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23 aprile 2022

Assassinio sul Nilo (J. Guillermin, 1978)

Assassinio sul Nilo (Death on the Nile)
di John Guillermin – GB 1978
con Peter Ustinov, David Niven
**

Rivisto in divx.

La giovane ereditiera Linnet Ridgeway (Lois Chiles), in luna di miele in Egitto dopo le nozze con l'avventuriero Simon Doyle (Simon MacCorkindale), viene uccisa durante una crociera sul Nilo. I sospettati sono parecchi, visto che in molti avevano interesse per la sua morte: a cominciare dalla sua ex amica, e rivale in amore, Jacqueline De Bellefort (Mia Farrow), che l'aveva più volte minacciata in pubblico. Ma a indagare sull'accaduto c'è l'ineffabile detective belga Hercule Poirot (Peter Ustinov), coadiuvato dall'amico colonnello Johnny Race (David Niven). Dal romanzo giallo di Agatha Christie "Poirot sul Nilo", il secondo dei film classici sul personaggio dopo "Assassinio sull'Orient Express" di Sidney Lumet di quattro anni prima, nel quale l'investigatore era però interpretato da Albert Finney. La falsariga è la stessa: una location ristretta (lì un treno, qui un battello), un nutrito numero di sospetti – tutti con un movente (il cast comprende nomi come Bette Davis, Maggie Smith, Angela Lansbury, Olivia Hussey, Jane Birkin, George Kennedy, Jon Finch e Jack Warden) – e il detective che nel finale raduna tutti in un salone per spiegare chi è il colpevole e come è avvenuto il delitto. Rispetto al film precedente, però, questo è meno accattivante, un po' troppo lungo (soprattutto nella prima parte) e ripetitivo, nonché meno brillante nella regia di Guillermin e nella sceneggiatura di Anthony Shaffer, più interessata ai fatti che alle sfumature psicologiche dei personaggi. Da notare comunque i sottotesti lesbici nel personaggio di Miss Bowers (Maggie Smith), la dama di compagnia dell'anziana Bette Davis. Musiche di Nino Rota. Il film è stato girato in esterni in Egitto: i personaggi visitano, fra gli altri, i templi di Luxor e Abu Simbel. Peter Ustinov interpreterà ancora Poirot in "Delitto sotto il sole" (1982) e "Appuntamento con la morte" (1988), nonché in tre film per la tv. Rifatto da Kenneth Branagh nel 2022.

9 aprile 2022

Gods of Egypt (Alex Proyas, 2016)

Gods of Egypt (id.)
di Alex Proyas – USA/Australia 2016
con Nikolaj Coster-Waldau, Brenton Thwaites
**1/2

Visto in TV (Netflix).

In un antico Egitto immaginario e mitologico, uomini e dèi (che sono alti il doppio dei mortali, hanno oro anziché sangue nelle vene, e possono trasformarsi in creature metalliche e ibride uomo-animale) convivono pacificamente e in prosperità, grazie all'illuminata saggezza del re Osiride. Quando il suo malvagio fratello Seth (Gerard Butler) ne usurpa il trono, accecando ed esiliando il legittimo erede Horus (Nikolaj Coster-Waldau), signore dell'aria, il paese piomba in rovina. Ad aiutare Horus a reclamare il trono sarà un mortale, l'orgoglioso e coraggioso ladruncolo Beck (Brenton Thwaites), in cerca di un modo per riportare in vita la ragazza che ama, Zaya. La mitologia egiziana è solo un pretesto per mettere in scena un'avventura fantasy e d'azione, ambientata in un mondo fantastico e soprannaturale, dove l'influenza delle divinità sulla vita degli uomini è quanto mai concreta (il "cattivo" Seth impone ai mortali di dover pagare in denaro o altre ricchezze il passaggio nell'aldilà). Flop al botteghino e stroncato dalla critica, il film in realtà è molto divertente se si sta al gioco: non ci si aspetti una particolare profondità, ma un puro e adrenalinico intrattenimento, senza sovrastrutture o significati retorici al di là dei luoghi comuni del genere (l'amicizia, la vendetta, l'amore). Visivamente straripante, con un'estetica visionaria che fa quasi pensare più a "Scontro tra Titani" o al Tarsem Singh di "Immortals" che non alle cupezze neo-noir di Proyas (ma senza l'inconsistenza "fuffosa" del regista indiano), il lungometraggio reinterpreta a proprio modo temi e spunti derivanti dalla mitologia (Ra, il dio del Sole, che ogni notte si batte contro il demone del caos e dell'oscurità Anofi; la Sfinge, con i suoi misteriosi enigmi; Anubi e il mondo dei morti) ma si concede anche lunghe ed elaborate sequenze d'azione, affogate in un mare di scenari in computer grafica. Eppure, a differenza di altre pellicole del genere, non ci si annoia, almeno non sempre. L'intento di Proyas era quello di realizzare una pellicola ad alto budget che non si fondasse su franchise pre-esistenti, ma il riscontro del pubblico non c'è stato. Geoffrey Rush è Ra, Élodie Yung è la dea dell'amore Hathor, Chadwick Boseman il dio della saggezza Thoth, Courtney Eaton la schiavetta Zaya (difficile non tenere gli occhi puntati sulla sua... scollatura).

