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26 giugno 2022

Lo chiamavano Bulldozer (Michele Lupo, 1978)

Lo chiamavano Bulldozer
di Michele Lupo – Italia/Germania 1978
con Bud Spencer, Raimund Harmstorf
**1/2

Rivisto in TV, con Sabrina.

Ex campione di football americano, ritiratosi misteriosamente dallo sport professionistico all'apice della carriera per fare il marinaio giramondo, il gigantesco "Bulldozer" (Bud Spencer) si ritrova temporaneamente bloccato nel porto di Livorno per un danno al motore del suo vecchio barcone. Qui incontra e decide di allenare un gruppo di ragazzi italiani che hanno sfidato in una partita di football i soldati di una vicina base militare americana, guidati dal subdolo sergente Kempfer (Raimund Harmstorf), nei cui confronti hanno una forte rivalità. Con i suoi modi bruschi ma paterni, Bulldozer ne farà una vera squadra, insegnando loro i valori dello sport anche in chiave pedagogica e integrando anche gli elementi più problematici, come il ladruncolo Gerry (Ottaviano Dell'Acqua), il picchiatore Orso (Joe Bugner) e l'appassionato di scommesse Spitz (Giovanni Vettorazzo). E nel finale, per far fronte al "gioco sporco" degli americani, Bulldozer dovrà entrare personalmente in campo. Commedia "a solo" per Bud Spencer (senza Terence Hill o un'altra vera spalla), in cui non mancano (ovviamente) sganassoni e gag da fumetto, ma la trama per una volta è "seria" e i momenti intensi: anche la confezione è complessivamente fra le migliori dei film dell'attore. La colonna sonora è, come sempre, dei fratelli De Angelis (Oliver Onions), con la canzone "Bulldozer". Bud, doppiato da Glauco Onorato, canta però con la propria voce una canzone in spagnolo, "El indio Chaparral". Harmstorf è doppiato da Ferruccio Amendola, mentre il colonnello del campo militare ("Sa qual è il mio peggior difetto?") è interpretato da René Kolldehoff. Fra i ragazzi spiccano Enzo Santaniello e Nando Paone. Memorabili anche il barbiere sardo (Piero Del Papa) e il "maneggione" italo-americano (Gigi Reder). La base americana è quella di Camp Darby (chiamata Camp Durban nel film). "Bomber" del 1982, girato negli stessi luoghi con lo stesso regista, ne sarà praticamente un remake (con il pugilato al posto del football).

3 luglio 2021

Preparati la bara! (Ferdinando Baldi, 1968)

Preparati la bara!
di Ferdinando Baldi – Italia 1968
con Terence Hill, José Torres
**

Visto in TV (RaiPlay).

Tradito dall'amico David (Horst Frank), ambizioso politico corrotto e senza scrupoli, Django (Terence Hill) vede uccisa la propria moglie e viene a sua volta creduto morto. Cinque anni più tardi organizzerà la propria vendetta, radunando una banda di "impiccati" (uomini condannati ingiustamente e che proprio lui, in qualità di boia, aveva finto di giustiziare, salvandoli in realtà dalla morte) per affrontare i banditi che, al soldo del proprietario terriero Lucas (George Eastman), rapinano le diligenze cariche d'oro per conto di David. Ma dovrà vedersela anche con Garcia (José Torres), uno degli "impiccati", deciso a tenere tutto l'oro per sé. Pseudo-sequel (o meglio, prequel) del "Django" di Sergio Corbucci, messo in cantiere dopo l'enorme successo del prototipo che aveva dato vita a una pletora di finti seguiti. Questo invece avrebbe dovuto essere uno dei rari film che coinvolgeva davvero i responsabili del film originale: ma con la sostituzione del regista, anche Franco Nero rinunciò a interpretarlo, e allora venne scelto un giovane Terence Hill non ancora reso celebre da "Lo chiamavano Trinità" (il cui regista, Enzo Barboni alias E.B. Clucher, è qui il direttore della fotografia). La trama alterna spunti senza troppa originalità (la vendetta) ad altri invece accattivanti (la banda degli impiccati), così come personaggi stereotipati (Lucas, David) ad altri più complessi e ambigui (Garcia, insolito alleato e antagonista al tempo stesso). A parte l'aspetto del protagonista (enigmatico e vestito di nero), un rimando al Django originale c'è solo nel finale, quando tira fuori la mitragliatrice da una cassa per sterminare gli avversari. Nel complesso, però, la pellicola è meno potente e più innocua del film di Corbucci, interessante giusto per ripercorrere gli inizi della carriera di un Terence Hill qui ancora in versione "seria" e privo del compagno Bud Spencer (anche se alle pistolettate si affiancano comunque numerose scazzottate).

