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26 gennaio 2021

Ore disperate (Michael Cimino, 1990)

Ore disperate (Desperate Hours)
di Michael Cimino – USA 1990
con Mickey Rourke, Anthony Hopkins
**

Visto in TV (Now Tv).

Michael Bosworth (Mickey Rourke), assassino in attesa di giudizio, evade grazie all'aiuto della sua avvocatessa Nancy (Kelly Lynch) e si rifugia, insieme a due complici (Elias Koteas e David Morse), nella casa della famiglia Cornell, prendendo in ostaggio i suoi abitanti (Anthony Hopkins, Mimi Rogers e i figli Shawnee Smith e Danny Gerard). Remake dell'omonimo film del 1955 con Humphrey Bogart, tratto dal romanzo di Joseph Hayes. Nonostante il tentativo di ampliare o arricchire la narrazione (mostrando all'inizio la fuga del criminale e introducendo il personaggio dell'avvocatessa/fidanzata, che nella versione precedente era soltanto menzionata nei dialoghi), non vi aggiunge nulla di nuovo e anzi ne annacqua i temi e perde la focalizzazione sul contrasto fra la quotidianità di una famiglia benestante e l'irruzione del male dall'esterno. Qui la situazione domestica è già tesa prima ancora che arrivino i criminali (marito e moglie sono separati, i figli sono ribelli), e il coraggio del capofamiglia – che si oppone all'atteggiamento sardonico e distaccato del gangster – non sembra diverso da quello di tanti eroi di thriller e film d'azione convenzionali. In più, come nell'originale, nessun personaggio (buono o cattivo che sia) appare particolarmente accattivante o simpatico. Resta la discreta confezione cinematografica e la decente atmosfera. Cimino ha lamentato interferenze della produzione in fase di montaggio, con il taglio di alcune sequenze che avrebbe prodotto carenze di caratterizzazione e buchi logici nella trama. Lindsay Crouse è l'agente dell'FBI. Rourke aveva già recitato per il regista ne "L'anno del dragone".

9 marzo 2019

L'anno del dragone (M. Cimino, 1985)

L'anno del dragone (Year of the Dragon)
di Michael Cimino – USA 1985
con Mickey Rourke, John Lone
**

Visto in TV.

Incaricato di riportare l'ordine a Chinatown, il pluridecorato capitano della polizia Stanley White (Mickey Rourke) è convinto che si tratti di "un altro Vietnam". Odia i cinesi, la loro cultura e gli intrallazzi segreti delle varie bande, soprattutto adesso che il giovane e ambizioso Joey Tai (John Lone) sta cercando di scalzare gli anziani leader delle Triadi per impadronirsi del lucroso traffico di droga che dalla Thailandia giunge fino al cuore di New York. Ma la sua crociata personale gli costerà cara: le gang gli uccidono prima la moglie e poi l'agente che aveva infiltrato nel ristorante di Tai. Pur abbandonato dai propri superiori, che preferiscono lasciare le cose come stanno, grazie al sostegno della bella giornalista Tracy Tzu (Ariane Koizumi) riuscirà almeno ad avere la meglio su Tai. Il ritorno al cinema di Michael Cimino, cinque anni dopo il colossale fiasco de "I cancelli del cielo", è un adattamento di un romanzo di Robert Daley (la sceneggiatura è dello stesso regista e di Oliver Stone) che suscitò non poche controversie in patria per il presunto "razzismo" nei confronti degli asiatici che vivevano in America. In realtà i pensieri e le opinioni di White fanno parte del personaggio, mentre c'è chi gli ribatte per le rime sottolineando il ruolo e l'importanza che la comunità cinese ha storicamente rivestito nella costruzione degli Stati Uniti. Caratterizzato da una buona regia e da un'avvolgente fotografia (di Alex Thomson), il film perde qualche colpo nell'impianto generale, che alla resa dei conti si rivela quello di un poliziesco abbastanza convenzionale, con personaggi stereotipati (il poliziotto tutto d'un pezzo, il cattivo senza sfumature, la bella reporter esotica) e una struttura un po' disuguale (servivano davvero le parti girate in Thailandia con John Lone?). Da un "Chinatown" ambientato effettivamente nel quartiere newyorkese ci si poteva aspettare di più. Memorabile il lussuoso loft di Tracy con vista sul Ponte di Brooklyn. Nel cast brilla il solo Rourke, ma si riconoscono diversi attori asiatici che in quegli anni apparivano spesso nei film hollywoodiani (come Victor Wong e Dennis Dun).

