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31 maggio 2023

La sottile linea rossa (Terrence Malick, 1998)

La sottile linea rossa (The Thin Red Line)
di Terrence Malick – USA 1998
con Jim Caviezel, Sean Penn
***

Rivisto in TV (Disney+).

Sul fronte del Pacifico, durante la seconda guerra mondiale, una compagnia dell'esercito americano viene incaricata di conquistare le postazioni giapponesi in cima a una collina sull'isola di Guadalcanal. La battaglia sarà cruenta, ma la guerra è soprattutto mentale. E infatti le lunghe e realistiche scene di combattimento si alternano a momenti di quiete, punteggiati dai pensieri (tramite voci fuori campo) dei soldati, che riflettono sulla morte e sull'esistenza con toni filosofici e quasi religiosi, mentre tutt'attorno la natura – bella, crudele e incontaminata – assiste quasi indifferente al massacro e alla follia distruttiva degli uomini. Il grande ritorno di Terrence Malick alla regia con il suo terzo film, a vent'anni dal precedente "I giorni del cielo", fu un evento: talmente atteso che moltissimi attori celebri fecero a gara per partecipare alla pellicola, anche in ruoli minori (è il caso, per esempio, di George Clooney, John Travolta, Woody Harrelson, Jared Leto, John C. Reilly, Tim Blake Nelson, e altri ancora: molte di queste partecipazioni furono peraltro accorciate quando i produttori chiesero a Malick di ridimensionare il suo primo montaggio, che superava le sei ore di durata). Di impostazione corale, la sceneggiatura (tratta dall'omonimo romanzo di James Jones del 1962: il titolo deriva da un verso di un poema di Rudyard Kipling sulla battaglia di Balaklava, dove i soldati britannici sono definiti come "una sottile linea rossa di eroi") segue in parallelo diverse sottotrame legate a vari personaggi: su tutte, il rapporto fra il soldato Witt (Jim Caviezel, anche se il ruolo in un primo momento era stato assegnato a Edward Norton), che dopo aver disertato per un breve periodo per rifugiarsi fra gli indigeni della Melanesia – in un vero e proprio paradiso terrestre che sarà a sua volta contaminato dall'inferno della guerra – viene costretto a riarruolarsi, e il più cinico sergente Welsh (Sean Penn), che a differenza sua è poco votato alle riflessioni metafisiche e più concentrato sul "qui e ora"; quello fra l'ambizioso colonnello Tall (Nick Nolte), che vede nella guerra e nell'assalto a Guadalcanal la sua ultima occasione di gloria personale, e il più bonario e sensibile capitano Staros (Elias Koteas), che invece rifiuta di seguirne gli ordini quando questi rischiano di mettere a repentaglio la missione e la vita dei suoi uomini; e infine, i tormenti personali del soldato Bell (Ben Chaplin), guidato dalle visioni della moglie (Miranda Otto) rimasta in patria, dalla quale riceverà però per lettera, al termine della battaglia, una richiesta di divorzio. Altri soldati nella compagnia sono quelli interpretati, fra gli altri, da Adrien Brody, John Cusack, John Savage, Dash Mihok, Larry Romano, Thomas Jane e Nick Stahl. A una lunga preparazione (Malick cominciò a lavorare all'adattamento del romanzo nel 1989) sono seguiti oltre tre mesi di riprese (nel Queensland in Australia e alle Isole Salomone) e un lungo lavoro di montaggio e post-produzione. Il risultato è spettacolare per regia, fotografia, qualità delle immagini e uso della colonna sonora (di Hans Zimmer): e le due anime della pellicola – il grande realismo delle frenetiche scene di battaglia e l'intima e rilassante trascendenza di quelle di quiete – si fondono alla perfezione, anche se la lunga durata (quasi tre ore) e il ritmo a tratti compassato rischiano di rendere poco memorabile l'insieme, sacrificando la trama in favore delle atmosfere. Più che sulla storia (che fornisce solo lo scheletro, il telaio di base), Malick ha interesse a raccontare i pensieri e le emozioni umane, vale a dire paura, follia, ambizione, cinismo, rassegnazione, coraggio e codardia: tutte insieme comunicano l'assurdità e la futilità della guerra, spogliata di ogni retorica bellica, militare o patriottica. Orso d'oro a Berlino e sette nomination agli Oscar (miglior film, regia, sceneggiatura, fotografia, montaggio, colonna sonora e sonoro). Il romanzo di Jones era già stato portato al cinema nel 1964, con Keir Dullea e Jack Warden.

19 febbraio 2023

Il sale della terra (Wim Wenders, 2014)

Il sale della Terra (The Salt of the Earth)
di Wim Wenders, Juliano Ribeiro Salgado – Brasile/Francia 2014
con Sebastião Salgado
**1/2

Visto in TV (Prime Video).

Documentario che ripercorre la vita e la carriera del fotografo brasiliano Sebastião Salgado, realizzato da Wenders con il contributo del figlio dello stesso Salgado come aiuto regista. Figlio di un fazendeiro del Minas Gerais e destinato a una carriera di economista, Salgado fuggì dalla dittatura militare per rifugiarsi in Francia. Qui, incoraggiato dalla moglie Lélia, scoprì la sua vera vocazione, quella di fotografo. E mosso da una forte empatia verso la condizione umana, convinto che gli esseri umani siano "il sale della Terra", nei suoi scatti ne ha ritratto di volta in volta la laboriosità (le attività delle comunità di contadini "senza terra" nel Nord-est del Brasile), le sofferenze (la fame provocata da siccità e carestie in Etiopia e in Mali), le tribolazioni (i viaggi dei migranti e dei rifugiati che fuggivano dal Rwanda o dall'ex Jugoslavia), sempre interrogandosi sul proprio ruolo di fotografo come testimone di tragedie, guerre, catastrofi umanitarie, che si trattasse di documentare gli incendi dei pozzi di petrolio in Kuwait, le miniere d'oro a cielo aperto in Brasile, o la vita di tribù che hanno vissuto isolate dal mondo moderno come gli Yali dell'Indonesia o gli Zo'é del Brasile. Infine, tornato nel paese natìo (dove, insieme alla moglie, intraprenderà un'attività di ripristino della foresta pluviale che era stata disboscata da gran parte della regione), si dedicherà a un nuovo progetto fotografico inteso come "omaggio al pianeta e alla natura", ritraendo animali, luoghi e persone che vivono come all'alba dei tempi. Con la voce narrante dello stesso Wenders e lunghi monologhi di Salgado, il documentario è interessante e presenta sullo schermo molti degli scatti del fotografo, anche se proprio questo aspetto lo rende poco "cinematografico" e quasi una carrellata di immagini fisse (fanno eccezioni alcuni documenti filmati sui suoi viaggi).

26 marzo 2022

A Bug's Life (John Lasseter, 1998)

A Bug's Life - Megaminimondo (A Bug's Life)
di John Lasseter [e Andrew Stanton] – USA 1998
animazione digitale
**

Rivisto in TV (Disney+).