4 giugno 2020

Il mio nome è Nessuno (T. Valerii, 1973)

Il mio nome è Nessuno
di Tonino Valerii – Italia/Fra/Ger 1973
con Terence Hill, Henry Fonda
**

Rivisto in TV.

Alla fine dell'Ottocento, l'ormai anziano e stanco giustiziere Jack Beauregard (Henry Fonda) è pronto a partire per l'Europa e abbandonare così per sempre il vecchio West. Ma il giovane e scanzonato Nessuno (Terence Hill), che si professa suo grande ammiratore, lo spingerà suo malgrado a un'ultima leggendaria impresa: affrontare, solo contro 150 uomini, il temibile "Mucchio selvaggio". Da un'idea di Sergio Leone, che diresse anche alcune sequenze, una strana pellicola che sembra voler mettere a confronto due idee diverse di western: quello classico, impersonato da Fonda (che, dopo la parentesi da cattivo in "C'era una volta il west", torna a incarnare l'eroe tutto d'un pezzo con cui si è sempre identificato), e quello comico e "all'italiana", rappresentato da un Terence Hill reduce dai successi di "Trinità". La frizione è evidente, tanto che i due personaggi (e le sequenze che li vedono protagonisti) sembrano davvero appartenere a due generi diversi. Forse proprio per la recente popolarità di Hill, però, l'insieme è sbilanciato verso il comico, con lunghe sequenze-barzelletta (come la sfida nel saloon, con tanto di duello a schiaffi come quello di "Trinità") in mezzo alle quali il pur bravo Fonda si trova come un pesce fuor d'acqua, miope e malinconico, in balìa delle manovre del compagno e senza un'idea ben precisa di come reagire alla sua ironia decostruttiva, dissacratoria e burlesca. Abituato a un mondo più violento e concreto, Beauregard viene proiettato dall'enigmatico Nessuno (il cui nome è fonte di numerose battute) in uno invece irrealistico e favolistico, dove nulla si prende sul serio e dove i cattivi non sono mai veramente minacciosi. Manca dunque la tensione o l'epicità dei lavori di Sergio Leone, se non a brevi tratti (per esempio nelle scene in cui la musica di Morricone, che ingloba anche la "Cavalcata delle Valchirie", accompagna le apparizioni del Mucchio selvaggio, posse di banditi senza volto che formano un'unica presenza collettiva). Fra i comprimari si riconosce Mario Brega (uno dei tre balordi che danno la caccia a Beauregard). Bud Spencer non è presente, ma è evocato dal pupazzo girevole che Terence Hill sfrutta per affrontare un avversario. Leone, che sostituì Valerii sul set per un giorno, avrebbe diretto parte della scena del saloon, quella della fiera e quella dell'orinatoio.

29 giugno 2016

...altrimenti ci arrabbiamo! (M. Fondato, 1974)

...altrimenti ci arrabbiamo!
di Marcello Fondato – Italia/Spagna 1974
con Bud Spencer, Terence Hill
***1/2

Rivisto in divx, per ricordare Bud Spencer.

Uno dei film che più volte ho visto da bambino, perfetto esempio di quell'universo di comicità, avventura, ingenuità e innocua violenza con cui Bud (e Terence) mi hanno divertito e accompagnato per tanti anni: inevitabile per me dargli un voto così alto, al di là degli effettivi meriti cinematografici.

