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5 gennaio 2024

Il ragazzo e l'airone (Hayao Miyazaki, 2023)

Il ragazzo e l'airone (Kimitachi wa do ikiru ka)
di Hayao Miyazaki – Giappone 2023
animazione tradizionale
***

Visto al cinema Impero, con Sabrina.

Dopo la morte della madre Himiko in un incendio, all'inizio della seconda guerra mondiale, il dodicenne Mahito si trasferisce in campagna con il padre, ingegnere militare, e la nuova compagna di questi, Natsuko, sorella minore della stessa Himiko. Il ragazzo fatica ad adattarsi al nuovo ambiente e soprattutto ad accettare la matrigna e la nuova situazione famigliare. Attirato in una torre diroccata da un misterioso airone cenerino parlante, si ritrova trasportato in un’altra dimensione, un mondo fantastico popolato da uccelli antropomorfi e governato dalla magia, dal soprannaturale e da differenti leggi temporali. Qui, fra le altre cose, ritroverà sua madre da giovane e imparerà ad accettare il proprio destino. Dieci anni dopo "Si alza il vento" (che avrebbe dovuto essere il suo ultimo film, prima di ripensarci), Miyazaki realizza una delle sue pellicole più complesse, allegoriche e filosofiche, su un soggetto originale (e in parte autobiografico) ispirato al romanzo "E voi come vivrete?" di Genzaburo Yoshino (da cui proviene il titolo giapponese). All'apparenza è una rilettura/variazione de "La città incantata", con un protagonista (stavolta maschile) che, come in "Alice nel paese delle meraviglie", si ritrova in un mondo onirico, fantastico e surreale, dominato da regole strane e paradossali e popolato da creature bizzarre. La fantasia e la visionarietà sono però al servizio di temi particolarmente profondi – la morte, la nascita, la guerra, la famiglia – affrontati attraverso simboli e allegorie: l'intero percorso di Mahito è un viaggio dantesco (sulla porta della torre è letteralmente inscritta una citazione di Dante, in italiano: "Fecemi la divina potestate"), dagli inferi al paradiso, fino all'incontro con il creatore. Anche se a tratti si ha l'impressione che la fantasia di Miyazaki scorra un po' troppo a ruota libera, saltando di palo in frasca (e introducendo personaggi, creature o ambienti senza pausa), le suggestioni sanno come colpire nel segno e rimangono impresse nello spettatore perché risuonano di concetti e temi propri dell'essere umano. Certo, un film simile è evidentemente frutto della maturazione e della tarda età del suo autore, che riflette all'indietro sulla propria infanzia, e per questo motivo la pellicola potrebbe risultare meno gradita al pubblico più giovane, che al limite ne apprezzerà soltanto gli aspetti più fantasy, buffi e visionari (gli uccelli parlanti, i "wara-wara", gli echi avventurosi). La bella colonna sonora di Joe Hisaishi è meno sinfonica del solito, e per lo più composta al pianoforte. L'edizione italiana è fortunatamente Cannarsi-free (anche se alcune frasi qua e là tendono a ricordare il suo stile). Disegni, sfondi e animazioni eccellenti, come al solito.

12 giugno 2023

The Fabelmans (Steven Spielberg, 2022)

The Fabelmans (id.)
di Steven Spielberg – USA 2022
con Gabriel LaBelle, Michelle Williams
*1/2

Visto in TV (Prime Video).

Dalla prima volta che va al cinema (nel 1952, a vedere "Il più grande spettacolo del mondo" di Cecil B. DeMille), Sammy Fabelman (Gabriel LaBelle) si innamora della settima arte e decide di voler diventare un regista. Trascorrerà l'infanzia e poi l'adolescenza a girare film amatoriali, mentre cresce dapprima nel New Jersey, poi in Arizona e infine in California, dove il padre (Paul Dano), ingegnere informatico, si è trasferito per lavoro. Ma sarà soprattutto il rapporto con la madre (Michelle Williams), pianista problematica, a segnare i suoi primi anni di vita. Pellicola semi-autobiografica con cui Spielberg ha inteso omaggiare soprattutto i suoi genitori. È l'ennesimo film nostalgico e autobiografico che si vede negli ultimi anni, sintomo di un cinema che ormai è sempre più ripiegato su sé stesso e guarda con preoccupante frequenza al passato. Colmo di retorica famigliare (ma da Spielberg c'era da aspettarselo), cinematograficamente didascalico, lungo, autoindulgente, e pieno di cliché (i bulli a scuola!) e scene madri, è noioso, mal scritto e mal recitato, nonostante una certa critica remissiva (ben sette candidature agli Oscar, fra cui miglior film e regia) l'abbia pensata diversamente. La cosa peggiore, ovviamente, è che "normalizza" e banalizza la stessa magia che vorrebbe raccontare, quella del cinema, che spesso passa in secondo piano rispetto ai melodrammi famigliari, salvo far capolino qua e là (come nel finale, quando Sammy arriva finalmente a Hollywood e incontra un John Ford – interpretato da David Lynch – che gli elargisce un consiglio). Seth Rogen è lo "zio" Bennie, Judd Hirsch il bizzarro prozio Boris.

6 febbraio 2023

Everything everywhere all at once (Daniels, 2022)

Everything everywhere all at once (id.)
di Daniel Kwan, Daniel Scheinert – USA 2022
con Michelle Yeoh, Ke Huy Quan
***

Visto al cinema Colosseo.

