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25 giugno 2023

High life (Claire Denis, 2018)

High life (id.)
di Claire Denis – Francia/Ger/Pol/GB/USA 2018
con Robert Pattinson, Juliette Binoche
*1/2

Visto in TV (RaiPlay), in originale con sottotitoli.

A bordo di una navicella spaziale, uscita dal sistema solare e diretta verso un buco nero, ci sono soltanto un uomo, Monte (Robert Pattinson), e una neonata. In un lungo flashback (la narrazione non è lineare) veniamo a sapere che l'equipaggio era composto da una decina di criminali condannati a morte, cui era stata data una seconda possibilità purché accettassero di sottoporsi a esperimenti scientifici, e da una dottoressa (Juliette Binoche) ossessionata dallo studio della riproduzione umana per via artificiale. Tensioni interne e malattie hanno portato alla morte di tutti, tranne che dell'uomo e della bambina, geneticamente sua figlia, che anche a distanze così siderali continuano a ricevere trasmissioni dalla Terra. Strana pellicola di fantascienza "esistenzialista", che a tratti (e per atmosfere) ricorda certo cinema degli anni settanta e dell'Europa dell'est (e, ovviamente, "Solaris"). Alla resa dei conti, però, si resta con l'impressione che dietro l'austerità formale ci sia poca sostanza, e che i temi su cui riflettere – il senso della vita e della riproduzione, l'isolamento, la colpa e la redenzione – non siano approfonditi abbastanza. Nel cast anche André Benjamin, Mia Goth, Lars Eidinger, Claire Tran, Agata Buzek.

18 settembre 2021

Il pianeta proibito (Fred M. Wilcox, 1956)

Il pianeta proibito (Forbidden Planet)
di Fred M. Wilcox – USA 1956
con Leslie Nielsen, Anne Francis, Walter Pidgeon
***

Rivisto in divx.

"Anne Francis stars in Forbidden Planet..."

In missione sul quarto pianeta del sistema di Altair per indagare sul destino di una spedizione di scienziati giunta lì vent'anni prima e di cui non si è più avuto notizia, i membri dell'equipaggio di un incrociatore stellare vi trovano un unico superstite, il dottor Morbius (Walter Pidgeon), che vive lì con la figlia Alta (Anne Francis) e un robot-tuttofare, Robby. Impegnato a decifrare i segreti del Krell, una razza di creature intelligenti ed evolute che un tempo – prima di sparire nel nulla lasciando dietro di sé sofisticate apparecchiature tecnologiche – abitava sul pianeta, Morbius si mostra scostante verso i nuovi arrivati, invitandoli in ogni modo a ripartire. Ma gli eventi prenderanno una brutta piega quando i soldati si scopriranno attaccati da un misterioso mostro invisibile... Con un soggetto vagamente ispirato alla "Tempesta" di William Shakespeare (il mostro, scopriremo, è fatto "della sostanza di cui sono fatti i sogni"), una pellicola di fantascienza che ha fatto storia, probabilmente la più popolare e celebre nel suo genere fino ad allora. Molti aspetti – l'astronave "militare" che va a esplorare nuovi mondi, la rigida suddivisione nei ruoli dell'equipaggio (il comandante, il dottore...), gli elementi tecnologici da hard SF mescolati al tema dei viaggi interstellari (anche se l'astronave ha ancora l'aspetto del classico disco volante) – sono evidentemente precursori di "Star Trek", mentre lo sforzo produttivo e i notevoli effetti speciali (in particolare le animazioni, opera di Joshua Meador della Disney) ci fanno comprendere di non trovarci di fronte al solito B-movie. Persino elementi tutto sommato marginali nella trama, come il robot Robby, sono diventati iconici: talmente popolare da essere in seguito riutilizzato in numerose altre opere cinematografiche, televisive ("Lost in space") o a fumetti, Robby risponde (fra le altre cose) alle leggi della robotica di Asimov (è impossibilitato a fare del male agli esseri umani), ha una propria personalità che lo rende un vero personaggio in grado di interagire con gli umani, e divenne forse il robot più celebre del cinema dai tempi del "Metropolis" di Fritz Lang, tanto da essere commercializzato sotto forma di giocattolo (uno dei primi casi di merchandising!). Nonostante un ritmo che oggi forse può risultare un po' datato e noiosetto, il film affascina con il suo mix di avventura, horror e psicologia (i "mostri dell'Id" sono prodotti dal subcosciente degli esseri umani). La bella Anne Francis, all'esordio, sarà ricordata nella canzone "Science Fiction" del "Rocky Horror Show". Leslie Nielsen, che interpreta il comandante, diventerà naturalmente famoso in tarda età come attore comico (e vederlo recitare in maniera "seria" è sempre un po' straniante!). Nel cast anche Warren Stevens (il dottore) e Jack Kelly (il tenente dongiovanni). Da segnalare la colonna sonora elettronica di Bebe e Louis Barron.

3 agosto 2021

Zathura - Un'avventura spaziale (Jon Favreau, 2005)

Zathura - Un'avventura spaziale (Zathura: A Space Adventure)
di Jon Favreau – USA 2005
con Jonah Bobo, Josh Hutcherson
**1/2

Visto in divx.

Ignorato o vessato dal fratello maggiore Walter (Josh Hutcherson), il piccolo Danny (Jonah Bobo) comincia una partita a un vecchio e misterioso gioco da tavolo trovato in cantina, "Zathura", che trasporterà magicamente lui e il fratello – nonché la sorella teenager Lisa (Kristen Stewart) – in una movimentata "avventura spaziale". La loro intera casa si troverà infatti a vagare alla deriva nel vuoto cosmico, e ogni turno del gioco porterà con sé pericoli "fantascientifici" di vario tipo (piogge di meteoriti, robot impazziti, alieni ostili...). Il soggetto è praticamente lo stesso di "Jumanji", solamente traslato di genere (dal safari africano alla fantascienza anni '50), e la cosa non deve stupire: il film è infatti tratto da un libro illustrato dello stesso autore, Chris Van Allsburg, che in originale esplicitava fra l'altro l'appartenenza di entrambi i giochi al medesimo "universo" (cosa che invece la pellicola ignora: qui il mood è più un incrocio fra "I Goonies" e "Guerre stellari", con un pizzico di "Guida galattica per gli autostoppisti"). Altrettanto movimentato del precedente, ma forse più infantile e meccanico, il lungometraggio ha il suo punto di forza nella relazione fra i due fratelli, che non vanno d'accordo per via della differenza di età (Danny ha sei anni, Walter dieci) ma che impareranno a "giocare insieme" e ad avere fiducia l'uno nell'altro: la loro caratterizzazione è piuttosto realistica, anche se la cosa può risultare fastidiosa (Danny si comporta proprio come un bambino piccolo). Il resto lo fanno gli effetti speciali, non solo digitali ma anche "vecchio stile", come modellini e costumi: il make-up degli alieni Zorgon è opera di Stan Winston, come pure la copia "congelata" di Kristen Stewart. La storia si svolge praticamente tutta all'interno della casa. Dax Shepard è "l'astronauta", personaggio equivalente a quello interpretato da Robin Williams in "Jumanji" (ma con un twist nel finale). Tim Robbins è il padre dei bambini. Come nel primo film non viene data alcuna spiegazione per l'origine e la natura "magica" del gioco.

