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31 dicembre 2021

È stata la mano di Dio (P. Sorrentino, 2021)

È stata la mano di Dio
di Paolo Sorrentino – Italia 2021
con Filippo Scotti, Toni Servillo
***

Visto in TV (Netflix), con Sabrina.

Il giovane Fabio "Fabietto" Schisa (Filippo Scotti) cresce nella Napoli degli anni Ottanta, in preda al fermento per l'arrivo di Diego Armando Maradona nella squadra di calcio locale. Ma la tragedia che si abbatte sulla sua famiglia, con la morte accidentale e improvvisa di entrambi i genitori (Toni Servillo e Teresa Saponangelo), lo costringerà a maturare in fretta, accelerando il suo desiderio di diventare regista cinematografico. Nonostante i consueti tocchi "surreali" (l'incipit con San Gennaro e il "Monacello", la sorella perennemente in bagno) e i personaggi a volte sopra le righe (zii, parenti, vicini di casa), la pellicola è la più intima, realistica e autobiografica fra tutte quelle del regista: Fabietto è infatti lo stesso Paolo Sorrentino, e le circostanze della morte dei genitori sono quelle veramente accadute quando lui aveva solo 16 anni, compreso il fatto che a salvarlo, indirettamente, è stato proprio Maradona ("la mano di Dio", appunto, dal soprannome per il gol di mano segnato all'Inghilterra durante i Mondiali del 1986). Per assistere a una sua partita, infatti, il ragazzo non aveva seguito la famiglia nella casa di montagna a Roccaraso, dove una fuga di gas ha causato la tragedia. La Napoli di quell'epoca è ricostruita con calore, nostalgia e affetto, almeno nella prima parte del film, ricca di sorrisi, giochi e scherzi (anche quando mette in scena i battibecchi, le crisi in famiglia o i primi turbamenti sessuali); la seconda parte si fa inevitabilmente più amara e cupa, ma sfocia nel "confronto" con il regista Antonio Capuano (Ciro Capano) che gli consiglia di raccontare sé stesso e la sua città (consiglio che Fabio inizialmente non seguirà: e sembra quasi che Sorrentino, con questo film, abbia finalmente voluto tornare sui suoi passi e assecondare quel suggerimento dopo molti anni). A interessare Fabio, in verità, non è tanto l'amore per il cinema in sé (afferma di aver visto pochissimi film, e per l'intera pellicola cerca di guardare "C'era una volta in America" di Sergio Leone, di cui ha una videocassetta, senza riuscirci), quanto il fatto che il cinema "ti distrae dalla realtà, che è scadente". Curioso che una simile affermazione venga fatta proprio nel film di Sorrentino meno astratto e più legato proprio alla realtà, per quanto trasfigurata dalla memoria: se lo stile è simile ai lavori precedenti, con grande cura nelle scenografie, nelle immagini, nella descrizione di un mondo al tempo stesso decadente (la vecchiaia e la malattia di molti personaggi che circondano il protagonista) e ricco di spunti e potenzialità (l'arte, il cinema, le passioni), nel complesso il film appare per forza di cose più personale, sofferto e dunque sincero rispetto, per esempio, alle pellicole su Andreotti o Berlusconi. Il cast comprende Marlon Joubert (il fratello maggiore Marchino), Luisa Ranieri (la zia ninfomane Patrizia), Betti Pedrazzi: (la baronessa), Biagio Manna (l'amico contrabbandiere Armando), e ancora Massimiliano Gallo, Roberto De Francesco, Renato Carpentieri, Dora Romano. Musiche di Lele Marchitelli. La canzone sui titoli di coda (con le scritte naturalmente in azzurro) è "Napule è" di Pino Daniele.

10 ottobre 2020

Loro (Paolo Sorrentino, 2018)

Loro (aka Loro 1 e Loro 2)
di Paolo Sorrentino – Italia/Francia 2018
con Toni Servillo, Riccardo Scamarcio
**

Visto in divx.

Dopo il film anticonvenzionale che aveva firmato su Giulio Andreotti ("Il divo", nel 2008), Sorrentino si occupa stavolta di Silvio Berlusconi, proseguendo nel portare sul grande schermo (con una "rielaborazione e reinterpretazione in chiave strettamente artistica", come sottolinea precauzionalmente la didascalia introduttiva) le figure più importanti della cronaca e della politica dell'Italia del ventesimo secolo, trasfigurandole a suo modo in chiave pulp e post-moderna. Anche in questo caso, però, l'impressione è che si badi soprattutto all'estetica e alle frasi ad effetto, e che manchi una riflessione non superficiale sul personaggio e sul suo impatto sulla società e la politica italiana (che invece c'era, per esempio, anche nel film di Nanni Moretti "Il caimano"). Berlusconi è ritratto nella sua vita privata, quasi sempre all'interno della villa di Porto Rotondo in Sardegna: siamo attorno al 2008, dunque già negli anni del suo declino, quando cominciano a filtrare i primi scandali sessuali e il matrimonio con Veronica Lario (Elena Sofia Ricci) entra in crisi. Uscito nelle sale diviso in due parti (ma come già nei casi di "Novecento" e "Nymphomaniac", si tratta a tutti gli effetti di un unico film, tanto che in seguito è stata resa disponibile una versione unificata, sia pure con qualche taglio), il lungometraggio reca un titolo curioso, "Loro". Va ovviamente contrapposto a "Lui", come è chiamato Berlusconi nella parte iniziale della pellicola da chi non vuole farne apertamente il nome, rievocando ovviamente un altro celebre "lui" della politica italiana, Benito Mussolini. "Loro" sono tutti quelli che, per lo più per interesse, gravitano attorno a Berlusconi (il titolo francese del film è ancora più esplicito: "Silvio et les autres"), ovvero l'entourage che lo circonda, una corte di "nani e ballerine" che lo sfruttano e ne vengono sfruttati in un mercimonio di potere e di sesso. Fra di essi ci sono figure reali (Mariano Apicella, Noemi Letizia, Ennio Doris, Fedele Confalonieri) e immaginarie (ma in cui si possono facilmente riconoscere personaggi autentici, come Lele Mora, Walter Lavitola, Sandro Bondi, Sabina Began o Daniela Santanché), fra cui spicca Sergio Morra (Riccardo Scamarcio), evidentemente ispirato a Gianpaolo Tarantini, imprenditore pugliese che cerca di entrare nelle grazie di Silvio sfruttando la sua passione per le donne e organizzando una festa a base di ragazze "disinibite" nella sua villa in Sardegna. Berlusconi stesso (interpretato da un sempre ottimo Servillo, vera e propria "maschera" dal perenne sorriso, che parla con cadenza brianzola e canta in napoletano) entra in scena solo dopo un'ora della prima parte (40 minuti nella versione "unificata"), relegando di colpo Scamarcio sullo sfondo e non abbandonando più il centro dell'attenzione. Siamo negli anni del declino, abbiamo detto, in cui il rapporto con Veronica si è irrimediabilmente incrinato, in cui Silvio è politicamente confinato all'opposizione (ma riuscirà a far cadere il governo di centrosinistra grazie alla compravendita di parlamentari), in cui la noia e la stanchezza sono mitigate per l'appunto dalle "cene eleganti".

