda, la patria del regista, curiosamente dall'altra parte del mondo rispetto all'Europa immaginaria dell'autore, ma che offre un'incredibile varietà di meravigliosi paesaggi, perfetti per le diverse location della vicenda, che siano verdi foreste, vaste pianure, desolati deserti o montagne innevate), nonché della realizzazione dei costumi, delle armi, delle armature, degli oggetti di scena, dei numerosi set (digitali o meno: in gran parte si trattava di miniature di grandi dimensioni), di tutto ciò che insomma contribuisce a rendere "reale" un luogo (e se alcune ambientazioni sembrano stereotipate, come le miniere di Moria che ricordano "Dungeons & Dragons", è perché in realtà proprio il romanzo ha contribuito a creare questi stereotipi). Non parliamo poi di mostri come gli orchi o i troll! In precedenza, forse anche per sormontare questo problema, quasi tutti i tentativi (riusciti o meno) di portare il libro di Tolkien sullo schermo si erano rivolti al cinema d'animazione: dai progetti mai concretizzati di Walt Disney (!) e Al Brodax, alla proposta di Forrest J. Ackerman (la sceneggiatura di Morton G. Zimmerman provocò una lunga e adirata risposta da parte di Tolkien, leggibile nella raccolta delle sue lettere), dal film in rotoscope di Ralph Bakshi uscito nel 1978 (che nonostante i suoi difetti era almeno rispettoso del testo originale, e per molte cose è stato un punto di riferimento e una fonte di ispirazione per Jackson) al controverso sequel non ufficiale ("Il ritorno del re") della Rankin/Bass del 1980. A lungo la United Artists, all'inizio degli anni settanta, progettò un adattamento cinematografico in live action, che in vari momenti avrebbe potuto coinvolgere i quattro Beatles (come attori) e Stanley Kubrick, David Lean, John Boorman o Michelangelo Antonioni (!) come registi. Naturalmente non se ne fece nulla. Alla fine, gli unici che prima di Jackson riuscirono a realizzare un "Signore degli Anelli" con attori in carne e ossa (se non si considerano due brevi special televisivi svedesi nel 1971) furono i finlandesi, con la serie tv "Hobitit" del 1993.

Inizialmente Peter Jackson propose per cautela ai suoi finanziatori di dividere il romanzo in due pellicole (magari con "Lo Hobbit" come prologo): fu proprio la casa produttrice, la New Line, a dirgli a sorpresa: "Visto che sono tre libri, perché non fate tre film?". Girati tutti e tre di fila (un'operazione allora tutt'altro che usuale, ma che oggi è diventata più consueta: fra i rari precedenti c'era quello del secondo e del terzo capitolo di "Ritorno al futuro", anch'essi girati back-to-back), nell'arco di 14 mesi, e distribuiti nei cinema a distanza di un anno l'uno dall'altro ("La compagnia dell'anello" uscì nel dicembre del 2001, "Le due torri" nel 2002 e "Il ritorno del re" nel 2003: in Italia arrivarono con un mese di ritardo, nel gennaio degli anni successivi), i tre lungometraggi saranno poi riproposti in home video nelle cosiddette "Edizioni estese" (Extended Edition), vale a dire con numerose scene aggiuntive che erano state tagliate al montaggio e che, pur non essenziali per la comprensione della trama, favoriscono l'approfondimento dei personaggi (soprattutto quelli minori) e svelano ulteriori retroscena. Fa eccezione il terzo capitolo, dove le scene aggiuntive non si limitano a un semplice "contentino" per i fan del romanzo, ma sono anche importanti per la risoluzione di diverse sottotrame: d'altronde si tratta anche del più lungo dei tre film, visto che l'edizione estesa giunge a superare le quattro ore! Il minutaggio di tutte e tre le pellicole, in effetti, è molto elevato, cosa rara all'epoca della loro uscita ma che riportava Hollywood sulla strada dei grandi colossal e di produzioni epiche come quelle degli anni cinquanta e sessanta (un paragone, per l'ampia scala, può essere il "Lawrence d'Arabia" di David Lean). Con un budget complessivo di 281 milioni di dollari, la trilogia ha rappresentato uno dei progetti cinematografici più ambiziosi mai realizzati fino ad allora. Il successo però è stato strepitoso, compensando ampiamente gli sforzi: quasi tre miliardi (!) di dollari di incassi complessivi, e 17 premi Oscar vinti (su 30 nomination). Il primo film, "La compagnia dell'anello", in particolare, vinse quattro statuette (fotografia, trucco, colonna sonora ed effetti visivi) di fronte a 13 nomination.

Rispetto al romanzo ci sono, certo, parecchi scostamenti. Già solo in questo primo film, per esempio, mancano intere sezioni (una su tutte: l'incontro con Tom Bombadil e il passaggio per la Vecchia Foresta e i Tumulilande), alcune scene che erano risolte in poche righe vengono amplificate (Isildur), altre vengono collocate in momenti diversi (l'origine di Gollum, narrata da Gandalf all'inizio del libro, diventerà l'incipit del terzo lungometraggio), la trama viene compressa (nel romanzo passavano 17 anni fra la partenza di Bilbo e quella di Frodo), molte informazioni sono tralasciate o accennate solo di sfuggita (chi sono i Raminghi, per esempio), alcuni personaggi cambiano di ruolo (Arwen prende il posto di Glorfindel nella scena al guado del Bruinen: nel film di Bakshi lo stesso ruolo era dato a Legolas), altri se lo vedono ridotto (Omorzo Cactaceo), altri ancora vengono introdotti appositamente (Lurtz, l'orco che guida gli Uruk-Hai, di cui ci viene mostrata la nascita). Ma i molti cambiamenti, quasi tutti motivati da esigenze cinematografiche (dare più enfasi alle scene d'azione, accrescere l'importanza dei personaggi femminili...), non vanno a discapito dello spirito del romanzo, almeno nei suoi aspetti più superficiali. Se è evidente che il libro ha maggiore profondità sotto molteplici punti di vista, quello che è piaciuto della versione filmata (anche ai fan più accaniti, come il sottoscritto), è l'averne rispettato l'atmosfera e aver reso viva e visibile la Terra di Mezzo, nonché la storia dei suoi personaggi, senza tradirne gli elementi basilari. Ogni differenza può essere facilmente spiegata col fatto che siamo di fronte alla visione (e interpretazione) di Jackson, non a quella di Tolkien (chi cercasse quest'ultima, si rilegga il libro): ma il giudizio sul film non può dipendere che dal modo in cui questo riesce a catturare lo spettatore e farlo viaggiare in un mondo immaginario, senza limitarsi a svolgere un "compitino" di traduzione da un mezzo all'altro, magari in maniera impaurita, piatta e letterale come nel caso dei coevi adattamenti dei libri di Harry Potter (e pensare che all'epoca ci fu qualche critico che preferì i secondi ai primi, soltanto perché ritenuti più adatti per i bambini, come scrisse Tullio Kezich in un'infelicissima recensione, a testimonianza del pessimo rapporto degli intellettuali italiani con il genere fantasy).

