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31 marzo 2023

Cabiria (Giovanni Pastrone, 1914)

Cabiria
di Giovanni Pastrone – Italia 1914
con Umberto Mozzato, Bartolomeo Pagano
***

Visto su YouTube.

Nel terzo secolo avanti Cristo, la piccola Cabiria (Lidia Quaranta) – figlia di un ricco nobile catanese – è rapita dai pirati fenici e venduta a Cartagine come schiava. Il sacerdote Karthalo progetta di sacrificarla al dio Moloch, ma sarà salvata dal romano Fulvio Axilla (Umberto Mozzato) e dal suo fedele servo Maciste (Bartolomeo Pagano). La sua storia si intreccia con le vicende della guerra fra romani e cartaginesi, e coinvolge molte importanti figure storiche: da Asdrubale ad Annibale, da Archimede a Scipione, da Massinissa (Vitale De Stefano) a Sofonisba (Italia Almirante Manzini). Il più importante film muto italiano è anche il primo vero grande kolossal della storia del cinema, una pellicola influente che ha ispirato cineasti come David Wark Griffith (per il suo "Intolerance") e ha di fatto canonizzato le due ore (abbondanti) di durata come lungometraggio cinematografico. A dire il vero, l'anno precedente c'era stato già il "Quo vadis?" di Enrico Guazzoni, al quale "Cabiria" è debitore in molte cose (compreso il personaggio di Maciste, ispirato all'Ursus del romanzo di Sienkiewicz). Ma Pastrone – e la torinese Itala Film, che produsse la pellicola – alzano notevolmente la posta: il film è sontuoso sotto ogni aspetto, dai curatissimi costumi alle sofisticate scenografie teatrali di Luigi Romano Borgnetto e Camillo Innocenti (da ricordare soprattutto l'esterno e l'interno del tempio di Moloch, con l'enorme faccione e la statua che divora i ragazzi da sacrificare: Fritz Lang se ne ricorderà nel suo "Metropolis"; ma anche i palazzi di Asdrubale e Siface, nonché le scene di battaglia e quelle in esterni, girate per esempio sulle Alpi o nel deserto algerino), dagli effetti visivi e fotografici (opera dello spagnolo Segundo de Chomón, che iniziò proprio allora una collaborazione con le case di produzione italiane) all'uso pionieristico del carrello nelle inquadrature (per la prima volta si fa un utilizzo estensivo di movimenti – pur lenti – di macchina in avanti e in indietro, e non solo lateralmente o verticalmente). Tutto questo compensa una trama piuttosto episodica (siamo ancora in una fase di passaggio dal cinema delle attrazioni – la locandina parla di "visione storica" – a quello più prettamente narrativo) e non troppo originale, per la quale Pastrone si ispirò non solo al citato "Quo vadis?" ma anche e soprattutto ai romanzi "Cartagine in fiamme" di Emilio Salgari e "Salammbô" di Gustave Flaubert.

L'enorme successo (anche internazionale: divenne il primo film proiettato alla Casa Bianca!) fu dovuto inoltre all'intuizione di fondere l'intrattenimento "basso" e popolare – come quello cinematografico era ancora percepito – con velleità artistiche di più alto livello: venne infatti coinvolto il poeta Gabriele d'Annunzio (che nei cartelli e nei materiali promozionali è talvolta indicato come il principale autore della pellicola!), che collaborò alla scrittura degli intertitoli, con uno stile estremamente "aulico", e alla scelta dei nomi dei personaggi (compresi Cabiria e Maciste, due nomi che resteranno nella storia del cinema e della cultura italiana). Proprio il forzuto Maciste diventerà un beniamino del pubblico: interpretato da uno scaricatore del porto di Genova, sarà riproposto per tutti gli anni dieci e venti in una serie di pellicole di grande successo e di ambientazione contemporanea, mentre negli anni sessanta, invece, si riavvicinerà alle sue origini con una serie di peplum a tema mitologico. Costata ben un milione di lire dell'epoca (venti volte il costo di un normale film), la versione originale di "Cabiria" durava oltre tre ore, anche se ne circolavano versioni più corte, e poteva contare (pur trattandosi di un film muto) su una colonna sonora per coro e orchestra, composta per l'occasione e da eseguirsi in maniera "sincronizzata" con la proiezione. Commissionata al compositore Ildebrando Pizzetti, fu in realtà realizzata quasi interamente (a parte la "Sinfonia del fuoco" che doveva accompagnare la scena del sacrificio a Moloch) dal suo allievo Manlio Mazza. Oggi "Cabiria" può apparire un film datato sotto molti aspetti (dopotutto, già l'anno seguente "Nascita di una nazione" di Griffith cambiava radicalmente il linguaggio del cinema attraverso il montaggio), ma se lo si guarda nella giusta prospettiva rappresenta ancora un'esperienza estremamente appagante. Curiosità: il museo del cinema di Torino, all'interno della Mole Antonelliana, ospita tuttora numerosi documenti e oggetti di scena della pellicola, compresa la gigantesca statua del dio Moloch usata nella scena del sacrificio.

11 gennaio 2023

Scipione detto anche l'Africano (L. Magni, 1971)

Scipione detto anche l'Africano
di Luigi Magni – Italia 1971
con Marcello Mastroianni, Vittorio Gassman
**1/2

Visto in TV (Prime Video).

Davanti al senato romano, Catone il Censore (Vittorio Gassman) accusa i fratelli Publio Scipione, detto l'Africano (Marcello Mastroianni), e Lucio Scipione, detto l'Asiatico (Ruggero Mastroianni), comandanti dell'esercito, di essersi "intascati" un ricco tributo di cinquecento talenti destinato dal re della Siria alla repubblica di Roma. Quando l'Africano, celebrato eroe di guerra (ha sconfitto i cartaginesi nella seconda guerra punica) nonché uomo onesto e incorruttibile, e come tale amato e idolatrato dal popolo, scopre che il responsabile è suo fratello, sarebbe anche pronto a denunciarlo. Non si rende conto però che Catone non è alla ricerca della verità, ma vuole solo impedire che un uomo come lui possa diventare troppo popolare, ingombrante e dunque "scomodo". Ispirato alle vicende reali dei "processi degli Scipioni", un peplum decisamente originale per temi, forma e confezione, a metà strada fra la ricostruzione storica e la satira politica (e umanistica) in chiave moderna. Caratterizzato da una teatralità quasi pasoliniana, con dialoghi e battute in romanesco e scenografie pauperistiche (è girato tutto in esterni, fra campagne e antiche rovine: le riprese sono state effettuate in gran parte a Pompei, ma anche a Paestum, nella Villa Adriana a Tivoli e presso la necropoli etrusca di Sovana), il film mette in scena i germi della decadenza di una Roma che dimentica il proprio passato, celebra ipocritamente eroi di cui non ha bisogno, si mostra cinica davanti ai valori morali ("Il più pulito c'ha la rogna"), dove gli schiavi non vogliono essere liberati e, quando ci si trova davanti a un uomo troppo grande, fedele e perfetto (dunque "non umano"), questi viene ripudiato e considerato fastidioso. Scipione stesso, pur di scendere dal piedistallo, sceglierà di autoaccusarsi e di distruggere la propria immagine pubblica, ma così facendo non otterrà che di esporre in piena luce le ipocrisie di tutti gli altri. Molto interessante il cast, con i due fratelli Mastroianni (Ruggero, celebre montatore, recita qui per l'unica volta in carriera) che interpretano a loro volta due fratelli. Silvana Mangano è Emilia, la moglie di Scipione. Turi Ferro è nientemeno che Giove Capitolino, con il quale Scipione ha una serie di conversazioni private. Woody Strode è Massinissa, re di Numidia e antico compagno d'armi del protagonista. Wendy D'Olive è Licia, la servetta "invisibile". Colonna sonora del flautista Severino Gazzelloni.

