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12 agosto 2023

Il genio della truffa (Ridley Scott, 2003)

Il genio della truffa (Matchstick Men)
di Ridley Scott – USA/GB 2003
con Nicolas Cage, Alison Lohman
**

Rivisto in TV (Sky Cinema).

Roy (Nicolas Cage), che si guadagna da vivere organizzando piccole e grandi truffe insieme al complice Frank (Sam Rockwell), soffre di disturbo ossessivo-compulsivo, è agorafobico e ossessionato dall'igiene. Quando nella sua vita disordinata si presenta all'improvviso Angela (Alison Lohman), la figlia quattordicenne che ignorava di avere, le cose cominciano a migliorare. Ma non tutto è come sembra... Il problema con i film di questo tipo, che parlano di truffe e truffatori, è che in fondo sono estremamente prevedibili: lo spettatore è portato a sospettare di ogni cosa, e dunque i twist e i colpi di scena che inevitabilmente giungono verso il finale non sconvolgono come farebbero in altre pellicole. In questo caso, tutto è così evidente sin dall'inizio che viene quasi il dubbio che gli sceneggiatori (che si sono basati su un soggetto di Eric Garcia) non ci abbiano provato nemmeno: Roy si fa "fregare" come una delle sue vittime, ma il focus del film non è la truffa in sé quando lo studio del personaggio (con le sue manie, le sue ossessioni, i suoi problemi relazionali) e il rapporto con la figlia che lo aiuta a crescere e ad uscire dal tunnel. Lo dimostra il fatto che alla risoluzione del twist stesso non viene data particolare enfasi, nemmeno a livello registico. Buone le prove degli attori: in particolare la Lohman, ventiquattrenne, è piuttosto credibile nell'interpretare una quattordicenne (!). Nel cast anche Bruce Altman, Bruce McGill e Sheila Kelley. Anche se regge a una seconda visione, complessivamente però il film è dimenticabile.

28 gennaio 2023

Windtalkers (John Woo, 2002)

Windtalkers (id.)
di John Woo – USA 2002
con Nicolas Cage, Adam Beach
*1/2

Rivisto in TV (RaiPlay).

Negli ultimi anni della seconda guerra mondiale, per evitare che i nemici decifrassero le loro trasmissioni radiofoniche, gli Stati Uniti fecero ricorso a un'insolita risorsa... interna: gli indiani Navajo, addestrati come marconisti e incoraggiati a usare la propria lingua nativa come codice per trasmettere i messaggi fra le linee. Il marine Joe Enders (Nicolas Cage), desideroso di tornare in battaglia dopo aver visto morire tutti i suoi compagni di plotone ed essere rimasto ferito a un orecchio, viene incaricato di scortare uno di questi "code talkers", il navajo Ben Yahzee (Adam Beach), assegnato a una compagnia d'assalto nel Pacifico, con il compito di evitare a tutti costi che venga fatto prigioniero dai giapponesi. Da uno spunto ispirato ad eventi reali (i "code talkers" Navajo parteciparono, fra le altre, alle battaglie di Saipan – mostrata nel film – e di Iwo Jima), forse il peggiore dei sei film girati a Hollywood da John Woo: enfatico nella regia e nella fotografia, e recitato svogliatamente (Cage a parte, ma il suo è un caso particolare: sembra sempre che esageri nell'interpretazione), ha però il suo difetto principale nella sceneggiatura ingessata, scolastica e a tratti retorica, con personaggi monodimensionali (vedi per esempio il marine razzista Chick) e una generale incapacità di sfruttare il suo stesso argomento portante. L'impressione è che il film non sappia cosa raccontare: a parte l'introduzione iniziale, il tema dei "code talkers" viene subito messo da parte, in favore di lunghe e violente (ma generiche e noiose) scene di combattimento; e anziché riflettere sul linguaggio, ci si concentra sul concetto (molto più abusato e meno interessante) dell'amicizia, in particolare quella fra Ben e Joe, che si cementa lentamente sul campo di battaglia. I vaghissimi aspetti da buddy movie e gli accenni all'incontro e all'accettazione di culture diverse colorano a malapena quello che è solo uno sfoggio di sequenze di battaglia, dispiegate lungo una serie di episodi scollegati l'uno dall'altro, fino a un finale random. Meritato flop al botteghino. Nel cast anche Christian Slater, Roger Willie, Peter Stormare, Noah Emmerich, Mark Ruffalo, Brian Van Holt, Jason Isaacs e, unico (inutile) personaggio femminile, Frances O'Connor. Cage e Slater avevano già lavorato con Woo, rispettivamente in "Face/Off" e "Broken Arrow".

22 agosto 2022

Il talento di Mr. C (Tom Gormican, 2022)

Il talento di Mr. C (The unbearable weight of massive talent)
di Tom Gormican – USA 2022
con Nicolas Cage, Pedro Pascal
**1/2

Visto in TV (Now Tv).