Per affrontare le terribili cavallette che alla fine della stagione torneranno a reclamare tutto il cibo che la colonia ha faticosamente radunato, la formica Flik assolda una compagnia di insetti circensi, erroneamente convinto che si tratti di guerrieri. Ma grazie alla propria inventiva, all'amicizia e al concetto che l'unione fa la forza (le formiche, anche se più deboli, sono infatti più numerose delle cavallette!), riuscirà a scacciare i nemici e a salvare il formicaio. Il secondo lungometraggio della Pixar (dopo "Toy story") è una rilettura de "I sette samurai" di Kurosawa (mescolata con la fiaba di Esopo sulla cicala e la formica), sufficientemente simpatica, anche se il passo indietro rispetto al film precedente in termini di profondità della trama e caratterizzazione dei personaggi è indubbio. Si tratta infatti del titolo meno memorabile della prima ondata di capolavori animati della Pixar, tanto da sfigurare persino al confronto con "Z la formica", il film con cui la DreamWorks si affacciò, lo stesso anno, al mondo dell'animazione digitale. I personaggi sono piatti e stereotipati, la storia alquanto generica, le svolte prevedibili, e persino il livello tecnico dell'animazione, peraltro assai elevato per l'epoca, non stupisce più di tanto. La scelta di usare gli insetti fu fatta perché si trattava di personaggi alquanto semplici da realizzare a livello di disegno e di movimenti, in un momento in cui l'animazione digitale non consentiva ancora di rappresentare personaggi umani in maniera convincente. Stupidissimo il (sotto)titolo italiano. Nei titoli di coda, per la prima volta in un film Pixar, appaiono i cosiddetti bloopers, ovvero i ciak sbagliati, scene in cui gli "attori" del film sbagliano le loro battute, inciampano o scoppiano a ridere: una trovata che si ripeterà in alcune delle pellicole successive, ispirata a quelle, analoghe, che comparivano nei film di Jackie Chan.

5 gennaio 2022

Il tempo si è fermato (Ermanno Olmi, 1959)

Il tempo si è fermato
di Ermanno Olmi – Italia 1959
con Natale Rossi, Roberto Seveso
***

Visto in TV (RaiPlay).

Il giovane studente Roberto (Seveso) trova lavoro durante il periodo invernale come guardiano presso la diga dell'Adamello, in alta montagna, in sostituzione di un collega, e raggiunge così l'anziano Natale (Rossi), che già si trova sul posto. All'inizio la convivenza fra i due è difficile, avendo poco in comune, a partire dall'età, dal carattere (esuberante l'uno, taciturno l'altro) e dall'esperienza: ma pian piano, da soli in una baracca sferzata dalla neve e immersa nel silenzio, diventeranno amici, complice anche una notte difficile per via di una tempesta. Il primo lungometraggio di Ermanno Olmi, girato con attori non professionisti, quasi non ha trama e punta sul realismo nel descrivere le condizioni di vita e i rapporti fra i due personaggi. Olmi aveva inizialmente concepito il progetto come documentario per conto della Edison-Volta, la compagnia energetica per la quale lavorava e per cui aveva già filmato numerosi cortometraggi aziendali. La semplicità dei personaggi, il realismo dell'ambientazione, le emozioni pure e distillate che vengono alla luce con facilità e senza la necessità di ricorrere a colpi di scena o a trovate drammaturgiche, favoriscono l'immersione dello spettatore in un quadro minimalista dove la natura stessa (la montagna, la neve, il silenzio) è protagonista al pari dei due uomini. Anche la regia si adegua, risultando rigorosa e rifuggendo la spettacolarità. Gran parte dei dialoghi, soprattutto quando parla Natale, sono in dialetto. Il titolo è identico a quello di un (bel) thriller americano del 1948.

21 maggio 2021

Green, green grass of home (Hou Hsiao-hsien, 1982)

The green, green grass of home (Zai na he pan qing cao qing)
di Hou Hsiao-hsien – Taiwan 1982
con Kenny Bee, Chen Meifeng
**1/2

Visto in TV (RaiPlay), in originale con sottotitoli.

Il giovane Ta-nien (Kenny Bee) si trasferisce dalla città in un piccolo villaggio di campagna ai piedi delle montagne, per lavorare come insegnante in una scuola elementare. Al fianco dei suoi piccoli allievi riscoprirà il piacere di una vita semplice e serena, guidata dal quotidiano contatto con la natura. Il terzo film di Hou Hsiao-hsien costituisce un primo passo avanti del regista taiwanese, rispetto alle due commedie romantiche precedenti (da cui peraltro torna l'attore protagonista), verso un cinema più personale e meno legato a esigenze commerciali e a schemi preconfezionati. Primo di una serie di lavori nostalgici e semi-autobiografici sui temi dell'infanzia e dell'adolescenza (come i successivi "In vacanza dal nonno" e "A time to live, a time to die"), il lungometraggio si sofferma in modo particolare sul rapporto con la natura, per esempio attraverso il tentativo di Ta-nien di salvaguardare il ruscello locale, i cui pesci vengono avvelenati o pescati abusivamente con l'elettricità. A rappresentare invece le seduzioni della grande città c'è la ragazza che giunge da Taipei con l'intenzione di riportare con sé Ta-nien, senza però riuscire a ostacolare la sua love story con la graziosa collega Su-Yen (Chen Meifeng). I veri protagonisti della pellicola, però, sono i bambini, al centro di piccoli e grandi episodi, fra giochi e monellerie, amicizie e litigi, fughe e ribellioni verso i genitori, con echi dell'Ozu di "Buon giorno" e del Truffaut de "Gli anni in tasca". Bravi i piccoli attori, in particolare Chou Pin-chun e Cheng Chuan-wen.

19 maggio 2021

Acqua, vento, sabbia (Amir Naderi, 1989)

Acqua, vento, sabbia (Aab, baad, khaak)
di Amir Naderi – Iran 1989
con Majid Nirumand
***

Rivisto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Un ragazzino vaga nel deserto alla ricerca della propria famiglia, che ha abbandonato il villaggio natale dopo che il lago si è prosciugato. L'ultimo film girato da Amir Naderi in patria prima di abbandonare per sempre il paese e trasferirsi negli Stati Uniti, e forse il suo lavoro iraniano più celebre in occidente insieme al precedente "Il corridore" (con lo stesso attore, che lì era un bambino e qui è giusto un po' più cresciuto), è una pellicola quasi muta, antinarrativa e documentaristica. Il rumore incessante che vento che soffia (il sonoro, come capita spesso nel cinema iraniano, è un elemento fondamentale), la sabbia che permea l'aria, la terra spaccata e le dune del deserto mettono l'ambiente al centro della storia, rendendolo di fatto protagonista al pari del ragazzo, che si muove in uno scenario desolato, dove piccoli momenti di solidarietà si alternano ad altri in cui l'isolamento e l'istinto di sopravvivenza hanno la prevalenza su tutto. A differenza di gran parte delle persone che incontra, in più occasioni il ragazzo dimostra di avere un cuore: quando soccorre un bambino perso (o abbandonato?) nel deserto, facendo di tutto affinché sia accolto da una carovana di passaggio, o quando, nel finale, scava a mani nude un pozzo nella sabbia per trovare l'acqua necessaria a salvare una vita. E mentre il viaggio e la ricerca del protagonista assumono quasi toni archetipici, i luoghi inospitali, le carcasse di animali morti (attorno ai quali si aggirano cani randagi), i canti delle popolazioni nomadi concorrono a impreziosire un film lento e ostico ma anche immersivo, unico nel suo genere e capace di illustrare con forza il rapporto fra l'uomo e la natura. Nel finale, quando l'acqua sgorga copiosamente dal pozzo (è quasi un'inondazione, come se ci trovassimo in mezzo al mare), si odono le note della quinta sinfonia di Beethoven.

