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29 ottobre 2021

Riunione di famiglia (T. Vinterberg, 2007)

Riunione di famiglia (En mand kommer hjem)
di Thomas Vinterberg – Danimarca/Svezia 2007
con Oliver Møller-Knauer, Thomas Bo Larsen
*1/2

Visto in TV (Prime Video).

Il cantante lirico Hans Kristian (Thomas Bo Larsen) torna nella sua cittadina natale per un concerto in occasione del 750° anniversario della fondazione del villaggio. Nell'albergo in cui alloggia lavora come cuoco Sebastian (Oliver Møller-Knauer), un giovane che, a sua insaputa, è suo figlio. Balbuziente fin da bambino (per lo shock di aver creduto che il padre si fosse suicidato sotto un treno, come gli aveva raccontato la madre), Sebastian sta vivendo un grande dilemma, visto che medita di lasciare la fidanzata Claudia (Helene Reingaard Neumann) per mettersi con Maria (Ronja Mannov Olesen), suo amore di sempre, da poco tornata in paese dopo un soggiorno in una clinica psichiatrica... Il titolo italiano di questo film (quello originale significa "Un uomo torna a casa") prova a rievocare il primo successo di Vinterberg, "Festen – Festa in famiglia", lasciando intendere che i temi siano gli stessi. E in effetti i dissidi familiari (anche di lunga data), i rapporti fra genitori e figli, le tragedie del passato, i segreti, le infedeltà e i tradimenti fanno capolino anche qui, soltanto trattati con maggior leggerezza e ironia. Peccato che l'insieme sia fiacco e già visto, con il padre che rivede sé stesso nel figlio e nei suoi problemi sentimentali. Karen-Lise Mynster è la madre di Sebastian, Brigitte Christensen la moglie del cantante. Attorno ai protagonisti si muovono personaggi e figure eccentriche, come il capo cuoco (Shanti Roney), il direttore dell'albergo (Morten Grunwald) e lo "zio" transgender (Ulla Henningsen). La fotografia di Anthony Dod Mantle è particolarmente luminosa e dorata. Al concerto Hans canta "Di Provenza il mar, il suol" dalla Traviata (scelta non a caso, visto che parla proprio del rapporto fra un padre e un figlio).

3 dicembre 2017

Dear Wendy (Thomas Vinterberg, 2005)

Dear Wendy (id.)
di Thomas Vinterberg – Danimarca/GB/Fra/Ger 2005
con Jamie Bell, Mark Webber
**1/2

Visto in divx.