Ovviamente Jackson enfatizza gli aspetti concreti e "fisici" (vedi il combattimento fra Gandalf e Saruman!) e i momenti di azione e di avventura (anche qui un esempio: la fuga per i tunnel di Moria, con la lunga sequenza del crollo della scalinata), perdendo un po' di vista il mood più "spirituale", letterario e alto-inglese in favore di un approccio più "rozzo" e hollywoodiano (sempre comunque entro limiti accettabili) e concedendosi anche qualche inserimento spurio (la caratterizzazione "comica" di Merry, Pipino e Gimli, per esempio, quest'ultimo in particolare nei due film successivi). D'altronde era difficile rendere sullo schermo la "magia" impalpabile e melliflua dell'anello o quella "filosofica" ed empatica degli stregoni. Eppure la miscela funziona, affascinando sia gli spettatori che cercano soltanto un prodotto d'intrattenimento (ma con un'estrema cura a livello tecnico) sia coloro che si attendono un lavoro di spessore nelle dinamiche fra i personaggi e nell'approccio alla narrazione. Fra pregi della trilogia (di fatto, ricordiamolo ancora, un unico film diviso in tre parti) c'è infatti il recupero di una grande epica che nel cinema non si respirava da decenni, tanto che come termini di paragone bisogna scomodare titoli del passato firmati da autori leggendari, come il citato David Lean, Akira Kurosawa o Sergei Eisenstein. E dell'epica ci sono tutti gli ingredienti. Se "La compagnia dell'anello" è più propriamente un film di viaggio e d'avventura, i due capitoli successivi introdurranno grandi battaglie campali e alzeranno la posta in gioco. In effetti, dove Jackson rende al meglio è proprio nelle scene di guerra e di battaglia, per le quali la trilogia diventerà un imprescindibile punto di riferimento. E in generale rappresenterà un irrinunciabile modello per le storie fantasy, con molti che ne scimmiotteranno i visual e le atmosfere (non ultima la popolare serie televisiva "Il trono di spade", la cui realizzazione sarebbe stata impensabile se non ci fosse stato prima "Il Signore degli Anelli"). La regia, visceralmente efficace, ha certo alcuni difetti come l'abuso di ralenti e di primissimi piani (particolarmente evidenti ne "La compagnia", anche per motivi pratici), nonché il ricorso ad alcune abusate tecniche dell'horror (come i jump scare), ma nel complesso presenta graditissime caratteristiche da cinema "povero" e artigianale.

Gli effetti visivi, come detto, fondono le tecniche digitali con quelle più tradizionali, memori delle lezioni di Ray Harryhausen e di altri grandi artigiani del cinema fantastico. E così, a fianco di scenari, creature e mostri generati al computer (come il troll di Moria, l'Osservatore nell'Acqua, il Balrog o l'aquila Gwaihir) vengono usati anche animatroni e modellini. A occuparsene furono la Weta Digital e la Weta Workshop, società fondate dallo stesso Jackson in occasione del suo precedente film "Creature del cielo". La differente statura delle varie razze (hobbit, nani, elfi, uomini, stregoni) è resa per mezzo di una commistione di tecniche basilari, come la prospettiva forzata (i personaggi vengono collocati su piani diversi rispetto alla macchina da presa, creando però l'illusione che si trovino affiancati) o il semplice utilizzo di controfigure molto alte o molto basse (nani o bambini). E proprio la scelta di non abusare della CGI, soprattutto quando c'era un'alternativa pratica, è uno dei segreti del film (oggi, abituati come siamo a fare tutto in digitale, questo può sembrare strano): i materiali non sembrano finti perché non lo sono, anzi se ne percepisce la concretezza. Aiuta anche il dettaglio nel disegno di abiti, armi, armature, e in generale tutta l'art direction, alla quale hanno collaborato gli illustratori Alan Lee e John Howe, già habitué del mondo tolkieniano. Una delle scene in questo primo film che più resta impressa, e in cui si fondono le tecniche artigianali (i modellini) con quelle digitali, è il lungo piano sequenza che esplora le fabbriche sotterranee a Isengard (non certo fine a sé stesso: quello dell'industrializzazione e della distruzione della natura era un tema assai caro a Tolkien, e Jackson lo esplicita visivamente per sottolinearlo ancora di più, anticipando peraltro situazioni che nel romanzo venivano introdotte molto più in là). In generale la sceneggiatura (firmata dal regista insieme a sua moglie Fran Walsh e a Philippa Boyens), pur riducendo il materiale, fa un buon lavoro nel lasciar intravedere allo spettatore un mondo più vasto e sottostante rispetto alla storia narrata: per esempio lasciando che Aragorn canti di Lúthien Tinúviel, accennando a Elendil e Gil-galad, all'origine degli Istari, ai Dúnedain, senza scendere in troppi particolari o spiegare nel dettaglio di cosa si tratti, ma mettendo una pulce nell'orecchio al pubblico cinematografico, come a dire: "Se volete saperne di più, andate a leggervi i libri!".

