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10 luglio 2023

Lola (Andrew Legge, 2022)

Lola (id.)
di Andrew Legge – GB/Irlanda 2022
con Emma Appleton, Stefanie Martini
**1/2

Visto in TV (RaiPlay).

Agli inizi degli anni quaranta, nella campagna inglese, le sorelle Thomasina (Emma Appleton) e Martha (Stefanie Martini) Hanbury inventano "Lola", una macchina che può ricevere trasmissioni radiofoniche e televisive dal futuro. Dapprima si appassionano alla cultura e alla musica del tardo ventesimo secolo (in particolare a David Bowie, la cui canzone "Space Oddity" diventa per loro una sorta di inno personale e liberatorio), ma poi cominciano a usare la macchina per intercettare i notiziari bellici, con l'intento di aiutare il proprio paese a sconfiggere i tedeschi durante la seconda guerra mondiale. Per una serie di paradossi, però, proprio le loro azioni porteranno invece i nazisti ad avere la meglio e a conquistare la Gran Bretagna, creando una distopia anche dal punto di vista culturale, dove la stessa musica pop si ammanta di toni fascisti... Realizzato durante il lockdown, in bianco e nero e in forma quasi amatoriale, usando cineprese 16mm e lenti d'epoca, nonché molto materiale di repertorio (riprese con Churchill e Hitler, per esempio, ma anche scene di folla, di guerra e di bombardamenti), un film di fantastoria che ricorre alla trovata del found footage (si finge cioè che tutto il girato sia opera delle sorelle stesse, giunto in qualche modo fino ai giorni nostri), anche se per una volta questa non è fine a sé stessa ma parte integrante della storia stessa e strumento essenziale per la risoluzione finale del paradosso. Il tutto è semplice (il film dura poco più di un'ora) ma a suo modo ingegnoso, e affascinante dal punto di vista fantascientifico, oltre che coerente nello stile. Il regista, anche sceneggiatore, è all'esordio. Interessante anche la colonna sonora di Neil Hannon, che fonde anacronisticamente suggestioni punk e glam rock.

19 marzo 2022

The King's Man - Le origini (M. Vaughn, 2021)

The King's Man - Le origini (The King's Man)
di Matthew Vaughn – GB/USA 2021
con Ralph Fiennes, Harris Dickinson
**1/2

Visto in TV (Disney+).

A inizio Novecento, un misterioso individuo – noto solo come "il Pastore" – progetta di rovesciare le case regnanti d'Europa e di precipitare il continente nella guerra. Grazie ai suoi complici e alle sue pedine, fra le quali figurano Gavrilo Princip, Rasputin, Lenin e Mata Hari, riesce a scatenare il primo conflitto mondiale. Ad opporsi ai suoi piani, nel tentativo di salvare almeno la corona britannica, c'è il duca di Oxford (Ralph Fiennes), dichiarato pacifista, affiancato dal figlio Conrad (Harris Dickinson) e da una rete di domestici al servizio dei potenti della Terra che lavorano nell'ombra e gli passano informazioni riservate. Dopo un promettente inizio di carriera come regista, da un decennio Vaughn sembra ormai essersi impantanato nella saga della Kingsman, l'agenzia segreta di spie inglesi che si nascondono dietro un negozio di alta sartoria. Ciò detto, questo prequel che ne racconta la nascita, ambientato durante la grande guerra, nella sua retorica fumettosità è forse il capitolo migliore della serie. Fruibile a sé stante, divertente, più misurato, vanta almeno due/tre momenti davvero indovinati (lo scontro con Rasputin, personaggio sopra le righe che Rhys Ifans interpreta in maniera esilarante; e le sequenze in trincea durante la prima guerra mondiale, con un notevole colpo di scena). Il mix di storia vera, scene d'azione e spionaggio internazionale funziona meglio del previsto: e rispetto ai precedenti film, la collocazione temporale a inizio secolo rende la vicenda notevolmente più interessante. Anche se non è da prendere sul serio, il film riesce comunque a trasmettere emozioni e contemporaneamente a intrattenere a un livello superficiale. Ottima la regia e il cast, che comprende Gemma Arterton (la "tata" Polly), Djimon Hounsou (l'autista di colore Shola), Tom Hollander (in un triplo ruolo: re Giorgio V d'Inghilterra, il kaiser Guglielmo II e lo zar Nicola II), e ancora Daniel Brühl, Charles Dance, Matthew Goode, Stanley Tucci... Un po' fastidioso il turpiloquio, davvero eccessivo, nei dialoghi italiani. Gran parte delle riprese sono state effettuate a Torino e in generale in Piemonte.

18 settembre 2019

C'era una volta a... Hollywood (Q. Tarantino, 2019)

C'era una volta a... Hollywood (Once upon a time in... Hollywood)
di Quentin Tarantino – USA 2019
con Leonardo DiCaprio, Brad Pitt
**1/2

Visto al cinema Orfeo, con Daniela, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Rick Dalton (DiCaprio) è un ex attore di western televisivi, la cui carriera sta rapidamente calando a picco: dopo una serie di pellicole di serie B, si ritrova a fare piccole parti da cattivo in episodi pilota di nuovi telefilm, mentre il suo agente cerca di convincerlo ad andare a girare spaghetti western in Italia. Cliff Booth (Pitt) è il suo stuntman, nonché miglior amico, autista ed aiutante tuttofare. La loro vicenda, nella Hollywood del 1969, si intreccia con quella di Sharon Tate (Margot Robbie), giovane moglie del regista Roman Polanski. Per una volta Tarantino sforna una pellicola dai toni per lo più compassati, ricolma sì di spunti citazionistici ma anche assai più intima e misurata del suo solito. La violenza estrema e grottesca fa capolino soltanto nel finale, peraltro ampiamente preannunciata, almeno per chi conosce bene i retroscena dei delitti della "famiglia" di Charles Manson. Saranno proprio questi spettatori, dotati delle necessarie "conoscenze enciclopediche" (ovvero al corrente dei dettagli della morte di Sharon Tate, o che capiscono che il "Charlie" citato dagli hippie al ranch è Manson) a rimanere particolarmente colpiti e sorpresi dal finale catartico che gioca a stravolgere la storia. Già, perché come aveva già fatto in "Bastardi senza gloria", Tarantino si diverte a modificare il corso degli eventi reali. La villa di Rick si trova in Cielo Drive, proprio a fianco di quella dei Polanski: ed è da lui, anziché dai vicini di casa, che i membri della Manson Family fanno irruzione, con esiti inaspettati. Il che giustifica anche il titolo "fiabesco", al di là dell'evidente omaggio a Sergio Leone (a proposito: nei manifesti e nel materiale in rete il titolo è scritto con l'ellisse – i tre puntini... – immediatamente prima della parola "Hollywood", ma quando compare sullo schermo, proprio prima dei titoli di coda, i puntini sono anticipati: "C'era una volta... a Hollywood"). Pervaso da un'atmosfera nostalgica, appropriata per quello che è un sincero omaggio alla Hollywood e al mondo dell'intrattenimento di fine anni sessanta (particolarmente curata la ricostruzione storica, dalle scenografie che riportano in vita celebri locali e drive-in, agli spezzoni di pellicole e telefilm di quell'epoca: esilaranti, in particolare, i finti "film italiani" – uno dei quali di Sergio Corbucci! – che Dalton si trova a interpretare), il film è però dispersivo (sembra procedere a casaccio, guidato soltanto dall'evidente finale cui si tende), inutilmente lungo e dilatato (le quasi tre ore di durata non sono giustificate). Se non mancano dialoghi, scene e situazioni memorabili (il confronto fra Rick e la bambina attrice; la Tate che va al cinema a rivedersi in un filmetto da lei interpretato; l'irriverente scontro fra Cliff e Bruce Lee), resta comunque l'impressione che molte parti avrebbero potuto tranquillamente essere sforbiciate: tutto il personaggio di Cliff, per esempio, è in fondo quasi superfluo, nonostante un buon tentativo di caratterizzazione (ma la scena in cui lavora sul tetto a torso nudo è soltanto un fan service), privo com'è di autentico conflitto in relazione al vero protagonista del film, Rick Dalton. Ottimo DiCaprio, che si conferma un grande attore. Nel cast, in ruoli minori, anche Margaret Qualley, Emile Hirsch, Dakota Fanning e Al Pacino. Lorenza Izzo è la moglie italiana di Rick, Rafał Zawierucha è Roman Polanski, Damian Lewis è Steve McQueen, Mike Moh è Bruce Lee. Camei di Bruce Dern, Kurt Russell, Zoë Bell e Michael Madsen. Bravo anche il pitbull Sayuri (Brandy), che a Cannes (dove il film era stato presentato in anteprima) ha vinto la Palm Dog.