Costruito su una serie di scenette episodiche e slegate l'una dall'altra (la migliore è probabilmente quella dell'incontro con Ennio Doris, interpretato anch'esso da Servillo che così dialoga con sé stesso, seguita dalla telefonata in cui Silvio – spacciandosi per l'agente immobiliare "Augusto Pallotta" – intende dimostrare a sé stesso di essere ancora il "venditore più bravo di tutti"), che accatastano personaggi macchiettistici, il film si concentra su vari aspetti del personaggio Berlusconi ma non riesce mai a scalfirne la superficie, mostrandocelo evasivo nei momenti chiave (il dialogo con Veronica, ma anche quello con la giovane Stella (Alice Pagani), l'unica che gli resiste). Sorrentino sembra quasi voler giustificare questa mancanza di analisi, dichiarando esplicitamente che in Silvio non c'è più di quello che appare ("La sinistra non riesce a mettermi a fuoco, pensa che tutto sia sempre complesso, e invece è tutto così elementare"). Eppure il regista non sembra nemmeno provarci, e si limita a mostrare la sua megalomania, la sua volgarità, la decadenza, lo sfoggio di ricchezza e potere, la sua ossessione per le donne e il sesso (anche se le ragazze – cui dona, come un marchio, il ciondolo della farfallina – sono tutte rifatte, anoressiche o grossolane, mai – con l'eccezione appunto di Stella – genuinamente "belle"). Qua e là si butta comunque un sassolino, come quando si afferma che Silvio "fa battute e pagliacciate perché afflitto da un grande complesso di inferiorità". Dopo altre scene slegate dal resto (la rielezione, il terremoto all'Aquila, l'incontro con Mike Buongiorno), il film si conclude all'improvviso, quasi random e anticlimaticamente, mostrandoci un Silvio che aziona il suo tanto celebre vulcano finto, all'interno della villa in Sardegna, quando è da solo. E Scamarcio? dimenticato. La lunghezza della pellicola, e il parallelo con personaggi ed eventi reali, può certamente lasciare qualcosa allo spettatore, ma nel complesso mi è parso un film inutile, uno sfoggio di stile che a livello artistico e tecnico, beninteso, è sempre bello o quantomeno interessante, ma che non offre nulla che non si fosse già visto nei lavori precedenti di Sorrentino (e con qualche citazione da "The Wolf of Wall Street" di Scorsese): siamo quasi di fronte a un lungo videoclip, a una sorta di portfolio o demo, con sequenze accompagnate da una colonna sonora che abbina la musica di Lele Marchitelli con varie canzoni pop (ma ci sono anche "Domenica bestiale" di Fabio Concato, cantata da lui stesso, e "Voi che sapete" da "Le nozze di Figaro" di Mozart, per non parlare delle canzoni napoletane intonate da Servillo/Berlusconi, fra cui "Malafemmena"; e non poteva mancare ovviamente "Meno male che Silvio c'è"). Un film in fondo innocuo, che infatti è passato quasi inosservato (niente scandali, sollevazioni o processi) e che, a distanza di soli due anni, già pochi ormai si ricordano. La sua colpa, forse, è anche quella di essere uscito quando ormai Berlusconi è già lentamente scivolato fuori dall'attenzione e dalla vita politica italiana, dopo una sovraesposizione multidecennale che ci ha resi tutti un po' stanchi e poco propensi a interessarci nuovamente al personaggio e a tutto ciò che lo circonda. Nel cast anche Dario Cantarelli (il maggiordomo vestito di bianco), Kasia Smutniak (Kira/Began), Euridice Axen (la moglie di Morra), Fabrizio Bentivoglio (Santino/Bondi), Roberto De Francesco (Sala/Mora), Anna Bonaiuto (Cupa/Santanché) e Ricky Memphis (Pasta/Lavitola).

1 ottobre 2020

La ragazza nella nebbia (D. Carrisi, 2017)

La ragazza nella nebbia
di Donato Carrisi – Italia 2017
con Toni Servillo, Alessio Boni
**

Visto in TV, con Sabrina.