L'aspetto dei personaggi, in gran parte ispirato all'iconografia pre-esistente, e la scelta degli interpreti sono un altro dei punti vincenti. Grazie anche alla collaborazione di Lee e Howe, molti di essi appaiono proprio come ce li siamo sempre immaginati (su tutti Gandalf, Gollum, Gimli, e in generale gli hobbit), mentre altri sono ormai diventati lo standard quando pensiamo ai personaggi (Aragorn, Legolas, Boromir, Arwen). Il casting fa uso di pochi attori già noti (per lo più in parti minori) e di molti sconosciuti che proprio con questa trilogia sono diventati delle star (uno su tutti, Orlando Bloom). Elijah Wood, nel ruolo più celebre di una carriera iniziata da quando era bambino (apparve nel secondo "Ritorno al futuro"!), è un Frodo perfetto, dallo sguardo espressivo. Gli hobbit furono inventati da Tolkien per caso (com'è noto, scrisse l'incipit de "Lo Hobbit" su una pagina rimasta bianca di un compito in classe che stava correggendo) e soltanto in un secondo momento integrati nel suo legendarium, ma ne costituiscono uno degli elementi più amati e distintivi (al punto da essere stati copiati sotto varie forme: dagli halfling di "Dungeons & Dragons" ai nelwyn di "Willow"). Protagonista assoluto del primo film, Frodo lascerà più spazio ad altri nelle successive pellicole, ma rimarrà sempre il centro focale della vicenda. Fondamentale è anche Ian McKellen nel ruolo di Gandalf il grigio, il saggio stregone che guida la compagnia dell'anello. La sua magia è più legata al carisma e alla conoscenza che non al potere fisico (anche se Jackson non ha saputo resistere, e ha inscenato un duello "a bastonate" con Saruman): conosce tutte le lingue e comunica con gli animali, ed è l'unico fra i grandi saggi, elfi compresi, a interessarsi all'esistenza degli hobbit e alle loro usanze (come l'erba pipa). A lui sono riservate alcune delle scene più iconiche del film, come lo scontro con il Balrog sul ponte di Khazad-dûm ("Tu non puoi passare!"). E la sua scomparsa durante l'attraversamento di Moria giunge un po' a sorpresa, ma trattandosi di uno stregone non è difficile immaginarsi un suo ritorno in seguito. McKellen è stato l'unico attore in tutta la trilogia a ricevere una nomination agli Oscar come interprete, proprio per questo primo lungometraggio. Curiosità: la scena in cui sbatte comicamente la testa contro una trave del tetto di Casa Baggins fu un "incidente" (uno dei tanti) non previsto nella sceneggiatura iniziale.

Viggo Mortensen non era la prima scelta per il ruolo di Aragorn/Grampasso: le riprese erano già iniziate con Stuart Townsend nella parte (dopo che Daniel Day-Lewis aveva rifiutato), ma Jackson percepì che l'attore non era adatto, essendo troppo giovane per dare il giusto peso e carisma al personaggio. A differenza che nel libro, nella trilogia cinematografica Aragorn appare dubbioso e tormentato sul suo futuro ruolo di re di Gondor, il che lo rende più sfaccettato e tridimensionale. Da questo dipende un altro scostamento: la spada Narsil non verrà riforgiata fino a "Il ritorno del re". Di Sean Astin, Dominic Monaghan e Billy Boyd, che interpretano i tre hobbit Sam, Merry e Pipino, parlerò più diffusamente in occasione dei film successivi, ma basti dire che già da subito sono chiare le intenzioni dei cineasti di accentuare il ruolo comico degli ultimi due, e soprattutto di Pipino, protagonista di irresistibili siparietti con Gandalf (a Moria) e Aragorn (la scena della "seconda colazione") e di uscite divertenti (come la frase che conclude il consiglio di Elrond: "Dov'è che andiamo?"). Poco da dire, in questo primo film, anche su Orlando Bloom (Legolas, l'elfo arciere proveniente dal Reame Boscoso), ma va sottolineato un aspetto che oggi si tende a dare per scontato: gli elfi, in Tolkien, sono creature molto originali e diverse da quelle che il folklore tradizionalmente associa a questo nome, ovvero folletti di piccole dimensioni. Nella Terra di Mezzo, invece, si tratta della razza più antica e nobile di tutte, dotata di vita eterna (possono morire solo per propria scelta o se feriti in battaglia) e, nell'iconografia dei film, di un'aria di superiorità che si traduce nell'aspetto "arianeggiante" (fanno eccezione i mezzelfi come Elrond e Arwen, dai capelli corvini anziché biondi). Quanto a John Rhys-Davies (il nano Gimli, figlio del Glóin che fu uno dei tredici compagni di Thorin Scudodiquercia ne "Lo Hobbit"), fa del suo meglio per interpretare il personaggio sotto una grande barba e un pesante trucco che sul set gli provocò non pochi problemi (compresa un'irritazione alla pelle). La bassa statura dei nani lo costringe a frequenti primissimi piani, non apparendo quasi mai per intero insieme agli altri attori (tranne quelli che interpretano gli hobbit). Anche nel suo caso Jackson sceglie di ampliarne il lato comico, cosa che diventerà ancora più evidente nelle pellicole successive.

