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20 ottobre 2023

Il sol dell'avvenire (Nanni Moretti, 2023)

Il sol dell'avvenire
di Nanni Moretti – Italia 2023
con Nanni Moretti, Silvio Orlando
***

Visto in TV (Sky Cinema), con Sabrina.

Il regista Giovanni (Moretti) si appresta a girare il suo nuovo film, ambientato negli anni cinquanta e incentrato sulla crisi di coscienza di Ennio (interpretato dall'attore Silvio Orlando), segretario di una sezione del partico comunista italiano, di fronte alla brutale repressione sovietica della controrivoluzione ungherese. E nel frattempo Giovanni deve fare i conti con la volontà di Paola (Margherita Buy), sua compagna e produttrice da quarant'anni, di lasciarlo, sia personalmente sia professionalmente. Moretti torna a recitare sé stesso, in un film con tutti i suoi vezzi, le ossessioni e le caratteristiche: le nevrosi, le difficoltà relazionali, i turbamenti politici, l'amore per la canzone italiana (con brani di Battiato, Tenco, De André, ma anche "Think" di Aretha Franklin), la cinefilia un po' snob (si mostrano scene da "Lola" di Demy e da "La dolce vita", si citano nei dialoghi Kieslowski, Cassavetes, i Taviani) che si accoppia al disagio di fronte al cinema moderno (le frecciatine a Netflix, con i suoi rappresentanti che continuano a ripetere che "i nostri prodotti sono visti in centonovanta paesi" e che nella pellicola di Giovanni manca "il momento what the fuck"), evidente anche nella scena in cui il protagonista contesta a un giovane regista emergente (Giuseppe Scoditti) di essere troppo "innamorato della violenza" ("La scena che stai girando fa male al cinema!") e di usarla come intrattenimento, "senza peso", e chiama a dargli manforte personaggi come Renzo Piano, Chiara Valerio e Corrado Augias (nei panni di sé stessi), una sequenza che ricorda quella di Woody Allen con Marshall McLuhan in "Io e Annie". Aggiungiamoci la consapevolezza del tempo che passa: il distacco dalla modernità, la decisione di voler girare più spesso (e non solo "un film ogni cinque anni"), e ovviamente l'idea della morte che si avvicina: il soggetto del film nel film prevedeva in effetti una conclusione cupa (un nichilismo che però piace ai produttori coreani), poi cambiata all'ultimo momento e trasformata in un'utopia socialista, con una "felliniana" sfilata del circo, cui partecipano tutti i personaggi (e anche alcuni volti noti extra, ovvero i protagonisti di molti film precedenti di Moretti, fra cui Alba Rohrwacher, Jasmine Trinca, Giulia Lazzarini, Lina Sastri e Renato Carpentieri) e che si conclude con lo stesso Moretti che saluta lo spettatore. Chi ama il regista si troverà di sicuro a suo agio, come di fronte a un vecchio amico di cui conosce pregi e difetti. Barbora Bobulova è l'attrice che recita insieme a Orlando. Nel cast di contorno si riconoscono Mathieu Amalric (il produttore francese, che gira insieme a Giovanni per le strade di Roma di notte in monopattino elettrico), Valentina Romani (Emma, la figlia di Giovanni, autrice delle musiche del film), Jerzy Stuhr (il suo fidanzato, ambasciatore polacco), Teco Celio (lo psicoanalista da cui va Paola) e Zsolt Anger (il direttore del circo). Nella scena iniziale, il titolo del film viene dipinto a grandi lettere rosse sul muro delle arcate di un ponte sul Tevere.

21 settembre 2022

La fiera delle illusioni (Guillermo del Toro, 2021)

La fiera delle illusioni - Nightmare Alley (Nightmare Alley)
di Guillermo del Toro – USA/Messico 2021
con Bradley Cooper, Cate Blanchett
**1/2

Visto in TV (Disney+), con Sabrina.

All'inizio degli anni quaranta, il truffatore Stan Carlisle (Bradley Cooper) mette a frutto le tecniche di mentalismo e chiaroveggenza che ha appreso negli anni trascorsi come imbonitore in un circo itinerante per spillare soldi ai membri dell'alta società, proponendosi come medium e spiritista, con la complicità di una subdola psicanalista (Cate Blanchett) che gli rivela i segreti dei suoi ricchi clienti. Ma quando tenterà il colpo grosso ai danni di Grindle (Richard Jenkins), un milionario recluso che soffre di sensi di colpa per la morte della ragazza che ha amato in gioventù, le cose non andranno come previsto... Il nuovo film di Del Toro, dopo il successo de "La forma dell'acqua", è un originale thriller psicologico tratto dal classico romanzo di William Lindsay Gresham che era già stato portato sul grande schermo da Edmund Goulding nel 1947 con Tyrone Power (la cui figlia Romina ha qui un breve cameo nella scena dell'esibizione di Stan al ristorante). Il protagonista, ambizioso imbonitore da fiera con un misterioso e tragico passato (svelato poco a poco), è al centro di una vicenda in cui è convinto di poter manipolare facilmente le persone intorno a sé – che si tratti delle sue "vittime", della ragazza che ama, Molly (Rooney Mara), fuggita con lui dal circo, o della subdola femme fatale Lilith (una Blanchett in versione dark lady) – salvo infilarsi in una spirale di autodistruzione che lo porterà, tormentato a sua volta dai sensi di colpa, a finire nel peggiore dei modi, in un cerchio che si chiude. Ben recitato e molto bello visivamente, il film è purtroppo debole narrativamente: la storia e le sue svolte non lasciano incantati come il precedente (e più romantico) "La forma dell'acqua", né stupefatti come un altro film su truffe e illusioni per certi versi simile, quale "The prestige" di Nolan. Da elogiare però l'ottima confezione, con regia, fotografia e scenografie all'altezza degli altri lavori di Del Toro, e un'accattivante ricostruzione ambientale, tanto nella parte legata alla fiera (la prima ora di film), tanto in quella negli ambienti più altolocati (la seconda ora). Il ricco cast comprende anche Willem Dafoe (Clem, il direttore del circo), Toni Collette e David Strathairn (i due "maghi" da cui Stan apprende i segreti del mestiere), Ron Perlman (il forzuto Bruno), Peter MacNeill, Mary Steenburgen e Holt McCallany. Quattro nomination agli Oscar (per film, fotografia, scenografie e costumi) ma nessuna statuetta vinta. In alcune sale è circolata una versione in bianco e nero che ne accentua le sfumature noir.

29 giugno 2022

Freaks out (Gabriele Mainetti, 2021)

Freaks out
di Gabriele Mainetti – Italia 2021
con Aurora Giovinazzo, Franz Rogowski
**

Visto in TV (Prime Video).

