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9 ottobre 2019

La foresta dei sogni (Gus Van Sant, 2015)

La foresta dei sogni (The sea of trees)
di Gus Van Sant – USA 2015
con Matthew McConaughey, Naomi Watts, Ken Watanabe
*1/2

Visto in TV.

Dopo la morte della moglie (Naomi Watts), un professore universitario americano (Matthew McConaughey) si reca in Giappone con l'intenzione di suicidarsi nella foresta di Aokigahara, leggendaria zona boscosa sul fianco del Monte Fuji, che si dice popolata da spiriti e dove appunto centinaia di persone scelgono ogni anno di porre fine alla propria vita. Qui incontrerà un uomo giapponese (Ken Watanabe) con il suo stesso progetto: insieme, cambiata idea, i due cercheranno inutilmente di uscire dalla foresta... Scritto da Chris Sparling, un film che vorrebbe proporsi come profondo e ricco di significati nell'affrontare i temi del lutto, della morte e del significato della vita: ma lo fa in modo generico e pedestre, con toni new age, allegorici e metafisici (specie nel finale) talmente forzati da lasciare il tempo che trovano. L'incontro fra due culture (l'americano e il giapponese) è presentato in maniera quanto mai stereotipata (così come il rapporto dello scienziato ateo con il mistero). E nella seconda metà la pellicola si premura di spiegare per bene tutto quello che già si era ampiamente capito nella prima (anche attraverso una serie di flashback sulla vita coniugale e il passato del protagonista, che si alternano alle scene da survival movie ambientate nel bosco), terminando infine su una nota metafisica davvero semplicistica e stucchevole. A poco servono allora le suggestioni visive, con la foresta avvolgente e misteriosa, rappresentata come un luogo sovrannaturale, una "selva oscura" piena di insidie e di trappole che sembra leggere le intenzioni delle persone che vi entrano (come la "Zona" di Tarkovskij) e da cui non è possibile uscire in maniera semplice (come i boschi delle fiabe, si pensi a quella di Pollicino o, citata esplicitamente, di Hansel e Gretel). "Questo posto è quello che tu chiami Purgatorio", dice Watanabe a McConaughey. Peccato che lo sia anche per lo spettatore.

29 aprile 2019

Promised land (Gus Van Sant, 2012)

Promised Land (id.)
di Gus Van Sant – USA 2012
con Matt Damon, John Krasinski
**

Visto in TV.

Steve (Matt Damon), dirigente di una compagnia che effettua trivellazioni per estrarre gas naturale, giunge in una cittadina rurale con l'obiettivo di convincere gli abitanti a acconsentire allo sfruttamento dei loro terreni. Inizialmente sembra avere vita facile, dato lo stato di crisi economica in cui si trovano gli agricoltori: ma poi dovrà vedersela con Dustin (John Krasinski), un giovane e agguerrito rappresentante di un'organizzazione ambientalista, che inizia a mettere in guardia gli abitanti dai pericoli connessi. Il tema è quello della fratturazione idraulica, tecnica estrattiva con forti rischi ambientali, e il film cerca di mostrare il conflitto fra gli interessi delle multinazionali e quelli delle comunità che su quei terreni ci vivono (magari da molte generazioni), attraverso lo scontro fra due tipi di retorica, impersonati dai due contendenti. Ma nonostante la regia competente di Van Sant e il buon cast (ci sono anche Frances McDormand, Hal Holbrook e Rosemarie DeWitt), la pellicola non riesce davvero a "respirare", e la sceneggiatura si basa solo sul colpo di scena finale, con l'inevitabile (ma anche implausibile) scambio di ruolo dei due protagonisti. Un altro tema affrontato è quello della manipolazione e del controllo della coscienza ambientalista di una comunità (in effetti gli agricoltori e gli abitanti della cittadina, tranne pochissime eccezioni, sono presentati praticamente senza una voce propria o delle idee in merito, e seguono di volta in volta come banderuole le direzioni di Steve o di Dustin, che cercano di portarli dalla propria parte mostrandosi amichevoli, affabili e comprensivi). Damon e Krasinski sono anche sceneggiatori (il soggetto è di Dave Eggers). Curiosità: il film è stato co-finanziato da una casa di produzione legata al governo di Abu Dhabi, accusato di aver voluto in questo modo "sabotare" l'industria estrattiva americana (sua concorrente).