12 febbraio 2021

Space sweepers (Jo Sung-hee, 2021)

Space sweepers (Seungriho)
di Jo Sung-hee – Corea del Sud 2021
con Song Joong-ki, Kim Tae-ri, Jin Seon-kyu
**1/2

Visto in TV (Netflix).

In un futuro (siamo nel 2092) in cui la Terra è irrimediabilmente inquinata e il magnate James Sullivan (Richard Armitage) progetta di costruire colonie su Marte a beneficio esclusivo di una ricca elite, un gruppo di sbandati – il capitano ed ex pirata Jang (Kim Tae-ri), l'ex soldato Tae-ho (Song Joong-ki), l'ex gangster Tiger Park (Jin Seon-kyu) e il robot transgender Bubs (che legge Rilke!) – si guadagnano da vivere come "spazzini spaziali", ovvero recuperando rottami e pericolosi detriti in orbita intorno al pianeta per rivenderli e cercare in questo modo di ripianare i propri debiti. Quando si imbattono in Dorothy (Park Ye-rin), bambina robot equipaggiata con un'arma di distruzione di massa, pensano di poterne ricavarne molti soldi vendendola a un gruppo di terroristi. Ma si affezioneranno alla piccola, e contemporaneamente scopriranno che non tutto è come gli è stato fatto credere... Fra "Dark star" (quello di John Carpenter), "Guardiani della Galassia" e l'anime "Cowboy Bebop", un'ambiziosa e divertente avventura spaziale (anche se strettamente parlando non si va mai troppo lontano dall'orbita terrestre) con personaggi simpatici e un ottimo livello produttivo per quanto riguarda gli effetti visivi e il world building (compreso il design di ambienti e tecnologie). Tutti punti decisamente a favore che consentono di passare sopra a una trama un po' derivativa, che frulla insieme tanti generici temi della fantascienza.

28 gennaio 2021

Scontri stellari oltre la terza dimensione (L. Cozzi, 1978)

Scontri stellari oltre la terza dimensione (Starcrash)
di Luigi Cozzi – USA/Italia 1978
con Caroline Munro, Marjoe Gortner
*1/2

Visto in TV (Prime Video).

La piratessa spaziale Stella Star (Caroline Munro), insieme al fido Akton (Marjoe Gortner), avventuriero dotato di poteri speciali, e al robot poliziotto Elle (Judd Hamilton), viene incaricata dall'imperatore cosmico (Christopher Plummer) di rintracciare il "pianeta fantasma" da cui il malvagio conte Zarth Arn (Joe Spinell) minaccia di distruggere l'universo con un'arma segreta. Nel corso delle sue avventure, spostandosi da un pianeta all'altro, Stella Star dovrà vedersela con tribù di amazzoni (guidate da Nadia Cassini) e uomini primitivi, sventare il tradimento del perfido Thor (Robert Tessier) e salvare il figlio dell'imperatore, Raima (David Hasselhoff), di cui si innamorerà. Realizzato sull'onda del successo di "Guerre stellari" (che richiama in parte già dal titolo: e ci sono anche spade laser), ma ispirato anche a "Flash Gordon", "Buck Rogers", "Barbarella", "Valerian" e mille altri film o fumetti di fantascienza (per lo più nell'ambito della space opera e della science fantasy), un colorato pastiche di Serie B che non si fa problemi a mostrarsi ridicolo, puerile, eccentrico e sopra le righe (e questo è un pregio, intendiamoci: è quasi una parodia!). D'altronde eravamo proprio in quel momento di passaggio in cui la fantascienza (e il cinema fantastico in generale), grazie al film di George Lucas, stava per affrancarsi dalle produzioni a basso budget per diventare sinonimo di blockbuster hollywoodiano con costi e incassi milionari. Qui, dai modellini chiaramente fasulli ai costumi discinti, dalle scenografie agli effetti speciali, per non parlare della recitazione, dei dialoghi, della storia e dei personaggi, tutto è così goffo e sconclusionato, pulp e campy, da farsi quasi voler bene per tenerezza. Stelle dai colori vivaci, cattivi da fumetto anni '30, buoni che esclamano "Per tutte le stelle!" o "Per l'universo!", poteri assurdi che vanno e vengono (l'imperatore che ferma il tempo), scienza che confina con la magia... e non dimentichiamo le battaglie fra astronavi e le sequenze con il colosso gigante e i robot animati a passo uno (alla Ray Harryhausen). Cozzi (che si firma con il suo pseudonimo inglese, Lewis Coates) contribuisce anche al soggetto, mentre la produzione è americana (Nat e Patrick Wachsberger). Il nome più noto fra quelli coinvolti è forse il compositore della colonna sonora, John Barry. Ridicolizzato alla sua uscita (e anche dopo), con gli anni il film ha naturalmente conquistato un proprio nucleo di fan.

3 gennaio 2021

The whispering star (Sion Sono, 2015)

The whispering star (Hiso hiso boshi)
di Sion Sono – Giappone 2015
con Megumi Kagurazaka
***

Visto in TV (Prime Video).

In un universo popolato all'80% da macchine, e dove il genere umano è ormai in via di estinzione, l'androide Yoko Suzuki lavora come "corriere spaziale", viaggiando con la sua astronave vintage da un pianeta all'altro per consegnare misteriosi pacchi. Soltanto gli umani si affidano ancora a questo vetusto servizio di consegna, che richiede anni per essere portato a termine, anziché al più pratico teletrasporto, forse per un'atavica paura del moderno. Reclusi e isolati in pianeti semidistrutti e morenti (il film è stato girato nei luoghi colpiti dal disastro nucleare di Fukushima), gli uomini vivono ormai di ricordi del passato, aggrappandosi ad oggetti e a cose perdute, apparentemente insignificanti ma ultime testimonianze del loro mondo di un tempo. Un film molto diverso da tutti quelli di Sion Sono che finora avevo visto: malinconico e meditativo anziché provocatorio e sopra le righe, con atmosfere di tristezza e solitudine veicolate anche dalla fotografia in bianco e nero (o seppia: una sola brevissima scena è invece a colori), dagli interni retrò della piccola astronave di Yoko (che riproduce un antiquato tinello, con tanto di rubinetto gocciolante, lampada al neon, tavolino, dispensa e vecchie prese elettriche, spazio che l'androide condivide con l'altrettanto vetusto – e talvolta malfunzionante – computer di bordo, la cui voce è la sua unica compagnia durante il lungo viaggio), dalla cifra surreale (vedi per esempio lo scorrere del tempo, scandito da cartelli che indicano i giorni della settimana, che pure hanno ben poco significato per un androide capace di restare inattivo anche per mesi o per anni) e dalle sequenze ambientate sui pianeti dove risiedono gli ultimi umani (come quello, che dà il titolo al film, in cui è vietato produrre rumori superiori ai 30 decibel, perché risulterebbero letali per gli abitanti). È una fantascienza esistenziale e minimalista, che da un lato ricorda quella di Andrej Tarkovskij ("Solaris" e "Stalker"), o in generale dell'Europa dell'Est (cui si rifanno spesso i registi giapponesi, si pensi anche a Mamoru Oshii), e dall'altra il "Dark star" di John Carpenter (compresi gli echi kubrickiani del dialogo con il computer di bordo). Trovate come il diario dell'androide registrato su nastro o la lattina incastrata sotto la scarpa perché "fa un bel rumore" contribuiscono a stimolare la narrazione, mentre Yoko si interroga (e noi con lei) su cosa significhi essere umani. Al fianco della protagonista assoluta, Megumi Kagurazaka, recitano in brevi scene (come dicono i titoli di testa) "le persone che ancora vivono nelle unità abitative temporanee di Namie, Tomioka e Minami Soma" nella prefettura di Fukushima, zone evacuate dopo il disastro nucleare del 2011 (altro parallelo con "Stalker").

