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13 ottobre 2015

Master & Commander (Peter Weir, 2003)

Master & Commander - Sfida ai confini del mare
(Master and Commander: The Far Side of the World)
di Peter Weir – USA 2003
con Russell Crowe, Paul Bettany
***

Rivisto in TV.

Nel 1805, durante le guerre napoleoniche, il comandante della marina britannica Jack Aubrey (Crowe) viene incaricato di rintracciare la nave da guerra francese Acheron al largo delle coste del Brasile, per catturarla o affondarla. L'impresa si rivela difficile, visto che l'Acheron è più grande, veloce e potente della HMS Surprise di Aubry, oltre a sovrastarla anche tatticamente. Ma questi, con tenacia e ostinazione, la inseguirà oltre il Capo Horn e fino alle isole Galapagos... Dai romanzi marinareschi di Patrick O'Brian, un film epico e d'avventura su larga scala con cui Weir, per la prima volta, fa ricorso agli effetti digitali, peraltro perfettamente fusi con le riprese dal vivo. Il tema, come spesso avviene nelle opere del regista australiano, è quello del rapporto fra l'uomo e l'ambiente che lo circonda: più che contro i nemici, in fondo, la battaglia di Aubry è con sé stesso e il mondo di cui fa parte. L'ampio respiro della vicenda, i personaggi mirabilmente caratterizzati, l'eccellente ricostruzione storica, le immagini suggestive, la riuscita fusione fra la trama principale e la coralità della storia, lo rendono un piacevolissimo kolossal d'autore. Pur incentrato su una rivalità fra due navi che rappresentano – anche così lontano dall'Europa – i due paesi in guerra ("Questa nave è l'Inghilterra", grida Aubry al suo equipaggio per incitarlo a combattere), il punto di vista rimane sempre parziale: il regista non si allontana mai dalla nave inglese, mentre quella francese – prima dello scontro finale – compare solo fugacemente, come un fantasma nella nebbia, senza che se ne intraveda mai l'equipaggio o il comandante, alimentando in questo le superstizioni della ciurma che la paragonano a una creatura infernale. A proposito di superstizioni: la sequenza in cui i marinai accusano il giovane ufficiale Hollom (Lee Ingleby) di essere un "Giona", spingendolo al suicidio, è decisamente tipica del cinema di Weir, fra le cui tematiche figura da sempre la scoperta del mondo da parte di ragazzi e adolescenti (a volte con gravi conseguenze). Al fianco di Aubry, tenace navigatore cresciuto nel culto di Nelson, c'è l'inseparabile Stephen Maturin (Bettany), medico di bordo al quale è legato da un'amicizia fraterna non scalfita dai frequenti battibecchi (che ricordano quelli fra il capitano Kirk e il dottor McCoy di "Star Trek") e cementata dal comune amore per la musica (i due suonano rispettivamente violino e violoncello: nel film si ascoltano brani di Bach, Mozart, Corelli e Boccherini). Maturin, che è anche un esperto naturalista, nel passaggio per le Galapagos rimane affascinato dalle insolite specie animali dell'arcipelago ed è sul punto di anticipare le intuizioni di Charles Darwin, ma è continuamente distratto in ciò dalle ragioni della guerra. Curiosità: proprio Bettany interpreterà Darwin in un film del 2009, "Creation". La coralità, cui accennavo, è garantita dal resto della ciurma, che comprende marinai esperti e giovani ufficiali, fra cui anche bambini come il piccolo Blakeney (Max Pirkis), che nonostante perda un braccio si rivela un ottimo aiutante tanto per Aubry (che gli affida addirittura il comando della nave, temporaneamente, durante un abbordaggio) quanto per Maturin (dal quale assorbe l'interesse per le scienze naturali). Nel cast anche Billy Boyd (il timoniere Bonden), James D'Arcy (il secondo in comando), Chris Larkin, Edward Woodall e Max Benitz. Finale con sberleffo, come per lasciare aperta l'avventura a una continuazione, potenzialmente infinita. Ma le voci di un possibile sequel non hanno mai avuto riscontro.

