31 agosto 2021

Matrix (Andy e Larry Wachowski, 1999)

Matrix (The Matrix)
di Andy e Larry Wachowski – USA/Australia 1999
con Keanu Reeves, Laurence Fishburne, Carrie-Anne Moss
***

Rivisto in DVD.

L'irrequieto programmatore Thomas Anderson (Keanu Reeves), anche hacker con il nome di "Neo", ha sempre pensato che qualcosa non tornasse nel mondo attorno a lui. E non si sbagliava: contattato dal misterioso Morpheus (Laurence Fishburne), capo di un gruppo di resistenza clandestina al "sistema", scoprirà che la realtà in cui vive non è altro che una simulazione virtuale, chiamata "Matrix", all'interno della quale sono imprigionate le menti degli esseri umani, i cui corpi sono invece incapsulati e sfruttati come fonte di energia bioelettrica. Siamo infatti nel futuro, e non nel 1999 come lui credeva, un futuro in cui le "macchine" hanno vinto una guerra contro l'umanità. Ma proprio Neo potrebbe essere "l'eletto" che cambierà le carte in tavola, potendo alterare le regole del sistema dall'interno... Al secondo film come registi (dopo "Bound") e al terzo come sceneggiatori (dopo anche "Assassins"), gli allora fratelli – e oggi sorelle – Wachowski fanno il botto, realizzando una pellicola che colpì come poche l'immaginario collettivo, rinnovando il genere fantascientifico e in particolare il sottogenere del cyperpunk, di cui mai fino ad allora erano state sfruttate appieno le potenzialità sul grande schermo (fra i titoli che ci avevano provato negli anni novanta: "Johnny Mnemonic" con lo stesso Keanu Reeves, e "Strange days"). Certo, l'originalità è molto minore di quanto possa sembrare a prima vista: i contenuti "pescano" da innumerevoli racconti e romanzi di fantascienza letteraria (si pensi ai lavori di Philip K. Dick, Frederick Pohl e William Gibson) e a fumetti (come l'episodio "Terrore in una piccola città" dei Fantastici Quattro di John Byrne) ma anche da film precedenti ("Dark city" di Alex Proyas su tutti, ma pure "Essi vivono" e, se vogliamo, "The Truman Show"), anime ("Ghost in the shell") e serie tv ("Doctor Who"). Non basta: anche il mood e le atmosfere retrò si ispirano a pellicole precedenti (il neo-noir e la SF hanno sempre avuto un forte connubio), mentre le coreografie delle scene d'azione sono chiaramente debitrici al cinema di Hong Kong (i film di John Woo, Tsui Hark, Yuen Woo-ping: quest'ultimo, non a caso, è il responsabile delle arti marziali nel film). Il ricorso al wire-work è ubiquo, e persino abiti e look dei personaggi (gli spolverini neri, i completi in pelle, gli occhialini) sembrano uscire da pellicole dell'ex colonia britannica come "La vendetta della maschera nera". Il che non ha impedito loro di diventare iconici in occidente, come un po' tutto il film, che ha appunto avuto il merito di frullare molte cose insieme per dar vita a un mix intrigante e coinvolgente su più livelli, dando visibilità (e popolarità) mainstream a temi e atmosfere fino ad allora di nicchia.

Non si può negare infatti l'enorme impatto, anche culturale, che "Matrix" ha avuto sul grande pubblico. Al di là della storia fantascientifica (con tanto di finale aperto: Neo accetta il proprio ruolo di "eletto" a capo della resistenza, ma la guerra è tutt'altro che vinta), la pellicola ha saputo intercettare inquietudini da sempre presenti nella società, che in passato sfociavano nella contestazione e oggi, non di rado, nel complottismo ("Matrix è il mondo che ti è stato messi davanti agli occhi per nasconderti la verità", "è un sistema che [i poteri che ci governano segretamente] usano per tenerci sotto controllo", gli uomini non sanno nemmeno di essere schiavi, e di quelli che lo scoprono, non tutti vogliono svegliarsi o essere liberi), tanto che alcuni elementi, immagini e metafore del film (a partire dall'iconica scena della "pillola azzurra e pillola rossa") sono state adottate proprio dal mondo complottista. Altro dialogo cult: "Mi fanno male gli occhi" (Neo) – "Perché non li hai mai usati" (Morpheus). Il tema del risveglio, della coscienza e della consapevolezza, comunque, consente illustri riferimenti letterari ("Alice nel paese delle meraviglie", pluricitata) e filosofici (dalle visioni del mondo orientali, "Il cucchiaio non esiste", a quelle dell'antica Grecia, la caverna di Platone e il "Conosci te stesso", fino a Baudrillard). A questo si aggiunge l'ambito digitale/informatico, per quanto questo aspetto oggi risulti un po' datato (e lo sembrava anche nel 1999: vedi i vecchi monitor a fosfori con le caratteristiche tonalità di verde – l'alternativa era l'ambra! – e le linee telefoniche usate per il trasferimento dei dati: le fibre ottiche erano ancora di là da venire). L'intera Matrix ricorda un po' quegli ambienti virtuali online, come "Second Life", che in epoca pre-social media andavano tanto di moda. Per quanto riguarda la rappresentazione del "mondo reale", ovvero la parte di film ambientata nel (vero) futuro, la CGI ci mostra suggestioni a metà fra "Terminator" e il body horror di Cronenberg e Tsukamoto. Parliamo infine degli aspetti messianici (Neo, la cui venuta è stata profetizzata da un'Oracolo, a un certo punto letteralmente muore e risorge) e di quelli super-eroistici (l'ultima inquadratura del film ce lo mostra addirittura volare come Superman: ma altri riferimenti vanno a Batman, a Blade – che nel film del 1998 con Wesley Snipes sfoggiava occhialini e abiti molto simili ai suoi – e, perché no?, ai molteplici manga e anime giapponesi i cui personaggi ricevono un costante power upgrade.

La ricchezza di spunti e temi è anche una scusa per portare sullo schermo scene d'azione spettacolari, all'epoca rivoluzionarie (per quanto ispirate, come già ricordato, al cinema di Hong Kong). Su tutte l'irruzione di Neo e Trinity (Carrie-Anne Moss) nel palazzo dove Morpheus è tenuto prigioniero, con una tempesta di proiettili che fanno a pezzi ogni centimetro quadrato della sala, o la scena in cui Neo "scansa" le pallottole che vengono sparate contro di lui (forse la più celebre del film, imitata e parodiata numerose volte negli anni a venire: fu realizzata con una tecnica chiamata da allora bullet time, che consiste nel piazzare una serie di videocamere attorno agli attori e di fondere insieme le immagini riprese per dare l'illusione del movimento al rallentatore mentre l'inquadratura gira intorno a velocità normale). La sequenza dell'addestramento, invece, ricorda ovviamente un videogioco (e non a caso fra i film che svilupperanno ulteriormente i concetti di "Matrix" ci sono pellicole dall'impianto dichiaratamente legato ai videogame, come "Ready Player One" e i nuovi "Jumanji"). Paradossalmente, tutto questo mondo sembra molto più interessante del protagonista, la cui natura di "eletto" gli impedisce di diventare davvero un personaggio con cui identificarsi (alla fine addirittura può "vedere" il codice sorgente attorno a sé). Meglio i personaggi secondari, dal carismatico Morpheus alla "tosta" Trinity. Hugo Weaving è l'agente Smith, il principale antagonista della pellicola, uno dei "programmi senzienti" che pattugliano Matrix in cerca dei ribelli (rappresentati come una sorta di "uomini in nero", con giacca, cravatta e occhiali scuri, capaci di forzare entro un certo limite le regole del mondo virtuale); Joe Pantoliano è il "traditore" Cypher, Gloria Foster il misterioso "Oracolo". La fotografia di Bill Pope punta su colori smorti, spesso con tinte di verde che richiamano i succitati monitor monocromatici dell'epoca. Il film riscosse un enorme successo commerciale e di critica (vinse quattro premi Oscar, tutti tecnici: per gli effetti speciali, il montaggio, il sonoro e il montaggio sonoro), il che consentì di mettere in cantiere due seguiti da girare back-to-back, "Matrix Reloaded" e "Matrix Revolutions", usciti nel 2003 ma non proprio indovinati. Il problema è che, nonostante il finale aperto (come già detto), i Wachowski non avevano davvero pensato a come proseguire la storia: e la mancanza di coesione e di progettazione visibile già in questo primo capitolo mostrerà tutte le sue crepe nei sequel.

