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12 agosto 2023

Il genio della truffa (Ridley Scott, 2003)

Il genio della truffa (Matchstick Men)
di Ridley Scott – USA/GB 2003
con Nicolas Cage, Alison Lohman
**

Rivisto in TV (Sky Cinema).

Roy (Nicolas Cage), che si guadagna da vivere organizzando piccole e grandi truffe insieme al complice Frank (Sam Rockwell), soffre di disturbo ossessivo-compulsivo, è agorafobico e ossessionato dall'igiene. Quando nella sua vita disordinata si presenta all'improvviso Angela (Alison Lohman), la figlia quattordicenne che ignorava di avere, le cose cominciano a migliorare. Ma non tutto è come sembra... Il problema con i film di questo tipo, che parlano di truffe e truffatori, è che in fondo sono estremamente prevedibili: lo spettatore è portato a sospettare di ogni cosa, e dunque i twist e i colpi di scena che inevitabilmente giungono verso il finale non sconvolgono come farebbero in altre pellicole. In questo caso, tutto è così evidente sin dall'inizio che viene quasi il dubbio che gli sceneggiatori (che si sono basati su un soggetto di Eric Garcia) non ci abbiano provato nemmeno: Roy si fa "fregare" come una delle sue vittime, ma il focus del film non è la truffa in sé quando lo studio del personaggio (con le sue manie, le sue ossessioni, i suoi problemi relazionali) e il rapporto con la figlia che lo aiuta a crescere e ad uscire dal tunnel. Lo dimostra il fatto che alla risoluzione del twist stesso non viene data particolare enfasi, nemmeno a livello registico. Buone le prove degli attori: in particolare la Lohman, ventiquattrenne, è piuttosto credibile nell'interpretare una quattordicenne (!). Nel cast anche Bruce Altman, Bruce McGill e Sheila Kelley. Anche se regge a una seconda visione, complessivamente però il film è dimenticabile.

21 gennaio 2023

The outfit (Graham Moore, 2022)

The Outfit (id.)
di Graham Moore – GB/USA 2022
con Mark Rylance, Zoey Deutch
**

Visto in TV (Now Tv).

Nella Chicago degli anni cinquanta, un sarto di origine inglese (Mark Rylance) consente a una banda di gangster di usare la propria bottega come copertura per lo scambio di messaggi e informazioni. Ma quando la banda, impegnata in un regolamento di conti con un gruppo rivale, viene informata che fra di loro si nasconde una spia, le cose si complicano. E i vari banditi cominciano a sospettarsi fra di loro, mentre il sarto, umile e sottovalutato da tutti, nonché dal passato misterioso, inizia a manipolarli dietro le quinte, sfruttandone le rivalità sotterranee... Ambientato tutto in una notte e tutto all'interno del negozio del sarto (anzi, "tagliatore", come lui si definisce), il film segna l'esordio come regista di lungometraggi per Graham Moore, già sceneggiatore ("The imitation game"). Nonostante la collocazione spaziale e temporale così ridotta, i twist e i colpi di scena non mancano: ma la pellicola, pur dall'aspetto elegante, comincia ben presto ad apparire meccanica e persino prevedibile, senza vere emozioni. Non aiutano le caratterizzazioni semplicistiche e il fatto che le innumerevoli svolte e le decisioni dei personaggi non siano sempre credibili, e pure i continui riferimenti metaforici al mestiere di sartoria sembrano girare a vuoto. Alla fine l'impressione è quella di aver assistito a un "Le iene" dei poveri: ma in fondo ci si può accontentare, basta non attendersi di essere scossi da qualcosa di epocale. Zoey Deutch è la segretaria del sarto. Nel cast Dylan O'Brien (il figlio del boss), Johnny Flynn (il suo braccio destro), Simon Russell Beale (il boss irlandese), Nikki Amuka-Bird (il capo della gang rivale). Il titolo non si riferisce a un capo di vestiario, ma al nome di un'organizzazione criminale, una sorta di sindacato globale, fondata nientemeno che da Al Capone. Curiosamente, nel 1973 era uscito un altro gangster movie con il medesimo titolo (in italiano "Organizzazione crimini").

27 giugno 2022

La stangata (George Roy Hill, 1973)

La stangata (The sting)
di George Roy Hill – USA 1973
con Robert Redford, Paul Newman
***

Rivisto in TV (Now Tv).

Nella Chicago del 1936, fra crimine, gioco d'azzardo e l'onda lunga della Grande Depressione, due "artisti della truffa" – il giovane Johnny Hooker (Robert Redford) e il più esperto Henry Gondorff (Paul Newman) – organizzano una complessa "stangata" ai danni del gangster Doyle Lonnegan (Robert Shaw), anche per vendicare un amico comune (Robert Earl Jones) che questi ha fatto ammazzare. Da una sceneggiatura quasi perfetta di David S. Ward, ispirata fra l'altro alle imprese dei "veri" fratelli Fred e Charley Gondorff, forse il più celebrato caper movie (film di truffe) di tutti i tempi, vincitore di sette premi Oscar (miglior film, regia, sceneggiatura, scenografie, costumi, montaggio e colonna sonora, più altre tre nomination). La complessità dell' "imbroglio del telegrafo" che Johnny e Henry mettono in scena (allestendo una finta sala scommesse per le corse dei cavalli, con decine di comparse e di complici, fra i quali quelli interpretati da Ray Walston, Harold Gould, Jack Kehoe) va di pari passo con altri colpi di scena, anche ai danni dello spettatore (vedi il twist sull'identità del misterioso killer che Lonnegan ha sguinzagliato sulle tracce di Johnny, o quello – indimenticabile – nel finale, che conclude degnamente la "stangata"). Da ricordare inoltre la partita a poker sul treno. Le ottime interpretazioni (nel cast anche Eileen Brennan, Dimitra Arliss, Charles Dierkop e Charles Durning nei panni del poliziotto corrotto Snyder) e tanti piccoli dettagli (come l'iconico cenno di complicità, con le dita lungo il naso, che i truffatori si scambiano a distanza) favoriscono la caratterizzazione dei personaggi. Bella anche la ricostruzione d'epoca, accompagnata peraltro da una memorabile colonna sonora (seppur leggermente anacronistica) a base di ragtime di Scott Joplin, fra cui il celeberrimo "The entertainer" che ritrovò così una nuova e inattesa popolarità. Efficaci ma anacronistici anche i tanti rimandi al cinema muto, come i cartelli dipinti che intervallano le varie sezioni della pellicola, e le iridi circolari usate nelle transizioni da scena a scena, o per sottolineare determinati particolari dell'inquadratura. A ben pensarci, anche la colonna sonora richiama la spigliatezza e la leggerezza di certe comiche del periodo muto: in altri momenti, comunque, il film non si risparmia una certa tensione, che sfocia in autentica suspense. Alcune critiche che lo accusano di essere un po' monotono e meccanico, comunque, non sono del tutto campate in aria. George Roy Hill aveva già diretto la coppia Redford/Newman quattro anni prima nel western "Butch Cassidy".