Il garagista Ben (Bud Spencer) e il giramondo Kid (Terence Hill), amici e rivali, partecipano a una gara di rallycross e tagliano insieme il traguardo: il problema di come dividersi il primo premio, una dune buggy rossa fiammante ("con la capottina gialla"), passa in secondo piano quando la vettura viene distrutta dai gangster al soldo di un "cattivissimo" boss (John Sharp), che su suggerimento del suo psicologo (Donald Pleasence) intende far chiudere il Luna Park adiacente al garage di Ben per edificarvi un grattacielo. Ben e Kid si presentano dal capo, intenzionati a ottenere da lui una nuova "carriola" ("Altrimenti?" "Altrimenti ci arrabbiamo"): ma il boss, istigato dal dottore, non vuole accontentare la loro richiesta... Primo film della coppia ambientato in Europa (per la precisione in Spagna: è stato girato nelle calle e nelle periferie di Madrid), è probabilmente la loro pellicola più celebre e citata (insieme a "Lo chiamavano Trinità", ma al primo posto fra quelle di ambientazione contemporanea), una vera miniera di risate e di situazioni iconiche, a partire dalle leggendarie scazzottate (che rispetto ai film precedenti crescono in durata e in importanza): dalla sfida a "birra e salsicce" per aggiudicarsi la dune buggy (interrotta dai gangster che distruggono il locale in cui i due si trovano, nella loro totale indifferenza) alla rissa nella palestra (dove si possono apprezzare i fenomenali effetti sonori che accompagnano pugni e schiaffoni), dalla sfida con la gang dei motociclisti (con tanto di radiocronaca trasmessa al boss) all'irruzione finale in macchina alla festa dei cattivi, in una sala colma di palloncini. Ma la scena più mitica è senza dubbio quella del coro dei pompieri ("Bom bom bom bom... La la la la la la..."), con Bud Spencer che passa dalla sezione maschile a quella femminile nel tentativo di sfuggire al mirino del glaciale killer Paganini ("Lo chiamano così perché non replica mai!"), scena resa ancora più memorabile dalla colonna sonora, con un brano che chiunque avrà provato a cantare una volta nella vita, e che in certi momenti ingloba persino il tema legato al killer. Al fianco di Bud e Terence, comunque protagonisti assoluti, per una volta si muovono una serie di personaggi che, pur secondari, restano impressi nella memoria collettiva, interpretati da caratteristi italiani o spagnoli o persino da attori di un certo livello: John Sharp è il capo, infantile e facilmente manipolabile da chi gli sta attorno, che vorrebbe essere cattivo solo perché glielo ha ordinato il dottore; questi, psicologo con l'accento tedesco, è interpretato dal grande Donald Pleasance, paradossalmente in uno dei suoi ruoli più memorabili. Ci sono poi il vecchio Geremia (Luis Barbero), assistente di Ben nel suo garage, lo scagnozzo baffuto Attila (Deogratias Huerta) e la bella Liza (Patty Shepard), la ragazza del circo di cui Kid si innamora. Manuel de Blas è Paganini, un evidente spoof di Alain Delon. Fra i caratteristi, infine, è da citare almeno il direttore del coro (Emilio Laguna), frustrato dalle continue "improvvisazioni" di Ben. Fra le tante battute, la frase più celebre è quella che dà il titolo al film (e il suo reprise, più avanti: "Siamo già arrabbiati"). Degna di menzione, infine, la canzone (in inglese) "Dune Buggy" degli Oliver Onions (ovvero i fratelli Guido e Maurizio De Angelis).

29 marzo 2016

I due superpiedi quasi piatti (E.B. Clucher, 1977)

I due superpiedi quasi piatti
di E.B. Clucher – Italia 1977
con Bud Spencer, Terence Hill
***

Rivisto in TV.

Dopo aver inutilmente cercato – ciascuno per proprio conto – di trovare un lavoro da scaricatori al porto di Miami, scontrandosi però con una banda di gangster che gestisce a modo suo gli affari al molo, i due sbandati Wilbur Walsh (Bud Spencer) e Matt Kirby (Terence Hill) decidono di rapinare insieme un supermercato: per errore, però, finiscono in una stazione di polizia e sono costretti a fingere di essere lì per arruolarsi. Completato il corso di addestramento, vengono inviati a pattugliare le strade della città. Il loro progetto è quello di farsi espellere dalla polizia alla prima occasione, ma ben presto si prendono a cuore il caso di un cinese assassinato (anche perché Kirby si è innamorato della sua nipote) e finiranno per sgominare una banda di trafficanti di droga, gestita – guarda caso – dai gangster del porto. Girato interamente in Florida (tranne due scene in Italia, entrambe in interni: quella nella villa della "contessa" e la scazzottata finale al bowling), uno dei film più riusciti fra quelli di ambientazione contemporanea della coppia Hill/Spencer. Già dietro la macchina da presa dei due "Trinità", E.B. Clucher (alias Enzo Barboni) è senza dubbio uno dei migliori registi ad aver mai diretto il dinamico duo, e si vede: la qualità delle inquadrature e la geometria della messa in scena (si pensi al loro primo incontro al porto) valorizzano le gag ma anche l'alchimia fra i due caratteri e l'ambiente circostante. Il film si apre con vedute aeree di Miami e dintorni (su cui scorrono i titoli di testa, con la musica dei fratelli De Angelis) e prosegue con una serie di scene autoconclusive ma collegate l'una all'altra in una trama orizzontale priva di tempi morti. Parecchie le battute memorabili: "Ci ho il crimine nel sangue, io" (detta da Hill prima del tentativo di rapina, e poi riadattata a varie circostanze: "Ci ho le pallottole nel sangue", "Ci ho il whisky nel sangue", ecc.), "'Questa è una rapina' dillo tu, che hai la voce più grossa", "Questa è... questa è... questa è proprio una bella giornata!", oltre a uno scambio di battute che, da bambino, mi faceva sempre tanto ridere: "Appena fatto il colpo, andremo a spassarcela in Florida" – "Ma ci siamo già in Florida!".