13 maggio 2022

Quo vadis? (Enrico Guazzoni, 1913)

Quo vadis?
di Enrico Guazzoni – Italia 1913
con Amleto Novelli, Lea Giunchi
**

Visto su YouTube.

Nella Roma imperiale, il patrizio Vinicio (Amleto Novelli) si innamora della giovane cristiana Ligia (Lea Giunchi) e chiede all'amico Petronio (Gustavo Serena) di intercedere presso l'imperatore Nerone (Carlo Cattaneo) affinché gli consenta di sposarla. Ma Nerone, che in preda alla follia ha dato fuoco a Roma, su suggerimento del perfido Chilo (Augusto Mastripietri) accusa i cristiani del rogo e li spedisce nell'arena in pasto ai leoni. Ligia viene salvata da Ursus (Bruto Castellani), il suo fedele servitore, Vinicio si converte al cristianesimo (nel film compaiono anche San Pietro e San Paolo, nonché, nel finale, lo stesso Gesù, che pronuncia la frase del titolo), la popolazione di Roma si ribella e Nerone troverà la morte in esilio. Dall'omonimo romanzo di Henryk Sienkiewicz, un filmone di due ore che – dopo le prove generali degli anni precedenti ("La caduta di Troia", "L'inferno", "L'odissea") – rappresenta il primo, vero, grande kolossal del cinema italiano (in attesa del "Cabiria" dell'anno successivo) o forse del cinema in generale. Riscosse un enorme successo anche all'estero (associando per un lungo periodo, agli occhi del pubblico internazionale, il cinema italiano alle produzioni storico-epiche in costume) ed è tuttora affascinante nella sua arcaicità: nonostante i limiti del linguaggio (a tratti ancora più simile a quello del teatro che non del cinema: non c'è vero montaggio o movimento di camera, e ogni scena è introdotta da un cartello che spiega allo spettatore cosa sta per accadere), limiti che si ripercuotono inevitabilmente sul ritmo narrativo (gli eventi si succedono rapidamente e senza soluzione di continuità, spesso anche con un rapporto di causa ed effetto debole o confuso) e sulla caratterizzazione dei numerosissimi personaggi (molti dei quali introdotti all'improvviso, senza presentazione e con motivazioni poco chiare), l'ambizione produttiva è evidente: le scenografie sono ricche, realistiche e tridimensionali (non più fondali dipinti), il numero di comparse è elevato (si dice cinquemila!), i costumi e l'iconografia in generale è assai curata, e alcune scene sono decisamente spettacolari (in particolare quelle di Roma che brucia e quelle ambientate nell'arena, con la corsa delle bighe, gli scontri fra i gladiatori e le belve feroci). D'altronde il film richiese due mesi di riprese, ebbe un alto costo per l'epoca, e la sua lunga durata contribuì a codificare il formato del lungometraggio che nel corso degli anni seguenti diventerà lo standard nell'industria del cinema, soppiantando le pellicole in uno o due rulli. Ursus, per molti versi, è un antesignano di Maciste. Il romanzo di Sienkiewicz era già stato portato sullo schermo nel 1901 (da Lucien Nonguet e Ferdinand Zecca, in una versione di soli 3 minuti, forse andata perduta), e lo sarà di nuovo nel 1924 (da Gabriellino D'Annunzio – figlio di Gabriele – e Georg Jacoby, con Emil Jannings nel ruolo di Nerone e Castellani che riprende quello di Ursus), nel 1951 (da Mervyn LeRoy, con Peter Ustinov e Deborah Kerr, la versione hollywoodiana più famosa) e nel 2001 (da Jerzy Kawalerowicz, una produzione polacca più fedele al libro originale).

9 aprile 2022

Gods of Egypt (Alex Proyas, 2016)

Gods of Egypt (id.)
di Alex Proyas – USA/Australia 2016
con Nikolaj Coster-Waldau, Brenton Thwaites
**1/2

Visto in TV (Netflix).

In un antico Egitto immaginario e mitologico, uomini e dèi (che sono alti il doppio dei mortali, hanno oro anziché sangue nelle vene, e possono trasformarsi in creature metalliche e ibride uomo-animale) convivono pacificamente e in prosperità, grazie all'illuminata saggezza del re Osiride. Quando il suo malvagio fratello Seth (Gerard Butler) ne usurpa il trono, accecando ed esiliando il legittimo erede Horus (Nikolaj Coster-Waldau), signore dell'aria, il paese piomba in rovina. Ad aiutare Horus a reclamare il trono sarà un mortale, l'orgoglioso e coraggioso ladruncolo Beck (Brenton Thwaites), in cerca di un modo per riportare in vita la ragazza che ama, Zaya. La mitologia egiziana è solo un pretesto per mettere in scena un'avventura fantasy e d'azione, ambientata in un mondo fantastico e soprannaturale, dove l'influenza delle divinità sulla vita degli uomini è quanto mai concreta (il "cattivo" Seth impone ai mortali di dover pagare in denaro o altre ricchezze il passaggio nell'aldilà). Flop al botteghino e stroncato dalla critica, il film in realtà è molto divertente se si sta al gioco: non ci si aspetti una particolare profondità, ma un puro e adrenalinico intrattenimento, senza sovrastrutture o significati retorici al di là dei luoghi comuni del genere (l'amicizia, la vendetta, l'amore). Visivamente straripante, con un'estetica visionaria che fa quasi pensare più a "Scontro tra Titani" o al Tarsem Singh di "Immortals" che non alle cupezze neo-noir di Proyas (ma senza l'inconsistenza "fuffosa" del regista indiano), il lungometraggio reinterpreta a proprio modo temi e spunti derivanti dalla mitologia (Ra, il dio del Sole, che ogni notte si batte contro il demone del caos e dell'oscurità Anofi; la Sfinge, con i suoi misteriosi enigmi; Anubi e il mondo dei morti) ma si concede anche lunghe ed elaborate sequenze d'azione, affogate in un mare di scenari in computer grafica. Eppure, a differenza di altre pellicole del genere, non ci si annoia, almeno non sempre. L'intento di Proyas era quello di realizzare una pellicola ad alto budget che non si fondasse su franchise pre-esistenti, ma il riscontro del pubblico non c'è stato. Geoffrey Rush è Ra, Élodie Yung è la dea dell'amore Hathor, Chadwick Boseman il dio della saggezza Thoth, Courtney Eaton la schiavetta Zaya (difficile non tenere gli occhi puntati sulla sua... scollatura).