22 febbraio 2015

Immortals (Tarsem Singh, 2011)

Immortals (id.)
di Tarsem Singh – USA 2011
con Henry Cavill, Freida Pinto
*1/2

Visto in TV.

Il blasfemo re Iperione, adirato contro gli Dei dell'Olimpo, è alla ricerca del leggendario Arco di Epiro, tramite il quale è possibile risvegliare i Titani che giacciono imprigionati sotto il monte Tartaro: e per trovarlo, non esita ad attaccare ogni luogo sacro della Grecia. Ad opporsi a lui è l'eroico Teseo (Henry Cavill), il cui villaggio è stato messo a ferro e fuoco dall'esercito nemico. Sarà aiutato da Phaedra (Freida Pinto), oracolo del santuario sibillino, e dall'occasionale intervento degli stessi Dei, nonostante l'ordine di Zeus di non interessarsi delle vicende dei mortali. Sulla falsariga di "300" (di cui riprende a tratti l'estetica), un guazzabuglio confuso e stilizzato che rilegge il mito greco di Teseo, stravolgendone gli elementi (il Minotauro è soltanto un uomo con la maschera da toro) e spogliandoli di significato, a puri scopi spettacolari. Fenomenale dal lato visivo e fotografico (è la specialità, dopo tutto, del regista Tarsem, che ha dichiarato di essersi ispirato soprattutto ai dipinti di Caravaggio; ma a tratti si colgono persino riferimenti a Paradzanov, come nelle scene dell'oracolo) e affogato in un'abbondanza di scenari e di immagini in CGI, il film soffre invece da quello dei contenuti: e non bastano i toni cupi e violenti ad ammantare la vicenda di spessore. Le divinità dell'Olimpo, giovani e aitanti, sembrano uscire dalla pubblicità di un profumo di Giorgio Armani o Versace, e lo stesso Teseo sfoggia muscoli da culturista (o da... statua greca!). Insomma, sembrano tutti più modelli che attori. Per fortuna nel cast ci sono anche Mickey Rourke (il cattivo re Iperione, manco a dirlo il personaggio più interessante), Luke Evans (Zeus), John Hurt (ancora Zeus, con le sembianze di un vecchio) e Stephen Dorff (il ladro che si allea con Teseo).

10 ottobre 2014

Sin City: Una donna per cui uccidere (Rodriguez, Miller, 2014)

Sin City: Una donna per cui uccidere
(Sin City: A dame to kill for)
di Robert Rodriguez, Frank Miller – USA 2014
con Mickey Rourke, Eva Green
**

Visto al cinema Arcobaleno.