14 ottobre 2011

L'amore che resta (Gus Van Sant, 2011)

L'amore che resta (Restless)
di Gus Van Sant – USA 2011
con Henry Hopper, Mia Wasikowska
**

Visto al cinema Eliseo.

Il giovane e irrequieto Enoch, orfano di entrambi i genitori a causa di un incidente stradale, è ossessionato dalla morte, ha tendenze suicide, si imbuca ai funerali degli sconosciuti (come il protagonista di “Harold e Maude”) e ha come unico amico il fantasma di un pilota kamikaze giapponese (che lo batte sempre a battaglia navale). La coetanea Annabel, dolce ed estroversa, ha un forte interesse per la vita e la natura, una passione per gli insetti e gli uccelli acquatici e una sconfinata ammirazione per Darwin, ma è malata terminale di tumore al cervello e le restano solo tre mesi di vita. L’incontro fra i due, con conseguente storia d’amore, farà del bene a entrambi: Enoch renderà felici gli ultimi mesi della ragazza e imparerà a convivere anche con il proprio dolore. Dopo “Elephant” e “Paranoid Park”, Gus Van Sant continua a sfornare teen movie dall’approccio insolito, stavolta portando sullo schermo un testo dello sceneggiatore esordiente Jason Lew, tratto da un dramma teatrale da lui stesso scritto durante l’università e segnalato al regista dalla sua compagna di corso Bryce Dallas Howard (anche produttrice, insieme con il padre Ron Howard). Ma le presenze di “figli d’arte” non si fermano qui: Enoch è interpretato da Henry Hopper, figlio di Dennis Hopper (alla cui memoria è dedicata la pellicola), al suo primo ruolo da protagonista, mentre la sorella di Annabel è Shuyler Fisk, la figlia di Sissy Spacek. La pellicola, nonostante i temi trattati, è leggera e delicata, anche se un po’ scontata e semplicistica: alla resa dei conti, ci si commuove relativamente. Visto come tutto il film giri intorno al tema della morte, è inevitabile che alcune sequenze vengano ambientate durante Halloween (e che la colonna sonora sia firmata da Danny Elfman, il compositore di fiducia di Tim Burton nonché autore delle musiche di “Nightmare before Christmas”).

16 febbraio 2011

Paris, je t'aime (aavv, 2006)

Paris, je t'aime
di registi vari – Francia 2006
film a episodi
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Ideato dal produttore e regista Emmanuel Benbihy, che ha girato le sequenze di raccordo insieme a Frédéric Auburtin, "Paris, je t'aime" è un film a episodi sul tema dell'amore, in cui ogni segmento (ciascuno della durata di cinque minuti) è dedicato a uno dei venti arrondissements (i quartieri municipali) di Parigi. In realtà i cortometraggi sono solo diciotto: mancano quelli dedicati all'undicesimo e al quindicesimo arrondissement, girati rispettivamente da Raphaël Nadjari e da Christoffer Boe ma eliminati dal montaggio finale per questioni di equilibrio (i due registi sono comunque citati fra i ringraziamenti nei titoli di coda). Realizzato da un'ottima rosa di cineasti internazionali, il film è più piacevole del previsto: la visione non è mai noiosa, grazie anche alla brevità degli episodi che si succedono senza soluzione di continuità e che restituiscono un'immagine ideale di una città complessa, multietnica e romantica come la capitale francese. Certo, come tutte le pellicole di questo tipo soffre un po' per la qualità altalenante dei diversi episodi (i migliori mi sono parsi quelli di Cuarón, Coixet e Schmitz, i peggiori quelli dei Coen e della Chadha), ma il livello medio è piuttosto buono e c'è anche una sostanziale omogeneità stilistica, visto che la troupe tecnica è spesso la stessa (fanno eccezione alcuni registi che hanno voluto al proprio fianco i loro collaboratori abituali). Non mancano comunque episodi che si distaccano nettamente dagli altri per temi, fotografia e atmosfere (su tutti quello di Vincenzo Natali). Da sottolineare i gustosi "camei" di alcuni cineasti all'interno degli episodi dei colleghi, come Wes Craven che interpreta la vittima del vampiro nel segmento di Natali, o Alexander Payne che veste i panni di Oscar Wilde nell'episodio diretto dallo stesso Craven. Il film si conclude con una breve sequenza nella quale rivediamo tutti i personaggi dei vari episodi mentre interagiscono fra loro. Visto il successo dell'operazione, sono stati messi in cantiere film simili ambientati in altre città (il primo a essere uscito, nel 2009, è "New York, I love you").

