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27 aprile 2022

La camera verde (François Truffaut, 1978)

La camera verde (La chambre verte)
di François Truffaut – Francia 1978
con François Truffaut, Nathalie Baye
***

Rivisto in divx.

Reduce dagli orrori della prima guerra mondiale, e dopo aver perso la moglie in giovane età, il giornalista Julien Davenne (Truffaut stesso, alla sua ultima prova come attore) ha sviluppato un vero e proprio culto ossessivo per i morti: è convinto i defunti possano "continuare a vivere, dentro di noi", purché non vengano dimenticati e non se ne tradisca la memoria. Per questo disapprova l'amico che, pochi mesi dopo la morte della moglie, è già pronto a risposarsi di nuovo; e per questo rinuncia a una promozione, che implica trasferirsi a Parigi in un giornale più grande, pur di continuare a lavorare nel piccolo paese dove è sempre vissuto e dove può commemorare amici, conoscenti e lettori ormai scomparsi. Pian piano si "ritira dalla vita", chiuso in sé stesso (con la sola compagnia di una vecchia domestica e di un bambino sordomuto), e diventa un "virtuoso della necrologia", scrivendo annunci funebri con una passione e una personalità senza pari (senza mai ripetere le stesse frasi di cordoglio: in una delle scene iniziali, se la prende con le parole di circostanza di un prete a un funerale). Per commemorare nel modo migliore la moglie, ma anche tutte le persone che hanno "contato" nella sua vita, restaura un'antica cappella funebre nel cimitero locale, raccogliendo lì tutti i ritratti e gli oggetti loro appartenuti. E quando conosce la giovane Cécilia (Nathalie Baye), innamorata di lui, le chiede di condividere insieme l'onere di custodire la cappella e di vegliare sui rispettivi defunti, nonostante la ragazza sia convinta invece che si debba dimenticare il passato e andare avanti. Ambientato nel 1928 e ispirato ad alcuni racconti di Henry James ("L'altare dei morti", "Gli amici degli amici" e "La tigre nella giungla"), un film che riflette in modo profondo sul senso del lutto e sul rapporto fra i vivi e i morti, ma soprattutto sull'importanza del ricordo e sul rifiuto dell'oblio, visto come sinonimo di superficialità a livello di sentimenti ("Sono scandalizzato dalla facilità con cui si dimenticano i morti"). In un certo senso, la pellicola prosegue nel percorso autobiografico che Truffaut ha sempre seguito durante tutta la sua filmografia (a partire da "I quattrocento colpi", per continuare in "Effetto notte" e "L'uomo che amava le donne"): qui l'attenzione si sposta alla vecchiaia e all'approccio alla morte, con la sua presenza incombente ("Metà delle persone che ho conosciuto sono già morte", diceva il regista in un'intervista pubblicata quello stesso anno), annunciata talvolta dalla degradazione del corpo (le foto degli insetti, ma anche dei corpi dei soldati sventrati dalla guerra, che Julien mostra al piccolo Georges). Nonostante il titolo, che si riferisce alla stanza che Julien ha dedicato come memoriale alla moglie, la fotografia della pellicola è cupa e quasi priva di colori. Jean Dasté è l'anziano caporedattore del giornale. La moglie di Julien, che appare solo in ritratto, è Laurence Ragon, mentre fra le foto degli altri defunti della cappella si riconoscono Marcel Proust, Oscar Wilde, Henry James, Jean Cocteau, Honoré de Balzac, Raymond Queneau, Henri-Pierre Roché, Maurice Jaubert (autore della colonna sonora) e Oskar Werner. Il fatto che uno dei pochi personaggi con cui Julien cerca di comunicare sia un ragazzino sordomuto (Patrick Maléon) ci ricorda naturalmente "Il ragazzo selvaggio", un altro film di Truffaut che aveva anche interpretato come protagonista. Piccole citazioni anche per Hitchcock (la scena del bambino in fuga e poi arrestato, un'esperienza biografica che il regista inglese aveva raccontato al collega in una delle sue interviste) e Buñuel (il manichino con le fattezze della moglie, che ricorda una sequenza di "Estasi di un delitto").

20 giugno 2021

L'uomo che amava le donne (F. Truffaut, 1977)

L'uomo che amava le donne (L'homme qui aimait les femmes)
di François Truffaut – Francia 1977
con Charles Denner, Brigitte Fossey
***

Rivisto in DVD.

Bertrand Morane (Denner), ingegnere di laboratorio a Montpellier, è un moderno Don Giovanni che colleziona amanti a getto continuo, impossibilitato a resistere al fascino delle belle donne ("la compagnia delle donne mi era indispensabile; se non la loro compagnia, la loro vista") e soprattutto delle loro gambe, da cui è attratto in maniera particolare. A differenza del libertino mozartiano, è privo di vanità, di orgoglio maschile o di desiderio di sopraffazione. Tenero e quasi malinconico, sempre cortese e sensibile, corteggia e ama sinceramente tutte le donne che incontra e che lo colpiscono per un motivo o un altro. E da loro è ricambiato (non si "impone" mai), segno dei tempi che cambiano (un'era in cui nell'amore "ci sarà sempre una parte di gioco, ma stanno per cambiare le regole che lo conducono. I primi a sparire saranno senz’altro i rapporti di forza. Si giocherà ancora, ma alla pari"). Come per chiarire a sé stesso la natura del suo bisogno, decide di scrivere un libro di memorie, un testo autobiografico che comincia dai ricordi d'infanzia legati alla madre (che, come lui ma probabilmente per motivi diversi, passava da un amore all'altro) e prosegue raccontando numerose delle sue avventure galanti (e realizzando così, in fondo, un equivalente del "catalogo" di Don Giovanni). Dalla giovane prostituta che rappresentò la sua prima esperienza (da cui derivò "un gusto mai smentito per le donne che si incontrano per la strada"), che portava curiosamente lo stesso nome – Ginette – del suo primo amore di gioventù, alla problematica Delphine (Nelly Borgeaud), talmente gelosa e ossessiva da sparare al marito (e finire in prigione) pur di essere "libera" di stare con Bertrand; dalla proprietaria di un negozio di biancheria intima (Geneviève Fontanel) alla commessa di un autonoleggio (Sabine Glaser), da Véra (Leslie Caron), vecchia amante in cui si imbatte nuovamente a Parigi, ad "Aurora", di cui conosce solo la voce che gli dà ogni mattino la sveglia radiofonica. Per finire con Geneviève (Brigitte Fossey), impiegata della casa editrice cui ha mandato il proprio manoscritto, che verrà pubblicato con il titolo "L'uomo che amava le donne" subito dopo la sua morte. Già, perché per inseguire l'ennesimo paio di gambe per la strada verrà investito. E al suo funerale, che apre e chiude la pellicola incorniciando un lungo flashback (d'altronde il legame fra Eros e Thanatos, come sappiamo, è bello forte), si presenteranno solo donne, una piccola parte di tutte quelle che lui ha amato. Scritto dallo stesso Truffaut (nei momenti di pausa mentre si trovava come attore sul set di "Incontri ravvicinati del terzo tipo") insieme a Michel Fermaud e Suzanne Schiffman, nella sua delicata ma approfondita esplorazione delle tante "variazioni sul rapporto fra uomini e donne" il film ha il pregio di mantenersi sempre su un tono leggero, disincantato, a tratti quasi ironico, senza essere mai sfiorato dall'ombra di un giudizio morale (tanto meno negativo) su un personaggio che la stessa Geneviève – che in un certo senso è la "voce narrante" per noi spettatori – ci tiene a distinguere dalla figura classica del casanova o del dongiovanni. Denner, perfetto nel ruolo con la sua aria al tempo stesso tenebrosa e vulnerabile, aveva già recitato per Truffaut ne "La sposa in nero" e "Mica scema la ragazza!", mentre il vasto cast femminile è un rimando a quel "cinema dei ruoli secondari" come le pellicole di Carné e Prévert. Da notare che, pur essendo Bertrand il protagonista centrale, nelle sue interazioni con le donne sono quasi sempre queste a parlare, ad agire e ad essere inquadrate maggiormente dalla macchina da presa. Interessante anche l'approccio quasi "scientifico" che Bertrand ha nella ricerca e nell'abbordaggio, costruito più sulla cura dei dettagli che sullo sfruttamento del proprio fascino maschile (il che riflette in un certo senso il proprio lavoro come tecnico in un laboratorio di dinamica dei fluidi). Disseminate qua e là ci sono piccole auto-citazioni, variazioni quasi minime di situazioni viste in altri film del regista. Nel 1983 è uscito un remake americano di Blake Edwards con Burt Reynolds, virato in chiave psicanalitica (in italiano "I miei problemi con le donne").

3 agosto 2020

Gli anni in tasca (François Truffaut, 1976)

Gli anni in tasca (L'argent de poche)
di François Truffaut – Francia 1976
con Jean-François Stévenin, Georges Desmouceaux
***

Rivisto in DVD.