In una cittadina di montagna, isolata in una valle delle Alpi, una ragazza sparisce misteriosamente alla vigilia di Natale. A indagare sulla sua scomparsa, temendo sia rimasta vittima di un omicidio, giunge lo spregiudicato ispettore Vogel (Toni Servillo), i cui metodi consistono nel richiamare l'attenzione dei mass media e spettacolarizzare la vicenda, manipolando le informazioni e spingendo così il colpevole a commettere un passo falso. Colpevole che l'ispettore ritiene di aver individuato nel professor Martini (Alessio Boni), insegnante nel liceo locale: e pur avendo soltanto lievi indizi, non esita a manipolare le prove per poterlo arrestare... L'opera prima dello scrittore Donato Carrisi, tratta ovviamente da un suo romanzo, è un giallo-noir ricco di colpi di scena e dalla struttura non banale (la vicenda principale è in realtà raccontata in flashback dallo stesso ispettore Vogel al dottor Flores (Jean Reno), psichiatra che lo interroga perché a sua volta è accusato di un omicidio), con un soggetto interessante (anche se per molti versi implausibile) ma numerosi problemi a livello di sceneggiatura. E non mi riferisco solo ai dialoghi scolastici, di qualità amatoriale o da fiction televisiva, ma soprattutto alla caratterizzazione dei personaggi, Vogel in primis, per certi versi pretestuosa (e funzionale solo alle necessità dell'intreccio) e per altri oscillante e contraddittoria (è davvero poco credibile, per esempio, che un ispettore che ci è stato presentato come poco interessato alla verità, al punto da non esitare a mandare sotto processo un sospettato senza prove o addirittura falsificandole, nonché abituato a manipolare i media e l'opinione pubblica, si trasformi improvvisamente in un vendicatore in prima persona in nome di un senso di giustizia che mai aveva dimostrato di possedere). Anche l'ambientazione è troppo vaga: girato in Alto Adige (in Val d'Ega, a Nova Levante e Carezza), il film si svolge in una cittadina dal nome francese, dove si parla italiano ma i cognomi sono tedeschi: che volesse essere in Svizzera? Imperdonabile comunque la neve che va e viene, da scena a scena, in maniera casuale. Nel complesso, un film che avrebbe meritato una revisione della sceneggiatura e una regia più esperta, visto che l'idea di base e gli attori di talento non mancavano. Curiosità: dieci anni prima, Servillo aveva interpretato un film per certi versi simile a questo, "La ragazza del lago" di Andrea Molaioli.

14 maggio 2020

5 è il numero perfetto (Igort, 2019)

5 è il numero perfetto
di Igort – Italia 2019
con Toni Servillo, Carlo Buccirosso
**

Visto in TV.

In una Napoli buia, piovosa e diroccata, l'anziano "guappo" Peppino Lo Cicero (Toni Servillo con un naso finto), sicario in pensione, riprende in mano le armi e scatena una guerra fra bande per vendicare il figlio Nino (Lorenzo Lancellotti), tradito dal boss per cui lavorava. Al suo fianco l'amico di sempre, Totò o' Macellaio (Carlo Buccirosso), e l'ex amante Rita (Valeria Golino). All'esordio come regista cinematografico, il fumettista Igort (Igor Tuveri) porta sullo schermo una delle sue graphic novel di maggior successo, una storia di tradimenti, vendette e rappresaglie ambientata negli anni Settanta, con una trama fortemente debitrice ai classici del noir e alle pellicole di arti marziali dell'estremo oriente (con citazione esplicita: il protagonista va al cinema a vedere "Cinque dita di violenza"). Se i temi sono già visti e rivisti mille volte, la forma è però (post-)moderna, con divisione (piuttosto pretestuosa, a dire il vero) in capitoletti e un forte sbilanciamento sul versante stilizzato ed estetico (la fotografia è di Nicolaj Brüel): non c'è da stupirsi, dopotutto, vista l'origine fumettistica. Purtroppo i difetti di scrittura sono notevoli: non tanto per la poca originalità della trama (su canovacci simili c'è chi ha realizzato dei capolavori, Melville, Woo e Kitano in primis) o della stessa forma-fumetto (da "Sin City" e "The Spirit"), quanto per la debole caratterizzazione dei personaggi che gravitano attorno al protagonista (quello interpretato dalla Golino, per esempio, è fondamentalmente inutile), per non parlare di elementi che sembrano scollegati l'uno dall'altro (come l'aneddoto che dà il titolo alla pellicola), una generale confusione narrativa e un colpo di scena poco sensato, che giunge fuori tempo massimo. Non si capisce inoltre perché si mescolino luoghi reali (Napoli) e immaginari (il Parador, fittizio paese del Centro America dove si svolge il finale), e lo stesso vale per i riferimenti culturali (basti pensare ai fumetti citati durante la pellicola: un comic book americano inventato, "L'uomo gatto", è contrapposto ai tascabili neri italiani come "Diabolik" e "Kriminal" per far riflettere sui ruoli degli eroi e dei cattivi nelle rispettive culture). Si salva invece l'ambientazione, finta ma fascinosamente irreale, e il mix di nostalgia e disillusione. Dialoghi spesso inintellegibili, un difetto di quasi tutto il cinema italiano recente.

11 aprile 2017

Lasciati andare (Francesco Amato, 2017)

Lasciati andare
di Francesco Amato – Italia 2017
con Toni Servillo, Veronica Echegui
**

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina.

Elia Venezia (un Servillo per una volta prestato alla commedia), psicoanalista ebreo di mezza età, è annoiato dalla vita, tiene tutto e tutti a distanza, e pare completamente indifferente a ciò che lo circonda. E questo si aggiunge agli altri tratti negativi che ormai lo caratterizzano: è infatti pigro, caustico, goloso, indolente, passivo, egoista, tirchio, incapace di smuovere un'esistenza che ruota ancora intorno alla (ex) moglie (Carla Signoris), che abita nell'appartamento a fianco e da cui continua a dipendere, anche sentimentalmente, senza però volerlo ammettere. Quando, per problemi di salute, viene convinto a frequentare una palestra, fa la conoscenza di Claudia (Echegui), giovane e spigliata personal trainer spagnola con un background avventuroso. E la reciproca frequentazione (la trainer dovrebbe allenare il corpo dell'uomo, lo psicanalista fare chiarezza nella mente della ragazza) non farà che del bene a entrambi. Lo spunto alla base del film è il più semplice che si può, ed evidentemente troppo esile (e stereotipato) per costruirci sopra un intero lungometraggio: ecco dunque che, nella seconda parte, deve essere "rimpolpato" con una trama più movimentata, che coinvolge uno degli ex di Claudia, Ettore (l'ottimo Luca Marinelli), uno scalcinato ladro di gioielli che vorrebbe sfruttare le doti di ipnotista di Elia per riuscire a ricordare dove ha nascosto il malloppo... Se l'originalità non è il suo forte, il film ha però il merito di non perdere mai la briosa vivacità che lo caratterizza, e tutto sommato riesce a divertire fino alla fine grazie al ritmo frenetico, a battute piacevoli (le migliori: quella su Winnicott, confuso da Claudia con Winny the Pooh, e quella di Ettore sul nome della bambina) e personaggi simpatici (Servillo è il mattatore, ma anche i comprimari fanno la loro parte). Piccoli ruoli per Giacomo Poretti (uno dei pazienti di Elia), Giulio Beranek (il calciatore gay) e Vincenzo Nemolato (il ladro ucraino). Nella colonna sonora, la mozartiana "Non più andrai, farfallone amoroso".