"Montmartre", di Bruno Podalydès, con Bruno Podalydès e Florence Muller (**)
Dopo aver trovato a fatica un parcheggio, un uomo rimane in auto a rammaricarsi della propria solitudine; poi nota una donna svenuta sul marciapiede e corre in suo soccorso. Un incipit non troppo significativo, ma l'espressività del protagonista rimane impressa.

"Quais de Seine", di Gurinder Chadha, con Cyril Descours e Leïla Bekhti (*1/2)
Seduto al fianco di due amici che si divertono a fare commenti volgari su tutte le donne che passano per strada, un ragazzo si innamora di una giovane musulmana e scopre che il padre di lei è più tollerante del previsto. Troppo buonista per convincere appieno.

"Le Marais", di Gus Van Sant, con Gaspard Ulliel ed Elias McConnell (**1/2)
Un giovane artista, recatosi in una tipografia, si sente attratto da un ragazzo che lavora lì e cerca di spiegargli di aver trovato l'anima gemella: ma i due non si capiscono perché parlano lingue diverse. Interessante, ma forse meritava un maggiore sviluppo. Cameo di Marianne Faithfull.

"Tuileries", di Joel ed Ethan Coen, con Steve Buscemi e Julie Bataille (*1/2)
Un turista americano ossessionato dalla Gioconda, seduto in attesa della metropolitana, commette l'errore dal quale la sua guida turistica lo aveva messo in guardia: incrociare lo sguardo di altre persone, nella fattispecie quello di una coppia di innamorati litigiosi. La solita scemenza dei Coen, che vorrebbero far ridere senza riuscirci.

"Loin du 16e", di Walter Salles e Daniela Thomas, con Catalina Sandino Moreno (**)
Un'immigrata brasiliana canta una ninna nanna al suo bambino prima di lasciarlo in una nursery per recarsi al lavoro. Come donna di servizio, canta la stessa ninna nanna al figlio della sua datrice di lavoro. Esile.

"Porte de Choisy", di Christopher Doyle, con Barbet Schroeder e Li Xin (**1/2)
Un rappresentante di articoli per parrucchiere arriva in un bizzarro salone di bellezza gestito da una ragazza cinese che pratica le arti marziali. Un episodio variopinto, grottesco e surreale, nel quale il direttore della fotografia di Wong Kar-wai si dimostra ancora legato a temi e personaggi hongkonghesi (nella colonna sonora c'è anche una canzone di Faye Wong).

"Bastille", di Isabel Coixet, con Sergio Castellitto e Miranda Richardson (***)
Un uomo progetta di lasciare la moglie per una donna più giovane. Ma quando scopre che la coniuge è malata di leucemia, sceglie di restare al suo fianco e finisce con l'innamorarsi nuovamente di lei. Commentato dalla voce off di un narratore, è uno degli episodi più suggestivi e malinconici, quasi un noir. Non mancano momenti di sottile ironia, come quando il marito si "sacrifica" accompagnando la moglie a vedere un film di Bela Tarr.

"Place des Victoires", di Nobuhiro Suwa, con Juliette Binoche e Willem Dafoe (**)
Una madre, sconvolta e ossessionata dalla recente morte del figlioletto, ha l'occasione di dirgli addio per l'ultima volta grazie all'intercessione dello spirito di un cowboy. All'inizio poco accattivante, ma poi si rivela un'originale variazione sul tema dell'elaborazione del lutto.

"Tour Eiffel", di Sylvain Chomet, con Paul Putner e Yolande Moreau (**1/2)
Un buffo bambino racconta come i suoi genitori, entrambi mimi, si sono incontrati e innamorati. Comicità infantile, visionaria e surreale: per una volta Chomet non usa l'animazione e si affida ad attori in carne e ossa, anche se non rinuncia al suo stile cartoonistico e caricaturale.

"Parc Monceau", di Alfonso Cuarón, con Nick Nolte e Ludivine Sagnier (***)
Un uomo anziano si incontra per strada con una donna più giovane: dai loro discorsi sembrerebbe che i due siano amanti, ma alla fine si scoprirà che si tratta di un padre e di una figlia, la quale lo ha chiamato perché faccia da babysitter al nipotino mentre lei va al cinema con un'amica. Girato magistralmente in un unico piano sequenza e con un'ottima sceneggiatura (in due lingue).