16 aprile 2022

The visit (M. Night Shyamalan, 2015)

The visit (id.)
di M. Night Shyamalan – USA 2015
con Olivia DeJonge, Ed Oxenbould
**1/2

Visto in TV (Netflix).

Mentre la mamma è in crociera, i fratelli Rebecca (15 anni) e Tyler (13 anni) vanno in visita per una settimana nella fattoria dei nonni, che non hanno mai conosciuto. Ma la permanenza si tinge presto di colori inquietanti, per via dello strano comportamento dei due anziani parenti: che si tratti solo dell'età, di demenza senile, o c'è dell'altro? Ispirandosi da un lato allo "stacco generazionale" che c'è fra lo stile di vita di due ragazzini moderni e quello di due vecchi contadini, e dall'altro ad alcuni classici temi delle fiabe (come "Hänsel e Gretel": vedi la scena in cui la ragazzina è invitata dalla nonna a entrare dentro il forno per pulirlo), Shyamalan firma un horror/thriller a basso budget, quasi "studentesco", senza effetti speciali o location impegnative, e praticamente con solo cinque attori (i ragazzi, i nonni, e la mamma; otto, se contiamo alcuni personaggi minori). La tecnica è quella del found footage: Rebecca, appassionata di cinema, intende documentare l'intera vacanza con le sue telecamere per farne un "documentario"; di fatto, tutto ciò che vediamo nel film è ciò che lei e il fratello riprendono ("Se noi due non partecipiamo all'evento non possiamo girare"), una trovata assai popolare nel genere horror (si pensi, per esempio, a "Cannibal Holocaust", "Blair Witch Project" o "Cloverfield"). Anche se la tensione si perde un po' nel finale, dopo l'inevitabile colpo di scena, nel complesso il film regge fino in fondo, anche per merito delle buone interpretazioni (i nonni sono Peter McRobbie e Deanna Dunagan), nonché per l'impostazione low tone e il punto di vista, quasi infantile, dei due ragazzini, di fronte alle inquietanti "stranezze" dei nonni. Dopo i flop dei precedenti (e costosi) "L'ultimo dominatore dell'aria" e "After Earth", per Shyamalan un progetto così "piccolo" (che finanziò personalmente) fu una boccata d'aria fresca.

17 gennaio 2021

La grande razzia (Henri Decoin, 1955)

La grande razzia (Razzia sur la chnouf)
di Henri Decoin – Francia 1955
con Jean Gabin, Magali Noël
**1/2

Visto in TV (Prime Video).

L'esperto gangster Henri "Le Nantais" (Jean Gabin) torna dall'America in Francia per dirigere un lucroso traffico di droga per conto del boss Paul Liski (Marcel Dalio), sostituendone il luogotenente che è stato eliminato in un regolamento di conti. Sotto la copertura della gestione di un ristorante – della cui giovane cassiera, Lisette (Magali Noël), si innamora – Henri supervisiona l'arrivo della merce in Francia, la sua consegna, la lavorazione, la distribuzione ai corrieri e lo spaccio nei locali o ai singoli consumatori, mentre nel contempo deve far fronte alle indagini e alle retate della polizia e tenere a bada gli scagnozzi di Liski, Roger "Le Catalan" (Lino Ventura) e Bibi (Albert Rémy), due tirapiedi dal grilletto facile, sempre pronti a intimidire o ad ammazzare chi non rispetta le regole o vuole abbandonare l'organizzazione. La trama (tratta da un romanzo di Auguste Le Breton, anche sceneggiatore nonché presente in un cameo nel ruolo del giocatore d'azzardo) pare a tratti quasi un pretesto per un viaggio documentaristico negli ambienti della "mala" e nell'organizzazione dello spaccio di droga: ma la curiosità e la meticolosità di Henri nel voler conoscere ogni dettaglio della struttura che dirige avrà una sua giustificazione nel finale a sorpresa. Ottima l'atmosfera, le interpretazioni, la fotografia in bianco e nero di un mondo sordido e inesorabile: si pensi a figure tragiche come la tossicodipendente Léa (Lila Kedrova). Paul Frankeur è il commissario Fernand, Roland Armontel il chimico Birot, Michel Jourdan il fattorino con la bici. Gran parte del cast (Gabin, Ventura, Frankeur e Jourdan) aveva recitato insieme pochi mesi prima nel "Grisbi" di Jacques Becker. La parola "chnouf" presente nel titolo originale indica in gergo le droghe pesanti.

4 gennaio 2021

Glass (M. Night Shyamalan, 2019)

Glass (id.)
di M. Night Shyamalan – USA 2019
con James McAvoy, Bruce Willis, Samuel L. Jackson
**

Visto in TV (Now Tv).