Nella Roma occupata dai nazisti, durante la seconda guerra mondiale, quattro freak di un circo, dotati di "superpoteri" – il forzuto "uomo bestia" Fulvio (Claudio Santamaria), l'albino Cencio (Pietro Castellitto) in grado di comunicare con gli insetti, il nano Mario (Giancarlo Martini) dal corpo magnetico, e la giovane Matilde (Aurora Giovinazzo) che controlla l'elettricità – devono vedersela con il tedesco Franz (Franz Rogowski), pianista con sei dita e capace di scrutare nel futuro, che intende reclutarli per impedire il crollo del Terzo Reich. Il secondo film di Mainetti, dopo il successo di "Lo chiamavano Jeeg Robot", è un'altra variante "all'italiana" del cinema di supereroi, ma con molte più ambizioni: la collocazione storica e la combinazione di eventi bellici ed elementi fantastici fanno pensare a un mix fra "Il labirinto del fauno" di Del Toro, i film della Marvel e i "Bastardi senza gloria" di Tarantino, mentre la presenza dei freak e del circo ricordano certe cose di Jodorowsky ("Santa sangre") o De la Iglesia ("Ballata dell'odio e dell'amore"). Il problema è che il film ha il difetto di... provarci un po' troppo. La confezione è troppo patinata e ricercata, fra effetti speciali e fotografia ipercorretta che gli donano un'estetica fredda, finta e fastidiosa; i dialoghi sono espositivi (e la presa diretta li rende a tratti difficili da capire, anche perché spesso coperti dalla musica o dai rumori); personaggi e situazioni sono artificiali o infantili; e le caratterizzazioni sono schematiche e prive di sottigliezza (vedi per esempio i nazisti tutti cattivissimi – a proposito, è possibile che a Roma ci siano solo nazisti, e nemmeno un fascista? – o i partigiani menomati che cantano "Bella ciao"). Il personaggio più interessante è comunque l'antagonista, Franz (e la sequenza migliore quella delle sue allucinazioni sotto l'influsso dell'etere): e però, nessuno, nemmeno lui, si rende conto che il potere di vedere il futuro sarebbe molto più importante degli altri per vincere la guerra? Troppo lunga e fracassona la battaglia finale. Giorgio Tirabassi è Israel, direttore della compagnia circense, Max Mazzotta è il Gobbo, capo dei partigiani.

19 maggio 2022

Darò un milione (Mario Camerini, 1935)

Darò un milione
di Mario Camerini – Italia 1935
con Vittorio De Sica, Assia Noris
**1/2

Visto in TV (Prime Video).

Il giovane miliardario Gold (Vittorio De Sica), annoiato e stufo della sua vita troppo agiata e controllata, ma soprattutto dell'essere sempre attorniato da parenti e amici parassiti, si tuffa in mare dal suo yacht ancorato al largo della costa della Francia e, una volta a terra, si scambia d'abiti con un barbone, Blim (Luigi Almirante), al quale confida che regalerebbe volentieri un milione "a chiunque farà un gesto generoso e spontaneo verso di me". Quando Blim rivela il fatto ai giornali, la notizia che un riccone si aggira in città vestito da povero fa scalpore: e tutti si affrettano a mostrarsi premurosi verso i mendicanti, nella speranza che uno di essi sia il miliardario in incognito. Nel frattempo Gold incontra Anna (Assia Noris), una ragazza gentile che lavora in un circo e che, credendolo disoccupato, si premura di fargli ottenere un lavoro presso il proprio padrone... Co-sceneggiata da Cesare Zavattini, al suo primo lavoro cinematografico (e tratta da un racconto scritto da lui stesso, insieme a Giacinto Mondaini, il padre di Sandra), una fortunata commedia di costume, mordace e spigliata, che abbina gag comiche (e fumettistiche, a tratti quasi anticipatrici di Fellini, con personaggi macchiettistici e l'ambientazione circense a fare da sfondo: vedi anche la scena finale con i barboni sulle giostre) a un'analisi sociale che punta sul paradosso (l'inversione dei ruoli fra ricchi e poveri, mecenati e mendicanti) e sulla satira (la presa in giro dell'ipocrisia e della beneficienza "interessata" dell'alta società) per dire non poco sul mondo e la società italiana dell'epoca (anche se la vicenda è ambientata in Francia, forse per evitare prudentemente problemi di censura). Si tratta del secondo film interpretato da De Sica per Camerini, nonché del primo in cui recita insieme ad Assia Noris (seguiranno "Ma non è una cosa seria", "Il signor Max" e "I grandi magazzini"). Mario Gallina è il proprietario del circo, Vinicio Sofia il direttore del giornale.

26 marzo 2022

A Bug's Life (John Lasseter, 1998)

A Bug's Life - Megaminimondo (A Bug's Life)
di John Lasseter [e Andrew Stanton] – USA 1998
animazione digitale
**

Rivisto in TV (Disney+).

Per affrontare le terribili cavallette che alla fine della stagione torneranno a reclamare tutto il cibo che la colonia ha faticosamente radunato, la formica Flik assolda una compagnia di insetti circensi, erroneamente convinto che si tratti di guerrieri. Ma grazie alla propria inventiva, all'amicizia e al concetto che l'unione fa la forza (le formiche, anche se più deboli, sono infatti più numerose delle cavallette!), riuscirà a scacciare i nemici e a salvare il formicaio. Il secondo lungometraggio della Pixar (dopo "Toy story") è una rilettura de "I sette samurai" di Kurosawa (mescolata con la fiaba di Esopo sulla cicala e la formica), sufficientemente simpatica, anche se il passo indietro rispetto al film precedente in termini di profondità della trama e caratterizzazione dei personaggi è indubbio. Si tratta infatti del titolo meno memorabile della prima ondata di capolavori animati della Pixar, tanto da sfigurare persino al confronto con "Z la formica", il film con cui la DreamWorks si affacciò, lo stesso anno, al mondo dell'animazione digitale. I personaggi sono piatti e stereotipati, la storia alquanto generica, le svolte prevedibili, e persino il livello tecnico dell'animazione, peraltro assai elevato per l'epoca, non stupisce più di tanto. La scelta di usare gli insetti fu fatta perché si trattava di personaggi alquanto semplici da realizzare a livello di disegno e di movimenti, in un momento in cui l'animazione digitale non consentiva ancora di rappresentare personaggi umani in maniera convincente. Stupidissimo il (sotto)titolo italiano. Nei titoli di coda, per la prima volta in un film Pixar, appaiono i cosiddetti bloopers, ovvero i ciak sbagliati, scene in cui gli "attori" del film sbagliano le loro battute, inciampano o scoppiano a ridere: una trovata che si ripeterà in alcune delle pellicole successive, ispirata a quelle, analoghe, che comparivano nei film di Jackie Chan.

6 luglio 2021

Mirrormask (Dave McKean, 2005)

MirrorMask (id.)
di Dave McKean – USA 2005
con Stephanie Leonidas, Jason Barry
**1/2

Visto in TV (Prime Video).