29 agosto 2021

Il viaggio di Felicia (Atom Egoyan, 1999)

Il viaggio di Felicia (Felicia's journey)
di Atom Egoyan – GB/Canada 1999
con Bob Hoskins, Elaine Cassidy
**1/2

Rivisto in TV (Prime Video).

Fuggita dalla natìa Irlanda in cerca del ragazzo inglese che l'ha messa incinta, la giovane Felicia (Elaine Cassidy) viene accolta e aiutata da Joe (Bob Hoskins), direttore del catering in una grande azienda di Birmingham, che vive da solo in una grande villa, circondato dai ricordi della madre (Arsinée Khanjian), un tempo celebre ed eccentrica protagonista di un programma tv sulla cucina. Ma dietro le maniere affabili e premurose dell'uomo si nasconde qualcosa di strano e pericoloso... Inquietante thriller costruito su due personaggi, con la sceneggiatura che svela poco a poco le sue carte: per quanto riguarda Felicia, attraverso una serie di flashback ambientati in Irlanda che ci mostrano i retroscena della sua fuga; di Joe, invece, veniamo lentamente a conoscenza del forte complesso di madre (della quale continua ogni sera a guardare le videoregistrazioni delle ricette: "il cibo di fa sentire amati", dice) e poi della sue "abitudini" di avvicinare ragazze sole, scappate da casa o in difficoltà. Nell'originalità del mostrare la storia da un duplice punto di vista (l'uomo, manipolatore e mentitore, ossessionato dai ricordi e dal passato, è di fatto protagonista del film quanto la sua vittima) si percepiscono echi di diversi film classici, a partire da quelli di Hitchcock (la scena in cui Joe porta a Felicia una tazza di cioccolata calda con il sonnifero è una citazione evidente da "Il sospetto"), per non parlare di "Arsenico e vecchi merletti", "Viale del tramonto" e "Che fine ha fatto Baby Jane". E nonostante il setting contemporaneo (una Birmingham operaia e industriale), i rimandi al passato strabordano da ogni parte, a cominciare dalla colonna sonora (Joe ascolta le oldies di Malcolm Vaughan, cantante gallese degli anni cinquanta, come "My special angel", di cui cita le parole in uno dei suoi dialoghi con Felicia), che pure comprende anche cose come "The sensual world" di Kate Bush. Peccato per alcuni tocchi un po' sopra le righe e per alcuni personaggi minori dalla caratterizzazione eccessiva (il padre di Felicia, la predicatrice religiosa).

28 agosto 2021

Self/less (Tarsem Singh, 2015)

Self/less (id.)
di Tarsem Singh – USA 2015
con Ryan Reynolds, Ben Kingsley
*1/2

Visto in TV (Now Tv).

Damian Hale (Ben Kinsgley), ricchissimo e anziano immobiliarista cui restano pochi mesi di vita, ha l'opportunità di "ringiovanire" quando un misterioso medico (Matthew Goode) gli offre la possibilità di trasferire la sua mente in un nuovo corpo, giovane e sano. Scoprirà però che il corpo in questione non è stato creato in laboratorio, come gli era stato fatto credere, ma è quello di un ex marine (Ryan Reynolds) cui è stata "sovrascritta" la coscienza. E lotterà per salvare la moglie (Natalie Martinez) e la figlioletta dell'uomo. Sceneggiato dai fratelli Alex e David Pastor, a partire da un interessante spunto che ricorda diversi classici racconti di fantascienza (nonché, in parte, il film "Operazione diabolica" di John Frankenheimer), un thriller che si sviluppa poi in maniera banale e stereotipata, con una sceneggiatura scolastica e non sempre convincente. L'idea di base e il potenziale dilemma che l'accompagna, così come la "crescita" del personaggio (Damian è indeciso se smettere di prendere il medicinale che stabilizza la propria coscienza all'interno del corpo che lo ospita), sono sacrificate in favore di scene d'azione tutt'altro che memorabili. E anche la regia di Tarsem, priva dei suoi soliti tocchi visionari, appare professionale ma abbastanza anonima.

26 agosto 2021

Tropical malady (A. Weerasethakul, 2004)

Tropical malady (Satpralat)
di Apichatpong Weerasethakul – Thailandia 2004
con Banlop Lomnoi, Sakda Kaewbuadee
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Il film è diviso in due parti che raccontano storie separate e apparentemente slegate l'una dall'altra: la prima segue la relazione fra il contadino Tong (Kaewbuadee) e il soldato della pattuglia forestale Keng (Lomnoi), ex commilitoni che rimangono amici e infine scoprono di amarsi; la seconda, narrata come se fosse una fiaba e praticamente muta (con tanto di didascalie in sovrimpressione), ci mostra un soldato nella giungla (sempre Lomnoi) alle prese con lo spirito di una tigre (sempre Kaewbuadee) che lo tormenta. Lento, magico, sfuggente, ma anche estremamente noioso, il lungometraggio è a tutti gli effetti un precursore del successivo (e premiato a Cannes) "Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti" (c'è già un accenno a tale zio in una linea di dialogo di Tong, personaggio che tornerà a sua volta nel film seguente). Se la prima parte incuriosisce nel suo mix di modernità e tradizioni e consente di stringere un legame empatico con i suoi personaggi (in maniera non dissimile da altro cinema del sud-est asiatico, per esempio quello taiwanese di Tsai Ming-liang o quello filippino di Lav Diaz, con cui condivide tempi dilatati e sospesi), a tratti fa però già intravedere la deriva "fuffosa" e antinarrativa che prenderà in seguito. E infatti la soporifera seconda parte smarrisce inevitabilmente la presa sullo spettatore, nonostante le suggestioni soprannaturali e oniriche e l'affascinante ambientazione nella giungla notturna; suggestioni che però puntano solo sull'immagine e non si traducono in sostanza né narrativa né emozionale.

24 agosto 2021

Dancer in the dark (Lars von Trier, 2000)

Dancer in the dark (id.)
di Lars von Trier – Danimarca/Svezia/Francia 2000
con Björk, Catherine Deneuve
***1/2

Rivisto in divx.