13 agosto 2014

L'attimo fuggente (Peter Weir, 1989)

L'attimo fuggente (Dead Poets Society)
di Peter Weir – USA 1989
con Robin Williams, Robert Sean Leonard
****

Rivisto in divx, con Sabrina, per ricordare Robin Williams.

Nel 1959, in un rigido college del Vermont dove i rampolli delle famiglie più agiate vengono preparati per l'Università all'insegna dei "quattro pilastri" (tradizione, onore, disciplina ed eccellenza) e sono destinati a seguire una strada già tracciata per loro dai genitori o dalla società, il nuovo professore di letteratura John Keating (Robin Williams) cerca invece di portare i suoi studenti a scoprire la propria via in maniera indipendente. Attraverso l'insegnamento della poesia (o meglio, dell'amore per la poesia), l'eccentrico docente – che si fa chiamare "O capitano, mio capitano", da un verso di Walt Whitman – li spinge a pensare con la propria testa, a guardare le cose da differenti punti di vista, e soprattutto a "cogliere l'attimo" ("carpe diem", per usare una citazione da una poesia di Orazio) in modo da non sprecare le proprie potenzialità, "rendere straordinaria la propria vita" e "non accorgersi, in punto di morte, di non avere vissuto" (Thoreau). Affascinati dal suo approccio libero e aperto, i ragazzi riportano in vita la "Società dei Poeti Estinti" (Dead Poets Society, da cui il titolo originale del film: ma quello italiano – sia pur completamente cambiato – per una volta è azzeccato e assai più evocativo), gruppo clandestino di letture notturne; e ciascuno a modo suo sfrutterà l'esperienza per migliorarsi. Non tutti saranno però in grado di seguire la strada fino in fondo; se ci sarà chi recupererà la propria autostima, saprà lottare per le proprie passioni o compiere gesti coraggiosi e ricompensanti, per alcuni affrancarsi dall'autorità paterna si rivelerà di contro impossibile, e ne conseguirà una tragedia. Capolavoro di Peter Weir (se così si può definire un film di un regista che di capolavori in realtà ne ha girati almeno tre o quattro), nonché uno dei film più ispirazionali e emozionanti di tutti i tempi, non solo sul tema dell'insegnamento (dovrebbe essere visto da tutti i professori, prima ancora che dai loro studenti!) ma in generale su quello dell'approccio alla vita. Un film che parla direttamente allo spettatore e che resta dentro a lungo, forse per sempre: la parola "indimenticabile", in casi come questi, non è un modo di dire. All'epoca stupì per l'interpretazione intensa di Robin Williams, fino ad allora bollato come semplice attore comico, che qui dà vita a un personaggio straordinario e carismatico, di quelli che si vorrebbe conoscere nella vita reale. Eppure il focus non è solo su di lui, ma anche sugli studenti, interpretati in maniera quanto mai efficace da un nutrito gruppo di giovani attori, molti al debutto, alcuni dei quali faranno carriera.