Insoddisfatto di come procede la sua carriera, e in crisi nella relazione con la figlia sedicenne, Nicolas Cage (sé stesso) medita di abbandonare il cinema e, nel frattempo, accetta l'invito di un ricco fan, lo spagnolo Javi Gutierrez (Pedro Pascal), che lo ospita nella sua villa a Maiorca per discutere di una sceneggiatura da lui scritta. Ma si ritroverà al centro di un vero e proprio thriller, quando due agenti dell'FBI, sospettando che Javi sia un criminale internazionale, lo convinceranno a indagare per conto loro... L'idea dell'attore in crisi che interpreta sé stesso in una pellicola parodistica e auto-ironica non è certo nuova: qualche anno fa lo aveva fatto, per esempio, anche Jean-Claude Van Damme in "JCVD". Qui Gormican (anche sceneggiatore) gioca sul fatto che Cage ha la fama di non rifiutare quasi nessun ruolo e, pertanto, di apparire in moltissimi film, spesso di qualità discutibile, nonostante nella sua carriera non siano mancati lavori belli e importanti (fra i tanti che vengono citati in un modo o nell'altro durante la pellicola, "Face/Off" di John Woo e "Cuore selvaggio" di David Lynch, il cui protagonista – una versione giovane e ribelle dello stesso Cage – appare talvolta davanti agli occhi del suo alter ego per conversare con lui, come fosse la sua coscienza). Anche se l'idea è comunque carina e il divertimento non manca (toccante l'amicizia che Nick stringe con Javi, e spassose le scene in cui i due agiscono sotto effetto dell'LSD), alla resa dei conti il film è un po' piatto e meno dirompente di come avrebbe potuto essere senza il freno a mano tirato (per non parlare della commistione fra realtà e fantasia: alla fine non è chiaro se tutto ciò cui abbiamo assistito sia vero o sia cinema). Ma l'interpretazione di Cage, che parodizza più volte sé stesso e le proprie "doti sciamaniche d'attore", è ottima, come anche quella di Pascal. Il titolo italiano, che richiama "Il talento di Mr. Ripley", è più banale e meno evocativo di quello originale.

24 marzo 2021

Face/Off (John Woo, 1997)

Face/Off - Due facce di un assassino (Face/Off)
di John Woo – USA 1997
con John Travolta, Nicolas Cage
***

Rivisto in DVD.

L'agente speciale dell'FBI Sean Archer (John Travolta) ha un conto in sospeso con il terrorista mercenario Castor Troy (Nicolas Cage), maniaco psicopatico al quale dà la caccia incessantemente sin da quando questi, sei anni prima, ha ucciso il suo figlioletto Tommy. Dopo averlo finalmente catturato, Sean è costretto ad assumere in segreto le fattezze del suo nemico grazie a un'innovativa procedura che sostituisce chirurgicamente al suo volto quello di Troy: l'obiettivo è introdursi nel carcere criminale dove è rinchiuso il fratello di Castor, Pollux (Alessandro Nivola), e scoprire da lui dove si trova la bomba che i due avevano collocato nel centro di Los Angeles. Ma nel frattempo Castor si risveglia dal coma, costringe i chirurgi a impiantargli il volto di Archer e uccide tutti coloro che sono a conoscenza dello scambio. I due rivali si troveranno così ad affrontarsi l'uno dei panni dell'altro, all'insaputa di avversari e alleati (compresi moglie e figlia di Sean, nella cui casa Troy si è intrufolato)... Di gran lunga il miglior film di John Woo a Hollywood, anche perché può contare finalmente su una storia originale e interessante (lo script è di Mike Werb e Micheal Colleary), per quanto piena di risvolti improbabili. In effetti la sceneggiatura era stata inizialmente pensata per un film di fantascienza: Woo volle invece ambientare la storia ai giorni nostri per focalizzarsi di più su scene d'azione adrenaliniche ed esagerate sì, ma "realistiche" (non ci sono effetti speciali digitali), il che va a discapito della plausibilità della vicenda. Bisogna infatti fare ricorso a una robusta dose di sospensione dell'incredulità per accettare che possa esistere una tecnica chirurgica in grado di scambiare in maniera rapida e reversibile non solo i volti ma anche le fattezze (dalla corporatura alla voce) di due persone in modo tale da ingannare tutti coloro che le conoscono: ma se si riesce a non pensarci troppo, ci si può godere un action movie tesissimo e stratificato, basato sul classico tema della battaglia fra bene e male (impersonati qui da due personaggi agli antipodi sotto ogni punto di vista, ma che proprio per questo finiscono col fondersi e confondersi fra loro: simbolica la scena in cui si sparano a vicenda dai due lati di uno specchio).

