Visualizzazione post con etichetta Poliziesco. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Poliziesco. Mostra tutti i post

10 giugno 2023

Decision to leave (Park Chan-wook, 2022)

Decision to leave (He-eojil gyeolsim)
di Park Chan-wook – Corea del Sud 2022
con Park Hae-il, Tang Wei
**1/2

Visto in TV (Sky Cinema).

Il detective Jang Hae-jun (Park Hae-il), tormentato dall'insonnia e costretto a vivere lontano dalla moglie che lavora in un'altra città, indaga sulla morte del sessantenne Ki Do-su, ex funzionario dell'ufficio immigrazione caduto durante una scalata in montagna, sospettando che sia stato ucciso dalla giovane moglie Song Seo-rae, di origine cinese. Quasi subito si innamora della donna, ed è pertanto lieto di scoprire che ha un alibi che la scagiona, e che la morte dell'uomo è probabilmente dovuta a un suicidio. Quando scopre di essere stato ingannato, chiede il trasferimento nella piccola cittadina dove vive la moglie, dove però ritroverà a sorpresa la stessa Seo-rae, giunta lì con un secondo marito che a sua volta verrà trovato ucciso... Noir/thriller a sfondo romantico e, secondo alcuni critici, hitchcockiano (si pensi a "La donna che visse due volte"), con personaggi e situazioni interessanti e una regia piena di inventiva. Ha però il difetto di essere troppo "costruito" e, in un certo senso, troppo sofisticato (e poetico!) in rapporto a quello che racconta. Seo-rae rimane un personaggio enigmatico, dalle molte sfaccettature, che pure la rendono attraente agli occhi di Hae-jun. Lui stesso, invece, si lascia manipolare un po' troppo facilmente, proprio come i personaggi maschili dei noir degli anni quaranta e cinquanta al cospetto di una femme fatale. Registicamente, Park ricorre a soluzioni sempre interessanti (come quando, durante pedinamenti o intercettazioni, uno dei personaggi si materializza simbolicamente nella camera dell'altro) e sfrutta molto bene scenari e ambientazioni, tanto quelli urbani quanto quelli naturali, diversi dalla solita Seul. Nella colonna sonora spicca la quinta sinfonia di Mahler. Premio per la miglior regia a Cannes.

2 giugno 2023

Odio implacabile (Edward Dmytryk, 1947)

Odio implacabile (Crossfire)
di Edward Dmytryk – USA 1947
con Robert Young, Robert Mitchum, Robert Ryan
**1/2

Visto in TV (RaiPlay).

A Washington, subito dopo la guerra, un giovane soldato (George Cooper) viene accusato di aver ucciso un uomo (Sam Levene) che aveva appena conosciuto in un locale. A indagare su di lui, perplesso dall'apparente assenza di un movente, è il capitano di polizia Finlay (Robert Young), mentre il suo commilitone Keeley (Robert Mitchum), convinto della sua innocenza, cerca in ogni modo di proteggerlo. In effetti il vero colpevole è un altro soldato, Montgomery (Robert Ryan), mosso da un odio viscerale e razzista. Da un soggetto del futuro regista Richard Brooks, dove però la vittima era un omosessuale (lo sceneggiatore John Paxton fu costretto a cambiare le caratteristiche del personaggio, trasformandolo in un ebreo, in osservanza al codice Hays, che vietava di rappresentare l'omosessualità sullo schermo), un noir poliziesco "a tema" per stigmatizzare l'intolleranza verso il diverso, che si tratti di omofobia (comunque implicita), antisemitismo o qualsiasi tipo di odio "a priori". Fra le righe, si sfiorano anche temi come il difficile reintegro dei soldati nella società civile dopo la guerra. L'impostazione è corale, dando spazio di volta in volta ai diversi personaggi, buoni o cattivi che siano. Oggi può sembrare un po' schematico, e fin troppo didascalico nel suo messaggio, ma resta di buona fattura a livello di scrittura, recitazione e regia. Piccole parti per Gloria Grahame (la prostituta Jinny), Paul Kelly, Steve Brodie. Ottimo il riscontro critico: cinque candidature agli Oscar – miglior film, regista, sceneggiatura, attore non protagonista (Ryan) e attrice non protagonista (Grahame) – e un premio a Cannes.

22 novembre 2022

Comeuppance (Derek Chiu, 2000)

Comeuppance (Tin yau ngan)
di Derek Chiu – Hong Kong 2000
con Jordan Chan, Patrick Tam, Sunny Chan
**1/2

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

Il sottobosco criminale di Hong Kong è scosso da una serie di omicidi, non riconducibili a una resa di conti fra gang. Vari boss della triade, infatti, vengono misteriosamente avvelenati: chi al night club, chi al ristorante, chi nella sauna... A indagare è il poliziotto Michael (Sunny Chan), che sospetta del giornalista Hak (Jordan Chan), dato che questi scrive una rubrica gialla nella quale si raccontano delitti molto simili a quelli reali. Ma il vero colpevole è il giovane e insospettabile Sung (Patrick Tam), una "persona qualunque" che lavora in un laboratorio fotografico e uccide i criminali per semplice spirito di giustizia, traendo ispirazione talvolta proprio alla rubrica di Hak... Prodotto dalla Milkyway di Johnnie To, un thriller poliziesco dai toni leggeri e con tre protagonisti alla pari, ben diretto e recitato anche se forse si perde un po' nel finale. La sceneggiatura si concentra soprattutto sulla messinscena e sui modi bizzarri in cui il killer riesce ad avvelenare le sue vittime, diventando poi il protagonista di una sorta di feuilleton sui quotidiani (che tutti seguono con curiosità e attenzione), tanto da apparire in brevi sequenze, nell'immaginario popolare, al fianco di altri "anti-eroi" del cinema o della letteratura hongkonghese. Interessante anche il mutuo rapporto fra i fatti reali e quelli di finzione (Sung, con le sue azioni, ispira Hak, che con le sue idee ispira a sua volta Sung). Dei tre personaggi, il poliziotto resta il meno memorabile.

10 settembre 2022

Regression (Alejandro Amenábar, 2015)

Regression (id.)
di Alejandro Amenábar – Canada/Spagna 2015
con Ethan Hawke, Emma Watson
**

Visto in TV (Now Tv), con Sabrina.