Selma (Björk), madre single e immigrata negli Stati Uniti dalla Cecoslovacchia (la storia si svolge negli anni sessanta), lavora come operaia in una fabbrica, è appassionata di vecchi musical e sta diventando cieca per una malattia degenerativa ereditaria di cui non ha fatto parola con nessuno. Lavora duro e risparmia ogni dollaro proprio per consentire al figlio Gene di essere operato e guarito dallo stesso destino quando compirà tredici anni. Ma per difendere il suo prezioso denaro dall'avidità di un vicino di casa, il poliziotto Bill (David Morse), finisce per ucciderlo ed è condannata a morte... Dopo "Le onde del destino", di cui è quasi un film gemello (anche nello stile, ispirato al manifesto Dogme 95: la camera a mano, le inquadrature ravvicinate e ondeggianti, la fotografia sgranata e "povera" – almeno sulla carta – e i colori smorti, il tutto però ravvivato dagli occasionali inserti in cui la protagonista, sognando ad occhi aperti, immagina di trovarsi all'interno di quei musical che ama tanto), LVT porta sullo schermo un'altra storia di estremo sacrificio femminile, con una protagonista pura, innocente, altruista e quasi infantile, che in nome dell'amore per il figlio accetta qualsiasi destino: in questo caso si soffre ancora di più, perché agli occhi della maggior parte del mondo Selma passa ingiustamente per un'assassina spregiudicata, egoista e incapace di amare. Soltanto in pochi – la collega e amica Kathy/"Cvalda" (Catherine Deneuve), il timido corteggiatore Jeff (Peter Stormare), la secondina del carcere Brenda (Siobhan Fallon) – le mostrano empatia e le restano accanto fino alla fine. Il soggetto può certo apparire eccessivamente melodrammatico, con il destino (e la malvagità degli uomini) che si accaniscono in ogni modo sulla nostra eroina, ma il regista danese sceglie volutamente di calcare la mano come nei feuilletton vecchio stile e sa perfettamente come muovere le corde giuste per accrescere l'intensità emotiva e far leva sulla sensibilità dello spettatore, catturandolo in una morsa di emozioni che stritola nel profondo dell'animo (impossibile trattenere la commozione!). E proprio come Selma "evade" dalla realtà con l'immaginazione quando questa si fa troppo dura, anche LVT ci concede occasionali momenti di respiro e di bellezza con le canzoni che nella mente della protagonista, accompagnate da balletti e coreografie proprio come un musical, punteggiano la pellicola (due anni prima Tsai Ming-liang aveva fatto lo stesso in "The hole"). I brani, in stile lo-fi e post-industriale (visto che inglobano i rumori ambientali, come "il ritmo delle macchine"), sono tutti composti e interpretati dalla stessa Björk: la canzone migliore è quella della scena sul treno, "I've Seen It All", nominata anche all'Oscar. In una delle sue rare prove d'attrice, la cantante islandese offre una performance eccezionale, anche se la lavorazione si è rivelata talmente difficile – i rapporti con Lars von Trier non erano certo idilliaci, come ha rivelato in seguito – nonché esaustiva dal punto di vista emotivo da farle dichiarare che non avrebbe più recitato in nessun altro film (ma qualche anno dopo ci ripenserà). Nel cast anche Cara Seymour (Linda, l'inconsapevole moglie di Bill), Jean-Marc Barr (il superiore alla fabbrica), Vincent Paterson (il regista della rappresentazione amatoriale di "Tutti insieme appassionatamente"), Željko Ivanek (il pubblico ministero al processo) e Udo Kier (il dottore). Joel Grey interpreta il ballerino di tip tap Oldřich Nový, idolo d'infanzia di Selma. Come in un musical classico, la pellicola si apre con tre minuti e mezzo di schermo buio, accompagnati dalle note di una "ouverture", mentre si chiude con la "penultima canzone" (in quanto Selma detesta le "ultime canzoni" perché segnalano la fine del film). Il titolo si ispirerebbe alla canzone "Dancing in the dark", dal musical "Spettacolo di varietà" (1953) con Fred Astaire e Cyd Charisse.

23 agosto 2021

Il canto dell'uomo ombra (E. Buzzell, 1947)

Il canto dell'uomo ombra (Song of the thin man)
di Edward Buzzell – USA 1947
con William Powell, Myrna Loy
**

Visto in divx.

Il sesto e ultimo film della serie classica de "L'uomo ombra" prosegue nella formula consolidata di mescolare il giallo alla commedia sofisticata, con charme e leggerezza. La storia prende avvio durante una serata di beneficenza sulla S.S. Fortune, nave che ospita una sala da ballo e un casinò. Quando il direttore d'orchestra Tommy Drake (Phillip Reed), mascalzone e sciupafemmine, viene assassinato a colpi di pistola, i sospetti ricadono sul proprietario della nave, Brant (Bruce Cowling), che lo aveva minacciato poco prima. La giovane Janet (Jayne Meadows), che ha sposato Brant contro il volere del padre (Ralph Morgan), chiede allora aiuto a Nick e Nora Charles (Powell e Loy) per scagionarlo. Ma l'intricata vicenda coinvolge anche un clarinettista emotivamente instabile (Don Taylor), cui Drake aveva soffiato la ragazza (Gloria Grahame); un gangster (William Bishop) con cui l'uomo era indebitato; e il gestore di un locale rivale (Leon Ames), la cui moglie (Patricia Morison) aveva avuto una relazione con Drake e la cui collana di diamanti si rivelerà un elemento chiave del caso. Ad aiutare Nick e Nora nelle indagini, oltre all'inseparabile cagnolino Asta, c'è un altro clarinettista, "Clinker" Krause (Keenan Wynn). Se la trama gialla non è particolarmente accattivante, per via dei troppi personaggi (spesso poco caratterizzati o indistinguibili anche fisicamente) e di una risoluzione deludente, il punto di forza rimangono le dinamiche famigliari e il rapporto fra i coniugi Charles, alle prese anche con l'educazione di un figlio ormai cresciutello (interpretato da Dean Stockwell!) e appassionato di crime stories. La Grahame canta la canzone "You're not so easy to forget" (ma la voce è quella di Carol Arden). Non più impersonati da Powell e Loy, i personaggi di Nick e Nora Charles torneranno in una serie televisiva nei tardi anni cinquanta.

22 agosto 2021

Il castello di Vogelöd (F. W. Murnau, 1921)

Il castello di Vogelöd (Schloß Vogelöd)
di Friedrich Wilhelm Murnau – Germania 1921
con Lothar Mehnert, Olga Tschechowa
**

Visto su YouTube, con cartelli in inglese.