3 gennaio 2022

Lo schiavo di Cartagine (Luigi Maggi, 1910)

Lo schiavo di Cartagine
di Luigi Maggi [e Arturo Ambrosio, Roberto Omegna] – Italia 1910
con Alberto Capozzi, Mary Cleo Tarlarini
*1/2

Visto su YouTube.

Cartagine è sotto assedio, e i sacerdoti chiedono al generale Asdrubale il sacrificio di una vergine per placare la collera degli dèi. La scelta ricade su una giovane schiava, punita dal proprio padrone per aver rifiutato il suo amore. Ma sarà salvata dal suo promesso sposo, un pastore, che la sottrae appena in tempo al suo crudele destino: insieme i due riusciranno a fuggire dalla città. Sulla falsariga de "Gli ultimi giorni di Pompei", il film che due anni prima aveva fatto la fortuna della casa di produzione torinese Ambrosio Film, un'altra pellicola romantica a sfondo epico, sia pure molto meno interessante della precedente. Set e costumi sono di impostazione teatrale, e mancano elementi cinematografici degni di nota, compresi effetti speciali di alcun genere. Da segnalare giusto alcune inquadrature che giocano con la profondità, la luce e la penombra, mostrando l'esterno da un interno buio (la stanza in cui è rinchiusa la schiava, l'ingresso dei sacerdoti nella reggia, le belve feroci liberate durante la fuga), nonché la scena finale dei due amanti sulla barca che, se non proprio un primo piano, è quantomeno un piano medio che consente di apprezzare nel dettaglio l'espressione dei volti. La sceneggiatura è di Arrigo Frusta, la (bella) fotografia di Giovanni Vitrotti. La scena del sacrificio davanti alla statua di Baal-Moloch, pur modesta, sembra quasi anticipare "Cabiria". Un titolo più appropriato sarebbe stato "La schiava di Cartagine".

7 dicembre 2021

L'Odissea (De Liguoro, Bertolini, Padovan, 1911)

L'Odissea
di Giuseppe De Liguoro, Francesco Bertolini, Adolfo Padovan – Italia 1911
con Giuseppe De Liguoro, Eugenia Tettoni
**

Visto su YouTube.

Lo stesso anno in cui aveva realizzato "L'inferno" (il film tratto dalla "Divina commedia" di Dante che è considerato il primo lungometraggio di produzione italiana), il trio Bertolini-Liguoro-Padovan firma anche questo adattamento dell'Odissea di Omero, che venne proiettato per la prima volta all'Esposizione internazionale di Torino in occasione del cinquantesimo anniversario dell'Unità d'Italia. La copia attualmente sopravvissuta manca di alcune scene, ma per il resto si può considerare completa, ed è divisa in tre sezioni. La prima, la più breve, è il prologo, che mostra la partenza di Ulisse (interpretato dal regista De Liguoro) per la guerra di Troia e i Proci che prendono possesso del palazzo in sua assenza. La seconda è dedicata alle varie avventure di Ulisse durante il viaggio di ritorno: in particolare l'incontro con Polifemo, le Sirene, i mostri Scilla e Cariddi, l'episodio dei buoi sacri a Giove, il soggiorno sull'isola di Calipso e quello con Nausicaa alla corte dei Feaci. Infine, l'ultima parte racconta il ritorno a Itaca, dove Ulisse viene trasformato in mendicante da Minerva per non farsi riconoscere, e la strage dei Proci. Se la recitazione enfatica e il linguaggio cinematografico appaiono ancora arretrati (la narrazione è estremamente lineare, così come il montaggio, con ogni sequenza introdotta da una semplice didascalia), è però da sottolineare la grande cura nella messa in scena: i costumi, i set elaborati e le scenografie sontuose (vedi la reggia di Alcinoo) mostrano una certa ambizione e preparano il campo per i "kolossal" italiani che seguiranno negli anni immediatamente successivi ("Quo vadis" e soprattutto "Cabiria"). Buoni anche gli occasionali effetti speciali (in particolare il gigantesco Polifemo). Nel complesso è un adattamento competente e fedele (e didascalico), che non tradisce il materiale di partenza.

2 settembre 2021

Giulio Cesare (Giovanni Pastrone, 1909)

Giulio Cesare
di Giovanni Pastrone – Italia 1909
con Giovanni Pastrone, Luigi Mele
*1/2

Visto su YouTube.

Ispirato alla tragedia di Shakespeare (anche se ovviamente, trattandosi di un muto, sono assenti parole, dialoghi e monologhi), il film racconta gli eventi storici che vanno dal ritorno di Giulio Cesare (Pastrone) a Roma dopo la campagna di Gallia alla sua uccisione in senato a opera dei congiurati guidati da Bruto (Mele), fino alla morte di quest'ultimo durante la battaglia di Filippi. È uno dei primi lavori importanti di Giovanni Pastrone, pioniere del nascente cinema italiano che aveva appena rilevato una piccola società di produzione (la Carlo Rossi & C. di Torino), di cui era contabile, dando vita alla Itala Film e portandola poi al successo internazionale con una serie di pellicole di genere storico-epico, sull'onda de "Gli ultimi giorni di Pompei" di Luigi Maggi dell'anno precedente. Il culmine, naturalmente, si avrà con il grande kolossal "Cabiria" del 1914. Qui le ambizioni sono ancora limitate, la durata del film è di poco più di una decina di minuti, costumi e scenografie sono al risparmio (se si eccettuano un paio di scene, come quella del trionfo di Cesare o quella conclusiva della battaglia di Filippi, che coinvolgono invece numerose comparse e persino dei cavalli), ma soprattutto la recitazione, la messa in scena e la regia sono ancora a livelli primitivi: più teatro filmato, insomma, che cinema. Assente anche ogni forma di montaggio narrativo, mentre gli "effetti speciali" si limitano a due sovrimpressioni (il sogno di Calpurnia, in cui la moglie di Cesare ha la premonizione dell'attentato, e l'apparizione finale del fantasma del dittatore ucciso a Bruto). Per fortuna i progressi non solo non mancheranno ma avverranno a velocità sorprendenti, facendo evolvere notevolmente il linguaggio della settima arte nel giro di pochissimi anni.

13 agosto 2021

Gli ultimi giorni di Pompei (Luigi Maggi, 1908)

Gli ultimi giorni di Pompei
di Luigi Maggi [e Arturo Ambrosio] – Italia 1908
con Lydia De Roberti, Luigi Maggi, Umberto Mozzato
**

Visto su YouTube.