6 febbraio 2021

Sapovnela (Otar Iosseliani, 1959)

Fiore introvabile (Sapovnela)
di Otar Iosseliani – URSS 1959
con Mikhail Mamulashvili
**1/2

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Il secondo cortometraggio di Iosseliani è un documentario sulla natura con il quale il regista georgiano sperimenta per la prima volta con il colore, il montaggio e la musica. Accompagnate da una serie di canti popolari, ci vengono mostrate le immagini di numerosi e variopinti fiori, da quelli più umili che crescono nei prati e sui pascoli in montagna, a quelli più eleganti ed elaborati che vengono coltivati nelle serre. Vediamo poi all'opera un anziano floricoltore, che realizza svariate composizioni nel suo giardino, e ci viene suggerito il legame fra le meraviglie della natura e l'ispirazione che esse hanno donato agli artisti di ogni epoca. Ma anche quello che sembrerebbe un innocuo documentario si rivela controverso, con una forte metafora politica, quando nel finale giungono i trattori (sovietici?) ad arare la terra estirpando i fiori selvatici che, a parte la loro bellezza, non hanno alcun fine pratico: e il rumore dei mezzi sovrasta e mette a tacere i canti popolari locali. La censura dell'URSS non approvò e al cortometraggio – al quale già era stata imposta una voce narrante fuori campo – fu vietata la proiezione in pubblico. La semplicità, la poesia, e il legame fra la sapienza e la bellezza naturale e arcaica di una terra ai "confini" dell'Unione Sovietica rendono la pellicola quasi un'antesignana dei lavori di Sergej Paradžanov.

3 ottobre 2020

La vallée (Barbet Schroeder, 1972)

La vallée, aka Obscured by Clouds
di Barbet Schroeder – Francia 1972
con Bulle Ogier, Michael Gothard
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Interessata all'acquisto di piume di uccelli esotici, Viviane (Bulle Ogier), moglie di un diplomatico in vacanza in Nuova Guinea, si unisce alla spedizione di un gruppo di ragazzi francesi verso una valle misteriosa nel cuore dell'isola, situata fra montagne inaccessibili e in zone inesplorate e non segnate sulle mappe. Il secondo lungometraggio di Schroeder racconta di un viaggio verso l'ignoto che è contemporaneamente una ricerca della libertà e del cambiamento e un desiderio di tornare al "paradiso perduto". Già prima di partire la protagonista, ricca e annoiata borghese, si lascia attrarre dallo stile di vita libero e anticonformista dei suoi compagni di viaggio, che praticano l'amore libero e consumano droghe: e l'incontro con la natura e gli indigeni la portano lentamente a conoscere e ad esplorare sempre di più la parte più "naturale" e selvatica del mondo che la circonda e di sé stessa. La meta, come detto, è simbolicamente il "paradiso" (da cui provengono appunto gli uccelli del paradiso, il cui bellissimo piumaggio colorato è irresistibile fonte di desiderio), e il percorso per raggiungerlo – dapprima in jeep, poi a cavallo e infine a piedi, attraversando la giungla e inerpicandosi su montagne avvolte nella nebbia – è disseminato di insidie (quale il serpente, di cui inizialmente Viviane ha terrore ma con cui poi familiarizza). Ma attenzione: come Olivier (Michael Gothard), uno dei quattro compagni di Viviane, spiega a una protagonista che dopo essere stata accolta fra gli indigeni e invitata a partecipare alle loro cerimonie si illude di essere entrata a far parte della tribù, "il paradiso ha tante uscite ma nessun ingresso", e una volta persa l'innocenza è quasi impossibile ritrovarla: "dalla conoscenza non si torna indietro, e forse dovevamo fare il contrario di quello che abbiamo fatto, ovvero dare un altro morso alla mela". Gli aborigeni che appaiono sullo schermo appartenevano alla tribù Mapuga. Come il precedente "More", anche questo film ha una colonna sonora firmata appositamente dai Pink Floyd, che la pubblicarono nell'albo "Obscured by Clouds". Mai doppiata o distribuita in Italia, la pellicola è fortemente legata alla cultura hippie e anni '70. Ma per l'interessante stile quasi improvvisato e antropologico sembra anticipare certe cose di Peter Weir e Werner Herzog.

15 settembre 2020

La tartaruga rossa (M. Dudok de Wit, 2016)

La tartaruga rossa (La tortue rouge, aka The red turtle)
di Michaël Dudok de Wit – Francia/Giappone 2016
animazione tradizionale
***

Visto in TV.

Trascinato dalla forza delle onde su un'isola deserta, un naufrago non riesce ad abbandonarla perché una misteriosa tartaruga gigante dall'insolito colore rosso gli demolisce ogni zattera che costruisce. La tartaruga si trasformerà poi magicamente in una donna, con cui l'uomo sceglierà di trascorrere tutta la vita sull'isola... Il primo lungometraggio dell'animatore olandese Michaël Dudok de Wit, già autore di magnifici corti come "Il monaco e il pesce" e "Father and daughter", è un'incantevole pellicola completamente senza dialoghi, in cui i personaggi e la storia sono immersi in un mondo naturale, mistico e affascinante. Co-prodotto dallo Studio Ghibli (si tratta della prima collaborazione dello studio di Miyazaki & C. con un artista occidentale), il film è esteticamente davvero bellissimo, con un disegno ispirato alla linea chiara del fumetto franco-belga (i volti sembrano uscire dal "Tintin" di Hergé) e degli sfondi colorati e al tempo stesso realistici e astratti: un'autentica gioia per gli occhi. Il soggetto, invece, è assai semplice, quasi una variazione di "Laguna blu", anche se non privo di suggestioni con i suoi rimandi al soprannaturale (la natura misteriosa della tartaruga, i sogni e le visioni) e soprattutto con la comunione del protagonista (e poi di suo figlio) con il mondo immacolato della natura, un mondo che sa essere generoso ma anche terribile (vedi la sequenza dello tsunami che devasta l'isola), e che alla fine completa il suo cerchio: un tema quanto mai adatto a una pellicola universale in cui l'immaginario orientale e quello occidentale si fondono. Le spiagge, il mare, il canneto, gli animali – come i simpatici granchietti che fanno da testimone all'intera vicenda – e tutto ciò che fa parte dell'ambientazione sfiorano la perfezione artistica. Una volta visto la prima volta, sarebbe quasi da impostare come screen saver nel maxischermo di casa e da proiettare in loop, come un quadro in movimento.