Nove anni dopo il primo "Sin City", Robert Rodriguez e lo sceneggiatore Frank Miller (dai cui fumetti sono tratte le storie narrate) tornano nella "città del peccato" per raccontare nuove vicende hard boiled a base di uomini duri e violenti, donne fatali, giocatori d'azzardo, politici corrotti e prostitute vendicative. Temi, stile e atmosfere sono essenzialmente gli stessi della prima pellicola, con le vignette e le tavole del fumetto che prendono vita sullo schermo in un bianco e nero altamente contrastato, dove il colore fa capolino solo occasionalmente (le chiome di alcune ragazze, l'impermeabile blu e gli occhi verdi di Eva Green, e altri dettagli: ma la trovata ha ormai fatto il suo tempo e risulta molto meno suggestiva) e il voice over accompagna immancabilmente i tormentati protagonisti. Anche la miscela narrativa è quella solita, a base di sesso e violenza (irreale, adrenalinica e fumettosa), in un mondo in cui il confine fra buoni e cattivi non esiste o non segue le solite direttive. Proprio perché la pellicola non offre niente di nuovo (e quello che offre, lo fa peggio del prototipo), ci si chiede se c'era davvero il bisogno di tornare "sul luogo del delitto", addirittura riproponendo gli stessi personaggi del capitolo precedente (alcuni dei quali, come Marv, tornano in vita per lo sfasamento cronologico delle vicende). Probabilmente no, e infatti nel complesso si esce delusi. Le trame che si intrecciano sono essenzialmente tre, ma la principale è quella che dà il titolo alla pellicola: Dwight (Josh Brolin), detective privato con un passato burrascoso, viene convinto dalla sua ex fiamma Eva (Eva Green) a uccidere l'uomo che ha sposato e che la maltratta. Si tratta però di un tranello, architettato dalla donna per ereditare l'immensa fortuna del marito, incastrando l'amante con l'accusa di omicidio. Sfuggito alla morte, Dwight – dopo aver cambiato volto (assumendo quello che sfoggerà nel primo film, dove il personaggio era interpretato da Clive Owen) – si vendicherà con l'aiuto del forzuto Marv (Mickey Rourke) e delle prostitute Gail (Rosario Dawson) e Miho (Jamie Chung, che sostituisce – ahimè – Devon Aoki). Le altre storie, più marginali, vedono l'arrivo in città del giovane Johnny (Joseph Gordon-Levitt), giocatore di poker che sfida (e incautamente batte) il potente e corrotto senatore Roark (Powers Boothe); e il tentativo della spogliarellista Nancy (Jessica Alba) di uccidere lo stesso senatore per vendicare la morte di John Hartigan (Bruce Willis), il poliziotto che le aveva salvato la vita e che continua a tenerle compagnia sotto forma di fantasma. Un po' brusco (per non dire moscio) il finale. Nel cast anche Dennis Haysbert (Manute, la guardia del corpo di Eva), Julia Garner (Marcie, la ragazza che "porta fortuna" a Johnny), Christopher Lee (il medico che lo opera), Ray Liotta e Juno Temple (la coppia di amanti fotografata da Dwight). Rodriguez, oltre che regista (ma pare che abbia lasciato in gran parte mano libera a Miller), come suo solito è anche montatore, direttore della fotografia e co-autore della colonna sonora.

9 luglio 2014

Sin City (R. Rodriguez, F. Miller, 2005)

Sin City (id.)
di Robert Rodriguez, Frank Miller – USA 2005
con Mickey Rourke, Bruce Willis, Clive Owen
***

Rivisto in DVD, con Sabrina.