La regia di Woo mette in mostra tutti i suoi punti di forza – l'eleganza e l'enfasi, con ralenti e coreografie esemplari non solo nelle sequenze d'azione ma anche nei momenti minori (vedi l'istante in cui Cage esce dall'auto all'aeroporto, con il vento che gli solleva lo spolverino: un'entrata in scena davvero cool!), la capacità di mediare fra melodramma ed heroic bloodshed – e i suoi marchi di fabbrica (le immancabili colombe che volano in chiesa, una citazione da "The killer", così come le sparatorie con due pistole, i mexican standoff, gli abiti eleganti di eroi e criminali, l'inseguimento in motoscafo). L'origine fantascientifica della storia è evidente anche nella sequenza ambientata in carcere (con gli stivali magnetici per "bloccare" i prigionieri violenti). L'idea del criminale che sotto false fattezze si introduce nella vita di una famiglia infelice, risultando quasi un marito e un padre migliore di quello vero, ricorda una sottotrama della quarta serie de "Le bizzarre avventure di JoJo" (quella di Kira/Kawajiri). E il lieto fine, forse imposto dalla produzione, è talmente assurdo e forzato che Woo lo sottolinea ironicamente con l'illuminazione diffusa sul retro della scena. Buono il cast, con Travolta e Cage che devono alternarsi nel ruolo del "buono" e del "cattivo" (e provare a recitare l'uno nella parte dell'altro, imitandone le caratteristiche). Da notare che Travolta era già stato l'antagonista nel precedente film americano di Woo, "Nome in codice: Broken Arrow". Cage sembra prenderlo in giro quando ironizza su "questi capelli, questo naso e questo mento ridicolo". Nel cast anche Joan Allen (la moglie di Sean), Dominique Swain (la figlia ribelle), Gina Gershon (l'amante di Castor), Harve Presnell, Nick Cassavetes, Margaret Cho, CCH Pounder e Thomas Jane. La colonna sonora è di John Powell, con occasionali brani di Händel, Mozart, Chopin, e "Somewhere over the rainbow" abbinata a una violenta sparatoria!

18 agosto 2020

Arizona junior (Joel Coen, 1987)

Arizona Junior (Raising Arizona)
di Joel Coen [ed Ethan Coen] – USA 1987
con Nicolas Cage, Holly Hunter
*1/2

Rivisto in TV.

Lo scapestrato rapinatore di supermercati H.I. McDunnough (Cage) e la giovane poliziotta Edwina detta "Ed" (Hunter), appena sposati, scoprono che non possono avere figli. Decidono così di rapire uno dei cinque neonati gemelli del ricco commerciante di mobili Nathan Arizona (Trey Wilson). Ma il bambino, per il cui ritrovamento il padre ha offerto una ricca ricompensa, fa gola anche a Glen (Sam McMurray), il subdolo boss di H.I.; ai due gangster Gale e Evelle (John Goodman e William Forsythe), appena evasi di galera; e al cacciatore di taglie Leonard Smalls (il pugile Randall "Tex" Cobb), "centauro solitario dell'Apocalisse", sorta di Mad Max che gira a bordo della sua rombante Harley-Davidson. Buoni i primi dieci minuti, fino ai titoli di testa: il resto è all'insegna dell'improvvisazione, di personaggi stupidi, di toni incoerenti che passano dal comico al (melo)drammatico, di temi profondi trattati come una farsa, di un'ambientazione derivativa, di fumettosità irriverente. Dopo il (relativo) buon esordio con "Blood simple - Sangue facile", il secondo film dei fratelli Coen è la prima stupidaggine delle tante stupidaggini di una filmografia stupida e post-moderna. Piccolo ruolo per Frances McDormand nei panni della moglie di Glen.

20 maggio 2020

Cuore selvaggio (David Lynch, 1990)

Cuore selvaggio (Wild at heart)
di David Lynch – USA 1990
con Nicolas Cage, Laura Dern
**1/2

Rivisto in DVD, con Sabrina.

Sailor Ripley (Nicolas Cage), delinquente di piccolo calibro appena uscito di prigione, e la sua fiamma Lula Fortune (Laura Dern) sono in fuga dal North Carolina verso la California per sfuggire alla madre di lei, la gelosissima Marietta (Diane Ladd). Questa però sguinzaglia sulle loro tracce sia un detective privato, Johnnie Farragut (Harry Dean Stanton), che il gangster di cui è l'amante, Marcelles Santos (J.E. Freeman), il quale a sua volta assolda alcuni killer per eliminare Sailor e il rivale Johnnie: si tratta del subdolo Bobby Peru (Willem Dafoe) e delle sorelle Perdita e Juana Durango (Isabella Rossellini e Grace Zabriskie). Il quinto lungometraggio di David Lynch è un'originale e romantica fiaba on the road, violenta e barocca, talmente ricca di elementi bizzarri e di personaggi grotteschi e sopra le righe da risultare quasi random (molti di essi avrebbero meritato un maggiore approfondimento, anziché darsi il cambio solo per far numero). Nonostante ciò, la trama è più lineare di quanto possa sembrare e affonda le sue radici nell'immaginario pop e retrò, e a volte kitsch, degli Stati Uniti del sud: vedi le numerosissime citazioni da "Il mago di Oz", Nicolas Cage con la giacca di serpente che canta le canzoni di Elvis Presley, il viaggio attraverso luoghi caratteristici come New Orleans e il Texas. Lynch, come fa spesso, narra la vicenda come se si trattasse di un ininterrotto flusso di coscienza e riesce a rendere vivi e plausibili personaggi in realtà assurdi e surreali. Alcune situazioni sembrano addirittura anticipare certe cose di Tarantino, anche se la visionarietà lynchiana rende il tutto più una fiaba moderna che una pellicola "pulp". Quello in cui i due amanti si barcamenano, cercando di ribellarsi alle difficoltà mantenendo il proprio amore come unico punto di riferimento, è – per dirla con le parole di Lula – "un mondo cattivo, senza pietà, che racchiude dentro di sé un cuore selvaggio". Un mondo in cui sesso, violenza e rock'n'roll giocano un ruolo importante, e dove la morte è sempre in agguato (si pensi ai tanti incidenti stradali che i due protagonisti incrociano sulla loro strada). Da sottolineare, come detto, la ricca colonna sonora, usata spesso in maniera diegetica, e i continui riferimenti a "Il mago di Oz": dalle scarpette rosse di Lula (e quelle nere e attorcigliate, da strega appunto, della madre) ai colori stessi della fotografia che ricordano il technicolor del film del 1939, fino all'apparizione salvifica della "strega buona" (interpretata da Sheryl Lee) nel finale. Ispirato a un romanzo di Barry Gifford (di cui Lynch cambiò la conclusione), il film vinse la Palma d'Oro al Festival di Cannes e confermò una volta di più il talento visionario del regista, che ormai cominciava a debordare senza freni dalle sue opere. Curiosità: Laura Dern (già presente, come la Rossellini, nel precedente lavoro di Lynch, "Velluto blu") è figlia di Dane Ladd anche nella vita reale. Nel cast anche W. Morgan Sheppard (il signor Reindeer), Sherilyn Fenn, Crispin Glover e Pruitt Taylor Vince.