4 settembre 2020

Local hero (Bill Forsyth, 1983)

Local hero (id.)
di Bill Forsyth – GB 1983
con Peter Riegert, Burt Lancaster
***

Visto in TV.

Il giovane addetto agli acquisti MacIntyre, detto "Mac" (Peter Riegert), viene inviato in Scozia da una società petrolifera texana per trattare l'acquisizione di tutti i terreni di un remoto villaggio costiero dove dovrà sorgere una grande raffineria. Gli abitanti del paese, guidati dall'albergatore Gordon Urquhart (Denis Lawson), sono ben disposti a cedere le loro proprietà in cambio di dollari sonanti: tutti tranne il vecchio Ben Knox (Fulton Mackay), che vive in una baracca sulla spiaggia e si rifiuta di vendere il proprio appezzamento. Mentre Mac comincia lentamente ad affezionarsi a quel luogo così isolato e idilliaco, e il suo aiutante Oldsen (Capaldi) si innamora della bella Marina (Jenny Seagrove), oceanografa che sogna di organizzare in mare un osservatorio protetto, il grande boss della società Felix Happer (Burt Lancaster) decide di recarsi sul posto di persona per vedere come stanno le cose... Il soggetto sembrerebbe retorico e pieno di cliché: e invece il film sorprende perché realizzato con un piglio e un'ironia quasi surreale. I personaggi sono realistici, malinconici e divertenti, ma la cosa più bella è il tono low key e il ritmo compassato che facilita l'immersione dello spettatore. Mac è un protagonista che da yuppie rampante si fa via via più solitario e riflessivo, entra lentamente in sintonia con la natura, trova la propria dimensione nelle passeggiate sulla spiaggia per raccogliere conchiglie, e si emoziona come un bambino quando vede per la prima volta l'aurora boreale. Memorabile anche Lancaster nei panni dell'industriale appassionato di astrologia e di fenomeni celesti, nonché protagonista di bizzarri siparietti con uno psicoterapeuta (Norman Chancer) che non fa altro che insultarlo. La colonna sonora è di Mark Knopfler.

25 giugno 2020

Senza lasciare traccia (Debra Granik, 2018)

Senza lasciare traccia (Leave no trace)
di Debra Granik – USA 2018
con Ben Foster, Thomasin McKenzie
***

Visto in TV, con Sabrina.

Reduce di guerra con disturbi da stress post-traumatico, Will (Ben Foster) sceglie di isolarsi dalla società e di andare a vivere nei boschi insieme alla figlia adolescente Tom (Thomasin McKenzie). I due si insediano così in un parco naturale nei pressi di Portland, in Oregon, da dove vengono però cacciati dalle guardie forestali e affidati ai servizi sociali. Trasferiti dapprima in una fattoria e poi di nuovo in fuga verso nord, fino allo stato di Washington, riprenderanno per breve tempo ad accamparsi nei boschi, prima di entrare in contatto con una comunità di abitanti del luogo. E mentre la ragazza sentirà lo stimolo di integrarsi con gli altri e di avere una vita sociale, per il padre questo rimarrà impossibile. Da un romanzo di Peter Rock, sceneggiato dalla regista e dalla sua consueta collaboratrice Anne Rosellini, un bel film che nei temi trattati può ricordare "Captain Fantastic" e "Into the wild". Con una differenza enorme, però: ciò che in quelle pellicole era un atto di ribellione o di anticonformismo, se non addirittura un semplice capriccio, qui è una vera e propria necessità, un bisogno di cui Will non può fare a meno e che viene messo ancora più in risalto dalla differenza fra lui e la figlia, che pur amandolo e seguendolo in ogni passo è invece ancora disposta ad "avere fiducia" negli altri e a non provare paura (la metafora delle api e degli apicoltori, che non temono di esserne punti, è eloquente). La ricerca di autonomia, il desiderio di "pensare con la nostra testa" e di non dare importanza ai giudizi degli altri, nascondono dunque il semplice fatto di non essere in grado di vivere in modo diverso, se non a costo di rinunciare a una parte di sé: l'alternativa sarebbe suicidarsi, come fanno infatti molti altri reduci di guerra. Nel raccontare la storia, la pellicola sceglie un approccio low key, molto naturale e quasi minimalista, che non esaspera i toni né sensazionalizza i personaggi o l'argomento. Se la cosa all'inizio può lasciare un po' freddi, alla lunga paga: e un film che nelle prime battute sembrava non avere una direzione precisa, alla fine la trova, colpisce nel profondo e rischia di rimanere nell'anima.

15 settembre 2018

Monte (Amir Naderi, 2016)

Monte
di Amir Naderi – Italia 2016
con Andrea Sartoretti, Claudia Potenza
*1/2

Visto in TV.

Nel medioevo, un contadino e la sua famiglia conducono una vita dura e povera fra le montagne: la loro casa si erge infatti all'ombra di una parete di roccia che nasconde la luce del sole e rende arida la terra. Funestato dagli stenti e dalle difficoltà, ma determinato a non arrendersi, l'uomo decide allora di demolire il monte a martellate. Il regista giramondo Amir Naderi (che dopo aver lavorato nel natìo Iran, negli Stati Uniti e in Giappone, arriva ora in Italia), autore anche della sceneggiatura, del montaggio e del fondamentale sound design, realizza un film cupo e opprimente. Le riprese sono state effettuate nelle Dolomiti (sul gruppo del Latemar e nei paesi di Erto e Casso, ormai spopolati dopo la tragedia del Vajont). Ma sullo schermo, anziché la bellezza delle montagne, a prevalere è la concretezza spoglia e tangibile di terra e rocce senza vita, elementi – come la nebbia e i lupi – del tutto ostili a un uomo impegnato in una personale e continua lotta con la natura. Interessante nelle sue premesse (la potenzialità visionaria del soggetto sarebbe potuta piacere a Werner Herzog), la pellicola si fa via via più astratta ed essenziale, ma anche pesante e dalla visione faticosa. Le lunghe scene del martellamento della parete di roccia sono francamente noiose, anche se in fondo siamo di fronte più a un'allegoria che non a una situazione realistica. E l'uso dei filtri digitali per rendere i colori smorti (al punto che a volte sembra di guardare un film in bianco e nero), sia pure in funzione drammatica, è davvero eccessivo.