In una cittadina del Minnesota, nel 1990, un poliziotto (Ethan Hawke) indaga su un caso di abusi sessuali su una minorenne (Emma Watson) proveniente da una famiglia estremamente religiosa. Con l'aiuto di uno psicologo (David Thewlis) che usa il metodo della "ipnosi regressiva" per far tornare alla luce i ricordi repressi, scopre che potrebbe essere coinvolta nientemeno che una setta satanica, che pratica segretamente i suoi rituali in città... Ispirato a fatti reali (non dissimili, per certi versi, ad alcuni casi avvenuti anche in Italia, come quelli della Bassa modenese o di Bibbiano), il film rivela il proprio significato e acquista valore solo nel finale "a sorpresa": prima, per lunghi tratti, non sembra altro che un thriller dozzinale, stereotipato e privo di appeal. Solo il finale, appunto, rivela il motivo di questi stereotipi e che eravamo di fronte a tutto tranne che a una pellicola sulla falsariga de "L'esorcista" o "Rosemary's baby". Ma giunge troppo tardi, quando l'interesse dello spettatore è stato messo a dura prova e forse è già scemato, non sollevato nemmeno dal ricco cast e dalla regia di un Amenábar che, dopo una serie di ottimi film, per la prima volta non riesce a nobilitare la materia trattata. Colpa anche dell'impostazione schematica e a tema (vedi l'approccio alla religione), e di una sceneggiatura che (a parte il protagonista, in preda a paranoia e incubi) dimentica di caratterizzare in maniera interessante i vari personaggi.

18 giugno 2022

La donna della domenica (L. Comencini, 1975)

La donna della domenica
di Luigi Comencini – Italia/Francia 1975
con Marcello Mastroianni, Jean-Louis Trintignant
**1/2

Visto in TV (Prime Video), per ricordare Jean-Louis Trintignant.

A Torino, il commissario Santamaria (Mastroianni) indaga sull'assassinio dell'architetto Garrone (Claudio Gora), mediocre intrallazzatore e viscido sessuomane di cui non pochi si erano augurati la morte. Per via di un equivoco, i primi sospettati sono due membri dell'alta società: Anna Carla Dosio (Jacqueline Bisset), moglie annoiata di un ricco industriale, e il suo amico Massimo Campi (Trintignant), omosessuale nevrotico. Che a modo loro, appassionatisi al caso – così come il giovane amante di Massimo, l'impiegato comunale Lello (Aldo Reggiani) – aiuteranno il commissario nelle indagini... Ingarbugliato giallo tratto dall'omonimo e fortunato romanzo di Fruttero & Lucentini, sceneggiato da Age e Scarpelli (i dialoghi spaziano da cenni di approfondimento sociale e culturale a momenti comici ed esilaranti), che ha il suo punto di forza nella descrizione di un multicosmo torinese popolato da imprenditori che svendono i loro stabilimenti agli americani, altoborghesi in crisi di identità, finti intellettuali ipocriti e perbenisti, nobili decaduti che si lamentano del degrado che li circonda ma che al tempo stesso progettano la lottizzazione dei propri terreni, immigrati del Sud che lavorano come domestici o ricoprono cariche statali (poliziotti in primis). La soluzione del giallo (abbastanza inaspettata: d'altronde i sospettati sono numerosi) giunge grazie a un proverbio piemontese, "La cativa lavandera treuva mai la bona pera", con la resa dei conti finale che si svolge allo storico mercatino delle pulci del Balon. L'omicidio con il fallo di pietra usato come arma del delitto ricorda una scena di "Arancia meccanica" di Kubrick. Nel vasto cast anche Gigi Ballista, Franco Nebbia, Pino Caruso, Lina Volonghi, Maria Teresa Albani, Tina Lattanzi, Omero Antonutti. Musiche di Ennio Morricone.

21 aprile 2022

La Gomera (Corneliu Porumboiu, 2019)

La Gomera - L'isola dei fischi (La Gomera)
di Corneliu Porumboiu – Romania/Fra/Ger 2019
con Vlad Ivanov, Catrinel Marlon
***

Visto in divx.

A La Gomera, isola delle Canarie, esiste una bizzarra lingua fatta solo di fischi, simili quelli degli uccelli, sviluppata dai pastori locali per comunicare a grandi distanze. Cristi (Vlad Ivanov), poliziotto corrotto della squadra narcotici di Bucarest, immanicato con Zsolt (Sabin Tambrea), imprenditore che lavora per conto di una banda di trafficanti di droga, vi si reca per impararla: gli servirà infatti per comunicare con i complici dell'uomo e organizzarne la fuga, senza farsi intercettare dai colleghi che ormai sospettano di lui. Ma intrighi e doppi giochi sono in agguato... Insolito e interessante thriller/neo-noir poliziesco, sfaccettato e complesso, con una struttura narrativa costruita su una serie di flashback e divisa in otto capitoli – ciascuno intitolato a un diverso personaggio – non in ordine cronologico. Il tema del linguaggio e della comunicazione, a partire dalla strana lingua dei fischi (il "silbo gomero", che esiste realmente), si appoggia su una vicenda caratterizzata da una ragnatela di relazioni fra i vari personaggi, tutti con una notevole dose di ambiguità e dove il bene e il male si fondono fra loro: dal protagonista stesso, poliziotto corrotto ma "buono" (e soprattutto silenzioso e impenetrabile: non abbiamo mai accesso ai suoi pensieri), alla bella Gilda (Catrinel Marlon), femme fatale amante/complice di Zsolt, di cui anche Cristi si innamora; dalla spregiudicata procuratrice Magda (Rodica Lazar), superiore di Cristi, che non esita a usare metodi discutibili pur di raggiungere i propri scopi, al boss della droga Paco (Agustí Villaronga) e al suo sottoposto Kiko (Antonio Buíl), fino all'inquietante concierge (István Teglas), appassionato di opera e proprietario di un motel al centro di diverse scene. Linguaggio, infatti, non significa solo parole, o fischi: è anche musica (fra i brani ricorrenti ci sono "Casta Diva" dalla "Norma", l'aria di Barbarina dalle "Nozze di Figaro", e la Barcarola dai "Racconti di Hoffmann" di Offenbach), e naturalmente cinema (innumerevoli le citazioni (meta)filmiche: il nome stesso di Gilda, lo spezzone di "Sentieri selvaggi" in cui viene usata un'altra lingua dei fischi!, il fatto che lo showdown finale avvenga in uno stabilimento cinematografico abbandonato, l'allusione alla scena di "Psyco" nella doccia). Citazione anche per un classico del cinema noir rumeno, "Un commissario accusa" di Sergiu Nicolaescu. Il finale forse è un po' disgiunto e trascinato. Anche se perfettamente guardabile a sé stante, il film è di fatto un sequel/spin-off del precedente "Politist, adjectiv" (2009) di Porumboiu, in cui Cristi aveva conosciuto il giovane Zsolt.