Uno dei personaggi centrali della seconda parte del film è senza dubbio Boromir (Sean Bean), l'unico altro uomo della compagnia dell'anello oltre ad Aragorn e l'unico a soccombere durante la missione. Per concludere la pellicola con la sua morte e con lo scioglimento della compagnia, Jackson ha inserito nella sceneggiatura anche quello che era il primo capitolo de "Le due torri" (aggiungendo inoltre una climatica battaglia contro gli orchi di Isengard guidati da Lurtz). Da notare come, nel corso dell'intera storia, la compagnia dell'anello propriamente detta rimanga unita per relativamente poco tempo: soltanto la seconda metà del primo film. La prova di Bean è una delle migliori della pellicola, con l'attore che è stato in grado di fornire regalità (non è un rozzo vichingo come nel cartone di Bakshi!), spessore ed empatia a un personaggio difficile e controverso, vittima della tentazione dell'anello. Ben riuscita anche l'evoluzione del suo rapporto con Aragorn, dall'iniziale antagonismo al riconoscimento finale del diritto regale del Ramingo. Nei film successivi verremo a sapere di più sul regno da cui proviene (Gondor) e conosceremo anche suo padre e suo fratello. Quanto al principale "cattivo" delle prime due pellicole, Saruman il bianco, il ruolo dello stregone corrotto è stato affidato al leggendario Christopher Lee, l'unico degli attori ad aver incontrato in passato Tolkien di persona. La sua voce profonda, le mani adunche, lo sguardo malevolo sono perfetti per il personaggio, il cui peso nell'economia della vicenda è stato ampliato parecchio (è lui, per esempio, che provoca la tempesta di neve sul Caradhras). Un altro grande attore, Ian Holm, interpreta Bilbo (con vari gradi di invecchiamento): le sequenze in cui si trova in scena insieme a Gandalf sono probabilmente le meglio recitate dell'intera trilogia. Indimenticabile il momento in cui, a Gran Burrone, l'anziano hobbit soccombe improvvisamente al nefasto effetto tentatore dell'anello, facendo sobbalzare di paura tutti gli spettatori. Holm aveva già recitato nella parte di Frodo nell'adattamento radiofonico del "Signore degli Anelli" della BBC nel 1981, che Jackson conosceva bene. Nella successiva trilogia cinematografica de "Lo Hobbit", il ruolo di un Bilbo giovane (è il prequel di questa) sarà affidato a Martin Freeman.

Completiamo la carrellata degli interpreti con alcuni ruoli minori. Hugo Weaving è il mezzelfo Elrond, signore di Gran Burrone. Liv Tyler è Arwen, sua figlia nonché promessa sposa di Aragorn: si tratta di uno dei personaggi il cui ruolo, decisamente limitato nel romanzo, è accresciuto, senza dubbio per dare più spazio a una delle rare figure femminili e al contempo per fornire maggiori appigli emotivi al personaggio di Aragorn. A parte sostituire Glorfindel nel salvataggio di Frodo al guado, molto del materiale aggiuntivo su Arwen proviene dalla "Appendice A" del libro di Tolkien. Cate Blanchett è Galadriel, la dama dei boschi di Lothlórien, personaggio che amo molto anche se non sono un fan dell'effetto visivo e sonoro con cui nel film viene manifestato il suo potere. Del resto del cast basti citare Lawrence Makoare (Lurtz: ma interpreterà altre parti nei film successivi, sempre sotto un pesante trucco), Marton Csokas (Celeborn, il compagno di Galadriel), Craig Parker (l'elfo Haldir) e Harry Sinclair (Isildur). Il regista stesso, che apparirà in tutti e tre film in un breve cameo "hithcockiano", è qui uno degli uomini per le strade di Brea, intento a mangiarsi una carota. In alcune scene intravediamo Gollum, anche se le sue fattezze definitive non erano ancora state messe a punto, e dunque per parlare di lui e del suo "interprete" Andy Serkis bisognerà aspettare "Le due torri". Quanto a Sauron, nell'incipit lo vediamo in forma fisica e in armatura, con tanto di anello (un po' comicamente) sul dito del guanto di metallo: come al solito, Jackson ne esplicita il potere "fisico", lasciando che grazie ad esso Sauron faccia volare via i nemici che colpisce con i suoi fendenti. Se molti mostri e nemici sono generati in computer grafica, gli orchi e i Cavalieri Neri sono invece attori in costume sotto un pesante trucco. La scena del Nazgûl che "fiuta" la presenza dei quattro hobbit sul sentiero per Brea è palesemente ispirata a quella analoga del film a cartoni animati di Bakshi. A proposito di quest'ultimo, vorrei rendergli giustizia citando alcune (poche) scene che a mio parere erano state rese meglio che nella versione in live action, come l'intera sequenza nella locanda di Brea e quella dello specchio di Galadriel (dove, come nel libro, ci guarda anche Sam: Jackson invece assegna al solo Frodo la visione della Contea in fiamme).

Molto bella la colonna sonora sinfonica di Howard Shore, ricca di temi evocativi e memorabili che accompagnano alla perfezione ciò che si vede sullo schermo, come quello dell'Anello, quello della compagnia (ripreso più volte) e quello della Contea ("Concerning Hobbits"). La canzone sui titoli di coda, l'eterea "May It Be", è cantata da Enya, musicista irlandese che già in precedenza si era ispirata nei suoi brani al mondo di Tolkien. Tornando a me, non credo di essere mai stato tanto in trepidazione per l'uscita di un film come accadde per questa pellicola e per i suoi due seguiti (e dubito che lo sarò mai più). Alla sua uscita, lo vidi al cinema ben quattro volte: il giorno della "prima", poi altre due a distanza ravvicinata (di cui una in lingua originale), e infine qualche mese più tardi in occasione di una riedizione che aveva, come punto di forza, un "teaser" di immagini del secondo capitolo. Due anni più tardi, rividi in sala "La compagnia dell'anello", stavolta in versione estesa, nel corso di una maratona di tutti i tre film in occasione dell'uscita del terzo. E non sono certo stato il solo a cedere al suo fascino: che si trattasse di lettori del libro o di spettatori occasionali per i quali ha rappresentato il primo punto di contatto con la Terra di Mezzo, il film ha colpito l'immaginario popolare e si è ritagliato un posto di prim'ordine quando si parla di grandi saghe cinematografiche, riuscendo persino a scalzare "Guerre stellari" nelle preferenze di molti (complici anche i sequel di Lucas). E, cosa rara per un blockbuster, è arrivata anche la fortuna critica, che si concretizzerà con la pioggia di Oscar sul terzo film (da intendersi, però, come riconoscimento all'intera trilogia). Oggi, quasi vent'anni dopo, la sua fama non è scemata e, anzi, continua a conquistare nuove generazioni (l'unico effetto avverso, forse, è che per molti la visione dei film ha sostituito la lettura del libro). Scene e dialoghi della pellicola hanno dato vita a meme, tormentoni e modi di dire (si pensi a frasi come "All right then, keep your secrets", "So you have chosen death", "One does not simply walk into Mordor", "You have my sword... and my bow... and my axe", e naturalmente il già citato "You shall not pass!"). Il fatto che il primo film si concluda lasciando in sospeso il destino dell'anello e dei personaggi, infine, non fa altro che invogliare a proseguire al più presto la visione con il secondo di questi tre meravigliosi film: "Le due torri".