8 settembre 2018

Un tranquillo weekend di paura (J. Boorman, 1972)

Un tranquillo weekend di paura (Deliverance)
di John Boorman – USA 1972
con Jon Voight, Burt Reynolds
***1/2

Rivisto in divx, per ricordare Burt Reynolds.

Quattro amici di città – Ed (Jon Voight), Drew (Ronny Cox) e Bobby (Ned Beatty), guidati dal più "avventuriero" Lewis (Burt Reynolds) – partono per un weekend in canoa sul fiume, in una regione boscosa dei Monti Appalachi. L'intera vallata sta per essere ricoperta dalle acque a causa di una diga in costruzione, e questa è dunque l'ultima possibilità di godersi un angolo di natura selvaggia e incontaminata. Quella che doveva essere una spensierata vacanza si trasforma però in un incubo quando Ed e Bobby vengono aggrediti da due balordi, e gli amici si troveranno costretti a lottare per la propria sopravvivenza... Uno dei film simbolo dei primi anni settanta, che insieme ad altri capisaldi come "Easy Rider" o "Cane di paglia" (e poi ci sarà anche "Il cacciatore") contribuì a svelare il senso di malessere e l'insicurezza che si celava nella provincia americana e non solo, oltre al cambio di prospettive che stava mutando profondamente la stessa società. Notevole in particolare l'anti-retorica sul rapporto fra uomo e natura: se Lewis all'inizio rimpiange ed elogia il mondo selvaggio di un tempo, parlando per frasi fatte ("Non si batte la natura"), ben presto i quattro dovranno rendersi conto di quanto di selvaggio c'è ancora nell'uomo stesso, loro compresi (Ed, incapace di scoccare una freccia contro un cervo nel bosco, si scoprirà poi in grado addirittura di uccidere un uomo). Nonostante sin dalla partenza ci fossero stati segnali ambigui (vedi l'inquietante bambino con il banjo e con evidenti tare genealogiche, protagonista di un estemporaneo duetto – o duello – con la chitarra di Drew), l'incontro con i due balordi violentatori irrompe all'improvviso e in maniera disturbante per frantumare la spensieratezza della gita. Burt Reynolds, al primo ruolo cinematografico di successo, è carismatico e arrogante, il leader naturale dal quale i suoi amici dipendono per ogni cosa, anche se prende tutto come un gioco o una sfida. E quando rimarrà ferito nelle rapide, toccherà al più mite Jon Voight farsi carico del compito di portare a casa la pelle, diventando di fatto il protagonista della pellicola (all'inizio c'era il dubbio che potesse esserlo Drew, che – con la sua chitarra, gli occhiali e l'opposizione alle scelte degli amici – è il personaggio che maggiormente si differenzia dagli altri, il rappresentante della "controcultura"). Pellicola che peraltro si conclude proprio con gli incubi notturni di Ed: ormai cambiato per sempre, è chiaro che non riuscirà più a dormire sereno, nemmeno fra le braccia della propria famiglia. Girato sui fiumi della Georgia, con una inusuale colonna sonora, il film fece scalpore per la sua drammaticità, per la scena dello stupro nel bosco e per la violenza realistica che lo permea (ma fu anche criticato per rinforzare lo stereotipo razzista del redneck bifolco), e regge ancora numerose visioni grazie alla forte tensione e alle ottime interpretazioni. Ronny Cox e Ned Beatty erano all'esordio: gli attori girarono le scene in canoa da soli, senza controfigure. La sceneggiatura è tratta dal romanzo "Dove porta il fiume" di James Dickey, che interpreta anche lo sceriffo nel finale e che sul set fu protagonista di una celeberrima scazzottata con Boorman (ma i due rimasero amici). A suo modo, il film ispirerà forse pellicole più leggere come "Scappo dalla città" e "Stand by me".

15 luglio 2017

Civiltà perduta (James Gray, 2016)

Civiltà perduta (The Lost City of Z)
di James Gray – USA 2016
con Charlie Hunnam, Robert Pattinson
**1/2

Visto al cinema Colosseo.

All'inizio del Novecento, il maggiore Percy Fawcett dell'esercito britannico (Charlie Hunnam) viene inviato in Amazzonia dalla Royal Geographic Society allo scopo di mappare con precisione il confine fra Bolivia e Brasile, nella speranza di evitare una guerra. Durante la sua missione, l'uomo rinviene tracce di un'antica civiltà proprio nel bel mezzo della foresta inesplorata. E negli anni successivi (la pellicola si svolge nell'arco di tre decenni) organizzerà diverse spedizioni alla ricerca di una supposta città perduta, da lui chiamata "Z". Ostacoli di ogni tipo (indios più o meno ostili, sompagni di viaggio inaffidabili, la natura selvaggia, lo scoppio della Prima Guerra Mondiale che lo vedrà combattere nella battaglia delle Somme) e i legami familiari (a ogni partenza è costretto a lasciare in Inghilterra la moglie Nina e i figli) non fermeranno la sua ossessione e la sua sete di conoscenza: l'ultima spedizione la effettuerà da solo in compagnia del figlio Jack (Tom Holland), ormai cresciuto, e avrà un epilogo inaspettato. Ispirata a una celebre storia vera (la stessa che a suo tempo ispirò "Il mondo perduto" di Arthur Conan Doyle: qui Gray si è rifatto a un libro del giornalista David Grann) e girata con maestria e una regia solidissima e vecchio stile (sembra quasi si trovarsi di fronte a un film del passato!), una pellicola altamente simbolica e metaforica sul tema della ricerca e dei sogni da realizzare. Il protagonista è un coraggioso visionario, che inizia i suoi viaggi spinto dal desiderio di gloria e di ricchezza (sia pure non per motivi egoistici, ma per dare stabilità alla propria famiglia) e diventa man mano un novello Ulisse, disposto ad affrontare rischi e pericoli pur di giungere a una sempre migliore conoscenza. Come tutti i visionari, poi, non ha timore nello sfidare i pregiudizi e le convinzioni di chi lo circonda (come l'opinione arrogante degli occidentali sugli indios "selvaggi"). A tratti risuonano echi di Herzog, favoriti certo anche dall'ambientazione: si pensi ad "Aguirre" (nelle numerose scene sul fiume, nei riferimenti ai Conquistadores e ad Eldorado, nella pazzia che progressivamente si fa strada in alcuni compagni di Fawcett) e a "Fitzcarraldo" (nella scena in cui, all'improvviso e inaspettatamente, nel bel mezzo della giungla si odono le note di un'opera lirica: a proposito, il fatto che si tratti del "Così fan tutte" di Mozart è certo impalusibile storicamente – sarebbe stato più credibile un titolo tardo-ottocentesco – ma evidentemente Gray non ha saputo resistere alla citazione del verso sul medico che "vale un Perù"!). Un film lungo, fluviale, dalla struttura strana e ripetitiva (fatta di false partenze, arresti, nuovi tentativi) e che racconta in fondo ben altro rispetto a quello che apparentemente mostra sullo schermo (il che spiega anche come mai Gray, che finora aveva realizzato soltanto film ambientati a New York e in gran parte in epoca contemporanea, abbia scelto di dirigerlo). La ricerca di Z è tutta interiore, tanto che Fawcett ritrova la città (e la giungla, e gli indios, e la sua stessa famiglia: tutto quello che ha imparato ad amare perché ha saputo accogliere dentro di sé) soprattutto nei ricordi, nei suoi sogni, nei pensieri, a prescindere da dove si trovi (che sia in Inghilterra, in viaggio o nelle trincee durante la guerra). Finale evocativo e sublime, che spiega a suo modo la misteriosa scomparsa dell'esploratore. La colonna sonora, a base di musica classica (fra gli altri Stravinsky, Ravel, Strauss, Beethoven, Bach), si dipana per lo più in sottofondo, spesso appena percettibile. Sienna Miller è la moglie di Fawcett, Robert Pattinson è il suo fedele assistente Henry Costin, Angus Macfadyen è l'infido James Murray. Breve apparizione per Franco Nero (nei panni del Barone de Gondoriz, uno dei signori della gomma).

