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28 settembre 2018

Shadow (Zhang Yimou, 2018)

Shadow (Ying)
di Zhang Yimou – Cina 2018
con Deng Chao, Sun Li, Zheng Kai
**1/2

Visto al cinema Anteo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Ambientato nell'epoca in cui la Cina era divisa in più regni, il film ha come protagonista Jing (Deng Chao), una "Ombra", ovvero un sosia perfetto che il comandante dell'esercito del regno di Pei utilizza come propria controfigura da quando versa in gravi condizioni di salute per via di una ferita inflittagli dal rivale Yang. Il comandante vorrebbe riconquistare la città di Jing, caduta in mano nemica, e utilizza il sosia per forzare la mano al proprio re (Zheng Ryan), che invece non intende rompere la tregua con quello che ora è un alleato. Uno spunto che ricorda il "Kagemusha" di Kurosawa (ma gli sviluppi sono differenti), complessi intrighi di corte, eleganti duelli all'arma bianca, e anche un sanguinoso finale shakespeariano in cui muoiono (quasi) tutti: nel nuovo film di Zhang Yimou c'è l'intero repertorio delle pellicole wuxiapian di ambientazione storica. Ma a rimanere impresso è lo stile estetico con cui è girato, a cominciare dalla tavolozza cromatica: se si eccettua il colorito roseo delle persone, la luce gialla delle candele e il rosso del sangue, tutto il film è praticamente in bianco e nero, una bicromia che caratterizza interni ed esterni, oggetti ed edifici, costumi e armature. Il bianco e nero richiama ovviamente la duplicità (bene/male, maschio/femmina, yin/yang), che si riflette anche nelle scenografie (i duellanti si battono sopra un enorme simbolo del tao) oltre che ovviamente nella trama, incentrata sul tema del doppio e dei tradimenti. Spettacolari, come al solito, le scene d'azione (dai duelli di addestramento fra il comandante e la sua ombra, interpretati peraltro dallo stesso attore, all'assalto alla città assediata), con combattimenti alquanto originali (l'ombrello utilizzato contro l'alabarda, i movimenti sinuosi femminili contro quelli rigidi maschili). Guan Xiaotong è l'indomita principessa, Sun Li la moglie del comandante, Wang Qianyuan il capitano Tian.

6 ottobre 2016

The assassin (Hou Hsiao-hsien, 2015)

The assassin (Cike nie yinniang)
di Hou Hsiao-hsien – Taiwan/Cina/HK 2015
con Shu Qi, Chang Chen
*1/2

Visto al cinema Palestrina.

La giovane Nie Yinniang (Shu Qi), addestrata fra le montagne all'arte della spada da una monaca taoista (Fang-yi Sheu), torna in patria con il compito di assassinare il cugino Tian Ji'an (Chang Chen), governatore militare della provincia di Weibo che si ribella all'autorità della corte imperiale. Ma non avrà il cuore di portare a termine la missione, anche perché proprio Tian era stato il suo promesso sposo. HHH ha impiegato oltre cinque anni di lavoro per adattare un racconto popolare cinese del nono secolo dopo Cristo (ambientato al tempo della dinastia Tang). Il regista taiwanese si è sempre contraddistinto per un cinema molto attento alla forma, e la tendenza raggiunge qui forse il suo apice. L'aspetto visivo è senza dubbio affascinante: costumi, scenografie e paesaggi naturali mozzano il fiato per la loro bellezza, e la contemplazione è favorita dal ritmo lento e ieratico e dalla regia elegante e misurata (quantomeno curiosa, però, la scelta del formato 4:3). Ma la struttura narrativa è confusa, imperfetta o, nel migliore dei casi, enigmatica: e manca del tutto il coinvolgimento emotivo nelle vicende dei personaggi, anche perché i loro comportamenti sono presentati senza motivazioni o appigli (a parte il vago contesto storico, riassunto brevemente all'inizio della pellicola). Pertanto, nonostante i tanti elogi ricevuti dalla critica, si rimane annoiati e delusi di fronte a un film che getta nel mix un po' di tutto ma senza approfondire nulla e lasciando irrisolti molti fili: intrighi militari, politici, sentimentali, arti marziali e persino magia nera. È comunque sempre un piacere rivedere sullo schermo la bellissima Shu Qi (che per HHH aveva già recitato in "Millenium mambo" e "Three times"), anche se stavolta non ha occasione di mostrare il suo sorriso. Premio per la miglior regia al festival di Cannes. Interessante la colonna sonora di Lim Giong. Il doppiaggio italiano lascia inspiegabilmente delle parole in inglese ("Lord Tian").

2 febbraio 2012

Sex and Zen II (Chin Man Kei, 1996)

Sex and Zen II (Yu pu tuan II: yu nu xin jing)
di Chin Man Kei – Hong Kong 1996
con Loretta Lee, Shu Qi
**

Visto in divx.