24 febbraio 2019

Mr. Holmes (Bill Condon, 2015)

Mr. Holmes - Il mistero del caso irrisolto (Mr. Holmes)
di Bill Condon – GB/USA 2015
con Ian McKellen, Milo Parker
**

Visto in TV.

Nel 1947, uno Sherlock Holmes novantatreenne (Ian McKellen), che si è ritirato a vivere in campagna da quasi trent'anni, si diletta di apicoltura e soffre di amnesia senile, cerca di ricordare i dettagli dell'ultimo caso a cui aveva lavorato e che aveva coinvolto l'infelice Ann Kelmot (Hattie Morahan). Ad aiutarlo a rimettere insieme i pezzi del puzzle c'è Roger (Milo Parker), il figlio della sua domestica Mrs. Munro (Laura Linney). Il bravo McKellen torna a recitare per Bill Condon dopo "Demoni e dei", e la sua presenza è il principale pregio di un film delicato che cerca di mostrare uno Sherlock Holmes diverso da tutti quelli che abbiamo visto sullo schermo: non solo anziano (anzi, decrepito: anche gli eroi immortali e più classici invecchiano!) e con problemi di memoria, ma anche idiosincratico rispetto alle sue caratteristiche "mediatiche" (cappello, pipa, ecc.), che afferma essere invenzioni o "licenze poetiche" del dottor Watson per abbellire i suoi racconti. C'è persino una scena in cui si reca al cinema per assistere alla versione filmata del romanzo ispirato al caso cui sta lavorando (l'attore protagonista è Nicholas Rowe, che aveva interpretato il detective in "Piramide di paura"). La trama gialla, invece, è solo un pretesto: i veri temi sono appunto la memoria e la vecchiaia, capace di cancellare anche i sensi di colpa. Suggestivi i bei paesaggi della costa meridionale della Gran Bretagna (con le bianche scogliere di Dover), anche se la fotografia è patinata e convenzionale. La sottotrama dedicata alla trasferta in Giappone (nel cast c'è anche Hiroyuki Sanada), invece, sembra un riempitivo e lascia il tempo che trova.

28 aprile 2017

Neverwas (Joshua Michael Stern, 2005)

Neverwas - La favola che non c'è (Neverwas)
di Joshua Michael Stern – USA/Canada 2005
con Aaron Eckhart, Ian McKellen
**

Visto in divx alla Fogona, con Sabrina, Marisa, Monica, Alberto, Eva ed Elena.

Figlio di uno scrittore che aveva raggiunto il successo con un romanzo fantasy per bambini, "Neverwas", il cui piccolo protagonista era modellato proprio su di lui, lo psichiatra Zach Riley (Eckhart) si trasferisce a lavorare nell'istituto di provincia dove proprio il padre (Nick Nolte), che soffriva di depressione cronica, era stato ricoverato prima di suicidarsi. Qui entra in contatto con un anziano paziente, Gabriel (Ian McKellen), che nella sua illusione è convinto di essere uno dei personaggi di quel libro, e che il mondo fantastico di Neverwas esista davvero... Opera prima di Stern, anche sceneggiatore, questo film ricorda in parte pellicole come "La leggenda del Re Pescatore" e "Un ponte per Terabithia", affrontandone gli stessi temi senza però raggiungerne la profondità o la bellezza (anche perché in questo caso il lavoro su miti e archetipi è meno presente). Il rapporto fra padri e figli (evidente nel caso di Zach, rivelatore nel finale per quanto riguarda Gabriel) e quello fra la follia e l'immaginazione (il potere dell'escapismo è una delle attrazioni principali del fantasy) sono al centro di una vicenda che si dipana in maniera non lineare, sfiorando argomenti cupi e complessi (la malattia, la depressione, gli abusi) ma filtrandoli con la luce della fantasia e della magia. Dei tanti attori celebri (ci sono anche William Hurt, Jessica Lange, Brittany Murphy, Alan Cumming), i due che riescono a donare qualcosa in più ai loro personaggi sono Nolte (che peraltro compare soltanto nei flashback) e soprattutto McKellen, un folle pieno di dignità e di regalità, vero centro nevralgico della pellicola. Assai marcata l'estetica della fotografia di Michael Grady, che ammanta le scene di luce dorata, come a suggerire un ponte fra il mondo della quotidianità e quello della fantasia. Musiche di Philip Glass.

20 dicembre 2014

Lo Hobbit: La battaglia delle cinque armate (P. Jackson, 2014)

Lo Hobbit: La battaglia delle cinque armate
(The Hobbit: The Battle of the Five Armies)
di Peter Jackson – USA/Nuova Zelanda 2014
con Martin Freeman, Richard Armitage
**

Visto al cinema Uci Bicocca, con Sabrina.