Helena (Stephanie Leonidas) è la figlia ribelle di due artisti e proprietari di un circo (Gina McKee e Rob Brydon). Quando la madre si ammala, la ragazza sogna di trovarsi in un mondo fiabesco e surreale, diviso fra una città della luce e un regno delle ombre: e per salvare la regina della luce, caduta addormentata, dovrà introdursi nella terra oscura in cerca della principessa delle ombre (una sosia di sé stessa) che è fuggita di casa. Opera prima come regista cinematografico del disegnatore Dave McKean, ideata insieme allo sceneggiatore Neil Gaiman: i due, che già avevano collaborato a più riprese nel campo del fumetto, realizzeranno lo stesso anno un libro illustrato ispirato al film. Se l'impianto narrativo non offre particolari sorprese (è una rilettura in chiave fantastica e onirica dei temi della crescita e del rapporto con la madre), il punto di forza è l'aspetto visivo ed estetico, che traspone sullo schermo lo stile dark, visionario, gotico e surreale delle illustrazioni di McKean, con creature ibride e animalesche che sembrano unire la fantasia dei dipinti di Bosch allo stile di animazione dell'Europa dell'est (Jan Švankmajer e la sua stop motion), passando per atmosfere affini al cinema di Guillermo Del Toro ("Il labirinto del fauno") e Tim Burton. Evidenti anche i rimandi a classiche fiabe inglesi come "Alice nel paese delle meraviglie", mentre la casa di produzione di Jim Henson fornisce ulteriori collegamenti, quelli con "Labyrinth" e "Dark Crystal". Jason Barry è il giocoliere Valentin, che aiuta Helena nella sua avventura.

17 aprile 2019

Buffalo Bill e gli indiani (R. Altman, 1976)

Buffalo Bill e gli indiani, ovvero: La lezione di storia di Toro Seduto (Buffalo Bill and the Indians, or Sitting Bull's History Lesson)
di Robert Altman – USA 1976
con Paul Newman, Geraldine Chaplin
***

Visto in TV.

Buffalo Bill, al secolo William F. Cody (Paul Newman), il cui mito di eroe della frontiera americana è dovuto ai romanzi d'avventura dello scrittore Ned Buntline (Burt Lancaster), ingaggia come guest star per gli spettacoli del suo circo itinerante nientemeno che il feroce capo indiano Toro Seduto (Frank Kaquitts), da poco sconfitto. Questi accetta di prestarsi a tali pagliacciate – che ricostruiscono le guerre indiane, fra comparse acrobatiche e bande musicali, a beneficio di un pubblico pagante – soltanto per raccontare i massacri perpetrati dai bianchi e per guadagnare migliori condizioni di vita per il suo popolo rinchiuso nelle riserve. L'incontro con la silenziosa dignità del pellerossa porterà Cody a confrontarsi con sé stesso, con la propria immagine di eroe fasulla e creata a beneficio dello show business (come la falsa capigliatura che sfoggia in testa: significativa la frase di Buntline al momento di accomiatarsi da lui: "Buffalo Bill, lieto di averti inventato") e con i propri fantasmi. Ispirandosi alla commedia teatrale "Indians" di Arthur Kopit (riscritta dal regista insieme ad Alan Rudolph), Altman demistifica e smaschera il mito dell'eroismo e del selvaggio west attraverso la figura della "stella" vanitosa di uno spettacolo fatto soltanto di finzione e pantomime. Non contento, il regista destruttura la narrazione (come aveva già fatto con "MASH") per dare vita a un film corale dalla struttura episodica e caotica, dove le tante figure storiche (tutte realmente esistite) appaiono nella loro completa e umana fragilità, rendendo ancora più netto il contrasto con l'orgoglio e la dirittura morale dei pellerossa sconfitti ma non piegati (ben diversi dai selvaggi sanguinosi raccontati dalla mitologia del tempo). Geraldine Chaplin è una Annie Oakley nevrotica, John Considine un pavido Frank Butler, Harvey Keitel è il nipote di Buffalo Bill che vive nel mito dello zio, Will Sampson il gigantesco interprete di Toro Seduto. Nel cast anche Joel Grey, Kevin McCarthy, Pat McCormick e Shelley Duvall. Il film vinse l'Orso d'Oro a Berlino ma fu male accolto dal pubblico americano in un anno in cui gli Stati Uniti festeggiavano il loro bicentenario e non erano pronti a mettere in discussione alcuni dei loro miti fondanti. I titoli di testa non presentano i nomi dei personaggi, ma il loro ruolo nella storia ("L'impresario", "La stella", ecc.). L'edizione italiana dura quasi mezz'ora in meno rispetto a quella originale.

27 dicembre 2018

La dominatrice (George Stevens, 1935)

La dominatrice (Annie Oakley)
di George Stevens – USA 1935
con Barbara Stanwyck, Preston Foster
**1/2

Visto in TV.

Annie Oakley, ragazza di campagna e tiratrice provetta, entra a far parte dello spettacolo itinerante di Buffalo Bill sul selvaggio west, dove si conquista lentamente il rispetto e l'ammirazione dei suoi colleghi maschi. Qui si invaghisce della star Toby Walker, scalzando ben presto il suo nome dai cartelloni. Ma se tutti credono che fra di loro ci sia un'accesa rivalità, o addirittura che si odino a morte, in realtà i due si amano in segreto... Biografia romanzata di una delle più celebri pistolere della sua epoca, realmente vissuta, che si esibì in tour anche in Europa davanti a re e imperatori. Un'ottima Stanwyck, decisa e sicura di sé ma anche dolce e innocente, rende giustizia a un personaggio forte e indipendente, mentre il tiratore damerino e sciovinista (almeno in apparenza) interpretato da Preston Foster è ispirato al vero marito di Annie, Frank Butler. Moroni Olsen è Buffalo Bill, Melvyn Douglas è l'impresario Jeff Hogarth (che si contende con Toby l'amore di Annie), Chief Thunderbird è Toro Seduto, Dick Elliott (non accreditato) è Ned Buntline, i cui romanzi pulp e le cui trovate pubblicitarie contribuiscono ad accrescere la fama di Annie e a fomentare in pubblico la sua rivalità con Toby (in maniera non dissimile dai feud dei lottatori di wrestling). In effetti, il tema della realtà e della finzione ricorre a più riprese: lo spettacolo di Buffalo Bill "ricostruisce" eventi del west (come gli assalti alle carovane) a beneficio degli spettatori, suscitando la perplessità di chi quegli eventi li ha realmente vissuti (come gli indiani). E le gare di tiro a segno sono soltanto elaborate pantomime, per quanto l'abilità dei tiratori sia indubbia. D'altronde siamo ormai alla fine dell'ottocento, quando il west sta uscendo dalla storia per diventare leggenda. Un po' sbilanciato sul versante romantico, il film scorre piacevolmente grazie alle buone interpretazioni e alla regia di Stevens, pur con qualche gag di troppo e qualche ingenuità figlia del suo tempo (vedi la rappresentazione di neri e indiani). Annie Oakley sarà al centro anche del musical (e film) "Anna prendi il fucile".