Quasi una rilettura contemporanea de "I quattrocento colpi", il film – ricchissimo, poetico e vivace – segue la quotidianità di alunni e insegnanti durante gli ultimi giorni di scuola (siamo a giugno) di un istituto elementare maschile nella cittadina di Thiers, nel centro della Francia. Assistiamo così a tante piccole storie minime (alcune delle quali autobiografiche, come il bacio finale durante la colonia estiva, che ripropone il primo bacio di Truffaut) che contribuiscono a ritrarre con sensibilità e attenzione il mondo dell'infanzia e della prima adolescenza. Un mondo che il regista (insieme alla co-sceneggiatrice Suzanne Schiffman) esplora con curiosità, ironia e talvolta complicità, ma mai con accondiscendenza, e a cui guarda a tutto tondo, dai momenti più innocenti e infantili (i giochi, gli scherzi) alla ricerca di autonomia dagli insegnanti o dalla famiglia, fino ai primi impulsi sessuali e all'esplorazione dei sentimenti. Spesso si ha la sensazione che l'universo dei ragazzi, più che limitarsi semplicemente a riprodurre in piccolo quello degli adulti, possa funzionare e andare avanti per proprio conto, a prescindere da essi. D'altronde la cinematografia francese ha sempre prestato una particolare cura ai bambini: ma se il film è debitore senza dubbio a titoli come "Zero in condotta" di Jean Vigo, certi passaggi (come quello in cui i due fratellini tagliano i capelli all'amico per intascare il denaro che il padre di questi gli aveva dato per recarsi dal parrucchiere) ricordano coeve pellicole iraniane come "Il viaggiatore" di Kiarostami. Fra le micro-storie che si intrecciano, un particolare peso hanno quella di Patrick (Georges Desmouceaux), innamorato della madre di un suo compagno di scuola (Tania Torrens), e quella del "ladruncolo" Julien (Philippe Goldmann), che proviene da un ambiente disagiato e subisce maltrattamenti in famiglia. Fra le scene memorabili, anche quella della caduta del piccolo Gregory dalla finestra e quella in cui Lydia (Virginie Thévenet), rimasta a casa da sola, si fa passare del cibo con una carrucola dagli occupanti degli appartamenti vicini. Bellissimo e accorato il lungo discorso finale del maestro Richet (Jean-François Stévenin) contro le ingiustizie e l'indifferenza della politica e della società nei confronti dei bambini, pronunciato davanti alla classe prima di augurare loro buone vacanze (è come se fosse lo stesso Truffaut a parlare, vedi anche i riferimenti alla propria "infanzia difficile"). Chantal Mercier è la maestra, Marcel Berbert il preside. Truffaut appare all'inizio del film, in macchina: è il padre della piccola Martine. Piccole parti anche per le figlie del regista, Laura ed Eva (quest'ultima, in particolare, è una delle due ragazze che vengono invitate al cinema). Nella colonna sonora c'è una canzone di Charles Trenet, "Les enfants s'ennuient le dimanche". Il titolo originale andrebbe tradotto con "La paghetta". Fu il terzo maggior incasso di Truffaut al box office francese (superato solo da "I quattrocento colpi" e "L'ultimo metrò").

30 giugno 2019

Adele H. - Una storia d'amore (F. Truffaut, 1975)

Adele H. - Una storia d'amore (L'histoire d'Adèle H.)
di François Truffaut – Francia 1975
con Isabelle Adjani, Bruce Robinson
***1/2

Rivisto in DVD.

Ossessionata dall'amore per un ufficiale inglese, la secondogenita di Victor Hugo lascia la famiglia e l'Europa per seguirlo (sotto falso nome) fino a Halifax, in Canada, dove l'uomo è di stanza con il suo reggimento. Nonostante lui le dica apertamente di non ricambiare il suo affetto, Adèle non riesce a stare lontano da lui... Ispirandosi alle lettere e ai diari scritti dalla donna (in un codice tutto personale, decifrato solo nel ventesimo secolo), Truffaut racconta una discesa romantica nella patologia e nella follia. Adèle vive in un mondo tutto suo, dove l'amore per Pinson è idealizzato a tal punto da non permetterle di rendersi conto della realtà: così si spiegano alcune delle "pazzie" e delle contraddizioni che compie, come quella di inviargli una prostituta (quando si accorge che l'uomo passa da un'avventura galante all'altra), salvo spacciarsi per sua moglie (e incinta) nel tentativo di mandare a monte il suo matrimonio non appena scopre che si è fidanzato con la figlia di un giudice. Adèle è inoltre una mentitrice compulsiva, che inventa bugie a beneficio di tutti e modella la realtà a proprio piacimento (come una scrittrice, in fondo: che abbia preso dal padre?). Nonostante il sottotitolo italiano, più che "una storia d'amore" (peraltro a senso unico), quella di Adèle è la storia di una ribellione (contro il padre, contro l'Europa, contro le convenzioni, contro il suo stato sociale e la ricchezza), una fuga alla ricerca di una nuova identità e di una forma (per quanto alienata) di autodeterminazione. Purtroppo il suo rapporto con coloro che la circondano è privo di equilibrio: imprigionata nella sua ossessione per Pinson (e probabilmente turbata profondamente dalla morte per annegamento della sorella maggiore Leopoldine, che sogna in continuazione e con cui si identifica più di una volta), non può ricambiare gli affetti dei familiari, degli amici, o del giovane libraio presso cui si rifornisce di risme di carta per scrivere i suoi diari. Fra le scene più curiose, quella in cui medita di rivolgersi a un ipnotista per "convincere" Pinson a sposarla. Victor Hugo stesso, che all'epoca dei fatti viveva in esilio nell'isola di Guernsey, non si vede mai sullo schermo: fu una delle richieste degli eredi dello scrittore per permettere la realizzazione della pellicola. La bellissima e brava Isabelle Adjani, allora solo ventenne, divenne subito una star (e fu anche nominata all'Oscar per questa interpretazione). Truffaut fa un cameo nei panni dell'ufficiale che Adéle incontra per strada e scambia brevemente per Pinson.

12 settembre 2018

Effetto notte (François Truffaut, 1973)

Effetto notte (La nuit américaine)
di François Truffaut – Francia 1973
con Jacqueline Bisset, Jean-Pierre Léaud
***

Rivisto in divx.

Fra le più celebri lettere d'amore al mondo del cinema, ritratto come una grande famiglia che segue le proprie regole incurante di ogni altra cosa, il film segue dall'inizio alla fine la lavorazione (negli studi della Victorine a Nizza) di una pellicola immaginaria, il melodramma "Vi presento Pamela", raccontando la quotidianità, le peripezie, i bisticci e gli amori dell'intera troupe: dagli interpreti – l'immamorato e immaturo Alphonse (Jean-Pierre Léaud), l'attempato gay Alexandre (Jean-Pierre Aumont), la vecchia diva alcolizzata Séverine (Valentina Cortese), e la giovane star hollywoodiana Julie Baker (Jacqueline Bisset), da poco reduce da una depressione – al regista Ferrand (lo stesso Truffaut), costantemente alle prese con i problemi da risolvere e i tempi stretti, dai tecnici alle maestranze. Attraverso una narrazione episodica si succedono le piccole e grandi difficoltà giornaliere, la routine delle riprese, gli amori che nascono, evolvono e muoiono fra i vari membri della troupe. E le citazioni, i rimandi, gli omaggi a celebri lungometraggi e registi (tutti i preferiti da Truffaut) abbondano senza appesantire la pellicola, che anzi scorre sempre leggera e gradevole, incrociando abilmente le varie sottotrame con quella del film che si sta girando: si va da Orson Welles (Ferrand si sogna da bambino mentre ruba le locandine di "Quarto potere") a Jean Vigo (che dà il nome a una via), da Hitchcock a Renoir (citati indirettamente nei dialoghi), per non parlare di Dreyer, Bergman, Buñuel, Lubitsch, Rossellini, Godard, Bresson (Ferrand riceve un pacco di libri su di loro). La pellicola stessa è dedicata alle sorelle Gish, dive del muto. Anche il titolo (uno dei rari casi di una pellicola truffautiana in cui è stato tradotto adeguatamente) è significativo: la "nuit américaine" è la tecnica usata per girare una scena notturna in pieno giorno, e naturalmente intende sottolineare quanto il mondo del cinema sia menzognero e artificiale.

In questo mondo, infatti, tutto è finto: che si tratti di pioggia o di neve, di amore o di morte (Alexandre afferma di essere morto sullo schermo decine di volte ma mai in maniera naturale, e il destino finirà per confermarlo). E la realtà e la finzione spesso si confondono (basti pensare che tutti i personaggi della pellicola rispecchiano persone reali o collaboratori di Truffaut, a partire ovviamente dal regista che interpreta sé stesso). Memorabile lo sfogo della moglie (Zénaïde Rossi) del segretario di produzione: "Che cos’è questo mestiere in cui tutti vanno a letto con tutti? In cui tutti si danno del tu, in cui tutti mentono? Lo trovate normale?". Eppure Ferrand (convinto che "si può fare un film con qualsiasi cosa", come spiega leggendo i titoli di un quotidiano per prenderne spunto) si difende, affermando persino che "il cinema è più importante della vita privata" (lo conferma una delle sue collaboratrici: "Io per un film potrei piantare un uomo, ma per un uomo non pianterei mai un film"). La pellicola riscosse un grande successo (vincendo anche l'Oscar per il miglior film straniero) ma non piacque a Jean-Luc Godard, che ovviamente aveva tutta un'altra concezione del cinema, provocando un brusco scambio di opinioni fra lui e Truffaut che portò alla rottura della loro amicizia. Nel cast anche la cantante Dani (Liliane, la fidanzata con Alphonse, che lascerà per fuggire con uno stuntman), Nathalie Baye (Joëll, la script-girl), Nike Arrighi (la truccatrice), Bernard Menez (l'attrezzista), Jean-François Stévenin (l'assistente regista), Alexandra Stewart (Stacey, l'attrice incinta) e David Markham (il dottor Nelson, marito di Julie). Camei per Graham Greene (l'agente dell'assicurazione) e Claude Miller (l'ospite dell'albergo). La colonna sonora di Georges Delerue, in stile barocco, sembra anticipare quelle di Nyman per Greenaway.

25 giugno 2018

Mica scema la ragazza! (F. Truffaut, 1972)

Mica scema la ragazza! (Une belle fille comme moi)
di François Truffaut – Francia 1972
con Bernadette Lafont, André Dussollier
**

Rivisto in DVD.