Risvegliato alla fine della pellicola precedente, il drago Smaug scatena la propria furia sulla città di Pontelagolungo, ma Bard l'arciere lo trafigge con una freccia, uccidendolo. I nani possono così prendere possesso di Erebor e del tesoro in essa contenuto, con Thorin Scudodiquercia che rifiuta però di spartirlo con gli uomini di Esgaroth e con gli elfi del Reame Boscoso. Quando una guerra fra le tre fazioni sembra imminente (in aiuto dei nani è giunto Dàin Piediferro, cugino di Thorin, dai Colli Ferrosi), ecco che gli orchi guidati da Azog e da Bolg affiorano nella vallata, costringendo uomini, nani ed elfi a unire le forze contro il nemico comune in una colossale battaglia (denominata "delle cinque armate" perché, sul finire, si aggiungono anche le aquile delle Montagne Nebbiose, condotte fin lì da Radagast; a proposito, perché non mantenere la denominazione classica, quella cui eravamo abituati grazie alla traduzione italiana del libro, ovvero “battaglia dei cinque eserciti”?). Il terzo e ultimo capitolo della trilogia de "Lo Hobbit" è dunque occupato quasi per intero da combattimenti. Smaug, che tanto timore incuteva e che era la cosa migliore del deludente secondo film, viene fatto fuori in pochi minuti, addirittura prima ancora che sullo schermo appaia il titolo dell'episodio (non era meglio a questo punto che morisse alla fine del capitolo precedente?); assistiamo poi al progredire dell'avidità di Thorin, che lo rende cieco e sordo di fronte alle richieste altrui, spingendo i nani sul ciglio della catastrofe e costringendo l'hobbit Bilbo a sottrargli l'Archengemma, la "pietra del re", per consegnarla a Bard e Thranduil affinché possano trattare con lui da una posizione più adeguata; e infine, battaglie, scontri e mazzate a tutto spiano, per quello che è un vero e proprio film bellico (sia pur fantasy), con il ritorno di Gandalf (fuggito da Dol Guldur grazie allo spettacolare intervento degli altri membri del "bianco consiglio": Elrond, Saruman e soprattutto una Galadriel potente come non mai, in grado di "esorcizzare" letteralmente il Negromante e i suoi Nazgul), le solite imprese da scavezzacollo di Legolas, e l'esplicitazione di alcuni eventi che nel libro venivano solo accennati (la morte di Kili e Fili, per esempio).

Pachidermico, ripetitivo e con diversi difetti di sceneggiatura (non tutti i fili vengono tirati – ma aspettiamo l'edizione estesa – e continuo a pensare che sussistano problemi di continuità con la trilogia del "Signore degli Anelli"), il capitolo conclusivo della trilogia non è certo esaltante ma comunque soddisfacente. I danni, purtroppo, erano stati fatti in precedenza: con la scelta di dilatare la storia su tre pellicole (ne sarebbe bastata una, o al massimo due se proprio si voleva dedicare tanto spazio alla battaglia finale), con l'introduzione di sottotrame spurie come quella di Tauriel (che quantomeno si conclude decentemente, dando maggior spessore anche al personaggio di Thranduil) e, diciamolo, con un casting non eccezionale. Nonostante il titolo "Lo Hobbit", nel terzo capitolo Bilbo Baggins rimane quasi un personaggio marginale, sicuramente meno al centro della storia rispetto a Thorin ma anche a Bard, per non parlare degli stessi Legolas o Tauriel. Qualcuno ha criticato il personaggio comico di Alfrid, lacché del governatore di Esgaroth: ma si tratta di una figura innocua, per quando banale e infantile, che ben si sposa con i toni più leggeri e fiabeschi che questa trilogia ha (o dovrebbe avere) rispetto alla sua sorella maggiore. Spettacolari le scene di battaglia e la resa di armi e armature, così come le varie creature e cavalcature (dal cinghiale di Dàin al cervo di Thranduil, dai "mangiaterra" degli orchi – sorta di vermoni in stile "Dune" – ai pipistrelli giganti), per non parlare del climax con il doppio scontro fra Thorin e Azog da un lato e fra Legolas (un Orlando Bloom un po' imbolsito rispetto a dieci anni prima) e Bolg dall'altro. Solo fugaci apparizioni per Beorn (che giunge insieme alle aquile) e lo stesso Radagast, mentre molti dei nani sono parecchio sacrificati (con le eccezioni, ancora una volta, di Balin, Dwalin, Kili e Fili). Il finale si ricollega alla scena iniziale de "La compagnia dell'anello", con l'arrivo di Gandalf a Casa Baggins per il centoundicesimo compleanno di Bilbo. Quando il progetto era quello di dividere "Lo Hobbit" in due soli film, il titolo di lavorazione dell'episodio conclusivo era "There and Back Again" ("Laggiù e di nuovo indietro"). La canzone finale è di Billy Boyd. Il film segna il probabile addio di uno stanco Peter Jackson (e, nell'imminente, del cinema hollywoodiano) alla Terra di Mezzo: a meno che, prima o poi, non si decida di realizzare nuove pellicole su alcune delle numerosissime storie contenute negli altri testi tolkieniani (per esempio a quelle del "Silmarillion": io punto sulle vicende di Beren e Lúthien o su quella di Túrin Turambar).

30 maggio 2014

X-Men: Giorni di un futuro passato (B. Singer, 2014)

X-Men: Giorni di un futuro passato (X-Men: Days of Future Past)
di Bryan Singer – USA 2014
con Hugh Jackman, Michael Fassbender
***

Visto al cinema Uci Bicocca.

Bryan Singer torna alla franchise che lui stesso aveva lanciato con i primi due film. E lo fa alla grande, adattando per lo schermo una delle più belle storie degli X-Men dei fumetti, quel "Giorni di un futuro passato" con cui nel 1981 Chris Claremont e John Byrne introdussero i viaggi nel tempo nel già complicato mondo dei mutanti Marvel. La pellicola è un perfetto trait d'union fra la prima trilogia (da cui tornano personaggi e attori come Xavier/Patrick Stewart, Magneto/Ian McKellen, Tempesta/Halle Berry, oltre naturalmente a Wolverine/Hugh Jackman, l'unico finora presente in tutti i sette film sugli X-Men se consideriamo anche le sue due pellicole "a solo") e il bel prequel firmato da Matthew Vaughn, qui co-autore della storia (e dunque largo spazio ai "giovani" Xavier/James McAvoy, Magneto/Michael Fassbender, Bestia/Nicholaus Hoult e Mystica/Jennifer Lawrence). La trama prende le mosse da un cupo futuro in cui le robotiche Sentinelle ideate dallo scienziato Bolivar Trask (Peter Dinklage) hanno scatenato una guerra contro i mutanti, sterminandoli (quasi) tutti. Per salvare la propria specie ma anche l'intero pianeta da un conflitto senza fine, Kitty Pryde (Ellen Page) proietta la coscienza di Wolverine cinquant'anni indietro nel tempo, all'interno del suo corpo più giovane. Qui, nel 1973, Logan dovrà convincere un immaturo Xavier e un impulsivo Magneto ad allearsi per fermare Mystica, il cui tentativo di uccidere Trask innescherà la catena di eventi che porterà alla catastrofe. Come solitamente accade nelle migliori storie degli X-Men, l'azione e la complessità della trama sono al servizio di riflessioni di natura sociale o introspettiva, e i personaggi, con la loro umanità, rimangono sempre al centro della vicenda. In più, è un piacere per i Marvel fan di vecchia data riconoscere qua e là alcuni dei numerosissimi character del mondo mutante: spettacolare, in questo caso, il Quicksilver ancora teenager (interpretato da Evan Peters) che con la sua super-velocità aiuta i nostri eroi a far evadere Magneto dal carcere di sicurezza sotto il Pentagono. Strizzatine d'occhio per i fan dei comics ("Una volta mia madre è stata con uno che controllava i metalli"), riferimenti ai film precedenti (William Stryker), curiosità varie (J.F. Kennedy era un mutante!?) condiscono il tutto.