Robert Sean Leonard è Neil Perry, sensibile e diligente, che il padre (Kurtwood Smith) ha già indirizzato verso un avvenire come medico ma che preferirebbe seguire altre passioni, come quella per il teatro (reciterà il ruolo di Puck, da "Sogno di una notte di mezza estate" di Shakespeare, in una recita scolastica). Ethan Hawke è Todd Anderson, timido e introverso (anche perché costretto a confrontarsi in continuazione con un fratello di successo), che grazie a Keating saprà uscire dal proprio guscio e, nel finale, sarà il primo a manifestargli apertamente il proprio ringraziamento. Abbiamo poi Knox Overstreet (Josh Charles), che diverrà abbastanza ardito da conquistare la ragazza che gli piace contro ogni avversità; e il "ribelle" Charlie Dalton, alias "Nuwanda" (Gale Hansen), quello più a suo agio nella lotta all'autorità e al conformismo, pur senza troppo pensare alle conseguenze; e ancora Steven Meeks (Allelon Ruggiero), Gerard Pitts (James Waterston), per finire con l'"inquadrato" Richard Cameron (Dylan Kussman), che preferirà tradire il gruppo e ritornare nel comodo e confortante alveo della disciplina piuttosto che cercare una strada non battuta. Il cast si completa con Norman Lloyd nei panni del severo direttore del college, il professor Nolan. La regia di Weir è solida, precisa, attenta a cogliere ogni espressione e ogni emozione veicolata dagli attori, ma anche a integrare le loro vicende nel paesaggio autunnale-invernale del Vermont, fra boschi, laghi e radure che circondano il college (la scena iniziale di uno stormo di uccelli migratori che si solleva dal lago è praticamente una metafora degli studenti stessi). La fotografia di John Seale esalta le scorribande notturne dei boschi da parte dei ragazzi della Setta dei Poeti Estinti, i loro incontri nell'angusta grotta, l'atmosfera irreale e al tempo stesso concretissima e palpabile della scena del suicidio e la corsa disperata di Todd sul lago ghiacciato. Ma non sono di meno le scene girate all'interno della scuola, alcune delle quali (Keating che incita i ragazzi a strappare dal libro di testo la pagina introduttiva, che pretenderebbe di misurare la "grandezza" di una poesia con un grafico, per esempio) sono diventate decisamente iconiche. Ad alto rischio di retorica il finale, con i ragazzi che salgono sui banchi per dimostrare la propria solidarietà al professore cacciato: eppure ci si commuove ogni volta (e poi, in fondo, non tutti gli studenti si alzano). La pellicola valse un Oscar per la migliore sceneggiatura a Tom Schulman (oltre a conquistarsi nomination per il film, per Weir e per Williams). La colonna sonora d'atmosfera di Maurice Jarre è integrata da brani di Haendel ("Musica sull'acqua"), Beethoven (l'Inno alla Gioia, l'Adagio dal quinto concerto per piano) e – fischiettato da Keating – il tema dell'Ouverture "1812" di Ciajkovskij.

12 settembre 2013

Green Card (Peter Weir, 1990)

Green Card - Matrimonio di convenienza (Green Card)
di Peter Weir – USA/Australia/Francia 1990
con Gérard Depardieu, Andie MacDowell
**1/2

Rivisto in TV.

Georges, un compositore francese, e Brontë, un'ortocultrice newyorkese, contraggono matrimonio pur essendo perfetti sconosciuti e promettendo di non rivedersi più. In questo modo lui può ottenere la carta verde (il permesso di residenza illimitata negli Stati Uniti per gli stranieri) e lei può occupare l'appartamento dei suoi sogni, con annessa una favolosa serra, che i proprietari intendevano affittare soltanto a una giovane coppia. Ma quando gli ispettori dell'immigrazione cominciano ad indagare su di loro, i due dovranno iniziare una forzata convivenza, e studiare alla perfezione il passato e le abitudini l'uno dell'altra, per "dimostrare" di essere davvero marito e moglie. Naturalmente, alle iniziali idiosincrasie per le rispettive differenze (lei è ambientalista, vegetariana, chiusa in sé stessa e rigorosa in tutto ciò che fa; lui è un artista scapigliato, estroverso e spontaneo, che vive alla giornata) seguirà un reale innamoramento. Peter Weir si dà alla commedia romantica leggera (oggi diremmo "chick flick"), allontanandosi per una volta dalla complessità psicologica degli altri suoi lavori, con l'aiuto di due attori assai carismatici e di una sceneggiatura (dello stesso regista) che cerca di superare – o almeno di non far pesare troppo – i limiti intrinseci del genere, su tutti la prevedibilità. Certo, lo spunto di partenza è assai esile, per non dire poco credibile, ma il risultato è quanto meno gradevole, anche perché a ben vedere riesce a "riciclare" sotto forme più facili molti dei temi che Weir aveva già affrontato nei suoi precedenti film: il cambiamento che arriva all'improvviso, l'incontro (o lo scontro) fra culture diverse, il confronto con ciò che ci è estraneo. E anche l'amore fra i due protagonisti, che nasce quasi dal nulla, può essere ricondotto a quel fascino per il mistero e per l'inspiegabile che permea tutto il cinema del regista australiano. Nota a margine: chissà come l'avrebbe girato un Polanski, magari ai tempi de "L'inquilino del terzo piano", vista la presenza inquietante di vicini e dirimpettai ficcanaso. Il film servì a introdurre Depardieu alle audience americane. La scena in cui i due protagonisti si "fabbricano" foto e falsi ricordi sembra riecheggiare "L'ultima donna" di Ferreri (con lo stesso Depardieu). La colonna sonora di Hans Zimmer saccheggia Mozart ed Enya.