La Wendy del titolo, alla quale il protagonista scrive una lunga e accorata lettera d'amore (il grosso del film è infatti raccontato in flashback), non è una ragazza ma una rivoltella con il manico perlaceo. L'asociale orfano Dick, che vive a Estherslope, una piccola cittadina mineraria del West Virginia, scopre infatti di poter guarire dalla sua timidezza se porta Wendy sempre con sé, anche senza usarla o mostrarla a nessuno: è solo un "sostegno morale". E insieme a pochi amici, considerati fino ad allora i "perdenti" del paese, dà vita a un circolo esclusivo e segreto, i Dandies (una sorta di "setta dei poeti estinti"), la cui base sotterranea è nei vasti spazi di una miniera abbandonata. Qui i ragazzi si ritrovano, indossano abiti retrò e stravaganti (il segno che si sentono fuori posto nel mondo moderno), e indugiano in attività pseudo-culturali e di vario tipo, tutte però legate alle armi da fuoco (naturalmente non mancano le esercitazioni al poligono). Ognuno di loro ne porta con sé una o anche più, cui dà anche un nome e tratta come se fossero esseri umani o compagne di vita, e grazie a loro ritrova quella fiducia in sé stesso che prima gli mancava: ma definendosi "pacifisti", si danno la regola di non sfoggiarle né tantomeno usarle mai in pubblico. Tutto però precipita quando nel gruppo giunge un nuovo arrivato, che sembra contendere al geloso Dick i favori di Wendy... Vinterberg porta sullo schermo una sceneggiatura di Lars Von Trier, che in diversi punti ricorda il suo "Dogville", a partire dall'ambientazione artificiale (della cittadina vediamo praticamente solo la piazza centrale, ricostruita in studio a Copenhagen e denominata Electric Park, che i ragazzi dividono in varie zone, tutte identificate con dei soprannomi), dal circolo di emarginati che si impongono regole auto-limitanti destinate a essere infrante (come quelle cinematografiche del "Dogma") e dai sovratesti satirici: c'è chi ci ha visto un attacco alla diffusione delle armi negli Stati Uniti (anche coloro che le portano solo per sentirsi sicuri, e che affermano di non volerle mai usare, prima o poi finiranno per farlo), oltre che una dimostrazione su larga scala del paradigma della "pistola di Cechov" (il drammaturgo russo diceva che se si mostra un fucile appeso al muro nel primo atto di una tragedia, questo dovrà inevitabilmente sparare prima che cali il sipario). In ogni caso, per lunghi tratti il film è bizzarro e interessante, anche provocatore con il suo concetto di "pacifismo con le armi", e nella formazione e nelle dinamiche dei Dandies ritrae bene il desiderio di autodeterminazione, la solitudine e la ribellione dell'adolescenza, prima di rovinarsi con un finale grottesco e tarantiniano, per quanto inevitabile. I Dandies sono interpretati da Jamie Bell (il protagonista Dick), Mark Webber, Alison Pill, Michael Angarano, Chris Owen e Chris Owen. Bill Pullman è lo sceriffo. Nella colonna sonora, spazio agli Zombies (con "She's Not There" e "Time of the Season").

15 novembre 2017

Le forze del destino (T. Vinterberg, 2003)

Le forze del destino (It's All About Love)
di Thomas Vinterberg – Danimarca/USA 2003
con Joaquin Phoenix, Claire Danes
*1/2

Visto in divx.

Siamo nel 2021, e il pianeta Terra è soggetto a un "disordine cosmico" che provoca strani fenomeni: a New York la gente muore per le strade nell'indifferenza generale, vittima di una malattia che colpisce chi è solo e depresso; in Uganda, per qualche mistero gravitazionale, le persone "volano"; e ovunque incombe una nuova glaciazione (con l'abbassamento improvviso delle temperature e la caduta della neve a luglio). L'insegnante universitario John (Joaquin Phoenix), diretto in Canada, si ferma a New York per far firmare alla moglie Helena (da cui è separato da oltre un anno) la domanda di divorzio. Ma la donna (Claire Danes), campionessa di pattinaggio di origine polacca, gli chiede aiuto, perché si sente vittima di un inquietante complotto: il suo entourage, guidato dal manager-patriarca (Alun Armstrong) e di cui fa parte anche l'ambiguo fratello Michael (Douglas Henshall), progetta di sostituirla con tre cloni, copie senza memoria che vengono addestrate per prenderne il posto quando lei si ritirerà dalle scene. E mentre John ed Helena vanno alla riscoperta del proprio amore mai sopito, scoprono che è stato anche assoldato un killer, il signor Morrison (Geoffrey Hutchings), per sbarazzarsi di lei. Realizzato in cinque anni di lavorazione, dopo il successo di "Festen", un film ambizioso e bizzarro, che ricorda qualcosa di Wenders ("Fino alla fine del mondo") e sembra anticipare il surrealismo di Lanthimos (e pure, se vogliamo, "La quinta stagione"), ma che risulta anche fumoso e pasticciato (come nelle sequenze che vedono in scena il fratello di John, interpretato da Sean Penn, che sorvola dal suo aereo un pianeta sempre più ricoperto da ghiacci e neve, impegnato a redigere un rapporto sullo "stato del mondo") ed enigmatico in modo quasi indisponente. "Il caos nel mondo si riflette nell'animo di tutti gli esseri umani", spiega Morrison: o forse è il contrario? Che il disordine esterno dipenda dall'angoscia è in fondo tutta una metafora sull'amore (e o la sua mancanza) e la solitudine, come già rivelava il titolo originale. Un po' banale. Cast sprecato.