Il vigilante mascherato David Dunn (Bruce Willis), detto il Sorvegliante, si batte con Kevin Wendell Crumb (James McAvoy), alias l'Orda, criminale dalla personalità multipla: ma entrambi vengono catturati e rinchiusi in un ospedale psichiatrico, dove è ricoverato anche Elijah Price (Samuel L. Jackson), l'Uomo di Vetro ovvero Dr. Glass, villain dal corpo fragilissimo ma dall'intelletto straordinario. A dirigere la clinica è la dottoressa Ellie Staple (Sarah Paulson), convinta che i superpoteri o le doti sovrumane non esistano e che i tre pazienti soffrano soltanto di deliri, illusioni e manie di grandezza. Dopo "Unbreakable - Il predestinato" (2000) e "Split" (2016), Shyamalan completa la sua personale trilogia "supereroistica" con una pellicola che fa tornare in scena i personaggi dei due film precedenti e ne interconnette le origini e i destini (proprio come in un universo fumettistico condiviso). Il risultato è ambivalente: da un lato ritroviamo quelli che erano i punti di forza dei film originali (il grande realismo con cui temi e luoghi comuni della narrativa supereroistica sono calati nella quotidianità, senza tute sgargianti, effetti speciali o sequenze d'azione sopra le righe; o l'idea che i "miti" dei comic book non siano altro che rappresentazioni artistiche di una realtà ancestrale che è propria da sempre dell'essere umano), e tutto sommato anche una trama – il ricovero forzato dei tre antagonisti nell'ospedale psichiatrico – foriera di spunti interessanti e più in linea con un horror o un thriller psicologico (cfr. "Qualcuno volò sul nido del cuculo") che con un film d'azione in stile Marvel. Dall'altro, però, molti elementi appaiono francamente implausibili o forzati, a partire dall'idiozia apparente del personaggio della dottoressa: è vero che uno dei twist nel finale ne capovolge il ruolo (fa parte di un'organizzazione segreta che si batte per nascondere l'esistenza dei supereroi), ma proprio la conclusione del film risulta deludente e anticlimatica. Bello il lavoro visivo, con i colori che identificano i tre personaggi (verde per Dunn, giallo per Crumb e viola per Price) che tornano a più riprese: nel finale, per esempio, sono indossati anche dai loro tre amici/famigliari, ovvero da Joseph (Spencer Treat Clark), il figlio di David ora cresciuto; da Casey (Anya Taylor-Joy), la ragazza che fu rapita da Kevin; e dalla signora Price (Charlayne Woodard), la madre di Elijah. Anche il consueto cameo del regista riconnette in un unico personaggio quelli da lui interpretati in "Unbreakable" e "Split". Nonostante il buon successo registrato al botteghino, Shyamalan ha dichiarato che la saga finisce qui. Qualche svarione nell'adattamento italiano ("comic book" tradotto con "libri di fumetti", per esempio).

16 ottobre 2020

Le regole della truffa (Rob Minkoff, 2011)

Le regole della truffa (Flypaper)
di Rob Minkoff – USA 2011
con Patrick Dempsey, Ashley Judd
***

Visto in TV, con Sabrina.

Una banca viene rapinata contemporaneamente da due bande diverse: la prima è composta da tre criminali professionisti e high-tech (Mekhi Phifer, Matt Ryan e John Ventimiglia), la seconda da una coppia di balordi (Tim Blake Nelson e Pruitt Taylor Vince). Fra i clienti, presi in ostaggio insieme al personale dell'istituto, c'è il nevrotico e semi-autistico Tripp (Patrick Dempsey), che non può mettere a tacere le proprie straordinarie capacità osservative, in grado di catturare ogni dettaglio. Grazie a queste, si rende subito conto che c'è qualcosa di strano: forse qualcuno trama nell'ombra, ha manipolato entrambe le bande di rapinatori e ha un secondo (o un terzo) fine... Scritto da Jon Lucas e Scott Moore (gli sceneggiatori di "Una notte da leoni") e diretto dal co-regista de "Il re leone", un heist movie comico e vivacissimo, caratterizzato da un ritmo senza sosta, ricco di false tracce e di colpi di scena: da un lato guarda al cinema corale e umoristico alla Guy Ritchie (alcuni personaggi sembrano usciti da "Snatch"), dall'altro al classico giallo deduttivo alla Agatha Christie (quando tutti i presenti, rapinatori od ostaggi che siano, si sospettano a vicenda, sembra quasi di essere in un remake di "Dieci piccoli indiani" o in una partita di "Cluedo"), con echi da "I soliti sospetti" e "Quel pomeriggio di un giorno da cani", il tutto senza risultare pretenzioso, senza strizzatine d'occhio post-moderne allo spettatore e senza traccia di messaggio morale (è puro intrattenimento!). Merito anche di un protagonista unico nel suo genere, osservatore come Sherlock Holmes ma disinibito e impulsivo per via di una sorta di ADHD (la sindrome di deficit di attenzione e iperattività). Gli altri personaggi sono più stereotipati o macchiettistici, ma comunque adeguatamente funzionali al loro ruolo. Ashley Judd è la cassiera di cui Tripp si innamora, i dipendenti della banca sono interpretati da Jeffrey Tambor (il direttore), Curtis Armstrong, Rob Huebel, Adrian Martinez e Octavia Spencer, e gli altri clienti da Natalia Safran ed Eddie Matthews. Passato quasi inosservato in sala e bistrattato dalla critica, il film meriterebbe una rivalutazione.

1 ottobre 2020

La ragazza nella nebbia (D. Carrisi, 2017)

La ragazza nella nebbia
di Donato Carrisi – Italia 2017
con Toni Servillo, Alessio Boni
**

Visto in TV, con Sabrina.