Dalla serie a fumetti noir di Frank Miller, tre violente storie ambientante nell'immaginaria Basin City (rinominata da tutti Sin City, ovvero la "città del peccato", perché vizio e corruzione vi imperano ad ogni livello). Il rude Marv (Mickey Rourke) intende scoprire chi ha ucciso la prostituta Goldie, l'unica donna che lo abbia mai amato. Il detective Hartigan (Bruce Willis) salva la giovane Nancy (Jessica Alba) da uno stupratore pedofilo, figlio di un potente senatore che gli giura vendetta. L'avventuriero Dwight (Clive Owen) è alle prese con l'omicidio di un poliziotto (Benicio Del Toro) che potrebbe far saltare la "tregua" fra le prostitute della città bassa e le forze dell'ordine. Gli elementi sono quelli classici della narrativa hard boiled: uomini duri e tutti d'un pezzo, donne fatali, gangster psicopatici, politici corrotti, in un mondo senza sfumature di grigio (in tutti i sensi). L'onnipresente voce fuori campo veicola pensieri ed emozioni di personaggi che si rifanno alla tradizione degli eroi di Raymond Chandler o Dashiell Hammett, condita con la violenza eccessiva e grottesca dei film di exploitation o dei loro eredi tarantiniani. E proprio nell'ombra di Tarantino si dipana questa versione cinematografica, e non solo perché il buon Quentin (accreditato come "special guest director") ne ha girato una breve sequenza – quella del surreale dialogo in auto fra Dwight e il defunto Jackie-boy – ma soprattutto perché al timone dell'intera operazione c'è il suo amico e sodale Robert Rodriguez. L'approccio del regista messicano è quello di un'estrema fedeltà al materiale di partenza ("Non volevo fare Sin City di Robert Rodriguez, volevo fare Sin City di Frank Miller"), e per questo motivo ha fatto salire a bordo lo stesso fumettista nelle vesti di co-sceneggiatore e co-regista (per Miller è l'esordio dietro la macchina da presa). Grazie a un massiccio uso delle tecnologie digitali, le vignette degli albi originali sono state trasposte sullo schermo in maniera stupefacente, conservandone tutto il fascino e riproponendone la grafica stilizzata e le soluzioni espressive: le immagini sono in un contrastatissimo bianco e nero, tranne piccoli particolari (le labbra rosse, gli occhi blu, i capelli biondi delle ragazze, i colori di automobili od oggetti da far risaltare al momento opportuno), le scene d'azione sono dinamiche e irreali, le inquadrature sono prospettiche o deformate, così come le fattezze fisiche di alcuni personaggi (vedi Mickey Rourke o Nick Stahl, il "bastardo giallo"). L'aspetto visivo è pertanto il punto di forza di un film che per il resto si appoggia sulle convenzioni di genere, ovvero una violenza esasperata e grottesca (da non prendere sul serio, dunque), personaggi monodimensionali e stereotipati (in particolare le donne, tutte prostitute o spogliarelliste, a seconda dei casi da proteggere o da temere), colpi di scena improvvisi e spiazzanti. Avendo fuso insieme vicende provenienti da volumi diversi, la struttura del film risulta simile a quella di "Pulp Fiction", con storie separate ma che si incrociano occasionalmente fra loro e dalla cronologia sfasata (a un certo punto ritroviamo in vita personaggi morti in sequenze precedenti). Di contro, rispetto al fumetto, la visione del film "impone" il proprio ritmo (chi legge può scegliere di soffermarsi più o meno a lungo su una vignetta o una pagina in particolare) e non è detto che ciò che si perde nella cadenza si guadagni sempre in dinamicità. Nel ricchissimo cast, da segnalare anche Elijah Wood (il cannibale Kevin), Josh Hartnett (il giovane killer del prologo), Michael Madsen (il collega che tradisce Hartigan), Rutger Hauer (il cardinale), Jaime King (Goldie), Michael Clarke Duncan (Manute) e, fra le prostitute, Rosario Dawson (Gail), Devon Aoki (la letale Miho) e Alexis Bledel (la protagonista del telefilm "Una mamma per amica", cui si allude scherzosamente). Per la sequenza che ha diretto, Tarantino si è fatto pagare solo un dollaro: un modo per rendere il favore a Rodriguez, che aveva voluto la stessa cifra per il suo contributo alla colonna sonora di "Kill Bill". Due anni più tardi, nello stesso stile grafico, Zack Snyder porterà sullo schermo un altro fumetto di Miller, "300", mentre quest'ultimo si riunirà con Rodriguez per l'imminente sequel di "Sin City" in uscita fra pochi mesi.

20 gennaio 2012

Rusty il selvaggio (Francis F. Coppola, 1983)

Rusty il selvaggio (Rumble Fish)
di Francis Ford Coppola – USA 1983
con Matt Dillon, Mickey Rourke
***

Visto in DVD, con Eleonora, Giovanni, Rachele, Paola e Costanza.

