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17 febbraio 2017

Osterman weekend (Sam Peckinpah, 1983)

Osterman Weekend (The Osterman Weekend)
di Sam Peckinpah – USA 1983
con Rutger Hauer, John Hurt
**

Rivisto in DVD.

L'anchorman televisivo John Tanner (Rutger Hauer) viene contattato dall'agente della CIA Lawrence Fassett (John Hurt), che gli rivela come tre dei suoi migliori amici – ex compagni di università che come ogni anno si appresta ad ospitare nel suo villino per trascorrere il weekend insieme – siano in realtà delle spie al servizio del KGB. Tanner lascia dunque che la propria casa venga riempita di microfoni, telecamere e schermi nascosti per consentire a Fassett e ai suoi uomini di tenere d'occhio tutto quanto accadrà nei due giorni: e nel frattempo cerca di capire quale dei tre amici potrebbe essere più facilmente "comprato" e convinto a cambiare nuovamente bandiera. Naturalmente, il weekend si svolge all'insegna delle tensioni più o meno sotterranee... Da un romanzo di Robert Ludlum, l'ultimo, confuso e fallimentare film di Sam Peckinpah. Il vecchio Sam, inviso a tutti i produttori e piagato da problemi di salute (e dalla dipendenza dall'alcol e dalle droghe), non lavorava ormai da cinque anni, e pur di tornare dietro la macchina da presa accettò uno script che lo convinceva ben poco. Ma se il film ha tanti difetti (la sceneggiatura manca di ritmo ed equilibrio, i buchi logici abbondano, la caratterizzazione dei personaggi è ondivaga quando non è proprio priva di senso), la regia riesce a tenere botta almeno nelle scene d'azione, quelle della guerriglia notturna fuori e dentro la casa di Tanner (una home invasion che ricorda "Cane di paglia"). E i temi di fondo riecheggiano quelli cari da sempre a Peckinpah: l'amicizia tradita, la perdita dei valori, la fine di un mondo (con la falsa etica dei giorni nostri), l'ambiguità fra bene e male (la pellicola cambia continuamente le carte in tavola su chi siano i buoni e chi i cattivi), lo sberleffo finale, cui si aggiungono quelli – nuovi per lui, ma quanto mai d'attualità – della tecnologia usata per sorvegliare e ascoltare tutti, dell'invadenza della televisione e dei mass media, della fabbricazione della verità a uso e consumo di un pubblico invisibile o disposto a farsi ingannare ("La verità è una bugia che non è ancora stata scoperta", dice uno dei personaggi). Il voyeurismo e la necessità degli agenti dell'FBI di spiare e controllare ogni cosa raggiunge in culmine quando Fassett, sui suoi tanti monitor, contemporaneamente spia quello che accade nella casa e guarda una partita di football. Se non propriamente bello, il film è dunque almeno interessante e, se vogliamo, uno dei lavori più "filosofici" del regista. Ovviamente gli fu tolto il montaggio finale, e molte scene da lui dirette (compreso l'incipit) furono eliminate. Peckinpah morirà l'anno seguente, nel 1984. Buono il cast, con diversi attori importanti che accettarono un compenso ridotto pur di lavorare col vecchio Sam: Burt Lancaster è Danforth, il capo della CIA; Craig T. Nelson (Osterman), Dennis Hopper (Tremayne) e Chris Sarandon (Cardone) sono i tre amici di Tanner; Meg Foster, Cheryl Carter e Helen Shaver sono le mogli.

1 febbraio 2017

Convoy (Sam Peckinpah, 1978)

Convoy - Trincea d'asfalto (Convoy)
di Sam Peckinpah – USA 1978
con Kris Kristofferson, Ali MacGraw, Ernest Borgnine
***

Rivisto in DVD.

Martin Penwald, detto "Anatra di gomma" (Kristofferson), camionista solitario e anarchico che guida il suo mezzo pesante sulle polverose strade dell'Arizona, entra in conflitto con l'infido e sadico sceriffo "Dirty Lyle" Wallace (Borgnine), che utilizza ogni sporco trucco pur di appioppiargli multe per eccesso di velocità. La situazione peggiora dopo una violenta rissa in un diner, quando Anatra e i suoi amici, esasperati dai modi subdoli di Lyle, si ribellano alla sua autorità e decidono di fuggire dallo stato. Ai tre si aggiungono via via altri camionisti, provenienti da ogni parte dell'America, che vedono nella sfida di Anatra a Lyle un modo per dichiarare la propria identità e l'indipendenza contro il sistema. Procedendo attraverso il New Mexico e il Texas verso il confine con il Messico, senza alcuna intenzione di fermarsi e forzando ogni posto di blocco sulla loro strada (nel frattempo è stata mobilitata anche la guardia nazionale), il convoglio diventa sempre più lungo e numeroso (fra i tanti camion spicca anche il furgone degli "Evangelisti Itineranti", che offre il necessario sostegno spirituale), così come crescono i simpatizzanti che i camionisti (e in particolare Anatra, che si ritrova leader involontario di un movimento spontaneo di protesta) riscuotono fra la popolazione. Al punto che persino un aspirante senatore prova ad approfittarne per farsi pubblicità... Ispirato all'omonima canzone country di C.W. McCall e Chip Davis, che con i suoi versi scandisce le varie tappe del convoglio, il penultimo film di Peckinpah (dopo il quale, nonostante il buon riscontro al botteghino, non troverà più lavoro per cinque anni) è un atipico western on the road, leggero, dinamico e ribelle, dove gli eccentrici e variopinti truck driver, al volante dei loro giganti a diciotto ruote, recitano nel ruolo che sarebbe stato di cowboy e banditi. La pellicola è un inno all'anarchia e alla libertà contro regole ingiuste, messo in scena da Peckinpah con un ritmo musicale (si pensi alla scena dell'attraversamento del deserto, con i camion che danzano nella polvere come in un balletto).