In una cittadina di montagna, isolata in una valle delle Alpi, una ragazza sparisce misteriosamente alla vigilia di Natale. A indagare sulla sua scomparsa, temendo sia rimasta vittima di un omicidio, giunge lo spregiudicato ispettore Vogel (Toni Servillo), i cui metodi consistono nel richiamare l'attenzione dei mass media e spettacolarizzare la vicenda, manipolando le informazioni e spingendo così il colpevole a commettere un passo falso. Colpevole che l'ispettore ritiene di aver individuato nel professor Martini (Alessio Boni), insegnante nel liceo locale: e pur avendo soltanto lievi indizi, non esita a manipolare le prove per poterlo arrestare... L'opera prima dello scrittore Donato Carrisi, tratta ovviamente da un suo romanzo, è un giallo-noir ricco di colpi di scena e dalla struttura non banale (la vicenda principale è in realtà raccontata in flashback dallo stesso ispettore Vogel al dottor Flores (Jean Reno), psichiatra che lo interroga perché a sua volta è accusato di un omicidio), con un soggetto interessante (anche se per molti versi implausibile) ma numerosi problemi a livello di sceneggiatura. E non mi riferisco solo ai dialoghi scolastici, di qualità amatoriale o da fiction televisiva, ma soprattutto alla caratterizzazione dei personaggi, Vogel in primis, per certi versi pretestuosa (e funzionale solo alle necessità dell'intreccio) e per altri oscillante e contraddittoria (è davvero poco credibile, per esempio, che un ispettore che ci è stato presentato come poco interessato alla verità, al punto da non esitare a mandare sotto processo un sospettato senza prove o addirittura falsificandole, nonché abituato a manipolare i media e l'opinione pubblica, si trasformi improvvisamente in un vendicatore in prima persona in nome di un senso di giustizia che mai aveva dimostrato di possedere). Anche l'ambientazione è troppo vaga: girato in Alto Adige (in Val d'Ega, a Nova Levante e Carezza), il film si svolge in una cittadina dal nome francese, dove si parla italiano ma i cognomi sono tedeschi: che volesse essere in Svizzera? Imperdonabile comunque la neve che va e viene, da scena a scena, in maniera casuale. Nel complesso, un film che avrebbe meritato una revisione della sceneggiatura e una regia più esperta, visto che l'idea di base e gli attori di talento non mancavano. Curiosità: dieci anni prima, Servillo aveva interpretato un film per certi versi simile a questo, "La ragazza del lago" di Andrea Molaioli.

14 settembre 2020

Contrattempo (Oriol Paulo, 2016)

Contrattempo (Contratiempo)
di Oriol Paulo – Spagna 2016
con Mario Casas, Blanca Martínez
**1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Adrián Doria (Mario Casas), giovane imprenditore di successo, è accusato di aver ucciso la sua amante Laura (Bárbara Lennie) in una camera d'albergo chiusa a chiave dall'interno, ma lui sostiene di essere stato incastrato da un misterioso ricattatore che li aveva convocati lì con la minaccia di rendere pubblica la loro relazione. Davanti all'avvocato penalista Virginia Goodman (Blanca Martínez), che lo deve preparare per l'interrogatorio in tribunale, rievoca in una serie di flashback tutti gli eventi e le verità segrete che hanno preceduto quel tragico giorno, compreso un incidente che lui e Laura avevano avuto tre mesi prima, in una strada isolata nel bosco, provocando la morte accidentale di un ragazzo del luogo, il cui cadavere avevano deciso di nascondere: e se dietro tutto ci fosse proprio il padre del ragazzo (José Coronado), in cerca di vendetta? Thriller di produzione spagnola, ricco di colpi di scena e ben architettato: l'azione mostrata sullo schermo illustra il racconto dei personaggi o le loro ipotesi, contraddicendo così sé stessa più di una volta (anche perché potremmo essere di fronte a narratori inaffidabili), una tecnica ben collaudata sin dai tempi di "Rashomon". E naturalmente i tanti twist che si accumulano (non tutti imprevedibili) cambiano continuamente la direzione della vicenda e il ruolo dei personaggi coinvolti. Peccato solo che quasi tutto il peso del film si regga appunto sui suddetti twist, rendendo la pellicola un po' troppo costruita a tavolino. Molto buoni gli attori. Diversi i remake in altre lingue, fra cui anche uno italiano ("Il testimone invisibile" di Stefano Bordini con Riccardo Scamarcio).

12 agosto 2020

Anima persa (Dino Risi, 1977)

Anima persa
di Dino Risi – Italia/Francia 1977
con Vittorio Gassman, Catherine Deneuve
***

Visto in TV (RaiPlay).

Il giovane Tino (Danilo Mattei), aspirante pittore, si trasferisce a Venezia nella ricca ma fatiscente villa degli zii Fabio (Vittorio Gassman) ed Elisa Stolz (Catherine Deneuve). L'uomo, ingegnere che trascorre gran parte delle proprie giornate al lavoro, è rigido e all'antica, e comanda a bacchetto una moglie sottomessa e che evidentemente non ama più da tempo. Ma ad inquietare Tino sono soprattutto i misteri della grande casa, un antico palazzo diroccato con un'ala ancora da restaurare, da cui provengono strani suoni durante la notte. Il ragazzo scopre infatti che nella soffitta è recluso il fratello dello zio, impazzito (forse) per amore. E anche che la zia soffre per la perdita della figlioletta di primo letto, scomparsa misteriosamente tempo prima all'età di dieci anni. Eppure, non tutto è come sembra... Da un romanzo di Giovanni Arpino, un thriller psicologico con finale a sorpresa (benché non del tutto imprevedibile), che mette insieme molti ingredienti interessanti: una Venezia antica e decadente, dai palazzi scrostati e malsani, dove ancora si respira aria da "vecchio impero" nonostante il nuovo che avanza, e due attori sublimi, Gassman e la Deneuve, che danno vita a personaggi nevrotici e disfunzionali. A fare loro da contraltare c'è la giovinezza curiosa e spensierata del protagonista, che ancora non sa cosa fare della propria vita, e della sua amica Lucia (Anicée Alvina), giovane modella di nudo. La fotografia è di Tonino Delli Colli, le musiche (morriconiane) di Francis Lai. Il romanzo originale era ambientato a Torino, anziché a Venezia, e raccontava la storia di una sorta di Jekyll e Hyde. Curiosità: a un certo punto Gassman dice che "le donne hanno un profumo particolare", citando dunque "Profumo di donna" (da lui interpretato tre anni prima, diretto sempre da Risi e tratto come questo da un romanzo di Arpino).