12 luglio 2012

The way back (Peter Weir, 2010)

The Way Back (id.)
di Peter Weir – USA 2010
con Jim Sturgess, Ed Harris, Colin Farrell
***

Visto al cinema Uci Bicocca, con Marisa, Candida e altri.

Era da tempo (da “Master and commander” del 2003, per la precisione) che non usciva un nuovo film di Peter Weir, regista fra i più grandi degli ultimi quarant’anni. E per di più arriva nelle nostre sale con qualche stagione di ritardo, indice della scarsa fiducia dei distributori in una pellicola di non facile impatto (nonostante la presenza di attori di nome), il cui argomento (la fuga di un gruppo di prigionieri da un gulag siberiano e il loro lungo cammino per tornare a casa), l’incedere lento e lo stile cinematografico d’altri tempi potrebbero forse tenere lontani gli spettatori più giovani. Ispirato a un celebre resoconto (quello di Sławomir Rawicz, pubblicato negli anni cinquanta) della cui attendibilità si è recentemente cominciato a dubitare (per stare sul sicuro, Weir si è avvalso della consulenza storica della giornalista Anna Appelbaum), il film si svolge nel 1941, quando numerosi polacchi furono rinchiusi nei gulag staliniani dopo l’invasione sovietica della Polonia in risposta a quella tedesca. Fra questi c’è Janusz, condannato come “spia” in seguito a una confessione estorta alla moglie. Approfittando di una tempesta di neve, l’uomo riesce a evadere in compagnia di quattro compatrioti, ai quali si aggiungono un prigioniero americano (Ed Harris), ovvero uno dei non pochi statunitensi che avevano cercato fortuna in Russia dopo la Grande Depressione; una ragazza (Saoirse Ronan); e un urka (Colin Farrell), ovvero un criminale russo (nei gulag ladri e banditi godevano di privilegi rispetto ai prigionieri politici e venivano lasciati “spadroneggiare” dalle guardie, perché a differenza di quelli non erano considerati “nemici del popolo”). La fuga a piedi verso la libertà si trasformerà in un viaggio lunghissimo: in quasi un anno, dirigendosi sempre verso sud e combattendo contro il freddo, la fame e la sete, gli uomini percorreranno oltre 6.000 chilometri (evitando accuratamente villaggi e centri abitati per non correre il rischio di essere riconsegnati ai sovietici), dapprima attraverso le foreste e le steppe siberiane, poi lungo le coste del lago Baikal fino alla Mongolia, quindi nelle aride distese di sabbia del deserto dei Gobi, e infine attraverso le vette himalayane del Tibet fino all’India. Con un soggetto simile, è ovvio che il tema tanto caro a Weir del rapporto fra l’uomo e l’ambiente circostante (qui rappresentato da una natura estrema, che sa essere al contempo ostile o fornire acqua e cibo nel momento del bisogno) sia costantemente al centro della pellicola, forse più che in ogni altro suo film. Di fronte a esso passano in secondo piano anche le relazioni fra i personaggi, legati fra loro soltanto dall’obiettivo comune, quello della sopravvivenza: persino il loro passato conta poco (alcuni, come l’americano Smith, sono assai reticenti al proposito). Ciò nonostante, le figure emergono con vigore e personalità, grazie anche agli ottimi interpreti: meritano una particolare menzione l’intenso Ed Harris (che per Weir aveva già recitato in "The Truman Show") e il sorprendente Colin Farrell (nel ruolo della "simpatica canaglia"). Il regista australiano si prende i tempi giusti per descrivere il lungo cammino, le fatiche e le sofferenze dei fuggitivi, stimolando ai massimi livelli il coinvolgimento di uno spettatore che, se ricettivo e disposto a partecipare, si ritrova quasi a vivere insieme ai personaggi tutte le difficoltà del viaggio. All’anelito per la libertà e al desiderio di sopravvivere in ogni modo si sovrappongono i temi della colpa e del perdono, visto che sono proprio queste le motivazioni che spingono almeno due dei personaggi principali (Janusz e Smith) a proseguire nel cammino e a non cedere di fronte alla fatica e alle difficoltà: Janusz, in particolare, non potendo tornare “indietro” a casa perché la sua patria è occupata dai Sovietici, continuerà ad andare “avanti”, ossia a camminare per il mondo fino a quando, dopo il crollo del Comunismo, potrà riabbracciare la moglie (“Solo io posso perdonarla”, spiega). Eccezionali gli scenari naturali (non a caso, cosa insolita per una pellicola di fiction, fra i produttori c’è National Geographic), solida la regia che non perde mai la presa sulla materia trattata e non si concede divagazioni di gusto hollywoodiano, anche perché può contare su una sceneggiatura senza sbavature.