14 novembre 2015

Il ladro di orchidee (Spike Jonze, 2002)

Il ladro di orchidee (Adaptation)
di Spike Jonze – USA 2002
con Nicolas Cage, Meryl Streep
**1/2

Visto in TV.

Lo sceneggiatore Charlie Kaufman, dopo il successo di "Essere John Malkovich" (anch'esso diretto da Jonze), viene incaricato di adattare per il cinema il libro "Il ladro di orchidee", un reportage della giornalista del "New Yorker" Susan Orlean (Meryl Streep) che parla di un bizzarro botanico, John Laroche (Chris Cooper), alla ricerca ossessiva di una preziosa orchidea nelle paludi della Florida. Ma il libro si rivela difficile da trasporre in una sceneggiatura cinematografica, soprattutto se – come cerca di fare Kaufman – si vuole mantenere intatta la sua mancanza di trama e la sua struttura non lineare, evitando ogni deriva hollywoodiana. Ben presto Charlie si ritrova impantanato a sua volta in una palude creativa ed esistenziale. Insicuro e sfiduciato, decide di inserire nella storia come personaggi dapprima l'autrice del libro, e poi addirittura sé stesso. La sceneggiatura diventa così la cronaca della sua stessa lavorazione, e il film che ne risulta non può che essere autoreferenziale e metacinematografico. Nel doppio ruolo di Charlie Kaufman e di suo fratello Donald – a sua volta sceneggiatore, ma specializzato in thriller e in pellicole più convenzionali e meno cervellotiche – c'è Nicolas Cage (anche se Kaufman, nel film stesso, afferma che avrebbe preferito Gérard Depardieu): il finale, per il quale Charlie chiede aiuto al fratello, diventa in effetti all'improvviso un thriller convenzionale, con tanto di deus ex machina (il coccodrillo) che risolve tutto. Originale e unico nell'affrontare il tema dell'arte che imita la vita (o è il contrario?), il film può per lunghi tratti risultare cervellotico o inconcludente: ma è inevitabile, visto che il suo intento è proprio quello di rappresentare sullo schermo l'impasse creativa e la difficoltà di esprimere sé stessi. La voce fuori campo di Kaufman lo riconosce apertamente, e la pellicola diventa così un viaggio nelle difficoltà di uno scrittore in crisi esistenziale, lasciando spazio a numerose riflessioni, per esempio sul confine fra realtà e finzione, e sul rapporto fra gli individui e il mondo che li circonda. In effetti il titolo originale, "Adattamento", ha un doppio significato: oltre al lavoro di trasposizione di uno sceneggiatore (dal libro al film), anche – in senso darwiniano – quello dell'evoluzione di una specie (che si tratti di un fiore o di un essere umano) per sopravvivere in un nuovo ambiente. Nel cast anche Cara Seymour, Brian Cox, Tilda Swinton e Maggie Gyllenhaal, più camei di Spike Jonze, John Malkovich, John Cusack, Catherine Keener e Curtis Hanson. Nella realtà, Charlie Kaufman non ha un fratello: Donald è immaginario, eppure è stato accreditato come co-sceneggiatore (e il film è dedicato alla sua memoria).

22 gennaio 2014

Al di là della vita (M. Scorsese, 1999)

Al di là della vita (Bringing out the dead)
di Martin Scorsese – USA 1999
con Nicolas Cage, Patricia Arquette
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni, Costanza, Francesca, Ginevra ed Eleonora.