Per scrivere un saggio sulla "criminalità femminile", il giovane professore di sociologia Stanislao Prévine (Dussollier, al primo ruolo importante della sua carriera) si reca in prigione per intervistare una detenuta, la procace, sboccata e apparentemente ingenua Camille Bliss (Bernadette Lafont), che gli racconta le traversie della propria vita. Responsabile della morte del padre, che la maltrattava, è poi fuggita dal riformatorio e ha sposato Clovis (Philippe Léotard), un garagista. Ma la vita coniugale, anche per colpa della suocera (Gilberte Géniat), le andava stretta. E allora ha deciso di "emanciparsi", anche sfruttando l'attrazione che sa esercitare sugli uomini, fino ad averne quattro da gestire contemporaneamente: il marito, un cantante country (Guy Marchand), un viscido avvocato (Claude Brasseur) e un derattizzatore religioso (Charles Denner). Sarà il suicidio di quest'ultimo a farla finire in prigione con l'accusa di omicidio, dopo che aveva tentato inutilmente di eliminare sia il marito che l'avvocato. Stanislao, a sua volta infatuato di lei, riuscirà a scagionarla, ma si scoprirà nient'altro che l'ennesimo strumento nelle sue mani... Tratto da un romanzo di Henry Farrell, è forse il film più leggero e "volgare" di Truffaut (nonché, diciamolo pure, il meno bello), una tragicommedia con personaggi da fumetto (in particolare la protagonista sembra uscire da strisce come "Lil' Abner"). Camille, a prima vista una campagnola grossolana e sempliciotta (ma, come suggerisce il titolo italiano, è molto meno stupida e più manipolatrice di quanto sembri), sfrutta il proprio charme e la propria incontenibile sensualità per cavarsela in ogni circostanza e rigirarsi gli uomini come vuole (lasciando credere a loro di essere in controllo), spinta dal desiderio di diventare una star e dalla mancanza di scrupoli quando si tratta di "scommettere con il destino". I personaggi maschili, Stanislao in primis (lui sì che si rivela veramente ingenuo), si fanno abbindolare e ne sono vittime più o meno inconsapevoli, mentre solo quelli femminili (negativi, come la suocera, o positivi, come la fedele segretaria di Stanislao, interpretata da Anne Kreis) riescono a vedere oltre le apparenze. Se non fosse narrata con toni comici e non avesse come protagonisti delle vere e proprie macchiette, la vicenda sarebbe anche a suo modo tragica (a partire dall'infanzia infelice della protagonista). E comunque la pellicola non è una semplice farsa dai toni beffardi, ma sfiora temi da sempre cari al regista, quali il rapporto fra l'individuo e l'ambiente circostante (come il professore de "Il ragazzo selvaggio", Stanislao studia Camille e giustifica il suo comportamento in quanto "vittima della società") e la molteplicità delle relazioni sentimentali, frutto di un'irrequietezza inesprimibile (Camille che si destreggia fra quattro amanti è quasi il contraltare de "L'uomo che amava le donne", anche se lei è più mantide che ninfomane). Frecciatina di Truffaut verso sé stesso e i cineasti in generale nel personaggio del bambino cineamatore, che non vuole mostrare i propri filmini perché "il montaggio non è completato". La Lafont aveva recitato nel primo cortometraggio del regista francese, "L'età difficile" nel 1957.

31 dicembre 2017

Le due inglesi (François Truffaut, 1971)

Le due inglesi (Les deux anglaises et le continent)
di François Truffaut – Francia 1971
con Jean-Pierre Léaud, Kika Markham, Stacey Tendeter
***1/2

Rivisto in DVD.

Dopo "Jules e Jim", Truffaut adatta per il grande schermo anche il secondo dei due romanzi epistolari e semi-autobiografici di Henri-Pierre Roché (che, come il precedente, racconta di un triangolo d'amore e d'amicizia, anche se in questo caso si tratta di un uomo e di due donne). Come protagonista c'è Jean-Pierre Léaud, che per la prima volta recita per Truffaut un ruolo diverso da quello dell'alter ego del regista, Antoine Doinel. Ambientata a cavallo fra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, la pellicola parla del giovane francese Claude Roc (Léaud) e della sua amicizia – che ben presto si trasforma in amore – con le due sorelle inglesi Ann (Kika Markham) e Muriel Brown (Stacey Tendeter), figlie di un'amica della madre. Inizialmente la curiosità e il fascino che provano reciprocamente è anche dovuto all'appartenenza a mondi diversi (le due ragazze ribattezzano l'amico "Il continente", e la loro educazione puritana si scontra con quella più disinvolta del francese), ma il rapporto non tarda ad evolversi in qualcosa di più impegnativo. Il trio di personaggi si completa anche per le profonde differenze di personalità. Claude (forse anche per l'attore che lo interpreta) è timido, indeciso, anche se pronto a gettarsi all'arrembaggio di fronte al minimo segnale che riceve (tanto che più volte sospetta di essere stato "spinto" a innamorarsi, al di là dei suoi reali sentimenti). Ann, la maggiore delle due sorelle (e la prima che Claude conosce, mentre è in visita a Parigi), è più diretta, aperta e curiosa, mentre Muriel, la minore, è misteriosa ed enigmatica (anche per via dei suoi occhi malati, che copre con una benda o con occhiali scuri) ma proprio per questo forse più affascinante. Per entrambe, quella con Claude sarà la prima esperienza amorosa (un amore ritratto sia sul piano delle emozioni e degli ideali, che su quello fisico, a volte in maniera anche cruda). Le loro vicissitudini si trascineranno per diversi anni, con un epilogo ambientato dopo la prima guerra mondiale.

Se "Jules e Jim" era un film giovanile, esuberante, trasgressivo, questo appare più classico, rigido, maturo e strutturato (d'altronde sono passati dieci anni, con otto film in mezzo), ma risulta comunque sincero, sofferto e intenso. Il testo di Roche era formato dai diari e dalle lettere che i tre protagonisti si scambiano fra di loro, e Truffaut ne mantiene la struttura episodica e la forma elegante e letteraria, pur di fronte a temi quanto mai semplici e quotidiani. Il che, naturalmente, contribuisce ad alleggerire in qualche modo la "densità" dell'opera, che mai assume toni melodrammatici anche quando adombra conflitti e dilemmi morali, come la gelosia fra le sorelle, i rimpianti per il non detto, il tentativo di fare chiarezza nei propri sentimenti, o il puro e semplice desiderio di andare alla scoperta di un mondo nuovo, fino ad allora sconosciuto e tenuto lontano (come nella scena, una di quelle tagliate all'epoca nella versione italiana, in cui le due sorelle chiedono al giovane francese informazioni sui bordelli). Dopo tutto, "per scegliere fra virtù e vizio devo conoscere entrambi", commenta Muriel. E naturalmente le madri non approvano un eventuale matrimonio di Claude con una delle due sorelle, e anche per questo la distanza o le (volontarie) separazioni continueranno a mettere i bastoni fra le ruote a una relazione duratura. Un film ispirato, romantico e psicologicamente complesso, eppure narrato con la leggerezza delle migliori opere di Truffaut, anche se meno fortunato e popolare di altri suoi lavori (il regista lo considerava uno dei suoi film più belli: ma l'insuccesso di pubblico e di critica lo spinse a rieditarlo, eliminando diverse scene e togliendo "et le continent" dal titolo). Forse molti critici hanno trovato troppo cinismo in quella che in fondo è la cronaca di un fallimento sentimentale e della difficoltà (o l'impossibilità) di realizzare sé stessi attraverso l'amore. A proposito della natura semi-autobiografica del testo di Roche: nel finale vediamo Claude, diventato scrittore, dare alle stampe il suo primo romanzo, intitolato "Jérome e Julien", che ovviamente ci ricorda "Jules e Jim". Assai belle le musiche di Georges Delerue, ottima la fotografia di Néstor Almendros.

12 ottobre 2017

Non drammatizziamo... è solo questione di corna (F. Truffaut, 1970)

Non drammatizziamo... è solo questione di corna
(Domicile conjugal)
di François Truffaut – Francia 1970
con Jean-Pierre Léaud, Claude Jade
***

Visto in divx.

Infelicissimo titolo italiano (più adatto semmai a una commedia pecoreccia!) per il quarto capitolo delle avventure di Antoine Doinel (Jean-Pierre Léaud), "alter ego" cinematografico di Truffaut. Come ben illustrava invece il titolo originale, siamo di fronte al racconto dei primi anni di vita coniugale del nostro personaggio, che il regista descrive con garbata levità e finezza psicologica. Dopo aver sposato Christine (Claude Jade) nel precedente "Baci rubati", infatti, Antoine si è stabilito in un grande caseggiato popolare. Lui – che nel tempo libero cerca di scrivere un romanzo autobiografico – colora artificialmente fiori (!) nel cortile, per rivenderli ai fiorai, mentre lei dà lezioni di violino nel suo appartamento. La loro è una vita semplice, costellata di saltuarie visite ai genitori di lei, di incontri con gli amici (si rivedono l'ex collega della ditta di riparazioni e lo scroccone che chiede continuamente prestiti), e soprattutto dai rapporti con i vicini di casa. Il palazzo sede del loro "domicilio coniugale" è quasi un microcosmo dell'intero paese (il doppiaggio italiano esagera un po' con gli accenti e le inflessioni dialettali), i cui abitanti passano il tempo a lavorare o a bighellonare, a spettegolare e a interagire in vari modi (da ricordare il misterioso vicino che tutti, ignorandone la professione, soprannominano "Lo strangolatore", e che si rivelerà essere un attore televisivo). Lentamente, ci sono piccoli (l'arrivo del telefono in casa) e grandi cambiamenti (la nascita di un figlio, Alphonse, che la madre avrebbe voluto chiamare Ghislain, e il trasloco in un appartamento più grande). A un certo punto, ad Antoine capita l'occasione di cambiare lavoro: e per una fortuita coincidenza (il direttore crede che la lettera di raccomandazione di un altro candidato si riferisca a lui) viene assunto in un'azienda americana che si occupa di costruzioni idrauliche. Poco più tardi si lascerà tentare da un'avventura extraconiugale con una ragazza giapponese, Kyoko (Hiroko Berghauer): non perché non ami più Christine, ma semplicemente per il fascino dell'ignoto ("Kyoko non è un'altra donna... è un altro continente"). La scappatella verrà rapidamente alla luce, marito e moglie litigheranno, e lui andrà a vivere fuori di casa per qualche tempo. Ma progressivamente faranno pace, anche perché il rapporto con Kyoko si rivelerà più noioso del previsto. E nel finale, un anno più tardi, nel vedere Antoine e Christine impegnati nelle più scontate scaramucce tipiche delle coppie di vecchia data, del tutto identiche alle proprie, i vicini di pianerottolo commenteranno: "Ora si amano veramente".