17 maggio 2020

The others (Alejandro Amenábar, 2001)

The others (id.)
di Alejandro Amenábar – Spagna/USA 2001
con Nicole Kidman, Fionnula Flanagan
***1/2

Rivisto in DVD.

Nel 1945, la vedova di guerra Grace Stewart (Nicole Kidman) vive in isolamento con i figli Anne e Nicholas in una grande villa sull'isola di Jersey, nel canale della Manica. Poiché i bambini soffrono di fotosensibilità allergica, tutte le stanze della casa devono sempre essere mantenute al buio, illuminate solo dalla luce delle candele, e ogni porta viene chiusa a chiave. Abbandonata dalla servitù, Grace – che sottopone personalmente i figli a una rigida educazione religiosa – assume la governante Bertha Mills (Fionnula Flanagan), insieme a un giardiniere e una cameriera, affinché l'aiutino a badare alla casa. Ma qualcosa di strano sembra accadere: rumori sinistri, pavimenti che scricchiolano, oggetti che si spostano, e misteriose ed oscure presenze (gli "intrusi"). Il primo film in lingua inglese di Amenábar (che aveva attratto l'attenzione di Tom Cruise, marito della Kidman e produttore della pellicola, grazie al precedente "Apri gli occhi", del quale proprio Tom aveva interpretato il remake "Vanilla sky") è un'intelligente variazione sul tema della casa infestata, un luogo comune dell'horror gotico e soprannaturale, ispirato probabilmente a ghost story come "Il giro di vite" di Henry James. La suspense e l'inquietudine sono costruite soprattutto grazie all'atmosfera, senza bisogno di ricorrere a scene cruente o ad effetti speciali. Per il resto c'è tutto: la grande villa circondata dalla nebbia, l'oscurità e il silenzio che avvolgono ogni cosa, l'ambientazione concreta ma anche fuori dal tempo, la famiglia minacciata da presenze soprannaturali, il mistero di personaggi che nascondono segreti e rivelazioni... All'epoca il film fu paragonato al "Sesto senso" di Shyamalan, sia per il tema trattato (l'interazione fra i vivi e i morti) che per il twist ending, ma i paralleli fra le due pellicole (che, per inciso, trovo entrambe molto belle) finiscono qui. E anche conoscendo il colpo di scena finale che getta una luce diversa sull'intera vicenda, rivedendolo il film mantiene tutto il suo valore: merito di una regia competente e coerente, di dialoghi pieni di sottili indizi sulla reale situazione, e di ottime interpretazioni: si va una Kidman bellissima e inquietante, che offre forse una delle prove migliori della sua carriera nel ruolo di una madre ossessionata dalla religione e ai limiti della sanità mentale, a una Flanagan misurata e ambigua al punto giusto, fino ai due bambini (Alakina Mann e James Bentley) che donano personalità contrapposte ai loro personaggi. Christopher Eccleston è il padre andato in guerra, Eric Sykes e Elaine Cassidy gli altri servitori (che con la Flanagan formano un trio da "American Gothic"), Renée Asherson la medium.

10 febbraio 2020

Tully (Jason Reitman, 2018)

Tully (id.)
di Jason Reitman – USA 2018
con Charlize Theron, Mackenzie Davis
***

Visto in TV, con Sabrina.

Alla nascita del terzo figlio, Marlo (Theron) – madre iperstressata e vessata dalle incombenze domestiche e familiari (compresa la gestione dei due figli precedenti, uno dei quali con seri problemi di comportamento) – accetta il consiglio di rivolgersi a una "tata notturna", ovvero la giovane e misteriosa Tully (Davis), che si prenda cura del neonato durante la notte, consentendo a lei di riposare, di "ricaricare le pile", ma soprattutto di ritrovare una sorta di equilibrio mentale, emotivo e psicologico. La presenza discreta della ragazza, con cui Marlo fa rapidamente amicizia, sembra dare i suoi frutti: ma c'è un plot twist in agguato. Scritto da Diablo Cody, alla terza collaborazione con il regista (dopo "Juno", che già in qualche modo trattava di maternità, e "Young adult", dove c'era anche la Theron), non è un thriller ma un interessante studio sulla depressione post-parto e sulle difficoltà della genitorialità, attraverso l'analisi di un personaggio costretto a fare i conti con il presente e i raffronti con il passato, e che compie un percorso di riconnessione con sé stessa per ritrovare la gioia di vivere che aveva da giovane e che le difficoltà quotidiane del matrimonio e della maternità (che spesso è costretta ad affrontare da sola) le hanno fatto progressivamente perdere. E la sceneggiatura riesce a rendere credibile un soggetto che, in mani sbagliate, avrebbe potuto risultare ridicolo o implausibile, gettando nel mix anche alcuni elementi visionari e fantastici (le sirene, il fatto che Tully sia una sorta di Mary Poppins che aiuta però non i bambini ma i genitori). Ottima la Theron, in una delle sue prove migliori, così come la confezione (dalla regia alla fotografia). Ron Livingston è il marito, Mark Duplass il fratello. Il tema della madre stressata e delle difficoltà della maternità che portano verso la pazzia può ricordare "Badabook".

7 settembre 2019

Mademoiselle (Park Chan-wook, 2016)

Mademoiselle (Agassi, aka The handmaiden)
di Park Chan-wook – Corea del Sud 2016
con Kim Tae-ri, Kim Min-hee
**1/2

Visto al cinema Eliseo.