Geloso dell'amore fra il patrizio Glauco e la greca Jone, il perfido sacerdote Arbace accusa il rivale di omicidio e lo fa condannare a morte. Il giovane sarà però salvato dall'eruzione del Vesuvio, che distrugge la città di Pompei, e dalla gratitudine della schiava cieca Nidia, che aveva accolto nella propria casa. Tratto dall'omonimo romanzo storico dell'inglese Edward Bulwer-Lytton (che verrà poi adattato per il cinema numerose altre volte), uno dei primissimi film di produzione italiana, realizzato dalla torinese Ambrosio Film e distribuito con successo in tutto il mondo. In effetti, anche se pellicole a soggetto non erano mancate in precedenza (a partire dalla "Presa di Roma" del 1905), si può dire che il grande cinema italiano cominci qui: negli anni a venire seguiranno altri titoli iscrivibili nel filone storico-epico fino a culminare con i grandi kolossal "Quo vadis" (1913) e "Cabiria" (1914). Nonostante gli evidenti limiti dovuti al linguaggio cinematografico dell'epoca, ancora acerbo (la recitazione enfatica, l'assenza di movimenti di macchina, le quinte teatrali – sia pur realistiche ed elaborate – e il ricorso ai cartelli che spiegano cosa accade in ogni scena), il film appare decisamente ambizioso, con una durata di 16-20 minuti e una buona dose di "effetti speciali" nella sequenza della distruzione della città. Da notare poi la bellezza dell'ultima inquadratura, quella in cui Nidia, dopo aver portato in salvo Glauco e Jone, si annega entrando volontariamente in acqua: una scena incredibilmente anticipatrice di quella, analoga, ne "L'intendente Sansho" di Mizoguchi! Il regista Maggi recita anche nel ruolo del "cattivo" Arbace, mentre fra i collaboratori spicca Roberto Omegna come operatore di camera (oggi diremmo direttore della fotografia) e, pare, sceneggiatore. A lungo creduto perduto, il film è stato ritrovato ed è disponibile su YouTube in una copia con cartelli in olandese. Negli anni seguenti, come detto, il romanzo di Bulwer-Lytton verrà riportato sullo schermo numerose altre volte, già a partire dal 1913 (in due versioni, una delle quali è un remake della stessa Ambrosio Film diretto da Eleuterio Rodolfi): da segnalare in particolare il lungometraggio del 1959 co-diretto da Sergio Leone.

15 gennaio 2021

Il gladiatore (Ridley Scott, 2000)

Il gladiatore (Gladiator)
di Ridley Scott – USA/GB 2000
con Russell Crowe, Joaquin Phoenix
***1/2

Rivisto in TV.

Nell'anno 180 dopo Cristo, la morte dell'imperatore Marco Aurelio (Richard Harris) e l'ascesa al trono di suo figlio Commodo (Joaquin Phoenix) segnano anche la caduta in disgrazia di Massimo Decimo Meridio (Russell Crowe), valoroso generale ispanico dell'esercito romano, rimasto fedele agli ideali del vecchio sovrano. Scampato a un tentativo di assassinio, Massimo viene catturato e si ritrova dapprima schiavo e poi addestrato all'arte del combattimento nell'arena. E proprio come gladiatore torna a Roma per battersi nel Colosseo, intenzionato a vendicare la propria famiglia trucidata dai pretoriani del nuovo imperatore. Da uno script di David Franzoni (ispirato a un romanzo di Daniel P. Mannix del 1958), un lungometraggio epico e avventuroso entrato nella memoria collettiva, nonché uno dei maggiori successi al botteghino di Ridley Scott. Con un plot retorico e di grana grossa, colmo di inesattezze storiche ma anche di situazioni e frasi memorabili ("Al mio segnale scatenate l'inferno"), il film ha reso Crowe una star (dopo "L.A. Confidential") e ha riportato in auge il peplum – genere cinematografico che da decenni era scomparso dai radar delle grandi produzioni hollywoodiane – di cui rappresenta forse il punto più alto e al tempo stesso popolare (insieme al "Ben Hur" di William Wyler e allo "Spartacus" di Stanley Kubrick: ma erano appunto altri tempi). Viscerale e spettacolare nella messa in scena, fra la battaglia nei boschi che apre la pellicola (a Vindobona, contro le tribù germaniche), degna di Kurosawa e che ha ispirato Peter Jackson, i violenti scontri fra i gladiatori e una Roma antica ricostruita in computer grafica, il film non perde mai di vista i suoi personaggi, con la vicenda personale di Massimo che si intreccia con gli intrighi politici e dietro le quinte (lo scontro fra l'imperatore e il senato): co-protagonista al pari di Massimo è infatti il "cattivo" Commodo, figura complessa e ambivalente che ne è il perfetto contraltare. Tanto il primo è un eroe di guerra onorato e ammirato da tutti (sia da generale che da gladiatore, quando diventa un vero e proprio idolo delle folle), ma che sogna soltanto di tornare alla propria vita tranquilla da contadino (come Cincinnato), tanto il secondo è codardo, ambizioso, folle e spregiudicato, con un forte complesso di inferiorità e di inadeguatezza.

Pur nella sua folle megalomania – che si esplica negli istinti incestuosi verso la sorella Augusta Lucilla (Connie Nielsen) – e nella sua codarda cattiveria – vedi gli "abbracci" traditori al padre e a Massimo – Phoenix rende Commodo un personaggio in fondo umano e comprensibile, che aspira soltanto ad essere amato e a ricevere quel rispetto che nessuno sembra volergli riconoscere: così si spiega il suo desiderio di offrire al pubblico fastosi giochi al Colosseo, all'insegna del motto "panem et circensem", e così si giustifica l'inverosimile scena finale in cui scende personalmente nell'arena per battersi con il rivale. Pare che in effetti il vero Commodo si dilettasse nella lotta: tuttavia le inaccuratezze storiche, come dicevamo, sono numerose, anche se alcune si sono rese necessarie per esigenze di trama. Molti comunque i riferimenti a figure e personaggi reali: pur immaginario, per esempio, Massimo è un misto fra Marco Nonio Macrino (generale di Marco Aurelio), Cincinnato appunto (che dopo le sue vittorie tornò a vivere nella propria fattoria), Spartaco (che guidò la rivolta dei gladiatori) e Narcisso (che uccise Commodo). Buona anche la resa della grandezza dell'impero romano, di cui – oltre la capitale – si mostrano province agli angoli più remoti, dai confini germanici alle regioni nordafricane, e quasi da brividi gli accenni "ultraterreni" al passaggio di Massimo nei Campi Elisi, nel finale, evocato peraltro dalla prima scena del film (la mano che sfiora le spighe di grano). Nel cast anche Oliver Reed (Proximo, l'ex gladiatore che addestra Massimo), Derek Jacobi (il senatore Gracco), Djimon Hounsou (lo schiavo Juba), Ralf Moeller, David Hemmings e Tommy Flanagan. Fondamentale la musica di Hans Zimmer, che pure ricicla suggestioni precedenti, nobili o meno (da Richard Wagner a Gustav Holst, fino al Vangelis del "1492" dello stesso Scott), anticipando in certi temi sé stesso ("Pirati dei Caraibi"). Il brano più celebre, l'elegiaco "Now we are free", è stato scritto insieme alla cantante Lisa Gerrard dei Dead Can Dance, che lo interpreta vocalmente (in Italia, purtroppo, è ormai associato indelebilmente alla pubblicità del Mulino Bianco). Dodici nomination ai premi Oscar e cinque statuette vinte: quelle per il miglior film, l'attore protagonista, i costumi, il sonoro e gli effetti speciali (ma avrebbe meritato almeno anche quelle per la regia e la colonna sonora).