10 gennaio 2022

Origini segrete (D. Galán Galindo, 2020)

Origini segrete (Orígenes secretos)
di David Galán Galindo – Spagna 2020
con Javier Rey, Brays Efe
**

Visto in TV (Netflix).

Per indagare su un serial killer che uccide le sue vittime "ricreando" le origini dei più celebri supereroi americani (da Hulk a Iron Man, da Batman all'Uomo Ragno), il detective madrileno David (Javier Rey) è costretto a chiedere l'aiuto di Jorge Elías (Brays Efe), appassionato cultore di comics e proprietario di un negozio di fumetti, nonché figlio del suo predecessore Cosme (Antonio Resines). Simpatica pellicola spagnola che da un lato ricorda i polizieschi alla "Seven" (con il killer che segue una particolare ossessione e semina indizi), dall'altro si iscrive al filone che cala gli elementi supereroistici nella realtà (alla "Unbreakable", con cui ha molto in comune). Nonostante evidenti limiti di scrittura e di respiro, si lascia guardare con interesse. Fra le tematiche: il riscatto e l'orgoglio dei nerd (anche il capo della sezione omicidi, la bella Norma (Verónica Echegui), è patita di manga e fa la cosplayer) e il concetto di eroe in un mondo dove non tutto è bianco o nero.

17 agosto 2021

Flic story (Jacques Deray, 1975)

Flic story (id.)
di Jacques Deray – Francia 1975
con Alain Delon, Jean-Louis Trintignant
***

Visto in TV (Prime Video).

Nella Parigi del dopoguerra (siamo nel 1947), il giovane e brillante ispettore della Sûreté Roger Borniche (Alain Delon) viene incaricato di acciuffare un criminale appena evaso di prigione, il feroce e pericoloso Emile Buisson (Jean-Louis Trintignant). Tratto dalle memorie autobiografiche del vero Borniche (il cui personaggio apre e chiude infatti la pellicola in una sorta di narrazione), è forse il miglior film di Deray, la storia di una caccia all'uomo raccontata in maniera asciutta e lineare, con i poliziotti che passano di traccia in traccia mentre il bandito elimina dietro di sé spie e informatori, e con un'eccellente caratterizzazione dei personaggi. È una sorta di sfida fra due uomini per molti versi l'uno all'opposto dell'altro, e non solo perché si trovano su due lati della barricata, ma anche per le loro idee politiche e i loro trascorsi (Borniche è un ex partigiano, Buisson un reazionario) nonché, ovviamente, per il carattere e l'indole: Borniche è un poliziotto "buono", uno "sbirro con la coscienza" che non tollera gli eccessi e le violenze dei suoi colleghi; Buisson un criminale spietato e paranoico, che uccide a sangue freddo anche gli innocenti e i propri complici che sospetta di essere traditori, a ragione – come il barista Raymond (Mario David) – o a torto – come l'autista italiano Mario (Renato Salvatori). Ciò nonostante, fra i due (che si ritroveranno faccia a faccia solo alla fine), scatta una sorta di sintonia, tanto da definirsi "se non amici, almeno compagni di viaggio" e finire quasi per comprendersi a vicenda (a un certo punto Borniche dice addirittura: "Certi giorni mi farebbe quasi piacere essere Buisson"). La scena della cattura del criminale, con la tensione che monta nella locanda dove buoni e cattivi mangiano fianco a fianco, mi ha ricordato alcuni classici film hongkonghesi ("Dragon Inn" e "Bullets over summer"). Ottimo Delon, sempre con l'immancabile sigaretta in bocca, ma soprattutto Trintignant, dallo sguardo gelido e impenetrabile. Nel cast anche Claudine Auger, André Pousse, Paul Crauchet.

30 giugno 2021

Police story (Jackie Chan, 1985)

Police story (Ging chaat goo si)
di Jackie Chan – Hong Kong 1985
con Jackie Chan, Brigitte Lin
***1/2

Rivisto in DVD.

Il poliziotto hongkonghese Chan Ka-Kui (ribattezzato Kevin nella versione internazionale) deve proteggere fino al processo una testimone riluttante (Brigitte Lin), indispensabile per sgominare la banda di un ricco trafficante di droga (Chor Yuen) che però riuscirà a farla franca. Accusato ingiustamente di essere responsabile della morte di un collega, e abbandonato dai propri superiori, sarà tentato di farsi giustizia da solo. Uno dei titoli più belli e importanti della ricchissima filmografia di Jackie Chan (che come nel precedente "Project A", oltre a recitare, collabora alla sceneggiatura (con Edward Tang), cura la regia e canta persino la canzone dei titoli di coda). Rimasto deluso da come l'americano James Glickenhaus lo aveva appena diretto in "Protector" (uno dei tanti tentativi falliti di "sfondare" in Occidente), Jackie volle mostrare a tutti qual era la sua idea di un poliziesco d'azione: il risultato fu un film assai influente e dall'enorme successo di pubblico, capostipite di un intero filone che lo lancerà in versione "moderna", aggiornando il suo kung fu comico a un'ambientazione urbana e dando vita a un personaggio – il poliziotto bonaccione ma coraggioso – che l'attore riprenderà in numerosi altri lungometraggi (lo stesso "Police story" avrà diversi seguiti). Al di là della trama, Jackie appare come uno spericolato funambolo che gioca e si diverte nel cacciarsi (e districarsi) in situazioni acrobatiche e pericolose. Non solo combattimenti e arti marziali, dunque, ma anche salti, capitomboli e inseguimenti mozzafiato. In effetti è proprio in questo periodo che l'intera industria cinematografica di Hong Kong si affranca definitivamente dagli stilemi del vecchio gongfupian di ambientazione storica, trasferendo i classici temi della vendetta, della giustizia e della fratellanza in un setting contemporaneo ("A better tomorrow" di John Woo, per esempio, è del 1986: c'è però da dire che già Bruce Lee aveva recitato in pellicole di ambientazione moderna). Lo stesso Jackie ha affermato a più riprese di considerare "Police story" il suo titolo migliore in termini di pura azione. Ciò nonostante, il film è incredibilmente rimasto inedito in Italia per molti anni, fino a quando è finalmente uscito in DVD.