La trama del secondo episodio di "Sex and zen" (prodotto da Wong Jing, prolifico filmmaker hongkonghese specializzato in pellicole trash e di exploitation) non ha legami con il precedente, anche se non mancano alcuni deboli riferimenti interni. Ispirato dalle imprese di Lawrence Ng nel primo film, infatti, il ricco e potente Sai Moon Kin (Elvis Tsui) fortifica la propria virilità e si pone l'obiettivo di conquistare più donne possibile, non esitando ad approfittare anche della giovane e bellissima moglie (Shu Qi) del suo figlio ritardato. Ma ignora che questa è in realtà una perfida strega, la "Signora del Miraggio", che ha il potere di risucchiare le energie di tutti coloro con cui fa l'amore, uomini o donne che siano. A sconfiggerla ci penserà l'altra figlia di Sai, Yiau (Loretta Lee), che si veste da ragazzo e indossa una cintura di castità, aiutata da un misterioso giustiziere, Uomo di Ferro, e da un giovane studente lascivo con il membro di metallo (alla "Tetsuo"). Dopo un inizio grezzo e grottesco, ricco di gag bizzarre e demenziali quanto e più quelle del primo film (la gara di eiaculazione ce la potevano risparmiare!), i toni della pellicola virano decisamente verso il fantasy/horror nello stile di "Storia di fantasmi cinesi", seppur con una robusta dose di sesso (ma sempre nei limiti del softcore). E non manca un certo fascino visivo, fra creature demoniache e spettrali, veli fluttuanti, una fotografia colorata ed eterea. Ingegnosa la trovata del veleno che condanna a morte chi lo ingerisce a meno che non faccia l'amore con una donna entro un'ora, e memorabile il duello finale all'ultimo orgasmo fra Loretta Lee e Shu Qi. In effetti, i fan di quest'ultima – tra cui c'è anche il sottoscritto – non resteranno delusi: la splendida interprete, a inizio carriera (si tratta praticamente del suo debutto), si concede allo spettatore con generosità ed è protagonista delle sequenze più hot. D'altronde, prima di diventare una diva mainstream, si è fatta le ossa proprio con pellicole come queste, e per lungo tempo ha faticato a togliersi di dosso la fama di attrice di film "Category III". Anche Elvis Tsui, che interpretava il mercante di seta nel film precedente, è uno dei volti (e corpi) maschili più noti del genere: sarà l'unico attore ad apparire in tutti e tre i capitoli della serie (pur interpretando personaggi sempre diversi).

23 dicembre 2009

Storia di fantasmi cinesi 3 (Ching Siu-tung, 1991)

Storia di fantasmi cinesi 3 (Sien nui yau wan III: Do do do, aka A chinese ghost story III)
di Ching Siu-tung – Hong Kong 1991
con Tony Leung Chiu-wai, Joey Wong
**1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni.

Sono passati cento anni dal capitolo precedente. Fong (Tony Leung), un giovane monaco buddista, è in viaggio insieme al suo anziano maestro (Lau Shun) per trasportare una preziosa statuetta d'oro di Buddha. Durante il cammino, i due si rifugiano in un tempio abbandonato e stregato, lo stesso del primo film: e qui, proprio come era capitato all'esattore Ming, il povero Fong viene preso di mira da Lotus, splendida spiritessa (nuovamente con il volto e l'aspetto dell'eterea Joey Wong, l'unica del cast originale ancora presente) costretta contro la sua volontà a procacciare vittime per il malvagio demone dell'albero che possiede la sua anima. Più che un sequel, questo terzo film della saga horror comico-romantica di Ching Siu-tung e Tsui Hark può essere considerato un remake del primo, di cui ricalca essenzialmente la trama con poche variazioni (la più importante è l'attenuazione del lato romantico della storia: essendo Fong un monaco, non può ricambiare l'amore di Lotus, per la quale prova solo amicizia nonostante i continui tentativi di seduzione da parte di lei). In aiuto del protagonista giunge anche un avido spadaccino mercenario interpretato da Jacky Cheung, che però nulla ha a che fare con il personaggio che lo stesso Cheung interpretava nel secondo capitolo. Nel cast anche Nina Li Chi nei panni di Butterfly, la sorella minore e "cattiva" di Lotus. Regia e fotografia sono brillanti come al solito, mentre gli effetti speciali nel finale (con Fong, ricoperto di vernice dorata, che impersona il Buddha) sembrano un po' più pacchiani. Il divertimento e il fascino dell'ambientazione restano comunque intatti, e nel complesso la saga si conclude senza deludere.