Evelyn Wang (Michelle Yeoh), cinese di mezza età e proprietaria di una lavanderia a gettoni negli Stati Uniti, ha parecchie cose per la testa, e tutte insieme: una relazione in crisi con il marito Waymond (Ke Huy Quan), un rapporto difficile con la figlia gay e ribelle Joy (Stephanie Hsu), l'arrivo dalla Cina del padre vecchio e malato (James Hong), una visita fiscale in corso da parte dell'ispettrice Deirdre Beaubeirdre (Jaime Lee Curtis), i preparativi per la festa del capodanno cinese che si terrà proprio nel suo negozio. E come se non bastasse, è sopraffatta dai rimpianti per le vite che non ha vissuto, lei che in gioventù sognava di volta in volta di diventare una cantante, un'attrice, una cuoca, un'esperta di arti marziali... Ma tutte queste potenzialità si sono avverate in vari universi paralleli, fra i quali acquisterà la capacità di spostarsi, muovendosi da una realtà all'altra – e acquisendo le capacità dei suoi alter ego – per salvare l'insieme di tutti i mondi ("una sovrapposizione quantistica di stati vibrazionali") dalla distruzione minacciata da un agente del caos, Jobu Tupaki (una variante "nichilista" di Joy). Il concetto di "multiverso" è diventato particolarmente popolare negli ultimi anni, grazie a film (e serie tv) come quelli della Marvel: ma questo lungometraggio – opera seconda del duo di registi e sceneggiatori Kwan e Scheinert, noti collettivamente come "i Daniels" – lo rappresenta e lo sviluppa in maniera molto più accattivante ed estesa rispetto alle pellicole di supereroi, legandolo al vissuto interiore di un personaggio, alle sue aspirazioni e ai suoi rimpianti. Visionario, surreale e onirico (e debitore a certe cose di Charlie Kaufman e Terry Gilliam), il film fonde introspezione, azione e comicità assurdista senza fermarsi davanti a nulla, che si tratti di mostrare universi sempre più improbabili (come quello in cui le persone hanno wurstel al posto delle dita, quello in cui un procione manovra uno chef come il topo di "Ratatouille", o quelli in cui gli esseri umani sono cartoni animati, pupazzi o addirittura... sassi!), o di sfruttare elementi dalla comicità demenziale intrinseca (per "saltare" da un universo all'altro occorre compiere un'azione altamente improbabile, con esiti surreali; e la distruzione di tutto il multiverso è minacciata da un... bagel, ossia una ciambella dolce). Film del genere – che procedono per accumulo di elementi random, hanno un approccio relativista e non sembrano prendere nulla sul serio: si pensi per esempio a "Mr. Nobody" di Jaco Van Dormael – di solito mi infastidiscono ("Quando ci metti di tutto, nulla ha più importanza", viene detto nella pellicola stessa): ma in questo caso la problematica è affrontata direttamente (a Evelyn, che afferma di non essere "brava a fare niente", viene spiegato che proprio per questo motivo ha a disposizione un enorme numero di potenzialità). Inoltre, nonostante il messaggio finale non sia poi così profondo (come sempre la chiave di tutto è l'amore, insieme all'accettazione e alla reciproca comprensione), il divertimento è sorretto da un'inventiva senza limiti (fra le mille trovate, anche quelle metacinematografiche, come i finti titoli di coda a metà pellicola o citazioni alterate quali "Io sono tua madre!") e, soprattutto, da un cast eccellente che comprende molti interpreti legati agli anni ottanta e novanta (la Yeoh, forse alla prova migliore della sua carriera, e la Curtis, ma anche James Hong, ossia il Lo Pan di "Grosso guaio a Chinatown"), alcuni dei quali letteralmente recuperati dall'oblio (Ke Huy Quan, celebre come attore bambino in "Indiana Jones e il tempio maledetto" e "I Goonies", non recitava più da vent'anni!). I Daniels avevano iniziato a pensare il film per Jackie Chan, prima di cambiare idea in favore di una protagonista femminile, mentre l'ottima Stephanie Hsu ha sostituito la prima scelta Awkwafina. Ruoli minori e cameo (fra gli altri) per Harry Shum Jr., Jenny Slate, Tallie Medel e Michiko Nishiwaki. Enorme il riscontro critico, con undici nomination agli Oscar (fra cui quelle per il film, la regia, la sceneggiatura originale, e ben quattro interpreti: Yeoh, Ke Quan, Curtis e Hsu).

25 gennaio 2023

Una donna senza amore (L. Buñuel, 1952)

Una donna senza amore (Una mujer sin amor)
di Luis Buñuel – Messico 1952
con Rosario Granados, Joaquín Cordero
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Sposata con l'antiquario Carlos (Julio Villarreal), un uomo più anziano di lei e che non ama, Rosario (Rosario Granados) progetta di fuggire in Brasile insieme al giovane ingegnere Julio (Tito Junco): ma è costretta a rinunciare sia a lui che ai propri sogni d'amore per non abbandonare il marito malato e il figlioletto Carlitos. Vent'anni più tardi, dal Brasile giunge la notizia della morte di Julio, "amico di famiglia" che ha lasciato una cospicua eredità a Miguel (Xavier Loyá), il secondo figlio di Rosario. E Carlitos (Joaquín Cordero), che nel frattempo come il fratello minore è diventato un medico ed è già geloso nei suoi confronti perché è riuscito a conquistare Luisa, la compagna di studi di cui entrambi sono innamorati, comincia a sospettare che Miguel sia il frutto di una relazione clandestina della madre... Diviso in due parti ambientate appunto a vent'anni di distanza, un (melo)dramma famigliare ispirato al romanzo "Pierre e Jean" di Guy de Maupassant. Come molti dei primi lavori messicani di Don Luis, il film non ha quasi nulla di buñueliano, a parte forse alcune inquadrature e movimenti di macchina, nonché il tema del conflitto fra desideri personali ed esigenze sociali: il regista stesso non lo amava e anzi lo ha definito il suo film peggiore (ma secondo me "La figlia dell'inganno" e soprattutto "Gran casino" non sono poi molto meglio). Comunque, se non proprio avvincente, quantomeno nella seconda parte – in cui il punto di vista si sposta dalla madre al figlio primogenito – la vicenda si lascia seguire con un certo interesse.

30 ottobre 2022

Splatters - Gli schizzacervelli (P. Jackson, 1992)

Splatters - Gli schizzacervelli (Braindead)
di Peter Jackson – Nuova Zelanda 1992
con Timothy Balme, Diana Peñalver
**1/2

Rivisto in DVD.