Moltissime le sequenze indimenticabili e di forte impatto, a seconda dei casi frenetiche (la catastrofica distruzione della baraccopoli lungo la collina, l'inseguimento all'autobus con l'aiuto di... un ombrello), comiche (la falsa aggressione alla testimone, la deposizione al processo, la scena in cui Kevin si giostra con innumerevoli telefoni) o spettacolari (il salto dalla cima del palazzo nella piscina, e naturalmente la discesa lungo la pertica elettrificata). A causa dell'enorme quantità di vetri infranti durante il combattimento finale nel grande magazzino, gli stuntmen e la troupe intera ribattezzarono la pellicola "Glass story". Il film è rimasto celebre anche per i molti "infortuni" occorsi agli attori: nella scena in cui Jackie ferma l'autobus, per esempio, i cattivi proiettati fuori dai finestrini avrebbero dovuto attutire la caduta finendo sul tetto dell'automobile; invece il veicolo ha frenato troppo presto e i malcapitati stuntmen sono caduti sull'asfalto. Lo stesso Jackie è stato ricoverato in ospedale dopo alcune scene troppo "realistiche", con le mani ustionate (in seguito alla discesa lungo il palo elettrificato) e qualche vertebra quasi rotta... ma in fondo è anche questo il bello dei suoi film: siamo sempre sicuri che tutto ciò che vediamo sullo schermo è stato fatto davvero, senza controfigure o effetti speciali. Oltre alle sequenze d'azione e agli elaborati e pericolosissimi stunt, però, Jackie si concede come detto (e come suo solito) alcuni irresistibili momenti slapstick che rendono omaggio ai grandi comici del muto (ci sono persino le torte in faccia!), lasciando che il tono del film ondeggi continuamente fra il thriller poliziesco e la commedia degli equivoci. E in assenza dei fidi compagni Sammo Hung e Yuen Biao, e anche senza un vero e proprio cattivo da affrontare nel finale, al protagonista fanno da contraltare soprattutto i due personaggi femminili: Brigitte Lin si rivela un'ottima spalla, mentre resta indelebile nella memoria (anche per le divertenti scene con il motorino!) la performance di una giovanissima e quasi esordiente Maggie Cheung nei panni della fidanzatina May, timida e gelosa.

23 aprile 2021

Protector (James Glickenhaus, 1985)

Protector (The Protector)
di James Glickenhaus – USA/Hong Kong 1985
con Jackie Chan, Danny Aiello
*1/2

Rivisto in divx.

Due poliziotti di New York (Chan e Aiello) si recano a Hong Kong sulle tracce di una ragazza rapita da un trafficante di droga (Roy Chiao). La rintracceranno anche grazie all'aiuto di alcuni amici locali (Peter Yang, Moon Lee, Kim Bass). Secondo tentativo di Jackie Chan di sfondare nel cinema americano, dopo "Chi tocca il giallo muore" del 1980 (se non contiamo i due episodi de "La corsa più pazza d'America", dov'era solo un comprimario): per certi versi siamo di fronte a un prototipo di "Rush Hour", con Danny Aiello nel ruolo della spalla comica. Purtroppo si tratta di un film noioso e convenzionale, un poliziesco senza ritmo e adrenalina, il cui regista e sceneggiatore è visibilmente incapace di sfruttare l'energia e l'estro del protagonista che si ritrova fra le mani (che pure era al culmine della sua forma e nel miglior periodo della sua carriera). Di fatto non ci sono scene degne di nota (Jackie si limita giusto a qualche salto e acrobazia) e i combattimenti sono mostrati al ralenti e mal serviti dal montaggio, mentre l'ambientazione si appoggia a un immaginario scontato, turistico ed esotico della città di Hong Kong come vista da un occidentale. Pare che sul set Jackie si fosse reso conto ben presto del disastro che si stava preannunciando e si sia offerto di dirigere personalmente le scene d'azione, ma Glickenhaus rifiutò. Il risultato è una pellicola senza nerbo, con una sceneggiatura dozzinale, priva di ironia, di sorprese o di personaggi interessanti e con scene slegate le une dalle altre (completamente avulsa dal resto, per esempio, è la lunga parte iniziale ambientata a New York). Jackie rimontò comunque il film per la distribuzione a Hong Kong: la sua versione, rispetto a quella USA, contiene delle sequenze aggiuntive (con Sally Yeh e Hoi Sang Lee) mentre ne elimina altre (tutte le "lungaggini" ma anche le numerose scene con le ragazze nude). E poi, quasi in risposta a questa pellicola, metterà in cantiere il suo "Police story".

26 marzo 2021

Squadra omicidi, sparate a vista! (D. Siegel, 1968)

Squadra omicidi, sparate a vista! (Madigan)
di Don Siegel – USA 1968
con Richard Widmark, Henry Fonda
**

Visto in TV (Now Tv).

Le storie di alcuni agenti di un distretto investigativo di New York si intrecciano nell'arco di tre giorni (dal venerdì alla domenica). I detective Madigan (Richard Widmark) e Bonaro (Harry Guardino) si lasciano sfuggire un sospetto accusato di omicidio (Steve Ihnat), che sottrae loro anche le pistole, e si danno da fare per rintracciarlo. Il capo della polizia Tony Russell (Henry Fonda) è amareggiato perché un'intercettazione telefonica mette in dubbio l'onestà del suo braccio destro e amico di sempre (James Whitmore). Il caso di un giovane di colore incriminato ingiustamente, figlio di un medico (Raymond St. Jacques), getta un'ombra di razzismo sugli uomini del distretto. In più, la sceneggiatura (di Abraham Polonsky e Howard Rodman, tratta da un romanzo di Richard Dougherty) segue i vari agenti non solo durante il lavoro ma anche nella vita privata (più o meno virtuosa), mostrandone gli amori, le amicizie, le difficoltà coniugali, i rapporti con il sottobosco criminale e i vari informatori, la costante tensione fra lo stare dalla parte giusta e il piegare le regole quando conviene. Buona l'idea (che darà vita anche a una breve serie televisiva nel 1972, sempre con Widmark) e apprezzabile il tentativo di uscire dai cliché dei generi polizieschi e noir, ma le troppe divagazioni fanno calare a tratti l'interesse di uno spettatore che, "catturato" all'inizio con la sequenza della fuga del criminale, avrebbe forse preferito che il film si concentrasse solo su quello. Nel cast anche Inger Stevens (la moglie di Madigan), Susan Clark, Don Stroud. Pare che sul set il produttore Frank Rosenberg si scontrò a più riprese con il regista Don Siegel.