Fra gli ospiti nel castello di Vogelöd, invitati dal padrone di casa (Arnold Korff) per una battuta di caccia, c'è anche l'enigmatico conte Oetsch (Lothar Mehnert), guardato da tutti con sospetto perché accusato (senza prove) di aver ucciso tre anni prima il proprio fratello. Quando nel castello giunge anche la vedova di quest'ultimo (Olga Tschechowa), risposatasi con il barone Safferstätt (Paul Bildt), la tensione monta a mille. E le cose peggiorano la notte successiva, per via dell'improvvisa sparizione di Padre Faramund, prete e amico fidato con cui la baronessa intendeva consultarsi... Da un romanzo di Rudolph Stratz (sceneggiato da Carl Mayer, già co-autore de "Il gabinetto del dottor Caligari" e poi abituale collaboratore di Murnau), uno dei pochi fra i primi lavori del regista tedesco a essere sopravvissuto: si tratta di un giallo da camera con (prevedibile) colpo di scena finale, permeato da un'atmosfera misteriosa, oscura e malsana, cui non mancano sequenze quasi horror (come il "sogno" del gentiluomo ansioso (Julius Falkenstein) che vede entrare di notte nella propria stanza un mostro dalle mani adunche: una scena che anticipa con ogni evidenza il "Nosferatu" dell'anno successivo). All'interno di un cast corale spiccano Mehnert e la Tschechowa, che danno vita a due personaggi ambigui, a metà fra il bene e il male (di Oetsch sapremo solo alla fine se è davvero un assassino, mentre la donna dichiara a più riprese di essere "attratta dalla malvagità"). Le scenografie sono di Hermann Warm, la direzione della fotografia è di Fritz Arno Wagner e László Schäffer. Eccellente la qualità della copia restaurata (dalla Cineteca di Bologna) nel 2002.

20 agosto 2021

Viaggio a Kandahar (Mohsen Makhmalbaf, 2001)

Viaggio a Kandahar (Safar-e Qandahār)
di Mohsen Makhmalbaf – Iran/Francia 2001
con Nelofer Pazira, Hassan Tantaï
***

Rivisto in TV (La7), con Sabrina.

Nafas (Nelofer Pazira), una giornalista afgana rifugiatasi in Canada, intende reintrodursi clandestinamente nel proprio paese di origine per raggiungere la città di Kandahar, dove si trova ancora sua sorella, che le ha comunicato l'intenzione di uccidersi nel giorno dell'ultima eclisse di sole del millennio. Ma per attraversare il territorio controllato dai talebani (gli "studenti coranici" che impongono severe leggi che limitano la libertà degli abitanti, e in particolare delle donne) deve nascondersi sotto un burqa e dipendere dall'aiuto di occasionali sconosciuti incontrati lungo il cammino (una famiglia di profughi di cui si finge una delle mogli, un bambino appena espulso da una scuola coranica, un medico di origine americana, un uomo con il braccio amputato). Di impianto semi-documentaristico (la storia della protagonista è in parte vera, e molti degli attori interpretano sé stessi), è il film più noto in occidente del regista iraniano Mohsen Makhmalbaf, che lo ha girato negli anni del primo regime talebano in Afghanistan: prima, cioè, che gli attentati dell'11 settembre 2001 spingessero gli americani e i paesi occidentali a rovesciare tale regime: oggi, proprio nei giorni in cui i talebani hanno riacquistato il controllo del paese, la pellicola è tornata tristemente e prepotentemente di attualità dopo aver passato qualche tempo (dopo l'iniziale successo) nel dimenticatoio. Potente e impressionante nel suo mettere in scena le condizioni di un popolo soggiogato da un sistema fanatico ed estremista (vedi per esempio la scena della scuola coranica, che mostra l'indottrinamento dei bambini), oltre che della situazione di profughi e rifugiati (molti dei quali con arti amputati a causa delle numerose mine, residui della lunga guerra fra i sovietici e i mujaheddin: indimenticabili le scene in cui gli elicotteri della Croce Rossa "paracadutano" nel deserto protesi e gambe finte), il film parla soprattutto delle dure condizioni delle donne sotto il dominio talebano, chiamate cumulativamente "teste nere", private di ogni diritto (dall'educazione al lavoro indipendente), persino della parola (un uomo o un bambino devono fare da "interprete" fra loro e gli estranei durante qualsiasi conversazione) e naturalmente costrette a nascondersi interamente dietro il velo (sotto il quale, però, alcune di loro non rinunciano a mettersi lo smalto o il rossetto). Alcune sequenze appaiono involontariamente comiche, come quella in cui non solo Nafas ma anche la sua guida e numerosi altri uomini si celano sotto il burqa per unirsi a un corteo nuziale e oltrepassare così un posto di blocco (una sequenza che ricorda quella del film dei Monty Python "Brian di Nazareth" con le barbe finte). La maggior parte del film è stata girata in Iran (per esempio presso il campo rifugiati di Niatak), ma alcune scene anche (segretamente) in Afghanistan. Il medico che aiuta Nafas è interpretato da Hassan Tantaï (alias Dawud Salahuddin), un vero ex combattente americano che si è convertito all'Islam, si è rifugiato in Iran e ha ucciso un oppositore di Khomeini (ed è tuttora ricercato come fuggitivo). Finale aperto, con l'ultima scena che era stata proposta anche all'inizio e che torna come in un circolo (richiamato dall'immagine dell'eclisse, intravista da Nafas attraverso le maglie strette del burqa e ovvia metafora di un'oscurità che irrompe sul destino degli abitanti del paese). Ma la bellezza del film sta anche nella sua apertura verso la speranza, a tratti evocata dalle frasi, dai canti e dalle emozioni che Nafas cattura a mo' di reportage, durante tutto il viaggio, sul suo registratore portatile, nell'intento di portare conforto alla sorella e, per estensione, a tutto il popolo afgano.

18 agosto 2021

L'ultimo yakuza (Takashi Miike, 2019)

L'ultimo yakuza, aka First love (Hatsukoi)
di Takashi Miike – Giappone 2019
con Masataka Kubota, Sakurako Konishi
**1/2

Visto in TV (Prime Video).

Per proteggere Yuri (Sakurako Konishi), una ragazza costretta a prostituirsi per ripagare i debiti del padre, la giovane promessa della boxe Rio (Masataka Kubota) si ritrova coinvolto suo malgrado nella faida fra due gruppi rivali di yakuza: anche perché Kase (Shota Sometani), uno dei criminali, progetta di far ricadere su di lei la colpa del furto di una partita di droga che intende segretamente spartirsi con il poliziotto corrotto Otomo (Nao Omori). Sfaccettato yakuza eiga con un cast corale e molteplici parti in gioco, anche se il centro della vicenda rimane quello legato alla coppia di misfits Leo/Yuri (che impareranno entrambi "a vivere": lei superando la propria tossicodipendenza, lui vincendo l'apatia e la paura di morire, essendogli stato diagnosticato un tumore al cervello). Gli altri personaggi spaziano dal comico/grottesco (la coppia Kase/Otomo, i cui progetti criminali – come in un film dei Coen o di Tarantino – sono continuamente frustrati da incidenti non previsti, ma anche Julie (Becky), la vendicativa compagna dello spacciatore ucciso da Kase) a quelli legati ai più classici temi dell'onore ("L'ultimo yakuza" del titolo italiano è Gondo (Seiyo Uchino), gangster vecchio stile rimasto fedele ai valori di un tempo, a differenza dei suoi più giovani colleghi). Miike dirige con mano solida, concedendosi solo a tratti alcuni dei suoi tocchi irriverenti e visionari (le allucinazioni quasi horror che tormentano Yuri, come l'apparizione del padre sotto forma di fantasma in mutande; la sequenza in animazione che consente di fare a meno degli effetti speciali in una scena ad alta spettacolarità), senza però mai varcare la soglia dell'eccesso o del cattivo gusto, anche se naturalmente i combattimenti sono assai cruenti e violenti. Ottimo anche il montaggio.

17 agosto 2021

Flic story (Jacques Deray, 1975)

Flic story (id.)
di Jacques Deray – Francia 1975
con Alain Delon, Jean-Louis Trintignant
***

Visto in TV (Prime Video).