"Quartier des Enfants Rouges", di Olivier Assayas, con Maggie Gyllenhaal e Lionel Dray (**1/2)
Un'attrice americana, a Parigi per recitare in un film in costume, chiede a uno spacciatore di procurarle dell'hashish e si illude di stringere amicizia con lui. Ma quando gli chiederà di rivederlo, lui non si presenterà. Bello e in linea con il cinema struggente di Assayas (che, in mancanza dell'amata Maggie Cheung, ha reclutato un'altra Maggie).

"Place des fêtes", di Oliver Schmitz, con Seydou Boro e Aïssa Maïga (***)
Un immigrato nigeriano, ferito a morte con una coltellata da un gruppo di teppisti, domanda un caffé alla giovane volontaria che lo ha soccorso e che, come rivela un rapido flashback, aveva già incontrato in passato. Incisivo e commovente: un vero e proprio film, nonostante la breve durata.

"Pigalle", di Richard LaGravenese, con Bob Hoskins e Fanny Ardant (**)
Una coppia di mezza età litiga in un locale a luci rosse: o meglio finge di farlo per ravvivare il proprio rapporto, visto che si tratta di due attori teatrali. Colpi di scena, atmosfera torbida e due ottimi interpreti, ma lascia un po' il tempo che trova.

"Quartier de la Madeleine", di Vincenzo Natali, con Elijah Wood e Olga Kurylenko (**1/2)
Un ragazzo si innamora di una bellissima vampira dopo averla sorpresa di notte mentre azzannava una vittima per la strada. Atmosfere retrò da cinema muto ed espressionista (con citazioni da Murnau e Feuillade) per un cortometraggio che gioca con il colore e il sonoro, stilisticamente affascinante.

"Père-Lachaise", di Wes Craven, con Emily Mortimer e Rufus Sewell (**1/2)
Una coppia di fidanzati in "luna di miele anticipata" visita il cimitero di Père-Lachaise. Dopo un litigio, il fantasma di Oscar Wilde aiuta il ragazzo a riconciliarsi con l'innamorata. Non un horror, come ci si aspetterebbe da Craven, ma una riflessione romantica sull'importanza del sense of humour.

"Faubourg Saint-Denis", di Tom Tykwer, con Melchior Beslon e Natalie Portman (**1/2)
Credendo che la sua fidanzata lo abbia lasciato, uno studente cieco richiama alla memoria i momenti più importanti della sua storia con lei. Ma la ragazza, un'aspirante attrice americana, stava soltanto recitando un copione. Come in "Lola corre", Tykwer sfrutta un montaggio rapido e sequenze ripetute e accelerate per dare vigore a uno degli episodi più romantici del lotto.

"Quartier Latin", di Gérard Depardieu, con Ben Gazzara e Gena Rowlands (*1/2)
Un'anziana coppia, separata da tempo, si incontra in un bar per mettere a punto le pratiche del divorzio. Depardieu veste i panni del barista, ma la storia (sceneggiata dalla stessa Rowlands) annoia e non dice poi molto.

"14e arrondissement", di Alexander Payne, con Margo Martindale (**)
Una turista americana, sempliciotta e sovrappeso, racconta con candore e ingenuità una vacanza trascorsa da sola a Parigi, e spiega il motivo per cui ama questa città. Una conclusione bonaria e un po' ingenua, proprio come la sua protagonista.

14 novembre 2009

Belli e dannati (Gus Van Sant, 1991)

Belli e dannati (My own private Idaho)
di Gus Van Sant – USA 1991
con River Phoenix, Keanu Reeves
***1/2

Rivisto in DVD, con Marisa, Giovanni, Eleonora e Ginevra.