22 agosto 2018

L'uomo che venne dalla Terra (R. Schenkman, 2007)

L'uomo che venne dalla Terra (The Man from Earth)
di Richard Schenkman – USA 2007
con David Lee Smith, Tony Todd
**1/2

Visto in divx alla Fogona.

In procinto di trasferirsi altrove, il professore universitario di storia John Oldman (David Lee Smith) convoca i suoi colleghi e amici più intimi per dire loro addio. E si lascia sfuggire il motivo per cui, ogni dieci anni, sparisce nel nulla cambiando residenza e conoscenze: ha quattordicimila anni, è nato come uomo di Cro-Magnon e da allora non è mai invecchiato. Nel corso degli anni ha conosciuto personaggi come Hammurabi, Buddha, Colombo e Van Gogh, e lui stesso è stato nientemeno che Gesù Cristo. Il suo racconto, inverosimile ma denso di dettagli realistici, viene accolto dagli amici dapprima con scetticismo e incredulità, ma via via con curiosità e interesse (e in alcuni casi rabbia o rifiuto). Da una sceneggiatura di Jerome Bixby completata sul letto di morte (ironicamente, visto che parla di immortalità!) e il cui spunto ricorda un episodio di "Star Trek" del 1969 da lui stesso scritto, "Requiem per Matusalemme", un "piccolo" film di fantastoria a basso budget, girato quasi interamente in una stanza e soltanto parlato (nessuna immagine illustra sullo schermo il racconto del protagonista), che pure tiene sempre alta l'attenzione dello spettatore man mano che John risponde alle domande e ai dubbi dei suoi amici su questioni di natura pratica, storica, filosofica, intellettuale o religiosa. L'idea di base è semplice (e neppure troppo originale, a dire il vero, frequentata com'è dalla fantascienza di ogni epoca) ma regge bene fino in fondo, quando un colpo di scena conferma definitivamente la veridicità o meno del racconto di John. I suoi amici e colleghi sono interpretati da Tony Todd, John Billingsley, Ellen Crawford, Annika Peterson, William Katt, Richard Riehle e Alexis Thorpe. Nel 2017 il regista ha diretto un sequel (scritto dal figlio di Bixby), "The Man from Earth: Holocene".

12 agosto 2017

Vogliamo i colonnelli (M. Monicelli, 1973)

Vogliamo i colonnelli
di Mario Monicelli – Italia 1973
con Ugo Tognazzi, Carla Tatò
**

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

Il sottotitolo, "Cronaca di un colpo di stato", illustra perfettamente di cosa tratti il film, una satira con cui Monicelli (e i suoi co-sceneggiatori Age e Scarpelli) mettono in scena un immaginario tentativo di golpe in Italia, organizzato dal politico di estrema destra Giuseppe Tritoni (Tognazzi) con la complicità di un gruppo di maldestri colonnelli. La pellicola, a metà fra il documentario e la commedia all'italiana, ne documenta le varie fasi nell'arco di un anno, da un 2 giugno (festa della Repubblica) a un altro. I riferimenti sono ovviamente alla giunta militare che in quegli anni governava la vicina Grecia (e un membro di tale giunta appare in alcune scene, per dare consigli ai cospiratori), ma anche ai tentativi di rovesciare la democrazia che furono realmente effettuati nel nostro paese nel 1964 e nel 1970. Come ne "I soliti ignoti", Monicelli racconta l'organizzazione del golpe sin nei minimi dettagli, ma il progetto sarà destinato a fallire per via dell'incompetenza dei suoi perpetratori, oltre che per elementi casuali e fortuiti che ne minano il preciso marchingegno. E ci sarà chi ne approfitterà. Satira politica, con rimandi all'attualità e immancabili venature comiche, dove però la farsa e il dramma si fondono: se i personaggi sono essenzialmente delle macchiette, le risate lasciano comunque spazio ai timori e alle inquietudini. Anche perché, come viene più volte ricordato, "anche la marcia su Roma fu una buffonata... ma riuscì". Al fianco di Tognazzi, un nutrito gruppo di caratteristi. Gli sgangherati colonnelli sono interpretati da Antonino Faà di Bruno, Camillo Milli, Giancarlo Fusco, Max Turilli e Giuseppe Maffioli. Carla Tatò è la stangona vamp Marcella Bassi-Lega, figlia del generale che consegna a Tritoni la lista dei possibili congiurati. Pino Zac è il giornalista di sinistra, Lino Puglisi il parlamentare approfittatore, Claude Dauphin il presidente della Repubblica.