In un'alternanza di azione, commedia e dramma, il film – che si inserisce in un filone sui camionisti assai popolare negli anni settanta (in particolare, il regista sperava di emulare l'enorme successo de "Il bandito e la madama") – è divertente anche per via del linguaggio colorito e pieno di imprecazioni, oltre che per il gergo usato dai truckers nei loro collegamenti radiofonici CB ("Interrompe uno nove", il nomignolo di "orso" affibbiato ai poliziotti – con lo sceriffo Lyle che ovviamente è il "Papà orso" – e naturalmente le sigle con cui i camionisti si identificano al posto dei loro veri nomi: Casino ambulante (alias "Maialotto"), Spider Mike, Vedova nera, Aquila pelata, Leone languido, il Gran Malvagio...). Una bellissima Ali MacGraw, abbronzata e con i capelli corti, interpreta l'aspirante fotoreporter in fuga dalla sua vita precedente, che riceve un passaggio da Anatra di gomma sul suo Mack nero (quasi un personaggio anch'esso) e diventa testimone degli eventi che si succedono. I tre attori principali avevano già lavorato tutti con Peckinpah: Kristofferson in "Pat Garrett e Billy Kid", la MacGraw in "Getaway!", Borgnine ne "Il mucchio selvaggio". Quest'ultimo ha qui un ruolo simile a quello del brutale capotreno ne "L'imperatore del nord" di Robert Aldrich. Ma lui e Anatra, seppur nemici e su fronti opposti, sono personaggi con molto in comune, appartenenti allo stesso mondo in via di estinzione ("Siamo rimasti in pochi"), liberi e indipendenti, dotati di coraggio e integrità, a differenza invece dell'opportunismo del senatore o dell'ottusità degli altri poliziotti. La risata di Lyle di fronte allo sberleffo finale di Anatra testimonia il loro legame. Nel cast, anche Burt Young, Franklyn Ajaye e Madge Sinclair. James Coburn, che aveva recitato per Peckinpah in "Pat Garrett" e "La croce di ferro", è accreditato come aiuto regista e girò parecchie scene in sostituzione dell'amico, che soffriva di gravi problemi di salute per via dell'alcol e della droga.

11 gennaio 2017

La croce di ferro (Sam Peckinpah, 1977)

La croce di ferro (Cross of Iron)
di Sam Peckinpah – GB/Germania 1977
con James Coburn, Maximilian Schell
***1/2

Rivisto in divx.

Sui titoli di testa, le note di una canzone per bambini ("Hänschen klein") – che ritornerà nel finale – accompagnano un montaggio di immagini di guerra e di propaganda nazista. Siamo nel 1943, in Crimea, sul fronte orientale della Seconda Guerra Mondiale. Fra i soldati tedeschi che a fatica tengono le posizioni contro i russi giunge il capitano Stransky (Schell), aristocratico prussiano che si è arruolato volontario perché intende guadagnarsi la "croce di ferro", importante onorificenza militare che darebbe lustro alla sua famiglia. Il suo atteggiamento ambizioso e arrogante si scontra subito con quello più cinico e pragmatico del caporale Steiner (Coburn), veterano indisciplinato ma benvoluto dai superiori e rispettato da tutti gli uomini del suo plotone, capace di compiere imprese eroiche pur detestando la guerra in ogni suo aspetto ("Odio tutti gli ufficiali... Odio questa uniforme e quello che rappresenta"). Dopo un sanguinoso assalto nemico, Stransky si attribuisce il merito di aver guidato il contrattacco che ha respinto i russi, ma la testimonianza di Steiner potrebbe smascherarlo: ecco perché, durante la ritirata tedesca dalla penisola di Taman, il capitano ordina ai propri uomini di sparare su Steiner e la sua pattuglia che, rimasta dietro le linee nemiche, tenta disperatamente di riunirsi al resto dell'esercito. Uno dei piu grandi film di guerra di tutti i tempi, e uno dei rari (fra quelli diretti da un regista americano) a mostrare il conflitto dal punto di vista dei tedeschi. Anche se non sono propriamente nazisti (non tutti i soldati della Wermacht condividevano le idee di Hitler), i protagonisti fanno comunque parte di un esercito "nemico", ed è dunque apprezzabile il tentativo di Peckinpah e dello sceneggiatore Julius J. Epstein (che ha adattato un romanzo di Willi Heinrich) di mostrarli come esseri umani in tutto e per tutto, con le loro paure, i pregi e i difetti. Inoltre, nonostante la violenza e il realismo delle scene di battaglia (girate in Croazia, dove erano disponibili armi e uniformi originali di tedeschi e sovietici, compresi autentici carri dell'Armata Rossa!), più che contro i russi il vero conflitto è quello interno, il che fa della pellicola una tragedia umana ben più universale rispetto al semplice contesto storico. Pur essendo l'unico film di guerra del regista, non è dunque così lontano dai lavori girati in precedenza (e in particolare da "Il mucchio selvaggio", del quale ripropone parecchi temi, dal cameratismo virile all'inevitabile pulsione verso la morte).

Come al solito Peckinpah venne accusato di compiacersi troppo nel mostrare la violenza della guerra: in realtà il suo è un film decisamente antibellico, che non abbellisce il conflitto né lo ammanta di eroismo. E mostrarne gli orrori in maniera così estesa e realistica era necessario per veicolare le emozioni e le passioni umane di fronte a una tale esperienza: si pensi anche ai personaggi del colonnello Brandt e del capitano Kiesel (magistralmente interpretati da James Mason e David Warner), tutt'altro che ufficiali assetati di sangue, con il primo che salva la vita al secondo, intellettuale a disagio in un mondo tanto violento, affinché sia in grado di "ricostruire" una nuova Germania. Il clima di disillusione, di consapevolezza della sconfitta imminente, della perdita degli ideali di un tempo e di accettazione dell'inevitabile violenza insita nella natura umana è testimoniato da diversi scambi di battute ("Cosa faremo quando avremo perso la guerra?" "Ci prepareremo per la prossima"), per non parlare di scene allucinate come quella della breve permanenza di Steiner nell'ospedale militare, che mostra tutti i traumi della guerra, quelli psicologici e quelli fisici (memorabile la scena in cui il soldato cui sono stati amputati gli arti deve "salutare" l'alto ufficiale in visita). L'uso del montaggio frammentato, dei ralenti e dei fermo immagine, da sempre marchio di fabbrica del regista, rende la pellicola estremamente efficace nel mettere in scena il dinamismo delle battaglie e, al tempo stesso, il lato umano dei personaggi. Eroe duro e pronto al sacrificio, Steiner mostra una forte sensibilità anche verso il nemico (come dimostrano gli episodi del ragazzino preso prigioniero o dell'incontro con il plotone di soldatesse russe), mentre Stransky è fondamentalmente un codardo più interessato al proprio tornaconto che a quello dell'esercito o del proprio paese. Entrambi però vanno collocati in un contesto talmente alienante in cui, se si vuole sopravvivere, è necessario mantenere un obiettivo e una parvenza di individualità. Il magnifico e sardonico finale aperto (curiosamente imposto a Peckinpah dalla produzione, che gli aveva tagliato i fondi e spingeva affinché concludesse al più presto le riprese), in cui Steiner e Stransky si lanciano fianco a fianco contro i nemici (con la prolungata risata del primo sui titoli di coda), dimostra se non altro che i due sono indissolubilmente legati dallo stesso destino. Peccato che sia stato in parte vanificato dall'esistenza di un sequel, "Specchio per le allodole" (Breakthrough), uscito due anni più tardi, dove Richard Burton ed Helmut Griem vestono rispettivamente i ruoli di Steiner e Stransky (non l'ho visto, ma pare che non sia all'altezza del prototipo). Nel cast anche Igor Galo (Meyer), Roger Fritz (Triebig, il tenente gay) e Senta Berger (l'infermiera). Curiosità: qualche anno dopo la sua uscita in Italia, Andrea Pazienza ne disegnò una locandina.