27 luglio 2018

La strada (Federico Fellini, 1954)

La strada
di Federico Fellini – Italia 1954
con Anthony Quinn, Giulietta Masina
****

Rivisto in divx.

La giovane Gelsomina (Giulietta Masina), proveniente da una famiglia povera e numerosa, viene venduta dalla madre a Zampanò (Anthony Quinn), rozzo artista di strada che gira per i paesini di provincia dell'Italia centrale, esibendosi in prove di forza e numeri da circo (come spezzare una catena con i muscoli del petto). La ragazza diventa così la sua assistente e la sua compagna: e nonostante le sue maniere rudi e sgarbate, finisce con l'affezionarcisi, anche se a un certo punto sarà tentata di abbandonarlo per fuggire via con un altro saltimbanco, più giovane e affabile: l'equilibrista chiamato Il Matto (Richard Basehart)... Da un soggetto scritto da Fellini insieme al fedele collaboratore Tullio Pinelli (e sceneggiato con Ennio Flaiano), un film fiabesco e fuori dal tempo, forse la quintessenza della poetica fellinana (che infatti dichiarò a più riprese trattarsi del film che meglio lo rappresentava, a cui era affezionato nonostante le tante difficoltà durante la sua realizzazione), che innesta una vena tenera, comica e visionaria (il mondo dei clown e dei saltimbanchi) sugli scenari e gli elementi del neorealismo (la povertà, il patetismo, la durezza della strada), creando qualcosa di originale e completamente nuovo, che parla di fantasia e di solitudine, di speranza e di malinconia. Il finale, soprattutto con il drammatico epilogo, aggiunge spessore all'insieme e arricchisce ulteriormente la caratterizzazione dei personaggi. I produttori Dino De Laurentiis e Carlo Ponti avevano insistito per scritturare attori internazionali (Quinn e Basehart), guardando già al mercato estero (dove in effetti il film riscosse un grande successo, donando notorietà anche al regista), mentre Fellini lottò per imporre la propria moglie come protagonista. I risultati sono straordinari, al punto che si faticherebbe a pensare a questi personaggi interpretati da qualcun altro (come Alberto Sordi o Silvana Mangano, che furono presi inizialmente in considerazione). Ottima, in particolare, la prova di Quinn (doppiato in italiano da Arnoldo Foà), ma è soprattutto la Masina, con la sua faccia da clown triste, i suoi silenzi e le movenze da Charlie Chaplin (specialmente quando ne indossa la bombetta), a diventare immediatamente una memorabile icona del cinema italiano e felliniano (per non parlare di Basehart, con la finta lacrima sul viso). Il tema musicale, usato in funzione diegetica (viene suonato dal Matto e poi ripreso da Gelsomina) è firmato da Nino Rota. Il mondo degli artisti girovaghi, anche se si trattava di attori di teatro e non di saltimbanchi, era già stato descritto da Fellini nel suo primo lavoro, "Luci del varietà", girato in coppia con Lattuada. Il film vinse il Leone d'Argento al Festival di Venezia (scatenando una polemica con coloro, come Zeffirelli, che sostenevano invece "Senso" di Visconti) e soprattutto, nel 1957, l'Oscar per il miglior film straniero, il primo di quattro per Fellini (nonché il primo come categoria ufficiale). Enormemente influente: fra le tante imitazioni e parodie, da ricordare una storia di Topolino disegnata da Giorgio Cavazzano.

19 aprile 2018

Big fish (Tim Burton, 2003)

Big Fish - Le storie di una vita incredibile (Big Fish)
di Tim Burton – USA 2003
con Ewan McGregor, Albert Finney
**1/2

Rivisto in DVD.

Giunto al capezzale del padre Edward Bloom (McGregor da giovane nei flashback, Finney da anziano), in fin di vita per un tumore, il figlio Will (Billy Crudup) cerca di riavvicinarsi a lui e di comprendere che uomo sia stato: questo perché da sempre i racconti di Edward, novello Barone di Munchhausen, hanno mescolato la realtà con la fantasia, rendendolo protagonista di avventure assurde e sorprendenti, fra giganti gentili, streghe che prevedono il momento della morte, idilliache città nascoste fra i boschi dell'Alabama, circhi il cui direttore è un licantropo, pesci giganti e fatati... Da un romanzo di Daniel Wallace, una riflessione sul rapporto fra padre e figlio ma ancora di più sul potere di un'immaginazione sfrenata, in grado di rendere più ricca e viva anche un'esistenza come tante altre. Eppure, qualcosa infastidisce in questo elogio della fantasia a tutti i costi, del voler convincere che una bugia colorata sia meglio di una grigia verità. E così ci si trova quasi a identificarsi o a parteggiare per il figlio, smarrito di fronte all'ingombrante figura di un padre che di fatto non ha mai imparato a conoscere veramente (perché non ha mai avuto con lui un dialogo reale e costruttivo), più che per un genitore egoista e in fondo anche un po' ipocrita, visto che, nonostante i suoi racconti di evasione ed avventura, quella a cui aspirava era un'esistenza conformista come poche altre (una mogliettina, un lavoro, una casetta con la staccionata bianca): ma questa è un po' la retro-filosofia di tutto il cinema di Tim Burton, nonché uno dei motivi per cui ideologicamente non mi ha mai conquistato. Le storie fantastiche di Edward Bloom (avventuriero, curioso e giramondo come Ulisse: il cognome joyciano non è certo casuale) non vanno naturalmente prese sul serio: sono tutte metafore o allegorie dei vari momenti della vita: per esempio, la cittadina di Spectre (nella quale Edward giunge due volte: la prima "troppo presto" e la seconda "troppo tardi") gli dimostra come "l'uomo vede le cose in modo diverso in momenti diversi della propria vita". E il pesce gigante cui Edward dà la caccia (e nel quale si trasforma al momento della sua morte) è il simbolo della sua curiosità e della sua ambizione, come quei pesci che crescono di dimensione se posti in un acquario più grande. Pur trattandosi di una produzione minore rispetto ad altre pellicole di Burton (assai limitati, per esempio, gli effetti speciali), in ogni caso è da annoverare fra i suoi lavori più sentiti e meglio riusciti. Nel cast, Alison Lohman e Jessica Lange sono Sandra, la moglie di Edward, rispettivamente da giovane e da anziana; Marion Cotillard è la moglie francese di Will; piccoli ruoli inoltre per Helena Bonham Carter (Jenny e la strega), Steve Buscemi (il poeta rapinatore), Danny DeVito (l'impresario del circo), Matthew McGrory (Karl il gigante), Ada e Arlene Tai (le gemelle siamesi). Musica di Danny Elfman.

25 gennaio 2018

Il circo di Tati (Jacques Tati, 1974)

Il circo di Tati (Parade)
di Jacques Tati – Francia/Svezia 1974
con Jacques Tati, Karl Kossmayer
*1/2

Visto in divx.