Mike (Phoenix) e Scott (Reeves) sono due ragazzi di strada, che vendono il proprio corpo e vivono alla giornata. Il primo è narcolettico (dunque lo vediamo spesso dormire sulle strade o all'aperto), ossessionato dai ricordi d'infanzia e soprattutto da quelli della madre che lo ha abbandonato poco dopo la nascita; il secondo è il rampollo di un ricco e potente uomo politico (il sindaco di Portland) che – anche come atto di ribellione nei confronti del padre – ha scelto di rinunciare a un'esistenza agiata per vivere ai margini della società. Per aiutare l'amico a rintracciare la madre, Scott lo accompagna nel suo viaggio da Seattle all'Oregon, dall'Idaho ("lo stato delle patate") all'Italia. Le loro storie personali si intrecciano: se la ricerca di Mike fa da filo conduttore alla pellicola, la vicenda di Scott è invece ispirata – con tanto di dialoghi "aulici" ripresi pari pari dal dramma originale – all'Enrico IV di Shakespeare, naturalmente con Scott nei panni del principe Henry. William Richert è Bob, il Falstaff della situazione, l'anziano e gaudente "maestro di vita" adorato (e sbeffeggiato allo stesso tempo) dai ragazzi, che viene poi rinnegato da Scott una volta che questi ha ripreso il proprio posto nella società. Molto bella la scena dei due funerali paralleli ma assai diversi fra loro, quello del padre di Scott e quello di Bob. Film folgorante, insolito, ricco di squarci surreali (le copertine delle riviste gay che si animano e parlano fra loro) o iperreali (i paesaggi, le strade infinite, le case), con una bella fotografia dai colori vivaci e dipinti. Come dice Mereghetti, "Van Sant è singolarmente pudico nell'affrontare il tema della prostituzione maschile e dell'amore omosessuale". Il lungometraggio, infatti, non mira a suscitare scandalo ma semplicemente a rappresentare le inquietudini, le pulsioni, gli amori e la solidarietà di personaggi anarchici e "diversi". Manca forse un po' di compattezza e coerenza, con la sceneggiatura che alterna scene intense a sequenze meno riuscite e svolte narrative consapevoli ad altre che sembrano improvvisate: ma anche questo fa parte del suo DNA. Ottima comunque la regia, che rivela già tutte le capacità multiformi del talentuoso Van Sant (il film è così diverso dal precedente "Drugstore cowboy"!). Il titolo originale si riferisce probabilmente al desiderio di Mike di trovare un proprio posto nel mondo dove vivere felicemente: se possibile il luogo delle sue origini, che infatti sogna più volte nel corso del suo viaggio. Le comunità dei "ragazzi di vita" di Portland e di Roma – e qui il pensiero corre a Pasolini – sono incredibilmente simili. Forse si tratta dell'interpretazione più celebre di River Phoenix, che richiama il James Dean di "Gioventà bruciata" (per l'acconciatura e il giubbino rosso) e che vinse a Venezia la Coppa Volpi come miglior attore, due anni prima della sua tragica scomparsa. Nel cast anche Chiara Caselli (la ragazza italiana di cui si innamora Scott) e Udo Kier (l'ambiguo tedesco Hans).

10 febbraio 2009

Milk (Gus Van Sant, 2008)

Milk (id.)
di Gus Van Sant – USA 2008
con Sean Penn, Josh Brolin
***

Visto al cinema Apollo.

Biopic su Harvey Milk, attivista per i diritti civili dei gay e primo uomo politico dichiaratamente omosessuale eletto a una carica pubblica negli Stati Uniti (fu consigliere comunale a San Francisco), ucciso nel 1978 a solo undici mesi dalla sua elezione. Van Sant rinuncia al suo consueto stile personale e sperimentale in favore di un approccio più sobrio, equilibrato e quasi mai sopra le righe, utilizza molto materiale d'epoca e cura particolarmente la ricostruzione storica e ambientale degli anni '70: sembra quasi incredibile che sia passato così poco tempo da quando ai gay erano negati persino i diritti più elementari (ma d'altronde la stessa elezione di Barack Obama a presidente degli Usa, quest'anno, ha fatto riflettere su come in pochi decenni la società sia cambiata – in meglio! – al punto da far accadere quello che alla generazione precedente sarebbe sembrato impossibile, nonostante le resistenze di bigotti e dinosauri). A tratti un po' schematico e "a tema" (ma era inevitabile, a meno di stravolgere il personaggio), comunque coinvolgente come tutte le buone pellicole di questo tipo, il film merita di essere visto anche per l'eccellente cast: a fianco del sempre bravo Sean Penn spiccano James Franco (il suo giovane amante), Emile Hirsch (uno degli attivisti a favore della sua candidatura) e Josh Brolin (nei panni del "rivale" Dan White).

9 gennaio 2009

Drugstore Cowboy (Gus Van Sant, 1989)

Drugstore Cowboy (id.)
di Gus Van Sant – USA 1989
con Matt Dillon, Kelly Lynch
***

Visto in DVD.