22 aprile 2016

Le confessioni (Roberto Andò, 2016)

Le confessioni
di Roberto Andò – Italia/Francia 2016
con Toni Servillo, Daniel Auteuil
*1/2

Visto al cinema Apollo.

Il presidente del Fondo Monetario Internazionale (Daniel Auteuil) e i ministri dell'economia del G8 si riuniscono in un albergo di lusso sulla costa della Germania per deliberare una manovra segreta contro la crisi economica. Al summit, a sorpresa, sono invitati anche tre elementi esterni: una rock star, una scrittrice per bambini (Connie Nielsen, ispirata evidentemente a J.K. Rowling) e un monaco certosino votato al silenzio (Servillo). A quest'ultimo, a sera inoltrata, il presidente chiede inaspettatamente di essere confessato nella privacy della propria stanza. Ma quando la mattina dopo l'uomo viene trovato morto, si scatenano dubbi e panico: si è suicidato? è stato ucciso (con il monaco come primo sospettato)? Ma soprattutto, ha rivelato nella sua confessione il segreto della manovra finanziaria che sta per essere varata, e che avrà conseguenze pesanti per i paesi più deboli e già in difficoltà? Dopo "Viva la libertà", Andò – con l'aiuto di Servillo – prosegue la sua riflessione sul potere, centrando meglio l'attenzione da quello politico a quello economico. Ma lo fa con un film sì elegante (e che può contare su un ricco cast internazionale: ci sono anche Pierfrancesco Favino, Lambert Wilson, Marie-Josée Croze, Togo Igawa e Moritz Bleibtreu) ma anche freddo, fumoso e qualunquista nelle sue riflessioni a vasto raggio (oltre a politica ed economia, si sfiorano anche arte e religione). L'aggancio all'attualità (la crisi economica, l'austerity, il default della Grecia) si perde in generalizzazioni tanto superficiali quanto discutibili, mentre il gioco dei contrasti (il monaco umile in abito bianco che si aggira nei corridoi di un hotel lussuoso e asettico, i politici e gli economisti che devono prendere decisioni disumane e che frattanto mostrano vizi e virtù quanto più umane possibili) lascia il tempo che trova. Quanto all'aspetto giallistico, Andò ha dichiarato di essersi voluto rifare a maestri come Polanski e Hitchcock (di cui si cita esplicitamente "Io confesso"): ma evidentemente non sembra aver compreso la lezione di sir Alfred secondo cui la suspense va costruita "titillando" il pubblico: qui lo spettatore è tenuto all'oscuro di quasi tutti i dettagli della vicenda, i segreti dei personaggi rimangono tali anche per lui, il monaco è sempre enigmatico e impenetrabile, e dunque vengono a mancare gli appigli per costruire la tensione e rendere avvincente il thriller. Aggiungiamovi la caratterizzazione mal riuscita o inesistente di gran parte dei personaggi (alcuni dei quali, come il cantante, francamente inutili), la stereotipazione dei "buoni" e dei "cattivi" (i soli a manifestare dubbi sulla manovra economica sono il ministro italiano e l'unica donna, la canadese, mentre fra i "duri" ci sono ovviamente il tedesco, l'americano e il russo: le simpatie e le antipatie del regista sono fin troppo evidenti), i luoghi comuni sul potere delle banche, sul cinismo del capitalisti e sulla disumanità di potenti che non ascoltano la propria coscienza. A rendere un po' più gradevole il tutto non bastano sporadici momenti surreali o poetici (gli uccelli, il cane, il vecchio ricco con l'alzheimer, il finale semi-comico che però giunge fuori tempo massimo in un film che si è preso troppo sul serio) o la bravura degli interpreti (alcuni però, come Auteuil o la Nielsen, affossati dal doppiaggio). Nella colonna sonora di Nicola Piovani c'è spazio per Lou Reed ("Walk on the wild side") e Schubert ("Winterreise").

29 maggio 2013

La grande bellezza (P. Sorrentino, 2013)

La grande bellezza
di Paolo Sorrentino – Italia 2013
con Toni Servillo, Sabrina Ferilli
****

Visto al cinema Arcobaleno.