30 dicembre 2020

The midnight sky (George Clooney, 2020)

The Midnight Sky (id.)
di George Clooney – USA 2020
con George Clooney, Felicity Jones
*1/2

Visto in TV (Netflix), con Sabrina.

Rimasto solo in una stazione scientifica nell'Artico, su una Terra resa inabitabile da una catastrofe radioattiva e i cui ultimi abitanti si sono rifugiati sottoterra, uno scienziato morente (Clooney) cerca di comunicare con l'equipaggio di un'astronave che sta tornando da una missione di esplorazione su K-23, satellite di Giove che potrebbe ospitare la razza umana. A bordo della navetta, anche se lo scopriremo solo alla fine, c'è anche la figlia segreta dell'uomo, Sullivan (Jones), un cui simulacro muto e sotto forma di bambina (Caoilinn Springall) gli tiene compagnia nella sua immaginazione. Ambizioso ma noiosissimo film di "fantascienza umanistica", sulle orme di "Interstellar" e "Ad astra", tratto da un romanzo di Lily Brooks-Dalton. Di fatto è come assistere a due pellicole in simultanea, visto che le vicende dello scienziato e dell'astronave procedono in parallelo quasi senza punti di contatto (se non i temi della comunicazione e della "famiglia"), e che la rivelazione finale non aggiunge chissà quale significato recondito alle lungaggini che l'hanno preceduta. Quanto agli aspetti filosofici (e alle implicazioni biologiche), risultano banali o poco approfonditi. Rimangono le belle immagini (ottimi gli effetti speciali) e le scene della navigazione nello spazio, anche se molte delle vicissitudini che capitano ai personaggi sono del tutto improbabili e gli errori scientifici non sono pochi, quasi un peccato imperdonabile se commesso decenni dopo "2001" (e altri film più accurati da questo punto di vista, in primis "Gravity" con lo stesso Clooney). Da dimenticare in fretta. Gli altri membri dell'equipaggio della nave sono David Oyelowo, Kyle Chandler, Demián Bichir e Tiffany Boone, mentre Ethan Peck è Clooney da giovane.

4 dicembre 2020

Terrore nello spazio (Mario Bava, 1965)

Terrore nello spazio
di Mario Bava – Italia/Spagna/USA 1965
con Barry Sullivan, Norma Bengell
**1/2

Visto in TV.

Dopo aver ricevuto un misterioso segnale proveniente dalla sua superficie, due navi spaziali sono costrette ad atterrare su un pianeta sconosciuto dove si verificano strani fenomeni. Gli astronauti scopriranno che gli abitanti del pianeta vivono "su un diverso piano di vibrazione" e sono in grado di impossessarsi dei corpi dei loro compagni morti. Da un racconto di Renato Pestriniero, uno dei primi e forse il più celebre fanta-horror del cinema italiano, capace di influenzare molte pellicole successive, a partire da "Alien" (la scena in cui i protagonisti trovano un'altra astronave schiantatasi in passato sullo stesso pianeta, con tanto di enorme e inquietante scheletro di una gigantesca creatura extraterrestre, è stata fonte di ispirazione per Dan O'Bannon e Ridley Scott). In quanto debitore a sua volta a "Il pianeta proibito", non può poi non ricordare "Star Trek", la serie televisiva che debutterà solo l'anno successivo: in effetti ne anticipa molti elementi (la plancia di comando, le uniformi, la rigida divisione in ruoli militari all'interno dell'equipaggio, e le attrezzature "scientifiche" della nave che svolgono un ruolo chiave nella vicenda, come il "deviatore di meteore"), per non parlare delle suggestive scenografie – anche se evidentemente finte e in cartapesta – della superficie del pianeta, che Bava rende però inquietanti grazie alla fotografia colorata e all'onnipresente nebbia (l'aspetto visivo del film, è stato commentato, ricorda nei suoi colori le copertine delle riviste di fantascienza, come le illustrazioni pulp e surrealiste di Karel Thole). Realizzata con un budget limitato e non priva di ingenuità se vista con gli occhi di oggi, la pellicola è comunque originale nel suo mix di horror e SF, presenta un discreto finale a sorpresa ed è indicativa del modo in cui il genere fantascientifico cominciava ormai a essere "preso sul serio" anche nel nostro paese (erano gli anni del boom di "Urania") e non solo in chiave di parodia, commedia o satira come in precedenza. Alla sceneggiatura hanno collaborato Alberto Bevilacqua e Callisto Cosulich, mentre nella creazione dei modellini e degli effetti speciali c'è la mano di Carlo Rambaldi. Il cast è internazionale (l'attore americano Barry Sullivan interpreta il comandante, mentre nel resto dell'equipaggio ci sono la brasiliana Norma Bengell, lo spagnolo Ángel Aranda, la greca Evi Marandi e gli italiani Stelio Candelli e Federico Boido). Rieditato nel 1979 con il titolo "Alien è terrore nello spazio", in USA il film è noto come "Planet of the Vampires".

16 marzo 2020

Quando i mondi si scontrano (R. Maté, 1951)

Quando i mondi si scontrano (When Worlds Collide)
di Rudolph Maté – USA 1951
con Richard Derr, Barbara Rush
**1/2

Rivisto in divx.

"But when worlds collide,
said George Pal to his bride,
I'm gonna give you some terrible thrills..."

Alcuni astronomi scoprono che due corpi celesti sconosciuti, Zyra e Bellus, stanno dirigendosi ad alta velocità verso la Terra: mentre Zyra avrà solo un passaggio ravvicinato, Bellus è destinato a scontrarsi con il nostro pianeta e a distruggerlo entro otto mesi. L'annuncio della fine del mondo viene inizialmente accolto con scetticismo, ma ben presto tutti dovranno ricredersi. Nel frattempo, grazie ai finanziamenti dell'egocentrico miliardario Stanton (John Hoyt), il professor Hendron (Larry Keating) ha iniziato a costruire un veicolo spaziale che permetterà a quaranta persone di sopravvivere, abbandonando la Terra prima della catastrofe e raggiungendo la superficie di Zyra, nella speranza che sia abitabile. Oltre al pilota Randall (Richard Derr) e a Joyce (Barbara Rush), la figlia del dottore, gli altri prescelti vengono selezionati tramite un sorteggio, il che scatenerà il risentimento degli esclusi (dimostrando come la natura dell'uomo è fatta di egoismo tanto quanto di altruismo). Prodotto dal leggendario George Pal e tratto da un romanzo di Edwin Balmer e Philip Wylie (autori anche di un seguito, "After Worlds Collide"), un ingenuo ma epocale B-movie apocalittico/fantascientifico che non è altro che una versione moderna del mito dell'Arca di Noè (a bordo della navicella, oltre agli esseri umani, vengono imbarcate diverse coppie di animali), al punto che si apre con una citazione della Bibbia. Notevoli, per l'epoca, le sequenze relative agli effetti del passaggio di Zyra vicino alla Terra, con vulcani che eruttano, terremoti e maremoti (le scene di New York e delle altre città costiere inondate dalle acque valsero a Gordon Jennings l'Oscar per i migliori effetti speciali): di contro, nel finale su Zyra gli sfondi sono evidentemente dipinti. Nel cast anche Peter Hansen (il "rivale" di Randall per Joyce), Hayden Rorke e Stephen Chase. Il film potrebbe aver ispirato pellicole più moderne come "Deep impact" e "Armageddon".