22 dicembre 2009

Storia di fantasmi cinesi 2 (Ching Siu-tung, 1990)

Storia di fantasmi cinesi 2 (Sien nui yau wan II: Yan gaan do, aka A chinese ghost story II)
di Ching Siu-tung – Hong Kong 1990
con Leslie Cheung, Joey Wong
**1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni.

Nel seguito del fortunato film di tre anni prima, continuano le avventure dell'esattore delle tasse Ming, di nuovo in viaggio: dopo essere fuggito da una prigione dove era stato rinchiuso ingiustamente, il protagonista si trova suo malgrado di nuovo alle prese con il mondo degli spiriti, che stavolta sono però esclusivamente malvagi. Oltre a Leslie Cheung (e a Wu Ma, richiamato nel finale) torna anche Joey Wong, che ora interpreta un personaggio umano e non un fantasma: si tratta di Windy, una giovane ribelle che assieme alla sorella Moon (Michelle Reis) sta cercando di salvare il proprio padre, un ministro caduto in disgrazia presso l'imperatore. Ma un mostruoso demone complotta per impadronirsi del potere alla corte imperiale, impossessandosi del corpo del sommo sacerdote. A dar manforte alle due ragazze (e a Ming, del quale entrambe – ovviamente – si innamorano) c'è anche Autumn (Jacky Cheung), giovane e buffo monaco taoista che va a caccia di spiriti, si muove sottoterra e nell'edizione italiana lancia i propri incantesimi gridando "Hocus pocus!" e "Abracadabra!". La confezione è ancora ottima (oltre alla regia e alle coreografie di Ching, brilla la suggestiva fotografia di Arthur Wong), ma la pellicola – seppur leggera e divertente – ha sicuramente meno fascino della precedente e nel complesso è la meno riuscita delle tre. Gli eventi si succedono senza soluzione di continuità, con un roller coaster di emozioni che almeno ha il buon gusto di alternare scene "serie" a siparietti comici (che coinvolgono soprattutto Jacky Cheung) o maliziosi (Ming alle prese con le due sorelle). Gli effetti speciali sono numerosi e piuttosto rozzi ma efficaci, soprattutto per quanto riguarda la lotta contro il mostro (un pupazzo animato artigianalmente) che tiene banco per tutta la prima metà del film. Waise Lee è il soldato spadaccino che sta scortando il padre di Windy e Moon e che poi si allea con i nostri eroi.

3 ottobre 2009

Storia di fantasmi cinesi (Ching Siu-tung, 1987)

Storia di fantasmi cinesi (Sien nui yau wan, aka A chinese ghost story)
di Ching Siu-tung – Hong Kong 1987
con Leslie Cheung, Joey Wong
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni e Chiara.

Presso un antico tempio disabitato, nella foresta, il fantasma di una fanciulla è costretto a sedurre i malcapitati viandanti per consegnarli a un terribile demone-albero che ne risucchia le energie vitali. Ma la ragazza si innamora di un giovane e ingenuo esattore delle tasse, che combatterà strenuamente contro gli spiriti maligni per liberarla dalla sua schiavitù e salvare la sua anima, aiutato da un bizzarro monaco taoista. Folgorante horror-fantasy romantico, dal titolo programmatico e dal soggetto ispirato a un classico racconto soprannaturale della dinastia Qing, che mescola lo stile artigianale del Sam Raimi de “La casa” (l'ambientazione nel bosco, le soggettive rasoterra delle “presenze” malvage, i mostri animati a passo uno, una certa dose di ironia e di umorismo) con quello dei classici wuxiapian cinesi (combattimenti in volo e a colpi di arti marziali, monaci e spadaccini guerrieri, la lotta epica fra il bene e il male, sentimentalismo struggente, veli e tessuti fluttuanti), in un mix riuscitissimo che ha fatto da apripista a tutto un genere (quello dei racconti sul folklore e il soprannaturale) all'interno della new wave di Hong Kong, di cui è stato forse il primo prodotto a giungere con successo in occidente. In Asia – Giappone e Corea compresi – la pellicola fu una grande hit, consolidando la fama di star di Leslie Cheung (già noto come cantante e per le sue apparizioni in “A better tomorrow” e “Rouge”) e lanciando la carriera di Joey Wong, perfetta nel ruolo dello spirito irrequieto e innamorato di un mortale, e indimenticabile con i campanellini attorno alla caviglia. Al loro fianco c'è il veterano Wu Ma nei panni del monaco guerriero, forse – come per Joey Wong – il ruolo più celebre della sua carriera. Prodotto dalla factory del geniale Tsui Hark, il film vede alla regia il dotatissimo coreografo Ching Siu-tung che si sbizzarrisce in una serie di scene e di sequenze visivamente splendide. Fondamentale il ruolo della fotografia nel dare vita a un'atmosfera eterea e onirica, sospesa fra il mondo degli esseri umani (abitato da guardie inette e da funzionari corrotti) e quello degli spiriti e dei demoni (governato peraltro da ferree leggi naturali). Magnifica anche la colonna sonora, nella quale spiccano le canzoni interpretate dallo stesso Leslie Cheung (sui titoli di testa) e da Sally Yeh: ma è da ricordare pure il balletto notturno di Wu Ma, una sorta di rap danzato e coreografato. Il film ha dato origine a ben due sequel, diretti dallo stesso Ching, più una serie televisiva e un lungometraggio d'animazione prodotto sempre da Tsui Hark.