Oltre che alle consuete dinamiche interne alla coppia, le risate sono garantite dal rapporto con il capitano della polizia, David Huddleston (doppiato da Ferruccio Amendola), che favorisce immancabilmente Kirby rispetto a Walsh, e da sequenze come l'arresto dei due uomini politici (maltrattati a proposito per farsi cacciare dalle forze dell'ordine, il che ovviamente non avverrà: Bud Spencer sbotta addirittura in un "Politicanti di merda!" assolutamente fuori contesto ma proprio per questo ancor più divertente) o l'incontro con la "contessa russa" e la sua amica, inviate dai gangster per sedurre i due poliziotti e metterli fuori combattimento. Quest'ultimo è uno dei rari casi in cui Bud e Terence sono alle prese con tentazioni di natura sessuale: di solito nei loro film l'attrazione per le donne viaggia su un binario più "puro", come è il caso, anche in questa pellicola, dell'infatuazione di Kirby per la ragazza cinese (interpretata da una Laura Gemser – Emmanuelle Nera! – qui ingenua e candida). E a proposito di comprimari, fra i cattivi si riconoscono i "soliti" Luciano Catenacci, Riccardo Pizzuti e Claudio Ruffini. In più c'è il tormentone delle auto distrutte (è uno dei film in assoluto con il maggior numero di automobili sfasciate, almeno prima che arrivasse "The Blues Brothers") e, ovviamente, la solite e memorabili scazzottate, fra cui quella con i teppisti nella tavola calda (con Kirby che si finge storpio e Walsh sordomuto: "Ma lui lo vede che ho la pistola?" "Certo, sono muto, mica cieco!") e quella con la banda di "Geronimo" allo stadio di football americano. Non mancano citazioni, più o meno vaghe, ai precedenti film della coppia. Quando i due sono al chiosco degli hamburger, alla radio si può sentire "Angels and beans", la canzone di "Anche gli angeli mangiano fagioli" (dove però al posto di Terence c'era Giuliano Gemma). E nella frase di Hill "Ringrazia Dio che somigli a mio fratello!" non si può non cogliere un riferimento alla saga di Trinità e Bambino.

13 dicembre 2014

Porgi l'altra guancia (Franco Rossi, 1974)

Porgi l'altra guancia
di Franco Rossi – Italia 1974
con Bud Spencer, Terence Hill
*1/2

Rivisto in TV.

Padre Pedro (Bud Spencer) e Padre G. (Terence Hill, in realtà un ex galeotto) sono due preti missionari che alla fine dell'ottocento difendono gli indigeni di una piccola località dell'America Latina dalle prepotenze del mercanti occidentali. Invisi al principale proprietario terriero della zona di Maracaibo, il marchese spagnolo Gonzaga (discendente dei conquistador!) perché si oppongono alle sue politiche di sfruttamento della popolazione, ma anche alle alte sfere della chiesa cattolica, perché tollerano le credenze locali e predicano l'uguaglianza, i due daranno vita a una comunità clandestina che vive sugli alberi e che si batte contro i colonialisti. Girato subito dopo il grande successo di "...Altrimenti ci arrabbiamo", ma più nello stile e nell'impronta di "Più forte ragazzi" (di cui recupera l'ambientazione sudamericana), è uno fra i film meno riusciti e meno popolari della coppia. A lungo, probabilmente a causa dell'attacco alla chiesa cattolica, è stato anche tra quelli trasmessi con meno frequenza in televisione. Naturalmente non mancano i classici marchi di fabbrica dei due attori (botte e sganassoni, grandi mangiate, l'immancabile sequenza davanti alla roulette), ma proprio per questo la sensazione è che l'ambientazione e gli insoliti panni che i nostri eroi si trovano a vestire non siano che un pretesto per mettere in scena, sotto diversa forma ma con molta meno verve ed efficacia, cose già viste e ripetute. Poche anche le battute e le gag da ricordare. Bud e Terence avevano già vestito (false) tonache in "Continuavano a chiamarlo Trinità". Fra i "cattivi" spiccano Jean-Pierre Aumont (monsignor Delgado) e Robert Loggia (il marchese Gonzaga).