Costruita come una serie di tranche de vie, la pellicola racconta le vite dei suoi personaggi senza far loro la morale e ne descrive il mondo con estrema leggerezza ma anche attenzione e profondità attraverso i più piccoli dettagli. Celebre, per esempio, la scena in cui i due coniugi, a letto, sono impegnati in letture che ne svelano il desiderio di tradimento: una biografia di Nurejev per lei (che lo ritiene l'uomo più bello del mondo), un saggio sulle donne giapponesi per lui (per comprendere meglio l'enigmatica Kyoko). Nel mettere in scena il microcosmo del caseggiato, fra piccoli episodi e bizzarre interazioni, ma anche il contrasto con la modernità che avanza e i momenti surreali del nuovo lavoro di Antoine (che passa le giornate a pilotare modelli di nave radiocomandati nella grande vasca del parco), la pellicola può invece ricordare a tratti le commedie di Jacques Tati, che Truffaut ammirava: e proprio Monsieur Hulot (anche se interpretato da una controfigura) fa in effetti un'apparizione a sorpresa in una breve scena, nella stazione della metropolitana. Ma è anche un film fatto su misura per i fan di Truffaut, che vi ritrovano temi, toni e situazioni familiari perché riecheggiano (a volte esplicitamente: non mancano citazioni e rimandi) molti dei suoi lavori precedenti. Si rivedono infatti volti (Daniel Boulanger) e si riascoltano frasi che provengono da quasi tutti i film girati in passato dal regista francese. Nel complesso, il lungometraggio rappresenta un ulteriore e fondamentale passo nella "crescita" di Antoine Doinel, che le circostanze dirigono sempre più verso un'esistenza borghese come mille altre (anche se deve sempre fare i conti con la sua innata irrequietezza, la spinta alla curiosità e alla ribellione e il rifiuto delle ipocrisie). Pur se "inquadrato", Antoine rimane una figura unica, un pesce fuor d'acqua, che non ha paura di commettere errori e di pagarne le conseguenze: è come l'unico fiore rimasto bianco, circondato da quelli colorati di rosso, che si vede in una delle prime scene. La sua "saga" si concluderà nel 1978 con il quinto film, "L'amore fugge". Interessante la colonna sonora di Antoine Duhamel.

30 marzo 2017

Il ragazzo selvaggio (F. Truffaut, 1970)

Il ragazzo selvaggio (L'enfant sauvage)
di François Truffaut – Francia 1970
con Jean-Pierre Cargol, François Truffaut
***1/2

Rivisto in DVD.

Alla fine del Settecento (il film inizia nel 1798), in una foresta nel sud della Francia, viene trovato un bambino di circa dieci anni che viveva come un selvaggio: nudo e incapace di parlare, si nutriva di ghiande e radici e si comportava come un animale. Catturato, è portato a Parigi per essere studiato e "curato": dapprima rinchiuso nell'Istituto per Sordomuti, viene poi ospitato personalmente dal dottor Jean Itard nella sua tenuta di campagna, dove lo scienziato cerca faticosamente di educarlo e istruirlo, in particolare insegnandogli a comprendere il linguaggio. Ispirato a una storia vera (il bambino divenne noto con il nome di "Victor dell'Aveyron") e ai diari e agli appunti del dottor Itard, che contribuirono allo sviluppo di una branca della psicologia, un film all'apparenza atipico rispetto al resto della produzione di Truffaut. Girato con uno stile quasi bressoniano, in un rigoroso (e formalmente elegantissimo) bianco e nero, con dissolvenze che fanno uso dei mascherini circolari tipici dell'era del muto, una progressione narrativa del tutto priva di drammaticità (la pellicola racconta una successione di episodi che ricordano proprio le pagine di un diario, con un approccio quasi didascalico e documentaristico), e con lo stesso Truffaut come attore protagonista (nei panni dello scienziato: il ragazzo selvaggio è invece interpretato – in maniera fisica ed animalesca – da un eccezionale Jean-Pierre Cargol, un bambino gitano incontrato per caso da un'assistente del regista in una strada di Montpellier e che in seguito non ha più proseguito la carriera d'attore). Eppure, a ben vedere, i collegamenti a livello di temi e contenuti con le altre opere del regista francese non mancano, a cominciare ovviamente da quelle con il suo film d'esordio, "I quattrocento colpi", che come questo presentava un giovanissimo protagonista emarginato, alle prese con un mondo che gli stava stretto e con le tappe della propria educazione (più o meno controvoglia). Da notare che "Il ragazzo selvaggio" è dedicato proprio a Jean-Pierre Léaud, l'attore che aveva intepretato Antoine Doinel. Qui la situazione è ancora più estrema, come scrisse in seguito lo stesso Truffaut: «Ne "I quattrocento colpi" ho mostrato un ragazzo che mancava di affetto, cresciuto senza tenerezza; in "Fahrenheit 451" ho parlato di un uomo cui vengono negati i libri, cioè la cultura. Quello che manca a Victor dell'Aveyron è ancora più radicale: si tratta del linguaggio». Un altro parallelo si può fare con "Jules e Jim": anche qui il protagonista è alle prese con una serie di norme impostegli dalla società, per sfuggire alle quali (come l'istinto di trasgressione impone) non c'è soluzione che la fuga (o la morte, reale o metaforica). Curiosa la scelta di Truffaut di interpretare lui stesso lo scienziato, come a voler sovrintendere personalmente all'educazione del suo personaggio. Françoise Seigner è madame Guérin, la governante di Itard (l'unica che dimostra affetto, quasi materno, verso Victor), Jean Dasté è il professor Pinel, il collega scettico.

Nella storia di Victor – che ricorda un altro caso celebre, quello di Kaspar Hauser, anch'esso portato al cinema pochi anni più tardi (nel 1974) da Werner Herzog – è evidente, anche a un livello superficiale, la contrapposizione fra natura (istintuale) e cultura (artificiale). I medici che per primi esaminano il ragazzo, e a ben vedere lo stesso Itard, si pongono unicamente l'obiettivo di "civilizzarlo", anche a forza se necessario: per loro il ragazzo è solo l'oggetto di un "esperimento di educazione". Eppure, nonostante i premi che gli vengono elargiti ogni volta che porta a termine con successo uno degli innumerevoli esercizi cui è sottoposto, le uniche volte che lo vediamo davvero felice sono quelle in cui può tornare ad aggirarsi nella natura, che si tratti di semplici passeggiate in campagna, di furiose scorribande notturne o di danze sotto la pioggia. A un certo punto, persino la governante di Itard spiega allo scienziato che tutto quello che è riuscito a fare per il ragazzo è stato "strapparlo a una vita innocente e felice". L'ambientazione a cavallo fra Settecento e Ottocento, in epoca post-rivoluzione e dunque in pieno illuminismo (uno dei cui tratti era proprio il compito pedagogico dell'intellettuale), non è certo un dettaglio da poco: l'idealista Itard è fermamente convinto che Victor sia un "selvaggio" solo per mancanza di educazione, e non per problemi psichici o per carenze affettive come invece suggerirebbero la moderna medicina o psicanalisi (oggi, restrospettivamente, si ritiene che Victor fosse autistico). La contrapposizione ottocentesca fra natura e cultura risalta magnificamente anche nella colonna sonora: se nei primi minuti, quelli in cui il ragazzo vive ancora nella foresta, il film è accompagnato solo dai rumori della natura, dalle frasche che si muovono, dai canti degli uccelli, dallo scorrere dell'acqua (e persino le voci dei paesani che catturano Victor non sono doppiate!), quando ci si trasferisce a Parigi e poi nella tenuta di Itard ecco che subentrano suoni "creati dall'uomo", vale a dire due brani di Antonio Vivaldi (il concerto per mandolino RV 425 e quello per flauto traverso RV 433), che accompagnano tutte le tappe dell'educazione del povero Victor, fino al suo ultimo tenativo di fuga, con annesso l'inevitabile ritorno a casa, dopo che lo scienziato, non contento dei soliti esercizi, ha voluto "mettere alla prova" persino la sua morale e il senso di giustizia, punendolo ingiustamente dopo un compito svolto in modo corretto. Proprio questa breve fuga e il successivo ritorno possono essere considerate come le ultime tappe del suo "percorso di crescita". Il film si interrompe quando Victor è ancora bambino: nella realtà, visse ancora una trentina d'anni (senza mai raggiungere un completo sviluppo intellettuale) prima di morire a Parigi nel 1828.

14 febbraio 2017

La mia droga si chiama Julie (F. Truffaut, 1969)

La mia droga si chiama Julie (La sirène du Mississipi)
di François Truffaut – Francia 1969
con Jean-Paul Belmondo, Catherine Deneuve
**1/2

Visto in DVD.

Louis Mahé (Belmondo), ricco proprietario di una piantagione di tabacco nell'isola di Réunion, sposa una giovane francese, Julie (Deneuve), che ha conosciuto attraverso un annuncio matrimoniale. Ma ignora che quella che gli si è presentata, scendendo dalla nave "Mississipi", non è la ragazza che attendeva ma una truffatrice che ne ha preso il posto. Tuttavia se ne innamora perdutamente, e anche quando la verità verrà a galla non potrà fare a meno di lasciarla: anzi, pur di proteggerla, non esiterà a uccidere il detective privato (Michel Bouquet) che lui stesso aveva ingaggiato per mandarla in prigione... Il film, che nella seconda parte si trasforma in una storia d'amore/odio fra due personaggi in fuga da tutto e da tutti, è tratto da un romanzo di William Irish, pseudonimo di Cornell Woolrich (lo stesso autore dei testi da cui provengono "La sposa in nero" dello stesso Truffaut e "La finestra sul cortile" di Hitchcock), che il regista francese meditava di adattare da tempo per il cinema (in una scena del precedente "Baci rubati", si vede Antoine Doinel intento proprio nella lettura del libro di Irish). Il romanzo, da noi intitolato "Vertigine senza fine", in origine era ambientato negli Stati Uniti del Sud: il cambio di scenari gli toglie un po' di fascino, ma la pellicola – grazie soprattutto alle carismatiche interpretazioni di Belmondo e della Deneuve – si mantiene a galla fino alla fine, in un'atmosfera di morbosa ambiguità. Tante le citazioni e i riferimenti meta-cinematografici: Hitchcock, ovviamente (dal vero nome della ragazza – Marion, come la protagonista di "Psyco" – alle sequenze con il canarino e il baule, dai rimandi a "Marnie" e "Notorious" alla scena della morte del detective sulle scale, praticamente uguale a quella di "Psyco"), ma anche Nicholas Ray (i due vanno a vedere al cinema "Johnny Guitar"), Buñuel (la Deneuve, già "Bella di giorno", con i suoi feticismi), Cocteau e Jean Renoir (il film è dedicato a quest'ultimo, di cui vengono mostrate all'inizio alcune sequenze de "La Marseillaise"). Truffaut aveva girato "Baci rubati" solo per guadagnare il denaro necessario a produrre "La sirène", eppure fu il primo a essere osannato da critica e pubblico, mentre questo venne accolto con indifferenza. Tuttavia rimane interessante come storia d'amore "al contrario": i due protagonisti prima si sposano, vivendo insieme in quella che pare una caricatura di un matrimonio ideale ("Ti amo", "Anch'io", ecc.), e solo dopo – fra difficoltà, fughe e tentativi di uccidersi a vicenda – cominciano ad amarsi davvero. Bello il finale fra le nevi delle Alpi svizzere. No comment sul titolo italiano. Un remake nel 2001 ("Original Sin", con Antonio Banderas e Angelina Jolie).