Nonostante qualche piccolo problema di continuity (lo Xavier del futuro non era morto in "X-Men: conflitto finale"?), la pellicola in un certo senso chiude un cerchio e si rivela come la perfetta conclusione di un mini-ciclo di cinque film, "rimediando" nel finale alle stonature provocate dal deludente episodio di Brett Ratner (Scott e Jean saranno nuovamente utilizzabili), fondendo abilmente le anime della vecchia e della nuova generazione di X-Men (meglio di quanto non avesse fatto l'analogo "Generations" per "Star Trek") e consentendo così alle pellicole successive, a seconda del bisogno, di proseguire sia con il filone mutante del passato che con quello del futuro. A proposito: il controfinale dopo i titoli di coda rivela già cosa ci aspetta nel prossimo film: En Sabah Nur, ovvero Apocalisse. Detto di un cast ben mixato fra grossi calibri e giovani promesse, resta da segnalare la presenza nel roster dei personaggi di Alfiere, Blink, Sunspot e Warpath nel futuro (oltre a Kitty, Colosso e Uomo Ghiaccio), e di Toad, Havok, Ink e Spyke nel passato (soldati durante la guerra del Vietnam). Solo brevi ma graditi cameo nel finale per Rogue/Anna Paquin (che aveva girato molte più scene, poi tagliate in fase di post produzione), Jean/Famke Janssen e Ciclope/James Marsden. E a proposito di cameo: stavolta non c'è Stan Lee, ma in compenso abbiamo Len Wein e Chris Claremont (oltre allo stesso Bryan Singer). Nota per chi pensasse che la trama della storia si ispiri a "Terminator": gli albi originali furono pubblicati tre anni prima dell'uscita del film di Cameron, e dunque semmai è vero il contrario (pare in realtà che le ispirazioni per entrambi siano da far risalire ad alcuni episodi delle serie televisive "Dr. Who" e "The Outer Limits"). Poche ma significative, comunque, le differenze fra il film e il soggetto di Claremont e Byrne: nei comics era Kitty (e non Logan) a viaggiare indietro nel tempo, grazie ai poteri di Rachel Summers (in effetti Kitty non ha mai avuto capacità mentali o telepatiche!): e la destinazione non era il 1973 ma il 1981, ossia il presente di allora. Infine, l'oggetto del tentativo di assassinio di Mystica era il senatore Kelly e non Bolivar Trask.

14 gennaio 2014

L'allievo (Bryan Singer, 1998)

L'allievo (Apt pupil)
di Bryan Singer – USA 1998
con Brad Renfro, Ian McKellen
**1/2

Rivisto in DVD, con Sabrina.

Il sedicenne Todd Bowden scopre che un suo vicino di casa, l'anziano e apparentemente innocuo Arthur Denker, è in realtà Kurt Dussander, un criminale di guerra nazista fuggito in America sotto falso nome dopo la fine del conflitto. Spinto dalla curiosità, e minacciando di rivelare il suo segreto, comincia a frequentarlo e a farsi raccontare le sue esperienze come gerarca delle SS e responsabile di un campo di concentramento. Se da un lato il ragazzo inizia a subire gradualmente il fascino del male, dall'altro l'uomo sente risvegliare in sé istinti e ricordi che aveva cercato di dimenticare... Da un racconto di Stephen King, un'interessante pellicola sulla corruzione e sull'attrazione per il "lato oscuro" (il film si apre con l'insegnante di storia di Todd che interroga i ragazzi sui reali motivi alla base del nazismo). Il rapporto che si instaura fra Todd e Dussander è all'insegna dell'ambiguità: da un lato ricalca quello fra insegnante e allievo, o addirittura fra padre e figlio (con il vecchio che si prende a cuore i risultati scolastici del ragazzo: spacciandosi per suo nonno, si reca persino a scuola per parlare con i professori), dall'altro si sviluppa all'insegna di minacce e di ricatti, con i due personaggi che a turno tengono il coltello dalla parte del manico e "guidano" le danze. Entrambi si scoprono cambiati dall'incontro con la controparte: Todd diventa manipolatore, capace di mentire e persino di uccidere; Kurt riscopre l'orgoglio e il piacere di rivangare un passato rimosso ma mai dimenticato. Singer è bravo a trattare la spinosa materia senza scivolare nei cliché retorici o ricattatori dei film che parlano del nazismo e dell'olocausto, anzi sfruttando a pieno le atmosfere "normali" delle pellicole liceali o addirittura quelle horror (le sequenze oniriche, la scena dell'omicidio). Fra i difetti: la prova un po' piatta di Renfro (grandiosa invece quella di McKellen, già "nazista" nel Riccardo III di Richard Loncraine e futuro Magneto per lo stesso Singer) e qualche ingenuità di troppo nello sviluppo narrativo, in particolar modo nel finale, peraltro diverso rispetto al racconto originale di King (che portava la parabola di Todd fino a ben più estreme conseguenze). Comparsata per David Schwimmer nei panni del consulente scolastico.