Bob (un ottimo Matt Dillon) è a capo di un gruppo di quattro tossicomani che rapinano drugstore, farmacie e ospedali nel nord-ovest degli Stati Uniti per procurarsi farmaci di ogni tipo. Più che di una banda, però, si tratta quasi di una famiglia: ne fanno parte infatti sua moglie Dianne (Kelly Lynch), l'amico Rick (James Le Gros) e la giovane Nadine (Heather Graham). La loro esistenza è folle, incosciente e disperata, vissuta fra i momenti di lucidità e quelli di abbandono alle allucinazioni, e fatta di continue fughe, colpi spericolati e notti trascorse nei motel, sempre braccati da un ostinato poliziotto (James Remar, già visto ne "I guerrieri della notte") che forse si è preso a cuore le sorti del ragazzo. Dopo aver dissolto il gruppo, ormai consapevole che la strada che ha intrapreso è senza uscita e porta solo all'autodistruzione, Bob cercherà di rifarsi una vita pulita e di trovare un lavoro onesto (che, ironicamente, consiste nel continuare a "fare buchi", questa volta con un trapano in un'officina meccanica). Ma il passato tornerà a braccarlo. Il secondo film di Van Sant è tratto da un romanzo autobiografico di James Fogle che all'epoca non era stato ancora pubblicato (fu dato alle stampe solo l'anno dopo, nel 1990, quando Fogle uscì di prigione). Vi compare anche William S. Burroughs nel ruolo di un anziano prete tossicomane che fa da padre spirituale, in tutti i sensi, al protagonista. La fotografia dai colori accesi, l'interessante colonna sonora, la caratterizzazione di Bob (ossessionato dalle superstizioni) e lo sfondo dell'America degli anni settanta contribuiscono a renderla una pellicola bella e coinvolgente che parla di dipendenza e sopravvivenza senza trinciare giudizi morali o mostrare autocompiacimento, nemmeno a livello di estetica cinematografica (come invece fa "Requiem for a dream" di Aronofsky), e che proprio per questo motivo mi è parsa più convincente ed equilibrata.

19 giugno 2007

Paranoid Park (Gus Van Sant, 2007)

Paranoid Park (id.)
di Gus Van Sant – USA 2007
con Gabe Nevins, Lauren McKinney
***

Visto al cinema Arcobaleno, in v. orig. sottotitolata.
(rassegna di Cannes)

Alex, teenager appassionato di skateboard, si reca spesso al Paranoid Park, una pista clandestina alla periferia di Portland, raduno di tutti i ragazzi più disagiati. Quando uccide accidentalmente una guardia di sicurezza presso i binari della vicina ferrovia, la sua vita cambia. Dopo "Elephant", Van Sant torna a ritrarre una gioventù americana dallo sguardo spento, priva di ideali, riunità in tribù e completamente avulsa dalla società. Come nel film sulla strage della Columbine, la famiglia ("prima o poi tutti i genitori divorziano") e gli insegnanti sono completamente assenti e i ragazzi sono lasciati a sé stessi, quando non trattati con condiscendenza come se fossero bambini. Il film è bello, destrutturato, con le vicende raccontate in flashback e ricordi (l'intera storia è scritta dal protagonista in una lettera) e le sequenze presentate in disordine cronologico: ma alla fine ogni cosa è chiara. E ad Alex ci si affeziona, nonostante tutto. Interessante la colonna sonora, davvero multigenere, così come le immagini sgranate e documentaristiche delle evoluzioni sullo skateboard. La fotografia è di Christopher Doyle.

26 aprile 2006

Last days (Gus Van Sant, 2005)

Last days (id.)
di Gus Van Sant – USA 2005
con Michael Pitt, Lukas Haas, Asia Argento
*1/2

Visto in DVD alla Fogona.

Da Van Sant mi aspettavo di meglio ("Elephant" mi era piaciuto parecchio), invece questo film mi ha profondamente deluso. E non perché sia girato male: anzi, la regia è ottima, così come la fotografia (merito anche della splendida location, una grande villa immersa nei boschi e nella campagna che, fatte le debite proporzioni, mi ha ricordato la Fogona). Bella anche la scelta di ripetere molte scene da un punto di vista o da un'angolazione di poco diversa, cambiando solo alcuni piccoli dettagli, per comunicare allo spettatore la sensazione delle giornate che si ripetono sempre uguali. Il problema è che ho trovato estremamente noioso seguire le vicende di un personaggio così vuoto e catatonico, che non fa mai niente e non reagisce a quello che (non) succede attorno a lui. Non sapendo poi assolutamente nulla di Kurt Cobain o dei Nirvana (e non avendo il minimo interesse per l'argomento), non ho idea di quanto il film sia fedele alla storia del cantante. Ma francamente non che me ne importi poi molto.