Il timido Lionel (Timothy Balme) vive con una madre severa e "castratrice" (Elizabeth Moody), che ostacola in ogni modo la sua relazione romantica con la commessa Paquita (Diana Peñalver). Quando la donna viene morsa da una scimmia-topo della Sumatra, si trasforma in uno zombie immortale che contagia col proprio morso conoscenti e parenti. E il povero Lionel avrà il suo da fare nel tenere a bada l'orda di zombie con robuste dosi di tranquillanti... Il terzo lungometraggio di Peter Jackson, dopo "Fuori di testa" e "Meet the Feebles", è una commedia horror caotica e anarchica, demenzialmente trash e sopra le righe, piena di momenti splatter e di un disgustoso body horror. Dall'incipit alla "Indiana Jones", con gli esploratori a Skull Island (una citazione da "King Kong") in cerca della scimmia-topo ("Singaia!"), al lungo e truculento finale, una vera orgia di sangue finto e frattaglie varie, la pellicola diverte all'insegna degli eccessi e di una regia inventiva che si appoggia sulle lezioni di Sam Raimi (l'uso del grandangolo, i primissimi piani, il montaggio serrato, le inquadrature sghembe, le soggettive e la fotografia colorata) e di Ray Harryhausen (le animazioni a passo uno, gli effetti speciali "artigianali"). Rispetto ai due film precedenti, la qualità dei suddetti effetti è decisamente migliore e il loro uso è più esteso. E se in certi punti la sceneggiatura (di Stephen Sinclair, Fran Walsh e lo stesso Jackson) dà la sensazione di procedere per accumulo di situazioni divertenti ma anche fini a sé stesse, incentrate su un umorismo slapstick/nero a tratti eccessivo (vedi, per esempio, la scena con il neonato zombie che Lionel porta al parco, peraltro aggiunta da Jackson a fine lavorazione perché dal budget erano avanzati dei soldi), bisogna però riconoscere che in una pellicola come questa non è certo la trama che conta. Memorabile il prete che combatte gli zombie a colpi di arti marziali ("Qui ci vuole il ninja di Dio!"). La vicenda è ambientata nella città natale di Jackson, Wellington, negli anni '50. L'adattamento e il doppiaggio italiano si prendono molte libertà, accentuando la scurrilità dei dialoghi.

18 aprile 2022

Sogni di una notte (Mikio Naruse, 1933)

Every-night dreams (Yogoto no yume)
di Mikio Naruse – Giappone 1933
con Sumiko Kurishima, Tatsuo Saito
**1/2

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli.

Per poter mantenere il figlio Fumio (Teruko Kojima), che è costretta a crescere da sola dopo essere stata abbandonata dal marito, Omitsu (Sumiko Kurishima) lavora come cameriera e intrattenitrice in una bettola frequentata soprattutto da marinai. Quando il marito Mizuhara (Tatsuo Saito) torna a casa dopo tre anni, la donna accetta di riaccoglierlo, nella speranza di ricominciare una nuova vita. L'uomo, però, fatica a trovare lavoro, essendo debole e gracile: e pur di procurarsi il denaro che possa permettere alla moglie di abbandonare un mestiere fonte di umiliazioni e attenzioni non gradite, decide di dedicarsi al crimine... Ambientato in un Giappone in preda alla povertà e alla depressione, questo intenso melodramma (neo)realista è forse fra i film più importanti del periodo muto di Naruse (periodo del quale, peraltro, sono sopravvissuti pochi titoli, solo cinque su 24). Il finale tragico e commovente, in particolare, con la madre che implora il figlio di crescere "forte" per non fare la fine del padre, è ancora oggi di grande impatto, così come la descrizione delle difficoltà della famiglia di mantenere l'onestà e la dignità di fronte alle avversità economiche e sociali. Stilisticamente, la regia di Naruse è già elegante, e fa uso di zoom, movimenti di macchina e un montaggio rapido (in particolare nella sequenza della rapina), mentre i personaggi sono ben descritti e si fondono con l'ambiente circostante. Takeshi Sakamoto è il "Capitano", l'avventore del bar che mette i suoi occhi su Omitsu. Jun Arai e Mitsuko Yoshikawa sono i vicini di casa.

3 aprile 2022

Red (Domee Shi, 2022)

Red (Turning Red)
di Domee Shi – USA 2022
animazione digitale
**1/2

Visto in TV (Disney+), con Sabrina.

Quando entra nella pubertà, la tredicenne Mei – ragazzina di origine cinese, ma residente con la famiglia a Toronto – scopre di trasformarsi in un gigantesco panda rosso ogni volta che è in preda a forti emozioni. Si tratta di una "maledizione" che da sempre colpisce le donne della sua famiglia, ma che è possibile eliminare con un complicato rituale: peccato che questo debba essere eseguito nella stessa sera di plenilunio in cui la ragazzina progettava di andare con le amiche (e di nascosto dai genitori) al concerto della loro boy band preferita... I temi della crescita, dell'improvviso e inaspettato ingresso nell'età adulta ("Sono un orribile mostro rosso", esclama Mei dopo la prima trasformazione, con un esplicito riferimento alle prime mestruazioni), della ribellione ai genitori (una sfida mossa dalle difficoltà di essere all'altezza delle aspettative della madre, una tipica e terribile asian mom, ingombrante e protettiva, che controlla ogni aspetto della vita della figlia e si attende da lei l'eccellenza in ogni campo) e del "non nascondere il lato negativo di sé, ma trovargli posto e conviverci" (il messaggio di "non reprimere la bestia, ma darle sfogo" fa inevitabilmente volare il pensiero al "Dottor Jekyll e Mister Hyde" di Stevenson, di cui la pellicola è praticamente una rilettura, magari ispirata anche a "Ranma 1/2" e "Totoro") sono al centro di un film simpatico, benché semplicistico e un po' troppo piacione e giovanilistico. Targato Pixar, sembra quasi strizzare gli occhi più alla televisione che al cinema. In effetti, come i precedenti "Soul" e "Luca", è uscito direttamente sulla piattaforma di streaming Disney+, anziché nelle sale. È il primo lungometraggio diretto dalla sino-canadese Domee Shi (anche sceneggiatrice), dopo il corto "Bao" del 2018.

17 gennaio 2022

Apart from you (Mikio Naruse, 1933)

Apart from you (Kimi to wakarete)
di Mikio Naruse – Giappone 1933
con Sumiko Mizukubo, Akio Isono
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

L'anziana geisha Kikue (Mitsuko Yoshikawa) fa questo lavoro per mantenere il figlio Yoshio (Akio Isono) e permettergli di studiare. Disapprovando il mestiere della madre, di cui si vergogna, Yoshio smette di andare a scuola e si unisce a una banda di balordi. Assistendo però agli sforzi di Terugiku (Sumiko Mizukubo), giovane collega di Kikue cui è legato da un legame di affetto e che a sua volta fa la geisha per mantenere la famiglia e per proteggere la sorella minore dallo stesso destino, Yoshio comprenderà infine il valore del sacrificio della madre. Soggetto "mizoguchiano" ma con lieto fine, per un melodramma per certi versi retorico e convenzionale (la trama ricorda molte pellicole giapponesi dell'epoca) ma con una notevole caratterizzazione dei personaggi e con una forte intensità emotiva (si pensi al confronto fra Terugiku e la sua famiglia, quando accusa i genitori per la propria sorte). E stilisticamente sono da apprezzare i movimenti di macchina (come gli zoom e i primi piani: a volte gli attori sembrano quasi guardare direttamente in faccia gli spettatori) e il montaggio, specie nella parte finale. Pur trattandosi di un muto, la pellicola presenta a tutti gli effetti il linguaggio moderno del cinema sonoro. Anche il realismo e il pragmatismo nel descrivere il mondo delle geishe, lontano da ogni romanticismo forzato, non sono banali. Tomio "Tokkan Kozo" Aoki, nel consueto ruolo del monello combinaguai, è il fratellino di Terugiku.