"Non volevo essere semplicemente un mondano, volevo diventare il re dei mondani": così si presenta il sessantacinquenne Jap Gambardella (uno straordinario – come al solito – Toni Servillo), giornalista viveur che ha abbandonato la carriera di scrittore dopo aver pubblicato, quarant'anni prima, il suo primo e unico libro, "L'apparato umano". Ora trascina le proprie notti in sfrenate feste sulle terrazze di Roma con gli amici, pseudo-intellettuali che si divertono a bere, a ballare, a sniffare cocaina e a fare i trenini sulle note remixate di Raffaella Carrà fino a tarda notte (ma il sole che sorge per loro è quello del logo Martini), magari in cerca di improbabili avventure amorose, non meno soli e disperati di lui ma forse non altrettanto cinici e disincantati. Dal suo appartamento con vista sul Colosseo, Jep domina un mondo dove tutto è "sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore, il silenzio, il sentimento, l'emozione e la paura, gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza e poi lo squallore disgraziato e l'uomo miserabile". Paragonato o confrontato da quasi tutti i critici a classici del cinema italiano come "La dolce vita" e "Roma" di Fellini o "La terrazza" di Scola – forse perché mette in scena la vita gaudente ed effimera in una Roma metafisica e allucinata, "ridotta a Babilonia" e che altro non è che uno specchio dell'intero paese – in realtà il sesto film di Sorrentino ha un'anima tutta sua, molto più intima, crepuscolare e decadente. Quelle pellicole raccontavano anche l'ottimismo e le illusioni della società del dopoguerra e degli anni del boom economico (peraltro non scevri da lati oscuri e da una sottile malinconia), mentre in questo caso c'è la constatazione di un fallimento esistenziale già compiuto e della vacuità del presente, che si trascina a fianco dei rimpianti per il passato. Se da un lato si tratta di un film sulla vecchiaia, sul bilancio di un'esistenza o – come lo ha definito lo stesso autore – "sulle occasioni mancate", dall'altro la Roma "indolente, barocca, papalina", dove il trash si fonde con il sublime, è per l'appunto ancora una volta una metafora dell'Italia intera, lo specchio della decadenza di un paese di "pezze e pizze" (l'immagine che meglio la rappresenta è quella della Costa Concordia naufragata all'Isola del Giglio), in cui latitanti possono vivere indisturbati per anni in pieno centro, o in cui nugoli di suore si fotografano davanti ai monumenti.

Agli splendori del passato (anche se la città è vecchia, è ancora abbastanza bella da provocare un infarto a un turista giapponese, e la macchina da presa del regista ne svela tantissimi tesori: le strade, le fontane, i parchi, le rovine... come dimenticare la magica passeggiata notturna alla scoperta dei tesori nascosti negli antichi "palazzi delle principesse"?) si contrappone la mediocrità del presente, dominata dalla volgarità e dalla superficialità dell'apparire (anche un funerale è una recita); all'abilità dei grandi scultori, pittori e architetti che hanno reso Roma celebre nel corso dei millenni, fanno da contrasto le forme di "arte degenerata" della scena contemporanea (la performance dell'artista concettuale "alternativa" che sbatte la testa contro i muri; la bambina pittrice, costretta a esibirsi controvoglia dai suoi genitori; l'uomo che fotografa solo sé stesso, simbolo del narcisismo portato ai massimi livelli); il kitsch e la decadenza affiorano da ogni parte: si va dal chirurgo estetico che inietta botulino a ricche pazienti in coda con il numerino come se fossero dal droghiere, alle sale di spogliarello invase dalle "polacche", dai nobili decaduti che guardano i programmi di Real Time e si fanno "noleggiare" per essere ospitati alle feste, al cardinale (interpretato da Roberto Herlitzka) che anziché sulla spiritualità si concentra solo sulle ricette di cucina. Ma anche dallo sfacelo e dalla vecchiaia, alla fine, può nascere un nuovo impulso; dalla constatazione dei propri limiti e del proprio fallimento può arrivare una nuova saggezza, un nuovo equilibrio: il film si conclude così con un raggio di speranza, con l'alba di un nuovo giorno che può portare a una nuova vita. Ed è curioso che lo stimolo provenga dal personaggio più anziano e decrepito di tutti, la "Santa", protagonista di alcune delle sequenze più surreali (la scena con i fenicotteri che si fermano sul balcone di Jep) di un film comunque sempre sorprendente, a cui non mancano squarci visionari (il mare sul soffitto, simbolo dei ricordi mai sopiti per la gioventù e per il primo amore; la giraffa che sbuca improvvisamente fra le rovine di Caracalla, come se fossimo in un film di Buñuel). L'alternanza fra i rimpianti per la giovinezza e l'amara constatazione della vecchiaia è portata avanti da Sorrentino grazie a una regia di grandissimo livello, come ci ha abituati, fra lenti e virtuosistici movimenti di camera (non si contano le carrellate kubrickiane), un montaggio pop e a tratti allucinato, una fotografia luminosa e folgorante, anche nelle numerose scene notturne. Meravigliosi i titoli di coda, le cui immagini ci fanno letteralmente "navigare" lungo il Tevere e sotto i ponti di Roma. Notevole la colonna sonora, spesso diegetica, fra ensemble vocali che eseguono musica sacra, canzonette pop durante le feste, brani sinfonici (Górecki e Bizet). Nel ricchissimo cast, dove spiccano Carlo Verdone (l'autore teatrale fallito che spera ancora di tornare sulle scene) e Sabrina Ferilli (quarantacinquenne che si esibisce come spogliarellista nel locale di proprietà del padre), ci sono anche Carlo Buccirosso, Iaia Forte, Pamela Villoresi, Galatea Ranzi, Giorgio Pasotti (il "custode delle chiavi"), Luca Marinelli, Serena Grandi, Giovanna Vignola (la nana Dadina), Isabella Ferrari ("Che lavoro fai?" "Sono ricca"), Anna Della Rosa, più camei (nella parte di sé stessi) per Fanny Ardant e Antonello Venditti.

20 marzo 2013

Viva la libertà (Roberto Andò, 2013)

Viva la libertà
di Roberto Andò – Italia 2013
con Toni Servillo, Valerio Mastandrea
**1/2

Visto al cinema Arlecchino, con Sabrina.