16 marzo 2021

Manhunter (Michael Mann, 1986)

Manhunter - Frammenti di un omicidio (Manhunter)
di Michael Mann – USA 1986
con William Petersen, Tom Noonan
**

Rivisto in divx.

Per catturare "Dente di fata" (Tooth Fairy, "fatina dei denti", nella versione originale), sfuggente serial killer che colpisce ogni plenilunio uccidendo intere famiglie, l'investigatore Will Graham (Petersen) viene incaricato di tracciare il profilo psicologico del criminale. La questione si fa personale quando l'assassino (Tom Noonan), imbeccato dal "collega" Hannibal Lecktor (Brian Cox), psichiatra pazzo che fu arrestato tre anni prima proprio da Graham, prende di mira la famiglia stessa del detective... Dal romanzo "Il delitto della terza luna" di Thomas Harris, primo volume del ciclo di Hannibal Lecter (che qui però è solo una figura minore: e la sceneggiatura, oltre a cambiarne il cognome, "glissa" sul suo cannibalismo), un thriller dall'andamento monotono e con atmosfere quasi da giallo all'italiana, compreso un protagonista inespressivo. Ma a metà strada, quando l'attenzione si sposta dal buono al cattivo, alle prese con una ragazza cieca (Joan Allen), sembra quasi diventare un altro film (non migliore del precedente, ma comunque più intrigante e originale). Più che cinematografico, il linguaggio sembra quello delle serie tv (e non è affatto un complimento!), tanto che alcuni critici citano la pellicola come modello per successivi serial polizieschi procedurali o forensi come "CSI" (con lo stesso Petersen). La regia del sopravvalutato Mann (anche sceneggiatore) è a lunghi tratti piuttosto dozzinale e non riesce a rendere nessuna scena memorabile: in effetti avevo già visto il film anni fa, ma non mi aveva lasciato nulla nella memoria, tanto che è stato come vederlo per la prima volta. Fotografia di Dante Spinotti. Nella (discutibile) colonna sonora elettronica, anche alcuni brani di Kitaro. Dopo che il personaggio di Lecter diventerà popolare grazie all'interpretazione di Anthony Hopkins nell'adattamento del successivo libro, "Il silenzio degli innocenti", di questo sarà realizzato un remake nel 2002 ("Red dragon", come il titolo originale del romanzo) proprio con Hopkins (ed Edward Norton).

26 febbraio 2021

L'uomo dalla cravatta di cuoio (D. Siegel, 1968)

L'uomo dalla cravatta di cuoio (Coogan's Bluff)
di Don Siegel – USA 1968
con Clint Eastwood, Lee J. Cobb
**1/2

Visto in TV (Now Tv).

Coogan (Eastwood), vicesceriffo dai modi spicci, viene inviato dall'Arizona a New York per prelevare un detenuto (Don Stroud). Ma questi, grazie alla sua ragazza (Tisha Sterling) e a un complice, gli scappa di mano mentre lo sta portando all'aeroporto. E a Coogan, pesce fuor d'acqua poco abituato al modo di fare e di vivere nella grande città dell'Est, non resterà che tentare di ritrovarlo, con l'aiuto involontario di una graziosa assistente sociale (Susan Clark) e nonostante l'ostilità del capo della polizia locale (Lee J. Cobb). Il primo dei cinque film che Siegel ha girato con Clint Eastwood è un thriller poliziesco che sembra in parte un prototipo dell'ispettore Callaghan (per il protagonista duro e violento), ma con il valore aggiunto dato dal contesto: lo spaesamento del personaggio che deve muoversi in un ambiente diverso dal suo, senza la pazienza necessaria a comprendere che a New York vigono regole e stili di vita (la burocrazia, la corruzione, gli hippie!) differenti da quelli del deserto del west (non aiuta il fatto che tutti, buoni e cattivi, lo sfottano per il suo aspetto e i suoi atteggiamenti: la "cravatta di cuoio" del titolo italiano fa parte del suo abbigliamento da cowboy, insieme al cappello e agli stivali; il titolo originale è invece un gioco di parole fra il nome del protagonista e quello di un promontorio a Manhattan). Buona la prova di Clint, al secondo film americano dopo l'esperienza con gli spaghetti western di Sergio Leone.

13 febbraio 2021

Amsterdamned (Dick Maas, 1988)

Amsterdamned (id.)
di Dick Maas – Olanda 1988
con Huub Stapel, Monique van de Ven
**

Visto in divx.

Un misterioso e feroce serial killer, che sceglie a caso le sue vittime fuoriuscendo dai canali d'acqua, terrorizza la città di Amsterdam. Le indagini, dirette dal detective Eric Visser, si concentrano sull'ambiente dei sommozzatori dilettanti: l'assassino, infatti, indossa una tuta da sub. A metà strada fra il giallo all'italiana e il poliziesco d'azione americano, il terzo film del regista Dick Maas (nonché quello che lo ha portato all'attenzione della critica internazionale) è un'onesta pellicola con tutti i crismi e i cliché del genere, che compensa la scarsa originalità di storia e personaggi con la buona fattura delle scene d'azione (memorabile in particolare l'inseguimento in barca per i canali della città, ispirato a un film inglese del 1971, "Puppet on a chain") e soprattutto con l'ambientazione, che sfrutta la particolare topografia della capitale olandese senza limitarsi a fare il verso agli action movie hollywoodiani. Da ricordare anche le soggettive dell'assassino e l'alta tensione nel finale. Fra le cose migliori del film c'è sicuramente anche il titolo (l'omonima canzone, che figura nella colonna sonora firmata dal regista stesso, è della band femminile Loïs Lane). Curiosamente, molte scene non sono state girate ad Amsterdam ma a Utrecht.