Nella Parigi del dopoguerra (siamo nel 1947), il giovane e brillante ispettore della Sûreté Roger Borniche (Alain Delon) viene incaricato di acciuffare un criminale appena evaso di prigione, il feroce e pericoloso Emile Buisson (Jean-Louis Trintignant). Tratto dalle memorie autobiografiche del vero Borniche (il cui personaggio apre e chiude infatti la pellicola in una sorta di narrazione), è forse il miglior film di Deray, la storia di una caccia all'uomo raccontata in maniera asciutta e lineare, con i poliziotti che passano di traccia in traccia mentre il bandito elimina dietro di sé spie e informatori, e con un'eccellente caratterizzazione dei personaggi. È una sorta di sfida fra due uomini per molti versi l'uno all'opposto dell'altro, e non solo perché si trovano su due lati della barricata, ma anche per le loro idee politiche e i loro trascorsi (Borniche è un ex partigiano, Buisson un reazionario) nonché, ovviamente, per il carattere e l'indole: Borniche è un poliziotto "buono", uno "sbirro con la coscienza" che non tollera gli eccessi e le violenze dei suoi colleghi; Buisson un criminale spietato e paranoico, che uccide a sangue freddo anche gli innocenti e i propri complici che sospetta di essere traditori, a ragione – come il barista Raymond (Mario David) – o a torto – come l'autista italiano Mario (Renato Salvatori). Ciò nonostante, fra i due (che si ritroveranno faccia a faccia solo alla fine), scatta una sorta di sintonia, tanto da definirsi "se non amici, almeno compagni di viaggio" e finire quasi per comprendersi a vicenda (a un certo punto Borniche dice addirittura: "Certi giorni mi farebbe quasi piacere essere Buisson"). La scena della cattura del criminale, con la tensione che monta nella locanda dove buoni e cattivi mangiano fianco a fianco, mi ha ricordato alcuni classici film hongkonghesi ("Dragon Inn" e "Bullets over summer"). Ottimo Delon, sempre con l'immancabile sigaretta in bocca, ma soprattutto Trintignant, dallo sguardo gelido e impenetrabile. Nel cast anche Claudine Auger, André Pousse, Paul Crauchet.

15 agosto 2021

Khraniteli (Natalya Serebryakova, 1991)

I custodi (Khraniteli)
di Natalya Serebryakova – URSS 1991
con Valery Dyachenko, Victor Kostetskiy
*1/2

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Su consiglio del mago Gandalf, l'hobbit Frodo Baggins lascia la Contea con alcuni amici fidati per andare a distruggere l'Unico Anello nel fuoco del Monte Fato. Andato in onda – diviso in due puntate – soltanto una volta, nell'aprile del 1991, e poi dimenticato, questo film per la televisione russa tratto da "La compagnia dell'anello" (la prima parte de "Il Signore degli Anelli" di J.R.R. Tolkien) è stato riscoperto (e pubblicato su YouTube) solo da alcuni mesi. Dal punto di vista storico, è importante: precede infatti sia la serie finlandese "Hobitit" (1993) sia la trilogia cinematografica di Peter Jackson (2001-03) ed è dunque il primo adattamento in live action del capolavoro dello scrittore inglese (di cui i russi avevano già adattato per la tv, nel 1985, "Lo Hobbit"). I suoi meriti, però, finiscono qua: anche considerando la mancanza di budget (erano anni duri per un'Unione Sovietica al collasso!) e il fatto che sia rivolto a un pubblico di bambini, la qualità è ancora più amatoriale del citato "Hobbit", imbarazzante ai limiti del ridicolo, e solo a tratti si eleva sfiorando il campo del surrealismo fiabesco. La recitazione "teatrale", la regia, la fotografia, il ritmo narrativo, i costumi, le scenografie (strade e campi russi innevati: l'idea insistita è che i "pericoli" siano rappresentati dall'inverno) e gli "effetti speciali" (personaggi scontornati davanti al green screen) sono tutti di livello così dilettantesco da diventare persino buffi, per non parlare delle terribili canzoni o dei momenti psichedelici (l'arrivo nel bosco d'oro di Lothlórien). Un altro merito, a dire il vero, c'è: la fedeltà al testo originale, soprattutto nella prima parte, è apprezzabile, tanto da includere episodi che negli altri adattamenti (Jackson, ma anche Bakshi) sono assenti – come l'attraversamento della Vecchia Foresta, l'incontro con Tom Bombadil e Baccador, gli Spettri dei Tumuli – o da restituire un minimo di spessore a personaggi spesso sacrificati (Lobelia, Cactaceo). Mancano invece Arwen e il Balrog (Gandalf sparisce "fuori quadro"). Difficile comunque riconoscere personaggi la cui iconografia è lontana anni luce da quella tradizionale (vedi per esempio Legolas – interpretato da una donna, figlia della regista! – e Gimli, che peraltro non hanno nemmeno una linea di dialogo). Male anche i nemici: i nove Cavalieri Neri sono solo tre (ripetuti tre volte), gli Orchi sono dei tizi che si dimenano, e il Sauron visto nello specchio di Galadriel è senza dubbio il più ridicolo di sempre. Come ne "Lo Hobbit" del 1985 è presente un narratore (deve essere una caratteristica tipica dei telefilm russi), un tizio barbuto e dai grandi occhiali (Andrei "Dyusha" Romanov, membro della band Aquarium, che firma anche la colonna sonora). Girato in meno di una settimana, comprende pochi attori noti (Victor Kostetskiy è Gandalf, Elena Solovey è Galadriel). Chissà se erano in programma i seguiti ("Le due torri" e "Il ritorno del re"): immagino che la confusione seguita alla dissoluzione dell'URSS abbia reso difficile proseguire il progetto.

14 agosto 2021

Faces in the crowd (J. Magnat, 2011)

Faces in the crowd - Frammenti di un omicidio (Faces in the Crowd)
di Julien Magnat – USA/Canada/GB 2011
con Milla Jovovich, Julian McMahon
*1/2

Visto in TV (Prime Video).

L'insegnante d'asilo Anna (Milla Jovovich) batte la testa mentre tenta di sfuggire al serial killer "Jack lo strappalacrime", a uno dei cui delitti ha casualmente assistito. Come conseguenza scopre di soffrire di prosopagnosia, ovvero l'incapacità di riconoscere i volti. E dunque, pur essendo in teoria l'unica testimone in grado di identificare l'assassino, non è più capace nemmeno di distinguere la propria faccia allo specchio o quella del suo compagno... Thriller basato su un soggetto tutto sommato interessante e originale (anche se in fondo è una variante di cose come "Gli occhi della notte", dove Audrey Hepburn era cieca), ma scritto e diretto in modo piuttosto convenzionale, in particolare quando l'attenzione si sposta dalla protagonista ai comprimari, come il detective della polizia Sam Kerrest (Julian McMahon), che segue il caso e che si innamora della sua testimone... Milla è bella e brava, ma le interazioni fra i personaggi zoppicano alquanto (persino la caratterizzazione del serial killer sembra buttata lì). E anche se non era certo facile rendere sullo schermo gli effetti della prosopagnosia, l'impressione è che sia stato fatto in modo incoerente (a volte Anna vede volti tutti uguali, come quelli dei bambini in classe; a volte, invece, le facce cambiano in continuazione, tanto che per alcuni personaggi si è fatto ricorso a numerosi attori a rotazione). Il titolo ricorda il classico "Un volto nella folla" di Elia Kazan del 1957. La cantante Marianne Faithfull interpreta la psicologa che aiuta Anna a far fronte al suo "handicap".