26 ottobre 2016

Baci rubati (François Truffaut, 1968)

Baci rubati (Baisers volés)
di François Truffaut – Francia 1968
con Jean-Pierre Léaud, Claude Jade
***

Rivisto in DVD.

Riformato dal servizio militare per "instabilità di carattere" (si era arruolato in seguito alla delusione d'amore con Colette), Antoine corteggia la ritrosa Christine (Claude Jade) e si dedica a una serie di mestieri, sempre con scarso successo: guardiano notturno in un albergo, pedinatore per un'agenzia di investigazioni private, commesso in un negozio di scarpe (ma è una copertura, frutto del lavoro precedente) e riparatore di tv a domicilio. Il terzo capitolo delle (dis)avventure di Antoine Doinel, dopo "I quattrocento colpi" e il cortometraggio "Antoine e Colette", è un film episodico e a tratti comico, che Truffaut dirige con leggera svagatezza, in un periodo in cui i cineasti francesi erano "distratti" dall'affaire Langlois (il direttore della Cinémathèque Française, sollevato dal governo dal suo incarico e poi reinsediato in seguito alle forti proteste degli intellettuali: a lui sono dedicate le immagini di apertura). A differenza dell'amico Godard, per il quale il cinema stesso diventa sempre più uno strumento di lotta politica, Truffaut invece sembra voler tenere separato il discorso artistico da quello militante, alienandosi così le simpatie dei critici di sinistra (che lo accusavano di fare pellicoli "borghesi") ma riconquistando coloro che, dopo "Jules e Jim", lo avevano visto allontanarsi da quel delicato discorso sui sentimenti che aveva caratterizzato la prima fase della sua carriera. In effetti, all'apparenza "Baci rubati" è un film romantico (a partire dalla canzone di Jean Trenet "Que reste-t-il de nos amours?", da un cui verso prende il titolo) che prosegue il racconto di un'educazione sentimentale. Antoine, impulsivo e ingenuo, vive nel mondo dei sogni mentre la realtà gli sfugge (quando recita allo specchio il proprio nome e quello delle donne che ama, li ripete ossessivamente finché non perdono di significato). Esemplare l'infatuamento per Fabienne (Delphine Seyrig), la splendida moglie del proprietario del negozio di scarpe (Michel Lonsdale): lui la vede come una creatura irraggiungibile (sembra uscita da "Il giglio della valle" di Balzac), lei cerca inutilmente di metterlo in guardia ("Non sono un'apparizione, sono una donna"). In realtà il film è la cronaca di un passaggio fondamentale: la rinuncia ai sogni di gioventù in favore di un'esistenza banale, insignificante e conformista, come si prospetta il matrimonio con Christine. Come collante della pellicola, ci sono una serie di scenette e di avventure semi-comiche che vanno dallo slapstick al grottesco: il pedinamento del prestigiatore, la reazione del cliente gay (e l'intervento del dentista del piano di sotto per calmarlo), la finta assunzione di Antoine nel negozio di scarpe (con la prova del confezionamento del pacco), i vari pedinamenti incrociati, la dichiarazione finale dello sconosciuto che segue Christine (che pure, nella sua follia, è più accorata e appassionata di quanto sarà mai capace di fare Antoine). E non dimentichiamo gli eventi casuali (la morte del detective), significativi (le visite alle prostitute, con le quali Antoine sfoga il desiderio sessuale represso dai continui rifiuti di Christine) o apparentemente insignificanti (gli incontri con personaggi del passato, quali la stessa Colette con marito e neonata, o l'amico sceneggiatore fallito) che contribuiscono al flusso quotidiano della vita. Da notare che uno dei libri che Antoine legge mentre lavora all'albergo è "La sirène du Mississipi" di William Irish, dal quale Truffaut trarrà il suo film successivo (in italiano "La mia droga si chiama Julie").

19 luglio 2016

La sposa in nero (François Truffaut, 1968)

La sposa in nero (La mariée était en noir)
di François Truffaut – Francia 1968
con Jeanne Moreau, Jean-Claude Brialy
***

Rivisto in DVD.

Per vendicarsi dei cinque uomini responsabili della morte del marito, colpito per disgrazia da un colpo di fucile sulle scale della chiesa nel giorno del loro matrimonio, una giovane donna (Moreau) li rintraccia e li uccide uno a uno. Da un romanzo di Cornell Woolrich (che si firma come William Irish), un thriller nerissimo e atipico nella filmografia di Truffaut, che pure – come Godard e gli altri colleghi della Nouvelle Vague – non ha mai nascosto l'amore per la narrativa e il cinema di genere americano. Attraverso alcuni elementi ricorrenti (l'anello, il disco), la pellicola svela le sue carte poco a poco: dopo ogni delitto, lo spettatore viene a conoscenza di un pezzo in più del background e delle motivazioni del personaggio. Narrativamente il film può essere diviso in cinque parti, più un prologo e un epilogo, in ciascuna dei quali Julie rintraccia, avvicina e infine elimina (in modi sempre diversi e fantasiosi) i suoi bersagli, quasi sempre affascinandoli con il proprio charme e giocando con il fatto che loro non la conoscono. E infine si farà arrestare volontariamente, pur di raggiungere il quinto uomo che si trova chiuso in prigione. Secondo film a colori di Truffaut, ma il primo girato in Francia e con il suo direttore della fotografia di fiducia (Raoul Coutard): eppure nella memoria dello spettatore resta un film in bianco e nero, non solo per gli abiti della protagonista (che indossa quasi sempre il bianco nuziale – o virginale, quando si veste da Diana cacciatrice – o il nero della vedovanza) ma per i toni della vicenda, dove apparentemente non c'è spazio per il grigio o le sfumature cromatiche. Le "vittime" sono interpretate da Claude Rich (il rubacuori), Michel Bouquet (il solitario), Michel Lonsdale (il politico), Daniel Boulanger (il pregiudicato) e Charles Denner (il pittore). Per la colonna sonora, che ingloba una versione "drammatica" della classica marcia nuziale di Mendelssohn, Truffaut ricorre per la seconda volta di fila (dopo "Fahrenheit 451") a Bernard Herrmann, il compositore di fiducia di Hitchcock, quando mai adatto alle atmosfere della pellicola. Quentin Tarantino ha negato l'ispirazione, ma le similitudini con "Kill Bill" sono numerose ed evidenti (dalla struttura generale fino a piccoli particolari, come la scena in cui la sposa, dopo ogni vendetta, cancella con una riga il nome della vittima dal suo taccuino).

11 giugno 2016

Fahrenheit 451 (François Truffaut, 1966)

Fahrenheit 451 (id.)
di François Truffaut – GB/USA/Francia 1966
con Oskar Werner, Julie Christie
***

Rivisto in DVD.

Considerato dallo stesso regista il suo lungometraggio dalla realizzazione più "faticosa", questo adattamento del romanzo di Ray Bradbury è un lavoro decisamente atipico nella carriera di Truffaut: si tratta del suo primo (e unico) film girato all'estero e in lingua inglese, del suo primo film a colori, e del primo (e unico) di genere fantascientifico, anche se sarebbe più preciso dire distopico. Il testo di Bradbury ha infatti contribuito, insieme a "1984" di Orwell, a fondare il filone, stabilendo tutti quei luoghi comuni che caratterizzeranno un genere che resterà particolarmente in voga negli anni sessanta e settanta (da "THX 1138" a "la fuga di Logan"). In una società futura in cui leggere è proibito (perché "i libri rendono la gente infelice e antisociale"), il protagonista Montag fa parte del corpo dei pompieri, ovvero di coloro che sono incaricati di bruciare i libri che la gente, ostinatamente, continua a tenere nascosti nelle proprie case. Montag non sembra aver dubbi, esegue ciecamente gli ordini e segue le regole che gli vengono imposte senza interrogarsi sul perché. Eppure è diverso dagli altri suoi colleghi: a un certo punto, spinto dalla curiosità instillatagli da una misteriosa ragazza, si azzarda a leggere uno dei volumi che sequestra e scopre che al suo interno ci sono vita, sentimenti, emozioni, ovvero tutto ciò che nel mondo attorno a lui è ormai assente, fra persone tenute nell'ignoranza, anestetizzate dal conformismo (è vietato anche avere capelli lunghi!), dai farmaci e dalla televisione (onnipresente in ogni casa, con schermi giganti a parete, da cui sono dipendenti soprattutto le donne: casalinghe che si illudono di far parte di una "grande famiglia" e che chiamano "cugine" le annunciatrici televisive). Insomma, un mondo popolato da automi, privi di emozioni e di veri rapporti umani, e paradossalmente pronti in ogni istante a denunciare il prossimo (e anche i propri familiari) per presunti comportamenti antisociali.