2 novembre 2020

Breaking news (Johnnie To, 2004)

Breaking news (Dai si gin)
di Johnnie To – Hong Kong 2004
con Richie Ren, Kelly Chen, Nick Cheung
**1/2

Rivisto in DVD.

Per risollevare la popolarità delle forze dell'ordine e riacquistare fiducia presso la popolazione, il tenente Rebecca Fong (Kelly Chen) organizza una spettacolare operazione mediatica: tutti gli agenti impegnati a stanare un gruppo di rapinatori che si è asserragliato in un edificio vengono dotati di una minicamera per riprendere in diretta ogni momento dell'irruzione, creando uno spettacolo (o una specie di reality show) a beneficio del pubblico e dei mass media. E naturalmente non mancano manipolazioni e montaggi studiati in modo da far fare la miglior figura possibile alla polizia. Ma i banditi, guidati dal carismatico Yuen (Richie Ren), controbattono a modo loro, attraverso telefoni cellulari e computer, imbastendo un palinsesto alternativo che riveli le bugie dei poliziotti, ridicolizzandoli e mostrando le difficoltà che incontrano. Lo scontro fra guardie e ladri si trasferisce così sul piano comunicativo e virtuale, una guerra di comunicati stampa, versioni contrastanti e immagini alterate. Un ottimo spunto, che avrebbe potuto dar vita a una bellissima riflessione sul potere dei media e sulla "realtà" di ciò che si vede in tv, ma che purtroppo non è portato alle sue estreme conseguenze: gran parte del film è infatti un convenzionale poliziesco con personaggi-tipo – vedi l'ispettore della squadra anticrimine interpretato da Nick Cheung, che ha un conto in sospeso personale con Yuen – anche se non mancano interessanti dinamiche tipiche dei prodotti Milkyway, come l'amicizia/cameratismo fra i rapinatori e un secondo gruppo di criminali, in questo caso dei killer, rimasti casualmente coinvolti nell'assedio, che si rifugiano insieme a loro nell'appartamento di uno degli inquilini (interpretato da Suet Lam). Ed è da ricordare anche lo stupefacente piano sequenza che apre la pellicola (che meriterebbe di essere vista solo per questo): una decina di minuti con la macchina da presa che si muove in lungo e in largo, su e giù, vagando prima per una strada, entrando poi in un appartamento e mostrando infine un conflitto a fuoco fra polizia e rapinatori, prima che questi si diano alla fuga... L'Orson Welles de "L'infernale Quinlan" ne sarebbe stato fiero. Piccole parti per You Yong (il killer), Simon Yam e Maggie Siu.

30 giugno 2020

Il cattivo tenente (Abel Ferrara, 1992)

Il cattivo tenente (Bad Lieutenant)
di Abel Ferrara – USA 1992
con Harvey Keitel, Frankie Thorn
***1/2

Rivisto in TV.

Un tenente di polizia newyorkese (il personaggio non ha nome), dedito a vizi e depravazioni di ogni tipo – dall'alcol alle droghe e al sesso – e abituato ad agire fuori dalle regole e ad abusare del proprio potere, si ritrova emotivamente coinvolto dall'indagine su un violento stupro subito da una suora. Questa, infatti, intende perdonare i propri aguzzini. E il tenente, che nel frattempo è posto sotto pressione per via di alcuni crescenti debiti di gioco (il film si dipana durante una serie di playoff di baseball fra i New York Mets e i Los Angeles Dodgers, con i primi – sui quali ha scommesso il protagonista – che "bruciano" un vantaggio di tre incontri a zero, facendosi clamorosamente rimontare), ne rimane a tal punto colpito e ossessionato da decidere di espiare a sua volta i propri peccati. Forse il capolavoro di Abel Ferrara, scritto insieme alla modella e attrice Zoë Lund (che appare in una piccola parte) e ad Edouard de Laurot, non accreditato: un viaggio negli inferi di un "peccatore" che compie una sorta di via crucis in cerca di una redenzione impossibile. Temi e metafore religiose, come si vede, si sprecano: l'ambiente, dopo tutto, è quello delle comunità cattoliche italo-americane, lo stesso visto nei primi film di Scorsese, come "Chi sta bussando alla mia porta" e "Mean Streets" (non a caso entrambi questi titoli vedevano come protagonista Keitel, che funge dunque da filo conduttore). Linguaggio e situazioni forti, nudi integrali, abuso di droga e visioni mistiche (un Cristo che scende dalla croce) completano il tutto per dare vita a una pellicola potente e indimenticabile, a tratti un vero pugno nello stomaco. Il film di Werner Herzog del 2009, "Il cattivo tenente - Ultima chiamata New Orleans", nonostante il titolo, non ha nulla a che fare con questo (se non per la presenza di un protagonista simile).

2 aprile 2020

Le jene di Chicago (R. Fleischer, 1952)

Le jene di Chicago (The narrow margin)
di Richard Fleischer – USA 1952
con Charles McGraw, Jacqueline White
***

Visto in divx.