28 ottobre 2017

Festen (Thomas Vinterberg, 1998)

Festen - Festa in famiglia (Dogme #1: Festen)
di Thomas Vinterberg – Danimarca 1998
con Ulrich Thomsen, Henning Moritzen
***1/2

Rivisto in divx.

Alla festa per il sessantesimo compleanno del padre Helge, ricco e potente patriarca della famiglia Klingenfeldt, il figlio maggiore Christian – durante il suo discorso davanti a numerosi ospiti e parenti – fa scoppiare una "bomba", affermando che quando erano piccoli il genitore abusava sessualmente di lui e della sorella gemella Linda (che di recente si è suicidata). Ne segue un momento di imbarazzo da parte di tutti, e inizialmente Christian non viene creduto: ma le cose cambiano quando l'altra sorella Helene legge la lettera che Linda ha nascosto prima di uccidersi, e che conferma le accuse. Il primo film ufficialmente certificato dal movimento "Dogme 95" (e come tale, nel titolo originale, reca il prefisso Dogme #1) è un tesissimo e originale dramma familiare che indaga nell'indicibile e negli orrori nascosti dietro le ipocrisie e le buone apparenze borghesi. Con un tono che oscilla fra il drammatico e la commedia (tanto che per lunghi tratti non sappiamo se Christian stia dicendo la verità o se si stia inventando tutto) e una grande attenzione alle caratterizzazioni dei personaggi (il comportamento del protagonista rispecchia in maniera realistica le insicurezze e i traumi che abusi di questo tipo possono provocare anche nella vita adulta), il film avvolge lo spettatore nella sua ragnatela, costringendolo a partecipare alla "festa" e ad osservare le reazioni dei presenti: dall'indifferenza di gran parte degli ospiti (che, pur imbarazzati, continuano con le infantili celebrazioni del compleanno del loro ospite, fra canzonzine, brindisi e girotondi) all'ira del collerico e violento fratello Michael, la pecora nera della casata, che pure è fortemente attaccato al senso di famiglia (e, in quanto tale, sarà uno dei più delusi e feriti quando la verità verrà a galla), per non parlare dei vari dipendenti dell'albergo (il capocuoco, il receptionist, le cameriere) che in qualche modo sono solidali con Christian. Come detto, il film segnò l'esordio ufficiale del manifesto di intenti "Dogme 95" fondato (non è chiaro quanto seriamente e quanto come pura provocazione) da Vinterberg e da Lars Von Trier in risposta ai gigantismi e alle esagerazioni produttive dei grandi studi di Hollywood. In ossequio ai suoi rigidi comandamenti (denominati "voti di castità"), il film è stato girato seguendo estreme costrizioni e con un approccio minimalista: formato 4:3, camera a mano, nessuna illuminazione artificiale, niente musica extradiegetica (tranne che sui titoli di coda), scene e costumi realistici, sviluppo della narrazione in tempo reale (ma l'abilissimo montaggio riesce tuttavia a tenere alta la tensione), oltre al mancato accreditamento del regista. Vinterberg è stato uno dei pochi a sfruttare queste limitazioni a proprio vantaggio: la forma povera esalta infatti la tesissima sceneggiatura e le doti recitative degli interpreti. E probabilmente si tratta anche del risultato più alto mai raggiunto dal movimento stesso. Premio della giuria a Cannes. Il cast comprende Ulrich Thomsen (Christian), Thomas Bo Larsen (Michael), Paprika Steen (Helene), Henning Moritzen (il padre), Birthe Neumann (la madre) e Trine Dyrholm (la cameriera Pia). Dalla pellicola, viste le sue caratteristiche, sono stati tratti diversi drammi teatrali.