11 maggio 2011

Picnic ad Hanging Rock (P. Weir, 1975)

Picnic ad Hanging Rock (Picnic at Hanging Rock)
di Peter Weir – Australia 1975
con Rachel Roberts, Dominic Guard
****

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Paola, Ilaria e Stefano.

Nel giorno di San Valentino del 1900, un gruppo di studentesse di un college privato dell'entroterra australiano si reca a fare un picnic ai piedi di Hanging Rock, antichissima formazione geologica e vulcanica nello stato di Victoria. In un'atmosfera di impalpabile sospensione (il tempo sembra fermarsi, passato e presente si compenetrano, la natura e gli animali rimangono in osservazione), accade qualcosa di inesplicabile: tre ragazze (la bellissima Miranda e le compagne Irma e Marion) e un'insegnante (l'anziana Miss Craw), attratte da una forza misteriosa, si arrampicano sulla roccia e scompaiono nel nulla. Le ricerche e le indagini della polizia non portano ad alcun risultato: ma una settimana più tardi, il giovane inglese Michael riuscirà in qualche modo a "riportare indietro" una delle ragazze, Irma. L'affascinante film di Weir, uno dei capolavori del suo periodo australiano, pone molte domande allo spettatore senza apparentemente fornire le risposte: il trascendente, l'ignoto e il mistero (perché sia Irma che Michael hanno le medesime ferite sulla fronte e sulle mani?) rimangono impenetrabili a chi non desidera o non è in grado di avvicinarvisi (come, nel film, fa la quarta studentessa, Edith, che sceglie di non attraversare la soglia). Ma una chiave di lettura è fornita dalla bellissima colonna sonora, che oltre alle sonorità inquietanti di Bruce Smeaton (più Bach, Mozart, Tchaikovsky e Beethoven, con l'adagio del concerto per pianoforte n. 5 che Weir riutilizzerà anche in un altro film ambientato in un college, "L'attimo fuggente") contiene temi eseguiti da Gheorghe Zamfir con il flauto di Pan: strumento non certo scelto a caso, visto che Pan era il dio della natura selvaggia, colui che rapiva le ninfe (e al quale erano consacrate le cime dei monti!). Le sue fattezze (corna e zampe di caprone) hanno ispirato nella nostra cultura quelle del diavolo, e difatti Hanging Rock può essere assimilata a una di quelle località, sparse un po' in tutto il globo, che tradizionalmente sono indicate come via d'accesso agli inferi: una voragine che inghiotte le persone (soprattutto le fanciulle: vedi Persefone!) e dove è possibile entrare in contatto – spirituale o fisico – con "l'altro mondo", oppure con la parte di questo mondo che normalmente non è visibile a tutti.