Uno spettacolo circense, nel quale Tati fa da presentatore ed esegue anche diversi numeri (per lo più da imitatore: scenette nel quale "mima" le azioni di un portiere di calcio, di un pugile, di un pescatore, ecc.). Realizzato per la TV, è il sesto nonché ultimo lungometraggio diretto dal grande comico (e uno dei due, insieme al suo film d'esordio "Giorno di festa", in cui non interpreta il suo personaggio iconico, Monsieur Hulot). Senza una trama, la pellicola è solo un susseguirsi di gag ed esibizioni da parte degli artisti del circo e di buffi acrobati, suonatori, cavallerizzi: quasi una parodia del mondo circense, a dire il vero, più che una sua reale rappresentazione. Anche il pubblico (fra cui spiccano due bambini) partecipa talvolta alle pantomime. Certo dispiace vedere come, dopo il fallimento economico di "Play time", Tati sia stato costretto a ridimensionare le proprie ambizioni e a produrre "piccoli" film come questo, che è soltanto un pallido riflesso delle sue pellicole più famose.

19 novembre 2017

Venere nera (A. Kechiche, 2010)

Venere nera (Vénus noire)
di Abdellatif Kechiche – Francia/Belgio 2010
con Yahima Torres, Andre Jacobs
**

Visto in divx.

Il film racconta la storia vera di Saartjie "Sarah" Baartman, la "Venere ottentotta", donna di etnia khoi (popolazione africana affine ai boscimani) vissuta all'inizio dell'Ottocento, che fu esibita in Europa (prima a Londra e poi a Parigi) come "fenomeno da baraccone" per via delle sue fattezze insolite per il pubblico europeo, segnatamente il grande sedere sporgente e il cosiddetto "grembiule delle ottentotte", un abnorme sviluppo delle labbra vaginali. Via via sempre più degradata e umiliata dalle esibizioni in pubblico cui era sottoposta, Saartjie attirò anche l'interesse di scienziati e naturalisti, che la ritrassero in una serie di bozzetti e che dopo la sua morte ne acquistarono il corpo per farne un calco in gesso e conservarne i genitali in formalina. Soltanto quasi due secoli dopo, alla fine del Novecento, i suoi resti furono restituiti al Sudafrica affinché le fosse data sepoltura (come mostrano le immagini durante i titoli di cosa). Una storia vera ma poco conosciuta, indicativa del grado di razzismo di stampo coloniale che permeava la società europea anche in un'epoca in cui la scienza cominciava a interessarsi delle popolazioni aborigene. Ma se l'argomento è senza dubbio intenso e interessante, i difetti congeniti al pretenzioso regista Abdellatif Kechiche – dalla tendenza ad allungare a dismisura ogni scena all'assoluta mancanza di sottigliezza – rendono il film lento, didascalico, ripetitivo e appunto troppo lungo. Per non parlare di una certa retorica, evidente soprattutto nella costruzione dei personaggi minori. La protagonista, che per molti versi può ricordare "Elephant Man" (anche se non si tratta di un caso altrettanto estremo), rimane tuttavia nella memoria. Nel cast anche Olivier Gourmet ed Elina Löwensohn. François Marthouret è il naturalista Georges Cuvier.

27 luglio 2017

Il ciclista (Mohsen Makhmalbaf, 1987)

Il ciclista (Bicycleran)
di Mohsen Makhmalbaf – Iran 1987
con Moharram Zaynalzadeh, Esmail Soltanian
***

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli (registrato da "Fuori Orario").

Per guadagnare il denaro necessario a pagare il ricovero in ospedale della moglie, gravemente malata, l'immigrato afgano Nassim – che in gioventù al suo paese era stato un campione di ciclismo – viene convinto da un impresario circense ad "esibirsi" nella pubblica piazza restando in sella a una bici per sette giorni e sette notti di fila. Attorno a lui, mentre gira lentamente in tondo in uno spazio ridottissimo, sorge un vero e proprio baraccone composto da spettatori, curiosi e personaggi di vario genere, dai venditori ambulanti (compresa una zingara che predice il futuro) ai gestori di scommesse clandestine, tanto che gli interessi affinché Nassim riesca (o fallisca) nella sua impresa crescono a dismisura, a sua insaputa: ci saranno dunque tentativi di sabotaggio e di protezione incrociati. Affidandosi alla metafora del cerchio, con stile dinamico e grande maestria tecnica (dalla fotografia al montaggio alternato), sia pure in un contesto di produzione "povera", Makhmalbaf firma una moderna parabola sulla disperazione e lo sfruttamento, al tempo stesso realista e pittoresca, che fu anche uno dei suoi primi grandi successi. Caratterizzato a tratti da un cinismo quasi wilderiano (si pensi, per esempio, a "L'asso nella manica"), il film fa ruotare attorno al protagonista tutta una serie di personaggi mirabilmente caratterizzati: dal figlioletto (che lo tiene al corrente dello stato di salute della madre) all'impresario (che fa soldi alle sue spalle, e nel frattempo lo esalta con racconti sempre più inverosimili: "quest'uomo in India ha fermato un treno con lo sguardo, e in Pakistan ha sollevato due buoi con un dito"), dal giudice (che deve controllare che non scenda mai dalla sella) ai vari medici che tengono sott'occhio le sue prestazioni (e, nel caso dei dottori assoldati dallo scommettitore rivale, fare in modo che non riesca nell'impresa), dall'amico che lo sostituisce per un breve momento durante la notte (e che pagherà caro il suo altruismo) alle personalità pubbliche che lo temono oppure lo elogiano in una serie di discorsi retorici, fino a personaggi minori come la figlioletta della zingara (interpretata da Samira, la figlia di Mohsen Makhmalbaf, che poi diventerà regista a sua volta), alla quale la moglie di Nassim regala il suo fermaglio per capelli in una scena ad alto impatto emotivo. Oltre al pathos e al neorealismo della prima parte, non mancano momenti onirici-surreali e tocchi di umorismo spietato (il rivale che assolda braccianti afgani, pagandoli cifre folli per farli scavare nel deserto, pur di togliere spettatori allo show; l'infermiera ribelle che somministra il sonnifero al medico anziché a Nassim; per non parlare della scena in cui alla moglie, in ospedale, vengono forniti il respiratore, la flebo e il cibo solo nel momento in cui arrivano i pagamenti). E il finale, con il protagonista che continua a pedalare, incapace di fermarsi anche dopo aver completato la sua sfida, si ammanta di sovratesti filosofici. Il sacrificio di Nassim, diventato quasi una figura messianica, non avrà mai fine (la moglie stessa è ancora ricoverata), proprio come il suo percorso circolare. Secondo alcune fonti il film è del 1987, secondo altre del 1989. L'attore Moharram Zaynalzadeh, che per interpretare la parte di Nassim dovette dimagrire di ben 18 chili, rimarrà poi a lungo un fedele collaboratore del regista.

