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13 marzo 2015

L'importanza di chiamarsi Ernest (O. Parker, 2002)

L'importanza di chiamarsi Ernest (The importance of being earnest)
di Oliver Parker – GB 2002
con Colin Firth, Rupert Everett
**1/2

Rivisto in TV.

Dopo "Un marito ideale", che già aveva fra i suoi protagonisti Rupert Everett, il regista Oliver Parker adatta un'altra commedia di Oscar Wilde, e una delle sue più celebri, realizzando una divertente satira della società britannica dell'epoca edoardiana, dove la cura e l'attenzione alle regole formali sovrasta ogni cosa, al punto che la qualità più ammirata di un possibile fidanzato è... il suo nome (capovolgendo di fatto l'assunto shakespeariano di "Romeo e Giulietta", dove invece si diceva: "Che cos'è un nome? La rosa avrebbe lo stesso profumo anche se la chiamassimo in un altro modo. Dunque cambia il nome, Romeo, e amiamoci tranquillamente"). Qui abbiamo il distinto John "Jack" Worthing (Colin Firth), gentiluomo di campagna, che quando si reca in città assume il nome di un suo fantomatico fratello, Ernest, per concedersi vizi e divertimenti che poco gioverebbero alla sua reputazione: è infatti il tutore della giovane Cecily (Reese Witherspoon), e come tale deve mantenere un'immagine impeccabile. A un certo punto Jack chiede la mano di Gwendolen (Frances O'Connor), cugina del suo amico (e compagno di bagordi) Algernon "Algy" Moncrieff (Rupert Everett), la quale afferma di ricambiare il suo amore perché ha sempre sognato di fidanzarsi con un uomo chiamato Ernest, il cui nome le procura delle "vibrazioni". Nel frattempo Algy, intenzionato a conoscere Cecily, si reca nella villa di campagna di Jack e si presenta come il famigerato fratello Ernest, scoprendo che anche la ragazza ha sempre sognato di fidanzarsi con lui perché adora il suo nome. Naturalmente, quando le due donne si incontreranno, crederanno di amare entrambe lo stesso uomo... Wilde giocò sull'assonanza fra il nome Ernest e l'aggettivo "earnest", che significa "serio, onesto, affidabile": alcune delle prime traduzioni italiane della commedia provarono a rendere il titolo con "L'importanza di essere Franco", o "di essere Onesto", ma alla lunga si è preferito mantenere il nome originale, anche perché in fondo "Ernesto" ricorda abbastana "Onesto". Graziato da interpreti che stanno al gioco (ci sono anche Judy Dench nei panni della zia Augusta, Anna Massey come Miss Prism e Tom Wilkinson come reverendo Chasuble), il film non devia dal testo originale ma in fondo non vi aggiunge quasi nulla: è un buon adattamento, dal sapore più televisivo che cinematografico, che rende giustizia a Oscar Wilde e alle sue battute sarcastiche, ma che resta privo di quella "scossa" che solo il grande cinema può donare allo spettatore.

27 ottobre 2013

Dorian Gray (Oliver Parker, 2009)

Dorian Gray (id.)
di Oliver Parker – GB 2009
con Ben Barnes, Colin Firth
*1/2

Visto in TV.

Scialbo adattamento de "Il ritratto di Dorian Gray" di Oscar Wilde, affossato da un pessimo protagonista e da una regia che tenta di infondere maggior interesse nel soggetto girandone alcune scene come un horror di bassa lega. La storia è quella nota, anche se la sceneggiatura di Toby Finlay la "arricchisce" di ulteriori sfumature gotiche e ne modifica alcuni passaggi (come quelli relativi alla breve storia d'amore del protagonista con l'attrice teatrale interpretata da Rachel Hurd-Wood): il giovane nobiluomo londinese Dorian Gray (Ben Barnes) si fa dipingere un ritratto dall'amico Basil Hallward (Ben Chaplin); quando scopre che il quadro invecchia al posto suo, e che ogni peccato commesso fa imbruttire il dipinto mentre lui si mantiene puro e immacolato, comincia a dedicarsi all'edonismo più sfrenato, seguendo alla lettera i consigli del cinico Lord Henry Wotton (Colin Firth) che gli aveva insegnato a "cogliere ogni attimo" e a soddisfare ogni impulso. Non si fa mancare niente, compreso l'omicidio; ma anni dopo, proprio quando sembra deciso a mettere la testa a posto e a cambiare vita per amore della figlia di Henry, Emily (Rebecca Hall), il destino gli presenterà il conto. Una mediocre ricostruzione storica (davvero pessima la Londra dell'epoca in computer grafica, mentre costumi e scenografie sono al risparmio), un protagonista inadeguato (molto meglio, ça va sans dire, Firth e Chaplin), una tensione drammatica inesistente: da salvare alla fine c'è solo il soggetto (ovviamente), che indaga sui temi dell'eterna giovinezza e della corruzione dell'anima, e i celebri aforismi di Oscar Wilde, sparsi a piene mani dallo sceneggiatore e messi in bocca ora a Lord Henry ora a Gray stesso. Parker, abbonato alle pellicole di derivazione wildiana (suoi i gradevoli "Un marito ideale" e "L'importanza di chiamarsi Ernest" con Rupert Everett), da qualche anno sembra essere scivolato lungo una brutta china.

24 ottobre 2009

Wilde (Brian Gilbert, 1997)

Wilde (id.)
di Brian Gilbert – GB 1997
con Stephen Fry, Jude Law
***

Rivisto in DVD con Marisa e altra gente.

Raffinato biopic sulla vita di Oscar Wilde che, più che sulle sue opere, si sofferma sul personaggio (una vera e propria celebrità dell'epoca, non solo per i suoi lavori letterari ma anche per i modi da dandy e gli eccentrici giudizi sulla società contemporanea: di lui si disse che faceva della conversazione un'arte) e in particolare sulla sua relazione tumultuosa con il giovane Lord Alfred Douglas, detto Bosey (un ambiguo e affascinante Jude Law). Se vengono comunque citati "Il ritratto di Dorian Gray", "Il ventaglio di Lady Windermere", "L'importanza di chiamarsi Ernesto", "Salomè" e il "De profundis", per non parlare dei numerosi aforismi e delle battute paradossali provenienti da questo o quel testo, il filo conduttore della pellicola è rappresentato dalla fiaba del "gigante egoista", una metafora contro l'ipocrisia e il perbenismo di chi vorrebbe imporre regole agli altri e impedire loro di godersi i piaceri della vita. Il tono del film, che segue Wilde dagli anni del suo matrimonio e della scoperta della propria omosessualità fino al processo per "indecenza" e alla successiva condanna a due anni di lavori forzati (scontati i quali abbandonerà per sempre la Gran Bretagna), è vivace e quasi agiografico, e lo scrittore ne esce glorificato per la coerenza dei propri comportamenti e la purezza dei sentimenti. La sceneggiatura è classica e letteraria, la regia si mette completamente al suo servizio e la ricostruzione storica è esemplare, ma il vero punto di forza sono gli interpreti (Vanessa Redgrave è la madre, Jennifer Ehle è la moglie Constance, Michael Sheen è l'amico Robbie) e in particolare il fenomenale Stephen Fry, che a Wilde somiglia anche fisicamente in modo impressionante. Da segnalare una breve apparizione (pochi secondi in tutto) di Orlando Bloom, la prima della sua carriera cinematografica, nel ruolo di un giovane postiglione.