20 dicembre 2019

Star Wars: L'ascesa di Skywalker (J.J. Abrams, 2019)

Star Wars: L'ascesa di Skywalker
(Star Wars: The Rise of Skywalker)
di J.J. Abrams – USA 2019
con Daisy Ridley, Adam Driver
*1/2

Visto al cinema Colosseo.

L'imperatore Palpatine non è morto alla fine de "Il ritorno dello Jedi" e offre a Kylo Ren una flotta di Star Destroyer, ciascuno munito di un cannone in grado di disintegrare un intero pianeta, per conquistare l'universo e fondare un nuovo impero, l'Ordine Finale. Il figlio di Han Solo accetta, ma in cuor suo vorrebbe eliminare l'imperatore e allearsi con Rey, che però è ancora incerta sul proprio futuro. Continuando l'addestramento da Jedi e collaborando con la Resistenza, la ragazza si lancia con gli amici Finn e Poe alla ricerca di Exegol, il misterioso pianeta su cui si nasconde Palpatine, con l'intenzione di distruggerne la flotta. Lungo la strada, scoprirà finalmente la verità su sé stessa. Diretto, come il primo, da J.J. Abrams (che diventa il secondo regista dopo George Lucas a firmare due episodi diversi della saga), in sostituzione di Colin Trevorrow, inizialmente designato e poi licenziato per divergenze creative (è la seconda volta di fila che accade, dopo lo spin-off "Solo"), il terzo capitolo della cosiddetta "trilogia sequel" di "Star Wars" (nonché il nono episodio in totale se seguissimo la numerazione tradizionale) regala la consueta dose di intrattenimento ma è anche uno dei più piatti e derivativi, nonché quello con meno creatività e fantasia di tutta la saga: difficile individuare una sequenza, un'ambientazione o un nuovo personaggio che rimarrà nella memoria collettiva. Quando la Disney aveva acquistato i diritti da Lucas e aveva messo in cantiere le nuove pellicole, la scelta di ripartire con un "remake" a tutti gli effetti del prototipo era sembrata in fondo corretta, perché è naturale che una saga che dura da 42 anni guardi indietro alla propria mitologia per rilanciarsi, purché da quelle basi si costruisca poi qualcosa di nuovo. E invece in questo film si procede con il pilota automatico e il freno a mano tirato, ma soprattutto con una devozione al passato che tarpa continuamente le ali alla sceneggiatura, che peraltro si dipana in maniera meccanica (i personaggi vanno dal punto A al punto B, e poi al C, come in un videogioco) o accatasta eventi random e inconsequenziali (vedi la perdita di memoria di C-3PO, quasi subito ripristinata). In ruoli che non sono altro che camei più o meno prolungati, ricompaiono quasi tutti i personaggi "classici", da Luke ad Han (entrambi sotto forma di fantasmi/visioni), da Leia (che muore: Carrie Fisher era scomparsa nel 2016, qui vengono riutilizzate scene girate durante la lavorazione dei film precedenti) a Lando Calrissian, da Chewbacca ai droidi, fino all'improbabile ritorno dell'imperatore (Abrams non sa nemmeno inventarsi un nuovo cattivo). Riesumata anche la Morte Nera, i cui rottami ospitano una breve sequenza, e persino la rivalità fra Sith e Jedi, ma solo a parole, con una tensione inferiore persino a quella dei vituperati prequel di Lucas, che (chi l'avrebbe mai detto?) dal confronto con questi sequel escono addirittura rivalutati.

E i nuovi personaggi, che in teoria qui concludono un percorso di crescita durato ben tre film e oltre sette ore? Come nel precedente "Gli ultimi Jedi", di fatto gli unici di rilievo e con un certo spessore sono Rey (Daisy Ridley) e Kylo Ren (Adam Driver): tutti gli altri – Finn (John Boyega) e Poe Dameron (Oscar Isaac) in testa – rimangono accessori di contorno o macchiette che servono soltanto a fare numero, a elargire battutine e a riciclare dinamiche e situazioni del passato. Mentre il Generale Hux (Domhnall Gleeson) si rivela una spia, come new entry abbiamo il "cattivo" ufficiale Pryde (Richard E. Grant), l'ennesimo robottino (D-O) e due possibili "interessi romantici" per Finn e Poe (rispettivamente l'amazzone Jannah (Naomi Ackie) e la guerriera in armatura Zorri Bliss), i quali possono così rimanere comprimari anche sul piano sentimentale e non ostacolare la relazione, prevista a tavolino sin dall'inizio, fra Rey e Kylo Ren. Quest'ultimo viene sacrificato nel finale, quando ormai aveva comunque perso gran parte della sua ragion d'essere. La protagonista prosegue invece la sua crescita, acquisendo poteri e capacità sempre maggiori (con tanto di lotta con sé stessa che fa il verso a quella di Luke ne "L'impero colpisce ancora"): la rivelazione che si tratta della nipote di Palpatine rovina un po' una delle migliori trovate de "Gli ultimi Jedi" (un'origine "normale", una volta tanto) ma contribuisce a portare avanti il tema fondante della saga, ovvero le sfumature che si celano nello scontro fra il bene e il male. Il controfinale in cui la ragazza si dichiara orgogliosamente una Skywalker, infine, cerca di giustificare un titolo ancora una volta ambiguo e poco azzeccato. In teoria potremmo rivedere Rey nei prossimi film, chissà se da protagonista o per accompagnare il cammino di altri personaggi: ma probabilmente si andrà in direzioni opposte, tornando a rivisitare il passato (glorioso) della franchise. Da sottolineare nuovamente l'insistenza sul "girl power" che caratterizza questa trilogia, frutto del clima culturale che si respira in questi anni negli Stati Uniti: a parte la protagonista e alcuni dei succitati comprimari, per la prima volta si odono (ripetutamente!) voci femminili provenire dagli assaltatori, per non parlare delle tante donne presenti fra i membri della Resistenza (compresa un'evidente coppia lesbica). Ah, fra i piloti ribelli si riconosce anche Kevin Smith. Il film è stato girato, fra le altre location, nella Valle della Luna (Wadi Rum) in Giordania. La sceneggiatura è di Abrams e Chris Terrio (inizialmente avrebbe dovuto scriverla Rian Johnson, il regista dell'episodio precedente), la musica – per l'ultima volta, pare – di John Williams.

1 ottobre 2019

Ad astra (James Gray, 2019)

Ad astra (id.)
di James Gray – USA 2019
con Brad Pitt, Tommy Lee Jones
**

Visto al cinema Colosseo.