Nella Corea occupata dai giapponesi, la giovane orfana Sook-hee (Kim Tae-ri) viene assunta come dama di compagnia per Hideko (Kim Min-hee), nipote di un ricchissimo collezionista di libri erotici (Cho Jin-woong). In realtà Sook-hee è una truffatrice e una borseggiatrice, introdottasi nella casa con l'obiettivo di convincere Hideko ad accettare il corteggiamento di un suo complice (Ha Jung-woo) che finge di essere un conte giapponese, con l'intenzione di appropriarsi delle ricchezze della ragazza, sposandola e facendola poi ricoverare in un ospedale psichiatrico. Ma Sook-hee finisce prima con l'affezionarsi e poi con l'innamorarsi di Hideko. E se fosse lei a essere ingannata? Da un romanzo di Sarah Waters ("Ladra"), che però era ambientato nell'Inghilterra vittoriana, un film ambiguo ed elegante, raffinato nella regia (dell'autore di "Old boy" e "Lady Vendetta") e ricco di colpi di scena, i primi dei quali giungono alquanto inaspettati e ribaltano le prospettive dell'intera vicenda. Più avanti, però, lo schema tende a farsi più prevedibile. La pellicola è infatti divisa in tre parti, ciascuna caratterizzata da una differente ripartizione dei ruoli dei tre personaggi principali (due, coalizzati, che complottano contro il terzo, a rotazione). E in tema di inganni e di finzioni, è da notare come numerose frasi dette dai personaggi sono in realtà "prese in prestito" da qualcun altro che le ha dette prima di loro. C'è forse un eccesso di voyeurismo e di compiacimento nel mostrare le scene lesbiche, ma i sottotesti sessuali sono fondamentali ai fini della trama (vedi anche le letture pubbliche dei preziosi libri erotici collezionati dallo zio di Hideko), così come i temi del sadomasochismo, della dominanza e della sottomissione. Molto belle le scenografie e i costumi. Moon So-ri, in un piccolo ruolo, è la zia di Hideko, il cui suicidio tormenta la ragazza.

20 aprile 2019

Orbita 9 (Hatem Khraiche, 2017)

Orbita 9 (Órbita 9)
di Hatem Khraiche – Spagna/Colombia 2017
con Clara Lago, Álex González
**

Visto in TV, in originale con sottotitoli.

Helena (Clara Lago) è nata e ha trascorso tutta la vita su un'astronave, in viaggio da vent'anni verso un nuovo pianeta da colonizzare. Rimasta sola a bordo dopo la morte dei suoi genitori, incontra per la prima volta un altro essere umano quando il giovane ingegnere Alex (Álex González) attracca con una navetta per effettuare alcune riparazioni. O almeno questo è quello che lei crede... In realtà, Helena si trova in un simulatore, ancora sulla Terra: è una dei dieci individui che vengono monitorati per studiare le reazioni dell'organismo umano a un viaggio spaziale di lunga durata, nell'attesa di abbandonare davvero un pianeta ormai irrimediabilmente inquinato. Un piccolo film di science fiction spagnolo, basato su un buono spunto di partenza (il colpo di scena viene rivelato dopo una ventina di minuti), che anche dopo aver abbandonato il setting spaziale in favore di quello urbano non è privo di alcune intuizioni interessanti (le psicoterapeute "virtuali" che vengono incontrate in una sorta di peep show), anche di natura etica: peccato però che si sfilacci progressivamente, con qualche forzatura di troppo nella trama (perché introdurre i cloni?) e che proceda verso un finale un po' così, non aiutato da una regia anonima e da interpreti poco espressivi.

25 novembre 2018

Identità (James Mangold, 2003)

Identità (Identity)
di James Mangold – USA 2003
con John Cusack, Ray Liotta, Amanda Peet
***

Rivisto in TV.

In una notte di pioggia forte e incessante, undici persone rimangono bloccate in un motel nel deserto del Nevada, impossibilitate a comunicare con l'esterno. Ben presto si rendono conto che uno di loro è un assassino psicopatico, che intende uccidere gli altri dieci uno a uno. Nel frattempo, in città, un giudice, un avvocato e uno psichiatra discutono sulla possibile infermità mentale di un condannato alla sedia elettrica che deve essere giustiziato la mattina seguente... Un plot che inizialmente ricorda "Dieci piccoli indiani" (come nel classico di Agatha Christie, i personaggi scoprono di avere tutti dei segreti e, soprattutto, qualcosa in comune...) si trasforma, a metà strada, in un thriller psicologico con un notevole colpo di scena (che a differenza di pellicole come "Il sesto senso" o "Fight club", non giunge alla fine ma appunto a due terzi di film, e non del tutto imprevedibile: è sì il fulcro della vicenda ma non impedisce di provare suspense anche dopo la sua rivelazione). Alcune analogie, meno evidenti, anche con "Ombre rosse", per via del gruppo di personaggi costretti a stare insieme in una situazione di pericolo, e che comprende, fra gli altri, un criminale, un poliziotto, una prostituta, una famiglia... Pur essendo costruito su un'ipotesi che richiede la piena disponibilità dello spettatore ad accettarne premesse e conseguenze, come puro thriller non è pretenzioso, ma solido e ben girato (con un diffuso utilizzo del "multiplo punto di vista" all'inizio, nella presentazione dei personaggi), e regge anche a una seconda visione: forse il miglior film di Mangold fra quelli che ho visto. Ottimo il cast: fra gli occupanti del motel ci sono John Cusack, Ray Liotta, Amanda Peet, Rebecca De Mornay, Clea DuVall e Jake Busey, mentre Alfred Molina è lo psichiatra. Buona la fotografia notturna e piovosa.

27 giugno 2018

Vanilla sky (Cameron Crowe, 2001)

Vanilla Sky (id.)
di Cameron Crowe – USA 2001
con Tom Cruise, Penélope Cruz
**1/2

Visto in divx.