22 dicembre 2016

Killer elite (Sam Peckinpah, 1975)

Killer elite (The Killer Elite)
di Sam Peckinpah – USA 1975
con James Caan, Robert Duvall
*1/2

Rivisto in DVD.

Mike Locken (James Caan) lavora per un'agenzia privata di mercenari che offre i propri servizi al miglior offerente, a partire dalla CIA. Tradito dall'amico George (Robert Duvall), che gli spara durante una missione (ma lasciandolo in vita), ha l'opportunità di tornare in azione quando gli viene assegnato il compito di proteggere un politico cinese (Mako) dagli attentati di un gruppo di ninja (!), guidati proprio da George. Messa insieme una squadra di elementi borderline ma fidati – il cecchino Miller (Bo Hopkins) e l'autista Mac (Burt Young) – Mike avrà la sua resa dei conti con George, ma dovrà vedersela anche con il doppio gioco dei suoi superiori (Arthur Hill e Gig Young). Confuso film di spionaggio e di azione, forse il titolo meno memorabile di tutta la filmografia di Peckinpah, che lo diresse sotto la stretta supervisione del produttore Mike Medavoy nel tentativo di dimostrarsi ancora affidabile agli occhi delle major hollywoodiane dopo i dissidi, i flop e i problemi di alcool e di droga sul set dei film precedenti. Se alcuni singoli momenti sono buoni (l'incipit con il tradimento di George, le dinamiche della nuova squadra, lo scontro finale con i ninja su una flotta di navi in disarmo al largo di San Francisco), l'insieme è decisamente poco riuscito: ritmo e narrazione mancano di equilibrio, le motivazioni dei personaggi non vengono approfondite più di tanto (al di là, come spiega il critico Valerio Caprara, di "un universo regressivo, dove il bene e il male sono misurati su criteri strettamente utilitaristici") e gli elementi legati alle arti marziali (assai di moda in quegli anni, sull'onda del successo di Bruce Lee) appaiono goffi e ridicoli. Persino i temi che sarebbero nelle corde del vecchio Sam (l'amicizia virile, l'onore, il tradimento) sono affrontati con meccanicità o svogliatezza. Il lungo inserto con la riabilitazione di Mike potrebbe essere letto come un messaggio dello stesso Peckinpah ai suoi produttori ("Mi sono ripreso, sono pronto a tornare in azione"). Lo scrittore Tom Clancy (non coinvolto nel soggetto o nella scrittura del film) recita nel ruolo di O'Leary, l'uomo della CIA. È l'ultima collaborazione di Peckinpah con il compositore Jerry Fielding, che lavorava con lui sin dai tempi de "Il mucchio selvaggio".

18 novembre 2016

Voglio la testa di Garcia (Sam Peckinpah, 1974)

Voglio la testa di Garcia (Bring me the head of Alfredo Garcia)
di Sam Peckinpah – USA 1974
con Warren Oates, Isela Vega
***

Rivisto in divx.

Un ricco e potente haciendero (Emilio Fernández), furioso perché la sua giovane figlia è stata messa incinta da uno dei suoi lavoranti, offre un milione di dollari a chiunque gli porterà la testa dell'uomo in questione, Alfredo Garcia, che nel frattempo si è dato alla macchia. Molti si lanciano sulle sue tracce, setacciando l'intero Messico: ma a scoprire che Garcia è già morto in un incidente stradale è Bennie (Warren Oates), un americano in cerca di fortuna che si guadagna da vivere suonando il piano in un bar di terz'ordine di Città del Messico, al quale alcuni dei "cacciatori" promettono diecimila dollari se porterà loro la testa. In compagnia della sua donna Elita (Isela Vega), che a suo tempo aveva avuto una tresca proprio con Alfredo, Bennie si mette dunque in viaggio verso il cimitero di provincia dove Garcia è sepolto, con l'intenzione di dissotterrarne e decapitarne il cadavere. Ma ignora di essere seguito da due sicari che vogliono impadronirsi a loro volta della testa... Scritto insieme all'amico Frank Kowalski, interpretato dal fedele Oates (di solito caratterista) e ambientato in un Messico polveroso e ancestrale, realistico e lontano dai cliché hollywoodiani, il decimo lungometraggio di Peckinpah è un "piccolo" film indipendente, al tempo stesso uno dei suoi lavori più personali (fu una delle poche volte che ebbe il totale controllo sul montaggio finale), più controversi e più violenti, permeato da un cinismo dissacrante e fatalista, con un mood a metà fra i poliziotteschi italiani e il futuro cinema tarantiniano. Pur essendo già morto quando il film comincia, la testa di Garcia (avvolta in un fagotto: di lui non vediamo mai il volto, se non in fotografia) passa di mano in mano provocando stragi e spargimenti di sangue fino all'apocalittico finale, simbolo dell'avidità e del potere che distrugge tutto (a partire dai sentimenti) e non produce nulla di buono. Stroncato alla sua uscita, il film è naturalmente diventato – come tutto il cinema del regista – un oggetto di culto. Nel cast anche Robert Webber, Gig Young e Helmut Dantine. In un piccolo ruolo (uno dei due motociclisti violentatori) si riconosce Kris Kristofferson.

19 ottobre 2016

Pat Garrett e Billy Kid (Sam Peckinpah, 1973)

Pat Garrett e Billy Kid (Pat Garrett & Billy the Kid)
di Sam Peckinpah – USA 1973
con Kris Kristofferson, James Coburn
***

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli.