30 marzo 2017

Il ragazzo selvaggio (F. Truffaut, 1970)

Il ragazzo selvaggio (L'enfant sauvage)
di François Truffaut – Francia 1970
con Jean-Pierre Cargol, François Truffaut
***1/2

Rivisto in DVD.

Alla fine del Settecento (il film inizia nel 1798), in una foresta nel sud della Francia, viene trovato un bambino di circa dieci anni che viveva come un selvaggio: nudo e incapace di parlare, si nutriva di ghiande e radici e si comportava come un animale. Catturato, è portato a Parigi per essere studiato e "curato": dapprima rinchiuso nell'Istituto per Sordomuti, viene poi ospitato personalmente dal dottor Jean Itard nella sua tenuta di campagna, dove lo scienziato cerca faticosamente di educarlo e istruirlo, in particolare insegnandogli a comprendere il linguaggio. Ispirato a una storia vera (il bambino divenne noto con il nome di "Victor dell'Aveyron") e ai diari e agli appunti del dottor Itard, che contribuirono allo sviluppo di una branca della psicologia, un film all'apparenza atipico rispetto al resto della produzione di Truffaut. Girato con uno stile quasi bressoniano, in un rigoroso (e formalmente elegantissimo) bianco e nero, con dissolvenze che fanno uso dei mascherini circolari tipici dell'era del muto, una progressione narrativa del tutto priva di drammaticità (la pellicola racconta una successione di episodi che ricordano proprio le pagine di un diario, con un approccio quasi didascalico e documentaristico), e con lo stesso Truffaut come attore protagonista (nei panni dello scienziato: il ragazzo selvaggio è invece interpretato – in maniera fisica ed animalesca – da un eccezionale Jean-Pierre Cargol, un bambino gitano incontrato per caso da un'assistente del regista in una strada di Montpellier e che in seguito non ha più proseguito la carriera d'attore). Eppure, a ben vedere, i collegamenti a livello di temi e contenuti con le altre opere del regista francese non mancano, a cominciare ovviamente da quelle con il suo film d'esordio, "I quattrocento colpi", che come questo presentava un giovanissimo protagonista emarginato, alle prese con un mondo che gli stava stretto e con le tappe della propria educazione (più o meno controvoglia). Da notare che "Il ragazzo selvaggio" è dedicato proprio a Jean-Pierre Léaud, l'attore che aveva intepretato Antoine Doinel. Qui la situazione è ancora più estrema, come scrisse in seguito lo stesso Truffaut: «Ne "I quattrocento colpi" ho mostrato un ragazzo che mancava di affetto, cresciuto senza tenerezza; in "Fahrenheit 451" ho parlato di un uomo cui vengono negati i libri, cioè la cultura. Quello che manca a Victor dell'Aveyron è ancora più radicale: si tratta del linguaggio». Un altro parallelo si può fare con "Jules e Jim": anche qui il protagonista è alle prese con una serie di norme impostegli dalla società, per sfuggire alle quali (come l'istinto di trasgressione impone) non c'è soluzione che la fuga (o la morte, reale o metaforica). Curiosa la scelta di Truffaut di interpretare lui stesso lo scienziato, come a voler sovrintendere personalmente all'educazione del suo personaggio. Françoise Seigner è madame Guérin, la governante di Itard (l'unica che dimostra affetto, quasi materno, verso Victor), Jean Dasté è il professor Pinel, il collega scettico.

Nella storia di Victor – che ricorda un altro caso celebre, quello di Kaspar Hauser, anch'esso portato al cinema pochi anni più tardi (nel 1974) da Werner Herzog – è evidente, anche a un livello superficiale, la contrapposizione fra natura (istintuale) e cultura (artificiale). I medici che per primi esaminano il ragazzo, e a ben vedere lo stesso Itard, si pongono unicamente l'obiettivo di "civilizzarlo", anche a forza se necessario: per loro il ragazzo è solo l'oggetto di un "esperimento di educazione". Eppure, nonostante i premi che gli vengono elargiti ogni volta che porta a termine con successo uno degli innumerevoli esercizi cui è sottoposto, le uniche volte che lo vediamo davvero felice sono quelle in cui può tornare ad aggirarsi nella natura, che si tratti di semplici passeggiate in campagna, di furiose scorribande notturne o di danze sotto la pioggia. A un certo punto, persino la governante di Itard spiega allo scienziato che tutto quello che è riuscito a fare per il ragazzo è stato "strapparlo a una vita innocente e felice". L'ambientazione a cavallo fra Settecento e Ottocento, in epoca post-rivoluzione e dunque in pieno illuminismo (uno dei cui tratti era proprio il compito pedagogico dell'intellettuale), non è certo un dettaglio da poco: l'idealista Itard è fermamente convinto che Victor sia un "selvaggio" solo per mancanza di educazione, e non per problemi psichici o per carenze affettive come invece suggerirebbero la moderna medicina o psicanalisi (oggi, restrospettivamente, si ritiene che Victor fosse autistico). La contrapposizione ottocentesca fra natura e cultura risalta magnificamente anche nella colonna sonora: se nei primi minuti, quelli in cui il ragazzo vive ancora nella foresta, il film è accompagnato solo dai rumori della natura, dalle frasche che si muovono, dai canti degli uccelli, dallo scorrere dell'acqua (e persino le voci dei paesani che catturano Victor non sono doppiate!), quando ci si trasferisce a Parigi e poi nella tenuta di Itard ecco che subentrano suoni "creati dall'uomo", vale a dire due brani di Antonio Vivaldi (il concerto per mandolino RV 425 e quello per flauto traverso RV 433), che accompagnano tutte le tappe dell'educazione del povero Victor, fino al suo ultimo tenativo di fuga, con annesso l'inevitabile ritorno a casa, dopo che lo scienziato, non contento dei soliti esercizi, ha voluto "mettere alla prova" persino la sua morale e il senso di giustizia, punendolo ingiustamente dopo un compito svolto in modo corretto. Proprio questa breve fuga e il successivo ritorno possono essere considerate come le ultime tappe del suo "percorso di crescita". Il film si interrompe quando Victor è ancora bambino: nella realtà, visse ancora una trentina d'anni (senza mai raggiungere un completo sviluppo intellettuale) prima di morire a Parigi nel 1828.