28 marzo 2019

Dreamaway (M. Omara, J. Domke, 2018)

Dreamaway
di Marouan Omara, Johanna Domke – Egitto/Germania 2018
con Horreya Hassan, Shaima Reda
*1/2

Visto all'Auditorium San Fedele, con Marisa, in originale con sottotitoli (FESCAAAL).

L'esistenza di un gruppo di lavoratori di un grande e lussuoso albergo di Sharm El Sheikh, durante la bassa stagione, quando di turisti non ce ne sono (forse anche per le conseguenze del terrorismo e della Primavera Araba) e i vari animatori, dj, massaggiatori, ecc. sono costretti a riflettere e a fare i conti con sé stessi. Film di impostazione anti-narrativa (è praticamente un documentario, che segue i sette personaggi nelle loro attività di tutti i giorni), venato da una profonda tristezza. Le immense strutture, pensate per divertire e intrattenere i villeggianti stranieri, sono vuote e desolate (o forse popolate da fantasmi), il che ne mette in luce tutta l'artificialità, e gli stessi operatori si rendono conto di come la frequentazione di questo mondo fasullo li stia cambiando poco a poco, facendo loro perdere la propria identità (vedi per esempio l'uomo che si dipinge di vernice dorata per fingere di essere una statua). Le varie sequenze che si succedono sono spesso ambientate all'alba, al tramonto o durante la notte, e il ritmo lento costruisce un'atmosfera ipnotica e quasi onirica. Ma francamente, forse anche per questo, durante la visione ho fatto fatica a tenere gli occhi aperti: e a vivacizzare una pellicola che forse avrebbe avuto bisogno di un tocco registico alla Jia Zhangke (o alla Robert Altman, vista la natura di film corale) non riesce nemmeno la trovata "surreale" di far intervistare i vari personaggi, lungo la strada, da un figurante vestito da scimmia gigante, o l'estemporanea scena in cui il massaggiatore si ritrova sotto le mani non una cliente, ma un manichino. Omara è un regista egiziano, Domke una videoartista tedesca: questo è il loro secondo lavoro insieme.

25 marzo 2018

Sheikh Jackson (Amr Salama, 2017)

Sheikh Jackson
di Amr Salama – Egitto 2017
con Ahmed El Fishawy, Ahmed Malek
**1/2

Visto all'Auditorium San Fedele, con Marisa e Patrizia,
in originale con sottotitoli (FESCAAAL).