7 febbraio 2013

Non c'è due senza quattro (E.B. Clucher, 1984)

Non c'è due senza quattro
di E.B. Clucher – Italia 1984
con Bud Spencer, Terence Hill
**1/2

Rivisto in TV.

Il sassofonista Greg Wonder (Bud) e il cascatore Elliot Vance (Terence) vengono assunti da un'agenzia specializzata in sosia di personaggi famosi per sostituire per una settimana, alla vigilia della firma di un importante contratto, i ricchissimi cugini brasiliani João Bastiano e Antonio Coimbra de la Coronilla y Azevedo, ai quali somigliano come due gocce d'acqua. Con il loro comportamento rozzo ed eccentrico porteranno scompiglio nell'ambiente snob dei due cugini, ma scopriranno anche chi è il misterioso individuo che complottava contro di loro. Spencer e Hill tornano a girare un film in Brasile (dopo "Più forte, ragazzi!") e sfornano forse il loro titolo migliore degli anni ottanta: a prima vista potrebbe sembrare un tipico prodotto della fase calante del duo, se non fosse che la trovata di "sdoppiare" i due protagonisti funziona a meraviglia, anche per merito della recitazione ironica e fuori dalle righe dei due attori (soprattutto di Bud Spencer), impagabili in versione sofisticata e leggermente effemminata. Alla fine, ciò che si ricorda di più di questa pellicola non sono certo i momenti in cui il dinamico duo interpreta i suoi classici personaggi, bensì quelli in cui si cala nei panni dei raffinati cugini Coimbra. Come dimenticare, in particolare, battute di Bud come "Non trevi?", "Nel fengo... Siamo finiti nel fengo", "Ah, già... obliavo", "L'unica volta che ho alzato la voce è stata all'età di cinque anni per via di certe fragoline"? Da sottolineare anche la gag, ripetuta fino allo sfinimento, del nome completo dei due cugini (tutti, persino loro in persona, si dimenticano sempre di aggiungere lo "y Azevedo" finale). La trama, comunque, è un po' inconsistente: alla fine si scopre che la vendetta del misterioso avversario non c'entra nulla con il contratto che i due cugini dovevano firmare. E allora perché, per esempio, lo psicanalista cerca di ottenere da Bud (con l'ipnosi) informazioni proprio su quel contratto? Da notare anche alcune scene quasi da commedia sexy (con i... sederi delle ballerine brasiliane), che stonano un po' con il cinema della coppia. Ma forse, avendo scelto di ambientare la pellicola a Rio, si trattava di un pedaggio inevitabile, così come la sequenza ambientata allo stadio. Nella scazzottata finale, grazie a trucchi ottici, possiamo goderci ben due Bud e due Terence contemporaneamente! Nello Pazzafini è "Tango", il killer al servizio dei cattivi (come dice Terence Hill: "Il fatto, caro cugino, che il signore cattivo si faccia chiamare Tango nel paese della Samba, ti fa capire immediatamente che razza di stronzo sia!"), che i nostri ribattezzano "Giocondo" quando gli giocano uno dei loro tiri. La colonna sonora, con la canzone "What's goin'on (in Brazil)", è di Franco Micalizzi.

12 novembre 2008

Chi trova un amico trova un tesoro (S. Corbucci, 1981)

Chi trova un amico trova un tesoro
di Sergio Corbucci – Italia 1981
con Terence Hill, Bud Spencer
*1/2

Rivisto in TV, con Hiromi.