13 agosto 2021

Gli ultimi giorni di Pompei (Luigi Maggi, 1908)

Gli ultimi giorni di Pompei
di Luigi Maggi [e Arturo Ambrosio] – Italia 1908
con Lydia De Roberti, Luigi Maggi, Umberto Mozzato
**

Visto su YouTube.

Geloso dell'amore fra il patrizio Glauco e la greca Jone, il perfido sacerdote Arbace accusa il rivale di omicidio e lo fa condannare a morte. Il giovane sarà però salvato dall'eruzione del Vesuvio, che distrugge la città di Pompei, e dalla gratitudine della schiava cieca Nidia, che aveva accolto nella propria casa. Tratto dall'omonimo romanzo storico dell'inglese Edward Bulwer-Lytton (che verrà poi adattato per il cinema numerose altre volte), uno dei primissimi film di produzione italiana, realizzato dalla torinese Ambrosio Film e distribuito con successo in tutto il mondo. In effetti, anche se pellicole a soggetto non erano mancate in precedenza (a partire dalla "Presa di Roma" del 1905), si può dire che il grande cinema italiano cominci qui: negli anni a venire seguiranno altri titoli iscrivibili nel filone storico-epico fino a culminare con i grandi kolossal "Quo vadis" (1913) e "Cabiria" (1914). Nonostante gli evidenti limiti dovuti al linguaggio cinematografico dell'epoca, ancora acerbo (la recitazione enfatica, l'assenza di movimenti di macchina, le quinte teatrali – sia pur realistiche ed elaborate – e il ricorso ai cartelli che spiegano cosa accade in ogni scena), il film appare decisamente ambizioso, con una durata di 16-20 minuti e una buona dose di "effetti speciali" nella sequenza della distruzione della città. Da notare poi la bellezza dell'ultima inquadratura, quella in cui Nidia, dopo aver portato in salvo Glauco e Jone, si annega entrando volontariamente in acqua: una scena incredibilmente anticipatrice di quella, analoga, ne "L'intendente Sansho" di Mizoguchi! Il regista Maggi recita anche nel ruolo del "cattivo" Arbace, mentre fra i collaboratori spicca Roberto Omegna come operatore di camera (oggi diremmo direttore della fotografia) e, pare, sceneggiatore. A lungo creduto perduto, il film è stato ritrovato ed è disponibile su YouTube in una copia con cartelli in olandese. Negli anni seguenti, come detto, il romanzo di Bulwer-Lytton verrà riportato sullo schermo numerose altre volte, già a partire dal 1913 (in due versioni, una delle quali è un remake della stessa Ambrosio Film diretto da Eleuterio Rodolfi): da segnalare in particolare il lungometraggio del 1959 co-diretto da Sergio Leone.

11 agosto 2021

La paura mangia l'anima (R. W. Fassbinder, 1974)

La paura mangia l'anima (Angst essen Seele auf)
di Rainer Werner Fassbinder – Germania 1974
con Brigitte Mira, El Hedi ben Salem
***

Visto in divx, alla Fogona.

Emmi (Mira), vedova anziana e sola, conosce il marocchino Alì (Salem), immigrato in Germania, e se ne innamora, arrivando addirittura a sposarlo. La cosa fa scandalo, perché lui è più giovane di lei ma soprattutto è uno "straniero", e la coppia finisce con l'essere ostracizzata (dai figli di lei, dai vicini di casa, dai negozianti del quartiere, dalle colleghe di lavoro). Ispirandosi in parte a "Secondo amore" e "Lo specchio della vita" di Douglas Sirk, ma collocando la vicenda in un contesto sociale molto diverso e ben definito (la Germania degli anni settanta, dove gli immigrati – specie se arabi o di colore – erano visti con estremo pregiudizio, in particolare dopo gli attentati di Monaco del 1972), Fassbinder (che si ritaglia una particina, quella del marito della figlia della protagonista, interpretata da Irm Hermann) mette in luce il razzismo e l'intolleranza della "gente comune", ma anche l'ipocrisia (quando poi c'è un tornaconto, tutti ricominciano a rivolgere loro la parola e finiscono con l'accettare il nuovo stato delle cose: "Il tempo è un'ottima medicina", è l'amaro commento, che fotografa solo in parte la situazione), senza però limitarsi a un pamphlet socio-politico e raccontando anche le difficoltà psicologiche del rapporto fra due persone così diverse per età e cultura. La fotografia di Jürgen Jürges rievoca, a modo suo, i vividi colori dei film di Sirk. El Hedi ben Salem, al primo ruolo da protagonista, era all'epoca il compagno del regista tedesco, che ha girato il film in meno di due settimane, in una pausa di lavorazione fra altri due lavori ("Martha" ed "Effi Briest"). Ciò nonostante, la pellicola ricevette un grande riscontro critico ed è diventata uno dei film più noti e celebrati di Fassbinder, tuttora di grande attualità. Il titolo originale in tedesco è volutamente sgrammaticato (è una frase pronunciata dal marocchino Alì, che non parla bene la lingua): il suo significato è metaforico, ma si fa anche letterale quando veniamo a sapere che gli immigrati, a causa dello stress, soffrono frequentemente di ulcera perforante.

9 agosto 2021

Corpo e anima (Ildikó Enyedi, 2017)

Corpo e anima (Testről és lélekről)
di Ildikó Enyedi – Ungheria 2017
con Géza Morcsányi, Alexandra Borbély
***1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

Assunta come addetta al controllo qualità in un mattatoio industriale, Mária (Alexandra Borbély) è precisa, metodica, con una memoria di ferro, ma anche sola e introversa ai limiti del patologico. Quando scopre che lei e il direttore commerciale del mattatoio, Endre (Géza Morcsányi), fanno misteriosamente ogni notte lo stesso sogno, in cui si vedono come due cervi (maschio e femmina) in una foresta ricoperta di neve, la ragazza comincia a pensare di aver trovato l'anima gemella. Ma le differenze fra i due, e in particolare le barriere sociali e protettive di lei (che non sa riconoscere o esprimere le emozioni, non ha mai avuto esperienze romantiche e ha paura di un contatto troppo ravvicinato), renderanno difficile l'avvicinamento... Il titolo “Corpo e anima”, in questa originalissima pellicola romantica, può essere letto in diversi modi, al di là dell'evidente legame fra i due aspetti nell'individuo e nella coppia di innamorati: se Endre è ferito nel corpo (ha un braccio paralizzato), Mária lo è nell'anima (è praticamente autistica, oltre che ancora ferma nello sviluppo infantile, tanto che continua a frequentare lo psichiatra pediatrico da cui andava da bambina). Il sogno in cui si incontrano sotto forma di animali, però, testimonia di un rapporto con la parte naturale, istintiva e selvatica che nessuno dei due ha abbandonato, ancora più preziosa se si considera che lavorano in un mattatoio, dove gli animali vengono uccisi e macellati (ed Endre, nel colloquio con i nuovi assunti, si preoccupa che questi non prendano la cosa con leggerezza e non dichiarino spavaldamente che questo tipo di lavoro non li turbi). Resta da compiere il passo successivo: trasferire l'armonia del sogno, in cui si vive felici e in equilibrio con sé stessi, con il partner e con la natura (anche in contesti difficili, come l'inverno che offre poco cibo agli animali), nel mondo reale, accettando i propri sentimenti e superando le barriere, psichiche o fisiche che siano. Lo stile del racconto, asciutto, rarefatto e minimalista, è sorprendentemente efficace, anche grazie a due interpreti ottimi e anticonvenzionali, entrambi all'esordio come protagonisti in un film. La regista, che non girava un lungometraggio da quasi vent'anni (il precedente, “Simon Magus”, era del 1999), ha dichiarato di aver voluto “raccontare una storia d'amore passionale e travolgente nel modo meno passionale e spettacolare possibile”. Orso d'Oro al festival di Berlino.