Il tenente di polizia Walter Brown (Charles McGraw) ha il compito di scortare la signora Neal (Marie Windsor), vedova di un gangster ucciso da poco, da Chicago fino a Los Angeles, dove dovrà testimoniare in tribunale. Ma a bordo del treno su cui viaggiano si trovano anche alcuni membri della banda, che pur ignorando il volto della donna sono intenzionati ad eliminarla per non farla parlare. E mentre Brown cerca di tenere nascosta la signora nella propria cabina, deve anche capire di quali degli ambigui e sospetti passeggeri del treno può fidarsi e di quali no. Un piccolo gioiello di B-movie ambientato (quasi) interamente all'interno delle carrozze di un treno, fra cuccette, corridoi e scompartimenti, e capace, pur con pochi mezzi, di tenere sempre alta la tensione e l'attenzione dello spettatore, grazie non solo ai molti colpi di scena (alcuni, a dire il vero, un po' improbabili) ma anche a una regia priva di pretenziosità e alle interpretazioni di attori relativamente sconosciuti nei panni di personaggi che giocano al gatto con il topo. A tratti è anche vagamente hitchcockiano (chi ricorda "La signora scompare"?) nel fondere venature da giallo classico con gli stilemi del poliziesco contemporaneo. Fra i vari passeggeri, molti dei quali nascondono legami fra di loro, ci sono Jacqueline White (la mamma col bambino pestifero), Paul Maxey (il "ciccione"), David Clarke (il gangster baffuto, l'unico che Brown identifica sin dall'inizio), Peter Virgo (il killer con il "bavero di pelo"), Peter Brocco e Harry Harvey. Don Beddoe è Forbes (Smith nell'edizione italiana), il partner di Brown che viene ucciso all'inizio. Curiosità: a parte il brano suonato dal giradischi di Marie Windsor, manca una colonna sonora, sostituita dai rumori del treno. Una nomination agli Oscar per la miglior sceneggiatura. Il film piacque talmente al produttore Howard Hughes che volle reclutare il regista e lo sceneggiatore (Earl Felton) per rigirare alcune scene de "Il suo tipo di donna" di John Farrow, una pellicola su cui puntava molto, minacciandoli se avessero rifiutato di non distribuire il loro lavoro (che in effetti uscì nelle sale quasi due anni dopo essere stato completato). Un remake nel 1980, "Rischio totale" con Gene Hackman.

21 marzo 2020

L.A. Confidential (Curtis Hanson, 1997)

L.A. Confidential (id.)
di Curtis Hanson – USA 1997
con Guy Pearce, Russell Crowe, Kevin Spacey
***1/2

Rivisto in TV.

Nella Los Angeles dei primi anni cinquanta, dove effimeri sogni di gloria hollywoodiani nascono e muoiono accanto ai traffici della criminalità organizzata, le storie di tre agenti del dipartimento di polizia si intrecciano turbinosamente. Edmund "Ed" Exley (Guy Pearce), figlio di un leggendario detective rimasto ucciso sul lavoro, è idealista, incorruttibile e ligio al dovere, aspira a fare carriera, non ammette alcuno strappo alle regole e non esita a denunciare i colleghi che "sgarrano", conquistandosi le simpatie dei superiori ma anche le antipatie degli altri poliziotti. Wendell "Bud" White (Russell Crowe), impulsivo e picchiatore, ha una particolare avversione (dovuta a trascorsi familiari) contro chi usa violenza contro le donne: il suo temperamento e l'essere disposto a eseguire anche i lavori più sporchi lo porteranno in conflitto diretto con Ed. Infine c'è Jack Vincennes (Kevin Spacey), affamato di gloria, consulente per una serie televisiva poliziesca ("Badge of Honor", modellata su "Dragnet", che glorifica l'efficienza della polizia) e ammanicato con il giornalista scandalistico Sid Hudgens (Danny DeVito), che pubblica sulla propria rivista "Hush-hush" ("Zitti, zitti") notizie relative agli scandali delle celebrità. Le vicende dei tre personaggi, che nonostante le loro differenze perseguono tutti un proprio ideale di giustizia, finiranno con l'intrecciarsi quando le loro indagini su alcuni crimini apparentemente separati (il "massacro del Nite Owl", una sparatoria in una caffetteria; un giro di prostituzione d'alto bordo con ragazze che assomigliano a celebri dive del cinema; la morte di un giovane attore omosessuale in un motel) convergeranno verso lo stesso punto. Dal romanzo neo-noir di James Ellroy, adattato da Brian Helgeland e dallo stesso regista, uno straordinario poliziesco che ha i suoi punti di forza, oltre che nel cast, proprio nella sceneggiatura, capace di tenere le fila di una storia intricata (siamo dalle parti di un moderno Raymond Chandler) e piena di personaggi, che mette lo spettatore su false tracce ma lascia che alla fine tutto torni e che anche i dettagli o le figure più marginali si rivelino fondamentali per il dipanarsi dell'intreccio. Questo perché a guidare il tutto c'è la caratterizzazione dei protagonisti, con le loro personalità contrastanti e la loro psicologia sempre evidente dietro ogni scena d'azione e ogni twist della trama. Sono i personaggi a condurre l'azione, mai il contrario. E nonostante l'alto livello della regia, ma soprattutto della fotografia naturalistica (di Dante Spinotti), delle scenografie (di Jeannine Oppewall) e della ricostruzione d'epoca, non si ha mai l'impressione di assistere a uno sterile esercizio di stile. Da notare che ai tempi Crowe e Pearce erano praticamente sconosciuti, nonostante qualche particina interessante in passato (rispettivamente in "Skinheads" e "Priscilla"): grazie a questo film diventarono volti noti, e negli anni a seguire furono protagonisti di film di grande rilievo (come "Il gladiatore" e "Memento").

La vicenda ruota intorno a un periodo particolare della storia di Los Angeles, quando l'arresto del boss del crimine Mickey Cohen lasciò un vuoto di potere che altri gruppi della malavita organizzata aspiravano a riempire, e sfiora a più riprese celebri scandali ed eventi realmente accaduti, come il famigerato "Natale di sangue" del 1951, quando alcuni agenti di polizia si resero protagonisti di un brutale pestaggio ai danni di alcuni detenuti latino-americani. La stessa rivista "Hush-hush" di Danny DeVito è modellata su un autentico giornale scandalistico di quegli anni, "Confidential". E i temi della corruzione, della sete di celebrità, della giustizia e della criminalità si fondono su più piani. Memorabile, per esempio, "Rollo Tomasi", il nome (fittizio) che Ed ha affibbiato all'uomo che uccise suo padre, simbolo di tutti i criminali che, per un motivo o per l'altro, riescono a "farla franca": proprio questo nome si rivelerà fondamentale per svelare la vera identità del cattivo che tira le fila di tutto l'intreccio. Degno di nota anche il cast di contorno, a cominciare da Kim Basinger (che vinse l'Oscar come miglior attrice non protagonista: il film rivitalizzò la sua carriera) nei panni di Lynn Bracken, la prostituta con le fattezze di Veronica Lake. Di lei si innamorerà Bud, e per lei comincerà a sentirsi stanco della brutalità e della violenza in cui sguazza. Il grande caratterista James Cromwell è il capitano della polizia Dudley Smith, figura "paterna" e di riferimento per gli agenti del dipartimento, che però nasconde lati oscuri ed ambigui. David Strathairn è il milionario Pierce Patchett, l'uomo d'affari che, fra le altre cose, si serve di Lynn e di altre ragazze per ricattare politici e magistrati. Piccoli ruoli, infine, per Ron Rifkin, Graham Beckel, Simon Baker e Paolo Seganti. Brenda Bakke è Lana Turner in una delle scene più comiche della pellicola, quella in cui Ed la scambia per una prostituta che imita appunto la Turner. Da notare che si tratta dell'unica vera celebrità che appare nel film: pur ambientato in prossimità della "fabbrica dei sogni", di loro ne sentiamo soltanto il profumo, o ne intravediamo l'immagine in alcuni spezzoni di pellicole, come "Vacanze romane" (che Bud e Lynn vanno a vedere al cinema) o "Il fuorilegge" (il film con Veronica Lake che Lynn proietta a casa sua). La musica è di Jerry Goldsmith. Nominato a nove premi Oscar (compresi quelli per il miglior film e la regia), "L.A. Confidential" ne vinse due, quelli per la miglior sceneggiatura non originale (che, incredibile a dirsi, semplifica un intreccio che nel romanzo era ancora più denso, e si distacca in molti punti dalla fonte originale: il libro, d'altra parte, era il terzo di una saga dedicata da Ellroy alla città di Los Angeles, dopo "Dalia nera" e "Il grande nulla", che già introducevano alcuni dei personaggi) e per la miglior attrice non protagonista, perché gli altri sette andarono tutti al "Titanic" di Cameron. Tanto che Hanson commentò ironicamente: "Mai fare il tuo miglior film nello stesso anno di Titanic!".