Inseguito da una banda di gangster che ha truffato alle corse dei cavalli, Terence Hill fugge con la mappa di un tesoro nascosto su un'isola sperduta (disegnata da uno zio con la meningite) e si nasconde nella barca a bordo della quale Bud Spencer sta per affrontare una traversata del Pacifico in solitario (sponsorizzato da una marca di marmellata: "Solo Puffin ti darà forza e grintà a volontà!"). Insieme naufragheranno sull'isola del tesoro, dove se la dovranno vedere con selvaggi amichevoli, un soldato giapponese convinto che la guerra non sia ancora finita e una banda di pirati metal-punk vestiti di pelle nera. Uno dei film meno belli fra tutti quelli della coppia Spencer/Hill: più infantile del solito, è divertente nella parte iniziale (quella sulla barca) e meno quando l'azione si sposta sull'isola, fra luoghi comuni e gag trite e ritrite (non ho mai sopportato il personaggio di Anulu). Un segno di sciatteria: le frasi pronunciate da Kamasuka sono inventate, non certo giapponesi. La musica (con la canzone "Movin' Cruisin'") per una volta non è dei De Angelis ma di un'altra coppia di fratelli compositori, i La Bionda.

16 aprile 2008

La collina degli stivali (G. Colizzi, 1969)

La collina degli stivali
di Giuseppe Colizzi – Italia 1969
con Terence Hill, Bud Spencer
*1/2

Rivisto in DVD.

Un pistolero, ferito e braccato da alcuni inseguitori, si rifugia nel carrozzone di una compagnia circense i cui membri lo aiuteranno a sgominare una banda di farabutti che intende appropriarsi delle concessioni di una comunità di minatori. Un oggetto strano, questo film, sicuramente un corpo estraneo nella filmografia della coppia Spencer-Hill, la cui caratterizzazione fa un passo indietro rispetto al precedente "I quattro dell'Ave Maria". Bud addirittura non compare prima di metà film, e i primi trenta minuti sono noiosi e pesanti. Che la pellicola non intendesse procedere sulla strada aperta dai due precedenti film di Colizzi lo dimostra anche l'assenza di gag: non c'è nessuna scazzottata (tranne quella nel finale, ambientata nel saloon ed evidentemente posticcia, visto che è completamente fuori luogo rispetto al tono generale del film e alla cruenta sparatoria che avviene all'esterno) né una particolare interazione comica fra i personaggi. Da notare la presenza di Woody Strode (era, fra le altre cose, uno dei tre uomini che attendevano l'arrivo del treno nell'incipit di "C'era una volta il west" di Leone) e di Lionel Stander (nei panni del direttore del circo). Il termine "collina degli stivali", che nel film non viene mai usato, si riferiva a un cimitero per pistoleri, ossia per coloro che "morivano con gli stivali ancora addosso".

11 aprile 2008

I quattro dell'Ave Maria (G. Colizzi, 1968)

I quattro dell'Ave Maria
di Giuseppe Colizzi – Italia 1968
con Terence Hill, Bud Spencer
**1/2

Rivisto in DVD.

Dopo l'ottimo riscontro del film precedente, "Dio perdona... io no!", Colizzi prova subito a riproporre la stessa coppia di protagonisti che, stando agli screen test, quando comparivano insieme sullo schermo suscitavano l'entusiasmo del pubblico. Grazie al finanziamento di alcuni produttori americani, stavolta il regista può permettersi un budget decisamente più elevato e l'ingaggio di un attore di richiamo come Eli Wallach, già coprotagonista de "Il buono, il brutto e il cattivo" di Sergio Leone. Nei titoli e nella locandina i nomi di Hill e di Wallach sono davanti a tutti gli altri, ma a tratti il mattatore è proprio Bud Spencer, la cui alchimia con il compagno comincia a decollare anche se le dinamiche fra i due sono ancora limitate. La pellicola è dichiaratamente un sequel della precedente (all'inizio vediamo Bud e Terence restituire il denaro rubato da Bill Santantonio e "riscuotere" la ricompensa), ma il tono è meno violento – pur se sparatorie e morti continuano a non mancare – e più ironico e scanzonato, anche per la presenza di Wallach nei panni di Cacopulos, pulcioso e inaffidabile bandito di origine greca, inizialmente rivale dei due amici e poi loro alleato in cerca di vendetta nei confronti di chi l'aveva tradito anni prima. Ai tre protagonisti si affianca, non si capisce bene perché, un pistolero e acrobata di colore (Brock Peters): insieme, i quattro sconfiggeranno i cattivi in un duello "all'ora dell'Ave Maria". Anche se l'ambientazione è ancora quella di un tipico western all'italiana, si intravedono squarci del "genere universale" del tutto particolare dei futuri film di Spencer e Hill: c'è persino la prima scazzottata in due contro molti. La trama presenta qualche lungaggine di troppo, è tutt'altro che compatta e procede per spunti ed episodi quasi slegati l'uno dall'altro (l'introduzione dei personaggi, la prima vendetta in Messico, lo scontro nella casa da gioco con la roulette truccata). Guardandolo, mi sono trovato a apprezzare e a rimpiangere il bel doppiaggio di quei tempi (indimenticabile la voce mellifua di Wallach: "e io miagolavo...") e un periodo in cui persino gli attori italiani accettavano di far sostituire la propria voce per risultare più adeguati (prendi esempio, Bellucci!).