25 febbraio 2019

Sodoma e Gomorra (R. Aldrich, 1962)

Sodoma e Gomorra (id.)
di Robert Aldrich [e Sergio Leone] – Italia/Fra/USA 1962
con Stewart Granger, Stanley Baker
*1/2

Visto in TV.

Guidati da Lot (Stewart Granger), gli ebrei si stabiliscono nella valle del Giordano con il benestare della regina (Anouk Aimée) delle corrotte città di Sodoma e Gomorra, dove si pratica lo schiavismo e dove "niente è peccato, e tutto ciò che dà piacere è lecito". Attaccati dalle bellicose tribù nomadi del deserto – sobillate da Astaroth (Stanley Baker), il perfido fratello della regina – gli ebrei sono costretti a rifugiarsi fra le mura, dove entrano in contatto con i vizi e le crudeltà dei sodomiti, lasciandosene tentare. A quel punto Dio interverrà per distruggere le città, dopo aver intimato a Lot e alla sua gente di allontanarsi senza guardare indietro... Il racconto biblico trasformato in un peplum d'avventura, con una miriade di personaggi, intrighi, tradimenti, battaglie. Ma tutto è incredibilmente noioso e poco ispirato, diretto con stile antiquato da un Aldrich coinvolto a soli fini "alimentari", mentre Sergio Leone si fece le ossa occupandosi della seconda unità e delle scene di battaglia. È costato uno sproposito (6 miliardi di lire all'epoca) ma non si direbbe, vista la scarsa qualità di costumi, scenografie ed "effetti speciali" nel ridicolo finale della distruzione delle città (si faceva di meglio all'epoca del muto). Il tema religioso è praticamente assente, tranne che negli ultimi dieci minuti. Anna Maria Pierangeli è Ildith, la schiava sodomita che diventa moglie di Lot (ed è poi tramutata in una statua di sale). Rossana Podestà e Claudia Mori sono le figlie di Lot. Nel cast anche Rik Battaglia, Giacomo Rossi Stuart e Scilla Gabel.

8 giugno 2018

La caduta di Troia (Pastrone, Borgnetto, 1911)

La caduta di Troia
di Giovanni Pastrone [e Luigi Romano Borgnetto] – Italia 1911
con Giovanni Casaleggio, Jules Vina
**

Visto su YouTube.

Nata appena nel 1905 e inizialmente ispirata a quella francese, l'industria cinematografica italiana fece rapidamente passi da gigante e ben presto (a cominciare da "Gli ultimi giorni di Pompei" nel 1908) si affermò sulla scena internazionale per i suoi film di ambientazione storica ed epica. Questo ambizioso "La caduta di Troia" (in tre rulli, per un totale di circa 30 minuti, quasi tre volte rispetto alla durata media per l'epoca), prodotto dalla Itala Film di Torino, riscosse un enorme successo oltre i confini nazionali: fu accolto con entusiasmo particolare negli Stati Uniti, e consacrò la fama di Giovanni Pastrone, ex contabile che divenne uno dei più importanti registi di quel periodo (sua sarà la regia di "Cabiria" nel 1914, il più grande kolossal italiano dell'epoca del muto). Qui è affiancato alla regia da Luigi Borgnetto, pittore e scenografo. Introdotto da una breve scena in cui si vede Omero stesso, con la lira in mano, in procinto di narrare la vicenda, ci mostra il rapimento di Elena da parte di Paride (con l'aiuto di Venere, che fa fuggire i due amanti con il suo cocchio volante), la disperazione di Menelao, l'assedio dell'esercito greco alle mura di Troia, e soprattutto lo stratagemma del cavallo di legno e la distruzione della città. Se il linguaggio cinematografico è ancora primitivo (le inquadrature sono tutte a campo medio e con camera fissa), la recitazione è rudimentale e i personaggi non hanno caratterizzazione, a colpire sono invece le scenografie sontuose (il giardino di Elena a Sparta, il palazzo di Menelao, le mura di Troia, la flotta greca con le navi ormeggiate) e l'enorme numero di comparse in costume nelle scene di massa e di battaglia (si dice che furono coinvolti 800 attori). Dal punto di vista della produzione e della scenografia, dunque, il film mostra tutte le sue ambizioni. E nonostante qualche passaggio ridicolo (i troiani demoliscono le loro stesse mura per far entrare il cavallo, troppo grande per passare dalla porta: più tardi i guerrieri greci entrano dalla porta demolita, non ci sarebbe nemmeno stato bisogno di nascondersi nel cavallo!), la storia si fa seguire con interesse e le scene d'azione nel finale, con le colonne di Troia che crollano mentre la città brucia, convincono appieno.

6 giugno 2018

Ben Hur (Sidney Olcott, et al., 1907)

Ben Hur (id.)
di Sidney Olcott, Frank Oakes Rose – USA 1907
con Herman Rottger, William S. Hart
*1/2

Visto su YouTube.

Gli abitanti di Gerusalemme si ribellano al dominio di Roma. Per aver ferito accidentalmente un console, il giovane Ben Hur viene arrestato e condannato a lavorare come schiavo ai remi di una galera romana. Ma saprà riconquistare la libertà e sfidare il rivale di sempre, Messala, nella corsa delle bighe... Questo primo adattamento cinematografico del romanzo best-seller di Lew Wallace (seguiranno, fra gli altri, quelli di Fred Niblo del 1925, di William Wyler del 1959 – senza dubbio il più famoso – e di Timur Bekmambetov del 2016) non è particolarmente innovativo dal punto di vista della tecnica o del linguaggio (anche con le didascalie, la storia è quasi incomprensibile se non si conoscono già le vicende; inoltre, la qualità dell'immagine della copia esistente lascia parecchio a desiderare), ed è passato alla storia essenzialmente per motivi extra-filmici. La pellicola, sceneggiata dell'attrice Gene Gauntier, venne infatti girata senza chiedere il permesso agli eredi di Wallace (che era morto due anni prima, nel 1905). All'epoca si trattava di una pratica comune, ma questa volta i detentori dei diritti fecero causa alla casa produttrice per infrazione del copyright. Il processo durò a lungo, ma nel 1911 la Corte Suprema degli Stati Uniti diede torto ai cineasti e segnò così un importante precedente: tutte le case di produzione avrebbero dovuto assicurarsi i diritti di un'opera prima di commissionare una sceneggiatura o di realizzarne una trasposizione cinematografica. Tornando al film in questione, la pellicola dura 15 minuti e vanta nel cast, nel ruolo di Messala, l'attore di film western William S. Hart (che aveva recitato la parte anche a Broadway nel 1899-1900). Vista la breve durata, molti eventi del romanzo sono stati necessariamente tagliati (manca persino l'incontro con Gesù Cristo). La scena clou, naturalmente, è la celebre corsa dei carri, che fu girata su una spiaggia nel New Jersey (con fondali ovviamente dipinti), coinvolgendo i locali vigili del fuoco e i loro cavalli. Olcott, canadese di origine irlandese, divenne uno dei più prolifici registi del cinema muto, realizzando numerosi film fino agli anni venti. La regia, oltre che a lui, è accreditata anche a Frank Oakes Rose (ma vi avrebbe partecipato anche Harry Temple Morey).