Che stiamo parlando di un "passaggio" lo dimostra anche la collocazione geografica (l'Australia era davvero "un altro mondo" per gli europei, segnatamente per gli inglesi come i protagonisti di questo film; anche se nella pellicola non sono presenti aborigeni – a differenza di un altro film di Weir di questo periodo, "L'ultima onda" – con l'eccezione di qualcuno che si intravede fra coloro che cercano le ragazze, è chiaro il collegamento con le "vie dei canti" e i sogni: lo suggeriscono, per esempio, la visione notturna di Michael che si trova dinnanzi Miranda trasformata in cigno, o il sogno dell'amico Albert in cui la sorella Sara giunge a salutarlo per l'ultima volta) e soprattutto quella temporale (siamo esattamente nel 1900, ovvero nel passaggio da un secolo a un altro). Pan è anche un dio fortemente legato alla sessualità: e dunque quella di queste ragazze, dall'aspetto verginale, vestite di bianco, è una vera e propria iniziazione, un rito di passaggio verso la maturità e l'età adulta. Miranda e le sue amiche vengono "chiamate" dalla natura (e nella natura ci si addentra a piedi nudi, senza il corsetto o vestiti ingombranti), guarda caso a mezzogiorno preciso ("l'ora di Pan"): "C'è un tempo e un luogo giusto perché ogni cosa abbia principio, e fine...". Eppure la ricchezza (anche visiva, oltre che di contenuti) del film sembra suggerire molti altri paralleli: notevole quello, avanzato da Giuliano nel suo blog, con "Alice nel paese delle meraviglie" di Lewis Carroll: la ragazza che sparisce in un buco, l'ambientazione vittoriana, gli orologi, la matematica, gli animali, i personaggi e i loro abiti (la direttrice della scuola ricorda davvero, anche nell'aspetto, la Regina di Cuori)... Ma l'intera vicenda può anche essere letta più semplicemente come una metafora del tema della scomparsa: che sia per eventi naturali o violenti, tutti prima o poi sono destinati ad andarsene, e quelli che rimangono devono fare i conti con la loro assenza (Weir ha dichiarato di essere stato molto colpito dalle testimonianze di coloro che avevano perduto i propri cari durante la prima guerra mondiale: e di molti, dispersi in battaglia e la cui sorte è rimasta sconosciuta, hanno inutilmente atteso il ritorno per anni e anni).