31 agosto 2009

Dragon Gate Inn (King Hu, 1967)

Dragon Gate Inn (Long men kezhan)
di King Hu – Hong Kong 1967
con Shih Chun, Polly Shang-kwan, Bai Ying
***1/2

Visto in divx alla Fogona, in originale con sottotitoli.

Noto anche semplicemente come "Dragon Inn", questo classico wuxiapian – uno dei capolavori di King Hu – è un film fondamentale nel genere "cappa e spada" cinese, nella cinematografia di Hong Kong e in quella dell'intera Asia continentale, come testimoniano i ripetuti omaggi, riferimenti e citazioni di cui è stato fatto oggetto negli anni a seguire (basti pensare al moderno remake prodotto da Tsui Hark nel 1992 con un cast stellare, "New Dragon Gate Inn", o alla malinconica dichiarazione d'affetto di Tsai Ming-Liang, che in "Goodbye Dragon Inn" del 2003 identifica il film con le sale cinematografiche di una volta, ormai popolate solo da spettatori fantasma e destinate a sparire con l'avvento dei circuiti multisala). Ambientato nel quindicesimo secolo, all'epoca della dinastia Ming, quando gli eunuchi spadroneggiavano alla corte imperiale e di fatto detenevano il potere, narra la storia di un manipolo di valorosi eroi che si battono per salvare i figli del generale Yu, ministro caduto in disgrazia a causa dei complotti del perfido e potente eunuco Zhao. Decapitato Yu, infatti, i suoi giovani figli vengono spediti in esilio oltre confine con una scorta. Ma Zhao, in segreto, invia una truppa di suoi fedelissimi per sterminarli prima che varchino la frontiera. I soldati attendono le loro prede ai margini dell'impero, presso uno scalcinato ostello isolato fra le montagne, la Locanda del Drago, dove però fanno sosta anche un misterioso spadaccino di nome Xiao e una coppia di ribelli (un fratello e una sorella, lei vestita da uomo) che intende aiutare i ragazzi a scappare. E anche l'oste nasconde qualcosa, visto che in passato era stato generale e collega di Yu. Fra i numerosi personaggi alloggiati alla locanda, quasi tutti in incognito, si svolge così un gioco di tattiche e sotterfugi, con la tensione che monta a mille, fra duelli con la spada, agguati notturni, bevande avvelenate, trappole, tradimenti e inganni, fino a quando le carte vengono definitivamente scoperte con l'arrivo dei figli di Yu e della loro scorta (e il successivo intervento di Zhao in persona, provetto spadaccino ed esperto di arti marziali, interpretato da un grande Bai Ying al suo esordio sullo schermo). Quasi tutta l'azione, con l'eccezione dell'incipit e dello scontro finale fra le montagne, si svolge all'interno e nei dintorni della vecchia locanda, spazio fisico chiuso e ristretto, un vero e proprio microcosmo che, in contrasto con la spaziosità e l'ampiezza di altre pellicole del genere, garantisce un inconsueto rispetto drammaturgico delle unità d'azione, di tempo e (soprattutto) di luogo, consentendo anche allo spettatore, nonostante i numerosi personaggi e i continui colpi di scena, di non perdere mai il filo della vicenda. Efficacissime le coreografie dei numerosi duelli; potente, anche se un po' invadente, il commento sonoro; ottima, infine, la confezione visiva: l'abile e vigorosa regia di King Hu è ben servita da uno spettacolare cinemascope, mentre il technicolor fa risaltare i costumi, le scenografie e gli splendidi paesaggi di frontiera.

New Dragon Gate Inn (R. Lee, 1992)

New Dragon Gate Inn (Sun lung moon hak chan)
di Raymond Lee – Hong Kong 1992
con Maggie Cheung, Brigitte Lin, Tony Leung Ka-fai
***

Rivisto in DVD alla Fogona, in originale con sottotitoli inglesi.