17 dicembre 2013

Lo Hobbit: La desolazione di Smaug (Peter Jackson, 2013)

Lo Hobbit: La desolazione di Smaug
(The Hobbit: The Desolation of Smaug)
di Peter Jackson – USA/Nuova Zelanda 2013
con Martin Freeman, Richard Armitage
**

Visto al cinema Orfeo (in 3D), con Sabrina.

L'hobbit Bilbo Baggins e i tredici nani guidati da Thorin Scudodiquercia proseguono il loro viaggio verso Erebor, la Montagna Solitaria, dove il drago Smaug riposa a guardia del tesoro rubato. Sempre braccati dagli orchi di Dol Guldur (capeggiati stavolta da Bolg, figlio di quell'Azog che ha un conto aperto con Thorin), i nostri eroi dovranno separarsi dallo stregone Gandalf, che preferirà dirigersi verso sud per indagare sulla reale natura del misterioso Negromante; attraversare l'inospitale Bosco Atro, dove combatteranno contro una nidiata di ragni giganti; fuggire dalle prigioni degli elfi di Thranduil, signore del Reame Boscoso (e padre di Legolas, che torna prepontentemente in azione); viaggiare lungo il fiume – nascosti in tredici barili – fino a raggiungere Esgaroth, cittadina sulle sponde del lago, dove faranno la conoscenza dell'arciere Bard, in rotta con il corrotto governatore della cittadina; arrampicarsi sui fianchi della Montagna Solitaria, dove si cela un ingresso segreto per i saloni al suo interno; e infine affrontare il possente Smaug, senza però riuscire a sconfiggerlo e anzi scatenando la sua ira. Il resto (Battaglia dei Cinque Eserciti compresa) è rimandato al terzo e conclusivo capitolo, in uscita nelle sale fra un anno. La decisione di dividere l'avventura in ben tre parti, ora si può cominciare a dirlo, non è stata delle più felici: se la Terra di Mezzo rimane senza dubbio un posto meraviglioso da visitare, la narrazione qui soffre per i ritmi dilatati, intervallati da lunghissime ed elaborate scene d'azione (la fuga nei barili, la lotta col drago) che tendono più ad annoiare che ad esaltare lo spettatore, mentre la sottotrama che coinvolge Gandalf (a proposito: la scoperta che il Negromante è in realtà Sauron non contraddice quanto si sapeva all'inizio de "Il Signore degli Anelli"?) è quasi una fonte di distrazione.

Anche stavolta non mancano diversi cambiamenti al testo originale, con una sceneggiatura che, ahimè, non sempre convince appieno: al ridimensionamento forse eccessivo di Beorn (manca purtroppo la divertentissima scena dell'introduzione dei nani – uno a uno – nella sua casa) fa da contraltare l'approfondimento di Bard, una scelta saggia visto la futura importanza del personaggio nella risoluzione del conflitto con Smaug. E sempre nell'ottica di aggiungere stratificazione e complessità alla vicenda va letta l'introduzione dell'elfa Tauriel, personaggio del tutto originale, e la sua "love story" (chiamiamola così) con il nano Kili, che riesce contemporaneamente a caratterizzare meglio uno dei compagni di Thorin (che nel libro di Tolkien, nomi e pochi dettagli a parte, erano quasi indistinguibili l'uno dall'altro) e ad aggiungere sottotrame ulteriori a una storia che per il resto – e giustamente, trattandosi di una fiaba – è molto più lineare di quella de "Il Signore degli Anelli". Non aggiunge invece moltissimo il ritorno di Legolas, che come quelli di Saruman e Galadriel nel film precedente è soprattutto una strizzatina d'occhio per i fan della prima trilogia, anche se non si tratta di una forzatura visto che in effetti l'elfo interpretato da Orlando Bloom è di casa proprio nel Reame Boscoso (divertente lo scambio di battute con Glóin a proposito del figlioletto di quest'ultimo, Gimli). Thorin inizia a mostrare il suo lato oscuro, che si focalizza nell'avidità e nel desiderio di impadronirsi dell'Archengemma (e dunque del potere) a qualunque costo, anche a quello di sacrificare le vite dei suoi compagni, così come l'Anello comincia lentamente a esercitare il suo influsso nefasto su Bilbo, anche se per ora è più un utile oggetto magico che una reale minaccia.

Se il secondo episodio de "Il Signore degli Anelli" brillava per l'introduzione di Gollum, il capitolo centrale de "Lo Hobbit" sarà ricordato per il drago Smaug, creatura digitale stupefacente, dinamica e carismatica. Si temeva che mostrare una tale belva che parla (la voce in originale è di Benedict Cumberbatch) potesse risultare ridicolo o "disneyano", ma così non è stato. Anzi, le sequenze di Bilbo alle prese con il mostro sono forse le più visivamente impressionanti e memorabili dell'intera pellicola, ravvivandola nel finale, giusto in tempo perché la storia si interrompa sul più bello (nessuno degli altri quattro film tolkieniani di Jackson aveva mai avuto un simile cliffhanger). Per il resto, sul versante degli attori sono da segnalare le new entry Luke Evans nei panni di Bard (il cui ruolo, come già detto, è stato considerevolmente aumentato rispetto al romanzo, dandogli un notevole background), Lee Pace in quelli di re Thranduil (già apparso brevemente nel film precedente) ed Evangeline Lilly in quelli dell'elfa Tauriel. Mikael Persbrandt è Beorn, Lawrence Makoare (già pluri-cattivo ne "Il Signore degli Anelli") è Bolg, Stephen Fry è il Governatore di Esgaroth. Quanto ai camei, Peter Jackson continua a mangiare carote per le strade di Brea, mentre le due figlie di Bard sono interpretate dalle figlie di James Nesbitt (Bofur). A proposito dei nani, oltre al già citato Kili e agli evidenti Thorin e Balin, c'è un po' più di spazio e di caratterizzazione per Bombur, Bofur, Glóin e Dwalin. Meno memorabile del solito la colonna sonora di Howard Shore, e niente canzoni stavolta, mentre l'unico flashback è all'inizio e mostra l'incontro a Brea fra Gandalf e Thorin (narrato da Tolkien nei "Racconti incompiuti").