Rinchiuso in prigione con l'accusa di omicidio, David Aames (Cruise), giovane editore ricco e gaudente, racconta allo psichiatra McCabe (Kurt Russell) come la sua vita da sogno si sia trasformata all'improvviso e senza spiegazione in un incubo. Rimasto sfigurato al volto in un incidente stradale causato da Julie (Cameron Diaz), una sua ex gelosa, era riuscito a farsi ricostruire la faccia da un'equipe medica e anche a conquistare l'amore della bella Sofia (Penélope Cruz). Ma a un certo punto non solo il suo volto era tornato a mostrare le fattezze sfigurate, ma anche Sofia si era trasformata di colpo e misteriosamente in Julie... Remake americano di "Apri gli occhi" di Alejandro Amenábar, risalente a quattro anni prima e in cui la Cruz interpretava lo stesso ruolo. Anche se la storia, salvo alcuni piccoli dettagli, è essenzialmente identica al film spagnolo, per qualche motivo qui sembra più campata per aria e meno convincente nei suoi colpi di scena (soprattutto nella seconda parte, quando da thriller psicologico si trasforma in fantascienza astratta e metafisica), ma resta comunque interessante nella sua esplorazione di temi come il desiderio e l'immortalità, oltre che più originale della media per una produzione hollywoodiana. Crowe e Cruise avevano già lavorato insieme in "Jerry Maguire". Nel cast anche Jason Lee, Timothy Spall, Tilda Swinton e Noah Taylor. In alcune inquadrature si vedono le Torri Gemelle del World Trade Center: anche se il film è uscito dopo l'11 settembre, il regista non ha voluto eliminarle come sorta di tributo. Il titolo fa riferimento al particolare colore del cielo in alcuni dipinti di Claude Monet (come quello che fa mostra di sé nella casa di David), lo stesso colore che si vede dal momento in cui inizia il "sogno lucido" (che infatti ingloba in sé frammenti dei ricordi del protagonista, come i film della Nouvelle Vague francese di cui ha i poster in camera).

26 giugno 2018

Apri gli occhi (Alejandro Amenábar, 1997)

Apri gli occhi (Abre los ojos)
di Alejandro Amenábar – Spagna 1997
con Eduardo Noriega, Penélope Cruz
***

Rivisto in divx.

César (Noriega) è giovane, ricco, bello e spensierato, e ne approfitta trascorrendo ogni notte con una ragazza diversa. Quando incontra Sofia (Penélope Cruz), una conoscente del suo amico Pelayo (Fele Martínez), se ne innamora all'istante e medita di mettere la testa a posto. Ma un incidente stradale, provocato da una sua ex gelosa con tendenze suicide, Nuria (Najwa Nimri), lo lascia con il volto sfigurato... Il secondo lungometraggio di Amenábar è un sofisticato thriller psicologico che, man mano che procede, si colora di elementi onirici, fantascientifici e metafisici, giocando con la confusione fra sogno e realtà e con i temi del volto e della maschera (come quella che César usa per nascondere le cicatrici, o quella che accusa simbolicamente Sofia di indossare, in quanto attrice che recita e nasconde i suoi veri sentimenti). Quando sembra che le cose si possano miracolosamente aggiustare (un'operazione rivoluzionaria riporta il volto di César alla normalità, Sofia ricambia il suo amore), ecco che il mondo pare impazzire: l'uomo si vede negli specchi con la faccia ancora deturpata, e il viso di Sofia e quello di Nuria si confondono fra loro. Gran parte della vicenda è narrata dal protagonista a uno psichiatra (Chete Lera) in carcere, dove è imprigionato per omicidio (scopriremo poi perché). Ma nei suoi ricordi ci sono strane omissioni, che forse riguardano un misterioso scienziato (Gérard Barray), esperto di criogenia... Una pellicola intrigante, che svela lentamente le sue carte e che, pur dando tutte le risposte, lascia lo spettatore a domandarsi quanto di quello cui ha assistito sia reale o meno. Gli americani ne hanno fatto un remake tutto sommato fedele, "Vanilla Sky", con Tom Cruise e la stessa Cruz, firmato da Cameron Crowe (ma forse per questo tipo di storia sarebbe stato più indicato un Nolan o un Lynch).

14 giugno 2018

Rebecca - La prima moglie (A. Hitchcock, 1940)

Rebecca - La prima moglie (Rebecca)
di Alfred Hitchcock – USA 1940
con Joan Fontaine, Laurence Olivier
***1/2

Visto in DVD.

Una giovane dama di compagnia (Joan Fontaine) conosce a Montecarlo l'aristocratico vedovo Maxim de Winter (Laurence Olivier), di cui si innamora a prima vista. Nonostante le differenze di carattere – lei è semplice e modesta, timida e sensibile; lui è elegante e misterioso, autoritario e tormentato – i due convolano a nozze e si trasferiscono a vivere nella sua dimora in Cornovaglia, il castello di Manderley, dove però la ragazza si trova a disagio sin da subito. E non solo perché non abituata al lusso e alla servitù, ma soprattutto perché ogni cosa nel castello reca con sé il ricordo della prima moglie dell'uomo, Rebecca, morta annegata l'anno prima. A quanto si dice, Rebecca era bella, intelligente, affascinante e perfetta: e al suo confronto la giovane sposina si sente in soggezione, non certo aiutata da una governante, la signora Danvers (Judith Anderson), che nutriva per lei un'adorazione talmente sconfinata da sfociare nell'ossessione... Il primo film americano di Hitchcock (giunto a Hollywood su insistenza del produttore David O. Selznick) è, come il suo ultimo lavoro britannico, un adattamento di un romanzo di Daphne du Maurier. Complesso e articolato, ha un'inquietante atmosfera da favola gotica (incrociando temi da "Cenerentola" e da "Barbablù"), ma passa poi dal melodramma al noir attraverso un paio di twist (la verità sulla morte di Rebecca, la rivelazione del medico nel finale), sfiorando en passant l'horror e il thriller. Eccellente la caratterizzazione dei personaggi, sorretta da due grandi interpreti (in particolare Joan Fontaine, quasi un prototipo della bionda hitchcockiana che vedremo in numerosi altri film), che a un certo punto superano i limiti che sembravano imprigionarli all'interno di stereotipi (la vittima spaurita e insicura, ma pure innamorata e tenace; l'uomo malinconico e tormentato, incapace di dimenticare il primo amore). La chiave di volta della vicenda, naturalmente, sta nella scena forse più magistrale della pellicola, quella della lunga "confessione" di Maxim alla giovane moglie, girata senza far uso di flashback e basata tutta sul racconto a voce di lui. Su richiesta di Selznick (che "battagliò" con Hitchcock per il controllo creativo e il montaggio finale, imponendogli diverse sequenze), la sceneggiatura è assai fedele al romanzo originale, tranne che per un piccolo particolare (l'effettiva responsabilità di Maxim) che è stato necessario modificare per permettere un relativo (e insperato) lieto fine in ossequio al codice Hays. Da notare che in tutta la storia non ci viene mai detto il nome della giovane protagonista, come a volerla completamente lasciare nell'ingombrante ombra di Rebecca (quest'ultima, pur morta, continua a essere chiamata da tutti "la signora de Winter", nonostante il titolo ormai spetterebbe alla nuova sposa). Di contro, l'immagine di Rebecca non ci viene mai mostrata, nemmeno in foto o in ritratto, ed è soltanto descritta a parole. Il lungometraggio ebbe un ottimo riscontro di critica, con undici nomination e due premi Oscar (per il miglior film, l'unico mai vinto da Hitchcock, e la migliore fotografia). Nel cast (quasi interamente britannico) anche George Sanders (l'infido "cugino" di Rebecca), Reginald Denny (Frank, l'amministratore), Gladys Cooper, Nigel Bruce, C. Aubrey Smith e Florence Bates. Il doppiaggio d'epoca "italianizza" il lungo nome del protagonista maschile in Giorgio Fortebraccio Massimiliano "Massimo" de Winter.