Remake del classico "Dragon Gate Inn" di King Hu (1967), realizzato dalla factory di Tsui Hark in piena "new wave" hongkonghese ("Once upon a time in China" era uscito appena l'anno precedente) e con un cast pieno di stelle. La regia è accreditata al solo Raymond Lee, un carneade, ma pare che in realtà il coreografo Ching Siu-tung e lo stesso Tsui Hark abbiano diretto numerose scene. Anche se la sceneggiatura presta maggior attenzione al lato intimo dei personaggi e alle relazioni fra di loro, rispetto alla pellicola originale lo scheletro della vicenda cambia ben poco: all'epoca della dinastia Ming, il perfido eunuco Cao fa sterminare la famiglia di un ministro ribelle e intende usare i suoi figli come esca per attirare in trappola i suoi alleati. Presso la Locanda del Drago, desolato avamposto dalle pareti di fango e dai pavimenti di legno che sorge praticamente nel nulla fra il deserto e le montagne ai margini dell'impero, si ritrovano così sotto false identità tanto i seguaci del ministro deposto quanto gli agenti segreti inviati da Cao, costretti a una prolungata e difficile convivenza a causa del maltempo che imperversa all'esterno; al gioco di duelli notturni segreti e silenziosi partecipa però anche una terza fazione, quella guidata dalla seducente Jin (una Maggie Cheung splendida e ammiccante), proprietaria della locanda e in realtà capo di un gruppo di banditi che non esitano ad uccidere gli ospiti sgraditi e ad usarne i cadaveri per preparare la cena! L'aggiunta di un pizzico di sesso e di gore rende il film più vicino al gusto dello spettatore moderno, come testimonia anche lo stile che fa ampio uso di ralenti e wire work per mettere in scena combattimenti "volanti" e irrealistici, più spettacolari ma anche più confusi e meno rigorosi rispetto a quelli del film originale. Straordinari i paesaggi di frontiera, con il deserto roccioso la cui polvere sollevata dalle tempeste di sabbia o dai cavalli al galoppo contribuisce a rendere quasi oniriche le scene d'azione, che sembrano così svolgersi davvero ai confini del mondo conosciuto. In più c'è anche una sottotrama romantica e melò, con il triangolo fra il prode Tony Leung Ka-fai, la sua amata Brigitte Lin (che, come spesso le capita, si traveste da uomo per tutto il film) e la "terza incomoda" Maggie Cheung, subdola e intrigante. Imperdibile, in particolare, il combattimento-spogliarello fra le due attrici. Nel finale il film si colora anche di grottesco, con il cuoco dazi (una minoranza etnica del nord della Cina) – fino ad allora personaggio del tutto secondario – che spunta dalla sabbia nel momento in cui il cattivo sembra trionfare e "spolpa" gamba e braccio con il suo coltellaccio al malcapitato Donnie Yen. La fotografia, che sarebbe piaciuta a Ridley Scott, sfrutta la luce che filtra dalle pareti e i granelli di polvere sospesi nell'aria per costruire un'atmosfera onirica e ovattata, dominata dal colore bianco e a tratti anche più claustrofobica di quella del suo predecessore.

26 agosto 2009

Last hurrah for chivalry (John Woo, 1978)

Last hurrah for chivalry (Hao xia)
di John Woo – Hong Kong 1978
con Wei Pai, Damian Lau
**1/2

Visto in divx alla Fogona, in originale con sottotitoli.

L'unico wuxiapian realizzato da Woo a inizio carriera, in gran parte ispirato allo stile e alle opere del suo mentore Chang Cheh (di cui era stato assistente alla regia), è una pellicola nella quale i classici temi del regista sono già tutti presenti in dosi massicce, in particolare l'elogio dell'amicizia virile, la lealtà (la "cavalleria" del titolo inglese), il tradimento e la vendetta. I protagonisti sono lo spadaccino attaccabrighe Chang, detto "Magic Sword", ritiratosi a vita privata per non dover più affrontare in duello i numerosi sfidanti che lo cercano a causa della sua fama, e l'assassino a pagamento Green, che rifugge dal mondo e dall'amore di una bella prostituta e che beve in continuazione per dimenticare gli uomini che ha ucciso. I due, diventati casualmente amici, vengono coinvolti nella faida familiare che oppone il giovane Kao, figlio di un maestro d'arti marziali, al perfido Pai, che ha sterminato la sua famiglia. Ma dopo aver sconfitto Pai, scoprono che il vero cattivo è proprio il traditore Kao, che li ha manovrati come pedine. I combattimenti con la spada o a mani nude, accesissimi e cruenti (gli abiti dei personaggi si macchiano ben presto di abbondante sangue), sono intervallati da inconsuete gag che stemperano i toni melodrammatici della pellicola, virando spesso verso la commedia (per esempio nelle scene in cui Chang se la prende con il povero vasaio che non intende sposare sua sorella) e dando all'intero film un'impronta svagata e disinvolta. Molto interessanti alcuni personaggi minori, come il "Mago Dormiente" che combatte mentre russa, o il braccio destro di Kao che rifiuta di rimanere al fianco del suo padrone quando si rende conto della sua vera indole. L'incipit, con Pai che fa irruzione nella dimora di Kao, intenzionato a vendicarsi per non essere stato invitato alle sue nozze, è – come hanno sottolineato alcuni critici – una situazione tipicamente fiabesca che contribuisce da subito ad allontanare ogni pretesa di verosimiglianza storica.