7 agosto 2021

Raw - Una cruda verità (J. Ducournau, 2016)

Raw - Una cruda verità (Grave)
di Julia Ducournau – Francia/Belgio 2016
con Garance Marillier, Ella Rumpf
***

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

La diciannovenne Justine (Marillier), timida e introversa, si iscrive alla prestigiosa università di veterinaria già frequentata dalla sorella maggiore Alexia (Rumpf) e va a vivere nel campus. Qui è costretta a subire i numerosi atti goliardici e di nonnismo cui gli studenti anziani sottomettono le matricole come riti di iniziazione: fra questi, l'ingestione di carne che lei, vegetariana, aveva sempre evitato. Quel boccone la condurrà a un'attrazione famelica e incontrollata per la carne, dapprima quella cotta, poi quella cruda e infine quella umana... La sconvolgente opera prima della regista francese Julia Ducournau (che si confermerà con la seconda, “Titane”, vincitrice della Palma d'Oro a Cannes) è un horror originale e inquietante, con più chiavi di lettura: in superficie c'è il thriller cannibalistico – al sangue! – che non lesina scene forti (si astengano i deboli di cuore o di stomaco) e colpi di scena (nel finale si spiega in qualche modo l'origine delle tendenze cannibalistiche della protagonista); ma se passiamo dal livello letterale a quello metaforico, la trasformazione di Justine da timida vergine a “mangiatrice di uomini” è uno dei possibili e inevitabili percorsi di una ragazza quando esce dall'alveo protetto della famiglia (il soggiorno al campus universitario è la prima volta che va a vivere fuori di casa), in un ambiente dove entra in contatto con il sesso e la violenza (anche quella sugli animali, vedi le esperienze in laboratorio), senza alcun filtro (la sorella, che "ci è già passata", non la protegge; gli insegnanti si mostrano incomprensivi o assenti). Siamo dunque di fronte a un racconto di crescita, di svezzamento alla vita, di coming-of-age, per quanto truculento e sopra le righe. Rabah Naït Oufella è il compagno di stanza gay, Laurent Lucas il padre. Nonostante l'ottima accoglienza di critica e pubblico ai festival, in Italia il film è uscito solo in home video.

5 agosto 2021

Jumanji: The next level (J. Kasdan, 2019)

Jumanji: The Next Level (id.)
di Jake Kasdan – USA 2019
con Dwayne Johnson, Jack Black
**1/2

Visto in TV (Now Tv).

Qualche anno dopo la precedente avventura ("Jumanji: Benvenuti nella giungla"), il giovane Spencer (Alex Wolff) – insoddisfatto della propria vita nel mondo reale, insicuro di sé stesso e bramoso di tornare nei panni dell'aitante e coraggioso Dottor Bravestone (Dwayne Johnson) – recupera e ripara la vecchia console e comincia una nuova partita al videogioco di Jumanji. I suoi amici Martha, Fridge e Bethany si affrettano a tornare a loro volta nel gioco per aiutarlo, ma misteriosamente la console trascina insieme a loro anche altri due ignari "giocatori": il nonno di Spencer, Eddie (Danny DeVito), e il suo vecchio amico Milo (Danny Glover), cuochi in pensione che complicheranno non poco la partita per via della loro età avanzata e la mancanza di familiarità con le dinamiche dei videogiochi. Come se non bastasse, i nostri amici non si ritroveranno negli stessi "avatar" della volta precedente: questa volta nei panni di Bravestone c'è il vecchio Eddie e in quelli dello zoologo "Topo" (Kevin Hart) c'è lo svampito Milo, mentre Fridge interpreta il cartografo Oberon (Jack Black) e Spencer è un nuovo personaggio, la ladra Ming Piedelesto (Awkwafina). Bethany, infine, diventa addirittura un cavallo, Ciclone! Solo Martha e il vecchio amico Alex conserveranno i personaggi della prima volta (Karen Gillan e Nick Jonas). Anche la missione del gruppo è cambiata: l'avversario è il terribile Jurgen il Bruto (Rory McCann), mentre agli scenari della giungla si sostituiscono un deserto e una montagna innevata... Il nuovo capitolo di "Jumanji" utilizza gli stessi meccanismi del precedente ed è altrettanto divertente, anche se con meno originalità (tutto sa di già visto) e con qualche forzatura e lungaggine di troppo. Chi non avesse apprezzato il precedente, insomma, si astenga. L'unico nuovo motivo di interesse – a parte i due personaggi "anziani", insoliti in questo tipo di film – è quello di vedere mescolati e ridistribuiti gli avatar, anche se nel finale tornano nella configurazione "standard". Cameo (nel mondo reale) per Bebe Neuwirth, il cui personaggio Nora era la zia dei due bambini del primissimo "Jumanji", quello con Robin Williams. Visto che la struttura di base funziona ed è assai facile da reiterare all'infinito, sarebbe già in produzione un ulteriore sequel, nel quale si rivelerà che il "cattivo" Jurgen non era un PNG (personaggio non giocante) ma l'avatar di un altro, misterioso, giocatore.

4 agosto 2021

Jumanji: Benvenuti nella giungla (J. Kasdan, 2017)

Jumanji: Benvenuti nella giungla (Jumanji: Welcome to the Jungle)
di Jake Kasdan – USA 2017
con Dwayne Johnson, Jack Black
***

Visto in TV (Netflix).