Girato subito dopo "I ragazzi della 56a strada", di cui è il "gemello" meno mainstream e più personale (la sceneggiatura fu scritta nei ritagli di tempo della lavorazione di quel film, e il cast e la troupe sono in gran parte gli stessi), è l'adattamento di un altro romanzo di Susan E. Hinton, basato – come "The Outsiders" – sui temi delle bande di strada e del disagio giovanile. Il protagonista, il giovane Rusty James (Matt Dillon), vive in Oklahoma in compagnia del padre alcolizzato (Dennis Hopper) e nel mito delle imprese del suo fratello maggiore (Mickey Rourke), un leggendario e carismatico capobanda soprannominato "quello della moto" ("motorcycle boy" in originale), che ritorna inaspettatamente in città dopo un periodo di assenza trascorso in California. Proprio la relazione fra i due fratelli – tanto fragile e confuso il minore quanto alienato e fatalista il maggiore – è il centro nevralgico di una pellicola caratterizzata da uno stile fortemente espressionista e dall'attenzione alle psicologie dei personaggi più che alle loro vicende. La fotografia in bianco e nero ed estremamente contrastata di Stephen H. Burum (gli unici elementi a colori sono i "pesci combattenti" nell'acquario del locale negozio di animali, che simboleggiano proprio i giovani protagonisti: attaccano i loro simili ma solo perché sono confinati in un ambiente ristretto; se avessero maggior spazio a disposizione, non lotterebbero fra loro), lo stile barocco e manieristico (grandangoli, inquadrature sghembe, carrellate, accelerazioni), l'atmosfera onirica e sospesa (con una certa insistenza su immagini e simboli come gli orologi, il tempo, le ombre, le nuvole, il fumo), i suoni attutiti e amplificati, la colonna sonora sperimentale di Stewart Copeland dei Police, sono tutti elementi che rispecchiano sullo schermo il modo di essere e di sentire dei personaggi ("quello della moto", per esempio, afferma di non vedere i colori – è daltonico – e di percepire i suoni come distanti). Francis Coppola vedeva nel rapporto fra i due fratelli una relazione simile alla propria con il fratello August. Nel cast, molti volti noti (o destinati a diventarlo): Diane Lane, Nicolas Cage, Chris Penn, Lawrence Fishburne, Vincent Spano, Tom Waits, Sofia Coppola. Il titolo italiano voleva forse rievocare "Il selvaggio" con Marlo Brando.

9 settembre 2010

I mercenari (Sylvester Stallone, 2010)

I mercenari (The Expendables)
di Sylvester Stallone – USA 2010
con Sylvester Stallone, Jason Statham
**1/2

Visto al cinema Colosseo.

Un sogno che si avvera. Un film d'azione in puro stile anni ottanta che riunisce tutti insieme i principali interpreti del genere e in particolare quelli della vecchia scuola: Sylvester Stallone (anche regista e sceneggiatore), Arnold Schwarzenegger (per lui soltanto un cameo, purtroppo, visti gli impegni politici: "Vuole diventare presidente"), Dolph Lundgren (per Ivan Drago c'è ovviamente un ruolo a metà fra il buono e il cattivo), Mickey Rourke (sfatto come in "The Wrestler", filosofo, tatuato e tatuatore), Jet Li (con il complesso dell'altezza: e vorrei ben vedere, al fianco di tanti colossi), Jason Statham (l'eroe di "The transporter" e "Crank", il mio preferito del cast) e Bruce Willis (anche lui in un ruolo ridotto)... E non basta: ci sono anche i wrestler Randy Couture e "Stone Cold" Steve Austin, l'ex giocatore di football Terry Crews e persino Gary "Ken il guerriero" Daniels! Per completare un cast davvero da favola mancherebbero soltanto (sono stati contattati, ma hanno rifiutato per motivi vari) Jackie Chan, Steven Seagal, Chuck Norris e Jean-Claude Van Damme (che pare abbia acconsentito ad apparire nel sequel). I cattivi sono Eric Roberts e David Zayas, le donzelle Giselle Itiè e Charisma Carpenter. Della trama è anche inutile parlare, visto che non conta (si tratta comunque di spodestare un dittatore di un'isola sudamericana, spalleggiato da un ex agente CIA interessato al traffico di droga): l'importante è godersi la successione senza pause di sparatorie, esplosioni, inseguimenti, scontri corpo a corpo, pugni, calci, coltellate e distruzioni assortite. E il bello è che sembra di essere tornati ai tempi di "Commando", senza traccia di tutti quelli elementi che hanno affossato il genere negli ultimi decenni, come adolescenti, fighettume vario, sottotrame idiote, eccessi tecnologici. Solo testosterone e mazzate! Con coraggio il film rinuncia anche alle influenze hongkonghesi che, da John Woo in poi, hanno modificato le pellicole d'azione (ma Corey Yuen ha comunque collaborato alle coreografie, in particolare nelle scene con Jet Li). Impressionante la fisicità dei corpi, anche quelli di interpreti che ormai hanno una certa età. Ovviamente, i più "giovani", come Statham, se la cavano meglio, ma tutti – a partire da Stallone – hanno comunque l'aria di divertirsi un mondo. E per riassumere il film, la cosa migliore è citare l'imperdibile recensione pubblicata sul sito I 400 calci: "Non importa di che sesso eravate quando siete entrati al cinema: quando uscirete, sarete UOMINI".