19 giugno 2017

Bushwick (C. Murnion, J. Milott, 2017)

Bushwick
di Cary Murnion, Jonathan Milott – USA 2017
con Brittany Snow, Dave Bautista
*1/2

Visto al cinema Colosseo, con Daniela, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

La studentessa Lucy (Snow) esce dalla metropolitana a Bushwick, quartiere di Brooklyn a New York, per trovarsi di fronte a immagini apocalittiche: le strade sono messe a ferro e fuoco da un misterioso esercito, fra esplosioni, proiettili vaganti, cecchini e distruzione. Con l'aiuto dell'ex marine Stupe (Bautista), lei e sua sorella Belinda cercheranno di sopravvivere e di raggiungere una zona sicura. Prodotto da Netflix e girato tutto in lunghi piani sequenza come se fossimo in tempo reale (con abilità, certo, ma è il tipico sfoggio di tecnica fine a sé stessa: per di più, non è affatto difficile individuare i punti di "cesura" digitale fra le diverse sequenze), non è un film ma un lungo videoclip colmo di scene di generica guerriglia urbana che fanno il verso a videogiochi tipo "Doom" o "Call of Duty". Anche se a metà pellicola veniamo a conoscenza del perché sta accadendo tutto questo (una nuova guerra civile, innescata dalla volontà secessionista del Texas e di altri stati del Sud), le ragioni del conflitto e le sue conseguenze non vengono poi approfondite. E pur accettandone le (scarse) premesse, svolte e sviluppi sono senza senso, per non parlare del comportamento e delle decisioni di personaggi con caratterizzazione assente, incoerente (Lucy) o tardiva (Stupe). Che cosa ci facesse un film del genere a Cannes, a parte la "celebrazione" di nuove forme distributive, giustamente criticate da alcuni addetti ai lavori (la pellicola non uscirà in sala ma sarà disponibile solo in tv on demand), resta un mistero.

15 aprile 2017

Oltre le nuvole, il luogo promessoci (M. Shinkai, 2004)

Oltre le nuvole, il luogo promessoci
(Kumo no muko, yakusoku no basho)
di Makoto Shinkai – Giappone 2004
animazione tradizionale
*1/2

Visto al cinema Arcobaleno, con Sabrina, Daniela e Sergio.

In una realtà parallela in cui il Giappone, a partire dagli anni settanta, è diviso in due parti (l'Hokkaido, rinominato Ezo, è sotto il dominio di una fantomatica "Unione" – che si tratti dell'Unione Sovietica? l'adattamento italiano non lo conferma – mentre il resto del paese è ancora controllato militarmente dagli americani), due ragazzi – Hiroki e Takuya – progettano di costruire un velivolo per raggiungere l'enorme e affascinante torre eretta dai nemici nel centro del loro territorio. I due promettono alla compagna di classe Sayuri, di cui Hiroki è innamorato, di portarla con loro: ma gli eventi lo impediranno. Tre anni più tardi, mentre si addensano venti di guerra (e dopo che Sayuri è caduta in un misterioso coma), mantenere finalmente quella promessa potrebbe rivelarsi l'unico modo per salvare il mondo dalla distruzione... Il primo lungometraggio cinematografico di Makoto Shinkai, in precedenza autore di alcuni corti e di vari filmati per videogiochi, è anche il primo suo lavoro che vedo: francamente non mi ha fatto una grande impressione. Tanto ambizioso e stratificato (un presente alternativo, giovani scienziati in erba, un amore che supera le dimensioni, un'atmosfera di nostalgica malinconia) quanto distante e noioso, getta nel calderone molti temi e luoghi comuni del cinema d'animazione e del fumetto giapponese (gli amori scolastici, la guerra, la tecnologia), ammantandoli di un vuoto poeticismo e di un astratto romanticismo, e si trascina stancamente senza mai ravvivare l'interesse di uno spettatore lasciato alla deriva in una storia confusa, con protagonisti anonimi e dalla caratterizzazione poco originale (qui la colpa in parte è anche del character design). Sia il world building sia il rapporto fra i sogni e le realtà parallele non sfociano in nulla se non in una serie di banalità sull'amore e il destino, mentre gli elementi fantascientifici si rivelano un'inutile zavorra. Evidente, in ogni caso, una certa influenza da Miyazaki (a partire dal tema del volo). Nulla di eccezionale l'animazione. Pessimo il doppiaggio italiano (per non parlare del titolo, con quel "promessoci", che sia fedele o meno).

26 settembre 2016

Un re allo sbando (Brosens, Woodworth, 2016)

Un re allo sbando (King of the Belgians)
di Peter Brosens, Jessica Woodworth – Belgio 2016
con Peter Van den Begin, Lucie Debay
**1/2

Visto al cinema Apollo, con Sabrina e Marisa, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Mentre si trova a Istanbul in visita ufficiale, il re del Belgio Nicolas III (Van den Begin) viene a sapere che la Vallonia ha dichiarato indipendenza dalle Fiandre, dividendo il paese in due. Un'inopportuna tempesta solare mette fuori uso le comunicazioni e i voli: e al sovrano, accompagnato dal suo entourage (il valletto Carlos, il direttore del protocollo Ludovic e la responsabile delle pr Louise), non resta che tentare un avventuroso ritorno in patria via terra, attraverso i Balcani, per di più sotto falso nome per sfuggire ai servizi segreti turchi che non intendono fargli lasciare il paese e causare così un incidente diplomatico. Il tutto viene ripreso dalla videocamera di un documentarista, che intende mostrare il lato umano del re. Simpatico e stralunato road movie che parte da uno spunto di fantapolitica per riflettere sul futuro dell'Europa, sul ruolo della monarchia, sull'autodeterminazione dei popoli, sul distacco fra la gente e le istituzioni, ma anche sulla scoperta di sé stessi. Ma se le peripezie del sovrano sono divertenti, e lui stesso si ritrova cambiato grazie al contatto con la gente comune mentre attraversa la Bulgaria, la Serbia e l'Albania, alla resa dei conti il film non riesce a graffiare in profondità, con una satira all'acqua di rose che ben si sposa con la comicità "sospesa" tipica del Nord Europa. Al terzo loro film che vedo, non riesco ancora a farmi un'idea chiara del cinema della coppia Brosens-Woodworth: di pellicola in pellicola (e a volte anche all'interno di uno stesso film) i registri cambiano in continuazione, passando dal realismo al surreale, dal comico al drammatico, dal simbolico al documentario. Qui, complice anche un attore che fisicamente gli assomiglia, mi è venuto da pensare a Pif e ai suoi viaggi (nel programma "Il testimone") alla scoperta di mondi e persone lontane.

16 giugno 2014

Thermae Romae II (Hideki Takeuchi, 2014)

Thermae Romae II
di Hideki Takeuchi – Giappone 2014
con Hiroshi Abe, Aya Ueto
**1/2

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

Tornano l'architetto romano Lucius e i suoi bizzarri viaggi nel tempo fino al Giappone moderno, per "carpire" i segreti delle terme nipponiche e riproporli nell'Antica Roma. Se possibile, questo secondo lungometraggio tratto dal manga di Mari Yamazaki (che stavolta si identifica in tutto e per tutto nella coprotagonista femminile, Mami) è ancora più kitsch e divertente del primo capitolo, del quale ripropone temi, soggetto, stile e ambientazione. Dopo aver realizzato terme per i gladiatori del Colosseo (ispirandosi a quelle per i lottatori di sumo) e per i bambini (copiando i moderni "acquapark"), per difendere il sogno di pace dell'imperatore Adriano dagli intrighi del Senato Lucius dovrà creare un'utopica città termale senza precedenti, con tanto di "bagni misti". Gag a profusione, anacronismi (voluti), strizzatine d'occhio, il tutto condito con molta ironia, l'umorismo demenziale tipico dei manga e le arie d'opera di Puccini, Leoncavallo e Verdi (a proposito: l'improbabile cantante pavarottiano è qui protagonista a sua volta di una serie di sketch con tutta la sua famiglia!), più – tanto per far numero – brani di Smetana e di Dvořák. E nel finale si sfiora il metacinema (o il metafumetto?). Ancora ottimi, visto che si tratta di un film giapponese (che si solito non brillano per budget) scenografie, effetti e ricostruzione storica: ma quando i personaggi parlano in latino, è meglio tapparsi le orecchie o, magari, riderci sopra!

