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26 gennaio 2023

Visages, villages (Agnès Varda, 2017)

Visages, villages
di Agnès Varda, JR – Francia 2017
con Agnès Varda, JR
***

Visto in TV (RaiPlay), in originale con sottotitoli.

Stringendo un'insolita collaborazione, la cineasta Agnès Varda (88 anni) e l'artista-fotografo JR (33 anni) girano per le campagne francesi, a bordo di un furgone adibito a laboratorio fotografico, per scattare immagini degli abitanti dei piccoli villaggi di provincia e farne giganteschi poster da incollare alle pareti esterne delle case e sui muri di mattoni degli edifici abbandonati. Lo scopo è quello di collegare, attraverso il ritratto, i volti delle persone (ma anche dettagli ingranditi dei loro corpi o antiche foto di famiglia) e i luoghi più isolati e dimenticati del paese, riportando al centro dell'attenzione la vita di un tempo e quella attuale, antichi e nuovi lavori, storie del passato e del presente, e ritraendo dunque il cambiamento cui persone e luoghi sono continuamente soggetti. Viaggiando insieme e discutendo delle rispettive forme d'arte, AV e JR attraversano così paesi dove un tempo fiorivano attività ormai abbandonate (una miniera), villaggi fantasma composti da edifici in rovina, cittadine turistiche sulla costa, regioni agricole dove le innovazioni tecnologiche permettono a un singolo contadino di occuparsi di centinaia di ettari di terreno, allevamenti di capre e altri animali (cui vengono tolte le corna per impedire che lottino fra loro e aumentare così la produttività), fabbriche di prodotti chimici, porti commerciali (come quello di Le Havre) i cui lavoratori sono in sciopero... e infine si dedicano anche a sé stessi. Man mano che si viaggia, infatti, anche l'amicizia fra i due artisti si fa più stretta (nonostante la differenza di età, che non impedisce loro di punzecchiarsi a vicenda), mentre il desiderio di conoscere di più l'uno dell'altra cresce a dismisura: entrambi lavorano con le immagini, e non a caso i rispettivi sguardi costituiscono lo strumento per conoscere il mondo circostante, uno strumento paradossalmente non privo di difetti (la vista di Agnès è in costante declino, e la regista vede ormai il mondo sfocato; JR, dal canto suo, non si separa mai dai suoi occhiali da sole, che frappone un filtro scuro fra i suoi occhi e la realtà). Ne risulta un originale e avvincente documentario on the road che fa riflettere sulla potenza delle immagini (anche quando effimere: molte delle affissioni di JR sono destinate a essere spazzate via dall'acqua o dagli elementi) e sul loro legame con la memoria (da conservare per le generazioni future) e i ricordi, che siano quelli di antichi lavori, di antenati lontani, di amicizie dimenticate (la Varda cerca di andare a visitare Jean-Luc Godard, ma questi non si fa trovare in casa). Il tutto intrecciato con il tema del viaggio, che sia reale o virtuale (le foto degli occhi e dei piedi di AV vengono affisse sui vagoni cisterna di un treno merci "che andrà in posti dove tu non andrai mai").

2 gennaio 2023

Daguerréotypes (Agnès Varda, 1976)

Daguerréotypes
di Agnès Varda – Francia 1976
con attori non professionisti
**

Visto in TV (RaiPlay), in originale con sottotitoli.

In questo documentario, Agnès Varda (che lo narra in prima persona) passa in rassegna i piccoli negozi di quartiere che popolano la rue Daguerre, vicino a Montparnasse, nella cui zona la regista abitava. I commercianti, i commessi, gli artigiani vengono mostrati nella loro quotidianità, nel lavoro di tutti i giorni, nei rapporti con i clienti: che si tratti di drogherie, panifici, botteghe di oggetti vari o di riparazioni, parrucchieri, macellai, autoscuole, i loro proprietari sono intervistati e raccontano dei loro trascorsi, della loro vita privata, dei loro sogni. C'è persino spazio per l'esibizione di un illusionista. Ne risulta il ritratto di un quartiere, anzi una serie di ritratti o appunto di "dagherrotipi", le fotografie dei primordi, inventate proprio da colui da cui la strada prende il nome. Un documentario "umano", sincero, silenzioso, che come un diario non esita a trasfigurare la realtà (una realtà che oggi non esiste più, visto che tutti quei negozi e quelle botteghe antiche, a conduzione famigliare, probabilmente sono scomparsi) con i colori dell'immaginazione e della psicoanalisi. E che la stessa Varda, che si firma "Agnès, la daguerréotypesse", definisce "un ritratto collettivo e quasi stereotipato" di uomini e donne della via Daguerre che, tutti insieme, "formano... un reportage? un omaggio? un saggio? un rimpianto? un rimprovero? un approccio?..."

12 aprile 2021

Il verde prato dell'amore (Agnès Varda, 1965)

Il verde prato dell'amore (Le bonheur)
di Agnès Varda – Francia 1965
con Jean-Claude Drouot, Marie-France Boyer
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

François (Drouot) lavora come falegname a Fontenay-sous-Bois, appena fuori Parigi, ed è felicemente sposato con Thérèse, che gli ha dato due figli piccoli. Quando conosce la graziosa commessa delle poste Émilie (Boyer), si innamora anche di lei. Convinto che "la felicità si somma", e che dunque gli è permesso amare le due donne contemporaneamente, confida con totale sincerità i suoi nuovi sentimenti alla moglie durante un picnic sull'erba... Il terzo film di Agnès Varda (e il primo a colori) racconta con leggerezza l'illusione (maschile) della libertà amorosa e della condivisione aperta della propria felicità, in un contesto quasi idilliaco e bucolico, sottolineato dalla colonna sonora con musiche di Mozart e dal montaggio sbarazzino, che si fa spezzettato a seconda dello stato d'animo dei personaggi (vedi per esempio il momento dell'incontro di François ed Émilie sulla soglia dell'appartamento di lei). Molto interessante anche la fotografia, che punta sui colori primari (verde, giallo, rosso) come per rispecchiare le varie stagioni (la storia si svolge dalla primavera all'autunno) e che rende le scene in campagna quasi dei dipinti di Renoir. Naturalmente la tragedia farà capolino all'improvviso, a indicare che si trattava solo di un'illusione. Da notare che i membri della famiglia Chevalier (François, la moglie e i due bambini) sono interpretati da una vera famiglia (Jean-Claude, Claire, Olivier e Sandrine Drouot). Orso d'argento al festival di Berlino.