La notizia della morte di Michael Jackson, di cui era stato un grande fan da adolescente, fa piombare in crisi spirituale (e non solo) un giovane imam, che inizia a dubitare della propria fede. Gli incubi e l'ossessione per la morte lo portano da una psicoanalista, davanti alla quale rievocherà il proprio passato e in particolare il difficile rapporto con il padre. E alla fine riuscirà finalmente ad accettare sé stesso, riappacificandosi con il genitore e cessando di rinnegare una parte di sé. Etichettato come una commedia (e in effetti non mancano scene surreali o momenti divertenti: si pensi alle "apparizioni" di Michael Jackson a disturbare il protagonista durante le preghiere, o all'anello elettronico con cui tiene il conto dei peccati e delle buone azioni commesse), questo insolito film (campione d'incassi in Egitto, nonostante un soggetto che potrebbe sembrare quantomeno poco ortodosso da un punto di vista religioso) è una lunga riflessione di un personaggio che cerca di conciliare e rimettere insieme le diverse parti di sé, a cominciare dalla propria identità. Il suo vero nome Khaled, infatti, non viene quasi mai usato: i compagni di classe lo prendono in giro con un nomignolo dispregiativo, lui stesso si ribattezza Jackson per far colpo su una ragazza (a sua volta appassionata del cantante) di cui è innamorato, e da adulto a un certo punto perde pure la carta d'identità. La via d'uscita, come sempre, sta nella sincerità e nel bandire le ipocrisie (per esempio, non vietando alla figlia di seguire le proprie passioni, a differenza di quello che il padre aveva fatto con lui). Nonostante i numerosi riferimenti e le tante citazioni visive, nella pellicola non è presente alcun brano del cantante.

27 novembre 2012

Bolbol Hayran (Khaled Marei, 2011)

Bolbol Hayran
di Khaled Marei – Egitto 2011
con Ahmed Helmy, Zeina, Sherin Adel
**

Visto in volo da Bangkok a Parigi, in originale con sottotitoli inglesi.

L'eccentrico designer Bolbol, ricoverato in ospedale per fratture multiple, racconta alla dottoressa che lo accudisce come è finito in quella situazione: la colpa è della sua incapacità di scegliere fra due ragazze, Yasmine e Hala, con le quali – dapprima in momenti diversi, e poi contemporaneamente – si è fidanzato. Le due sono diversissime fra loro (la prima è bellissima ma anche svagata e indipendente, apparentemente poco attenta ai suoi desideri e ai suoi sentimenti; la seconda, goffa e grassottella, è invece sensibile e premurosa, ma anche assai più gelosa e soffocante): e Bolbol, complice anche una temporanea perdita di memoria in seguito a un incidente, ha avuto la rara opportunità di conoscere ciascuna delle due "per la prima volta", giungendo in ogni caso alla conclusione che, se avesse visto prima l'altra, avrebbe invece scelto lei. Alla fine, recuperata la memoria e incapace di decidere quale delle due ama davvero, prova a "prendere tempo" fidanzandosi con entrambe (ovviamente tenendole all'oscuro l'una dell'altra): ma quando queste scoprono la verità, sapranno vendicarsi. Bizzarra commedia romantica (più o meno), vagamente maschilista, che punta le sue carte su un protagonista divertente e spregiudicato, dalla parlantina irrefrenabile e con la battuta sempre pronta: una specie di Groucho Marx medio-orientale. Forse un po' ripetitiva, costruita essenzialmente su una lunga (e sfilacciata) serie di gag, la pellicola offre comunque un simpatico spaccato dei rapporti amorosi nell'Egitto moderno (ma l'ambientazione è neutra, e potrebbe essere collocata in qualsiasi altro paese al mondo). La vicenda è raccontata interamente in flashback da Bolbol in ospedale, e non manca il finale a sorpresa. La morale? "Se mi chiedono se è più alta la palma o più veloce il treno, io rispondo che il mare è più largo".

11 settembre 2011

11 settembre 2001 (aavv, 2002)

11 settembre 2001 (11'09"01 - September 11)
di registi vari – Francia 2002
film a episodi
***

Rivisto in DVD, con Marisa, Giovanni e Rachele.