L'astronauta Roy McBride (Pitt) – figlio di una "leggenda" dell'esplorazione spaziale, Clifford McBride (Jones), che scomparve anni prima mentre era diretto con una navicella verso il sistema solare esterno alla ricerca di vita aliena – viene informato che il padre potrebbe essere ancora vivo. I motori ad antimateria della sua astronave, infatti, sarebbero all'origine dei misteriosi impulsi di energia che, provenienti da Nettuno, stanno sconvolgendo la Terra. Roy partirà così alla sua ricerca, intenzionato non solo a salvare il pianeta ma anche a recuperare il rapporto con il genitore... Primo film di fantascienza per James Gray: una fantascienza intimista e "filosofica", incentrata sulla scoperta di sé e sul confronto fra un padre (distante, in tutti i sensi) e un figlio che è cresciuto nel suo mito ma senza mai conoscerlo veramente. Peccato che prima di giungere al confronto finale fra i due, ci si debba sorbire tutto un viaggio lungo e inconsistente, diviso in varie tappe che sembrano soltanto messe lì per allungare il brodo e punteggiato di ingenuità (con "ostacoli" da action movie un po' inutili e fini a sé stessi: i "pirati" sulla superficie della Luna, la navicella norvegese con le scimmie spaziali nel tragitto verso Marte). Un ripensamento o un miglior lavoro di scrittura della parte centrale avrebbe giovato. Anche perché, alla fin fine, la storia non ha molto di originale o di particolarmente profondo, battendo strade già viste, con suggestioni di "Apocalypse Now" (o meglio, di "Cuore di tenebra") e, naturalmente e inevitabilmente, di "Interstellar", "Gravity" e "2001" (ma con minor complessità e profondità filosofica) per l'ambientazione da hard science fiction. Apprezzabile l'accuratezza nella descrizione dello spazio e buono il tour de force attoriale di Pitt. In parti minori, Donald Sutherland (il colonnello Pruitt, che accompagna Roy sulla Luna) e Liv Tyler (la sua ex moglie, vista solo in ricordi e flashback).

20 aprile 2019

Orbita 9 (Hatem Khraiche, 2017)

Orbita 9 (Órbita 9)
di Hatem Khraiche – Spagna/Colombia 2017
con Clara Lago, Álex González
**

Visto in TV, in originale con sottotitoli.

Helena (Clara Lago) è nata e ha trascorso tutta la vita su un'astronave, in viaggio da vent'anni verso un nuovo pianeta da colonizzare. Rimasta sola a bordo dopo la morte dei suoi genitori, incontra per la prima volta un altro essere umano quando il giovane ingegnere Alex (Álex González) attracca con una navetta per effettuare alcune riparazioni. O almeno questo è quello che lei crede... In realtà, Helena si trova in un simulatore, ancora sulla Terra: è una dei dieci individui che vengono monitorati per studiare le reazioni dell'organismo umano a un viaggio spaziale di lunga durata, nell'attesa di abbandonare davvero un pianeta ormai irrimediabilmente inquinato. Un piccolo film di science fiction spagnolo, basato su un buono spunto di partenza (il colpo di scena viene rivelato dopo una ventina di minuti), che anche dopo aver abbandonato il setting spaziale in favore di quello urbano non è privo di alcune intuizioni interessanti (le psicoterapeute "virtuali" che vengono incontrate in una sorta di peep show), anche di natura etica: peccato però che si sfilacci progressivamente, con qualche forzatura di troppo nella trama (perché introdurre i cloni?) e che proceda verso un finale un po' così, non aiutato da una regia anonima e da interpreti poco espressivi.

22 settembre 2018

First man - Il primo uomo (D. Chazelle, 2018)

First man - Il primo uomo (First man)
di Damien Chazelle – USA 2018
con Ryan Gosling, Claire Foy
**1/2

Visto al cinema CityLife Anteo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

La vita di Neil Armstrong, il primo uomo sulla Luna, raccontata dal 1961 (appena prima di entrare, da pilota collaudatore e ingegnere civile, nel programma spaziale della NASA) allo storico allunaggio del 20 luglio 1969. Dopo i fasti di "La La Land", Chazelle (e Gosling) tornano "sulla terra" (si fa per dire) con una pellicola dall'impostazione decisamente classica, un film biografico senza troppi guizzi, che si trattiene proprio nel mettere in scena la figura principale. L'Armstrong interpretato da Gosling (con la sua solita inespressività) è un personaggio ai limiti dell'autistico: dedito al suo lavoro, preciso e silenzioso, incapace di stringere relazioni con coloro che lo circondano, che si tratti di superiori, colleghi o familiari. E così al film manca un vero appiglio emotivo: c'è giusto quello, fornito all'inizio, della morte per malattia della figlioletta Karen, un lutto che Neil porterà silenziosamente dentro di sé per i tanti anni a venire (e che sublimerà gettando in un cratere lunare proprio il braccialetto della bambina). Anche gli altri astronauti, peraltro, non escono brillantemente dalla sceneggiatura di Josh Singer: vedi Buzz Aldrin (Corey Stoll), per esempio, ritratto come un cazzone insensibile, mentre Mike Collins è a malapena citato. Dove invece il film ha i suoi pregi è nella rappresentazione del difficile e travagliato percorso che – attraverso le missioni Gemini e Apollo – ha portato l'uomo sulla Luna: un percorso fatto di esperimenti e fallimenti, di prove ed errori (con tanto di morti, come le tre vittime dell'incendio dell'Apollo 1), di cui la pellicola è una fedele testimonianza, a partire dall'insistenza sui materiali e le tecnologie dell'epoca (lamiere cigolanti, viti e bulloni, capsule tutt'altro che "fantascientifiche"). E dunque proprio il fascino e l'avventura dell'esplorazione spaziale sono i fattori che tengono incollato allo schermo lo spettatore, forse un po' annoiato, nelle sequenze finali dell'allunaggio e della camminata sulla superficie del satellite: "Un piccolo passo per un uomo, un grande balzo per l'umanità", appunto. In negativo, da mettere in conto i soliti cliché sull'ansia della moglie rimasta a casa, un tipo di personaggio di cui sembra proprio impossibile fare a meno in questo tipo di film. Non male invece (e per nulla scontata) la colonna sonora di Justin Hurwitz. Jason Clarke è Ed White, Kyle Chandler è Deke Slayton, Ciarán Hinds è Gene Kranz.

5 agosto 2018

Space cowboys (C. Eastwood, 2000)

Space cowboys (id.)
di Clint Eastwood – USA 2000
con Clint Eastwood, Tommy Lee Jones
**

Visto in TV.

Quattro vecchi piloti collaudatori (Clint Eastwood, Tommy Lee Jones, Donald Sutherland e James Garner), che negli anni '50 avevano dovuto mettere la parte il sogno di andare sulla Luna, vengono contattati dalla NASA per una missione di emergenza. Si tratta di partire con lo Space Shuttle per recuperare un vecchio satellite russo per le comunicazioni, uscito dall'orbita per un guasto ai sistemi di guida, e di ripararlo prima che rientri nell'atmosfera. Nonostante l'età avanzata e i tanti acciacchi (uno di loro è addirittura malato di cancro), i quattro amici dimostreranno di essere ancora in forma, nonché di cavarsela meglio di tanti astronauti giovani di fronte alle immancabili difficoltà. Con un occhio al cinema d'azione (in chiave... gerontologica!) e un altro ai classici dell'esplorazione spaziale (da "Uomini veri" ad "Apollo 13"), un divertissement senza troppe pretese ma decisamente gradevole, nonostante il ricorso a numerosi luoghi comuni e la struttura tradizionale dello spettacolo hollywoodiano. I buoni effetti speciali, il mestiere di Eastwood nel costruire la tensione e il carisma degli attori (impagabili soprattutto Tommy Lee Jones e Donald Sutherland) fanno il resto. Nel cast si riconoscono James Cromwell (il capo del progetto alla NASA), Marcia Gay Harden (l'astrofisica) e Rade Šerbedžija (l'ufficiale russo).