Pur essendo tecnicamente un film di fantascienza, sullo schermo c'è poco spazio per la tecnologia futuristica e gli effetti speciali (da citare i suddetti schermi televisivi, praticamente identici a quelli odierni, interattività compresa; i veicoli, fra cui spicca una metropolitana sospesa; e gli edifici, freddi, moderni e razionali), perché l'attenzione di Truffaut è rivolta agli aspetti sociali e ideologici della vicenda, alla rappresentazione di una società che ha volontariamente messo al bando la cultura scritta per poter meglio controllare i suoi cittadini. L'intuizione più geniale, non a caso, è quella della comunità di ribelli alla quale Montag finirà con l'unirsi: gli "uomini libro", che vivono clandestinamente in aperta campagna e ognuno dei quali ha imparato a memoria un libro, da tramandare di generazione in generazione, per evitare che scompaia per sempre. Il titolo "Fahrenheit 451" si riferisce alla temperatura alla quale bruciano i libri, corrispondendente a 232,7 gradi Celsius (in realtà pare che sia più bassa): il numero 451, insieme a una salamandra stilizzata, compare sulle caserme e sulle divise del corpo dei pompieri. Oskar Werner (Montag) aveva già recitato per Truffaut in "Jules e Jim". Julie Christie interpreta un doppio ruolo: Linda (la moglie di Montag) e Clarisse (la ribelle che instilla nel protagonista i primi germi della curiosità per la lettura), ovvero i due estremi del conformismo e dell'anticonformismo nella vita di Montag. Da notare che i titoli di testa sono letti a voce anziché essere scritti sullo schermo (come avevano fatto Orson Welles ne "L'orgoglio degli Amberson" e Jules Dassin ne "La città nuda", ma qui la trovata è molto più in contesto). La colonna sonora è di Bernard Herrman, il compositore preferito da Alfred Hitchcock, da sempre ammirato dal regista francese. Fra i tantissimi libri che si vedono bruciare sullo schermo (compreso il "Mein Kampf" di Hitler), c'è anche una copia dei "Cahiers du Cinéma", la rivista sulla quale scriveva lo stesso Truffaut. Anche Bradbury è citato esplicitamente (uno degli "uomini libro", infatti, è "Le cronache marziane").

18 maggio 2016

La calda amante (François Truffaut, 1964)

La calda amante (La peau douce)
di François Truffaut – Francia 1964
con Jean Desailly, Françoise Dorléac
**1/2

Rivisto in DVD.

Pierre Lachenay (Desailly), affermato scrittore e studioso di letteratura, sposato da quindici anni e con una figlia piccola, durante un viaggio a Lisbona per una conferenza conosce una giovane hostess, Nicole (Dorléac), di cui si invaghisce. Comincia così a frequentarla a più riprese, finché non diventa la sua amante. Ma il tempo per gli incontri clandestini è sempre troppo poco, e la sua notorietà di accademico (oltre al timore di dare scandalo mostrandosi con lei in pubblico) mette di continuo i bastoni fra le ruote alla loro relazione. Quando la moglie scoprirà tutto, la situazione precipiterà. Dopo l'enorme successo di "Jules e Jim", che lo aveva proiettato nell'olimpo cinematografico come uno dei giovani registi più popolari della Nouvelle Vague, Truffaut sorprese tutti mettendo in scena una storia d'amore quasi agli antipodi del film precedente. Se quello celebrava l'amore libero, anarchico e fuori dalle regole, questo propone il più ordinario triangolo borghese (marito, moglie, amante); se quello manifestava un approccio rivoluzionario e poneva i sentimenti al di sopra di tutto, persino della vita e della patria, questo soffoca i suoi protagonisti nei lacci del conformismo e delle convenzioni sociali, raccontandone la vicenda in maniera fredda, quasi senza partecipazione. Il finale in particolare, nonostante la sua drammaticità, fatica a smuovere le emozioni dello spettatore. Lo stesso regista spiegò: «Ho voluto fare "La peau douce" proprio per dimostrare che l'amore è qualcosa di molto meno euforico ed esaltante. L'ho fatto quindi in risposta a "Jules e Jim": ci sono le menzogne, il lato sordido, la doppia vita. È un film da incubo». Tanto bastò per procurargli la disapprovazione di pubblico e di critica, che fischiarono il film al Festival di Cannes (anche se con il tempo, ovviamente, è stato rivalutato). Come se non bastasse, quando uscì nelle sale italiane fu pesantemente censurato (il che è un paradosso, se si pensa che il titolo nostrano ne enfatizza invece l'aspetto "scandalistico"): l'edizione in DVD ripristina le numerose scene tagliate, inserendole in originale con i sottotitoli. Eppure, nonostante la banalità del soggetto, Truffaut è abile come sempre a descrivere psicologicamente i suoi personaggi, e in particolare il protagonista maschile, di cui mostra tutte le debolezze e le insicurezze, l'aspirazione a una nuova gioventù attraverso una relazione "pura" e fresca, tenuta però a freno dalla paura di essere scoperto (tutta la lunga sequenza del viaggio a Reims, dove i due amanti sperano di trascorrere un week-end romantico lontano da Parigi ma che finisce per risolversi in un disastro, è magistrale, permeata da una comicità cinica che scorre sottotraccia: nel vedere frustrati i tentativi di Pierre di restare solo con Nicole, sembra di assistere a una commedia in stile "Quando la moglie è in vacanza"). Ne risulta quasi uno studio scientifico – venato di inevitabile pessimismo – sull'infedeltà e l'impossibilità di sfuggire ai lacci della vita che ci si è costruita con le proprie mani. La moglie di Lachenay è interpretata da Nelly Benedetti. La Dorléac, sorella di Catherine Deneuve, all'epoca aveva una relazione con lo stesso Truffaut.

13 febbraio 2016

L'amore a vent'anni (aavv, 1962)

L'amore a vent'anni (L'amour à vingt ans)
di François Truffaut, Andrzej Wajda, Renzo Rossellini, Shintaro Ishihara, Marcel Ophüls – Fra/Ita/Gia 1962
**

Visto in divx.

Film a episodi sul tema dell'amore giovanile, voluto dal produttore Pierre Roustang e girato da un eterogeneo gruppo di cineasti di cinque diverse nazionalità: due promettenti registi allora a inizio carriera, il francese François Truffaut e il polacco Andrzej Wajda, appena reduci da grandi successi (rispettivamente "Jules e Jim" e "Cenere e diamanti"); due "figli d'arte", ovvero l'italiano Renzo Rossellini e il tedesco Marcel Ophüls; e uno scrittore e futuro uomo politico, il giapponese Shintaro Ishihara. Il film è da ricordare soprattutto per il primo segmento, quello di Truffaut, con il quale il regista riporta in scena il personaggio di Antoine Doinel, già protagonista del suo lungometraggio d'esordio ("I quattrocento colpi"), mostrandoci cosa ne è stato di lui dopo la conclusione del film precedente e tramutandolo, dunque, in un personaggio "vivo", che invecchia in tempo reale insieme al suo interprete, Jean-Pierre Léaud. La saga di Doinel, vero e proprio alter ego dello stesso Truffaut, continuerà nel corso degli anni con altri tre film (a partire da "Baci rubati" del 1968). Il tema musicale dei titoli di testa (con relativa canzone, ogni strofa della quale è cantata in una lingua diversa) è di Georges Delerue, mentre a fare da collegamento fra i vari segmenti ci sono anche delle fotografie scattate da Henri Cartier-Bresson. Da notare che non tutte le copie del film presentano gli episodi nello stesso ordine: di solito quello di Truffaut è sempre il primo, ma quello di Wajda a volte è il secondo e a volte l'ultimo.

"Parigi" (aka "Antoine e Colette"), di François Truffaut (***), con Jean-Pierre Léaud e Marie-France Pisier
Dopo la fuga dal riformatorio (al termine de "I quattrocento colpi"), Antoine Doinel è stato ripreso ed è passato da un istituto minorile a un altro. Ora, a 17 anni, è finalmente libero di vivere la propria vita da solo, senza dover più rendere conto a nessuno. Ha un appartamento in zona Place de Clichy, lavora in una fabbrica di dischi, continua a frequentare l'amico René e trascorre molto tempo al cinema o nelle sale da concerti. In una di queste conosce la giovane Colette, di cui si innamora a prima vista: per frequentarla più spesso, si trasferisce a vivere in una stanza proprio di fronte all'abitazione di lei, ma la ragazza non sembra volerlo considerare più di un semplice amico. A nulla serve entrare nelle grazie dei suoi genitori, che lo invitano spesso a casa. Alla fine l'infatuazione per Colette, il suo primo amore, si tramuterà per Antoine nella sua prima delusione sentimentale. Sketch delicato, introspettivo, psicologicamente raffinato, pieno d'affetto per un personaggio che ha perso l'innocenza dell'infanzia ma non ha ancora acquisito la consapevolezza dell'età adulta e che pertanto si getta allo sbaraglio in tutte le cose della vita. C'è anche l'inserimento di una scena girata ai tempi de "I quattrocento colpi" ma poi esclusa dal montaggio finale di quel film.

"Varsavia", di Andrzej Wajda (**1/2), con Zbigniew Cybulski e Barbara Lass
Allo zoo di Varsavia una studentessa, Basia, e il suo fidanzato, Wladek, assistono a quella che potrebbe essere una tragedia: una bambina cade nella fossa degli orsi polari. Basia invita Wladek a salvarla, ma tutto quello che il ragazzo riesce a fare è scattare delle fotografie con la sua macchina. A calarsi nella fossa, coraggiosamente, è un altro uomo, Zbyszek, che riesce a portare in salvo la piccola. Colpita dal suo coraggio, Basia "scarica" Wladek e se ne va con l'uomo, invitandolo a salire in casa sua per rimettersi in sesto dopo la brutta esperienza. Qui i due sono raggiunti dagli amici della ragazza, che organizzano una festa in onore dell'"eroe". Ben presto, però, le differenze generazionali vengono alla luce (Zbyszek, che ha combattuto durante la guerra, non si trova a proprio agio con i giovani studenti, e la cosa è reciproca: alla fascinazione subentra la noia). E al mattino, la ragazza è pronta a perdonare e a riappacificarsi con il fidanzato, che nel frattempo era rimasto sotto casa sua, fra la neve, per tutta la notte.

"Roma", di Renzo Rossellini jr. (*), con Eleonora Rossi Drago, Cristina Gaioni
Leonardo (Geronimo Meynier) decide di lasciare Valentina (Rossi Drago), la sua fidanzata ricca e dell'alta società, per restare al fianco di Cristina (Gaioni), ragazza povera che ha messo incinta. Gelosa, Valentina si reca a casa di Cristina per confrontarsi con lei e metterla in guardia: Leonardo, ormai abituato a una vita di agi, si stuferà presto di lei... Episodio banale e pure senza una conclusione vera e propria.