15 gennaio 2017

L'uomo che ride (Paul Leni, 1928)

L'uomo che ride (The man who laughs)
di Paul Leni – USA 1928
con Conrad Veidt, Mary Philbin
***

Visto in divx.

Dall'omonimo romanzo di Victor Hugo (che la sceneggiatura snellisce e orna di un lieto fine), un film muto d'avventura dai toni gotici e horror, ambientato nell'Inghilterra del XVII secolo. Sfregiato quando era bambino da uno zingaro che gli ha stampato sul volto un ghigno perenne, lo sfortunato Gwynplaine (Veidt) – allevato dal filosofo e saltimbanco Ursus (Cesare Gravina) – si guadagna da vivere esibendosi come buffone nelle fiere di paese con il nome di “L'uomo che ride” (un collega clown gli dice: “Sei fortunato, non devi struccarti via il sorriso quando hai finito di lavorare”). Innamorato della bella Dea (Philbin), l'attrice che recita al suo fianco e l'unica che – essendo cieca – non ride o non rabbrividisce di fronte al suo volto, Gwynplaine ignora di essere figlio di un nobile, Lord Clancharlie, che era caduto in disgrazia presso re Giacomo e le cui proprietà sono state confiscate e riassegnate alla duchessa Josiana (Olga Baklanova). Costei, capricciosa e voluttuosa, rischia di perdere tutto se un legittimo erede del clan dovesse ritornare: con l'avallo della regina Anna (che nomina Gwynplaine membro della camera dei Lord) progetta dunque di sposarlo per mantenere il proprio stato. Ma l'uomo rinuncerà alla nobiltà per rimanere in compagnia di Dea e della compagnia di saltimbanchi con cui è cresciuto. Feuilleton d'ambientazione storica, avvincente e barocco, costruito sulla figura del freak e sul contrasto fra le classi nobili e quelle basse, popolato da personaggi stereotipati o sopra le righe ma ricco di colore e di azione. Il tema delle risate è declinato in più modi: al sorriso forzato e obbligato del protagonista si contrappongono quelli di divertimento degli spettatori della fiera e quelli di scherno dei lord, mentre un buffone – sia pure di corte, ruffiano e ambizioso – è anche l'antagonista, il crudele e intrigante Barkilfedro (Brandon Hurst). Notevole il ruolo di Homo, il cane di Ursus: è lui che nel finale, eroicamente, salva il nostro eroe e lo riunisce con l'amata Dea. Assai celebrata, all'epoca, la performance di Veidt, capace di veicolare ogni sorta di emozione (rabbia, timore, tristezza, orgoglio) con un largo ghigno perennemente stampato sul volto, dando vita a un personaggio pietoso, grottesco ed eroico al tempo stesso (da notare come, visivamente, il personaggio abbia ispirato il Joker, l'arcinemico di Batman). L'attore tedesco aveva sostituito la prima scelta Lon Chaney, già protagonista di altri due fortunati adattamenti delle opere di Hugo ("Il gobbo di Notre Dame" nel 1923 e "Il fantasma dell'opera" nel 1925). Prima di approdare a Hollywood su invito del produttore Carl Laemmle, il regista Paul Leni aveva girato in Germania importanti pellicole espressioniste, come "Il gabinetto delle figure di cera": morirà prematuramente nel 1929.

26 settembre 2016

Les Ogres (Léa Fehner, 2016)

Les Ogres (id.)
di Léa Fehner – Francia 2016
con Marion Bouvarel, Marc Barbé
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Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Viaggiando di paese in paese con la loro carovana di roulotte, una compagnia itinerante di attori teatrali mette in scena uno spettacolo circense ispirato alle opere di Cechov, in particolare a "L'orso". Ma amori, litigi, rancori, problemi familiari e sentimentali generano in continuazione ostacoli e difficoltà da superare. Vivace e turbolento film corale ispirato a esperienze personali e autobiografiche (la regista proviene da una famiglia di teatranti, e nella pellicola recitano anche i suoi genitori e la sorella Inès), costruito per accumulo su una serie di episodi che si susseguono (e non tutti trovano risoluzione): un'attrice si infortuna in un incidente e deve essere sostituita da Lola (Lola Dueñas), ex amante del capo della compagnia, François (François Fehner). La scelta manda in crisi la relazione fra François e la moglie Marion (Marion Bouvarel), oltre che quella con la figlia Inès (Inès Fehner), che abbandona la tournée in collera con lui. Nel frattempo il problematico Déloyal (Marc Barbé) è depresso e devastato per aver perso un figlio, anni prima, per leucemia: e non lo consola nemmeno il fatto che la sua attuale compagna, Mona (Adèle Haenel) sta per dargli un altro bambino. Il connubio fra arte e vita, dove il caos degli spettacoli si confonde con quello dietro le quinte, è l'humus per una pellicola ricca e disordinata, pantagruelica e sfaccettata, che per lunghi tratti gira a casaccio (come la vita vera, in fondo), lasciando che i personaggi attraversino numerose crisi, prima di concludersi con una nuova nascita che ricompatta finalmente il gruppo. Come gli "Orchi" del titolo, i teatranti sono affamati di molte cose: cibo, sesso, amore, arte, vendetta, emozioni ed esperienze di ogni genere. Girato nel 2014 ma uscito solo due anni dopo, il film (il secondo della Fehner) non proviene dal festival di Venezia ma da quello di Pesaro, dove ha vinto i premi della critica e del pubblico.

3 novembre 2015

Strange circus (Sion Sono, 2005)