18 luglio 2018

Cleo dalle 5 alle 7 (Agnès Varda, 1962)

Cleo dalle 5 alle 7 (Cléo de 5 à 7)
di Agnès Varda – Francia 1962
con Corinne Marchand, Antoine Bourseiller
***1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Due ore (in realtà un'ora e mezzo: si comincia alle 17.00 e si termina, a dispetto del titolo, alle 18.30) della vita di Cléo (Corinne Marchand), giovane cantante parigina, seguita in tempo reale – compresi tempi morti, spostamenti, momenti di riflessione, sguardi e conversazioni apparentemente banali – con tanto di didascalie in sovrimpressione che dividono la vicenda in 13 capitoletti e indicano il minutaggio e il personaggio chiave di ogni sequenza (ma senza mai stacchi netti: tutto fluisce senza soluzione di continuità, come la vita vera). La storia si svolge nel tardo pomeriggio del 21 giugno 1961, giorno del solstizio d'estate. La ragazza, preoccupata perché in attesa di conoscere l'esito di un esame medico (e sospetta che si tratti di un tumore maligno), visita una cartomante che conferma i suoi timori (nella sequenza di apertura, l'unica a colori di un film per il resto tutto in bianco e nero), fa shopping insiema alla sua domestica Angèle (Dominique Davray), torna a casa in taxi, riceve la visita del suo sfuggente amante e poi quella di due musicisti (compositore e paroliere) che gli propongono nuove canzoni, esce a fare due passi, osserva la gente in un caffé (ed è osservata a sua volta dai passanti per la strada), va a trovare un'amica modella (Dorothée Blanck), si addentra nel parco Mountsouris dove conosce un militare in procinto di partire per la guerra in Algeria (Antoine Bourseiller), e infine si fa accompagnare da questi in ospedale per incontrare il medico... Il secondo film di Agnès Varda è uno dei piú significativi della cosiddetta "rive gauche" della Nouvelle Vague, della quale mette in pratica quasi alla lettera gli intenti di descrivere la vita quotidiana e di girare nelle strade, in mezzo alla gente. Ma soprattutto offre uno sguardo e un'attenzione al mondo tutta femminile (riflettendo per esempio sul modo in cui le donne, soprattutto se giovani e belle come Cléo, sono perepite dalla società). Dietro il minimalismo e l'apparente leggerezza della vita della protagonista, interprete di canzonette e ossessionata dalle apparenze, si sfiorano temi esistenziali come la morte e la malattia, la vita e l'amore, la bellezza e la pudicizia, l'arte e la società, l'immagine di sé e l'opinione degli altri.

Una sensazione di malinconia e di paura (dovuta al timore della malattia, certo) accompagna tutta la sua giornata, condizionando il suo rapporto con sé stessa (il senso di inadeguatezza), quello con gli altri (amici o sconosciuti, collaboratori di lavoro o semplici passanti), quello con il suo lavoro (chiede alla tassista di spegnere la radio quando è in onda una sua canzone, ma ne fa partire una lei stessa nel jukebox del caffè), e in generale con il mondo (spicca la sua forte superstizione, che carica di significati ogni evento e ogni oggetto). La sua immagine di bambola (bionda e angelica nella prima parte del film, quando veste di bianco; triste e malinconica nella seconda parte, quando veste di nero) nasconde un'anima tormentata, insicura e infelice, che cerca continuamente conforto o approvazione negli altri: e infatti basterà l'incontro con uno sconosciuto sensibile e sincero a sollevarla dalle preoccupazioni. La sceneggiatura, che pare quasi improvvisata, è in realtà densa di rimandi, dettagli e particolari interessanti: per esempio, il fatto che la storia si svolga il primo giorno d'estate può indicare il passaggio della protagonista (il cui vero nome, scopriremo, è Florence: la flora è il simbolo della primavera) verso la maturità, ma allude anche alla sua malattia (il sole passa nel segno del cancro). A dire il vero, l'intenzione originale di Agnès Varda era quella di filmare il 21 marzo ("per catturare il passaggio meraviglioso di Parigi dall'inverno alla primavera"), ma per motivi di budget non poté cominciare che tre mesi più tardi. Nel dialoghi è però rimasto il riferimento al fatto che siamo di martedì (il 21 marzo 1961 era effettivamente martedì, ma il 21 giugno era mercoledì: consideriamola una licenza poetica). Jean-Luc Godard, Anna Karina, Eddie Constantine e Jean-Claude Brialy sono gli interpreti dei "Les fiancés du Pont MacDonald", il cortometraggio muto, poetico e burlesque che Cléo e la sua amica Dorothée guardano dalla cabina del proiezionista. Il compositore Michel Legrand, autore della colonna sonora, interpreta il pianista Bob: fra le sue canzoni spicca la triste "Sans toi", su testi della stessa Varda, che Corinne Marchand canta guardando in macchina.