3 novembre 2021

Madres paralelas (Pedro Almodóvar, 2021)

Madres paralelas (id.)
di Pedro Almodóvar – Spagna 2021
con Penélope Cruz, Milena Smit
***

Visto al cinema Colosseo, con Marisa.

La quarantenne Janis (Penélope Cruz), fotografa di moda, e la minorenne Ana (Milena Smit), entrambe single, partoriscono lo stesso giorno, nello stesso ospedale. Ma a loro insaputa le neonate vengono scambiate. Quando Janis se ne accorge, e dopo aver saputo che la bambina affidata ad Ana è morta in culla, sarà tentata di non rivelare la verità a nessuno... Due storie "parallele", appunto (almeno fino a un certo punto, visto che le esistenze delle due donne finiscono inevitabilmente per incrociarsi di nuovo), di maternità molto diverse fra loro: se per Ana è stato un "incidente" non voluto, per Janis, vista l'età, è forse l'ultima occasione per coronare un sogno (il che spiega la sua esitazione a rivelare la verità, nel timore di non avere un'altra possibilità). Il che porta a un altro "parallelo", quello fra Janis e Teresa (Aitana Sánchez-Gijón), la madre di Ana, che a sua volta ha l'ultima occasione per coronare un sogno in tarda età, ovvero diventare attrice teatrale, anche a costo di lasciare la figlia da sola in una situazione difficile. Se lo spunto di partenza (lo scambio di neonati) può ricordare "Father and son" di Hirokazu Koreeda, gli sviluppi e l'approccio scelto da Almodóvar sono diversi: innanzitutto perché la vicenda è letta in chiave esclusivamente femminile (e femminista, tanto che la Cruz sfoggia a un certo punto una maglietta con su scritto "We should all be feminist"), con donne/madri/figlie/nipoti che vivono da sole, per scelta o per obbligo, e persino con un condimento lesbico (che forse era superfluo, ma è di Almodóvar che stiamo parlando...). Ma poi c'è altro: se i bambini rappresentano il futuro, anche il passato torna a fare capolino attraverso la sottotrama della fossa comune, con le vittime della guerra civile (parenti e antenati) che l'antropologo forense Arturo (Israel Elejalde), il padre della figlia di Janis, è incaricato di riesumare. Parentele future e passate (nonché vissuto privato e pubblico/politico) si toccano e si influenzano a vicenda, dunque, con numerosi "paralleli" anche in questo caso (donne costrette a restare da sole; il conflitto fra il bisogno di sapere e l'innocenza del vivere nell'ignoranza; lo stesso test del DNA che viene usato con obiettivi diversi: per chiarire i dubbi sulla maternità in un caso, per identificare i corpi dei parenti nel secondo). Penélope Cruz ha vinto a Venezia la Coppa Volpi come miglior attrice. Il cast comprende anche habitué almodovariane come Rossy de Palma (l'amica caporedattrice) e Julieta Serrano (la vecchia zia). Tipici del regista spagnolo (che si sbizzarrisce in un paio di scene, come quella del flashback che parte nel momento in cui Janis va ad aprire la porta ad Arturo) anche i colori della fotografia e delle scenografie. Nella colonna sonora spicca "Summertime" (una ninna nanna, simbolo del legame fra una madre e il suo bambino!) cantata da Janis Joplin (a cui il personaggio interpretato dalla Cruz deve il suo nome).

24 agosto 2021

Dancer in the dark (Lars von Trier, 2000)

Dancer in the dark (id.)
di Lars von Trier – Danimarca/Svezia/Francia 2000
con Björk, Catherine Deneuve
***1/2

Rivisto in divx.

Selma (Björk), madre single e immigrata negli Stati Uniti dalla Cecoslovacchia (la storia si svolge negli anni sessanta), lavora come operaia in una fabbrica, è appassionata di vecchi musical e sta diventando cieca per una malattia degenerativa ereditaria di cui non ha fatto parola con nessuno. Lavora duro e risparmia ogni dollaro proprio per consentire al figlio Gene di essere operato e guarito dallo stesso destino quando compirà tredici anni. Ma per difendere il suo prezioso denaro dall'avidità di un vicino di casa, il poliziotto Bill (David Morse), finisce per ucciderlo ed è condannata a morte... Dopo "Le onde del destino", di cui è quasi un film gemello (anche nello stile, ispirato al manifesto Dogme 95: la camera a mano, le inquadrature ravvicinate e ondeggianti, la fotografia sgranata e "povera" – almeno sulla carta – e i colori smorti, il tutto però ravvivato dagli occasionali inserti in cui la protagonista, sognando ad occhi aperti, immagina di trovarsi all'interno di quei musical che ama tanto), LVT porta sullo schermo un'altra storia di estremo sacrificio femminile, con una protagonista pura, innocente, altruista e quasi infantile, che in nome dell'amore per il figlio accetta qualsiasi destino: in questo caso si soffre ancora di più, perché agli occhi della maggior parte del mondo Selma passa ingiustamente per un'assassina spregiudicata, egoista e incapace di amare. Soltanto in pochi – la collega e amica Kathy/"Cvalda" (Catherine Deneuve), il timido corteggiatore Jeff (Peter Stormare), la secondina del carcere Brenda (Siobhan Fallon) – le mostrano empatia e le restano accanto fino alla fine. Il soggetto può certo apparire eccessivamente melodrammatico, con il destino (e la malvagità degli uomini) che si accaniscono in ogni modo sulla nostra eroina, ma il regista danese sceglie volutamente di calcare la mano come nei feuilletton vecchio stile e sa perfettamente come muovere le corde giuste per accrescere l'intensità emotiva e far leva sulla sensibilità dello spettatore, catturandolo in una morsa di emozioni che stritola nel profondo dell'animo (impossibile trattenere la commozione!). E proprio come Selma "evade" dalla realtà con l'immaginazione quando questa si fa troppo dura, anche LVT ci concede occasionali momenti di respiro e di bellezza con le canzoni che nella mente della protagonista, accompagnate da balletti e coreografie proprio come un musical, punteggiano la pellicola (due anni prima Tsai Ming-liang aveva fatto lo stesso in "The hole"). I brani, in stile lo-fi e post-industriale (visto che inglobano i rumori ambientali, come "il ritmo delle macchine"), sono tutti composti e interpretati dalla stessa Björk: la canzone migliore è quella della scena sul treno, "I've Seen It All", nominata anche all'Oscar. In una delle sue rare prove d'attrice, la cantante islandese offre una performance eccezionale, anche se la lavorazione si è rivelata talmente difficile – i rapporti con Lars von Trier non erano certo idilliaci, come ha rivelato in seguito – nonché esaustiva dal punto di vista emotivo da farle dichiarare che non avrebbe più recitato in nessun altro film (ma qualche anno dopo ci ripenserà). Nel cast anche Cara Seymour (Linda, l'inconsapevole moglie di Bill), Jean-Marc Barr (il superiore alla fabbrica), Vincent Paterson (il regista della rappresentazione amatoriale di "Tutti insieme appassionatamente"), Željko Ivanek (il pubblico ministero al processo) e Udo Kier (il dottore). Joel Grey interpreta il ballerino di tip tap Oldřich Nový, idolo d'infanzia di Selma. Come in un musical classico, la pellicola si apre con tre minuti e mezzo di schermo buio, accompagnati dalle note di una "ouverture", mentre si chiude con la "penultima canzone" (in quanto Selma detesta le "ultime canzoni" perché segnalano la fine del film). Il titolo si ispirerebbe alla canzone "Dancing in the dark", dal musical "Spettacolo di varietà" (1953) con Fred Astaire e Cyd Charisse.