9 giugno 2018

Solo: A Star Wars story (Ron Howard, 2018)

Solo: A Star Wars Story (id.)
di Ron Howard – USA 2018
con Alden Ehrenreich, Emilia Clarke
**

Visto al cinema Colosseo.

Il passato e le "origini" di Han Solo, il leggendario pilota interpretato da Harrison Ford nella prima trilogia di "Guerre stellari", di cui ci viene raccontata la giovinezza e ci vengono mostrati i primi passi nella carriera da ladro e contrabbandiere, l'incontro con il fedele compagno Chewbacca e il modo in cui è entrato in possesso della sua mitica nave spaziale, il Millennium Falcon (vinto al gioco, come già accennato ne "L'impero colpisce ancora", al collega pirata Lando Calrissian). Nel mezzo, anche il rapporto con Tobias Beckett (Woody Harrelson), capo di una piccola banda di criminali, che lo prende sotto la propria ala protettiva e gli insegna molti trucchi del mestiere (compresi il cinismo e l'arte del tradimento); e l'amore per Qi'ra (Emilia Clarke), compagna d'infanzia e vero motore di tutte le sue arditezze. Ma al di là delle buone sequenze d'azione (l'assalto al treno sul pianeta ghiacciato Vandor, la fuga dalla miniera) e di alcuni (piuttosto scontati, a dire il vero) colpi di scena, si tratta di un film di cui probabilmente non si sentiva il bisogno: il personaggio di Solo era già perfetto e autosufficiente così com'era, con il suo passato tutt'altro che misterioso, i cui brevi accenni nei film precedenti erano già quanto ci bastava per immaginarne le avventure prima del fatidico incontro con Luke Skywalker sul pianeta Tattoine. Un po' come le origini di Darth Vader, con il vantaggio che almeno stavolta non ci sono voluti tre film per rimarcare l'ovvio (ma alcuni fili rimasti in sospeso nel finale, relativi a Qi'ra, lasciano la porta aperta a nuovi sequel). La pellicola ha avuto anche diverse vicissitudini produttive, con i registi designati (Phil Lord e Christopher Miller) licenziati "per divergenze creative" dopo aver quasi terminato le riprese e sostituiti dal più esperto Ron Howard, che ha rigirato il 70% del film. Donald Glover è il giovane Lando Calrissian, Paul Bettany è il boss criminale Dryden Vos, Erin Kellyman la brigantessa ribelle Enfys Nest. La sceneggiatura è del veterano Lawrence Kasdan (già autore di quelle de "L'impero colpisce ancora" e "il ritorno dello Jedi") insieme al figlio Jonathan.

George Lucas sfornava un film di "Star Wars" ogni tre anni (e fra le due trilogie ci ha fatto aspettare anche tre lustri!). Da quando i diritti del franchise sono passati in mano alla Disney, nelle sale – per ovvi motivi commerciali – giunge un film della saga all'anno (e anzi, da "Gli ultimi Jedi" sono passati soltanto cinque mesi!), alternandosi fra capitoli ufficiali e spin-off (come "Rogue One" e come questo) ambientati nel passato. Forse anche per il senso di annacquamento, oltre che per i problemi produttivi di cui sopra, si spiega il primo insuccesso al botteghino di un film di "Guerre stellari" (insuccesso relativo, perché gli incassi sono stati comunque cospicui: ma non sufficienti stavolta a ricoprire i costi). Il vero problema è che il film appare stanco e derivativo, privo di quel feeling "speciale" che univa più o meno tutte le pellicole di Lucas, anche quelle meno riuscite. È il più lontano dai miti di "Star Wars", un'avventura che avrebbe potuto svolgersi in qualsiasi scenario o universo fantascientifico. Non c'è il minimo riferimento ai Jedi, alla forza, alla magia del mondo lucasiano, nemmeno attraverso brevi accenni (con l'eccezione, nel finale, di un'apparizione a sorpresa di Darth Maul). Inoltre Ehrenreich non ha nulla del carisma naturale di Harrison Ford, e il suo Han Solo non può che sembrare un'imitazione dell'originale. Meglio, invece, altri personaggi: Lando Calrissian, sicuramente, e il suo droide L3-37, dotato di coscienza sociale e che si batte per i diritti dei robot (una buona intuizione poco sviluppata, purtroppo); ma soprattutto Beckett, figura multiforma di pirata, criminale, padre e mentore, a metà strada fra il Long John Silver de "L'isola del tesoro" e un ufficiale di un film sulla seconda guerra mondiale. Per il resto, la pellicola ci rivela che il cognome Solo è un soprannome affibbiato ad Han al momento di arruolarsi nelle truppe dell'Impero, che Chewbacca ha quasi 200 anni, e ci mostra finalmente come il Millennium Falcon abbia potuto percorrere la rotta di Kessel "in meno di 12 parsec" (risolvendo una questione in sospeso sin dal primo "Guerre stellari", visto che il parsec non è un'unità di tempo!).

29 gennaio 2018

Apollo 13 (Ron Howard, 1995)

Apollo 13 (id.)
di Ron Howard – USA 1995
con Tom Hanks, Ed Harris
***

Visto in TV.

La vera storia della tredicesima missione Apollo, partita da Cape Kennedy l'11 aprile 1970, che avrebbe dovuto portare sulla Luna i tre astronauti Jim Lovell (Tom Hanks), Fred Haise (Bill Paxton) e Jack Swigert (Kevin Bacon), quasi un anno dopo lo storico sbarco di Neil Armstrong. Ma un'esplosione in uno dei serbatoi di ossigeno a bordo (da cui la celebre frase "Houston, abbiamo un problema") costrinse l'equipaggio ad annullare l'allunaggio e a tentare un pericoloso rientro d'emergenza verso la Terra, che giunse a buon fine grazie al coraggio, all'intraprendenza, ma soprattutto alle capacità tecniche e scientifiche degli uomini della NASA, coordinati dal direttore di volo Gene Kranz (Ed Harris). Probabilmente il miglior film di Ron Howard, che mette da parte le velleità artistiche per affidarsi alla sola ricostruzione dei fatti, basandosi sul libro dello stesso Lovell "Lost Moon" (con l'espressione "Abbiamo perso la Luna") e la cura verso i dettagli tecnici (persino quelli più realistici e "sgradevoli", come la presenza di vomito e urina nello spazio). I cineasti ottennero la collaborazione e la consulenza della NASA per riprodurre sullo schermo le strutture e i materiali d'epoca, così come gli effetti dell'antigravità. Naturalmente non mancano libertà creative (diversi personaggi sono stati condensati in uno solo, come nel caso di Kranz e di Ken Mattingly, interpretato da Gary Sinise, il pilota che fu sostituito da Jack Swigert a pochi giorni dal lancio e che contribuì da Terra alla missione di salvataggio). Fra tanto realismo e attenzione agli aspetti tecnici, non mancano comunque spettacolarità e tensione, il che rende la pellicola un thriller ad alto impatto emotivo, dove persino l'enfasi e la retorica hanno comunque la loro ragione di essere (nonostante i cliche, nel finale c'è sincera emozione, forse perché sappiamo che si tratta di una storia vera: da notare però che all'uscita del film ci fu qualche disinformato che ebbe da ridire sull'"irrealistico lieto fine hollywoodiano"). L'insuccesso della missione Apollo 13 (a proposito: alla faccia della superstizione!) fu all'epoca definito "un fallimento di grande successo", per come seppe mettere in luce le capacità di ingegnarsi della NASA e quelle di sopravvivere in un ambiente estremo (in questo il film va giustamente considerato come il precursore di "Gravity" e "The martian"). Le operazioni di salvataggio furono seguite in diretta, oltre che dai parenti degli interessati, da un'intera nazione, riaccendendo l'interesse sui viaggi spaziali dopo che le attenzioni dei media erano diminuite una volta che il traguardo dello sbarco sulla Luna era già stato raggiunto. Solide le performance del cast: Hanks sfiorò il terzo premio Oscar consecutivo (dopo "Philadelphia" e "Forrest Gump"), ma il migliore è Ed Harris (che era già presente in "Uomini veri" di Philip Kaufman, ed è dunque da considerare un veterano del genere).