Un tempo amici, i pistoleri Pat Garrett e William Bonney (meglio noto come Billy the Kid) si ritrovano su lati opposti della barricata quando Garrett (James Coburn) accetta di diventare sceriffo in una cittadina del New Mexico, mentre Billy (Kris Kristofferson) continua la sua vita da fuorilegge. La loro rivalità mette in luce una profonda dicotomia ideologica: l'accettare che i tempi cambiano ("Questo paese sta invecchiando e io voglio invecchiare con esso", afferma Pat) e il voler ostinatamente continuare a battersi per la libertà e contro il sistema ("Si è venduto ai proprietari terrieri che cercano di mettere recinti in questo mondo", dice Billy dell'amico). Se il vecchio Garrett rappresenta la testa e il ragionamento, colui che comprende quando il mondo di un tempo è ormai giunto al termine, Billy è invece l'istinto e il cuore, incapace di rinunciare al proprio modo di vivere, che nel momento della fuga sceglie di tornare indietro perché non è disposto a tollerare le malefatte degli allevatori. La sceneggiatura di Rudy Wurlitzer, destinata inizialmente alla regia di Monte Hellman, si ispira ad eventi reali (pur con qualche concessione alla verità storica, soprattutto riguardo l'età dei personaggi) entrati ormai nel mito: ma nelle mani di Peckinpah dà il via a una riflessione fatalista, lirica e poetica sull'amicizia e il tradimento in un mondo dove la morte è sempre dietro l'angolo. Nonostante il ritmo lento e rilassato, non mancano momenti di improvvisa violenza, come nella scena della fuga di Billy dalla prigione di Lincoln. La lavorazione della pellicola fu particolarmente difficile, anche per gli standard di Peckinpah, che si scontrò a più riprese con James Aubrey, presidente della MGM. Questi, incaricato di rimettere a posto i conti della casa di produzione, mal tollerava le bizze del regista (che spesso si presentava ubriaco sul set: risale a questo periodo la famosa frase "Non posso dirigere se sono sobrio") e gli sforamenti di tempo e di budget. Alla fine delle riprese, Aubrey tolse il girato dalle mani di Peckinpah e fece uscire nelle sale una versione tagliata e rimontata, che si rivelò un fiasco. Soltanto nel 1988 è stata resa disponibile una "director's cut" che corrisponde all'anteprima montata secondo le disposizioni del regista (nel 2005 è uscita in DVD un'ulteriore versione che combina le due precedenti con alcune scene inedite). Nel cast figurano nomi e caratteristi di spicco: Jason Robards, Slim Pickens, Katy Jurado, L.Q. Jones, Jack Elam, Richard Jaeckel, Chill Wills, Harry Dean Stanton, John Beck, oltre a piccoli ruoli per gli stessi Wurlitzer e Peckinpah. Memorabile la colonna sonora di Bob Dylan (che recita anche nella parte di Alias, giovane seguace di Billy), che comprende una delle sue canzoni più celebri: "Knockin' on Heaven's Door".

7 settembre 2016

Getaway! (Sam Peckinpah, 1972)

Getaway! (The getaway)
di Sam Peckinpah – USA 1972
con Steve McQueen, Ali MacGraw
**1/2

Rivisto in DVD.

Il rapinatore di banche Carter "Doc" McCoy (McQueen) esce in prigione grazie agli auspici del potente e corrotto uomo d'affari Jack Benyon (Ben Johnson), che lo incarica di effettuare un nuovo colpo per conto suo. Quando però scopre che l'intenzione è quella di eliminarlo, Doc fugge con il bottino insieme alla moglie Carol (MacGraw), cercando di attraversare il Texas e di raggiungere il confine con il Messico, inseguito dall'ex complice Rudy (Al Lettieri), dagli uomini di Benyon e dalla polizia, che lo ritiene l'unico responsabile della rapina. Una sceneggiatura di un giovane Walter Hill (da un romanzo di Jim Thompson) per un thriller on the road con la coppia Steve McQueen-Ali MacGraw protagonista assoluta, due coniugi che nonostante le molte difficoltà, i tranelli della caccia all'uomo e i tradimenti incrociati (il ruolo di Rudy è particolarmente ambiguo: lavora per Benyon o per proprio conto?) riescono a restare uniti fino al termine. Il lieto fine è insolito per una pellicola di Peckinpah e forse anticlimatico, ma per una volta ci può stare (il romanzo di Jim Thompson prevedeva un'ultima scena surreale e allegorica che McQueen volle eliminare). Fra i tanti momenti di tensione, da ricordare la fuga con il fucile e la sparatoria finale nell'albergo di El Paso. Resta impresso anche il personaggio di Rudy, un cattivo con un volto da poliziottesco italiano e venature sadiche (evidente nel rapporto con la coppia di veterinari che prende in ostaggio, interpretati da Jack Dodson e Sally Struthers). Roy Jenson è il fratello di Benyon, Richard Bright il ladro alla stazione dei bus, Slim Pickens il vecchio cowboy che aiuta Doc e Carol ad attraversare il confine. Il film fu fortemente voluto dallo stesso McQueen, che dopo aver scelto inizialmente Peter Bogdanovich come regista, virò su Peckinpah in seguito alla felice esperienza de "L'ultimo buscadero". Pur se la pellicola divenne il maggior successo al botteghino per il vecchio Sam fino ad allora, la lavorazione non fu senza contrasti (anche perché McQueen volle avere l'ultima parola sul montaggio e la colonna sonora) e sul set i problemi con l'alcool di Peckinpah si intensificarono. Nel 1994 ne è stato realizzato un remake con Alec Baldwin e Kim Basinger.

13 luglio 2016

L'ultimo buscadero (Sam Peckinpah, 1972)

L'ultimo buscadero (Junior Bonner)
di Sam Peckinpah – USA 1972
con Steve McQueen, Robert Preston
***

Rivisto in DVD.

Junior Bonner (McQueen), un cowboy che si guadagna da vivere girando di paese in paese per partecipare ai rodei, è in un momento di crisi quando torna nella sua città natale, Prescott, dove è in programma una grande fiera in occasione della parata del 4 luglio. Il fratello Curly (Joe Don Baker), invece, non potrebbe essere più diverso: affarista pragmatico, ha distrutto il ranch di famiglia per costruirvi sopra un centro residenziale e sta facendo fortuna con il commercio e l'edilizia. Curly disapprova la vita romantica e itinerante del fratello, e vorrebbe che mettesse "la testa a posto" come lui. Ma Junior non può rinunciare al proprio modo di essere, e in questo è come il padre Ace (Robert Preston), che nonostante gli acciacchi e la tarda età – e per la disperazione della moglie Elvira (Ida Lupino) – insegue ancora sogni e illusioni, non ultima la pazza idea di trasferirsi in Australia alla ricerca dell'oro. Nonostante l'ambientazione contemporanea, il settimo film di Peckinpah è ancora una volta – poteva essere altrimenti? – un western. E naturalmente un western crepuscolare e malinconico, che mette in scena la cronaca di un fallimento e la fine di un'epoca, dove i pochi cowboy rimasti sono residui del passato, che si esibiscono per divertire i turisti mentre intorno a loro il progresso fa letteralmente piazza pulita dei vecchi scenari e del vecchio modo di vivere. "Se questo mondo è tutto per i vincitori, che cosa resta ai vinti?" si chiede il protagonista, prima di buttarsi testardamente in una nuova lotta contro il terribile toro Sunshine, l'ostacolo da superare per dimostrare a tutti (e soprattutto a sé stesso) di non essere ancora finito. La vittoria gli arriderà (e con essa, la conquista di una bella ragazza), ma sarà tutto effimero: tanto la ragazza che il denaro (donato al padre per consentirgli di esaudire il suo ultimo sogno) dureranno lo spazio di una giornata, prima di ripartire con una vettura infangata e sulle strade polverose verso nuovi rodei in altre cittadine ai margini della civiltà che avanza. Girato con stile classico (ma il montaggio rapido e frammentato, marchio di fabbrica del regista, è ben presente nelle scene della parata e soprattutto in quelle del rodeo), con una sceneggiatura assai attenta alla caratterizzazione psicologica dei personaggi, "L'ultimo buscadero" è uno dei film più lineari e meno violenti del regista americano (al punto da deludere coloro che si attendevano una pellicola d'azione, vista anche la presenza di McQueen): eppure non tradisce i temi tipici della sua filmografia e mostra grande cura nel descrivere un microcosmo (la famiglia, la città, l'ambiente del rodeo) che simboleggia un intero mondo. Ottimi gli attori (oltre ai già citati, Ben Johnson è l'organizzatore del rodeo e Barbara Leigh è la ragazza conquistata da Junior). McQueen tornerà a collaborare con Peckinpah in "Getaway!".