13 maggio 2010

Iron Man 2 (Jon Favreau, 2010)

Iron Man 2 (id.)
di Jon Favreau – USA 2010
con Robert Downey Jr., Mickey Rourke
**

Visto al cinema Orfeo, con Hiromi.

I secondi capitoli delle saghe supereroistiche della Marvel si sono spesso rivelati migliori degli episodi d'esordio, che sono penalizzati dal dover narrare in maniera dettagliata le origini dei personaggi: è successo, per esempio, per lo Spider-Man di Raimi e per gli X-Men di Singer, franchise di cui proprio il secondo film rappresenta la punta di diamante. Non è così invece per Iron Man, il cui sequel – decisamente più fracassone e infantile, oltre che meno coerente e rigoroso – non è all'altezza dell'ottimo primo episodio. Buona parte della colpa è da imputare all'avvicendamento fra gli sceneggiatori, con l'arrivo di Justin Theroux (inesperto ma "amico" di Downey Jr., con cui aveva lavorato in "Tropic Thunder"). Tutto sommato però il divertimento non manca, soprattutto per un Marvel fan che – come me – ha sempre amato il personaggio e per una volta è disposto ad accontentarsi di rumorose scene d'azione (da incorniciare l'adrenalinico scontro sulla pista automobilistica cittadina di Montecarlo e la battaglia finale con decine di avversari nei cieli sopra le installazioni fieristiche dello Stark Expo) e a passare sopra alla totale mancanza di plausibilità dell'aspetto tecnologico-scientifico (a differenza degli sceneggiatori del film precedente, Theroux non cerca nemmeno di inventare uno straccio di spiegazione teorica per il funzionamento delle armi dei "cattivi" o per il modo in cui il protagonista sintetizza un nuovo elemento chimico). Questa volta l'inventore milionario Tony Stark deve affrontare minacce su più fronti: l'esercito degli Stati Uniti, che non intende lasciare nelle mani di un privato una "potenza di fuoco" come quella fornita dall'armatura di Iron Man; il fabbricante d'armi rivale Justin Hammer (Sam Rockwell), che mette a punto un esercito di droni inarrestabili e che naturalmente sfuggono al suo controllo; lo scienziato russo Ivan Vanko, alias Blacklash (un Mickey Rourke sardonico e tatuato), deciso a vendicare i torti subiti da suo padre per opera della famiglia Stark; il suo stesso corpo, avvelenato dalla medesima tecnologia che lo mantiene in vita; la difficile "eredità" del padre, con il quale – pur se morto – tenta di ricucire il rapporto. Aggiungiamo al miscuglio il ritorno di Nick Fury (nuovamente interpretato da un ironico Samuel L. Jackson), l'arrivo di Natasha Romanoff (la Vedova Nera, qui agente dello S.H.I.E.L.D.: una Scarlett Johansson poco in parte), il problematico rapporto con la segretaria "Pepper" Potts (ancora Gwineth Paltrow) e il confronto con l'amico James Rhodes (con un cambio di interprete: al posto di Terrence Howard ora c'è Don Cheadle, benché i due non si somiglino per nulla), che indossa finalmente l'armatura corazzata di War Machine, e otteniamo un blockbuster anche gradevole, che si regge sulle scene d'azione (gli storyboard sono di Genndy Tartakovsky) e sulle interpretazioni di Robert Downey Jr. e Mickey Rourke, ma che corre il rischio di essere dimenticato piuttosto in fretta. Come nel film precedente, Favreau in persona interpreta l'autista "Happy" Hogan, al quale viene dato un po' più di spazio. Non mancano infine un paio di strizzatine d'occhio in chiave "Vendicatori", come l'apparizione dello scudo di Capitan America e del martello di Thor, quest'ultimo dopo i titoli di coda.