16 gennaio 2017

La montagna (Edward Dmytryk, 1956)

La montagna (The mountain)
di Edward Dmytryk – USA 1956
con Spencer Tracy, Robert Wagner
**1/2

Visto in divx, con Sabrina.

Zaccaria Teller, veterana guida alpina, ha dato l'addio alle scalate dopo la morte di un suo compagno di cordata, dieci anni prima, di cui si sente responsabile. Da allora vive come pastore nella casa di famiglia, ai piedi delle montagne. Ma quando un aereo di linea, proveniente dall'India, precipita in una zona praticamente impossibile da raggiungere a piedi, l'uomo viene convinto dall'avido fratello minore Cristoforo a tentare una scalata per raggiungere e saccheggiare il relitto. Dopo un'arrampicata piena di rischi e di difficoltà, tuttavia, fra i rottami del velivolo i due fratelli rinvengono una sopravvissuta... Ispirata a un fatto reale (lo schianto di un aereo indiano di linea sul Monte Bianco nel 1950), un'ingenua ma avvincente pellicola ambientata fra le vette delle Alpi francesi che mette in scena le fatiche e le insidie dell'alpinismo, fra pareti di roccia senza appigli, ghiacciai e crepacci, in un'epoca dove il turismo di massa e le odierne attrezzature erano ancora da venire. Un Tracy canuto dà vita a un personaggio stanco e indurito dalle tante esperienze, disilluso ma in cerca di riscatto (la vita che avrà occasione di salvare, ai suoi occhi, compenserà quella di cui si sente responsabile), che ama, teme e rispetta la montagna, al quale si contrappone un fratello minore – ma praticamente un figlio, avendolo cresciuto lui dopo la morte della madre – ribelle ed arrogante, che farebbe qualsiasi cosa per fuggire dalla vita umile e misera alla quale il maggiore (per espiazione?) si è rassegnato. L'avidità di Cristoforo si oppone all'integrità morale di Zaccaria, mentre le riprese di Dmytryk, durante tutta la scalata, sono spettacolari e cariche di tensione nel mostrare la sfida dell'uomo alla natura. Claire Trevor è la contadina innamorata di Zaccaria, Anna Kashfi è la ragazza indiana.

16 dicembre 2016

Captain Fantastic (Matt Ross, 2016)

Captain Fantastic (id.)
di Matt Ross – USA 2016
con Viggo Mortensen, George MacKay
**1/2

Visto al cinema Eliseo, con Sabrina.

Ex hippy e seguaci delle idee di Henry David Thoreau ("Vita nei boschi") e di Noam Chomsky, Ben Cash (Mortensen) e la moglie Leslie hanno cresciuto i loro sei figli (Bodevan, Kielyr, Vespyr, Rellian, Zaja e Nai: tutti nomi inventati per far sì che ognuno di loro fosse "unico" e speciale) nelle foreste selvagge del Nord degli Stati Uniti, lontano dalla civiltà e dal consumismo. Pur non andando a scuola, i ragazzi sono colti e istruiti: oltre ad addestrarli alle tecniche di sopravvivenza nella natura più impervia, Ben li fa leggere e studiare, e naturalmente instilla loro la propria filosofia, le fondamenta del pensiero ateo e critico e le sue idee contro il capitalismo e la società moderna. Alla morte di Leslie, suicidatasi nella clinica dove era ricoverata per un disturbo bipolare, l'uomo – nonostante l'opposizione del suocero Jack (Frank Langella), che minaccia di sottrargli la custodia dei ragazzi – decide di portare i figli al funerale della madre, nel lontano New Mexico, anche per esaudire le ultime volontà della donna (quelle di essere cremata e non sepolta con una cerimonia religiosa). Tra "Mosquito Coast" e "Into the Wild" (ma i toni ricordano quelli di un'altra commedia indipendente e on the road, "Little Miss Sunshine"; e se vogliamo, lo spunto di partenza è simile a "La grande avventura"), una pellicola che celebra l'anticonformismo e fa riflettere su temi come l'educazione, il consumismo, il rapporto fra genitori e figli e quello con la società. Pur semplicistico e viziato da un pizzico di retorica (è pur sempre un film americano, con tanto di obbligatorio lieto fine), il lungometraggio è efficace nel mettere a confronto l'ipocrisia borghese dei parenti con la schiettezza e l'integrità di Ben (che risponde sempre a ogni domanda dei propri figli, non risparmiando loro chiarimenti e spiegazioni – anche scomode – su ogni fatto della vita). Ma al tempo stesso non nasconde gli effetti negativi della sua filosofia di opposizione al sistema: anche se sono stati addestrati a sopravvivere nel migliore dei modi nel contesto della natura, i ragazzi si scoprono incapaci di relazionarsi con la realtà esterna, tanto che lo stesso Ben riconoscerà alcuni dei propri errori e lascerà ai figli la libertà di andare via, se lo desiderano, o di integrarsi ed entrare in contatto con altri modi di pensare (e in questo il film si differenzia, per esempio, dal ben più radicale "Dogtooth" di Yorgos Lanthimos).

12 ottobre 2016

Kasaba (Nuri Bilge Ceylan, 1997)