30 aprile 2016

Cane di paglia (Sam Peckinpah, 1971)

Cane di paglia (Straw Dogs)
di Sam Peckinpah – USA/GB 1971
con Dustin Hoffman, Susan George
***1/2

Rivisto in DVD.

Il matematico americano David Summer (un Hoffman strepitoso) si trasferisce con la moglie Amy nelle campagne inglesi per compiere in pace i propri studi. Ma l'atmosfera non è delle migliori: la presenza di Amy, giovane, bionda e bella, risveglia le attenzioni morbose del suo ex spasimante Charlie e degli amici che David ha assunto per restaurare un capanno vicino alla casa, mentre il professore stesso è vittima di derisioni e scherzi di ogni genere, ai quali non sa reagire (la moglie lo accusa di essere pavido e indeciso). La situazione precipita quando Amy, mentre David è assente, viene violentata in casa da Charlie e da uno dei suoi compagni. E giunge al punto di non ritorno dopo che David, avendolo investito in auto, accoglie in casa Henry Niles (David Warner), minorato mentale accusato di aver stuprato e ucciso una ragazzina del villaggio. Deciso a farsi giustizia da solo, Tom (Peter Vaughn), lo zio ubriacone della ragazza, assalta la casa insieme a Charlie e compari. Ma David saprà difendere la propria dimora: utilizzando ogni risorsa a disposizione, il mite professore si trasformerà in un guerriero, uscendo trionfatore in un'escalation di estrema violenza. Il primo film di Peckinpah non iscrivibile al genere western (ma l'assedio finale alla casa ha tutti i crismi di un assalto indiano a un fortino!), oltre che il primo girato fuori dall'America (in Cornovaglia, per la precisione), è un thriller ad alta tensione che fu accusato, alla sua uscita, di fascismo (per la redenzione del protagonista attraverso la violenza) e di misoginia (per la scena dello stupro, naturalmente, ma in generale per i personaggi femminili – non solo Amy, ma anche la giovanissima Janice – ritratti come "provocatrici" e causa prima di ogni tragedia). In realtà la lettura è ben più stratificata, con connotazioni di natura sessuale (la mitezza e la pavidità di David possono essere un'allegoria dell'impotenza, mentre la sua successiva risolutezza e aggressività sottintendono l'orgoglio di una ritrovata virilità) e una rappresentazione della violenza quasi archetipica, ovvero come qualcosa di innato negli esseri umani, anche se apparentemente inermi e pacifisti. Tale violenza non può essere tenuta a freno dalle leggi della società (il maggiore Scott, tutore dell'ordine nel villaggio, è il primo a essere eliminato): se si presenta l'occasione, l'uomo torna al suo lato selvaggio. Si rivelano così speciose le discussioni fra il matematico e il reverendo del paese sulla responsabilità della scienza o della religione negli spargimenti di sangue della storia (rispettivamente a causa della bomba atomica o delle crociate): la violenza è insita nell'uomo a prescindere dell'una o dell'altra. Da notare lo scambio di battute fra David e i giovani inglesi, che gli chiedono se l'America è davvero così violenta come si dice in giro, al che lui risponde: "Solo nei film europei". Il pendolo di Newton sulla scrivania del professore suggerisce il principio di azione e reazione. Come ne "Il mucchio selvaggio", Peckinpah apre la pellicola con una scena che mostra bambini che giocano (qui, in un cimitero). La potenza delle immagini è esaltata dal montaggio, in particolare durante la scena del ricevimento (con Amy che rievoca i momenti dello stupro) e nella sequenza finale dell'assedio. Il titolo del film (che in inglese è al plurale) deriva da una citazione del Tao Te Ching. La pellicola è tratta dal romanzo "The Siege of Trencher's Farm" dello scozzese Gordon M. Williams, che in un primo momento avrebbe dovuto essere portato sullo schermo da Roman Polanski. Nel 2011 ne uscirà un remake ambientato negli Stati Uniti.

16 febbraio 2016

La ballata di Cable Hogue (Sam Peckinpah, 1970)

La ballata di Cable Hogue (The Ballad of Cable Hogue)
di Sam Peckinpah – USA 1970
con Jason Robards, Stella Stevens
***1/2

Rivisto in DVD.

Abbandonato nel deserto senz'acqua dai suoi due compagni, il cercatore d'oro Cable Hogue (Robards) riesce a scampare alla morte trovando una sorgente "dove non c'era", ossia nel bel mezzo di una distesa arida e inospitale. L'uomo non tarda a rendersi conto che in quel luogo l'acqua è più preziosa dell'oro. E infatti, dopo una breve visita nella città vicina per farsi registrare la proprietà del terreno e cercare finanziatori, diventa il titolare della concessione di una stazione di posta per le corriere di passaggio. Il tutto mentre "corteggia" la prostituta locale, Hildy (Stella Stevens), e attende con pazienza di ritrovare gli uomini che lo avevano abbandonato, per vendicarsi. Subito dopo la violenza e il dramma de "Il mucchio selvaggio", Peckinpah realizza il suo film più leggero e affabile, dall'andamento (come sottolinea il titolo) quasi musicale. Pur affrontando in maniera realistica molti temi tipici del western (la vendetta, la giustizia, la ricerca della ricchezza), "La ballata di Cable Hogue" è un film a tratti comico-farsesco (ci sono persino scene accelerate, come nelle comiche mute), con un protagonista umanissimo che nella sua schiettezza e semplicità di spirito ricorda il Popeye (Braccio di Ferro) di Segar, e tanti personaggi-macchiette che sembrano uscire da una commedia o da una parodia: il bizzarro predicatore Joshua (David Warner), fondatore di una sua parrocchia "personale" e sempre a caccia di gonnelle; i due ex compagni di Cable (Strother Martin e L. Q. Jones); i notabili del vicino villaggio (il gestore delle corriere Quittner e il banchiere Cushing); e naturalmente Hildy, la prostituta dal cuore d'oro. L'incipit con i titoli di testa, caratterizzati dall'uso dello split screen, introduce la bella canzone di Richard Gillis e Jerry Goldsmith "Tomorrow is the Song I Sing" (il tema di Hogue; ma ogni personaggio ha una sua canzone). Nel finale, l'arrivo delle prime automobili rappresenta la fine del Vecchio West e l'arrivo di un nuovo progresso, destinato a "passare sopra" gli uomini che hanno costruito la frontiera e che ora sono troppo vecchi e inutili per il mondo che si sta formando. In questo senso, la morte di Cable è simbolica quanto lo era quella dei membri del "Mucchio selvaggio" (e, se vogliamo, dei personaggi di "C'era una volta il west").