9 aprile 2014

A prova di errore (Sidney Lumet, 1964)

A prova di errore (Fail-safe)
di Sidney Lumet – USA 1964
con Henry Fonda, Dan O'Herlihy
***1/2

Visto in divx, con Sabrina.

In piena Guerra Fredda, il sistema automatizzato che gestisce la difesa degli Stati Uniti e le procedure per una rappresaglia in caso di attacco termonucleare da parte dei russi sembra davvero essere "a prova di errore". Eppure, qualcosa va storto: e uno stormo di sei bombardieri americani di stanza in Alaska, dotati ciascuno di due testate atomiche, riceve l'ordine irrevocabile di andare a bombardare Mosca. Dopo frenetiche consultazioni fra politici, scienziati e militari, il presidente degli Stati Uniti (Henry Fonda) telefona al suo omologo sovietico, offrendosi di aiutare i russi ad abbattere gli aerei americani. Ma quando uno dei bombardieri riuscirà ad eludere ogni difesa e raggiungere Mosca, al presidente non resterà che compiere un ultimo e terribile sacrificio pur di dimostrare la propria buona fede ed evitare lo scoppio della guerra. Thriller di fantapolitica tratto da un romanzo di Eugene Burdick ed Harvey Wheeler e uscito nello stesso anno de "Il dottor Stranamore" di Stanley Kubrick, ne propone praticamente la stessa storia (c'è persino un accenno a un ordigno "fine di mondo", in grado di contrattaccare anche dopo un'eventuale sconfitta) e ne affronta gli stessi temi, sia pure trattandoli in chiave drammatica e realistica anziché satirica e grottesca, al punto che ci furono cause incrociate: Peter George, autore del romanzo "Red Alert" da cui era stato tratto "Il dottor Stranamore", accusò Burdick e Wheeler di averlo plagiato, mentre Kubrick riuscì a convincere i produttori a ritardare l'uscita del film di Lumet, inizialmente prevista prima del suo (entrambe le pellicole erano curiosamente state messe in cantiere dalla Columbia Pictures). Eclissato, sia al momento della sua uscita che nel corso degli anni successivi, dalla fama del film di Kubrick, "A prova di errore" merita invece un convinto recupero, tanto come documento della tensione e della paranoia di quegli anni, di poco successivi alla crisi dei missili cubani (la descrizione dell'evolversi di una crisi nucleare lascia con il fiato sospeso), quanto per le sue qualità cinematografiche: merito del taglio teatrale della messinscena, della regia lucida di Lumet, delle scenografie asettiche, della recitazione intensa, e soprattutto della contrastata fotografia in bianco e nero di Gerald Hirschfeld, che si esalta nelle inquadrature claustrofobiche e nei primi piani ravvicinatissimi dei volti dei personaggi. Perdonabili alcune inaccuratezze dal punto di vista tecnico e militare, visto che il film venne girato con un budget assai limitato e senza alcuna assistenza da parte del dipartimento della difesa o dell'aviazione statunitense, che rifiutarono di collaborare per il timore di possibili ricadute negative.

La sceneggiatura di Walter Bernstein (sulla lista nera di McCarthy negli anni cinquanta per le sue simpatie di sinistra), che intende mostrare tutta la follia di una possibile guerra termonucleare, non mette a confronto le differenti ideologie fra russi e americani ma, anzi, le comuni paure, il desiderio di "fidarsi" e di fare di tutto pur di evitare una guerra. Eppure, e questo è il messaggio del film, la fiducia e il buon senso degli uomini potrebbero non bastare quando ci si affida troppo alle macchine e a un'organizzazione dove basta un piccolo errore (voluto o meno) per mettere in moto un meccanismo irrevocabile e fuori controllo. Quasi tutta l'azione si svolge in interni e in soli tre ambienti (il bunker sotterraneo della Casa Bianca, la sala conferenze del Pentagono e il quartier generale del comando strategico dell'aviazione militare), dai quali i personaggi si parlano attraverso telefoni e interfoni, e sui cui grandi schermi osservano (sembra un videogioco!) la posizione dei bombardieri e dei caccia su una mappa. I russi, al contrario, non si vedono mai sullo schermo, anche se si odono al telefono le voci del premier, di un ambasciatore e di alcuni generali. Fonda aveva recitato per Lumet già nel suo film d'esordio, "La parola ai giurati". Walter Matthau è lo scienziato (civile) guerrafondaio, Larry Hagman (il futuro J.R. di "Dallas") è il giovane interprete del presidente, mentre un quasi esordiente Dom DeLuise ha una piccola parte nei panni del sergente che viene costretto a rivelare ai russi le informazioni necessarie ad abbattere gli aerei americani. Completano il cast Dan O'Herlihy (il generale che apre e chiude la pellicola con il suo sogno "metaforico" sul matador), Frank Overton, Ed Binns e un eccellente Fritz Weaver alla sua prima apparizione sullo schermo nei panni di Cascio, il colonnello che a un certo punto rifiuta di obbedire agli ordini. Autoironica, e non certo rassicurante, la dicitura nei titoli di coda, con cui il ministero della difesa e l'aviazione degli Stati Uniti assicurano che un "rigido sistema di sicurezza e di controlli impedirebbe il verificarsi di eventi come quelli descritti nel film". Nella realtà, comunque, un ordine di attacco non sarebbe mai stato eseguito se non confermato a voce. Nel 2000 Stephen Frears ne ha fatto un remake per la televisione, trasmesso in diretta e sempre in bianco e nero, con George Clooney, Richard Dreyfuss e Harvey Keitel.