19 luglio 2021

Secret sunshine (Lee Chang-dong, 2007)

Secret sunshine (Miryang)
di Lee Chang-dong – Corea del Sud 2007
con Jeon Do-yeon, Song Kang-ho
***

Visto in divx alla Fogona, con Marisa, in originale con sottotitoli.

Lee Shin-ae (Jeon), giovane vedova con un figlio piccolo, si trasferisce da Seul nella cittadina natale del marito defunto, Miryang (nome che significa “raggio di sole segreto”, “secret sunshine” appunto), con l'intenzione di aprire una scuola di pianoforte e iniziare una nuova vita. Ma la tragedia incombe: il piccolo Jun viene rapito e ucciso, e la donna cercherà conforto dapprima nella religione e poi in una sorta di ribellione personale contro Dio, che ha “osato” perdonare il colpevole prima che l'abbia potuto fare lei. Lineare e al tempo stesso complesso, il film è essenzialmente diviso in quattro parti che seguono l'altalenante percorso di Shin-ae (il tentativo di stabilirsi a Miryang; il rapimento e la scomparsa di Jun; la ricerca di conforto nella religione; la rabbia e la ribellione), durante il quale la donna è sempre affiancata da Kim (Song), meccanico e vicino di casa che l'ha presa in simpatia, anche se il suo affetto non è ricambiato. Degna di nota la performance di Jeon Do-yeon, che riesce a esprimere le diverse fasi attraversate dalla protagonista di fronte alla tragedia della perdita di un figlio, alle avversità della vita e al rapporto con la religione, un cristianesimo che in Corea si traveste da “setta”, con riti e preghiere che sembrano scollegate dalla realtà se non nella mente dei suoi praticanti. In quello che in fondo è (per quanto originale) un thriller psicologico che scava nei temi del lutto e dei rapporti sociali in un contesto estraneo (in quanto “venuta da fuori”, Shin-ae è sempre guardata con sospetto dagli abitanti della cittadina) a mancare è forse l'ottimismo, il lieto fine; eppure la pellicola è colma di umanità e di sentimenti, spesso contrastanti ma con cui è facile empatizzare: guardandolo, si ha quasi l'impressione che l'essere umano, nella sua complessità, e nonostante ambiguità e contraddizioni, sia in fondo semplice da comprendere nelle sue reazioni più basiche di fronte alla morte e alla sofferenza.

1 aprile 2021

Ingeborg Holm (Victor Sjöström, 1913)

Ingeborg Holm, aka Il calvario di una madre (Ingeborg Holm)
di Victor Sjöström – Svezia 1913
con Hilda Borgström, Aron Lindgren
**

Visto in TV (Netflix).

Dopo la morte del marito, una donna (Hilda Borgström) si ritrova sommersa dai debiti ed è costretta a dare in adozione i suoi tre figli, mentre lei viene rinchiusa in un ricovero per poveri. Da qui evaderà (è la parola giusta!) per correre al capezzale della figlia maggiore, malata. E a causa delle avversità della vita, diverrà pazza. Rinsavirà soltanto quando, quindici anni più tardi, potrà rivedere il secondo figlio Erik, ora cresciuto e giunto a cercarla. Da un dramma teatrale di Nils Krok (ispirato forse a una storia vera), un romanzo d'appendice di puro interesse storico, essendo uno dei primi lavori importanti del futuro regista de "I proscritti" e "Il carretto fantasma". Pare che contribuì a portare all'attenzione del pubblico in Svezia le difficili condizioni degli indigenti e il modo discutibile in cui erano gestite le case di accoglienza (il direttore e il contabile del ricovero sono ritratti come particolarmente insensibili), ma a parte la buona prova della Borgström c'è poco di interessante qui a livello cinematografico (la macchina da presa è statica e sempre fissa nella stessa posizione, e gran parte delle scene, con poche eccezioni, sono girate in interni e in campo medio o lungo). Aron Lindgren interpreta sia il marito della protagonista sia il figlio da adulto.

19 marzo 2021

No blood relation (Mikio Naruse, 1932)

No blood relation (Nasanu naka)
di Mikio Naruse – Giappone 1932
con Yoshiko Okada, Yukiko Tsukuba
**

Visto su YouTube, con cartelli in inglese.