30 novembre 2015

Il mucchio selvaggio (Sam Peckinpah, 1969)

Il mucchio selvaggio (The Wild Bunch)
di Sam Peckinpah – USA 1969
con William Holden, Robert Ryan
****

Rivisto in DVD.

Dopo una rapina finita male, un gruppo di banditi si rifugia nel Messico sconvolto dalla rivoluzione. Della banda, capeggiata dal veterano Pike Bishop (William Holden), fanno parte il fido Dutch (Ernest Borgnine), i fratelli Lyle e Tector Gorch (Warren Oates e Ben Johnson) e il messicano Angel (Jaime Sánchez), oltre al vecchio Sykes (Edmond O'Brien) che fornisce il necessario aiuto logistico. Braccati dai cacciatori di taglie al servizio della ferrovia – guidati da Thornton (Robert Ryan), ex compagno di Pike – i sei banditi accettano di assaltare un treno carico di armi per conto delle truppe federali ostili a Pancho Villa. Il colpo va a segno, ma il generale Mapache (Emilio Fernández) scopre che Angel ha sottratto una delle casse di armi per cederle ai ribelli e lo condanna a morte. Per vendicarlo, i suoi amici faranno una carneficina, andando volontariamente incontro al proprio destino. Il capolavoro di Sam Peckinpah, nonché uno dei western più importanti di tutti i tempi, è una vera pietra miliare della storia del cinema. Pur avendo poco in comune – come stile o contenuti – con i contemporanei spaghetti western (che Peckinpah non amava), al pari di quelli contribuì a rappresentare sullo schermo l'epopea del Vecchio West nei suoi aspetti più duri, sporchi e violenti, rendendo protagonisti personaggi che a tutti gli effetti sono "cattivi": un pugno di ladri e assassini che, in un mondo senza legge e senza giustizia, se ne creano una propria, scoprendosi pronti a sacrificare ogni cosa in nome dell'onore e, soprattutto, dell'amicizia. Quattro anni prima, le difficoltà e le incomprensioni con i produttori durante la lavorazione di "Sierra Charriba" avevano portato Peckinpah a essere ostracizzato da Hollywood. Dopo alcuni sporadici lavori per la televisione, Sam ottenne una nuova chance e venne incaricato dalla Warner dapprima di riscrivere (insieme a Walon Green) la sceneggiatura e poi di dirigere un western destinato a essere controverso ma anche il suo film più celebre. Fu uno dei rari casi nella sua carriera in cui gli venne concessa ampia libertà creativa da parte dei produttori, che accettarono tutte le sue scelte e furono tolleranti anche quando la lavorazione sforò i tempi e i budget previsti.

La sequenza iniziale, quella della rapina, mette subito le cose in chiaro: mentre i banditi entrano nel villaggio, incrociano dei bambini che per gioco stanno dando uno scorpione in pasto alle formiche. La crudeltà e la violenza sono elementi fondamentali di questo mondo, al di là del bene e del male. Non a caso gli "eroi" della storia sono dei criminali, incuranti degli innocenti che restano sul selciato dopo il loro passaggio, e anche il loro sacrificio finale non è indice di "bontà" anche se è certo una forma di redenzione. Se in molte scene li vediamo litigare fra loro (per esempio quando i fratelli Gorch vorrebbero una quota di bottino più alta o quando si prendono gioco del vecchio Sykes o del messicano Angel), il loro codice d'onore si basa sull'unione e l'amicizia: "Quando ci si mette insieme si resta uniti, e se non riesci a farlo vuol dire che sei peggio di un animale", spiega Pike. Nonostante quel "selvaggio" nel titolo, ironicamente, i banditi sono tutt'altro che animali disposti ad abbandonare i propri compagni. Il che li differenzia, per esempio, dai soldati di Mapache, come dimostra la scena in cui il tenente Herrera (Alfonso Arau: sì, il futuro regista!) fa uccidere uno dei suoi stessi uomini nel canyon per punirlo di aver fatto fuoco contro il carro dei gringos. "Abbiamo cominciato insieme e insieme finiremo", spiega in un'altra occasione Pike ai suoi uomini. Non avrà bisogno di dire nient'altro, invece, nel finale, quando per decidere di andare incontro alla morte pur di salvare Angel basterà una semplice parola ("Andiamo") e un gioco di sguardi. Ne segue la sequenza più celebre e iconica del film, la camminata dei quattro banditi, con i fucili in mano o in spalla, verso il portico dove si scatenerà l'ultima battaglia, un capolavoro di montaggio e di regia che da solo basterebbe a rendere immortale la pellicola. La camminata, non presente nel copione, fu improvvisata sul set per decisione di Peckinpah. I cinque minuti di sparatoria successivi, invece, sono il frutto di ben dodici giorni di riprese, con un montaggio frammentato e serrato che dà vita a una coreografia di violenza senza pari: una battaglia vista come un balletto di corpi, sangue e proiettili, che ispirerà fra gli altri John Woo.