L'atmosfera onirica e soprannaturale si tinge dunque di concretezza (il sangue delle ferite, la presenza fisica delle rocce – che sembrano volti umani – e degli alberi, gli sguardi degli animali), la dolcezza e l'eterea figura delle ragazze contrastano con le rigide norme di comportamento dell'epoca vittoriana (della dura disciplina e dell'oppressione fra le quattro mure del college fa le spese soprattutto la fragile e sensibile Sara, orfana e indifesa, che vive in adorazione della compagna Miranda). Anche per questo, nonostante il tripudio di pizzi, abiti bianchi, fiori e poesie, il film non risulta assolutamente melenso, e al posto del sentimentalismo troviamo la suspense e – come abbiamo visto – una continua tensione sessuale (che si tratti di iniziazione o di repressione). A renderlo indimenticabile, oltre alla colonna sonora, ci sono l'eccellente regia, la splendida fotografia (molte sequenze sono incredibilmente pittoriche), i vertiginosi scenari e le intense interpretazioni (magnifica la galleria di volti delle protagoniste: "Miranda è un dipinto del Botticelli", dice l'istitutrice francese). Ai numerosissimi personaggi, anche quelli minori, rendono giustizia molti bravi attori: spiccano, fra i tanti, Rachel Roberts nei panni dell'autoritaria Miss Appleyard, la direttrice del collegio, e Anne Louise Lambert in quelli della bellissima Miranda (nome shakesperiano...), personaggio centrale nonostante compaia solo nella prima mezz'ora di film. Il romanzo originale di Joan Lindsay (e in parte anche il lungometraggio) lasciava intendere che la vicenda narrata fosse tratta da una storia vera, di cui però non vi è menzione nella stampa dell'epoca. Il successo del film (una delle prime pellicole australiane a raggiungere una certa notorietà internazionale) ha dato un forte impulso alla carriera del bravissimo regista. Nel 2018 dal romanzo di Lindsay è stata tratta anche una miniserie televisiva in sei episodi.

21 luglio 2010

Witness (Peter Weir, 1985)

Witness - Il testimone (Witness)
di Peter Weir – USA 1985
con Harrison Ford, Kelly McGillis
**1/2

Rivisto in DVD.

Il piccolo Samuel, membro di una comunità religiosa di agricoltori (gli Amish) che rifiutano ogni forma di modernità e che vivono come se si trovassero ancora nell'ottocento, assiste casualmente a un omicidio nei bagni della stazione ferroviaria di Filadelfia, dove è di passaggio con la madre (la giovane vedova Rachel) per recarsi in visita da alcuni parenti. Quando il detective John Book scopre che il responsabile del delitto è a sua volta un poliziotto, si rende conto che la propria vita e quella del bambino – unico testimone oculare – sono in pericolo. In fuga dagli agenti corrotti, John si nasconde con Rachel e Samuel proprio presso gli Amish, dove entra lentamente in sintonia con uno stile di vita ben diverso da quello cui era abituato e si innamora (ricambiato) della donna. Ma il mondo esterno, e con esso la resa dei conti, non tarderà a ripresentarsi e ad irrompere violentemente nella comunità. Innestando sulla struttura di un poliziesco tutta una parte centrale che per lungo tempo sembra quasi dimenticarsi della trama principale, come se si trattasse di due film in uno, Weir (al suo primo lavoro americano) torna a descrivere – come suo solito – l'incontro fra mondi e culture diverse, quasi agli antipodi: una che vive nel passato (le prime inquadrature, con scene di vita rurale e carretti trainati da cavalli, lasciano sbigottito lo spettatore quando compare la didascalia "Pennsylvania, 1984") e l'altra nel presente, seguendo regole e codici che sembrano reciprocamente assurdi. A differenza delle pellicole sugli aborigeni australiani, però, manca il senso del mistero e del soprannaturale: la storia si dipana su un livello più umano e intimo. Il bambino è Lukas Haas, che continuerà a recitare anche da adulto. C'è anche una particina per Viggo Mortensen, al suo esordio sul grande schermo, nei panni di uno dei contadini Amish. La musica, Vangelis-style, è di Maurice Jarre.

13 aprile 2010

Gli anni spezzati (Peter Weir, 1981)

Gli anni spezzati (Gallipoli)
di Peter Weir – Australia 1981
con Mel Gibson, Mark Lee
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Paola, Ilaria e Giuseppe.