6 ottobre 2017

Valerian (Luc Besson, 2017)

Valerian e la città dei mille pianeti
(Valérian et la Cité des mille planètes)
di Luc Besson – Francia 2017
con Dane DeHaan, Cara Delevingne
**

Visto al cinema Uci Bicocca.

Gli agenti della federazione spaziale Valerian (DeHaan) e Laureline (Delevingne) devono indagare su una misteriosa zona radioattiva apparsa al centro di Alpha, "la città dei mille pianeti", quella che un tempo era la Stazione Spaziale Internazionale e che nel corso dei secoli è divenuta uno smisurato aggregato vagante fra le galassie, abitato da migliaia di civiltà extraterrestri che coabitano in pace. Scopriranno l'esistenza di una razza di alieni sconosciuti, sopravvissuti alla distruzione del loro pianeta. Da una celebre serie a fumetti degli anni sessanta/settanta, "Valerian" di Pierre Christin e Jean-Claude Mézières (disegnatore con il quale il regista aveva già collaborato ai tempi de "Il quinto elemento"), e in particolare dall'albo "L'ambasciatore delle ombre", Besson realizza una pellicola al tempo stesso ambiziosa (è il più costoso film francese – o forse addirittura europeo – di tutti i tempi) e di puro intrattenimento. E nel suo mescolare avventura escapista e scenari fantascientifici, lunghe scene d'azione e creature esotiche (nel più puro spirito della space opera, come al cinema si era visto forse solo nella saga di "Guerre stellari"), riesce senza dubbio a coinvolgere e a divertire. L'apparato visivo spettacolare (con abuso di CGI) e la buona caratterizzazione dei due personaggi principali (ottima nel caso di Laureline, ben più di una semplice spalla, e sicuramente non la classica damigella da salvare: al contrario, è spesso lei a prendere l'iniziativa e a correre in aiuto del suo compagno) aiuta a passare sopra a quelli che sono, invece, i tanti difetti della pellicola, a partire dai personaggi di contorno. Nonostante Besson abbia voluto a bordo nomi popolari o celebri attori hollywoodiani, questi rimangono infatti delle macchiette o delle figure stereotipate, a partire dal generale guerrafondaio interpretato da un annoiato Clive Owen. Il cast di comprimari (ma per alcuni di loro è quasi un semplice cameo) comprende Rihanna (l'alieno mutaforma Bubble), Ethan Hawke (il gestore dello strip bar), Alain Chabat (Bob, il pirata del sottomarino), Mathieu Kassovitz (uno dei soldati al Gran Mercato), Herbie Hancock (il ministro della difesa) e Rutger Hauer (il presidente della federazione umana). Sam Spruell è il generale "buono", Kris Wu il suo assistente. Un altro difetto, forse il maggiore, è dato dalle ambizioni smisurate di Besson: non tanto perché ha voluto ammantare con un messaggio pesante (il genocidio di un popolo) e antibellico quella che avrebbe funzionato anche solo come una semplice avventura (in fondo anche il fumetto originale affrontava temi sociali e politici); ma perché la pellicola, già parecchio autoindulgente, soffre di gigantismo nella durata e nella messa in scena, colma com'è di immagini spettacolari, concetti e colori, affaticando non poco lo spettatore e rischiando di fargli concludere la visione con un (leggero) mal di testa. Anche perché le manca quella certa ingenuità presente nel fumetto. In ogni caso, nel suo genere "Valerian" non sfigura e potrebbe ritagliarsi uno spazio come film di culto per una parte del pubblico. Peccato che il flop commerciale e di critica precluda quasi sicuramente la possibilità di ulteriori sequel (nonostante Besson, che ha sempre amato il fumetto originale e che ha pronte nuove sceneggiature, ci speri ancora). Molto belli i titoli di testa sulle note di "Space Oddity" di David Bowie.

8 giugno 2017

Uomini veri (Philip Kaufman, 1983)

Uomini veri (The right stuff)
di Philip Kaufman – USA 1983
con Sam Shepard, Ed Harris
**1/2

Visto in TV.

Tratto da un saggio di Tom Wolfe, il film racconta la storia dei primi sette astronauti americani, i piloti collaudatori delle missioni Mercury con cui la NASA, dal 1959 al 1963, inviò per la prima volta delle capsule nello spazio, dapprima senza equipaggio (o con uno scimpanzé) e poi con un uomo a bordo, nel tentativo di reggere il passo dei sovietici che nel frattempo, aveva mandato in orbita il primo satellite artificiale (lo Sputnik nel 1957) e poi il primo uomo (Yuri Gagarin nel 1961). La pellicola prende l'avvio nel 1949, quando il pilota dell'aeronautica Chuck Yeager (Sam Shepard), volando sopra il deserto della California, superò per la prima volta il muro del suono; e si conclude nel 1963, quando Gordon Cooper (Dennis Quaid), stabilendo il record di 22 orbite attorno alla Terra, fu l'ultimo astronauta ad andare nello spazio da solo (le successive missioni Gemini e Apollo prevederanno tutti equipaggi di almeno due membri). Pur caratterizzata da toni epici e agiografici nel celebrare il coraggio di questi moderni eroi americani (ancor più che i successi tecnologici della NASA), la lunga pellicola (oltre tre ore di durata, senza peraltro risultare mai noiosa) non è una semplice ricostruzione documentaristica dei voli Mercury ma si prende il suo tempo per caratterizzare i vari astronauti fra pregi e difetti, testosterone e spirito di squadra, orgoglio e spacconate, così come il supporto delle loro famiglie (essenzialmente mogli e compagne), le rivalità interne (fra piloti dell'aeronautica, della marina o semplici collaudatori), gli screzi con gli scienziati e i politici (rappresentati a volte in maniera irridente: particolarmente negativo è il ritratto di Lyndon Johnson, allora vicepresidente) e naturalmente il rapporto con la stampa (un elemento fondamentale delle missioni, anche in chiave di guerra fredda, fu infatti quello mediatico). Anche se manca un vero protagonista (il film è corale), fra le figure che risaltano di più ci sono quelle di Cooper, di John Glenn (Ed Harris), di Alan Shepard (Scott Glenn) e di Virgil "Gus" Grissom (Fred Ward). Gli altri astronauti sono Wally Schirra (Lance Henriksen), Kent Slayton (Scott Paulin) e Scott Carpenter (Charles Frank). Fra mogli e fidanzate figurano Barbara Hershey, Mary Jo Deschanel, Veronica Cartwright e Pamela Reed. Harry Shearer e Jeff Goldblum sono i due reclutatori della NASA. Dal punto di vista dell'accuratezza storica, alcuni passaggi hanno sollevato qualche perplessità (in particolare l'episodio dell'ammaraggio di un Gus Grissom in preda al panico), ma la potenza e il significato degli eventi restano intatti, veicolati in maniera efficace da una regia che pur mantenendo una certa ambizione va dritta al sodo, senza perdersi in svolazzi e divagazioni. Quattro premi Oscar (colonna sonora, montaggio, sonoro e montaggio sonoro) più altre quattro nomination (fra cui miglior film).