Non un reboot, ma un vero seguito del "Jumanji" del 1995, che comincia esattamente dove quello era finito. Ma per adattarsi ai gusti moderni delle nuove generazioni, il board game incantato e misterioso che dà il titolo alla serie si tramuta magicamente nella... cartuccia di un videogioco. Risucchierà al proprio interno (nella stessa giungla dove era vissuto Alan Parrish nel primo film) dapprima il giovane Alex, e poi, vent'anni più tardi, un quartetto di liceali che si ritroveranno ad impersonare altrettanti "avatar" e a dover superare una missione avventurosa per poter tornare nel mondo reale. In tempi di remake selvaggi, meccanici e senza idee di pellicole classiche, questo è nel complesso un ottimo sequel, che diverte e intrattiene ma soprattutto che rispetta l'originale e lo innova al tempo stesso (cosa rara nel panorama hollywoodiano). Fra gli aspetti più indovinati ci sono proprio quelli legati alla natura del videogame (che sostituiscono gli elementi che erano tipici del gioco da tavola nel prototipo, come il tiro dei dadi). A cominciare dagli "avatar", appunto, i personaggi interpretati dai giocatori, tutti ovviamente con caratteristiche speculari a quelle reali dei quattro ragazzi (uno dei messaggi della pellicola, forse troppo ripetutamente esplicitato, è quello di andare oltre le apparenze e superare le proprie debolezze). E così il nerd Spencer (Alex Wolff) si ritrova nel corpo muscoloso e atletico di Dwayne "The Rock" Johnson; l'ochetta egocentrica e social-dipendente Bethany (Madison Iseman) finisce nei panni del barbuto e sovrappeso Jack Black; il campione di football Anthony (Ser'Darius Blain), che conta solo sulla prestanza fisica, diventa il "tappo" Kevin Hart; e l'insicura e introversa Martha (Morgan Turner) si tramuta nella discinta "ammazzauomini" Karen Gillan. Ad aiutarli ci sarà anche Alex, uno spericolato aviatore (Nick Jonas), in un ruolo parallelo a quello che fu di Robin Williams (con alcune differenze: stavolta, tornati nel mondo reale, tutti conserveranno la memoria dell'accaduto e non solo chi aveva iniziato la partita). Completano il cast Bobby Cannavale (il "cattivo" Van Pelt, il cui nome è un rimando al cacciatore del primo film) e Rhys Darby (Nigel, uno dei PNG, i "personaggi non giocanti" che ripetono a pappagallo sempre le stesse frasi). Altre caratteristiche mutuate dai videogiochi: il fatto che ognuno abbia tre vite, e l'elenco delle forze e dei punti deboli di ogni personaggio (utili o dannosi senza vie di mezzo). Nel complesso un film assai divertente (forse con qualche gag di troppo, come quelle sui peni: ma è evidente che gli attori se la siano spassata a recitare in parti così contro-tipo). Il regista è figlio di Lawrence Kasdan. Nonostante qualche iniziale critica all'annuncio del progetto (per la troppo breve distanza dalla morte di Robin Williams), la pellicola ha riscosso un grande successo al botteghino, il che ha portato a mettere subito in cantiere un ulteriore sequel, uscito nel 2019 ("Jumanji: The Next Level").

3 agosto 2021

Zathura - Un'avventura spaziale (Jon Favreau, 2005)

Zathura - Un'avventura spaziale (Zathura: A Space Adventure)
di Jon Favreau – USA 2005
con Jonah Bobo, Josh Hutcherson
**1/2

Visto in divx.

Ignorato o vessato dal fratello maggiore Walter (Josh Hutcherson), il piccolo Danny (Jonah Bobo) comincia una partita a un vecchio e misterioso gioco da tavolo trovato in cantina, "Zathura", che trasporterà magicamente lui e il fratello – nonché la sorella teenager Lisa (Kristen Stewart) – in una movimentata "avventura spaziale". La loro intera casa si troverà infatti a vagare alla deriva nel vuoto cosmico, e ogni turno del gioco porterà con sé pericoli "fantascientifici" di vario tipo (piogge di meteoriti, robot impazziti, alieni ostili...). Il soggetto è praticamente lo stesso di "Jumanji", solamente traslato di genere (dal safari africano alla fantascienza anni '50), e la cosa non deve stupire: il film è infatti tratto da un libro illustrato dello stesso autore, Chris Van Allsburg, che in originale esplicitava fra l'altro l'appartenenza di entrambi i giochi al medesimo "universo" (cosa che invece la pellicola ignora: qui il mood è più un incrocio fra "I Goonies" e "Guerre stellari", con un pizzico di "Guida galattica per gli autostoppisti"). Altrettanto movimentato del precedente, ma forse più infantile e meccanico, il lungometraggio ha il suo punto di forza nella relazione fra i due fratelli, che non vanno d'accordo per via della differenza di età (Danny ha sei anni, Walter dieci) ma che impareranno a "giocare insieme" e ad avere fiducia l'uno nell'altro: la loro caratterizzazione è piuttosto realistica, anche se la cosa può risultare fastidiosa (Danny si comporta proprio come un bambino piccolo). Il resto lo fanno gli effetti speciali, non solo digitali ma anche "vecchio stile", come modellini e costumi: il make-up degli alieni Zorgon è opera di Stan Winston, come pure la copia "congelata" di Kristen Stewart. La storia si svolge praticamente tutta all'interno della casa. Dax Shepard è "l'astronauta", personaggio equivalente a quello interpretato da Robin Williams in "Jumanji" (ma con un twist nel finale). Tim Robbins è il padre dei bambini. Come nel primo film non viene data alcuna spiegazione per l'origine e la natura "magica" del gioco.

2 agosto 2021

Jumanji (Joe Johnston, 1995)

Jumanji (id.)
di Joe Johnston – USA/Canada 1995
con Robin Williams, Bonnie Hunt
**1/2

Rivisto in divx.

"Jumanji" (parola zulu di incerto significato) è un misterioso gioco da tavolo a tema africano, simile al gioco dell'oca, che magicamente materializza nel mondo reale gli animali selvaggi o i pericoli di varia natura (comprese alluvioni e terremoti!) che corrispondono alle varie caselle in cui si fermano le pedine. L'unico modo per far sparire questi effetti è quello di terminare il gioco con la vittoria di uno dei partecipanti. Purtroppo non è quanto accaduto al giovane Alan Parrish (Adam Hann-Byrd), che nel 1969 fu risucchiato "nella giungla" a causa di uno sfortunato tiro di dadi, uscendone fuori soltanto ventisei anni più tardi, e ormai adulto (Robin Williams), grazie all'intervento di Judy (una Kirsten Dunst tredicenne!), ragazzina ricca di immaginazione, e di suo fratello Peter (Bradley Pierce), due orfani giunti ad abitare nella sua vecchia casa e che hanno continuato la partita da lui interrotta. Ispirato a un libro illustrato di Chris Van Allsburg, un film d'avventura ricco di effetti speciali: gli animali selvaggi (leoni, rinoceronti, scimmie...), in particolare, sono tutti realizzati in computer grafica dalla Industrial Light & Magic, in uno dei primi casi di uso estensivo della CGI in un prodotto hollywoodiano: se visto oggi il realismo delle creature lascia un po' a desiderare, all'epoca fu decisamente rivoluzionario. Pur trattandosi di un film per famiglie, non mancano momenti spaventosi (i "pericoli" del gioco fanno a tratti davvero paura, così come l'anarchia e la distruzione che seminano nella cittadina) o più cupi (si parla esplicitamente della morte dei genitori); sul versante prettamente comico vanno invece annoverate le peripezie del poliziotto Carl Bentley (David Alan Grier) con la sua automobile progressivamente danneggiata dai vari animali. Bonnie Hunt è Sarah, l'amica che iniziò il gioco con Alan; Bebe Neuwirth è Nora, la zia dei due bambini; Jonathan Hyde interpreta il doppio ruolo del padre di Alan e del cacciatore di safari Van Pelt. Curiosità: come protagonista Tom Hanks era la prima scelta del regista, che temeva le proverbiali improvvisazioni di Williams. Amato dal pubblico (ma non altrettanto dalla critica), il lungometraggio darà origine a una serie televisiva animata (1996-98) e a una sorta di sequel spirituale ("Zathura" del 2005), prima di essere riletto in chiave moderna (un videogioco anziché un board game) a partire dal 2017 in una serie di nuovi film con Dwayne Johnson e Jack Black.