L'ingessato politico Enrico Oliveri (Servillo), segretario della principale coalizione di sinistra ("il maggior partito di opposizione"), in crisi nei sondaggi e nella leadership, abbandona Roma e si rifugia in incognito a Parigi, ospite di una vecchia fiamma (Valeria Bruni Tedeschi). Visto il momento delicato ed essendo il politico irreperibile, il suo assistente Andrea (Mastandrea) decide di sostituirlo con un sosia, ovvero il fratello gemello Giovanni (sempre Servillo), scrittore e filosofo reduce da una casa di cura psichiatrica. Il comportamento e le dichiarazioni eccentriche di Giovanni (senza compromessi o peli sulla lingua) galvanizzano la gente e fanno riguadagnare consensi a lui e al partito, mentre nel frattempo a Parigi anche Enrico riesce a ritrovare sé stesso, le passioni che lo muovevano in gioventù (su tutte il cinema, arte basata sulla finzione non meno della politica) e persino l'amore. Tratto da un romanzo ("Il trono vuoto") dello stesso regista, un film dai toni vagamente surreali e tutto incentrato su un tema, quello del "doppio", già abbondantemente sfruttato sul grande schermo e in letteratura (a partire, ovviamente, da "Lo strano caso del Dottor Jekyll e di Mister Hyde" di Stevenson), cui si innesta quello del "fool" shakesperiano. È evidente che i due fratelli Enrico e Giovanni (che sin da giovani si scambiavano identità e fidanzate, come i gemelli di "Inseparabili" di Cronenberg) rappresentano le due metà opposte di uno stesso individuo: se viene a mancare la parte istintiva, i sentimenti, la "follia", si diventa un arido politico (di sinistra!); se viene a mancare la razionalità e il controllo, si diventa pazzi. Lo scambio di ruoli, invece, fa bene ad entrambi e li aiuta prima a riconoscere e poi a riconquistare la parte di sé perduta. Quando Enrico è pronto a tornare, infatti, Giovanni si fa da parte e "sparisce" letteralmente nel nulla (su una spiaggia, come in "Sotto la sabbia" di Ozon): in un certo senso viene "riassorbito" dal fratello (che nella scena finale ne manifesta alcuni comportamenti). Nonostante la grande prova "doppia" di Servillo (da notare che i due fratelli non compaiono mai insieme nella stessa scena), al film manca però qualcosa per sollevare le proprie tesi e i propri simboli oltre la soglia della banalità. Soprattutto la seconda parte porta avanti la vicenda con il pilota automatico, senza riservare sorprese o sviluppi degni di nota. Ai personaggi di contorno (a cominciare da quello interpretato da Mastandrea) manca il culmine dell'evoluzione, mentre la riflessione politica, nel migliore dei casi, pecca di ingenuità e di ottimismo. Le dichiarazioni di Giovanni non sono in realtà nulla di trascendentale o di rivoluzionario: sono "soltanto" sincere, chiare e dirette. Davvero semplicità e passione sarebbero sufficienti, in una paese come l'Italia, a guadagnare il favore degli elettori (cosa di cui spesso la sinistra si è illusa?). E davvero basta ballare il tango con la cancelliera tedesca, giocare a nascondino con il Presidente della Repubblica o citare una poesia di Brecht davanti agli elettori per raggiungere il 66% nei sondaggi? Curioso notare come diversi personaggi facciano riferimenti a protagonisti reali della scena pubblica e politica: il "viscido" rivale De Bellis, definito "elefante della politica", è ovviamente D'Alema (con tanto di baffetti); il dirigente che afferma "bisogna dare alla gente quel che vuole" (cui Andrea replica "La gente ama anche la merda, ma non vuol dire che gliela dobbiamo dare") è forse modellato su Renzi; l'anziano ideologo del Pci è probabilmente Ingrao; mentre lo stesso Oliveri, più che Bersani, ricorda Veltroni (con tanto di amore giovanile per il cinema; da sottolineare anche la battuta sull'arredamento della sede elettorale, che richiama il suo famoso loft). La colonna sonora saccheggia a più riprese l'ouverture de "La forza del destino" di Verdi (ma le citazioni verdiane, nell'anno del bicentenario, non finiscono qui: per dirne una, lo pseudonimo con cui il filosofo Giovanni pubblica i suoi libri è Ernani). Michela Cescon è la moglie di Enrico, Anna Bonaiuto è la collega di partito, la bella Judith Davis è la ragazza francese con cui Enrico ha un flirt.

30 novembre 2010

Le conseguenze dell'amore (P. Sorrentino, 2004)

Le conseguenze dell'amore
di Paolo Sorrentino – Italia 2004
con Toni Servillo, Olivia Magnani
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni.

Il commercialista salernitano Titta Di Girolamo, un uomo grigio, metodico, riservato, serio ("l'unica cosa frivola che possiedo è il mio nome") e apparentemente incapace di esprimere emozioni, vive come un recluso da otto anni in un albergo in Svizzera. Ritenuto da tutti un uomo d'affari, in realtà si occupa di riciclare i proventi di Cosa Nostra versando in banca le valigie piene di denaro che periodicamente gli vengono recapitate. L'amore per la giovane barista dell'albergo lo spingerà però a compiere una scelta coraggiosa, incrinando le consuetudini più radicate e accettando volontariamente di pagarne le conseguenze. Il secondo lungometraggio della coppia Sorrentino/Servillo (dopo "L'uomo in più" e prima de "Il divo") è il folgorante racconto di un'esistenza triste e solitaria, incentrato su un personaggio che sembra anestetizzato dal destino e avulso dalla vita. È lui stesso, attraverso una voce off che evoca un film noir, a raccontare allo spettatore molte cose di sé: gli scarsi rapporti con i parenti (la moglie e i figli, rimasti in Campania; il giovane fratellastro, sportivo e globetrotter, che passa a salutarlo), la mancanza di relazioni sociali (il suo "miglior amico" è uno che non vede da vent'anni: bella e toccante la scena, nel finale, che lo mostra mentre lavora su un traliccio dell'alta tensione fra le montagne altoatesine, paesaggio simbolo di quella libertà che contrasta con la "prigionia" di Titta); la dipendenza dall'eroina (anche questa consumata settimanalmente in maniera metodica) e l'abitudine, una volta l'anno, di fare un completo "lavaggio del sangue". Ma lentamente la sua ritrosia e la riservatezza cominceranno a incrinarsi. Sorrentino gira con grande stile, dando vita a un'atmosfera fredda e sobria. La lunga scena d'apertura, nella quale i titoli di testa scorrono mentre un incaricato della banca porta la valigia lungo un nastro trasportatore, evoca sia "Il laureato" sia la sequenza iniziale di "Millennium mambo". L'ottima regia è ben accompagnata dalla fotografia algida di Luca Bigazzi, dall'evocativa e minimalista colonna sonora di Pasquale Catalano, e soprattutto dalla magistrale interpretazione di Toni Servillo, uno dei migliori attori italiani (se non il migliore) dell'ultimo decennio. La coprotagonista, al suo esordio sul grande schermo, è la nipote di Anna Magnani.