17 febbraio 2016

Salomè (Ugo Falena, 1910)

Salomè
di Ugo Falena – Italia 1910
con Vittoria Lepanto, Ciro Galvani
**

Visto su YouTube.

Ispirato alla vicenda di Salomè come raccontata da Oscar Wilde (o almeno così affermarono i produttori) – dalla sua infatuazione per Giovanni Battista (imprigionato, nella prima scena, in un pozzo sotterraneo dai soldati romani) che la respinge, alla "danza dei sette veli" di fronte al re Erode, in cambio della quale chiede al sovrano di consegnarle la testa di Giovanni su un piatto d'argento – il film (un rullo di durata, per un totale di circa otto minuti) si colloca nel bel mezzo del primissimo periodo del cinema italiano (1905-1915), dominato da soggetti di natura storica, biblica ed epica e che culminerà in "Cabiria". La caratteristica più interessante è la colorizzazione (con il procedimento della Pathé Film), che dona spessore e consistenza alle immagini, anche grazie ai set moderatamente sontuosi ed esotici. Non ci sono dialoghi né cartelli, eppure le caratteristiche dei vari personaggi (lo zelo religioso di Giovanni, l'esuberanza di Salomè, la crudeltà di Erode) e le dinamiche fra di loro sono ben rese, così come lo scenario, pur nella povertà di linguaggio cinematografico (la messinscena consiste in inquadrature statiche, i margini del proscenio sono intuibili). Falena, impresario teatrale, drammaturgo e occasionale librettista d'opera, diresse numerosi film storici nel periodo del muto fra il 1909 e il 1924.

22 febbraio 2015

Immortals (Tarsem Singh, 2011)

Immortals (id.)
di Tarsem Singh – USA 2011
con Henry Cavill, Freida Pinto
*1/2

Visto in TV.

Il blasfemo re Iperione, adirato contro gli Dei dell'Olimpo, è alla ricerca del leggendario Arco di Epiro, tramite il quale è possibile risvegliare i Titani che giacciono imprigionati sotto il monte Tartaro: e per trovarlo, non esita ad attaccare ogni luogo sacro della Grecia. Ad opporsi a lui è l'eroico Teseo (Henry Cavill), il cui villaggio è stato messo a ferro e fuoco dall'esercito nemico. Sarà aiutato da Phaedra (Freida Pinto), oracolo del santuario sibillino, e dall'occasionale intervento degli stessi Dei, nonostante l'ordine di Zeus di non interessarsi delle vicende dei mortali. Sulla falsariga di "300" (di cui riprende a tratti l'estetica), un guazzabuglio confuso e stilizzato che rilegge il mito greco di Teseo, stravolgendone gli elementi (il Minotauro è soltanto un uomo con la maschera da toro) e spogliandoli di significato, a puri scopi spettacolari. Fenomenale dal lato visivo e fotografico (è la specialità, dopo tutto, del regista Tarsem, che ha dichiarato di essersi ispirato soprattutto ai dipinti di Caravaggio; ma a tratti si colgono persino riferimenti a Paradzanov, come nelle scene dell'oracolo) e affogato in un'abbondanza di scenari e di immagini in CGI, il film soffre invece da quello dei contenuti: e non bastano i toni cupi e violenti ad ammantare la vicenda di spessore. Le divinità dell'Olimpo, giovani e aitanti, sembrano uscire dalla pubblicità di un profumo di Giorgio Armani o Versace, e lo stesso Teseo sfoggia muscoli da culturista (o da... statua greca!). Insomma, sembrano tutti più modelli che attori. Per fortuna nel cast ci sono anche Mickey Rourke (il cattivo re Iperione, manco a dirlo il personaggio più interessante), Luke Evans (Zeus), John Hurt (ancora Zeus, con le sembianze di un vecchio) e Stephen Dorff (il ladro che si allea con Teseo).

2 febbraio 2015

Nerone, o la caduta di Roma (Luigi Maggi, 1909)

Nerone, o la caduta di Roma
di Luigi Maggi [e Arturo Ambrosio] – Italia 1909
con Alberto Capozzi, Lydia De Roberti
*1/2

Visto su YouTube.

Infatuato di Poppea, l'imperatore Nerone ripudia la moglie Ottavia e, su istigazione dell'amante, la condanna a morte. Quando la popolazione di Roma si rivolta contro di lui, per ritorsione farà bruciare la città, prima di impazzire e di morire durante la fuga. Nel filone delle pellicole epico-storiche inaugurato l'anno prima dal grande successo (anche internazionale) de "Gli ultimi giorni di Pompei", girato (come questo) da Luigi Maggi – anche interprete nel ruolo dell'attendente dell'imperatore – per la torinese Ambrosio Film, questo "Nerone" ha ormai un interesse puramente storico. In effetti, si fa fatica anche a considerarlo cinema: mancano tutti i rudimenti del linguaggio cinematografico (la sceneggiatura, il montaggio, persino la fotografia o le luci) e si punta solo su costumi, scenografie (nemmeno eccezionali) e coreografie. Inframmezzate da cartelli che annunciano la scena successiva, le varie sequenze mostrano attori in toga che si sbracciano e fingono di parlare fra loro davanti a fondali dipinti come a teatro. L'unica scena degna di nota, con tanto di effetto ottico, è quella nel finale che mostra Nerone in preda al panico e alle allucinazioni. Livello bassino, dunque: ma qui si pongono le basi per la crescita del cinema italiano che nel giro di pochi anni, con i lavori di Enrico Guazzoni e Giovanni Pastrone, si affrancherà dal modello francese e dominerà la prima metà degli anni dieci (raggiungendo il vertice con lo spettacolare "Cabiria" nel 1914). Poi arriverà Griffith e sarà un'altra storia.

17 gennaio 2015

Exodus – Dei e re (Ridley Scott, 2014)

Exodus - Dei e re (Exodus: Gods and Kings)
di Ridley Scott – USA 2014
con Christian Bale, Joel Edgerton
**1/2

Visto al cinema Uci Bicocca.