5 novembre 2008

White Dragon (Wilson Yip, 2004)

White Dragon (Fei hap siu baak lung)
di Wilson Yip – Hong Kong 2004
con Cecilia Cheung, Francis Ng
*1/2

Visto in divx.

La frivola e graziosa Phoenix Black assume segretamente l'identità dell'eroina White Dragon per combattere il sicario cieco Penne di Pollo, che ha minacciato di uccidere il principe che lei vorrebbe sposare. Ma una forzata convivenza fra i due nemici li farà innamorare. Wilson Yip è un autore da tenere sott'occhio, visto che in passato ha dimostrato di saper sfornare veri capolavori. Ma questo demenziale film in costume dai toni moderni e giovanilistici, che parte come una teen comedy travestita da wuxia e si sviluppa poi secondo i più scontati dettami delle storie d'amore, è essenzialmente una stupidaggine. Gli attori fanno quello che possono: ma l'umorismo non coglie mai nel segno, il lato sentimentale è stucchevole, e i combattimenti – gag a parte – sono uguali a quelli visti in mille altre pellicole del genere. Curiose, comunque, alcune trovate che collegano l'ambientazione feudale con il mondo moderno: dallo stile sbarazzino (che cita videoclip e videogame: il massimo lo si raggiunge quando una scena viene "riavvolta" e poi mostrata di nuovo, come in "Funny games") agli anacronismi (compaiono pattini a rotelle, boutique alla moda, panini di McDonald's). La protagonista suona il violino tradizionale cinese come se fosse una chitarra elettrica e intona la nona di Beethoven con il flauto; e nel finale il cattivo viene scoperto grazie a indagini scientifiche alla CSI.

11 marzo 2008

Fong Sai Yuk II (Corey Yuen Kwai, 1993)

Fong Sai Yuk II (Fong Sai Yuk juk jaap, aka The Legend 2)
di Corey Yuen Kwai – Hong Kong 1993
con Jet Li, Josephine Siao
**1/2

Visto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

Il seguito di "Fong Sai Yuk", realizzato a tempo di record lo stesso anno e dallo stesso staff tecnico, ricomincia dopo si era fermato il primo episodio e ne replica la spettacolarità e l'umorismo. Sai Yuk è entrato a far parte della Red Flower Society, ma deve proteggere il segreto del capo della setta Chan (ossia il fatto di essere il fratello dell'imperatore che sta tentando di detronizzare) dalle mani del traditore Yu. Ancora una volta i maggiori momenti comici sono riservati alla madre di Sai Yuk, mentre il protagonista si trova coinvolto in un delicato triangolo romantico: oltre alla bella Ting Ting (Michelle Li), che aveva conquistato nel primo capitolo, diventa oggetto anche dell'amore della capricciosa Angie (Amy Kwok), figlia del governatore nemico che – manco a dirlo – non trova di meglio che organizzare il solito torneo di arti marziali per scegliere il suo compagno. "Costretto" a partecipare anche questa volta, il mammone Sai Yuk scopre che sconfiggere i rivali è facile, mentre lo è meno fronteggiare l'ira di Ting Ting. Se nella prima parte c'è forse qualche passaggio a vuoto, l'ultima mezz'ora del film è un susseguirsi spettacolare di acrobazie e combattimenti dove l'abilità di Jet Li (seppur aiutato, come al solito, dal wire work) lascia senza fiato, per esempio nel duello fratricida a base di spade contro gli ex compagni della società ribelle, o nello scontro finale in un intrico fra scale e panche.

Fong Sai Yuk (Corey Yuen Kwai, 1993)

Fong Sai Yuk (id., aka The Legend)
di Corey Yuen Kwai – Hong Kong 1993
con Jet Li, Josephine Siao
***