Il tema dell'amicizia permea tutta la pellicola. Lo si ritrova anche nel rapporto fra Pike e il suo antico compagno Thornton, che pur dandogli la caccia gli è rimasto legato da un profondo affetto che contrasta con il disprezzo che invece prova verso gli altri cacciatori di taglie. E al suo fianco c'è un altro tema caro a Peckinpah, quello della vecchiaia e della decadenza, che il regista aveva già affrontato nel precedente "Sfida nell'Alta Sierra". Pike, Thornton, Sykes sono tutti personaggi vecchi, che hanno già vissuto tante avventure e che sognano in un modo o nell'altro di ritirarsi ("Questo avrebbe dovuto essere il mio ultimo colpo", afferma Pike). Sono derisi dai loro stessi compagni (Pike quando non riesce a salire sulla sella per la rottura di una staffa; Thornton quanto è vittima degli scherzi degli altri cacciatori di taglie), sono pieni di ricordi dolorosi, non desiderano altro che mettersi tutto alle spalle ("Tutti sogniamo di tornare bambini, anche i peggiori fra noi. Forse i peggiori lo sognano più di tutti"). L'ambientazione stessa è ormai anacronistica: come forse l'intera cinematografia di Peckinpah, il film è una sorta di canto del cigno del western; i tempi stanno cambiando (arrivano le prime automobili, come quella che Mapeche usa per torturare Angel), gli antichi valori non hanno più significato, al punto che tocca addirittura ai cattivi assumere quel ruolo di eroi che un tempo sarebbe spettato ai buoni. E se Pike cerca di tenere a bada i propositi di vendetta di Angel ("Rassegnati", gli dice, quando il giovane messicano scopre che il generale Mapeche ha assaltato il suo villaggio), i banditi non possono che provare disprezzo verso il generalissimo, rifiutando ogni paragone fra la propria violenza e la sua ("Noi non siamo come lui") e addirittura auspicando l'avvento di una giustizia sociale ("Spero che questa povera gente si ribelli"). Criminali, assassini, ma con una coscienza. La sequenza in cui pernottano nel villaggio messicano, ballano con gli abitanti e poi lo abbandonano fra due ali di folla che li salutano come fossero dei salvatori, ne mette in luce la natura benigna (e ne ristora l'amor proprio): proprio quella sequenza sarà riportata sullo schermo, dopo la loro morte, sui titoli di coda, assieme alle loro risate (più volte i banditi ridono, e spesso nei momenti più disperati o difficili, come dopo la scoperta che la rapina è fallita o appena prima di prendere la decisione di andare a morire).

Il cast è perfetto, in ogni sfumatura, e la regia di Peckinpah ha il controllo totale sulla materia trattata. La sceneggiatura caratterizza a meraviglia non solo i tanti personaggi principali, ma anche quelli minori, comprese le figure che compaiono per non più di pochi secondi sullo schermo: i bambini (memorabile il piccolo messicano, vestito da soldato, che porta un telegramma a Mapache), le donne (dalle prostitute alle ragazze della "corte" di Mapache, dall'amante di Pike nel flashback alla Teresa che tradisce Angel), i cacciatori di taglie (che bisticciano fra loro), le giovani reclute che fanno da scorta al treno (e il loro comandante), gli ufficiali di Mapache (compreso il misterioso tedesco esperto di armi), gli indios, il nipote di Sykes, il detective della ferrovia Harrigan, gli abitanti della cittadina texana all'inizio del film (il predicatore e la lega contro l'alcolismo, i clienti della banca), e così via. Quanto ai nostri banditi, sono tante le scene che illustrano mirabilmente il loro rapporto: da un'accesa discussione a una risata in compagnia, dalla condivisione di una bottiglia di whisky (dopo il colpo al treno), ai momenti di relax (un ballo, una donna, una cena sotto le stelle). E alla fine, per decidere di andare a morire, basta una parola: anche perché tradire un amico significherebbe ripetere gli errori del passato (si pensi ai sensi di colpa di Pike e Thornton per essersi lasciati l'un l'altro). Fra le armi trafugate dal treno c'è una mitragliatrice, che i nostri impugneranno a turno per massacrare gran parte dei soldati nella scena finale, ribattezzata "la battaglia del portico insanguinato" dai cineasti durante la lavorazione e girata in una hacienda diroccata in Messico: il western americano non era mai stato così nichilista, sporco e cruento, e il montatore Lou Lombardo fece un lavoro spettacolare (la pellicola segnò un record per il numero di stacchi di montaggio, e fu rivoluzionaria per il rapidissimo abbinamento di immagini in slow motion con sequenze normali). Alla fine, quando lo scontro è terminato, sul campo si materializzano gli avvoltoi: gli uccelli, certo, ma anche i cacciatori di taglie che giungono lì a battaglia finita. Non è però la fine della storia: rimangono Sykes e Thornton, a loro modo riappacificati, che nonostante la vecchiaia sceglieranno di andare a combattere un'altra guerra, quella dei ribelli messicani per la libertà del loro paese. Come se fosse una nuova giovinezza, per dimostrare che nulla finisce mai e che da ogni storia può nascere qualcosa di nuovo.

16 febbraio 2015

Sierra Charriba (Sam Peckinpah, 1965)

Sierra Charriba (Major Dundee)
di Sam Peckinpah – USA 1965
con Charlton Heston, Richard Harris
**1/2

Rivisto in DVD.

Per dare la caccia al sanguinario capo indiano Sierra Charriba e alla sua tribù di Apache, responsabili di svariate incursioni e massacri in territorio yankee (nonché della cattura di alcuni bambini bianchi), il maggiore di cavalleria Amos Dundee (Charlton Heston) non esita a sconfinare nel Messico (ai tempi sotto il dominio francese) a capo di una truppa improvvisata, composta – oltre che da alcuni criminali e da un pugno di volontari – da un nutrito gruppo di prigionieri sudisti (siamo infatti nel bel mezzo della guerra di secessione). Questi, guidati dal capitano Tyreen (Richard Harris), un tempo amico di Dundee e ora suo acerrimo rivale, hanno infatti promesso di obbedire ai suoi ordini "fino a quando Charriba non sarà stato catturato o ucciso". Il terzo film di Peckinpah, il primo che poteva contare su un forte budget, doveva essere nelle intenzioni un'epica ad ampio respiro che fonde temi storici, politici e sociali su grande e piccola scala. Ma gli infiniti dissidi con la produzione allontanarono di parecchio il risultato dalla visione originaria del regista. A un certo punto Peckinpah, che spesso si presentava ubriaco sul set, fu minacciato di licenziamento, anche perché pretendeva diversi giorni di lavorazione in più rispetto al previsto: e solo le insistenze di Heston, che aveva molto apprezzato il precedente film di Sam ("Sfida nell'alta sierra") e che giunse addirittura a rinunciare al proprio compenso (un gesto che fece scalpore, senza precedenti a Hollywood), convinsero le alte sfere della Columbia a permettere al regista di portare a termine le riprese. Si vendicarono però in fase di montaggo: la versione predisposta da Peckinpah, di circa 160 minuti, fu ridotta senza il suo consenso dapprima a 136 (eliminando in particolare le scene più cruente e alcune battaglie girate al ralenti, nello stile de "I sette samurai" di Kurosawa) e poi a 123 minuti, tanto che il regista disconobbe il risultato (anche per l'inserimento di una colonna sonora agli antipodi di quella che lui aveva scelto). Per dirne una, nel finale i personaggi dovevano morire tutti. Solo recentemente, per l'edizione in DVD, almeno la versione di 136 minuti è stata restaurata. Nella visione di Sam, che aveva fortemente modificato il mediocre soggetto originale di Harry Julian Fink (in cui il punto di vista centrale era quello del giovane trombettiere Ryan, testimone di tutti gli eventi) aumentando a dismisura le tensioni e le psicosi dei personaggi principali, la pellicola avrebbe dovuto essere una rilettura in chiave western del "Moby Dick" di Melville, con Dundee nei panni del capitano Achab e Sierra Charriba in quelli della balena bianca. La perdita di numerosi raccordi ha però reso il film un po' sbilanciato (oltre a danneggiare l'approfondimento di parecchi personaggi). Fra gli episodi che sono stati mantenuti c'è quello della permanenza dei soldati nel villaggio messicano che hanno liberato dai francesi, dove Dundee e Tyreen si innamorano della donna austriaca interpretata da Senta Berger: un episodio che – come peraltro molti altri elementi – Peckinpah rielaborerà quattro anni più tardi per il suo capolavoro, "Il mucchio selvaggio", per molti versi una versione più cinica e nichilista proprio di "Sierra Charriba". Col senno di poi, oltre a echi del Peckinpah che verrà, si colgono anche anticipazioni di alcuni western leoniani (su tutti "Il buono, il brutto e il cattivo", che sarà girato poco dopo). Il ricco cast comprende anche James Coburn (la guida Samuel Potts), Jim Hutton (l'inesperto tenente artigliere Graham), Michael Anderson Jr. (il trombettiere Ryan), Mario Adorf (il sergente Gomez), Brock Peters (il nero Aesop), Warren Oates (il disertore sudista) e Ben Johnson (il sergente Chillum). Curiosamente il titolo italiano, anziché il nome del protagonista come nella versione originale, utilizza quello della sua preda (che sullo schermo si vede pochissimo, giusto all'inizio e alla fine).