L'attrice Tamae (Yoshiko Okada), che sei anni prima aveva abbandonato il Giappone, il marito Atsumi (Shunyo Nara) e la figlia appena nata per andare a lavorare a Hollywood, torna in patria arricchita e col desiderio di riprendersi la bambina. Ma la piccola Shigeko, nel frattempo, si è affezionata a Masako (Yukiko Tsukuba), la seconda moglie di Atsumi nonché la donna che l'ha cresciuta. Con l'aiuto dell'avida suocera (Fumiko Katsuragi), e approfittando dell'assenza di Atsumi (incarcerato per bancarotta!), Tamae "rapisce" Shigeko. Ma dovrà fare i conti col fatto che a rendere veramente madre una donna non è l'aver dato alla luce un figlio, ma averlo allevato... Da un racconto di Shunyo Yanagawa, un melodramma muto nobilitato dalla regia dinamica di un giovane Naruse (si tratta del suo più antico lungometraggio tuttora esistente) con un montaggio rapido e numerosi zoom. Per il resto siamo dalle parti del classico racconto a tema sul conflitto fra povertà e ricchezza ma soprattutto fra tradizione e modernità, con la Okada nei panni della "cattiva" moga (la modern girl legata ai valori e allo stile di vita occidentale), anche se lo sguardo della macchina da presa riesce a mostrarcene anche il lato simpatetico. Curiosi i personaggi maschili di contorno: da Kusakabe (Joji Oka), reduce della Manciuria, alla coppia di ladri (Ichiro Yuki e Shozaburo Abe) che bazzicano intorno a Tamae, uno dei quali è suo fratello, protagonisti di occasionali sketch. La bambina è interpretata da Toshiko Kojima, il suo compagno di giochi (sempre intento a pescare, con scarsi risultati) è Tomio Aoki, il "Tokkan Kozo" di tanti film di Ozu.

12 gennaio 2021

Little Joe (Jessica Hausner, 2019)

Little Joe (id.)
di Jessica Hausner – Austria/Germania/GB 2019
con Emily Beecham, Ben Whishaw
**1/2

Visto in TV (Prime Video).

La biologa Alice (Emily Beecham) crea in laboratorio una pianta geneticamente modificata che emette un polline contenente vari ormoni (come l'ossitocina, "l'ormone dell'amore"), allo scopo di donare "felicità" attraverso il profumo a chi se ne prende cura. Ma inizia a sospettare che l'inquietante fiore rosso, da lei battezzato "Little Joe" dal nome di suo figlio, possa infettare il cervello di chi entra in contatto diretto con il polline, alterandone in maniera quasi impercettibile la personalità: l'unico obiettivo degli individui infetti diventa quello di proteggere e accudire la pianta, facilitandone la diffusione. Al quinto film, la regista di "Lourdes" sforna un horror minimalista e psicologico, quasi un incrocio low key fra certe pellicole fantascientifiche degli anni cinquanta (come "L'invasione degli ultracorpi", con i mitici baccelloni che sostituiscono gli esseri umani con delle copie identiche) e "La piccola bottega degli orrori" (altro film dove il "cattivo" è una pianta). Le interpretazioni controllate, i movimenti di camera lenti, la fotografia iperrealistica di Martin Gschlacht, le scenografie fredde e asettiche e la colonna sonora "giapponese" con brani di Teiji Ito concorrono all'esperienza di uno spettatore che è lasciato ad interrogarsi se le paure di Alice – e della sua collega Bella (Kerry Fox), la prima a sospettare che nella pianta ci sia qualcosa che non va – siano soltanto frutto di paranoia: i cambiamenti nel comportamento del figlio Joe (Kit Connor), per esempio, potrebbero anche essere spiegati con il passaggio del ragazzino nell'adolescenza. Ben Whishaw, David Wilmot e Phénix Brossard sono gli altri colleghi della protagonista.

27 novembre 2020

Dear ex (Mag Hsu, Hsu Chih-yen, 2018)

Dear ex (Shei xian ai shang ta de)
di Mag Hsu, Hsu Chih-yen – Taiwan 2018
con Roy Chiu, Hsieh Ying-hsuen
**1/2

Visto in TV, in originale con sottotitoli.

Poco prima di morire per un tumore, il padre del giovane Song Cheng-hsi (Joseph Huang) aveva abbandonato lui e la moglie Liu San-lian (Hsieh Ying-hsuen) per tornare dal suo amante gay di un tempo, il teatrante Chieh (Roy Chiu), che si è preso cura di lui nei suoi ultimi giorni. Lasciato dal padre e in rotta con la madre, Cheng-hsi si ritrova così in mezzo alla diatriba fra lei e Chieh, nominalmente incentrata su chi sia il beneficiario dell'assicurazione sulla vita del padre, ma in realtà su chi l'uomo amasse veramente (il titolo originale del film recita appunto "Chi ha iniziato ad amarlo prima"). In piena fase di ribellione, il ragazzo scappa di casa e si trasferisce a vivere proprio da Chieh, cercando di comprenderne la personalità. Da uno spunto che ricorda "Le fate ignoranti", ma girato con lo stile di Wong Kar-wai o Hou Hsiao-hsien, un film intimo, sensibile ed equilibrato, ben scritto e recitato, con un tono spigliato (quasi da commedia) e una fotografia coloratissima che dona personalità all'insieme, mentre gli occasionali flashback approfondiscono la vicenda e arricchiscono i personaggi, rendendoli sempre più tridimensionali. Peccato solo che verso il finale si faccia un po' scontato, perdendo in parte la verve iniziale (veicolata anche dai disegni, dalle scritte e dagli schizzi che appaiono animati sullo schermo, come se fossero i ghirigori di Cheng-hsi su un proprio diario). Fra i molti ingredienti che concorrono all'insieme: la professione di Chieh, che lavora in teatro (con mille difficoltà) ed è dunque abituato a recitare e dissimulare i propri sentimenti; la nevroticissima Liu, alla disperata ricerca di punti di riferimento dopo la rivelazione dell'omosessualità del marito; le sedute di psicanalisi cui Cheng-hsi si sottopone controvoglia, che lo aiutano a fare chiarezza nella sua adolescenza ribelle; e la figura del padre (Spark Chen), inizialmente misteriosa, che i vari retroscena aiutano pian piano a mettere a fuoco: e meno male, visto che è attorno a lui che ruota la storia e dipendono tutti gli altri personaggi. Fra le cose più belle c'è il fatto che ognuno ha le proprie ragioni e la propria (diversa) sensibilità, senza dunque buoni o cattivi (termini peraltro usati spesso, ma a sproposito, da Cheng-hsi): i notevoli conflitti fra i protagonisti sono destinati a essere superati quando subentra la comprensione. La colonna sonora, con la canzone-tormentone dello spettacolo teatrale su Bali, è di Lee Ying-hung. Alla prima regia cinematografica, la scrittrice Mag Hsu e il videomaker Hsu Chih-yen non sono imparentati.

2 agosto 2020

Good bye, Lenin! (Wolfgang Becker, 2003)

Good bye, Lenin! (id.)
di Wolfgang Becker – Germania 2003
con Daniel Brühl, Katrin Sass
**1/2

Rivisto in TV, con Sabrina.