Sono passati esattamente dieci anni dall'attentato alle Torri Gemelle di New York. Per ricordarlo, ho rivisto bel questo film a episodi nel quale undici registi di diverse nazionalità (uno solo, Sean Penn, è americano) affrontano l'argomento da molteplici punti di vista e in piena libertà creativa. Ciascuno dei segmenti in cui è divisa la pellicola dura esattamente 11 minuti, 9 secondi e un fotogramma: ovvero, come recita il titolo originale, 11'09"01. La presenza di filmmaker arabi (l'egiziano Chahine) e del medio oriente (l'israeliano Gitai, l'iraniana Makhmalbaf), oltre che di autori notoriamente critici verso la politica degli Stati Uniti (come il britannico Ken Loach), garantisce una prospettiva globale, rassicurando coloro che temevano un'operazione puramente celebrativa o conciliatoria. Non siamo di fronte né a un instant-movie né a una semplice cronaca dell'evento: molti registi (come Tanovic, Loach o Imamura) hanno anzi sfruttato l'occasione per parlare di altre tragedie che hanno coinvolto vittime innocenti e che rispetto all'attentato dell'11 settembre hanno magari ricevuto una copertura "mediatica" minore; altri (come Lelouch, Penn o Nair) hanno invece raccontato la tragedia da un punto di vista personale o individuale. Anche dal lato tecnico il film offre una grande varietà di stili, con alcuni episodi che spiccano per la sperimentazione formale (su tutti quello di Iñárritu).

1) "Iran", di Samira Makhmalbaf (***), con Maryam Karimi
Un gruppo di bambini afgani, rifugiati in Iran, discutono del crollo delle Torri Gemelle (e della volontà di Dio) mentre la loro maestra cerca inutilmente di far loro osservare un minuto di silenzio in memoria delle vittime. La figlia di Mohsen Makhmalbaf (che qui fa il montatore) sceglie – come è consuetudine del cinema iraniano – di osservare la realtà attraverso lo sguardo innocente dei bambini, apparentemente incapaci di cogliere la reale portata di quello che è accaduto in una città così distante da loro, e realizza un episodio semplice ma commovente.

2) "Francia", di Claude Lelouch (***1/2), con Emmanuelle Laborit e Jérome Horry
Una fotografa sordomuta è giunta alla fine della sua relazione sentimentale con un uomo che fa la guida turistica a New York. Ma il crollo delle torri, di cui lei non si accorge per via della sua sordità, saprà riunire la coppia. Girato tutto dal punto di vista della donna, l'episodio fa a meno dell'audio (è praticamente muto, con sottotitoli) e restituisce il senso di percezione mutilata della realtà da parte di chi soffre di un handicap fisico. Insieme a quello messicano (che invece, in maniera speculare, è quasi tutto incentrato sul sonoro) è uno dei segmenti migliori del film.

3) "Egitto", di Youssef Chahine (*1/2), con Nour El-Sherif e Ahmed Haroun
Rientrato in patria da New York subito dopo l'11 settembre, il regista Chahine incontra il fantasma di un giovane marine americano, morto anni prima in un attentato in Libano. Insieme a lui, riflette insieme sulla spirale di odio, violenza e vendetta che insanguina il mondo. L'episodio meno convincente del lotto: per il regista l'attacco dell'11 settembre è solo un pretesto per parlare delle tensioni in Medio Oriente. Peccato che lo faccia in maniera banale, demagogica e didascalica.

4) "Bosnia-Erzegovina", di Danis Tanović (**), con Dzana Pinjo e Aleksandar Seksan
Come ogni undici del mese, un gruppo di donne bosniache si prepara a scendere in piazza per ricordare i caduti del massacro di Srebrenica (avvenuto l'11 luglio del 1995). La notizia del crollo delle torri a New York non impedirà loro di manifestare lo stesso. Un buono studio dei personaggi e il merito di ricordare una tragedia dimenticata sono i pregi di un episodio che però non rimane particolarmente impresso. A distanza di qualche anno dalla prima visione, lo avevo completamente rimosso.

5) "Burkina Faso", di Idrissa Ouedraogo (**1/2), con Lionel Zizréel Guire
Un gruppo di bambini ritiene di aver avvistato Osama Bin Laden per le strade del mercato di Ouagadougou, e pianifica di catturarlo con armi di fortuna per riscuotere la taglia da 25 milioni di dollari messa su di lui dagli Stati Uniti. Come la Makhmalbaf, anche il regista africano sceglie di guardare l'attualità attraverso gli occhi ingenui e innocenti dei bambini, e realizza l'episodio più leggero e divertente del film, ritraendo al contempo la povera realtà dei paesi dell'Africa occidentale.