14 marzo 2020

La polizia bussa alla porta (J.H. Lewis, 1955)

La polizia bussa alla porta (The Big Combo)
di Joseph H. Lewis – USA 1955
con Cornel Wilde, Richard Conte
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

L'ostinato tenente di polizia Leonard Diamond (Cornel Wilde) cerca in ogni modo di incastrare il sardonico Mister Brown (Richard Conte), che dietro l'eleganza e l'aspetto da stimato cittadino è a capo di una spietata organizzazione criminale. La sfida fra i due è quasi personale: e lo diventa ancora di più quando Brown, nel tentativo di eliminare Diamond, fa uccidere dai suoi scagnozzi Rita (Helene Stanton), la donna che questi frequentava. Saranno però proprio le donne a tradire il gangster: la sua tormentata "pupa" Susan (Jean Wallace), ex pianista di cui anche Diamond è ossessivamente innamorato, che pur di sfuggire alle sue grinfie tenta il suicidio; e la sua ex moglie Alicia (Helen Walker), sulla cui scomparsa il tenente si mette a indagare, scoprendo così altri crimini nel turbinoso passato del bandito. Un classico del poliziesco-noir di serie B, vale a dire a basso budget, con una trama contorta e senza nomi di richiamo nel cast (benché i piani iniziali prevedessero Spencer Tracy e Jack Palance nei due ruoli principali): ma il tutto è compensato dall'atmosfera magnetica e conturbante, dai bei dialoghi di Philip Yordan, e soprattutto dalla fotografia low key di John Alton, che avvolge i personaggi nell'oscurità ed esalta il contrasto fra luci e ombre (si pensi, per esempio, all'iconica scena finale all'aeroporto, che peraltro nella sua composizione ricorda "Casablanca"). Ottimi anche gli interpreti, in particolare i "cattivi": Conte è al meglio nel ritrarre un criminale mefistofelico e ambizioso (il suo motto è: "Il primo è il primo, il secondo è nessuno"), sempre sorridente e sicuro di sé, che non si sporca mai le mani di persona ma progetta intrighi di ogni tipo (anche ai danni dei suoi stessi uomini) dietro le quinte. Fra i suoi subalterni spiccano Brian Donlevy nei panni di McClure, bandito della vecchia guardia che Brown ha esautorato di ogni potere e umilia in continuazione (memorabile la scena in cui usa il suo apparecchio acustico per torturare Diamond), e la coppia di sgherri (con sottotesto omoerotico) formata da Lee Van Cleef e da Earl Holliman. Insolita la colonna sonora jazzata (con trombe e sassofoni) di David Raksin. Cornel Wilde e Jean Wallace nella realtà erano marito e moglie.

6 marzo 2020

Sui marciapiedi (Otto Preminger, 1950)

Sui marciapiedi (Where the sidewalk ends)
di Otto Preminger – USA 1950
con Dana Andrews, Gene Tierney
***

Visto in divx.

Mark Dixon (Dana Andrews) – poliziotto rude e dai modi spicci, che già è stato retrocesso di rango per via dei suoi metodi violenti contro i criminali – uccide senza volerlo un sospetto (Craig Stevens) che era andato a interrogare, e si premura di nascondere le prove. Ma quando dell'omicidio verrà accusato un innocente (Tom Tully), padre dell'ex moglie della vittima (Gene Tierney) di cui nel frattempo si è innamorato, roso dai sensi di colpa cercherà dapprima di far cadere la responsabilità su un gangster (Gary Merrill), e poi mediterà di andare incontro alla morte. Da una sceneggiatura di Ben Hecht, un poliziesco cupo e notturno, venato di sfumature ambigue: non c'è divisione netta fra il bene e il male, e il protagonista ha almeno tanti difetti quanti pregi. Man mano che la storia procede, in effetti, veniamo a conoscenza di alcuni retroscenza, come il fatto che sia figlio di un criminale e dunque che è continuamente in lotta fra gli istinti (che lo portano a volersi salvare, anche a costo di agire fuori dalla legge) e un desiderio quasi esistenziale di espiazione (delle proprie colpe, ma anche di quelle degli altri). Forse un po' macchinoso, specialmente nel finale (in parte imposto dal codice Hays), ma comunque ricco di fascino noir e soprattutto con una trama per nulla prevedibile da parte dello spettatore. I due attori protagonisti avevavo già lavorato insieme e con lo stesso regista nel fortunato "Vertigine" ("Laura"). Nel cast anche Bert Freed (Klein, il partner di Dixon), Karl Malden (il tenente Thomas) e Ruth Donnelly (la proprietaria del locale dove Dixon va con Morgan). Nella versione originale il gangster Carter si chiama Scalisi ed è italo-americano.