"Tokyo", di Shintaro Ishihara (*1/2), con Koji Furuhata e Nami Tamura
Hiroshi, giovane operaio timido e taciturno, si innamora di una ragazza che incrocia per strada quando va al lavoro. Non ha il coraggio di parlarle, così la pedina ogni giorno fino a casa. Alla fine, senza nemmeno essere venuto a conoscenza del suo nome, la pugnalerà: il ragazzo è infatti un serial killer, che uccide le donne che ama ("Solo così mi apparterrà per sempre"). Mah. Episodio notturno e angosciante, con musica di Toru Takemitsu.

"Monaco", di Marcel Ophüls (**), con Christian Doermer e Barbara Frey
Toni, un giovane fotoreporter, sempre in giro per il mondo, trova il tempo di tornare a Monaco di Baviera per un giorno per far visita a Ursula, la ragazza che gli ha appena dato un figlio. I due, che si erano incontrati a una festa e avevano trascorso pochi giorni insieme, quasi non si conoscono. Ma la breve visita aiuterà Toni a responsabilizzarsi: arrivato con l'intenzione di riconoscere il figlio ma di chiudere lì la storia, ripartirà deciso a formare con la ragazza una vera famiglia.

31 agosto 2015

Jules e Jim (François Truffaut, 1962)

Jules e Jim (Jules et Jim)
di François Truffaut – Francia 1962
con Jeanne Moreau, Oskar Werner, Henri Serre
****

Rivisto in DVD, con Sabrina.

L'amicizia (e il triangolo amoroso) più famosa della storia del cinema, ambientata negli anni che precedono e che seguono la prima guerra mondiale. Il francese Jim (Henri Serre) e l'austriaco Jules (Oskar Werner), giovani scrittori squattrinati e innamorati della vita, si conoscono per caso nella Parigi del 1912 e si scoprono uniti da una notevole affinità sotto tutti i punti di vista. La loro amicizia attraverserà gli anni della grande guerra (che li vedrà combattere su fronti opposti, nel continuo timore di uccidersi a vicenda) e non sarà scalfitta nemmeno dalla passione che entrambi proveranno per la stessa donna, Catherine (Jeanne Moreau), inafferabile, inquieta e dallo spirito libero. Questa si concederà ora all'uno e ora all'altro (dapprima sposando Jules e poi diventando, con l'approvazione del primo, l'amante di Jim), dando vita a un insolito e scandaloso ménage à trois. "Scandaloso" non tanto nell'ambito della pellicola, che al contrario affronta l'argomento con una leggerezza più innocente che irriverente, quanto per gli spettatori e la società dei primi anni sessanta, fortemente scossa da un film che mostra un amore che andava oltre gli stereotipi e gli stretti confini convenzionali. Oggi è considerato uno dei capisaldi della filmografia di Truffaut così come dell'intera Nouvelle Vague, un movimento che fra le altre cose si proponeva proprio di infrangere il conformismo cinematografico e di esplorare nuove direzioni. Merito di una sceneggiatura dinamica e spigliata, tratta dal romanzo semi-autobiografico di Henri-Pierre Roché, che sin dalle prime battute accompagna le immagini sullo schermo con una narrazione fuori campo "letteraria", schietta e ironica (in grado di condensare in pochi secondi intere sequenze che avrebbero comportato difficoltà o richiesto troppi compromessi per essere girate); della regia fluida e multiforme di un Truffaut che occasionalmente sperimenta con riquadri, fermo immagine, panoramiche, carrelli e spezzoni di cinegiornali; e dell'interpretazione, su tutti, di una Jeanne Moreau indimenticabile, enigmatica e solare al tempo stesso, sfuggente e sensuale, oggetto del desiderio ma anche motore primo della vicenda. La quale è raccontata sì con linearità ma anche punteggiata da cruciali snodi narrativi che sembrano quasi delle sliding doors (il mancato appuntamento al caffé, lo scambio di lettere "sfasato", la gita nel bosco). Ma non bisogna dimenticare la lunga ed elaborata colonna sonora di Georges Delerue, impreziosita dalla canzone "Le tourbillon", che la stessa Moreau canta in una delle scene più celebri, accompagnata alla chitarra dall'autore Serge Rezvani (alias Cyrus Bassiak).

La pellicola si apre con i versi "M’hai detto 'ti amo', ti dissi 'aspetta'. Stavo per dirti 'eccomi', tu m’hai detto 'vattene'...", che mettono subito in chiaro come non si tratterà di una storia d'amore tradizionale, e prosegue illustrando l'amicizia fra Jules e Jim, rappresentanti di due grandi paesi europei che a breve si sarebbero rivolti l'uno contro l'altro con le armi. I due giovani, invece, si scoprono in piena sintonia (la comparsa a più riprese, in seguito, del libro di Goethe "Le affinità elettive" sottolinea il concetto, includendo anche Catherine nel rapporto). Uniti dall'amore per la letteratura e la musica, e "dall'avversione per il denaro", ma anche diversi fra loro sotto molti punti di vista, a partire dai rapporti con le donne (e le contraddizioni, paraddossalmente, non fanno altro che esaltarne l'armonia), fra una partita a domino e un incontro di boxe francese discutono di amore, arte, amicizia, guerra e morte. La comparsa di Catherine non mette a repentaglio la loro amicizia, anzi la allarga. Sin dalla prima uscita in tre, ci si accorge che insieme possono dar vita a momenti memorabili (la sequenza in cui la ragazza si "traveste" da uomo, con coppola e baffi finti, prima di sfidare i due amici a una gara di corsa sulla passerella; e poi, quella dell'improvviso tuffo nella Senna, che naturalmente preannuncia l'altro tuffo, nel finale). Se il titolo del film rende omaggio ai due uomini, è in realtà Catherine il centro nevralgico della pellicola. Non a caso, proprio dalla bocca della ragazza escono le frasi che illustrano la filosofia e l'evoluzione del loro rapporto: dapprima afferma che "in una coppia in fondo basta che solo uno dei due sia fedele", e più tardi addirittura che "in amore la coppia non è affatto l'ideale". Una filosofia di cui il film celebra la libertà ma anche il fallimento, visto come ogni momento di felicità è destinato a durare per poco. Catherine è infatti perennemente insoddisfatta, incapace di fermarsi e di godersi quello che ha. Forse a ragione: man mano che gli anni passano, se l'amicizia fra Jules e Jim non ha cedimenti, quella fra i paesi che rappresentano comincia a vacillare: nei cinegiornali si mostrano i primi roghi di libri, e si comincia a respirare l'odore di una nuova guerra. E allora, meglio farla finita prima che cominci un nuovo e più pesante conflitto. Il finale tragico, che può sembrare improvviso, era in fondo inevitabile, oltre che prefigurato più volte (oltre al primo tuffo, si pensi anche alla scena con la pistola). Nonostante gli scandali, la pellicola riscosse grande successo e cementò la fama dell'allora giovane cineasta (Truffaut era solo al terzo film) e della protagonista femminile.

16 novembre 2014

Tirate sul pianista (François Truffaut, 1960)

Tirate sul pianista (Tirez sur le pianiste)
di François Truffaut – Francia 1960
con Charles Aznavour, Marie Dubois
**1/2

Rivisto in DVD.

Edouard, un tempo celebre concertista di musica classica, dopo il suicidio della moglie ha cambiato nome in Charlie e si esibisce come pianista in una bettola di periferia. Qui è raggiunto dal fratello Chico, piccolo delinquente in fuga da due gangster cui ha sottratto il bottino di una rapina, che lo coinvolge suo malgrado in una sanguinosa resa dei conti. Si dice che "il secondo film è sempre il più difficile nella carriera di un regista", e questa seconda fatica di Truffaut – incasellata com'è fra due capolavori quali "I 400 colpi" e "Jules e Jim" – ne è una sorta di conferma, anche se è comunque da apprezzare per la vena di libertà e di anarchia con cui il regista approccia un genere tipico e fondante del cinema americano. Tratto da un romanzetto giallo di David Goodis, il lungometraggio tenta infatti di aggiornare il linguaggio del noir con tocchi esistenzialisti, umoristici e personali, scavando in particolare nel passato e nella solitudine del protagonista (il lungo flashback centrale, che ci mostra come è giunto a trasformarsi da Edouard a Charlie) e divagando con frequenza (le riflessioni che quasi tutti i personaggi fanno a proposito del loro rapporto con le donne). Proprio i forti personaggi femminili donano vivacità all'insieme: Lena (Marie Dubois), la cameriera del locale dove Charlie suona e che, innamorata di lui, lo segue anche nel pericolo; Clarisse (Michèle Mercier), la prostituta amica e vicina di casa, che in una scena si mostra anche a seno nudo ("Queste cose non le fanno vedere al cinema"); e Therese (Nicole Berger), la moglie che sacrifica sé stessa per il successo dell'uomo che ama. Più tutte le altre, mostrate sullo schermo, intraviste, o di cui si discorre (tutti parlano di donne: dall'uomo incontrato da Chico nella scena iniziale, ai due gangster in macchina). Il protagonista, interpretato da un Charles Aznavour che alla carriera di cantante affiancava spesso e volentieri quella di attore, è anch'esso caratterizzato in maniera assai particolare: l'apparenza da duro, silenzioso e sicuro di sé, fa a pugni con la sua reale natura: in realtà è estremamente timido e indeciso, caratteristiche comunicate agli spettatori attraverso i suoi pensieri (espressi dalla voce in sovrimpressione, tipica del noir). Peccato che tutti questi spunti e queste intuizioni siano al servizio di una trama non particolarmente interessante (con un finale, però, velato di amarezza e disillusione). Ma in fondo la trama "gialla" era solo un pretesto: Truffaut voleva dimostrare che si poteva fare poesia e cinema "d'autore" anche all'interno delle convenzioni dei generi (memorabile il brevissimo inserto comico in cui, appena dopo che uno dei personaggi afferma: "Giuro sulla testa di mia madre, che possa morire", si vede la donna crollare a terra all'improvviso), oltre a spiazzare un pubblico che dopo il film d'esordio si aspettava da lui un'altra pellicola tipicamente "francese" e invece si ritrovò con un lungometraggio che mostrava un forte influsso della cinematografia americana. Albert Remy, che interpreta Chico, era già apparso ne "I 400 colpi" nel ruolo del padre. Boby Lapointe intona la canzone "Framboise" con il testo in sovrimpressione. Il titolo, ovviamente, capovolge ironicamente la scritta che campeggiava nei saloon del vecchio west, "Non sparate sul pianista".