Tre notti all'inferno (e ritorno) del paramedico Frank (Nicolas Cage), che gira in ambulanza per le strade di New York in compagnia di tre diversi colleghi (John Goodman, Ving Rhames, Tom Sizemore). Tormentato dai fantasmi delle persone di cui ha assistito al decesso, e in particolare dal volto di una ragazzina che mesi prima non era riuscito a salvare (e della cui morte si sente responsabile), Frank viaggia attraverso un caos confuso e allucinato di una città popolata da tossici, prostitute, pazzi, violenti ed eccentrici. Soltanto alla fine di un lungo percorso di colpa e di redenzione, riuscirà a ritrovare la pace e la serenità fra le braccia di una donna di nome Mary: la luminosa inquadratura finale, che riecheggia la "Pietà", è soltanto uno dei tanti rimandi religiosi-spirituali di un'opera complessa e dalla struttura a mosaico, tripartita (le tre notti corrispondono ad altrettanti gironi infernali) e stratificata. Quella di Frank è di fatto una storia di morte e resurrezione, mentre le sue vicissitudini a fianco dei tre colleghi illustrano differenti modi di rapportarsi alla professione medica ma soprattutto alla morte stessa (un concetto con il quale chi lavora come paramedico ha continuamente a che fare), di volta in volta con cinismo e rassegnazione, con ironia e sarcasmo, oppure con furia e follia. Se la presenza di Paul Schrader alla sceneggiatura (ma il soggetto è tratto da un libro di Joe Connelly), le atmosfere urbane notturne e il protagonista "on the road" per le strade di New York possono far pensare a una nuova versione di "Taxi Driver" (impressione fortificata anche dall'impressionistica fotografia notturna di Robert Richardson), in realtà i temi trattati sono alquanto diversi: sensi di colpa, espiazione, salvezza e redenzione. Memorabili le sequenze onirico-intimiste, tappe di un percorso (quello di Frank) sempre meno lucido perché sempre più alterato da stanchezza, alcool, droghe e allucinazioni. Ottimo Cage, che quando vuole dimostra di saper sfornare prove attoriali di grande livello. Ma bravi anche i comprimari, fra i quali Patricia Arquette (Mary, figlia di un uomo in coma, uno dei primi pazienti che Frank assiste nel film e che "salverà" in seguito donandogli l'eutanasia), Marc Anthony (il folle Noel, che il protagonista incrocia a più riprese), Cliff Curtis (il pusher che vende "sonno" e riposo), Afemo Omilani (la guardia di sicurezza dell'ospedale, un ambiente ritratto come non meno caotico delle strade all'esterno). In originale le voci della radio con cui comunicano gli autisti delle ambulanze sono di Queen Latifah e di Scorsese stesso. Nella colonna sonora, canzoni dei REM, dei Clash, di Van Morrison e di Janis Joplin.

24 dicembre 2013

The family man (Brett Ratner, 2000)

The Family Man (id.)
di Brett Ratner – USA 2000
con Nicolas Cage, Téa Leoni
**

Visto in divx, con Sabrina.

Jack Campbell (Nicolas Cage), ricco broker finanziario con un lussuoso appartamento a Wall Street, il lavoro come unica priorità e una donna diversa ogni notte, è convinto di non aver null'altro da chiedere alla vita. Proprio alla vigilia di Natale, per dimostrargli che ha torto, una misteriosa entità (Don Cheadle) gli mostra cosa sarebbe accaduto se tredici anni prima avesse scelto di sposare la sua fidanzata dell'epoca, Kate (Téa Leoni), anziché volare a Londra per cogliere un'opportunità di carriera: sarebbe diventato un "padre di famiglia", con due bambine, un impiego modesto, una piccola casetta nei sobborghi, ma anche tanta felicità. Fra Dickens ("Canto di Natale") e Frank Capra ("La vita è meravigliosa"), una commedia romantica-natalizia-fantastica a sfondo morale. I temi sono quelli soliti: le scelte che facciamo ci cambiano, la famiglia è la cosa più importante e la ricchezza è incompatibile con la felicità (un concetto, quest'ultimo, ipocritamente onnipresente nel cinema americano mainstream, dove peraltro sembra che ogni cosa ruoti intorno al denaro). Bravo Cage (che all'inizio canta "La donna è mobile") e il resto del cast (che graziosa la bambina!), ma tutto è assai schematico e prevedibile, anche se il finale è quello giusto.

5 marzo 2013

Segnali dal futuro (Alex Proyas, 2009)

Segnali dal futuro (Knowing)
di Alex Proyas – USA 2009
con Nicolas Cage, Chandler Canterbury
**

Visto in TV, con Sabrina.