Due giovani atleti australiani (l'idealista "campagnolo" Archie e il più cinico "cittadino" Frank) si arruolano per andare a combattere in Europa durante la Prima Guerra Mondiale: la visione innocente della guerra lascerà il posto alla consapevolezza della futilità del massacro di cui saranno protagonisti, mentre la storia della loro amicizia si intreccia con i tragici eventi di Gallipoli, in Turchia, presso lo stretto dei Dardanelli, il primo grande scontro militare che vide la partecipazione delle forze australiane e neozelandesi. Estremamente toccante nel suo messaggio antibellico (ma la guerra vera e propria la si vede soltanto negli ultimi minuti della pellicola: gran parte del film si svolge invece in Australia, per narrare l'incontro e l'amicizia fra i due personaggi principali, e poi in Egitto, dove si trovava il campo di addestramento degli australiani), il film di Weir mostra attraverso lo sguardo di due persone comuni uno degli eventi più importanti, ancorché tragici, della breve storia australiana, forse la prima occasione in cui il paese sviluppò una "coscienza nazionale". Nel 1915 l'Australia era infatti un paese ancora giovane (proprio come i due protagonisti, che dunque lo rappresentano alla perfezione) e molto legato alla sua "madrepatria", l'Impero Britannico, al punto da inviare spontaneamente le proprie truppe di volontari a combattere al suo fianco in un conflitto che non la riguardava per nulla: nella prima parte del film è esemplare lo scambio di battute fra i due protagonisti e l'uomo che incontrano nel deserto, che non capisce a quale scopo gli australiani debbano andare a combattere contro i tedeschi o i turchi. Del film rimangono in mente soprattutto le sequenze finali, quelle del sanguinoso e inutile attacco alle trincee nemiche, e naturalmente il fermo immagine conclusivo che "congela" il momento in cui Archie viene colpito. Interessante il commento musicale: gran parte della colonna sonora è costituita dall'Adagio in sol minore di Albinoni (in realtà di Remo Giazotto) e dalla musica elettronica di Jean-Michel Jarre (dall'album "Oxygéne").

12 marzo 2009

L'ultima onda (P. Weir, 1977)

L'ultima onda (The last wave)
di Peter Weir – Australia 1977
con Richard Chamberlain, Olivia Hamnett
**1/2

Rivisto in DVD, con Marisa e altra gente.

Lavorando a una causa che coinvolge un gruppo di aborigeni, un avvocato bianco scopre l'esistenza di un'antichissima comunità tribale che sopravvive segretamente a Sydney ed entra in contatto – attraverso i propri sogni e inquietanti visioni profetiche – con un mondo ancestrale di cui ignorava l'esistenza. Mentre la natura sembra impazzire con inspiegabili ondate di maltempo e forti inondazioni, piogge di rane o di petrolio e grandinate a ciel sereno, il protagonista si rende conto che un nuovo ciclo di "morte e rinascita" è ormai imminente: sarà la fine della civiltà? Dopo "Le macchine che distrussero Parigi" e il bellissimo "Picnic a Hanging Rock", Peter Weir (un regista che amo molto) completa la sua trilogia sui misteri australiani con un film lento e d'atmosfera, suggestivo ma tutt'altro che perfetto, anche perché gli snodi fondamentali sono sottolineati più volte, lasciando poco spazio all'immaginazione dello spettatore, e i concetti metafisici non sufficientemente profondi da far presa su chi (come me) è razionalmente poco propenso ad accoglierli. La pellicola ha però avuto il merito di portare sullo schermi i volti e soprattutto i miti degli indigeni dell'Australia, fino ad allora quasi ignorati non solo dal cinema ma anche da gran parte della cultura bianca stessa ("Sono australiana da tre generazioni e non ho mai conosciuto un aborigeno", dice la moglie del protagonista): "Le vie dei canti" di Bruce Chatwin sarebbe stato pubblicato solo dieci anni dopo, nel 1987. Inquietanti le scene in cui l'aborigeno Charlie domanda ipnoticamente al protagonista "Tu chi sei? ... Tu chi sei? ...", un vero e proprio invito alla riflessione sull'identità, e importante l'uso del sonoro, caotico e invasivo, mentre alcune svolte narrative – soprattutto nel finale – non sembrano del tutto giustificate. Pessimo l'audio italiano del DVD Dall'Angelo.