4 maggio 2009

L'uomo in più (P. Sorrentino, 2001)

L'uomo in più
di Paolo Sorrentino – Italia 2001
con Toni Servillo, Andrea Renzi
***

Visto in divx, con Marisa.

Storia di due declini paralleli nella Napoli degli anni ottanta. Tony, al secolo Antonio Pisapia, è un popolare cantante di musica leggera (il personaggio è ispirato a Franco Califano) la cui carriera si arresta bruscamente dopo uno scandalo sessuale. Il suo omonimo Antonio Pisapia, invece, è un ex calciatore di Serie A (ispirato ad Agostino Di Bartolomei) che vorrebbe intraprendere la carriera di allenatore ma deve fare i conti con l'ostracismo dell'ambiente e dei suoi ex dirigenti. La pellicola d'esordio di Paolo Sorrentino (anche sceneggiatore) ne segue le rispettive vicissitudini, dall'apice della carriera fino alla caduta nel dimenticatoio con la disperazione che ne consegue, senza mai farli incontrare prima del finale, in un breve attimo che segnerà il destino di entrambi. Diversissimi per personalità (Tony è spavaldo, esuberante, gaudente; Antonio è introverso, timido e razionale), sono di fatto persone indesiderate in una società dove il passato conta fin troppo e il futuro sembra non promettere nulla di buono. Ottima la regia (di Sorrentino mi piace molto come sa integrare la colonna sonora con le immagini) e le interpretazioni, in particolar modo quella di Servillo, bravo anche come cantante: il suo personaggio, cocainomane, amante della buona cucina e soprattutto del pesce, ripudiato dalla propria famiglia e ossessionato dalla scomparsa del fratello in una battuta di pesca subaquea, è l'unico a concedersi nel finale una sorta di amaro riscatto.

18 giugno 2008

Gomorra (Matteo Garrone, 2008)

Gomorra
di Matteo Garrone – Italia 2008
con Toni Servillo, Gianfelice Imparato
***

Visto al cinema Apollo (rassegna di Cannes).

"Gomorra" è la città del peccato, ed è davvero curioso come per assonanza ricordi la parola "camorra". Ispirato dall'omonimo romanzo-saggio di Roberto Saviano (che non ho letto, quindi non mi interessa fare un confronto), il film di Garrone racconta più storie che illustrano – attraverso vicende tragiche e violente – alcuni dei diversi e sfaccettati aspetti del sistema malavitoso che governa interi quartieri di Napoli e della Campania, a volte come un stato parallelo e assistenziale che si preoccupa persino di ridistribuire le proprie ricchezze, a volte trasformandosi una vera e propria industria, e a volte portando la morte e la guerra all'interno dei quartieri periferici e cittadini. A Scampia, per esempio, "la più grande piazza di spaccio in Europa", è in corso una sanguinosa faida fra il clan Di Lauro e gli "scissionisti" che finisce per coinvolgere tutti: anche il giovanissimo Totò (un ragazzino che all'inizio si limitava a consegnare la spesa negli appartamenti) e l'attempato Don Ciro (il cassiere incaricato di portare denaro alle famiglie dei camorristi morti o in galera). In un'altra zona, due giovani delinquenti (Marco e Ciro) si atteggiano a Scarface e sognano di mettersi in proprio e di impadronirsi delle attività nel territorio, ma dovranno fare i conti con il clan che non sopporta le loro iniziative. Pasquale, un semplice sarto esperto di alta moda, accetta invece la proposta di un imprenditore cinese che gli chiede di dare lezioni ai suoi operai: ma la camorra, che controlla anche il traffico delle griffe, non tollera la concorrenza. Infine il tecnico Franco e il giovane apprendista Roberto si occupano dello smaltimento clandestino dei rifiuti tossici provenienti dal nord-est e dall'estero: ma la coscienza di Roberto gli impedirà di proseguire il lavoro. L'estremo realismo delle ambientazioni (i caseggiati, le cave, le spiagge, i locali, le fabbriche, gli interni fatiscenti o barocchi), la recitazione (si va da attori "navigati" come Servillo e Imparato ad altri relativamente poco noti come Salvatore Cantalupo e Carmine Paternoster, fino a giovani come Marco Macor, Ciro Petrone, Salvatore Abbruzzese) e i dialoghi (spesso in dialetto napoletano stretto, che richiedono i sottotitoli in italiano sullo schermo) donano forza e spessore a un film corale che per tutta la sua durata non ha momenti di pausa o di cedimento. Tutti i personaggi sembrano sulla stessa barca, per scelta o meno, anche se fra di loro ci sono estreme differenze: c'è chi si illude che la guerra non lo riguardi, finendo per trovarcisi trascinato dentro (come Don Ciro), chi non ha alternativa perché cresciuto in quell'humus da sempre (Totò), chi non ha scrupoli di contribuire al sistema (Franco), chi ha la forza di uscirne (Roberto), chi non vede al di là del proprio mondo (Marco e Ciro) e chi approfitterà della lezione per farsi un'altra vita (Pasquale). Proprio i personaggi di Pasquale e di Roberto, soprattutto quest'ultimo (il primo in fondo sceglie una più facile fuga), donano al finale della pellicola un briciolo di speranza che contrasta con la tragedia e il pessimismo delle storie del piccolo Totò e delle "teste calde" Marco e Ciro. La regia è funzionale ed essenziale, senza virtuosismi o retorica, e contribuisce a descrivere la "quotidianità" della camorra senza ammantarla di aura epica (lo squallore e il disagio del sistema è chiaramente visibile). Fra le scene che più mi hanno colpito, oltre a quella del rito di iniziazione con il giubbotto antiproiettile, c'è sicuramente la sequenza della cava con i bambini che guidano i camion per seppellire i fusti di rifiuti tossici. Meritato il Grand Prix a Cannes: se fosse arrivata anche la Palma d'Oro credo che nessuno avrebbe avuto da ridire.