Visto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

È uno dei film che hanno reso grande Jet Li nel suo periodo hongkonghese, uno spettacolo puro, elegantemente diretto e coreografato da un maestro del genere che lo ha realizzato sull'onda del successo riscosso da "Once upon a time in China" di Tsui Hark, il film che aveva dato nuova vita al genere del kung fu mescolandolo con gli stilemi del wuxia. Si tratta di un film prima di tutto "divertente da vedere", che mescola alle fenomenali acrobazie e al wire work una forte dose di umorismo cantonese che, soprattutto nella prima parte, lo apparenta a certe cose che Jackie Chan faceva nei primi anni ottanta e lo mantiene sul terreno dell'avventura e non su quello della ricostruzione storica. Fong Sai Yuk (altro celebre eroe popolare cinese, come il Wong Fei-hung del film di Tsui Hark) è infatti tutt'altro che un eroe senza macchia: abile lottatore, preferisce gironzolare con gli amici a corteggiare ragazze, ad attaccar briga e ad accettare tutte le sfide che riceve piuttosto che aiutare i genitori nel loro negozio di tessuti. Non che l'intrattabile e scatenata madre (una straordinaria Josephine Siao) sia da meno: con grande disperazione del marito, anche lei è una testa calda che non perde occasione per combinare guai. Quando il signorotto del villaggio organizza un torneo di arti marziali per scegliere un marito per sua figlia (la graziosa Michelle Li), Sai Yuk partecipa solo per il gusto di mettere in mostra la propria abilità, ma è sua madre a vincere (travestita da uomo!), dando vita a una serie di esilaranti equivoci e a sottotrame romantiche. Nella seconda metà, il film assume un tono più serio e legato alle vicende storiche: i nostri eroi devono infatti lottare contro i seguaci del perfido imperatore Manchu per difendere la lista segreta degli affiliati alla leggendaria Red Flower Society, un gruppo di ribelli che vorrebbe restaurare sul trono l'antica dinastia Ming. L'umorismo è eccezionale e non mancano assurdità anacronistiche (Sai Yuk a bordo di una rudimentale bicicletta, la madre che si fabbrica occhiali da sole) e riferimenti metacinematografici: Sai Yuk e i suoi amici scelgono come pseudonimi quelli di cineasti come Yuen Kwai stesso, Jeff Lau e Wong Jing (dopo aver esordito con "Wong..." e aver fatto partire la musica di Wong Fei-hung!), e poi afferma che a insegnargli l'inglese è stata proprio l'attrice Josephine Siao! Spettacolari (a dire poco) i combattimenti, come quello fra Jet Li e Sibelle Hu (che piacere rivederla!) che saltano sulle teste degli spettatori, e quello finale sotto il palco dell'impiccagione. E alla fine, la lista dei nomi della società segreta si rivela essere i titoli di coda del film!

5 giugno 2007

La città proibita (Zhang Yimou, 2006)

La città proibita (Man cheng jin dai huang jin jia, aka Curse of the Golden Flower)
di Zhang Yimou – Cina/Hong Kong 2006
con Gong Li, Chow Yun-fat
***

Visto al cinema Eliseo, con Hiromi e Albertino.

Cina, inizio decimo secolo, tarda dinastia Tang, gruppo di famiglia in un interno: l'imperatore sta segretamente avvelenando l'imperatrice, e lei vuole vendicarsi organizzando un colpo di stato per mettere sul trono uno dei propri rampolli al posto del principe ereditario, figlio di un'altra donna. Dopo "Hero" e "La foresta dei pugnali volanti", che non mi erano piaciuti (soprattutto il secondo), il furbo Zhang Yimou realizza un terzo wuxiapian, anche se stavolta le scene d'azione sono limitate (tre in tutto, in crescendo di durata e di spettacolarità) e incastonate in una trama dai toni melodrammatici che si svolge tutta all'interno del microcosmo della famiglia imperiale, fra rituali e inchini, fedeltà e tradimenti. Lo stile barocco e le scenografie sontuose e colorate sono perciò finalmente funzionali a una vicenda e a dei personaggi, e non fini a sé stessi come nei due film precedenti. Lo sfarzo e la grandiosità della corte imperiale adempiono perfettamente al loro compito di sfondo teatrale della vicenda, mentre le passioni e le tensioni autodistruttive che corrono fra marito e moglie (soprattutto) e fra i loro figli (solo in parte) riescono a reggere il peso di una pellicola che non può che terminare su toni da tragedia shakespeariana. Ottimi gli interpreti.

Nota sul titolo italiano: come con "Le crociate" di Ridley Scott e innumerevoli altri esempi, i miopi distributori nostrani sembrano ormai allergici alla poetica bellezza dei titoli originali, preferendo secchi schematismi che non facciano volare, nemmeno per un istante, l'immaginazione degli spettatori.

20 marzo 2007

Green snake (Tsui Hark, 1993)

Green snake (Ching se)
di Tsui Hark – Hong Kong 1993
con Maggie Cheung, Joey Wong
***

Visto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

Un film bizzarro e affascinante, visivamente molto bello, tratto da un'antica leggenda cinese. La smeraldina Maggie Cheung (splendida!) e la sorella maggiore Joey Wong sono due spiriti-serpente, malvage per natura eppure dotate di un animo gentile, che assumono forma umana per integrarsi fra gli uomini: la seconda arriva addirittura a sposare un essere umano (nascondendogli la sua reale identità), mentre la prima – meno abile nel controllare la propria metamorfosi – va in cerca di avventure. Devono però vedersela con un monaco dai grandi poteri spirituali che dà la caccia a tutte le creature sovrannaturali. Meno pretenzioso di altri wuxia di Tsui Hark, presenta per una volta una trama lineare e facile da seguire ed è graziato, oltre che dalla bellezza delle due protagoniste, da una fotografia caleidoscopicamente colorata e da paesaggi straniti e surreali. Belle anche le musiche. Piuttosto buona la qualità del dvd Mei Ah.