6) "Regno Unito", di Ken Loach (***), con Vladimir Vega
Il musicista Vega, esule cileno che ora vive a Londra, scrive una lettera ai genitori e ai parenti dei morti delle Torri Gemelle, partecipando al loro dolore ma ricordando come anche il Cile abbia avuto il suo 11 settembre: nello stesso giorno del 1973, infatti, il colpo di stato del generale Pinochet abbatteva il governo democraticamente eletto di Salvador Allende. Attraverso una voce narrante e l'utilizzo di immagini di repertorio, Loach coglie l'occasione per denunciare la complicità degli Stati Uniti nell'accaduto. Un po' fuori tema, ma d'impatto.

7) "Messico", di Alejandro González Iñárritu (***1/2)
Mentre il nero dello schermo è interrotto da flash luminosi che illustrano i momenti più tragici del giorno dell'attentato (le persone che si gettano dalle torri, il crollo degli edifici), l'audio fonde insieme le voci dei testimoni e dei sopravvissuti, i rumori ambientali, i notiziari televisivi e radiofonici di tutto il mondo, i messaggi inviati via cellulare ai propri cari da coloro che erano rimasti intrappolati nelle torri o dagli aerei dirottati, e così via, in una cacofonia di suoni, rumori e musica che rendono questo video-messaggio l'episodio artisticamente più significativo. Al termine, una domanda: la luce di Dio ci guida o ci acceca?

8) "Israele", di Amos Gitaï (**), con Keren Mor e Liron Levo
Una giornalista televisiva sta tentando di fare un servizio in diretta da una strada di Tel Aviv dove si è appena verificato un attentato, intralciando anche il lavoro dei soccorritori. Ma scopre di non essere in onda perché contemporaneamente c'è stato il disastro delle Torri Gemelle. Girato in un unico piano sequenza (ma senza particolare maestria tecnica), si tratta di un episodio caotico e confuso che sembra trascinarsi troppo a lungo, non aiutato dalla scarsa simpatia di personaggi petulanti, isterici, esageratamente macchiettistici.

9) "India", di Mira Nair (**), con Tanvi Azmi e Kapil Bawa
Una donna pakistana, immigrata da tempo con la famiglia a New York, piange il figlio, musulmano ma nato negli Usa, scomparso da casa dal giorno dell'attentato delle Torri. Inizialmente il ragazzo è addirittura accusato di essere un complice dei terroristi: ma sei mesi più tardi, quando il suo corpo viene ritrovato, si scoprirà che invece aveva eroicamente tentato di salvare altre vite. Ispirato a una storia vera, è un episodio che si focalizza sul sentimenti anti-islamici nell'America del post-11 settembre. Peccato però che sia raccontato in maniera non troppo brillante.

10) "Stati Uniti d'America", di Sean Penn (***), con Ernest Borgnine
Un anziano vedovo trascorre le giornate da solo nel suo appartamento, imprigionato insieme ai ricordi della moglie scomparsa. Sul davanzale c'è un vaso di fiori avvizziti, che sbocceranno nuovamente soltanto quando il crollo delle torri permetterà ai raggi del sole, che in precedenza era sempre oscurato dal WTC, di raggiungere la finestra. Episodio malinconico e bizzarro, dal finale un po' surreale e al limite dello sberleffo (anche se c'è chi ha parlato di "poesia del dolore"), girato in maniera assai curata e con grande attenzione ai dettagli. Strepitoso l'interprete, l'ottantacinquenne Borgnine.