10 aprile 2008

Dio perdona... io no! (G. Colizzi, 1967)

Dio perdona... io no!
di Giuseppe Colizzi – Italia 1967
con Terence Hill, Bud Spencer
**

Rivisto in DVD.

Dopo aver scoperto che il responsabile di una sanguinosa rapina al treno è un vecchio amico della cui morte – soltanto inscenata – si credeva responsabile, un avventuriero parte alla sua ricerca per vendicarsi e per sottrargli il bottino. Lo aiuterà un altro compare che ora lavora per la compagnia che ha assicurato il treno. Girato in Almeria quando il western all'italiana – dopo gli exploit di Leone – sembrava in fase calante, è il film che ha contribuito a rivitalizzare il genere ma soprattutto quello che ha dato vita alla coppia Bud Spencer-Terence Hill, peraltro nata in modo piuttosto casuale: Carlo Pedersoli, ex olimpionico di nuoto, venne scelto per debuttare sullo schermo soltanto in funzione della sua stazza, ma dimostrò buone doti recitative e soprattutto un eccellente physique du rôle; Mario Girotti sostituì a riprese già iniziate il protagonista ingaggiato in origine, Peter Martell, che si era infortunato al piede durante una lite con la fidanzata (!). Anche i loro nomi d'arte nascono con questa pellicola, su richiesta dei produttori che volevano vendere il film all'estero, e sembravano destinati a non essere riproposti in futuro. I due attori, a dire il vero, non costituiscono ancora una vera e propria coppia: compaiono raramente insieme sullo schermo (ma quando lo fanno mettono già in mostra un buon affiatamento) e sono soltanto due delle tre pedine sulle quali si regge una trama non memorabile, eppure sono già uniti dal consueto rapporto di amicizia/rivalità, incarnano ruoli ben delineati e offrono persino la loro prima scazzottata all'interno di un film che per il resto è ricco di morti violente (basti pensare che si apre con l'immagine di un treno pieno di cadaveri) e sicuramente meno ironico e scanzonato dei successivi. La pellicola doveva inizialmente intitolarsi "Il cane, il gatto e la volpe", ma il titolo venne cambiato all'ultimo momento, dando origine alla moda dei rimandi religiosi nei nomi degli spaghetti western (cui non si sottrassero Spencer e Hill con il successivo "I quattro dell'Ave Maria" e naturalmente con i due "Trinità"). Durante il film, infatti, la battuta del titolo non viene mai pronunciata né – a parte la musica, con un coro sulle parole del "Dies irae", e il nome del cattivo, Bill Santantonio – ci sono riferimenti di qualsivoglia tipo alla religione.

7 marzo 2007

Continuavano a chiamarlo Trinità (E.B. Clucher, 1971)

Continuavano a chiamarlo Trinità
di E.B. Clucher [Enzo Barboni] – Italia 1971
con Terence Hill, Bud Spencer
***

Rivisto in DVD, con Hiromi.