Nel 1959, per l’inaugurazione di una scuola elementare, viene seppellita una “capsula del tempo” destinata a essere aperta cinquant’anni dopo. Al suo interno sono collocati alcuni disegni con cui gli studenti immaginano come sarà il futuro. Ma un’alunna, Lucinda, anziché un’immagine realizza un’inquietante lista di numeri. Nel 2009, alla riapertura della capsula, la lista finisce nelle mani di Caleb, figlio di Jonathan (Nicolas Cage), un insegnante di astrofisica al MIT. Questi si rende presto conto che le cifre rivelano le date, le coordinate geografiche e il numero di vittime dei maggiori incidenti avvenuti nel corso degli ultimi anni: e le ultime tre catastrofi indicate dal foglio (l’ultima delle quali di proporzioni globali) devono ancora verificarsi… Un thriller paranormale realizzato dal regista de “Il corvo” e “Dark City” nella vena di M. Night Shyamalan, con annessa catastrofe finale e suggestioni fra il fantascientifico e il soprannaturale (gli esseri che inviano i “segnali” ai bambini sono alieni oppure angeli?). A tratti la tensione è notevole e le suggestioni horror sembrano funzionare, ma in più punti il film perde credibilità per via di una sceneggiatura che pare costruita a tavolino per portare avanti la vicenda e di un finale in cui non tutto torna. Lo scienziato che va in crisi di fronte a eventi che suggeriscono un universo deterministico, con tanto di riavvicinamento alla religione, non può certo suscitare simpatia, e Cage fa poco per renderlo credibile e umano. L’idea della capsula del tempo e delle previsioni che si avverano ricorda il manga “20th Century Boys” di Naoki Urasawa. Solo un vezzo d’autore il sofisticato piano sequenza in cui il protagonista si trova coinvolto in un incidente aereo sull’autostrada. Nella colonna sonora di Marco Beltrami spiccano brani classici (“I pianeti” di Holst, l’Allegretto della settima sinfonia di Beethoven).

9 aprile 2012

Kick-Ass (Matthew Vaughn, 2010)

Kick-Ass (id.)
di Matthew Vaughn – USA 2010
con Aaron Johnson, Chloë Grace Moretz
**

Visto in DVD, con Giovanni.

Il nerd Dave, dopo essersi chiesto come mai – con tanti appassionati di fumetti in circolazione – nessuno abbia mai pensato a mettersi un costume e a fare il supereroe nella vita reale, decide di provarci lui stesso. Indossa così una tuta verde e comincia a girare per le strade nei panni di "Kick-Ass", pubblicizzando le proprie imprese su internet e attirando l'attenzione dei media. Ha però poca fortuna, fino a quando non incontra altri due individui mascherati che hanno intrapreso una personale crociata contro un boss del crimine e che, a differenza sua, sembrano addestrati a sufficienza: il misterioso Big Daddy e la giovanissima Hit-Girl. Tratto da un fumetto di Mark Millar e John Romita jr. – di cui edulcora diversi passaggi – che prosegue sulla strada della decostruzione postmoderna del supereroe avviata anni prima da Alan Moore con "Watchmen" (l'unica strada, a quanto sembra, percorribile oggigiorno per raccontare una storia di supereroi senza risultare nostalgicamente ancorati al passato), è un film di forte impronta tarantiniana (anche nel citazionismo, da "Taxi Driver" a "Batman": e viene persino saccheggiato Ennio Morricone nella colonna sonora!), ricco di sberleffi e con una violenza esagitata e sopra le righe. Il divertimento non manca, anche se temo che dopo i "danni" provocati al cinema americano da "Pulp Fiction" si inizino a intravedere anche quelli causati da "Kill Bill". A restare più impressa, anche perché meno politically correct, è naturalmente la figura di Hit-Girl: una bambina di dieci anni che uccide centinaia di persone, si esprime con un linguaggio scurrile ed è più "tosta" di tutti gli altri messi insieme. Certo, non tutto funziona: i soliti cliché da teen movie sono immancabili (l'inevitabile rivincita dei loser che alla fine riescono a conquistare le ragazze che tanto li schifavano) e le scene d'azione, pur con un forte crescendo, non presentano nulla di nuovo (John Woo è citato ampiamente, e anche esplicitamente). Altri film nati sulla falsariga di questo – penso soprattutto a "Super" – si riveleranno più radicali e coraggiosi, mostrando la follia di fondo di questi personaggi (che qui, invece, sono fin troppo equilibrati). Di certo dei quattro film girati finora da Vaughn è quello che mi è piaciuto di meno. Nicolas Cage è Big Daddy, Mark Strong è il mafioso Frank D'Amico (il cui figlio Chris diventa a sua volta un supereroe, Red Mist).

20 gennaio 2012

Rusty il selvaggio (Francis F. Coppola, 1983)

Rusty il selvaggio (Rumble Fish)
di Francis Ford Coppola – USA 1983
con Matt Dillon, Mickey Rourke
***

Visto in DVD, con Eleonora, Giovanni, Rachele, Paola e Costanza.