17 giugno 2012

Thermae Romae (Hideki Takeuchi, 2012)

Thermae Romae (id.)
di Hideki Takeuchi – Giappone 2012
con Hiroshi Abe, Aya Ueto
**1/2

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

Che cosa hanno in comune gli antichi romani e i moderni giapponesi? La cultura delle terme! Il protagonista di questa bizzarra pellicola, tratta da un manga di Mari Yamazaki, è Lucius Modestus, architetto al servizio dell'imperatore Adriano (siamo nel secondo secolo dopo Cristo). Questi, convinto che per il bene dell'impero sia essenziale aiutare i cittadini a ritemprare il corpo e lo spirito, lo incarica di costruire per lui delle terme mai viste prima. Attraverso un misterioso varco che collega le thermae romane con gli onsen giapponesi, Lucius compie incredibili viaggi nel ventunesimo secolo, da cui prende ispirazioni e idee per ricreare a Roma delle terme simili a quelle nipponiche. E conquisterà l'amore della giovane Mami, aspirante disegnatrice di manga che lo eleggerà come "eroe" carismatico, protagonista ideale della sua opera d'esordio. Superato lo shock di vedere un attore con gli occhi a mandorla recitare nella parte di un antico romano che parla in latino e veste la toga, e l'assurdità di una trama incentrata su viaggi nel tempo attraverso vasche da bagno e stazioni termali (uno spunto, fra l'altro, che ricorda un paio di episodi di "Lamù"), rimane un film divertente e autoironico, per quanto sia essenzialmente una stupidaggine. In ogni caso la ricostruzione storica e l'attenzione ai dettagli sono più curate che in blockbuster hollywoodiani come "Il gladiatore". Non mancano curiosi spunti di approfondimento sociale: Lucius che afferma "nessuno ama le terme come noi romani" ma che poi si cruccia per aver copiato, senza alcun slancio creativo, le idee della "tribù dei volti piatti" (il che è ironico, visto che spesso sono i giapponesi a essere stati accusati di copiare le idee altrui); Adriano che intende "dominare gli altri popoli con la cultura, e non con la forza"; i romani che ammirano il "lavoro di squadra" dei giapponesi. La colonna sonora, un po' scontata a dire il vero, è a base di brani d'opera (di Verdi e di Puccini): impagabile il cantante simil-Pavarotti che intona le arie durante i "viaggi" di Lucius.

27 gennaio 2010

I vestiti nuovi dell'imperatore (A. Taylor, 2001)

I vestiti nuovi dell'imperatore (The Emperor's New Clothes)
di Alan Taylor – GB/Italia/Germania 2001
con Ian Holm, Iben Hjejle
**1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Ilaria e Giuseppe.

E se Napoleone Bonaparte non fosse morto in esilio sull'isola di Sant'Elena, il 5 maggio 1821, ma fosse riuscito a tornare a Parigi sotto falso nome? Questa simpatica pellicola prova a giocare con la storia e immagina che l'imperatore si sia fatto sostituire da un sosia, sia sbarcato segretamente in Francia con l'intenzione di sollevare le folle e riprendere il potere, ma alla fine si sia adattato a condurre una vita tranquilla in famiglia, in compagnia di un'umile venditrice di cocomeri. L'implausibilità della vicenda si fa perdonare grazie alla leggerezza, all'ironia della narrazione e alla bravura degli interpreti (con uno strepitoso Ian Holm, che riesce a far ridere di Napoleone senza risultare caricaturale, e che in precedenza aveva già vestito i panni dell'imperatore francese in altre due occasioni, fra cui i "Banditi del tempo" di Terry Gilliam). Fra le scene più carine, quella in cui Napoleone visita il sito turistico sorto a Waterloo (e dorme in un letto su cui campeggia la scritta "L'imperatore ha dormito qui"); la sequenza in cui organizza la vendita dei cocomeri per le strade di Parigi come se si trattasse di una battaglia campale; e soprattutto il momento in cui si ritrova per un attimo in un manicomio, circondato da numerosi matti che si credono proprio... Napoleone, rendendosi finalmente conto che forse è meglio mettere da parte le manie di grandezza e accontentarsi della nuova felicità che è riuscito a costruirsi, per quanto su piccola scala. Il titolo del film è ripreso da una fiaba di Andersen (quella della celebre frase "Il re è nudo!"), con cui però non ha praticamente nulla in comune.

4 ottobre 2009

Bastardi senza gloria (Q. Tarantino, 2009)

Bastardi senza gloria (Inglourious basterds)
di Quentin Tarantino – USA/Germania 2009
con Brad Pitt, Mélanie Laurent
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Marisa.

Nella Francia occupata dai nazisti, durante la seconda guerra mondiale, un manipolo di soldati americani che si fanno chiamare "i bastardi" agisce clandestinamente con azioni di guerriglia, massacrando più soldati tedeschi possibile e spargendo il terrore fra le linee nemiche. Sono guidati dal tenente Aldo Raine (Pitt), detto "l'Apache" per la sua caratteristica di togliere lo scalpo alle sue vittime e l'abitudine di incidere una svastica sulla fronte di coloro che lascia in vita, per non correre il richio che – una volta finita la guerra – possano togliersi l'uniforme e dimenticare di essere stati nazisti. Quando vengono a sapere che l'intero stato maggiore del Reich, compreso Hitler, sarà presente a Parigi alla première di un film di propaganda voluto da Goebbels, i "bastardi" progettano di far saltare in aria il cinema con l'aiuto di un ufficiale inglese e di un'attrice tedesca infiltrata. Ma non sanno che anche la proprietaria del cinema, una ragazza ebrea sfuggita qualche anno prima al massacro della sua famiglia, ha in mente di dar fuoco alla sala...

Dopo il deludente "A prova di morte", Tarantino torna a fare ciò che gli riesce meglio: un pastiche fumettoso, esagerato e sopra le righe, ricolmo di personaggi psicopatici e non certo per tutti i gusti, che alterna momenti e situazioni esaltanti a clamorose cadute di stile, ma purtroppo anche senza i dialoghi brillanti di un tempo e con alcune caratterizzazioni discutibili o semplicemente superficiali (a cominciare dai "bastardi": forse in futuro una versione director's cut dedicherà maggior spazio ai singoli membri del gruppo?). L'intera vicenda è avvolta da un manto di irrealtà, che parte dall'incipit fiabesco ("C'era una volta...", titolo che fa il verso ad alcune delle pellicole più idolatrate dal regista, da Sergio Leone a Tsui Hark) e giunge all'inaspettata conclusione in cui – paradossalmente e catarticamente – l'attentato contro Hitler ha successo e il Führer viene ucciso nel cinema, ponendo fine in anticipo alla guerra. Messa dunque da parte la verosimiglianza storica e ogni parvenza di analisi sociale (i tedeschi, agli occhi dei protagonisti, sono tutti cattivi per definizione, dal primo gerarca all'ultimo soldato semplice), il film si snoda attraverso una serie di vicende – divise in capitoli – che scorrono in parallelo, governate più dal caso che da necessità narrative: fra crudeltà ed efferatezze, tutti uccidono tutti e tutti possono morire, spesso in maniera gratuita e aleatoria (perché viene uccisa l'attrice, per esempio?), sorprendendo lo spettatore in ogni momento con svolte inattese e colpi di scena imprevisti. Non nego di aver provato anche un senso di fastidio per la generalizzata mancanza di umanità, questo insistere sulla vendetta e sulle atrocità, l'impossibilità di stabilire un legame empatico con quelli che dovrebbero essere i "buoni" e che invece sono più crudeli e spietati dei "cattivi" (al punto che, paradossalmente, gli unici a mostrare qualche sentimento positivo e non violento si ritrovano proprio fra i nazisti: dal soldato che vorrebbe riabbracciare la madre a quello che festeggia la nascita del primogenito, oltre ovviamente al giovane attore che si innamora della proprietaria del cinema: desideri che, nel mondo di Tarantino, non hanno la minima speranza di essere ricambiati o esauditi). Fra le scene migliori, sicuramente vanno citate quelle "attorno ai tavoli", costruite per creare tensione: la sequenza iniziale in cui il colonnello Landa irrompe nella casa del contadino francese che nasconde una famiglia di ebrei e quella ambientata nella locanda dove alcuni soldati tedeschi stanno giocando a indovinare i nomi dei personaggi che hanno scritti sulla fronte.