14 ottobre 2014

I 400 colpi (François Truffaut, 1959)

I 400 colpi (Les quatre-cents coups)
di François Truffaut – Francia 1959
con Jean-Pierre Léaud, Claire Maurier
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Marta, Beatrice, Costanza, Daniela, Florian, Sabine e Sabrina.

Il film d'esordio di François Truffaut (fino ad allora "solo" critico militante per la rivista "Cahiers du cinema"), oltre a costituire uno dei più sinceri e teneri omaggi al mondo dell'infanzia e dell'adolescenza, è una delle pellicole che hanno contribuito a fondare il movimento cinematografico della Nouvelle Vague. E proprio nel tema del ragazzo incompreso dagli adulti che vivono attorno a lui (insegnanti e genitori) ma carico di pulsioni verso la libertà e l'indipendenza, è possibile leggere metaforicamente la lotta dei giovani cineasti francesi contro un modo di fare cinema che ritenevano sterile, vecchio e standardizzato, basato non sulla descrizione della "vita vera" ma su meccanismi (spesso dipendenti quasi esclusivamente dalla sceneggiatura) intesi a "impressionare" gli spettatori anziché a "esprimere" i sentimenti e le emozioni degli autori. A partire dalla fine degli anni cinquanta, giovani registi come Truffaut, Godard, Chabrol, Rohmer (più altri come Malle o Resnais) cominciarono dunque a proporre pellicole di "rottura", non più girate in studio ma direttamente nelle strade e nelle case, rivendicando libertà e controllo creativo contro le regole del meccanismo produttivo fino ad allora in voga. "Il cinema di domani", disse lo stesso regista, "non sarà diretto da servitori civili della macchina da presa, ma da artisti per i quali girare un film costituisce un'avventura magnifica ed eccitante". E il piccolo Antoine Doinel (interpretato da un allora quattordicenne Jean-Pierre Léaud), personaggio in cui Truffaut riversa molti tratti di sé stesso e che nel corso degli anni si tramuterà sempre più in una sorta di suo alter ego, ne diventa un simbolo immediato, con le sue numerose e piccole "infrazioni" alle regole che ne testimoniano il desiderio di evadere e di "vivere la propria vita in maniera diversa". Proiettato con grande successo al Festival di Cannes del 1959, il film lanciò la carriera di Truffaut (e di Léaud). Negli anni a venire il regista proseguì a narrare di vicende di Doinel, seguendo la crescita del personaggio in una "saga" semi-autobiografica che conterà altri quattro pellicole: "Antoine e Colette" (1962, episodio del film collettivo "L'amore a vent'anni"), "Baci rubati" (1968), "Non drammatizziamo... è solo questione di corna" (1970) e "L'amore fugge" (1979).

Antoine è un bambino di dodici anni, irrequieto e in "rotta" con il mondo che lo circonda. Incompreso a scuola (con gli insegnanti che si accaniscono contro la sua creatività indisciplinata) e in famiglia (la madre non lo ama, il padre lo sopporta perché figlio illegittimo), preferisce vagabondare per le strade di Parigi da solo o in compagnia dell'amico René, con il quale va al cinema o alle giostre. Punito ripetutamente in classe (per essersi giustificato di un'assenza dicendo che la madre era morta o per aver copiato un testo di Balzac durante un tema), scappa di casa. Ruba una macchina da scrivere nell'ufficio dove lavora il padre, ma impossibilitato a rivenderla tenta di riportarla indietro, facendosi scoprire. Finito al riformatorio, riuscirà a fuggire e raggiungerà la spiaggia, dove vedrà per la prima volta il mare. Costruito come una successione di episodi che raccontano la crescita di un ragazzino, senza una vera e propria trama, il film avrebbe dovuto essere inizialmente soltanto un cortometraggio di venti minuti, ambientato nella Parigi dell'occupazione tedesca, la storia di un bambino che marinava la scuola e trascorreva poi la notte per le strade. Fra le ispirazioni, la più evidente (nelle sequenze della scuola) è quella di "Zero in condotta" di Jean Vigo: ma non mancano citazioni cinefile qua e là (la foto che Antoine e René rubano al cinema, per esempio, è quella di Harriet Andersson, protagonista di "Monica e il desiderio" di Ingmar Bergman). Nel cast, in piccoli ruoli, si riconoscono Jeanne Moreau (la donna che perde il cane), Jean-Claude Brialy (l'uomo che la aiuta) e Jacques Demy (un poliziotto). Per il resto, dalle sequenze di apertura che mostrano la Torre Eiffel da diverse angolazioni, fino al bellissimo finale con la corsa di Antoine fino alla spiaggia (con un fermo immagine finale che ne mostra i dubbi e le sensazioni contrastanti: il mare è la libertà oppure solo un altro limite?), il film racchiude in sé tutta l'energia ribelle e impetuosa dell'adolescenza, desiderosa di esprimersi in maniera indipendente ma incapace di farsi accettare da un mondo, quello degli adulti, che appare sordo e cieco di fronte alle sue esigenze (tanto le istituzioni, scolastiche o correttive, quanto la famiglia, con la madre infedele e il padre superficiale, sembrano rappresentare una barriera fra la sensibilità di Antoine e la sua piena espressione). Il film è dedicato alla memoria di André Bazin, grande teorico del cinema e padre spirituale di Truffaut, morto la sera stessa del giorno in cui iniziarono le riprese. Il titolo italiano traduce letteralmente un modo di dire francese che andava semmai adattato, e che significa "fare il diavolo a quattro" (il povero François non sarà mai fortunato, da questo punto di vista, con i nostri distributori).

26 aprile 2014

Une histoire d'eau (Truffaut, Godard, 1958)

Une histoire d'eau
di François Truffaut, Jean-Luc Godard – Francia 1958
con Caroline Dim, Jean-Claude Brialy
**

Visto su YouTube, in lingua originale.

Cortometraggio (di 12 minuti) dall'origine tanto improvvisata quanto insolita: in seguito a un'inondazione nelle campagne attorno a Parigi, nel 1958, Truffaut decise di approfittare delle località allagate per usarle come scenografie naturali di un film da girare nell'arco di un weekend. Si recò così in macchina fuori città con due attori e un cameraman per effettuare le riprese, ma il risultato non lo convinse. Fu allora che intervenne l'amico Godard, che rimontò in maniera diversa il materiale girato, eliminando i dialoghi, aggiungendo un commento sonoro incessante a base di percussioni e una voce fuori campo (farcita di riferimenti letterari e filosofici: Poe, Petrarca, Baudelaire, Balzac, e molti altri) che sostituiva i pensieri e i dialoghi dei personaggi. Nasce così la storia di una giovane studentessa che deve raggiungere Parigi per assistere a una lezione all'Università: a questo scopo accetta un passaggio in auto da parte di uno sconosciuto. Ben presto l'alluvione costringe i due a proseguire a piedi, e il ragazzo le chiede di poterla baciare... Poco più che un divertissement, il risultato finale è sicuramente più godardiano che truffautiano. Il corto venne proiettato in pubblico soltanto tre anni dopo, nel 1961, quando i due registi avevano già esordito nel lungometraggio (con "I 400 colpi" e "Fino all'ultimo respiro", rispettivamente). Il titolo, ovviamente, scimmiotta quello di "Histoire d'O".

25 aprile 2014

L'età difficile (François Truffaut, 1957)

L'età difficile (Les mistons)
di François Truffaut – Francia 1957
con Bernadette Lafont, Gérard Blain
**1/2

Rivisto su YouTube.

Un gruppo di ragazzini (il titolo originale significa "I monelli"), invaghiti della bella Bernadette, ne spia gli incontri amorosi con il fidanzato Gérard, mettendo di continuo i bastoni fra le ruote ai due giovani. Con questo cortometraggio di 17 minuti, girato a Nîmes nel 1957 e che rappresenta la prima vera esperienza professionale per Truffaut (il precedente "Une visite", del 1955, era poco più che un film fra amici), il regista mette in pratica per la prima volta le sue idee di cinema, quelle che lui e i suoi colleghi andavano predicando sulla rivista "Cahiers du cinéma" e che avrebbero dato vita alla Nouvelle Vague: girare per le strade e fuori dagli studios, raccontare storie di vita vera e oltre le convenzioni, ispirarsi al cinema degli esordi (fra le tante citazioni cinefile, viene persino riproposta la gag dell'"innaffiatore innaffiato" dei fratelli Lumière!) e alle proprie esperienze autobiografiche. In effetti il tema è subito uno di quelli più cari a Truffaut (tanto che due anni dopo sarà alla base anche del suo primo lungometraggio, "I quattrocento colpi"): l'infanzia e l'adolescenza, età delle prime esperienze e dei primi turbamenti amorosi, vista però senza lenti deformanti nostalgiche o sentimentali. Bernadette Lafont, sposata a Gérard Blain nella vita reale, era alla sua prima apparizione sullo schermo: indimenticabili le inquadrature che ne mostrano tutta la sensualità, per esempio quando gira in bicicletta o gioca a tennis con le gambe scoperte. Ma i veri protagonisti sono i cinque bambini, di cui si mostrano giochi, scherzi, marachelle e scampagnate, con ingenua spontaneità, fino alla scoperta improvvisa dei fatti della vita e della morte. Nella sua brevità, a tratti è quasi da paragonare a "Stand by me"! Il soggetto proviene da un racconto di Maurice Pons del 1955. Il film segna anche il debutto della casa di produzione Les Films du Carrosse (un omaggio a "La carrozza d'oro" di Jean Renoir), presieduta dello stesso Truffaut, che produrrà poi gran parte dei suoi lavori.