Girato subito dopo "I ragazzi della 56a strada", di cui è il "gemello" meno mainstream e più personale (la sceneggiatura fu scritta nei ritagli di tempo della lavorazione di quel film, e il cast e la troupe sono in gran parte gli stessi), è l'adattamento di un altro romanzo di Susan E. Hinton, basato – come "The Outsiders" – sui temi delle bande di strada e del disagio giovanile. Il protagonista, il giovane Rusty James (Matt Dillon), vive in Oklahoma in compagnia del padre alcolizzato (Dennis Hopper) e nel mito delle imprese del suo fratello maggiore (Mickey Rourke), un leggendario e carismatico capobanda soprannominato "quello della moto" ("motorcycle boy" in originale), che ritorna inaspettatamente in città dopo un periodo di assenza trascorso in California. Proprio la relazione fra i due fratelli – tanto fragile e confuso il minore quanto alienato e fatalista il maggiore – è il centro nevralgico di una pellicola caratterizzata da uno stile fortemente espressionista e dall'attenzione alle psicologie dei personaggi più che alle loro vicende. La fotografia in bianco e nero ed estremamente contrastata di Stephen H. Burum (gli unici elementi a colori sono i "pesci combattenti" nell'acquario del locale negozio di animali, che simboleggiano proprio i giovani protagonisti: attaccano i loro simili ma solo perché sono confinati in un ambiente ristretto; se avessero maggior spazio a disposizione, non lotterebbero fra loro), lo stile barocco e manieristico (grandangoli, inquadrature sghembe, carrellate, accelerazioni), l'atmosfera onirica e sospesa (con una certa insistenza su immagini e simboli come gli orologi, il tempo, le ombre, le nuvole, il fumo), i suoni attutiti e amplificati, la colonna sonora sperimentale di Stewart Copeland dei Police, sono tutti elementi che rispecchiano sullo schermo il modo di essere e di sentire dei personaggi ("quello della moto", per esempio, afferma di non vedere i colori – è daltonico – e di percepire i suoni come distanti). Francis Coppola vedeva nel rapporto fra i due fratelli una relazione simile alla propria con il fratello August. Nel cast, molti volti noti (o destinati a diventarlo): Diane Lane, Nicolas Cage, Chris Penn, Lawrence Fishburne, Vincent Spano, Tom Waits, Sofia Coppola. Il titolo italiano voleva forse rievocare "Il selvaggio" con Marlo Brando.

6 settembre 2010

Peggy Sue si è sposata (F. Coppola, 1986)

Peggy Sue si è sposata (Peggy Sue got married)
di Francis Ford Coppola – USA 1986
con Kathleen Turner, Nicolas Cage
***

Rivisto in DVD alla Fogona, con Marisa e Monica.

La quarantenne Peggy Sue, madre separata e depressa, sviene durante la riunione dei compagni di classe e si risveglia nel 1960, poco prima del suo diciottesimo compleanno. Coglierà la nuova occasione che le si presenta per cambiare la propria vita, oppure si innamorerà ancora una volta dello stesso ragazzo, pur sapendo come andranno a finire le cose? Coppola (che si firma solo Francis, senza il secondo nome Ford) ha sempre amato alternare piccoli divertissement di genere fantastico (si pensi anche a "Jack" o "Un'altra giovinezza", tutti curiosamente legati dallo stesso tema: un anomalo trascorrere del tempo) ai suoi film più grandi e ambiziosi. Come per rispondere al successo di "Ritorno al futuro", uscito un anno prima, offre qui la propria versione di un salto temporale all'indietro di una generazione, sia pure virandolo al femminile (a proposito: ottima la Turner) e senza impelagarsi in spiegazioni fantascientifiche (ma che non si sia trattato soltanto di un sogno lo lascia intendere la dedica – "A Peggy Sue e a una notte stellata" – sul libro scritto dal tenebroso compagno di scuola che la ragazza, nella sua "prima vita", non aveva avuto il coraggio di frequentare). Il viaggio nel passato – che consente a regista, scenografi e costumisti di sbizzarrirsi nel mostrare le mode, l'abbigliamento, le pettinature e la musica che andavano per la maggiore presso i teenager di allora – evita comunque sia l'effetto nostalgia di "American graffiti" sia la messa alla berlina che a tratti traspare dallo stesso "Ritorno al futuro": l'esperienza di Peggy Sue non è avventurosa ma intima e quasi mistica, sul filo dei ricordi, dei rimpianti e degli affetti (commovente l'incontro con i familiari, come quello con i nonni defunti). Da sottolineare le brevi apparizioni di un giovane Jim Carrey (uno degli amici di Nicolas Cage) e di Sofia Coppola (la sorella minore della protagonista).

22 settembre 2009

Il cattivo tenente - Ultima chiamata New Orleans (W. Herzog, 2009)

Il cattivo tenente - Ultima chiamata New Orleans
(Bad Lieutenant: Port of Call New Orleans)
di Werner Herzog – USA 2009
con Nicolas Cage, Eva Mendes
**1/2

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia)