Nota: durante la visione, mi chiedevo come Garrone avesse potuto girare il suo film impunemente a Scampia, quando invece lo scrittore Saviano gira con la scorta da oltre un anno proprio a causa del suo libro. Scopro adesso che sarebbe stata proprio la camorra a dare l'assenso alle riprese: "Il cinema per questi individui è una cosa innocua, anzi un modello da seguire" (da Cinema e dintorni).

14 giugno 2008

Il divo (Paolo Sorrentino, 2008)

Il divo
di Paolo Sorrentino – Italia 2008
con Toni Servillo, Carlo Buccirosso
**1/2

Visto al cinema Plinius (rassegna di Cannes).

“La spettacolare vita di Giulio Andreotti”: già il sottotitolo fornisce la chiave di lettura di questo film, bello e insolito, con il quale Sorrentino non intende approfondire il contesto politico, scendere nello specifico dei fatti legati al personaggio o narrare con stile documentaristico un pezzo di storia d'Italia, bensì semplicemente fornire – attraverso suggestioni, impressioni e divagazioni – un ritratto volutamente ambiguo di un uomo enigmatico, impenetrabile e monolitico che per cinquant'anni ha influito sulle sorti del nostro paese, nel bene e nel male, fra luci e ombre. Lo stile è dunque vivace e moderno, con quei titoli rossi che descrivono eventi e personaggi in modo ironico e allusivo, la musica che accompagna i numerosissimi ralenti e movimenti di macchina, le luci che generano una fotografia a volte iperrealistica e a volte onirica. La corrente dei fedelissimi andreottiani all'interno della Democrazia Cristiana è presentata come se si trattasse di una gang di malviventi, con tanto di soprannomi in stile famiglia mafiosa. Tralasciando i decenni precedenti (ai quali però ci sono continui richiami all'interno della narrazione: la pellicola si apre addirittura con una rapida carrellata – a suon di musica – dei principali omicidi che sono attribuiti ad Andreotti o legati in qualche modo alla sua responsabilità politica, da Moro a Gelli, da Calvi a Sindona, da Pecorelli a Dalla Chiesa), il film si concentra sugli anni novanta, dalla nascita del settimo governo presieduto dal “divo Giulio” ai suoi processi per mafia, passando per Tangentopoli (uno scandalo che attraversò indenne, mentre i suoi colleghi cadevano uno a uno) e la mancata elezione alla Presidenza della Repubblica. Nei corridoi e nelle stanze del potere, non sfarzose ma silenziose e vuote, vediamo un Andreotti tormentato dalle continue emicranie (che nella prima scena tenta di curare con l'agopuntura, finendo con l'assomigliare al personaggio di "Hellraiser"), che ha paura dei gatti (in “Sanguepazzo”, che ho visto pochi giorni fa, Zingaretti diceva “Sai perchè Dio ha creato i gatti? Per permettere all'uomo di accarezzare una tigre”), che incontra Totò Riina in un flashback lasciato volutamente nell'ambiguità, che va a pregare di notte (ma “in chiesa De Gasperi parlava con Dio, Andreotti con il prete”, perché “i preti votano, Dio no”), che vaga nel suo leggendario e smisurato archivio, che stuzzica la moglie (un'ottima Anna Bonaiuto: ma tutto il cast è su livelli eccellenti, grazie anche al buon lavoro di trucco), e soprattutto che si prodiga in tutte quelle battute, quegli aforismi e quelle risposte fulminanti che hanno contribuito alla sua fama di cinico, implacabile e astuto uomo politico. Onorato a Cannes con il premio della giuria, il film ha naturalmente scatenato le reazioni di molti dei personaggi reali che affollano la pellicola, anche se sono lontani i tempi in cui ci si poteva permettere di querelare un regista, uno sceneggiatore o un produttore per un film o addirittura di tentare di boicottarne la circolazione. Se Andreotti lo ha ovviamente definito una “mascalzonata” (per poi pentirsi e ritrarre il termine subito dopo), persino il giornalista Eugenio Scalfari – che nel film è rappresentato come uno dei “fustigatori” di Andreotti (che viene però tacitato dalle sue battute) – si è lamentato perché il film lascerebbe troppo spazio “all'immaginazione dello spettatore”, senza dire chiaramente se il senatore a vita fosse colpevole o meno dei reati che gli vengono attribuiti (e di molti lo era, o almeno così dicono carte e sentenze).

13 settembre 2007

La ragazza del lago (A. Molaioli, 2007)

La ragazza del lago
di Andrea Molaioli – Italia 2007
con Toni Servillo, Fabrizio Gifuni
**1/2

Visto al cinema Arlecchino (rassegna di Venezia)

Sulle rive di un lago fra le montagne friulane viene trovato il cadavere di una giovane ragazza. Un commissario meridionale, burbero e spaesato, indaga sull'omicidio. Tratto da un romanzo norvegese (l'ambientazione è stata spostata dai fiordi al Tarvisio), l'opera prima dell'ex aiuto regista di Nanni Moretti è un buon giallo incentrato tanto sul fatto di cronaca quanto sulla personalità dell'investigatore, interpretato dall'ottimo Toni Servillo, che indaga nei complessi rapporti della vittima con parenti e amici ed è tormentato a sua volta dai rapporti familiari con la moglie, ricoverata in un istituto psichiatrico, e con la figlia ribelle. La bella e inedita ambientazione (anche se a tratti ricorda, sin dal titolo, cose come "La donna del lago") fa da sfondo a una vicenda che, per fortuna, evita di giocare la carta del sensazionalismo (i media, per esempio, sono sorprendentemente assenti). Nulla di eccezionale, ma sicuramente finora il miglior film italiano della rassegna. Bravi anche gli altri attori, fra i quali spiccano Valeria Golino e il giovane Denis Fasolo.