10 marzo 2009

The wrestler (D. Aronofsky, 2008)

The wrestler (id.)
di Darren Aronofsky – USA 2008
con Mickey Rourke, Marisa Tomei
***

Visto al cinema President.

Dopo aver toccato vent'anni prima l'apice della propria carriera in un incontro ancora leggendario, il wrestler Randy "The Ram" Robinson sopravvive alternandosi fra piccoli lavori e match fra vecchie glorie in palazzetti di quart'ordine. Rimasto solo (cerca inutilmente di riallacciare un rapporto con la figlia), malandato (dopo un infarto, i medici gli hanno proibito di combattere ancora) e ancorato al passato (fra canzoni degli anni ottanta – "gli anni novanta sono stati uno schifo" – e pupazzetti e videogiochi che gli ricordano i suoi giorni di gloria), l'unica cosa che può fare è rialzarsi e continuare a combattere: in fondo il ring è l'unico posto dove The Ram non si senta rifiutato. Devastante ritratto di un personaggio crepuscolare e patetico, che cerca di sopravvivere in un mondo dove non ci sono buoni o cattivi ma solo vincenti o perdenti e dove la solitudine è il peggior nemico, il film non offre facili scorciatoie o concessioni alla retorica e al sensazionalismo (anche se le sequenze melodrammatiche con la figlia le ho mal digerite). Aronofsky contribuisce al buon risultato tenendo parzialmente a freno il suo stile ruffiano e mettendosi per una volta completamente al servizio del personaggio, restandogli continuamente attaccato, seguendolo da vicino ma anche riprendendolo spesso di spalle, come a non voler svelare del tutto le sue espressioni mentre avanza lungo il cammino della vita (evidenti le similitudini fra l'ingresso nelle arene sportive e quello al bancone del supermercato); Rourke, di suo, ci mette invece il viso disfatto, la pelle lacerata e una recitazione intensa e sincera, anche se tutta corporea (motivo per il quale non me la sento di dar torto ai giurati dell'Academy che hanno preferito assegnare l'Oscar a un'interpretazione più completa come quella di Sean Penn in "Milk"), riuscendo però a tirar fuori dalla sua "carne maciullata" anche sorrisi e lacrime. Magnifiche certe battute (come quelle sul film "La passione di Cristo") e divertenti i momenti in cui i wrestler si accordano nel backstage sulle mosse da eseguire. Ma anche se tutto è finto, il sangue e le ferite sono veri. Complimenti infine alla quarantacinquenne Marisa Tomei, brava e coraggiosa nei panni dell'amica-spogliarellista alla quale Randy si appoggia come possibile ancora di salvezza: fra i due personaggi, entrambi sul viale del tramonto nelle rispettive carriere, c'è più di un parallelismo. Il Leone d'Oro al festival di Venezia è senza dubbio meritato: ma quanto è dipeso dalla mediocrità degli altri film in concorso?