Strange circus (Kimyo na sakasu)
di Sion Sono – Giappone 2005
con Masumi Miyazaki, Issei Ishida
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Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Il cinema di Sion Sono, sopra le righe e non per tutti i gusti, è di certo estremo e disturbante, ma anche onirico e surreale: e proprio quest'ultima caratteristica dona alle vicende che racconta una patina di eclatante irrealtà, come in uno spettacolo di Grand Guignol, e trasforma i suoi personaggi in marionette da non prendere sul serio, anche quando sono al centro di storie di inumana crudeltà nell'ambito di una società malata e psicotica. Qui la cornice è quella, riassunta del titolo, di un bizzarro circo – forse solo un sogno, un'illusione o una schermatura – all'interno del quale la protagonista ricorda la sua storia. Sin da quando aveva 12 anni, la piccola Mitsuko viene molestata e violentata dal padre. Per difendersi dagli abusi, comincia a immedesimarsi nella madre Sayuri, e la cosa è reciproca. Dopo la morte accidentale di Sayuri, anche Mitsuko tenta di togliersi la vita, ma ottiene soltanto di rimanere paralizzata e su una sedia a rotelle. Tutto questo è accaduto realmente o è soltanto il soggetto di un romanzo della misteriosa scrittrice Taeko? A costei, a sua volta su una sedia a rotelle (ma si tratta solo di una finzione: in realtà può camminare benissimo), viene assegnato un nuovo assistente, il giovane e ambiguo Juji, deciso a scoprire se nei suoi perversi romanzi c'è qualcosa di autobiografico... "Che cosa è reale e che cosa non lo è?", si domanda uno dei personaggi nel finale. La triangolazione fra Mitsuko, Sayuri e Taeko lascia a tratti, durante la visione, confusi e storditi, al punto che ciascuna delle tre donne potrebbe essere la reale protagonista della storia, e le altre due frutto della sua immaginazione, sana o malata che sia. La pellicola alterna scene forti e ambienti barocchi e grotteschi con momenti di normale quotidianità, ma preme – più di altre volte – sul pedale dell'alterazione onirica della realtà (si pensi ai sogni, ai ricordi, alle narrazioni frammentate che costellano la storia sin dalle prime scene), con oggetti ricorrenti (la custodia del violoncello, la sedia a rotelle), immagini e metafore di ogni tipo (gli specchi, il sangue) che lasciano anche le numerose svolte e i colpi di scena aperte all'interpretazione dello spettatore. Il sottotesto, comunque, è sempre concreto e palpabile, un dramma famigliare a tinte forti con tanto di tragica vendetta finale. Nel comparto attoriale, ottima la multiforme Masumi Miyazaki, ma bene anche Issei Ishida nel difficile ruolo di Yuji. Hiroshi Oguchi è il padre-mostro Gozo, Rie Kuwana è Mitsuko da bambina. La colonna sonora, oltre a brani composti dallo stesso Sono, utilizza Debussy, Liszt, Bach e Saint-Saens in maniera straniante.

28 novembre 2013

La ragazza sul ponte (P. Leconte, 1999)

La ragazza sul ponte (La fille sur le pont)
di Patrice Leconte – Francia 1999
con Daniel Auteuil, Vanessa Paradis
***

Rivisto in divx, con Paola, Marta, Beatrice, Esther, Costanza, Florian e Sabine.

La giovane Adèle sta per suicidarsi gettandosi in acqua da un ponte di Parigi, stufa di un'esistenza fatta di rapporti sentimentali tanto frequenti quando sfortunati. A salvarla è Gabor, lanciatore di coltelli che "recluta" le proprie partner fra coloro che non sembrano aver più nulla da chiedere alla vita. Nel corso del loro tour per l'Europa, fra circhi ambulanti e spettacoli sulle navi da crociera, scopriranno di portarsi reciprocamente fortuna: insieme si completano, come una banconota strappata che torna ad avere valore solo unendo le due metà. E proprio il tema della fortuna, del rischio e del gioco d'azzardo (e cosa c'è di più "azzardato" del lancio di coltelli?) fa da sfondo a una storia d'amore quasi metafisica che Leconte gira con estro e sensibilità, aiutato da un'espressiva fotografia in bianco/nero che riveste tutto di un'aura romantica e fuori dal tempo. La magia unisce i due protagonisti anche nel finale, quando si separano momentanemante ma continuano a "comunicare" fra di loro anche a distanza di chilometri l'uno dall'altra: una sorta di entanglement quantistico? Per tutta la pellicola sembra quasi di assistere a un incrocio fra il "realismo poetico" del cinema francese d'anteguerra (che in fondo si tratti di una fiaba è suggerito da diversi elementi: a un certo punto Gabor si autodefinisce "una fata") e la surrealità di certi lavori di Fellini (impressione rinforzata dall'ambiente circense e dal mood delle scene girate in Italia), anche se non manca – soprattutto nella parte iniziale – una certa dose di sarcasmo quasi da black comedy. La raggiante Paradis brilla di luce propria, ma anche il bravo Auteuil non è mai stato così bello e fascinoso. Ottima la colonna sonora, dove spiccano le canzoni "Who will take my dreams away" di Marianne Faithfull (usata durante il lancio dei coltelli), "I'm Sorry" di Brenda Lee e il classico "Sing, Sing, Sing" di Benny Goodman. Da segnalare in particolare due scene dove la musica aggiunge qualcosa di più a sequenze già magnificamente girate, recitate e montate: quella dello shopping a Montecarlo (dove Vanessa Paradis sfoggia per la prima volta il taglio corto di capelli) e quella del lancio dei coltelli "in privato", in un capannone dietro la stazione, quasi il surrogato di un atto sessuale. Ovviamente, il ponte stesso è una metafora dell'amore (qualcosa che unisce due elementi altrimenti separati). Il finale, ambientato su un altro ponte (stavolta a Istanbul), chiude il cerchio in maniera forse prevedibile, ma non era possibile terminare altrimenti.

16 novembre 2011

Dumbo (Ben Sharpsteen, 1941)

Dumbo (id.)
di Ben Sharpsteen – USA 1941
animazione tradizionale
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele e Leonardo.

L'elefantino Dumbo ha le orecchie talmente grandi che tutti gli animali del circo – e anche i visitatori – lo prendono continuamente in giro. Per difenderlo dalle umiliazioni, la madre si ribella e di conseguenza viene imprigionata in una carrozza isolata, mentre Dumbo è costretto a lavorare come clown. Ma saprà riabilitarsi, diventando addirittura la stella del circo, quando scoprirà – grazie al sostegno del topolino Timothy, suo unico amico – che le sue enormi orecchie gli consentono di volare. Quarto dei primi cinque grandi lungometraggi della Disney, il film (che con i suoi 64 minuti è il più breve fra tutti i "classici" di animazione della casa di Burbank) venne messo in cantiere per recuperare le perdite subite al botteghino dal precedente "Fantasia", rispetto al quale segna un ritorno a una struttura più classica e presenta uno stile meno ambizioso e sofisticato. Il soggetto, tratto da un libro illustrato per bambini, è essenzialmente una rilettura della fiaba del brutto anatroccolo, ma la semplice e commovente vicenda è impreziosita dai tanti personaggi di contorno, particolarmente riusciti e per certi versi indimenticabili (dalla cicogna che porta Dumbo alla madre, ai corvi che lo aiutano a volare usando la "pizzicologia"; senza dimenticare Timothy, topolino disegnato in modo ben più realistico dello stilizzato Mickey Mouse, il cui look era stato ideato quando – solo tredici anni prima – le tecniche di animazione erano molto più rudimentali). Davvero ottima, in ogni sua parte, la colonna sonora: fra le numerose canzoni spiccano la toccantissima "Baby mine", cantata dalla mamma di Dumbo; il gangsta-rap ante litteram dei corvi (che sono evidentemente un gruppo di afro-americani), "Ne ho vedute tante da raccontar / giammai gli elefanti volar"; e soprattutto la lunga, inquietante e allucinata sequenza degli elefanti rosa, in cui Dumbo e Timothy – ubriacatisi accidentalmente – vedono scorrere davanti ai loro occhi tutta una serie di pachidermi colorati, deformi o antropomorfi: la sequenza fu diretta da Norman Ferguson, uno dei vari animatori che si sono alternati alla regia delle diverse scene del film (gli altri sono Samuel Armstrong, Wilfred Jackson, Jack Kinney e Bill Roberts, mentre Ben Sharpsteen è il supervisore dell'intera pellicola). Nel corso della lavorazione ci fu il celebre "sciopero degli animatori" di casa Disney, cui si fa riferimento anche nel film quando i clown manifestano l'intenzione di chiedere un aumento al direttore del circo. Da notare che nella versione originale il nome scelto dalla madre per il protagonista non è Dumbo ma Jumbo Junior: Dumbo (nome che richiama la parola inglese "dumb", che significa "stupido") è soltanto il nomignolo che gli viene crudelmente appioppato dagli altri elefanti del circo.