The Small Town (Kasaba)
di Nuri Bilge Ceylan – Turchia 1997
con Mehmet Emin Toprak, Emin Ceylan
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Il film che segna l'esordio di Nuri Bilge Ceylan è praticamente autobiografico. Il soggetto è del padre Emin Ceylan, presente anche come attore, così come la madre Fatma e il nipote Mehmet Emin Toprak: e proprio ai due genitori è dedicata la pellicola. Girata in bianco e nero con un ritmo lento e contemplativo, più che raccontare una storia intende descrivere un ambiente, al tempo stesso sociale e naturale, quello del piccolo villaggio dell'Anatolia dove il regista è cresciuto e dove vive la sua famiglia. È un tuffo nei ricordi, nelle riflessioni, nella rievocazione del passato e nell'osservazione del rapporto fra l'uomo e la natura (evidente soprattutto nelle scene con i due bambini, Ali e Asiye, dal cui punto di vista è narrata tutta la vicenda). Il film è diviso in quattro parti, ambientate nelle diverse stagioni. La prima riporta alla memoria una fredda e pigra giornata d'inverno a scuola, fra buffi eventi (una scivolata sul ghiaccio, uno studente che arriva in ritardo e ricoperto di neve) e piccole umiliazioni (la merenda, portata da casa, andata a male). La seconda mostra i due bambini giocare nel prato e nel bosco, alla scoperta della natura, degli animali e della crudeltà (Ali che capovolge la tartaruga). Nella terza, un picnic di famiglia sotto le stelle, i due bambini sono testimoni dei complessi discorsi degli adulti sulla vita, la morte, il passato e le difficili scelte da compiere: l'irrequieto Saffet (Toprak), nipote del regista, è appena tornato da militare, e come il suo padre ormai defunto si sente fuori posto a casa, ma al tempo stesso condivide con lo zio (che dopo alcune esperienze all'estero ha scelto di tornare nel villaggio) il senso di appartenenza alla comunità (e a quella stessa società, fondata sulla famiglia, le cui regole venivano recitate dagli alunni a scuola nella prima sequenza). Il nonno, dal canto suo, rievoca molti episodi della sua lunga vita. Infine, il film si conclude con una scena casalinga, che ondeggia fra sogno e realtà. Il tutto ricorda a tratti Tarkovskij, ma pone anche le basi per le pellicole successive di Ceylan, che indagheranno in maniera sempre più profonda i rapporti fra gli uomini e la società in cui vivono (e alcune delle quali, come "Nuvole di maggio" e "Uzak", ne saranno quasi il seguito). L'affascinante fotografia (con le sue belle immagini in bianco e nero) e l'intensità degli interpreti (non tutti professionisti, come detto), concorrono alla riuscita di un'opera prima insolita e interessante, anche se forse più nelle singole sequenze che nell'insieme.

26 agosto 2016

Five dedicated to Ozu (A. Kiarostami, 2003)

Five, aka Five dedicated to Ozu
(5 Long Takes dedicated to Yasujiro Ozu)
di Abbas Kiarostami – Iran/Fra/Gia 2003
**1/2

Visto in divx.

Come da titolo, il film è composto da cinque sequenze, girate nel novembre del 2003 sulla costa del Mar Caspio (tranne la seconda, che pare sia stata ripresa in Spagna) con inquadratura fissa (solo nella prima la macchina da presa si muove leggermente) e di durata variabile (da una decina di minuti a quasi mezz'ora). Le onde del mare trascinano un tronchetto sul bagnasciuga. Dei passanti camminano sulla banchina lungo il mare. Un gruppo di cani è seduto sulla spiaggia. Papere in processione corrono avanti e indietro. Infine, di notte, uno specchio d'acqua riflette la luna che entra ed esce dalle nuvole, prima di un temporale e dell'arrivo dell'alba. Senza dialoghi né trama, un documentario di pura contemplazione della natura, con l'acqua del mare come tema conduttore. Quasi un esercizio alla Warhol o un esperimento da installazione videoartistica per un museo, anche se Kiarostami – anche nelle sue pellicole di finzione – ci ha abituato al modo acuto e preciso con cui ritrae l'ambiente che circonda i suoi personaggi. Qui, semplicemente, c'è solo l'ambiente e i personaggi mancano: o forse lo siamo noi, gli spettatori. Oltre alle immagini, grande importanza hanno i suoni: lo sciabordio delle onde, i versi degli animali, il rumore della pioggia. Fra una sequenza e l'altra, mentre lo schermo sfuma in nero (o in bianco), si odono brevi brani musicali. Curiosa la dedica a Ozu (il regista giapponese, anche se girava sempre con la camera fissa, non ha mai realizzato cose del genere). In ogni caso, un esempio originale e ipnotico di cinema non narrativo: decisamente un'esperienza da ricordare per chi riesce a seguirla fino in fondo.

10 maggio 2016

Corvo rosso non avrai il mio scalpo (S. Pollack, 1972)

Corvo rosso non avrai il mio scalpo (Jeremiah Johnson)
di Sydney Pollack – USA 1972
con Robert Redford, Will Geer
***

Visto in TV.

A metà del diciannovesimo secolo, il trapper Jeremiah Johnson abbandona la civiltà e si trasferisce a vivere e a cacciare da solo sulle Montagne Rocciose. Dopo un primo inverno assai duro, l'uomo comincia a ambientarsi sempre meglio in un territorio selvaggio e inospitale, all'epoca ancora infestato dagli indiani. E senza volerlo, finirà per farsi una famiglia, sposando Cigno Pazzo (della tribù delle Teste Piatte) e adottando un bambino (Caleb, che con sua madre era stato l'unico sopravvissuto di un violento attacco dei Piedi Neri). Il breve momento di serenità avrà fine quando la sua casa sarà assalita dai bellicosi Corvi. Johnson giurerà vendetta al loro capo, il temibile Mano Che Segna Rosso, e diventerà una leggenda vivente, temuto e rispettato dai suoi stessi nemici. Ispirato a una storia vera – quella di John "Liver-eater" ("Mangiafegato") Johnson, la cui biografia è stata adattata dallo sceneggiatore John Milius – il film di Pollack è un'autentica pietra miliare del genere western, uno dei primi film (insieme insieme ai di poco precedenti "Soldato blu" e "Piccolo Grande Uomo") a rappresentare i nativi americani senza ricorrere a stereotipi o travisamenti, mostrandoli magari anche ostili all'uomo bianco ma non necessariamente cattivi o inferiori (sono semmai forze della natura e parte integrante di una wilderness di cui è celebrato il mito e il fascino, ma anche i pericoli e le insidie). Lo stesso protagonista dimostra a più riprese il suo rifiuto verso il modo di vivere occidentale, la politica e la guerra (si accenna al fatto che ha combattuto nel conflitto messicano-statunitense), mentre in parallelo giunge a conoscere bene gli indiani e a rispettarne le credenze e le usanze: anche per questo, nonostante la parte finale della pellicola si regga sulla faida personale fra Johnson e i Corvi, il titolo italiano è piuttosto fuorviante. Più che una trama unica, il film segue la vita di Johnson attraverso una serie di incontri, come quelli con altri cacciatori – l'anziano "Artiglio d'orso" (Will Geer) e l'eccentrico Del Gue (Stefan Gierasch) – o con le varie tribù di indiani, e naturalmente il figlio adottivo e la moglie (Delle Bolton), con i quali a lungo non parla mai (la donna perché non conosce la sua lingua, il bambino perché è diventato muto per lo shock). La fotografia di Duke Callaghan esalta gli scenari naturali e i paesaggi dello Utah attraverso le varie stagioni: dall'inverno innevato alla rinascita della primavera. La colonna sonora è opera di Tim McIntire e John Rubinstein, più noti come attori che come musicisti. Curiosità: è stato il primo western accettato in concorso al festival di Cannes. Inizialmente avrebbe dovuto essere diretto da Sam Peckinpah e interpretato da Clint Eastwood, ma i due, che non andarono d'accordo, abbandonarono il progetto. La pellicola e il suo personaggio rappresentano la principale fonte di ispirazione per la serie a fumetti "Ken Parker" di Berardi e Milazzo, il cui protagonista sfoggia infatti il volto di Robert Redford.