Colpita da infarto nell'ottobre del 1989, poco prima della caduta del muro di Berlino, Christiane Kerner (Katrin Sass) finisce in coma e si risveglia otto mesi più tardi, quando la sua adorata Germania Est non esiste più. Per difenderla da uno shock che potrebbe risultarle fatale, il figlio Alex (Daniel Brühl) si ingegna allora in ogni modo per farle credere che la DDR e il socialismo siano ancora più in salute che mai, conservando il vecchio arredamento della casa, confezionando falsi telegiornali (insieme all'amico Denis, aspirante cineasta), procurandosi quotidiani e confezioni di alimenti uguali a quelli di un tempo (a partire dai cetrioli tanto amati dalla madre, ormai fuori commercio)... Enorme successo di pubblico per una pellicola che gioca con il sentimento della "Ostalgie", ovvero il nostalgico ricordo per la Germania orientale prima della riunificazione, che fra le altre cose (come il commercio di memorabilia) ha generato anche una vasta produzione culturale di cui questo film è forse il titolo più emblematico. Al di là del tema del rapporto fra madre e figlio, con questi che giunge a "creare" o a plasmare un intero mondo pur di farla vivere in una "bolla protetta" (l'inverso, cioè, di quanto accade di solito nel periodo dell'infanzia), e delle riflessioni sulla verità e sulla relatività della realtà che percepiamo (in linea con la disinformazione e l'occultamento, attività tipiche dei regimi totalitari), l'aspetto più interessante è proprio la prospettiva personale di un evento storico: e come tale il film è persino più gradevole da vedere oggi che alla sua uscita, quando i fatti narrati erano ancora troppo vicini e dunque lo si poteva considerare come una semplice commedia di costume, in fondo nemmeno così divertente (ricordo che quando lo vidi per la prima volta rimasi deluso perché non si rideva più di tanto). Interessanti i molteplici riferimenti ai "miti" dell'est (a partire dal cosmonauta tedesco Sigmund Jähn, che Alex idolatrava da bambino, passando per i cartoni animati locali, le automobili Trabant, le marche e i prodotti alimentari), e divertenti i capovolgimenti di ruoli che il ragazzo è costretto a inventare per giustificare alcuni evidenti cambiamenti agli occhi della madre (la Coca-Cola che in realtà si scopre essere una "bevanda socialista", l'arrivo continuo di "profughi dall'Ovest"). Il titolo del film si riferisce alla celebre scena in cui Christiane è salutata da una gigantesca statua di Lenin portata via da un elicottero, che richiama evidentemente l'altrettanto celebre incipit de "La dolce vita" di Fellini o forse una sequenza analoga de "La doppia vita di Veronica" di Kieślowski. Numerose anche le citazioni del cinema di Kubrick (da "2001", menzionato esplicitamente da Denis, ad "Arancia meccanica" nella scena accelerata con musica di Rossini) e di Billy Wilder (l'arrivo della Coca-Cola a Berlino Est ricorda "Uno, due, tre!"). La colonna sonora è di Yann Tiersen. Nonostante il successo di questa pellicola (uno dei maggiori del cinema tedesco), il regista Wolfgang Becker è praticamente scomparso dalle scene, e da allora ha girato solo un altro lungometraggio (nel 2015).

20 luglio 2020

Marty, vita di un timido (D. Mann, 1955)

Marty, vita di un timido (Marty)
di Delbert Mann – USA 1955
con Ernest Borgnine, Betsy Blair
***

Visto in divx alla Fogona, con Sabrina e Marisa.

Il macellaio italo-americano Marty Piletti (Borgnine) ha 34 anni e vive ancora con la madre, mentre tutti i suoi numerosi fratelli si sono già sposati. Lui, invece, fatica a trovare una ragazza, anche perché è tutt'altro che bello e prestante, e trascorre le serate libere in casa o gironzolando con gli amici perditempo. Quando ormai non ci sperava più, incontra in una sala da ballo la giovane insegnante Clara (Blair), triste e solitaria come lui: che sia la sua anima gemella? Il pregio maggiore di questo film, il più celebre del regista Delbert Mann, è il modo realistico con cui tratteggia personaggi e situazioni, senza abbellimenti o esagerazioni hollywoodiane né svolte drammatiche o colpi di scena improbabili: per questo è facile lasciarsi coinvolgere e, magari, identificarsi nei teneri e disperati protagonisti. L'ottimo Borgnine era agli esordi di una lunga carriera che raramente, purtroppo, gli riserverà altre parti da protagonista (ma lo ricordiamo in celebri western come “Il mucchio selvaggio”). Impagabili i siparietti con la mamma (Esther Minciotti) e la zia (Augusta Ciolli), doppiate alla perfezione in un misto di italiano e dialetto abruzzese, che mettono in luce le dinamiche (tipicamente italiane, ma in realtà comuni in tutto il mondo) dei difficili rapporti fra madri e figli, o meglio fra le madri vedove e i figli sposati: madri che prima insistono affinché i figli si sposino, ma poi hanno sempre da ridire a proposito delle nuore. Joe Mantell è l'amico Angelo, Jerry Paris il cugino Tommy, Karen Steele la moglie di questi, Virginia. Girata a basso budget nelle strade del Bronx e come rifacimento di un film per la tv, la pellicola riscosse un grande successo di critica: vinse non solo l'Oscar per il miglior film (e quelli per la regia, l'attore protagonista e la sceneggiatura di Paddy Chayefsky, più altre quattro nomination) ma anche la Palma d'Oro al Festival di Cannes, impresa riuscita solo ad altri due film ("Giorni perduti" e "Parasite").

14 giugno 2020

Babadook (Jennifer Kent, 2014)

Babadook (The Babadook)
di Jennifer Kent – Australia 2014
con Essie Davis, Noah Wieseman
***

Visto in TV.