11) "Giappone", di Shohei Imamura (**1/2), con Tomorowo Taguchi, Kumiko Aso
Siamo alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Disgustato dall'umanità dopo aver assistito agli orrori del conflitto, un soldato giapponese torna a casa convinto di essere un serpente, strisciando per terra per la disperazione della sua famiglia. Girato da Imamura con la consueta commistione fra stile realistico e contenuto allegorico, il segmento che conclude il film è anche l'unico a non fare un riferimento diretto alla tragedia dell'11 settembre. Ma la scritta finale in sovrimpressione ("Non esistono guerre sante") lascia ben pochi margini all'interpretazione.

21 settembre 2009

Scheherazade, tell me a story (Y. Nasrallah, 2009)

Scheherazade, tell me a story (Ehky ya Scheherazade)
di Yousry Nasrallah – Egitto 2009
con Mona Zaki, Hassan El Raddad
**

Visto allo Spazio Oberdan, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia)

Hebba, bella e benestante anchorwoman progressista, è la conduttrice di un seguitissimo programma televisivo che si occupa di denuncia sociale. Ma i contenuti della trasmissione, spesso sgraditi ai politici, rischiano di mettere a repentaglio la carriera del marito, un giornalista sempre pronto alla genuflessione verso i potenti e che aspira a dirigere un importante quotidiano governativo. Lui le chiede pertanto di addolcire temporaneamente i temi dello show, e lei decide di intervistare una serie di donne su argomenti quali il sesso, il matrimonio e il tradimento. Non ha però fatto i conti con una semplice verità: "ogni cosa è politica". I racconti delle intervistate, infatti, mettono in luce tutto un mondo che vede le donne come vittime di continui inganni, maltrattamenti e sopraffazioni da parte degli uomini... A suo modo originale nell'affrontare il tema in maniera affabulatoria, non documentaristica e lontana dal classico cinema di denuncia, è quasi un film a episodi che all'interno della cornice rappresentata dalla vicenda di Hebba racconta tre storie al femminile (la più bella è quella delle tre sorelle che dapprima si contendono il ragazzo che gestisce il negozio di famiglia e poi vengono da lui ingannate). Non mancano frecciate di ogni tipo verso la sharia e le discriminazioni di natura sociale e religiosa, ma l'argomento è affrontato a tutto tondo e la sceneggiatura mostra come nemmeno le classi più abbienti, apparentemente moderne e "aperte", siano immuni dal fenomeno.

17 giugno 2009

La mummia (Shadi Abdel Salam, 1969)

La mummia, aka The night of counting the years (Al-mummia)
di Shadi Abdel Salam – Egitto 1969
con Ahmed Marei, Mohamed Nabih
**1/2

Visto allo spazio Oberdan, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Alla fine del diciannovesimo secolo, una tribù di pastori che abita fra le montagne nei pressi di Tebe si guadagna da vivere prelevando reperti archeologici dalle tombe segrete di antichi faraoni (di cui sono gli unici a conoscere l'ubicazione) e rivendendoli a mercanti senza scrupoli. Una spedizione archeologica giunge sul luogo in cerca dei sepolcri: verrà aiutata dal giovane Wannis, un membro della tribù che dopo molta esitazione decide di opporsi al saccheggiamento perpetuato dai suoi parenti. Ispirato alla reale scoperta delle tombe nella necropoli di Tebe (avvenuta nel 1881), l'unico film della "retrospettiva" presente nella rassegna è un caposaldo del cinema egiziano: oltre a essere il solo lungometraggio realizzato da Abdel Salam, è celebre anche perché proabilmente si tratta dell'unica pellicola recitata completamente in arabo classico. Il particolare linguaggio, unito al ritmo lento e agli straordinari scenari che fanno da sfondo alla vicenda, dona al film un tono solenne e suggestivo, a tratti quasi onirico e ipnotico come "L'anno scorso a Marienbad" di Resnais o "Picnic ad Hanging Rock" di Weir. Visivamente bellissimo (spiccano i costumi del personaggi, figure ammantate di nero o di bianco sullo sfondo del deserto, delle montagne e delle piramidi, con una fotografia dai colori forti e contrastati), si apre con la lettura di alcuni capitoli del "Libro dei morti" e prosegue con dialoghi intensi e profondi e personaggi fuori dal tempo, dotati di una presenza monumentale.