L'enorme e inaspettato successo del primo "Trinità" convinse rapidamente i produttori, il regista e gli attori a girarne il seguito. Qui la personalità della coppia viene definita ancora di più, i due character funzionano meglio e diventano definitivamente quelli che saranno protagonisti nei decenni successivi di numerose altre pellicole, non più western ma d'avventura, ambientate in ogni parte del mondo, in fondo tutte variazioni sullo stesso tema. La prima metà del film è la più brillante: dopo la gag sui "rapinatori rapinati" nel deserto, che attraverso il tegame di fagioli fornisce da subito un punto di contatto con il film precedente, vengono introdotti i genitori della coppia e si pongono le basi per la trama successiva: i due partono in cerca di avventure, con Bambino che dovrà insegnare a Trinità il mestiere di fuorilegge. Seguono sequenze una migliore dell'altra, fra le quali vanno ricordate la partita a poker (di cui ci si ricorderà in un film successivo, "Pari e dispari") e quella della cena al ristorante (che addirittura anticipa l'analoga sequenza di John Belushi e Dan Aykroyd in "The Blues Brothers"). La seconda metà, quella in cui la trama prende il sopravvento con la vicenda dei frati costretti a "riciclare" il denaro sporco dei biechi affaristi di città, la trovo invece meno divertente. E anche la scazzottata finale non è delle migliori. Nel complesso, comunque, si tratta di un film importante per la coppia, nonché di un ottimo punto di partenza per abbandonare l'ambientazione western e veleggiare verso nuovi orizzonti. I risultati al botteghino furono fenomenali, e Bud e Terence divennero i beniamini di un pubblico tanto vasto quanto eterogeneo, in Italia come all'estero.

Nota: è curioso come il tema religioso fosse così presente in queste prime pellicole, dal nome del protagonista e dal titolo dei film alle trame vere e proprie, che vedono i nostri eroi alle prese con una comunità di mormoni (nel primo "Trinità") e con una missione cattolica (nel sequel). La cosa è buffa se si pensa che i due attori, a fine carriera, hanno chiuso il cerchio finendo con l'interpretare davvero personaggi legati alla religione, stavolta però senza sbeffeggiarli: Don Camillo e Don Matteo per Terence Hill, Padre Speranza per Bud Spencer.

6 marzo 2007

Lo chiamavano Trinità (E.B. Clucher, 1970)

Lo chiamavano Trinità...
di E.B. Clucher [Enzo Barboni] – Italia 1970
con Terence Hill, Bud Spencer
***1/2

Rivisto in DVD, con Hiromi.

"Salve, fratelli!"
"Salve... Glielo hai detto tu che siamo fratelli?"
"È il signore che vi manda!"
"No, passavamo di qua per caso."

Dopo i primi tre film insieme ("Dio perdona... io no!", "I quattro dell'Ave Maria", "La collina degli stivali"), che ne avevano già messo in luce l'alchimia di coppia, Terence Hill e Bud Spencer raggiungono il grande successo con questa pellicola che incredibilmente, secondo i suoi realizzatori, non era stata inizialmente concepita come un western comico, anche se il lato giocoso e scanzonato era presente intenzionalmente (e questa fu una grande intuizione di Barboni). L'ironia, però, non avrebbero dovuto essere molto diversa da quella dei tipici spaghetti western del periodo, e questo è forse dimostrato dal fatto che nella prima parte del film i due protagonisti continuano a usare le pistole come se si trattasse di un western normale, passando soltanto in seguito agli "sganassoni" che sarebbero diventati il loro marchio di fabbrica. Interessante, al riguardo, osservare lo zelo con il quale gli sceneggiatori cercano da un certo punto in poi di fare in modo che gli avversari si disarmino spontaneamente. Molte gag vennero poi letteralmente inventate e improvvisate in fase di lavorazione, e non erano presenti nello script originale, che fra l'altro Barboni faticò a far accettare ai produttori ("Troppo pochi morti", dicevano).
Divertente, memorabile e ormai leggendario (ho perso il conto di quante volte l'avrò visto), il film è introdotto dal magnifico brano musicale di Franco Micalizzi. E già dopo pochi minuti compare subito anche un altro tema che diverrà una costante nei film della coppia Spencer/Hill: il cibo. Ogni volta che rivedo la scena di Trinità che ripulisce il tegame di fagioli, mi viene fame! Segue poi la costruzione della "rivalità" fra i due, alleati contro i cattivi ma comunque sempre in conflitto fra loro, con Hill nei panni del furbo e manipolatore (Trinità), e Spencer in quella del "sucker" (Bambino), serio e pragmatico ma alla fine trascinato nelle sue avventure dal fratello minore che se lo rigira come vuole.
Il film, in ogni caso, è ben costruito, con una regia solida, una sceneggiatura attenta ai dettagli (si veda per esempio l'introduzione dei vari personaggi, anche di quelli minori come i due complici di Bud Spencer) e un buon ritmo. Ma si sa: in quei tempi il cinema italiano di genere non aveva nulla da invidiare a nessuno!