Dopo la morte del marito, Amelia (Davis) vive faticosamente da sola con il figlio Samuel. Il bambino è irrequieto e iperattivo, ha forti problemi di comportamento e di relazione con gli altri (anche e soprattutto per via della mancanza di un padre), ed è spaventato dai "mostri" che crede si nascondino nella vecchia casa, sotto il letto o nell'armadio, per affrontare i quali progetta ogni tipo di arma rudimentale. Quando trova per caso un libro illustrato sul perfido Babadook, creatura oscura e minacciosa, le sue paure crescono a dismisura. E l'ansia e l'angoscia cominciano a impossessarsi anche della madre, sempre più stressata, che inizia a sentirsi a sua volta perseguitata e a perdere il contatto con la realtà... Opera prima dell'australiana Jennifer Kent, ex attrice e assistente di Lars von Trier, questo horror domestico e claustrofobico sembra quasi una versione al femminile di "Shining", con la progressiva pazzia che si impadronisce di un genitore, mettendo in pericolo il suo stesso figlio (ci sono anche altri elementi in comune: la vecchia vicina di casa che ricorda il custode dell'albergo, o il fatto che Amelia facesse la scrittrice). Non c'è da stupirsi che sia piaciuto molto a Stephen King. Di suo, su una trama non troppo originale, aggiunge riflessioni sulle difficoltà della maternità, soprattutto quando si è una madre single: pur fra molte esagerazioni, colpiscono nel segno, anche perché provengono appunto da una cineasta donna. In ogni caso, in quanto horror, a tratti il film fa davvero paura, essendo girato premurandosi di non mostrare mai troppo apertamente il mostro (modellato su "Nosferatu") e lasciando che ad emergere sia "il male dentro di noi", da lui risvegliato, il che ne fa quasi un thriller psicologico sulla nevrosi e la pazzia, con atmosfere tenebrose e inquietanti. Il bambino, comunque, è davvero insopportabile.

12 giugno 2020

Applause (Rouben Mamoulian, 1929)

Applause
di Rouben Mamoulian – USA 1929
con Helen Morgan, Joan Peers
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

La diciassettenne April (Joan Peers), figlia della ballerina di burlesque Kitty Darling (Helen Morgan), che l'ha data alla luce proprio dietro le quinte di un teatro, viene spinta dall'amante della madre, il subdolo Hitch Nelson (Fuller Mellish Jr.), a calcare le scene a sua volta. Innamoratasi del giovane marinaio Tony (Henry Wadsworth), la ragazza sceglierà però di abbandonare quello show business che non ha mai amato e al quale si era dedicata soltanto per affetto verso la madre. Tratto da un romanzo di Beth Brown, si tratta del primo film diretto da Rouben Mamoulian, regista teatrale di origine armena che per più di una decina d'anni (1929-1942) firmerà pellicole di grande qualità (il suo capolavoro, a mio parere, sarà la commedia musicale "Amami stanotte" del 1932, uno dei miei film preferiti), prima di essere ostracizzato dalle major hollywoodiane nel dopoguerra, anche per via delle sue attività da sindacalista. Più della trama melodrammatica, che ritrae il mondo del varietà di quart'ordine sotto una luce fortemente negativa, dove le ballerine sono sfruttate e costrette a esibirsi di fronte a un pubblico laido e immorale, e del (relativo) realismo dei dialoghi nella descrizione del backstage della vita teatrale, a colpire è la maestria tecnica della pellicola, realizzata agli albori del cinema sonoro, quando l'innovazione tecnologica del parlato (che richiedeva apparecchiature ingombranti e microfoni posizionati vicino agli attori per poter catturare il suono in presa diretta) tarpava notevolmente le ali a quel linguaggio cinematografico che negli ultimi anni del muto aveva raggiunto un notevole grado di sofisticazione e che si vedeva ora quasi costretto a regredire agli albori, con inquadrature fisse e ravvicinate (al punto che alcuni commentatori dell'epoca pensavano che il sonoro sarebbe stato solo una moda passeggera!). La regia di Mamoulian si dimostra invece dinamica e vivace, in particolare nelle scene in esterni come quelle in cui accompagna April e Tony nei loro giri per Manhattan, ma anche nell'esplorare l'utilizzo della voce fuori campo o del sovrapporsi di linee di dialogo di più personaggi: per questi motivi, "Applause" è oggi considerato da alcuni critici il "primo grande film sonoro".

17 maggio 2020

The others (Alejandro Amenábar, 2001)

The others (id.)
di Alejandro Amenábar – Spagna/USA 2001
con Nicole Kidman, Fionnula Flanagan
***1/2

Rivisto in DVD.

Nel 1945, la vedova di guerra Grace Stewart (Nicole Kidman) vive in isolamento con i figli Anne e Nicholas in una grande villa sull'isola di Jersey, nel canale della Manica. Poiché i bambini soffrono di fotosensibilità allergica, tutte le stanze della casa devono sempre essere mantenute al buio, illuminate solo dalla luce delle candele, e ogni porta viene chiusa a chiave. Abbandonata dalla servitù, Grace – che sottopone personalmente i figli a una rigida educazione religiosa – assume la governante Bertha Mills (Fionnula Flanagan), insieme a un giardiniere e una cameriera, affinché l'aiutino a badare alla casa. Ma qualcosa di strano sembra accadere: rumori sinistri, pavimenti che scricchiolano, oggetti che si spostano, e misteriose ed oscure presenze (gli "intrusi"). Il primo film in lingua inglese di Amenábar (che aveva attratto l'attenzione di Tom Cruise, marito della Kidman e produttore della pellicola, grazie al precedente "Apri gli occhi", del quale proprio Tom aveva interpretato il remake "Vanilla sky") è un'intelligente variazione sul tema della casa infestata, un luogo comune dell'horror gotico e soprannaturale, ispirato probabilmente a ghost story come "Il giro di vite" di Henry James. La suspense e l'inquietudine sono costruite soprattutto grazie all'atmosfera, senza bisogno di ricorrere a scene cruente o ad effetti speciali. Per il resto c'è tutto: la grande villa circondata dalla nebbia, l'oscurità e il silenzio che avvolgono ogni cosa, l'ambientazione concreta ma anche fuori dal tempo, la famiglia minacciata da presenze soprannaturali, il mistero di personaggi che nascondono segreti e rivelazioni... All'epoca il film fu paragonato al "Sesto senso" di Shyamalan, sia per il tema trattato (l'interazione fra i vivi e i morti) che per il twist ending, ma i paralleli fra le due pellicole (che, per inciso, trovo entrambe molto belle) finiscono qui. E anche conoscendo il colpo di scena finale che getta una luce diversa sull'intera vicenda, rivedendolo il film mantiene tutto il suo valore: merito di una regia competente e coerente, di dialoghi pieni di sottili indizi sulla reale situazione, e di ottime interpretazioni: si va una Kidman bellissima e inquietante, che offre forse una delle prove migliori della sua carriera nel ruolo di una madre ossessionata dalla religione e ai limiti della sanità mentale, a una Flanagan misurata e ambigua al punto giusto, fino ai due bambini (Alakina Mann e James Bentley) che donano personalità contrapposte ai loro personaggi. Christopher Eccleston è il padre andato in guerra, Eric Sykes e Elaine Cassidy gli altri servitori (che con la Flanagan formano un trio da "American Gothic"), Renée Asherson la medium.