Il titolo originale del film è una versione storpiata di quello americano di "Quel maledetto treno blindato", b-movie bellico di Enzo G. Castellari che ha fornito giusto l'ispirazione e qualche spunto (non siamo certo di fronte a un remake). L'intero lungometraggio, comunque, è un omaggio al cinema di genere italiano degli anni '70, e anche nella colonna sonora non mancano riferimenti a quelle pellicole, con una forte presenza di temi in particolare di Ennio Morricone. La scena d'apertura sembra uscire pari pari da un western (con il capofamiglia che dice alle donne di chiudersi in casa: stanno arrivando gli indiani!). Fra gli interpreti svetta Christoph Waltz (premiato come miglior attore a Cannes) nei panni del colonnello Hans Landa, il personaggio più riuscito del film, ostinato "cacciatore di ebrei" e investigatore abile e poliglotta: il che ci porta al problema del doppiaggio. Nel film si parlano numerose lingue, e la versione italiana ha scelto di doppiare l'inglese (e in parte il francese), lasciando il tedesco (e in parte il francese) in originale con sottotitoli. Ma riesce lo stesso a far danni: innanzitutto per il fastidioso effetto di sentire i personaggi cambiare voce quando passano da un idioma all'altro, e poi rovinando completamente la buffa scena in cui Pitt e compari si fanno passare per siciliani e tentano maldestramente di spiccicare qualche parola in dialetto di fronte al colonnello Landa che, invece, parla benissimo l'italiano...

Notevoli e numerose – come sempre – le citazioni cinematografiche, anche queste spesso gratuite: ma stavolta abbondano anche quelle metacinematografiche. A parte la scelta di ambientare il momento clou in un cinema e di dare ampio spazio all'apparato propagandistico di Goebbels, vengono nominati diffusamente G.W. Pabst e Leni Riefenstahl, si accenna a Henri-Georges Clouzot (il cui "Il corvo" era in programmazione in quegli anni proprio nella Francia occupata) e compare persino Emil Jannings. Senza contare gli innumerevoli riferimenti ad altre pellicole, diretti (da "Il monello" a "King Kong", da "La regina Cristina" al "Sergente York") o indiretti (da "Fight Club", quando Brad Pitt spiega che non ama combattere in uno scantinato, a "Sentieri selvaggi", citato da Tarantino nella scena in cui Shosanna fugge dalla casa dove si nascondeva). Infine, alcune curiosità: Michael Fassbender è il tenente inglese Hicox, appassionato di cinema tedesco. Un ruolo era stato previsto (e le scene già girate) anche per Maggie Cheung, ma nel montaggio finale le sequenze con l'attrice cinese sono state eliminate per motivi di lunghezza: che peccato! Il film si conclude poi con le parole "Credo proprio che questo sarà il mio capolavoro": è il tenente Raine a parlare, o – immodestamente – lo stesso Tarantino? Se fosse così, mi dispiace Quentin, ma hai torto: "Pulp Fiction", "Le iene" e "Kill Bill" restano superiori (e di molto).

30 maggio 2009

Il dottor Stranamore (S. Kubrick, 1964)

Il dottor Stranamore, ovvero come imparai a non preoccuparmi e ad amare la bomba (Dr. Strangelove, or: How I Learned to Stop Worrying and Love the Bomb)
di Stanley Kubrick – GB 1964
con Peter Sellers, George C. Scott
****

Rivisto in DVD, con Marisa.

Il paranoico generale americano Jack D. Ripper (ovvero "Jack lo squartatore"), convinto che i comunisti stiano avvelenando le risorse idriche del mondo e contaminando i "fluidi corporei" degli uomini liberi, ordina alla sua flotta di bombardieri nucleari di scatenare un attacco preventivo contro l'Unione Sovietica. Il Presidente degli Stati Uniti, riunito nella war room con il suo staff, cerca di risolvere la crisi coinvolgendo l'ambasciatore russo e tentando di richiamare indietro gli aerei, anche perché nel frattempo i sovietici hanno messo segretamente in funzione l'ordigno-fine-di-mondo, un deterrente che in caso di esplosione nucleare porrà fine alla vita sulla Terra. Ma uno dei bombardieri non torna alla base e riesce a sganciare il missile atomico, che il pilota cavalca come un mandriano texano (in una delle scene più famose della storia del cinema). L'ex scienziato nazista Stranamore, consigliere del presidente, ha comunque i suoi folli piani per gestire le conseguenze del disastro... Uno dei grandi capolavori di Kubrick è anche uno dei più celebri film sulla guerra fredda e sull'incubo del conflitto nucleare (la crisi dei missili di Cuba risaliva a pochi mesi prima), caratterizzato da una vena satirica che non fa sconti a nessuno, dalle performance del grande Peter Sellers che interpreta tre personaggi (il comandante Lionel Mandrake della RAF, il presidente degli Stati Uniti e naturalmente il dottor Stranamore; avrebbero dovuto essere quattro, ma all'ultimo momento il ruolo del pilota texano T.J. "King" Kong venne affidato al caratterista western Slim Pickens) e dalle inquietanti sequenze ambientate nella stanza della guerra (che in realtà non esiste: si dice che Ronald Reagan, non appena eletto presidente degli Stati Uniti e stabilitosi a Washington, abbia chiesto di visitarla: allo staff che gli spiegava che non c'era nessuna war room, avrebbe risposto: "Ma io l'ho vista in un film!", riferendosi appunto a "Stranamore").