13 maggio 2017

Alien: Covenant (Ridley Scott, 2017)

Alien: Covenant (id.)
di Ridley Scott – USA 2017
con Michael Fassbender, Katherine Waterston
*1/2

Visto al cinema Uci Bicocca.

L'equipaggio della nave spaziale Covenant, in missione di colonizzazione verso il pianeta Origae-6, riceve un misterioso segnale di origine umana da un vicino pianeta e decide di sbarcare per verificarne la provenienza. Qui incontrerà l'androide David (Fassbender), unico sopravvissuto della missione Prometheus, che nei dieci anni da allora trascorsi ha lavorato per modificare geneticamente la razza di predatori alieni creata dagli "ingegneri", rendendole creature sempre più perfette e letali... Secondo – dopo "Prometheus", appunto – dei prequel pensati da Scott per svelare le origini degli alieni apparsi per la prima volta nel suo leggendario film del 1979. E come nel caso dei prequel di "Star Wars", forse non ce n'era bisogno. Il regista ha dichiarato di «essere rimasto stupito che nessuno, sviluppando i sequel di "Alien", avesse voluto rispondere a una domanda fondamentale: chi ha creato quei mostri, e perché». Evidentemente, la domanda non era così importante. Penso che nemmeno H.R. Giger, disegnatore degli xenomorfi originali, si fosse posto la questione, e a ben vedere: gli alieni fanno paura perché diversi, letali e mostruosi, e non perché dietro di loro c'erano degli esseri che giocavano a fare le divinità. Solo in parte meno pretenzioso del film precedente, "Covenant" si rivela dunque una pellicola sostanzialmente inutile, che ripropone un canovaccio molto simile a quello del leggendario prototipo (c'è persino il personaggio femminile cazzuto, che lotta in canottiera contro il mostro, e anche il computer di bordo chiamato Mother). Ma a mancare sono il mistero, la tensione e la paura: proprio perché ci si trova di fronte a situazioni già viste e già ampiamente sperimentate in passato, non scatta mai la sensazione di orrore o di claustrofobia che persino i sequel riuscivano a tratti a comunicare, e le scene d'azione si sviluppano con il pilota automatico. In più, abbiamo una serie di personaggi davvero stupidi, che fanno in continuazione le scelte più idiote possibili, e ai quali è francamente difficile affezionarsi. Il peggiore di tutti, anche come caratterizzazione, è il capitano "con la fede" interpretato da Billy Crudup. La battaglia di Fassbender con sé stesso (oltre a David, interpreta infatti anche Walter, il sintetico a bordo del Covenant) è il pezzo forte della pellicola, che per il resto è da ricordare solo per la scena iniziale (con Guy Pearce nei panni di Weyland, una sequenza che forse doveva andare in "Prometheus" e che è stata dirottata qui) e per il colpo di scena finale (peraltro telefonato). La sceneggiatura fa uscire di scena in maniera piuttosto brusca sia Elizabeth Shaw (il personaggio interpretato da Noomi Rapace in "Prometheus") che gli "ingegneri": ma pare che il prossimo capitolo della franchise, intitolato probabilmente "Alien: Awakening", fungerà proprio da raccordo fra il film precedente e questo. Infine, una considerazione: nel 2012 "Prometheus" aveva puntato molto sul 3D (con polemiche sulla scarsa quantità di copie diffuse in versione regolare), mentre "Covenant" vi rinuncia completamente. Un ulteriore conferma che il fenomeno delle tre dimensioni si è già sgonfiato, rimanendo confinato a una manciata di blockbuster fracassoni (in particolare le pellicole Disney e Marvel).

11 maggio 2017

Guardiani della galassia Vol. 2 (James Gunn, 2017)

Guardiani della galassia Vol. 2 (Guardians of the Galaxy Vol. 2)
di James Gunn – USA 2017
con Chris Pratt, Zoë Saldana
**

Visto al cinema Orfeo, con Sabrina e Sabine.

Secondo episodio delle avventure spaziali di Star-Lord, Gamora, Drax, Rocket e Groot, che fornisce – se possibile – un divertimento ancora più infantile del precedente, fra umorismo predigerito, battute scurrili, battaglie fracassone e dinamiche familiari o di gruppo (qui a prevalere c'è il tema del rapporto fra padri e figli, portato avanti dal primo film). Peter Quill viene contattato da Ego, misteriosa entità semi-divina (un "Celestiale": non ricordavo che fosse tale nei fumetti...) che afferma di essere suo padre. La forma umana di Ego è solo una proiezione: in realtà di tratta di un pianeta vivente, che intende sfruttare i poteri latenti del figlio per espandersi fino a inglobare l'intero universo. A lui si opporranno i nostri eroi, aiutati stavolta da alleati che nella pellicola precedente erano antagonisti (il pirata Yondu, padre adottivo di Peter; Nebula, la spietata sorella di Gamora) e dalla new entry Mantis (ritratta in versione più ingenua e innocente che nei comics), mentre fra gli avversari ci sono i Sovereign, razza di creature dorate e perfette (sembrano uscire da uno spot di Christian Dior), ma che spesso sono utilizzare come comic relief. Le dinamiche fra i personaggi e alcuni occasionali momenti di approfondimento emotivo (soprattutto nella seconda parte) salvano la pellicola dal rischio di essere un baraccone di effetti speciali e poco più. Il cast è praticamente lo stesso del primo film (Chris Pratt, Zoe Saldana, Dave Bautista, Michael Rooker, Karen Gillan), con in più Kurt Russell (Ego) e Pom Klementieff (Mantis). Comparsate per Sylvester Stallone (il capo dei Ravager), Ving Rhames e Michelle Yeoh, camei per Howard il papero e per Stan Lee (in compagnia degli Osservatori). Groot compare in versione "mignon", essendosi rigenerato da zero alla fine della precedente pellicola. Kraglin, l'unico membro fedele della ciurma di Yondu, è interpretato da Sean Gunn, fratello del regista. Nella colonna sonora spiccano "Brandy" dei Looking Glass e "Father and Son" di Cat Stevens (che una lacrimuccia la fa scendere sempre). Il "Vol. 2" nel titolo del film fa riferimento alle compilation di canzoni anni ottanta che Peter e i suoi compagni utilizzano come sottofondo musicale delle proprie imprese. Nel controfinale si preannuncia l'arrivo di Adam Warlock.