Il filone del kolossal biblico, che sembrava tramontato dopo il periodo d'oro degli anni cinquanta, pare essere tornato in auge a Hollywood. A differenza del "Noah" di Darren Aronofsky, uscito pochi mesi prima, questo "Exodus" di Ridley Scott (che torna a calcare la strada del peplum-storico dopo i fasti de "Il gladiatore") sceglie però un approccio meno fantasy e assai più realistico, lasciando in secondo piano (per quanto è possibile) l'elemento soprannaturale e concentrandosi sulla coerenza interna e la verosimiglianza storica (libertà artistiche a parte, ovviamente). Certo, il soggetto resta quello dell'Esodo, il libro della Bibbia che racconta della fuga degli schiavi ebrei dall'Egitto, guidati da Mosé: ma la sceneggiatura rinuncia a una lettura pedissequa del testo sacro, e più che sul popolo ebraico si concentra (in un certo senso anche tradendo il titolo) sulla figura di Mosé stesso, ritratto come un uomo pieno di contraddizioni (è al tempo stesso un energico eroe d'azione e un pacifista; un miscredente e un devoto; un padre di famiglia e un avventuriero). Figlio adottivo del faraone Seti, si vede mandato in esilio quando sul trono sale Ramses, che nel frattempo è venuto a conoscenza della sua origine ebrea. L'incontro con Dio sul monte Sinai lo spingerà a mettersi alla testa del suo popolo, a liberarlo dalle catene e a condurlo fino alla terra di Canaan. Se non manca quasi nulla del racconto biblico tradizionale (le dieci piaghe d'Egitto, le acque del Mar Rosso che si aprono, per finire con la dettatura dei dieci comandamenti), per ogni intervento soprannaturale è però suggerita una spiegazione – per quanto eccezionale o improbabile – anche perfettamente naturale: i dialoghi di Mosè con Dio (che gli appare sotto forma di un bambino) come il frutto di una botta in testa (!); le piaghe come rari eventi catastrofici ambientali; l'apertura del Mar Rosso come conseguenza delle forze della natura; e così via. La teologia è del tutto assente, e lo spazio alla dimensione simbolico-religiosa è molto sacrificato: ma forse è meglio questo approccio (che peraltro consente di superare alcune ingenuità dei vecchi film di Cecil B. De Mille) che non il kitsch del suddetto "Noah". In ogni caso lo spettacolo è garantito, e Scott e lo sceneggiatore Steven Zaillian riescono a tenere desta l'attenzione dello spettatore con sequenze (su tutte quelle delle piaghe d'Egitto) non prive di tensione ed emozione. Pensavo decisamente peggio. Anche il rischio di una lettura all'insegna dell'integralismo religioso è prudentemente evitato (Mosé si trova talvolta in disaccordo con Dio, mentre il bene e il male non vengono divisi nettamente in due parti): il che non ha impedito – anzi, forse ne è stato la causa – che il film venisse messo al bando in diversi paesi del Medio Oriente e del Nord Africa. Bale svetta nel cast, Edgerton è un Ramses con luci e ombre, mentre in ruoli minori si riconoscono John Turturro, Sigourney Weaver, Ben Kingsley, Aaron Paul e Golshifteh Farahani. Il film è dedicato da Ridley "a mio fratello, Tony Scott", suicidatosi nel 2012: e forse non a caso mi è parso il più "sentito" (o, se vogliamo, il meno svogliato) fra gli ultimi lavori del regista.

16 giugno 2014

Thermae Romae II (Hideki Takeuchi, 2014)

Thermae Romae II
di Hideki Takeuchi – Giappone 2014
con Hiroshi Abe, Aya Ueto
**1/2

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

Tornano l'architetto romano Lucius e i suoi bizzarri viaggi nel tempo fino al Giappone moderno, per "carpire" i segreti delle terme nipponiche e riproporli nell'Antica Roma. Se possibile, questo secondo lungometraggio tratto dal manga di Mari Yamazaki (che stavolta si identifica in tutto e per tutto nella coprotagonista femminile, Mami) è ancora più kitsch e divertente del primo capitolo, del quale ripropone temi, soggetto, stile e ambientazione. Dopo aver realizzato terme per i gladiatori del Colosseo (ispirandosi a quelle per i lottatori di sumo) e per i bambini (copiando i moderni "acquapark"), per difendere il sogno di pace dell'imperatore Adriano dagli intrighi del Senato Lucius dovrà creare un'utopica città termale senza precedenti, con tanto di "bagni misti". Gag a profusione, anacronismi (voluti), strizzatine d'occhio, il tutto condito con molta ironia, l'umorismo demenziale tipico dei manga e le arie d'opera di Puccini, Leoncavallo e Verdi (a proposito: l'improbabile cantante pavarottiano è qui protagonista a sua volta di una serie di sketch con tutta la sua famiglia!), più – tanto per far numero – brani di Smetana e di Dvořák. E nel finale si sfiora il metacinema (o il metafumetto?). Ancora ottimi, visto che si tratta di un film giapponese (che si solito non brillano per budget) scenografie, effetti e ricostruzione storica: ma quando i personaggi parlano in latino, è meglio tapparsi le orecchie o, magari, riderci sopra!

17 giugno 2012

Thermae Romae (Hideki Takeuchi, 2012)

Thermae Romae (id.)
di Hideki Takeuchi – Giappone 2012
con Hiroshi Abe, Aya Ueto
**1/2

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

Che cosa hanno in comune gli antichi romani e i moderni giapponesi? La cultura delle terme! Il protagonista di questa bizzarra pellicola, tratta da un manga di Mari Yamazaki, è Lucius Modestus, architetto al servizio dell'imperatore Adriano (siamo nel secondo secolo dopo Cristo). Questi, convinto che per il bene dell'impero sia essenziale aiutare i cittadini a ritemprare il corpo e lo spirito, lo incarica di costruire per lui delle terme mai viste prima. Attraverso un misterioso varco che collega le thermae romane con gli onsen giapponesi, Lucius compie incredibili viaggi nel ventunesimo secolo, da cui prende ispirazioni e idee per ricreare a Roma delle terme simili a quelle nipponiche. E conquisterà l'amore della giovane Mami, aspirante disegnatrice di manga che lo eleggerà come "eroe" carismatico, protagonista ideale della sua opera d'esordio. Superato lo shock di vedere un attore con gli occhi a mandorla recitare nella parte di un antico romano che parla in latino e veste la toga, e l'assurdità di una trama incentrata su viaggi nel tempo attraverso vasche da bagno e stazioni termali (uno spunto, fra l'altro, che ricorda un paio di episodi di "Lamù"), rimane un film divertente e autoironico, per quanto sia essenzialmente una stupidaggine. In ogni caso la ricostruzione storica e l'attenzione ai dettagli sono più curate che in blockbuster hollywoodiani come "Il gladiatore". Non mancano curiosi spunti di approfondimento sociale: Lucius che afferma "nessuno ama le terme come noi romani" ma che poi si cruccia per aver copiato, senza alcun slancio creativo, le idee della "tribù dei volti piatti" (il che è ironico, visto che spesso sono i giapponesi a essere stati accusati di copiare le idee altrui); Adriano che intende "dominare gli altri popoli con la cultura, e non con la forza"; i romani che ammirano il "lavoro di squadra" dei giapponesi. La colonna sonora, un po' scontata a dire il vero, è a base di brani d'opera (di Verdi e di Puccini): impagabile il cantante simil-Pavarotti che intona le arie durante i "viaggi" di Lucius.