3 dicembre 2014

Sfida nell'Alta Sierra (Sam Peckinpah, 1962)

Sfida nell'Alta Sierra (Ride the High Country)
di Sam Peckinpah – USA 1962
con Joel McCrea, Randolph Scott
***1/2

Rivisto in DVD.

L'anziano ex sceriffo Steve Judd (Joel McCrea), dopo una vita spesa al servizio della legge, sbarca il lunario come può. Insieme al suo vecchio amico Gil Westrum (Randolph Scott) e alla giovane testa calda Heck Longtree (Ron Starr), viene assoldato per trasportare un carico d'oro da un villaggio di minatori fra le montagne fino in città. Se Judd intende mantenere la parola data, i suoi due compagni progettano invece di filarsela con il prezioso bottino. Ma i loro piani sono complicati dalla presenza della giovane Elsa (Mariette Hartley), figlia di un agricoltore rigido e puritano, fuggita di casa per raggiungere il suo promesso sposo. Un western minore? Macché: il secondo lungometraggio di Peckinpah è un piccolo gioiello, il primo dei tanti capolavori nella filmografia del regista californiano. L'aver scelto come protagonisti due "vecchietti" come Scott e McCrea (veterani del western degli anni '40; per il primo si tratta addirittura dell'ultima apparizione sullo schermo) lo aiuta a veicolare nel migliore dei modi quei temi della nostalgia, della decadenza e della fine del vecchio West che sfoceranno, nelle sue opere successive, in quel western crepuscolare di cui sarà uno dei massimi rappresentanti. A questi si intrecciano il contrasto fra l'integrità morale e la tentazione di cedere alle circostanze (dopo anni di onorata carriera, Judd e Westrum si ritrovano vecchi e poveri: perché, allora, non ricompensarsi da soli?), l'amicizia virile (uno dei temi fondamentali del cinema di Peckinpah), la contrapposizione fra l'esperienza della vecchiaia e l'impulsività della gioventù (per il personaggio del giovane Heck l'intera avventura rappresenta un battesimo del fuoco, qualcosa che lo porta a maturare e ad assumersi quelle responsabilità che inizialmente evitava). Per non parlare dell'intera sottotrama del matrimonio di Elsa, che sfocia in sequenze drammatiche e grottesche come quella delle nozze della ragazza nel villaggio dei minatori (indimenticabili i cattivi, ovvero i cinque fratelli Hammond, pronti a dividersi la sposa come se il matrimonio con uno di loro si trasferisse a tutta la famiglia, una trasfigurazione cinica e realistica di "Sette spose per sette fratelli"). Con tanta carne al fuoco, la confezione passa in secondo piano. Il budget del film era esiguo, costumisti e scenografi hanno fatto i salti mortali, e soprattutto regia, fotografia e montaggio sono ancora di stampo classico: ma Peckinpah avrà tempo per sbizzarrirsi anche con questi aspetti nelle opere seguenti. La sceneggiatura è di N. B. Stone Jr. Una curiosità: inizialmente i due protagonisti erano stati scritturati l'uno per il ruolo dell'altro, e decisero di scambiarsi le parti di comune accordo.

14 febbraio 2014

La morte cavalca a Rio Bravo (S. Peckinpah, 1961)

La morte cavalca a Rio Bravo (The Deadly Companions)
di Sam Peckinpah – USA 1961
con Brian Keith, Maureen O'Hara
**1/2

Visto in TV.

Da cinque anni un ex sergente nordista (Brian Keith) è alla ricerca del disertore sudista (Chill Wills) che durante la guerra civile l'aveva quasi scotennato. Proprio quando lo ha trovato, fingendo di volersi unire a lui e al suo compagno Billy (Steve Cochran) per rapinare una banca, deve mettere da parte i suoi propositi di vendetta perché nel corso di una sparatoria ha involontariamente ucciso un bambino: roso dai sensi di colpa, si offre di accompagnare la madre (Maureen O'Hara), che intende seppellirlo a fianco del padre, scortandola attraverso il pericoloso territorio Apache. La pellicola d'esordio di Sam Peckinpah è un western vecchio stile sui temi della vendetta e del perdono, a basso budget e privo della violenza improvvisa e stilizzata che caratterizzerà le opere successive, ma comunque dotato di alcuni pregi: su tutti, la caratterizzazione psicologica dei protagonisti, con Keith nel ruolo dell'antieroe senza nome che non si toglie mai il cappello (per non mostrare la cicatrice dello scotennamento) e che deve destreggiarsi fra l'odio e i sensi di colpa, e un'ottima Maureen O'Hara nei panni di una donna forte ed orgogliosa, vittima delle circostanze ma desiderosa di una vita migliore. Ma anche i due personaggi minori, l'infido dongiovanni Billy e soprattutto il sudista Turkey, che sogna di diventare il governatore di una piccola repubblica indipendente, lasciano qualcosa allo spettatore. L'esordio alla regia cinematografica del grande Sam (fino ad allora soltanto sceneggiatore) fu dovuto al suggerimento di Keith, che aveva lavorato con lui nella serie televisiva "The Westerner". La pellicola venne pesantemente manipolata al montaggio dal produttore Charles B. Fitzsimons, fratello della O'Hara (la lotta per ottenere il director's cut rimarrà purtroppo una costante di tutta la carriera del regista), ma a tratti i temi (se non la mano) di Peckinpah riescono a emergere.