Remake, più nominale che di sostanza, del capolavoro di Abel Ferrara con Harvey Keitel: ma sarebbe ingiusto fare confronti fra le due pellicole (che andrebbero probabilmente a svantaggio di Herzog, poco a suo agio con i lavori su commissione), visto che in realtà si tratta di film piuttosto diversi e con minimi punti in comune, giusto quello di un poliziotto corrotto e alla deriva come protagonista. Già lo spostamento dell'azione da New York a New Orleans, città con un'identità forte e molto differente da quella della Grande Mela, contribuisce a dare a questo film una caratterizzazione del tutto autonoma. Cage (decisamente convincente, soprattutto in lingua originale: magnifica la scena in cui si scatena contro due vecchiette) è un tenente di polizia incaricato di indagare sul massacro di una famiglia di immigrati clandestini da parte di alcuni trafficanti di droga. Diventato a sua volta tossicodipendente e cocainomane per problemi di salute, non esita a compiere ogni sorta di nefandezza per procurarsi illegalmente la droga per sé e per la sua amante, la prostituta di lusso Frankie, e per tirarsi fuori dai numerosi guai che lo affliggono: debiti di gioco (un altro tratto in comune con il vecchio film), vendette di potenti a cui ha pestato i piedi, piccoli e grandi problemi familiari, l'impossibilità di arrestare i malviventi su cui sta indagando. Ambientato in una New Orleans appena sopravvissuta alla furia dell'uragano Katrina, con serpenti che nuotano nell'acqua e coccodrilli che invadono le strade provocando incidenti stradali, la pellicola è permeata da un'atmosfera malsana e allucinata (memorabile la scena dell'iguana e quella dell'"anima danzante") che si sposa molto bene con la discesa all'inferno e la successiva risalita del protagonista. Rispetto al film di Ferrara sono del tutto assenti gli elementi religiosi e quindi manca il tema della redenzione: la riabilitazione del protagonista non è spirituale bensì materiale, il che rende forse meno efficace il finale di un film che comunque ho gradito parecchio: non sarà certo da annoverare fra i maggiori capolavori di Herzog, ma il regista tedesco dimostra di saper realizzare un lavoro professionale anche a Hollywood, aggiungendo un tocco personale a una sceneggiatura non sua e a un genere che di solito non frequenta.

9 settembre 2008

Ghost Rider (M. S. Johnson, 2007)

Ghost Rider (id.)
di Mark Steven Johnson – USA 2007
con Nicolas Cage, Eva Mendes
*1/2

Visto in DVD, con Albertino e Ghirmawi.

Johnny Blaze, spericolato motociclista acrobatico, fa un patto con il diavolo (Peter Fonda) e si trasforma nel suo "cacciatore di taglie", un centauro dal teschio infuocato dotato dello "sguardo della penitenza". Mefistofele lo invierà contro suo figlio Blackheart e altri tre demoni che intendono impossessarsi delle anime degli abitanti di un antico villaggio. Diretto dallo stesso regista di "Daredevil" (che comunque era peggio, soprattutto considerando il materiale di partenza), è un film brutto ma meno di quanto mi sarei aspettato. Se lo si guarda con il cervello spento, tra amici, senza attendersi altro che un vendicatore infernale che sfreccia in moto di notte e senza lamentarsi di non averci trovato di più, si riesce anche a goderselo. Anche il fumetto, a ben pensarci, non è che avesse tutta questa profondità, e il film ne rispetta abbastanza lo spirito, mentre l'atmosfera "maledetta" e le suggestioni alla Robert Johnson sono apprezzabili. In ogni caso la sceneggiatura (dello stesso regista) è confusa, ai limiti dell'assurdo e piena di buchi e di contraddizioni (perché ai poliziotti è sufficiente trovare la sua targa bruciata per accusare Johnny di omicidio? Perché il vecchio cowboy si può trasformare solo una volta, e spreca questa occasione solo per accompagnare Johnny al villaggio? Perché i demoni possono entrare in alcune chiese e non in altre?), indice di una scarsa cura per la storia e per i collegamenti logici fra una scena e l'altra, per non parlare ovviamente dell'assenza di ogni tipo di caratterizzazione psicologica. Le fattezze di Ghost Rider, con tuta di pelle, borchie e catena, vengono dalla seconda serie a fumetti (quella disegnata da Mark Texeira, per intenderci), ma il nome del personaggio è invece quello della prima. Apprezzabile l'omaggio al Ghost Rider western, anch'egli protagonista di una serie Marvel, mentre la scena in cui Blackheart si fa chiamare Legione non è un riferimento all'omonimo mutante, figlio di Charles Xavier, ma una citazione biblica. Gli attori scelti per interpretare Cage (soprattutto) e la Mendes da giovani non assomigliano per niente alle loro controparti adulte.

12 settembre 2006

World trade center (O. Stone, 2006)

World Trade Center (id.)
di Oliver Stone – USA 2006
con Nicolas Cage, Michael Pena
*1/2

Visto al cinema Odeon, in v. orig. sottotitolata
(rassegna di Venezia)

A distanza di cinque anni, gli americani hanno deciso che girare film sull'11 settembre è diventato lecito: basta che siano elegiaci o agiografici, e dunque kitsch come solo loro sanno fare. Più che sulla ricostruzione di tutti gli eventi di quel tragico giorno, Stone sceglie di concentrarsi sulla storia personale di due agenti di polizia che rimasero sepolti sotto le macerie per molte ore dopo il crollo delle Torri Gemelle e sui rispettivi familiari in ansia per la loro sorte. È perciò costretto a far leva esclusivamente sull'emotività dello spettatore, visto che tutto il resto non è altro che la brutta copia di un film catastrofico e fracassone, funestato da una pessima colonna sonora, invadente e fastidiosa, dalla retorica degli eroi e dalle lacrime dei sopravvissuti. Essendo una storia vera, ecco che scatta il ricatto emotivo che vuole costringere lo spettatore a commuoversi. Ma il film è privo di idee, di spunti e di scene memorabili, e procede in maniera stanca e snervante verso la scontata conclusione, fra ridicole apparizioni mistiche, idilliaci flashback di vita familiare e ripetuti elogi della solidarietà fra i vari reparti delle forze dell'ordine.