18 settembre 2010

Ballata dell'odio e dell'amore (A. de la Iglesia, 2010)

Ballata dell'odio e dell'amore (Balada triste de trompeta)
di Álex de la Iglesia – Spagna 2010
con Carlos Areces, Antonio de la Torre
**

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia), con Martin, Marisa e Lucia.

Javier, "pagliaccio triste" in un circo, ama la bella acrobata Natalia, che però è innamorata del violento Sergio, il "pagliaccio allegro". Inizialmente timido e sottomesso, si adeguerà alla violenza e alla follia del rivale. L'inizio sembrava promettere bene: i primi minuti del film, ambientati durante la guerra civile spagnola, sono da antologia (il padre che combatte vestito da clown con il machete; o l'improvvisa apparizione di un leone alle spalle del fragile bambino, come per sottolinearne il feroce lato nascosto). E splendidi anche i titoli di testa, che mescolano esseri umani e "mostri", giocando con la storia ma anche con la cultura pop degli anni del Franchismo e non solo. Ma anziché fornire il giusto background al personaggio e rappresentare in seguito un punto di riferimento con cui confrontarsi, queste scene vengono "surclassate" in violenza e atrocità dal resto della pellicola, al punto che ci si ritrova persino a chiedersi quale fosse la loro ragione d'essere (il film avrebbe benissimo potuto cominciare già nel presente – in realtà siamo negli anni '70, alla fine della dittatura – e senza alcun preambolo). Pablo Larraín nel suo "Post mortem", altro film presentato in questa edizione del festival di Venezia, è stato ben più abile nell'utilizzare le tragedie collettive di un popolo come sfondo e contesto dal quale far sorgere quelle personali: de la Iglesia, invece, rinuncia subito agli spunti più interessanti per dar vita a un grottesco ed esagerato film horror dai toni sempre più pulp, come a voler seguire i suoi personaggi nella loro follia. Non a caso, i momenti migliori nella seconda parte – ma durano poco – sono quelli in cui il passato torna a fare capolino, nei panni del generale che aveva combattuto al fianco di Franco (e persino il dittatore mostra un lato umano). A non convincere del tutto è invece la vicenda principale, quella della lotta fra i due pagliacci, che si risolve in un bagno di sangue e culmina in una scena finale di grana grossa (la lotta sul monumento). Man mano che procede, e a ogni svolta narrativa, la pellicola perde un po' dell'appeal che si era conquistata con merito all'inizio, accumulando senza senso della misura sequenze sempre più farsesche ed eccessive, quando non semplicemente stupide (il motociclista che si schianta contro la croce). Che la pazzia e il masochismo dei personaggi siano una metafora della Spagna della dittatura? Sarebbe un'interpretazione un po' ardita, così come quella che vede nel contrasto fra orrore e ridicolo (cosa c'è di più spiazzante di un clown omicida?) l'unico modo per esorcizzare le atrocità commesse dagli esseri umani contro sé stessi. Il premio a Venezia come miglior regia, in fondo, ci può stare: lo stile non manca (e poi a guidare la giuria c'era Tarantino...). Quello alla sceneggiatura, che invece è il punto debole del film, decisamente no.

2 dicembre 2009

Elvira Madigan (Bo Widerberg, 1967)

Elvira Madigan (id.)
di Bo Widerberg – Svezia 1967
con Pia Degermark, Thommy Berggren
**1/2

Visto in divx.

Nonostante la bella fotografia ovattata e sospesa, quasi impressionista, e lo stile estetizzante ed etereo, il film è completamente calato nella realtà: è infatti ispirato a un fatto di cronaca (relativamente celebre) avvenuto in Danimarca alla fine del diciannovesimo secolo, come spiega il cartello introduttivo che ne svela anche il tragico finale. Ne sono protagonisti due innamorati in fuga, il tenente Sixten Sparre dell'esercito svedese ed Hedvig Jensen, una giovane equilibrista che si esibiva con il nome d'arte Elvira Madigan. L'uno fugge dall'esercito (e dalla famiglia che ha già: una moglie e due figli), l'altra dal circo: entrambi, in maniera forse idealizzata, sono inizialmente convinti di poter sopravvivere solo grazie all'amore. Man mano che vengono riconosciuti, i due sono costretti però a spostarsi di luogo in luogo per la campagna danese; e quando le ristrettezze economiche e la fame li metteranno con le spalle al muro, preferiranno un doppio suicidio nel bosco piuttosto che dichiararsi sconfitti e tornare indietro (la pellicola si conclude con un fermo immagine sul colpo di pistola finale). Nella prima parte del film sembra trionfare la spensieratezza, al limite dello stucchevole: ozio e giochi idilliaci, frasi sull'amore e sulla vita, picnic sull'erba e passeggiate fra gli alberi. Più si procede nella narrazione, però, irrompono i sensi di colpa, le difficoltà, le esigenze pratiche, il bisogno di procurarsi denaro o un lavoro (che lui non può permettersi in quanto disertore), la necessità di cibarsi con quello che offre la natura (lamponi, bacche, funghi), e infine l'inevitabile decisione di rinunciare alla vita piuttosto che perdere la libertà e un'identità così faticosamente conquistata. Da sottolinare alcune scene curiose nella seconda parte: a un certo punto lei decide di vendere il ritratto fattole da "un certo Toulouse-Lautrec" in un caffé a Parigi (che il commesso giudica "un disegno di poco valore"). Non mancano sequenze più abusate, come quella dell'indovina che deve predire il futuro e che, quando le carte che escono sono tutte negative, dice: "No, deve esserci uno sbaglio"; ma i momenti che rimangono impressi sono altri, come quello in cui i due amanti mangiano i lamponi con la panna, o la farfalla liberata nel finale. Il film contribuì a rendere popolare l'Andante del bellissimo Concerto n. 21 per piano e orchestra di Mozart, che si sente ripetutamente durante la pellicola (insieme a brani di Vivaldi) e che oggi è noto proprio come "il tema di Elvira Madigan". La Degermark vinse il premio come miglior attrice al Festival di Cannes, ma poi non ebbe una carriera cinematografica fortunata.