21 novembre 2011

Il colosso di Rodi (S. Leone, 1961)

Il colosso di Rodi
di Sergio Leone – Italia 1961
con Rory Calhoun, Lea Massari
*1/2

Rivisto in DVD.

Dopo le precedenti esperienze nel genere peplum (era stato aiuto regista in "Ben Hur" e "Quo Vadis?", per poi subentrare come regista – non accreditato – ne "Gli ultimi giorni di Pompei" dopo l'abbandono di Mario Bonnard), Sergio Leone esordisce ufficialmente dietro la macchina da presa con un altro kolossal di ambientazione classica. Il film si ispira a una delle cosiddette "sette meraviglie del mondo antico", il colosso di Rodi appunto, gigantesca effige del dio Helios eretta all'ingresso del porto dell'isola di Rodi per fungere da faro e per celebrare la vittoria su una flotta nemica (si dice che abbia fornito lo spunto anche per la costruzione della newyorkese Statua della Libertà). Distrutta da un violento terremoto pochi anni più tardi, nel film si immagina che fosse equipaggiata con una serie di meccanismi – come catapulte e proiettili incendiari – per progettere l'isola dagli attacchi provenienti dal mare. Il protagonista Dario, eroico condottiero ateniese con inclinazioni da dongiovanni, giunge a Rodi per trascorrere un breve periodo di riposo, ospite dello zio Lisippo, e assiste all'inaugurazione del monumento. Rimarrà coinvolto suo malgrado nella lotta di un gruppo di ribelli che vogliono abbattere la tirannia del megalomane re di Rodi e negli intrighi di un infido consigliere che trama per consegnare l'isola all'esercito fenicio. La sceneggiatura presenta dunque molti punti in comune con quella de "Gli ultimi giorni di Pompei" (un intrigo ai danni di un gruppo di ribelli, una donna perfida e traditrice, una catastrofe finale). Ma nonostante i notevoli sforzi produttivi (le scenografie imponenti, allestite negli studi di Cinecittà; le scene di massa e di battaglia; gli effetti speciali in cui il terremoto e le forze della natura, nel finale, distruggono il colosso e la città), il film si trascina stancamente e per lo più annoia. Leone, pur mostrando già un notevole senso estetico e una grande padronanza dei meccanismi cinematografici, non mette ancora in mostra la sua maestria nell'uso dei tempi lenti e dei primi piani: e rispetto ai suoi lungometraggi successivi mancano anche altri ingredienti fondamentali, come interpreti adeguati e una colonna sonora all'altezza (Morricone non c'è ancora...). Fra i collaboratori figurano altri nomi che si sarebbero dedicati in seguito al western all'italiana, come Duccio Tessari (sceneggiatore) e Michele Lupo (aiuto regista). Il duello sul colosso potrebbe essere un omaggio a "Intrigo internazionale" di Hitchcock (come d'altronde l'intera trama del personaggio che, convinto di trascorrere una vacanza di tutto riposo, si ritrova coinvolto in intrighi ed eventi più grandi di lui), mentre il portale del tempio di Baal ricorda (oltre a suggestioni di "Cabiria") la bocca dell'inferno del parco dei mostri di Bomarzo; il tempio stesso era già stato visto – con poche modifiche – ne "Gli ultimi giorni di Pompei".

14 novembre 2011

Gli ultimi giorni di Pompei (M. Bonnard, 1959)

Gli ultimi giorni di Pompei
di Mario Bonnard [e Sergio Leone] – Italia/Spagna 1959
con Steve Reeves, Christine Kaufmann
*1/2

Visto in DVD.

Prima di diventare il più grande maestro del western all'italiana, Sergio Leone si è fatto le ossa con un altro genere "popolare" che ha contraddistinto la produzione italiana negli anni cinquanta e nei primi anni sessanta, vale a dire il cosiddetto peplum, cinema dai temi mitologico/avventurosi e dall'ambientazione storica, solitamente greco-romana, caratterizzato dalla presenza di "forzuti" (personaggi come Ercole, Maciste o Sansone) e da una certa tendenza al kolossal e al gigantismo che richiedeva pertanto budget imponenti. Proprio la progressiva riduzione delle risorse di produzione, oltre alla disaffezione degli spettatori, portò alla sua scomparsa attorno alla metà degli anni sessanta, quando venne sostituito da altri generi che avrebbero fatto la fortuna del nostro cinema: l'horror, il poliziottesco e – su tutti – appunto lo spaghetti western. Questo ennesimo adattamento del romanzo di Edward Bulwer-Lytton, pur accreditato a Mario Bonnard, segna dunque l'esordio alla regia di Leone, indicato come regista della seconda unità ma in realtà subentrato al collega quando questi dovette abbandonare la lavorazione a causa di una malattia. Leggendo i credits della pellicola, d'altronde, non sono pochi i nomi che si faranno conoscere negli anni seguenti nel campo dei western, come Duccio Tessari e Sergio Corbucci (co-sceneggiatori e aiuto registi). La trama vede il centurione Glauco Leto tornare in città dopo la guerra solo per scoprire che suo padre e la sua famiglia sono stati sterminati dai cristiani, accusati di fomentare disordini e di compiere assalti notturni alle ville delle più ricche famiglie romane. In realtà si tratta di un complotto ordito da un perfido sacerdote egiziano e dalla vendicativa Giulia, moglie del console di Pompei. Con l'aiuto di pochi amici fedeli, Glauco smaschererà i congiurati: ma sarà solo l'eruzione del Vesuvio, quando i nostri eroi sono stati ormai gettati nell'arena, a consentire loro di mettersi in salvo. Il finale anticlimatico convince poco, le ingenuità e i momenti ridicoli non mancano (su tutti la lotta sott'acqua con un coccodrillo evidentemente finto) e le scene di distruzione non sembrano poi tanto migliori di quelle della versione muta del 1913. Da segnalare invece il cast: se il protagonista è il solito "mister muscolo" (Steve Reeves, specializzato in questo genere di film), il sacerdote malvagio è interpretato da Fernando Rey (!) e il tutto è poi completato da alcune splendide attrici (Christine Kaufmann è la bella Elena, di cui Glauco si innamora; Barbara Carroll è la schiava cieca Nidia; Anne-Marie Baumann è la perfida Giulia).