Kubrick ebbe la grande idea di impostare la pellicola su toni umoristici e satirici che, a quanto pare, erano invece assenti nel libro su cui si basa la sceneggiatura, "Red alert" di Peter George, senza risparmiarsi simboli fallici, astruse paranoie, doppi sensi visionari, momenti surreali e pungenti frecciate contro l'ottusità di politici, militari e scienziati. Il risultato non è solo un atto d'accusa contro la corsa agli armamenti e le logiche distruttive dei militari, ma anche un efficace pamphlet contro il complottismo (ante litteram!), la stupidità umana e i rischi dell'efficientismo tecnologico (tanto l'ordigno-fine-di-mondo quanto il piano di rappresaglia aerea degli americani sono sistemi che una volta messi in moto non possono più essere fermati). Sellers aveva fatto le prove generali per il personaggio del dottor Stranamore nel precedente film girato con Kubrick, "Lolita", dove in una sequenza si era finto uno psicologo tedesco: ma le scene con il braccio meccanico che impazzisce, fa il saluto nazista e cerca di strangolare lo stesso Stranamore sono state improvvisate dall'attore durante le riprese e davanti al resto del cast che a fatica tratteneva le risate. Ottime e memorabili anche le prove di Sterling Hayden (il folle generale Ripper) e soprattutto di George C. Scott (l'infantile e guerrafondaio generale Turgidson), e ricche di fascino le sequenze che vedono i bombardieri (in realtà dei semplici modellini) sorvolare l'Unione Sovietica (in realtà la Scandinavia e il Circolo Polare Artico), per non parlare dei titoli di testa che mostrano il rifornimento in volo di un B52 come se si trattasse di un rapporto sessuale e l'abbinamento fra le immagini delle esplosioni atomiche e la canzone "We'll meet again".

17 marzo 2009

Watchmen (Zack Snyder, 2009)

Watchmen (id.)
di Zack Snyder – USA 2009
con Patrick Wilson, Malin Akerman
**

Visto al cinema Orfeo.

In un 1985 parallelo e cupissimo, dove l'America è ancora guidata da Nixon e ha vinto la guerra del Vietnam grazie agli straordinari poteri del Dottor Manhattan (un superuomo la cui esistenza ha però condotto il pianeta sull'orlo di un conflitto nucleare con l'Unione Sovietica), gli altri supereroi – in realtà semplici vigilantes mascherati, privi di superpoteri – sono ormai fuorilegge e invisi al pubblico. L'unico che non si è ritirato a vita privata è il manicheo Rorschach, che indagando sulla misteriosa morte di un collega, apparentemente ucciso da un "killer di maschere", riunirà i suoi vecchi compagni e scoprirà un terribile piano per distruggere il mondo... o forse per salvarlo.

Faccio parte di coloro che ritengono "Watchmen" (scritto magistralmente da Alan Moore e illustrato con precisione da Dave Gibbons) il più bel fumetto di tutti i tempi, per talmente tanti motivi – storici, culturali, formali e contenutistici – che sarebbe troppo lungo elencarli qui. Basti dire che racconta una storia di supereroi, in chiave metaforica, calandola in un contesto realistico mai visto prima nell'ambito del genere mainstream per eccellenza del fumetto nordamericano. Assieme ad altre opere cardine degli anni ottanta (come quelle di Frank Miller o dei fratelli Hernandez) ha avuto il merito di dimostrare come setting e personaggi superomistici potessero essere usati anche al di fuori del mondo puerile, colorato e fantascientifico che li aveva ospitati fino ad allora (e smascherandone in questo modo la natura folle e assolutistica), qualcosa di cui il cinema si è accorto con almeno vent'anni di ritardo (se mai se ne è accorto: un Nolan non fa primavera...). Alla notizia che il film tratto da questo caposaldo dell'arte sequenziale sarebbe stato diretto da Zack Snyder, ho subito temuto il peggio. Nulla in "300", il suo lavoro precedente, faceva infatti pensare che sarebbe stato capace di affrontare le finezze di un testo come quello di Alan Moore (che dopo le delusioni precedenti ha rifiutato polemicamente di essere accreditato nei titoli della pellicola, come d'altronde aveva fatto con "V per Vendetta" e farà in occasione di altri futuri adattamenti cinematografici delle sue opere). Quella di Snyder mi sembrava una scelta dovuta solo a motivi di marketing ("Se ha ottenuto successo facendo un film tratto da un fumetto, facciamogliene fare un altro, anche se non c'entra nulla con il precedente"). E purtroppo i timori si sono rivelati fondati: la pellicola non "respira" e brilla di luce riflessa, un nano che si appoggia sulla spalla del gigante Moore. Per questo motivo, nella recensione che segue ne sottolineerò soprattutto i difetti, dando i pregi (che pure ci sono, ma derivano tutti dal materiale originale) per scontati.

Si ha un bel dire che un film deve essere giudicato a sé stante, senza fare troppi paragoni con l'opera di partenza: quando questa è un capolavoro assolutamente perfetto, è difficile dimenticarsene. In realtà, ciò che si richiede è che l'opera cinematografica abbia una propria identità e sia valida in quanto tale, anche perché spesso l'eccessiva fedeltà al materiale originale può appiattire il risultato, rovinarne il ritmo o – nel caso più estremo – rendere il film superfluo. Snyder ha scelto di restare assai fedele alla trama del fumetto (a dire il vero il finale è cambiato in peggio, diventando più "realistico" ma anche più contraddittorio e illogico), riproponendone pari pari molte scene, sequenze, dialoghi e inquadrature, ma si conferma un cineasta grossolano, attento solo alla struttura esteriore della vicenda e interessato più a elaborare lo storyboard delle scene d'azione che a interrogarsi sui significati del testo originale, sull'opportunità di includere o meno un particolare dettaglio, una chiave di lettura, una metafora. I pregi della pellicola stanno quasi esclusivamente nella capacità di far "risuonare" qualcosa nella mente dello spettatore che ha letto il fumetto (come nel caso degli splendidi titoli di testa, la cosa migliore del film e forse l'unico momento in cui riesce a sintetizzare i contenuti originari, generando da essi qualcosa di nuovo e di emozionante). Tutte le modifiche (che si tratti di singole frasi aggiunte, di piccoli cambiamenti alla trama, di differenti scelte di regia, di decisioni su cosa sacrificare e cosa mantenere) sembrano invece infelici, arbitrarie o anche sciatte, a partire dal combattimento iniziale fra il Comico e il suo assassino (dove non si capisce perché Blake faccia resistenza e lotti anziché consegnarsi volontariamente alla morte). E persino l'ambientazione temporale, che comunque ha un suo fascino, in un certo senso sembra "sbagliata": per il lettore del fumetto, gli anni '80 erano l'attualità e avevano una valenza storica e simbolica ben precisa; nel film, invece, quel periodo è vissuto come distante e in chiave "vintage", e per lo spettatore non si differenzia dai decenni immediatamente precedenti: tanto che, per dargli più caratterizzazione, è necessario l'inserimento di personaggi come Andy Warhol e Lee Iacocca e l'utilizzo di un'invadente colonna sonora a base di Bob Dylan e Leonard Cohen (c'è persino "99 Luftballoons" di Nena!). La sceneggiatura, dopo un buon inizio, procede con l'unico scopo di stimolare il desiderio dello spettatore di rivedere questa o quella scena del fumetto prendere vita sullo schermo.