16 settembre 2006

The banquet (Feng Xiaogang, 2006)

The banquet (Ye yan)
di Feng Xiaogang – Cina 2006
con Zhang Ziyi, Ge You, Daniel Wu
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Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

L'ennesimo colossal cinese dalle ambientazioni sontuosissime, dalle coreografie spettacolari (c'è la mano di Yuen Woo-ping) e dallo stile leccato. Solitamente questi film sono belli ma senz'anima; stavolta, però, l'anima in parte la fornisce Shakespeare. La vicenda è infatti una rilettura dell'Amleto, calata in un medioevo fantastico dove un malvagio imperatore ha assassinato il fratello, ne ha sposato la giovane vedova e ne ha usurpato il trono. Ma se le vicende ricalcano quasi fedelmente la tragedia originale (con qualche variazione qua e là), il testo non ne ha la profondità filosofica: niente pazzia e niente dubbi "amletici". Kurosawa era molto più bravo a rileggere in chiave orientale i grandi testi del bardo britannico: Feng, che come stile si candida a erede di Zhang Yimou, ha talento per lo spettacolo ma non sempre mantiene il controllo sulla tensione narrativa. E Zhang Ziyi, una presenza evidentemente irrinunciabile in questo genere di film, sarà sì carina (anche se io continuo a preferirle Maggie Cheung e Shu Qi), ma come attrice ha molto da imparare da Gong Li.

5 giugno 2006

Ashes of time (Wong Kar-wai, 1994)

Ashes of time (Dung che sai duk)
di Wong Kar-Wai – Hong Kong 1994
con Leslie Cheung, Tony Leung Kar-fai, Brigitte Lin
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Visto in DVD alla Fogona, in originale con sottotitoli inglesi.

Finalmente ho visto l'ultimo Wong Kar-wai che mi mancava, fra l'altro l'unico a non essere uscito in italiano, nonostante fosse stato presentato a suo tempo al festival di Venezia. È anche il solo wuxiapian della sua filmografia, seppure decisamente atipico e caratterizzato dal suo stile personale. Splendidissimo il cast, composto in gran parte da suoi habitué: Leslie Cheung, Tony Leung Chiu-wai, Maggie Cheung, Brigitte Lin (è sempre un piacere vederla vestita da uomo, come fa spesso in questo genere di film), Jacky Cheung, Carina Lau e Tony Leung Kar-fai.
Uno spadaccino vive ai margini del deserto, struggendosi nel ricordo della donna amata e perduta. Nella sua capanna si incrociano le storie di una moltitudine di personaggi: amici che gli fanno visita, viaggiatori di passaggio, stranieri che intendono assoldarlo, rivali giunti a sfidarlo. Un film complesso e affascinante, visivamente straordinario, con il tempo e la memoria come filo conduttore: scandito dal passare delle stagioni e dai ricordi che alcuni vorrebbero cancellare e altri mantenere immutati per sempre, ricco di personaggi tormentati, di guerrieri che si allenano combattendo contro il proprio riflesso o che attendono in eterno l'arrivo di fantomatici nemici, storie incrociate di gelosia, vendette e tradimenti… la narrazione è destrutturata al punto da sembrare, almeno inizialmente, saltare di palo in frasca, salvo poi tirare le fila di ogni sottotrama al momento opportuno. Quello che lo rende affascinante è lo stile di WKW, ipnotico e avvolgente, con la sua regia sofisticata, le inquadrature sghembe o ricercate, l'attenzione ai dettagli, il montaggio frammentato. Interessante come sempre la fotografia di Christopher Doyle, dominata da tonalità gialle, rosse e ocra, colori caldi come la sabbia del deserto che fa da sfondo alle vicende. La copia in DVD che ho visto (Mei Ah) era piuttosto scadente, ma la sgranatura e le imperfezioni donavano ulteriore fascino alle immagini. Le rare sequenze di combattimento, più contrappunti didascalici che scene madri, sono girate in maniera confusa e sperimentale, a scatti oppure con ralenti che fanno assomigliare i movimenti degli spadaccini alle pennellate su un dipinto. Ed è quasi incessante l'accompagnamento della colonna sonora, magari non sempre memorabile ma fondamentale nell'economia della pellicola.