Il difetto principale, comunque, rimane il regista, che esagera con i ralenti, mirati a "congelare" la sequenza filmica per riprodurre in maniera esatta le vignette del fumetto (cosa che poteva avere un senso con i disegni di Miller, che si basano soprattutto sull'espressività, sulle pose precise dei personaggi e sul dinamismo, non certo con quelli di Gibbons, dove è l'insieme dei piccoli dettagli ad avere importanza); che è incapace di cogliere le simmetrie, i rimandi interni e i giochi di specchi (se apre il film con lo smile insanguinato, perché non lo chiude con lo stesso simbolo anziché con l'inquadratura del diario di Rorschach?); che avrebbe fatto meglio a tagliar via del tutto alcuni personaggi fondamentali, anziché introdurli senza poi sfruttarli pienamente (come il primo Gufo Notturno o lo psicanalista di Rorschach) o addirittura presentarli solo alla fine senza un adeguato aggancio emotivo (il giornalista di destra e il suo assistente scemo; l'edicolante e il bambino). Forse nel DVD verranno inserite le immancabili scene aggiuntive che li riguardano, è vero, ma il fatto che siano state tagliate tutte le parti con i personaggi "normali" (sullo schermo ci sono sempre e solo i sei supereroi protagonisti) dimostra come in fondo regista e produttori le ritenessero – assolutamente a torto – meno importanti, per esempio, di scene d'azione come quelle con Rorschach in prigione. Sul mancato inserimento del fumetto di pirati, vera e propria chiave di lettura metafumettistica del "Watchmen" originale, non me la sento invece di infierire. Mantenerlo tale e quale, in fondo, non avrebbe significato granché: semmai si poteva trasformarlo in un telefilm.

Le speranze che il film si rivelasse per il cinema di supereroi l'equivalente di quello che l'opera di Moore ha rappresentato per il fumetto svaniscono presto: si tratta di un lungometraggio che non farà storia e che probabilmente verrà dimenticato dal grande pubblico nel giro di qualche mese, fagocitato da nuove uscite più popolari: un deciso spreco di potenzialità. Certo, alcune cose buone ci sono comunque, come la resa di personaggi in bilico fra il bene e il male, l'atmosfera opprimente, la cura nelle scenografie e – tutto sommato – l'intero apparato tecnico (la fotografia, i costumi e gli effetti speciali). Mancano invece le emozioni che comunicavano certi passaggi della pagina scritta e disegnata (il racconto di Rorschach sulle sue origini, il dialogo fra Laurie e il Dottor Manhattan su Marte, il Comico sfregiato in Vietnam...: momenti indimenticabili nella versione fumettistica, quando non veri e propri pugni nello stomaco, che qui invece risultano anestetizzati e non si stagliano rispetto a ciò che li circonda). Snyder dà spesso la sensazione di non aver affatto colto lo spirito del testo di Moore, ma in un paio di punti c'è anche il sospetto che il travisamento sia anche colpa dell'edizione italiana (a proposito, davvero pessimo il doppiaggio): i supereroi chiamati "Watchmen" come se fosse questo il nome del loro gruppo (e senza alcun accenno, in tutto il film, alla frase di Giovenale "Quis custodiet ipsos custodes?" da cui proviene il titolo originale dell'opera), l'annuncio della candidatura di Ronald Reagan (anziché Robert Redford: altrimenti dove sarebbe la satira?) a presidente degli Stati Uniti, e così via. Il cast mi è parso adeguato, con nota di merito per Malin Akerman nei panni di Silk Spectre, e il volto di Jackie Earle Haley (Rorschach) mi ha fatto pensare più di una volta a Clint Eastwood. Non mi è piaciuto invece Ozymandias, né come attore né come personaggio, ritratto in maniera esageratamente solenne.

7 gennaio 2007

Vita futura (W.C. Menzies, 1936)

Vita futura (Things to come)
di William Cameron Menzies – GB 1936
con Raymond Massey, Cedric Hardwicke
*1/2

Visto in DVD, con Martin e Albertino.

Un visionario spaccato della storia futura, caratterizzato dalla contrapposizione fra barbarie e progresso e ispirato a un romanzo di H.G. Wells. Interessante in alcune parti, noioso in molte altre, non è male visivamente ma pecca dal punto di vista della sceneggiatura, confusa e poco appassionante. La pellicola inizia nel 1940, quando scoppia la guerra mondiale (il film è del 1936, ma probabilmente era fin troppo facile prevedere cosa sarebbe accaduto di lì a pochi anni). Contro ogni previsione, però, il conflitto dura per molti decenni fino al 1966, lasciando il paese nel caos e praticamente cancellando la civiltà. Segue un periodo di barbarie, che ricorda scenari post-catastrofici come quelli di "Mad Max": carenza di materie prime e città-stato governate da dittatori in guerra fra loro. Un'elite di scienziati riuscirà però a riunificare il pianeta, non più nel nome della politica e dell'economia, ma in quello del progresso e dell'utopia scientifica. Nel 2036, l'umanità vivrà in moderne megalopoli in stile "Metropolis" e si appresterà a conquistare le stelle (progettando di raggiungere la Luna per mezzo di un "cannone spaziale" che ricorda quello descritto da Giulio Verne in "Dalla Terra alla Luna"). Ma ci sarà sempre chi vorrà porre fine al progresso. La pellicola è corale, e più che sui singoli personaggi si concentra su temi e ambientazioni. Non male, per l'epoca, le scenografie e gli effetti speciali (d'altronde Menzies era uno scenografo, e questo fu il suo primo film). Ma ci sarebbe voluta una trama più interessante per legare insieme tutto il materiale.

10 novembre 2006

Fascisti su Marte (C. Guzzanti, 2006)

Fascisti su Marte
di Corrado Guzzanti, Igor Skofic – Italia 2006
con Corrado Guzzanti, Marco Marzocca
**1/2

Visto ieri al cinema Apollo, con Albertino.

Di solito non guardo molta TV, ma qualche sketch dei "Fascisti su Marte" di Guzzanti lo avevo visto e lo avevo trovato simpatico. Le avventure fantascientifiche di un gruppo di Arditi, guidati dal gerarca Barbagli, che nel 1939 avevano raggiunto il "rosso pianeta, bolscevico e traditor" perché convinti che "l'Italia ha diritto alla sua espansione... anche in verticale", narrate con lo stile del cinegiornali d'epoca dell'Istituto Luce, sono surreali e a tratti spassose. In questo film il comico ricicla il materiale già trasmesso (quasi tutta la prima parte del film ne è un montaggio), vi aggiunge nuove scene e soprattutto un finale. Il risultato è gradevole, ma dopo una mezz'oretta di visione comincia già ad annoiare: forse si tratta di un tipo di umorismo più adatto a pillole quotidiane che a un lungometraggio. Inoltre la vena parodistica della prima parte tende pian piano ad assumere le sfumature della farsa, per non parlare delle allusioni alla politica moderna che ne annacquano la natura di (falso) documentario. Da salvare comunque la satira del linguaggio del ventennio e dei temi cari all'immaginario fascista, ma anche alcune trovate come la scomparsa di Majorana narrata nel retrolampo (italica versione di "flashback") o i nomi geografici dati alle località marziane ("Crepaccio ma non mollo", "Valli Alida"). E naturalmente il conto alla rovescia con i numeri romani.