27 aprile 2018

I soliti sospetti (Bryan Singer, 1995)

I soliti sospetti (The Usual Suspects)
di Bryan Singer – USA 1995
con Gabriel Byrne, Kevin Spacey
***1/2

Rivisto in DVD.

Cinque criminali di piccolo calibro, sospettati di aver rapinato un camion di fucili, vengono arrestati dalla polizia di New York per un "confronto all'americana". Dopo aver stretto amicizia in cella ed essere stati rilasciati, i cinque – l'ex poliziotto corrotto Dean Keaton (Gabriel Byrne), i ricettatori Ray McManus (Stephen Baldwin) e Fenster (Benicio del Toro), lo scassinatore Todd Hockney (Kevin Pollak) e il truffatore "Verbal" Kint (Kevin Spacey) – decidono di mettersi a lavorare insieme. E in seguito a un paio di colpi, vengono contattati dal misterioso avvocato Kobayashi (Pete Postlethwaite) per eseguire un pericoloso incarico (recuperare una partita di droga al molo di San Pedro, in California) per conto del leggendario e "diabolico" gangster Keyser Söze, la cui vera identità nessuno conosce. Il secondo film di Bryan Singer (e dell'amico sceneggiatore Christopher McQuarrie) è sicuramente il suo capolavoro: un noir complesso e d'atmosfera, costruito sui flashback e sul montaggio (la prima scena del film anticipa in realtà il finale, e l'intera vicenda è poi raccontata da "Verbal" ai poliziotti Kujan (Chazz Palminteri) e Rabin (Dan Hedaya) nel corso di un interrogatorio), ricco di misteri e di colpi di scena che ingannano non solo i personaggi ma lo spettatore stesso. Il plot twist finale, con lo svelamento della reale identità di Keyser Söze, è talmente da manuale da essere diventato l'elemento più iconico della pellicola stessa, un segreto da proteggere con cura nei confronti di chi non l'ha ancora vista (e come tale, non ne farò accenno in questa recensione), al pari di colpi di scena di analoga vastità in lungometraggi come "Il sesto senso", "La moglie del soldato" o "Testimone d'accusa". Però, proprio come la rivelazione di Rosabella in "Quarto potere", esso non solo non pregiudica una seconda visione del film, ma anzi l'arricchisce, permettendo di godere ancora di più della maestria di sceneggiatore e regista. Azzardo addirittura che una seconda visione, conoscendo già il segreto di Keyser Söze, rende il film ancora più bello: non si rimane spersi fra red herring, personaggi e sottotrame che non portano da nessuna parte, e si apprezzano invece le tracce che già da subito puntavano nella giusta direzione (come i riferimenti al diavolo nei dialoghi, e ovviamente nell'iconografia, in relazione a un particolare personaggio). I tanti, troppi particolari che vengono dati in pasto allo spettatore acquistano poi maggiore o minore importanza quando ci si rende conto che la pellicola utilizza il trucco del "narratore inaffidabile": come in "Rashomon", non sempre quello che la macchina da presa ci mostra sullo schermo è veramente ciò che è accaduto. "La beffa piu grande che il diavolo abbia mai fatto è stata convincere il mondo che lui non esiste", è la frase chiave. A concorrere alla riuscita di quello che ormai è un grande classico contribuiscono, oltre che la regia, la sceneggiatura e il montaggio (di John Ottman, anche autore dello splendido tema musicale), la straordinaria prova degli attori: Spacey (che nello stesso anno conquistò le platee anche in "Seven") vinse l'Oscar come miglior attore non protagonista; ma anche Byrne, Palminteri, Baldwin e Del Toro si confermano dei fuoriclasse, per non parlare di Postlethwaite, le cui particolari fattezze – tutt'altro che giapponesi, comunque (e ovviamente!) – caratterizzano il personaggio di Kobayashi. Il cast è completato da Suzy Amis, Giancarlo Esposito, Clark Gregg e Peter Greene. Oscar anche per McQuarrie. Il titolo è una citazione da "Casablanca" ("Round up the usual suspects", diceva Claude Rains).

15 aprile 2018

Predestination (Michael e Peter Spierig, 2014)

Predestination (id.)
di Michael e Peter Spierig – Australia 2014
con Ethan Hawke, Sarah Snook
**1/2

Visto in divx.

In un pub di New York nel 1970, un barista (Ethan Hawke) ascolta la bizzarra storia di un cliente (Sarah Snook), scrittore di "confessioni intime" per riviste di terz'ordine, che gli racconta le numerose e contorte traversie della propria vita: nato donna e cresciuto in un orfanotrofio, ha cambiato sesso poco dopo aver dato alla luce una bambina che è stata misteriosamente rapita a pochi giorni dalla nascita: inoltre è stato abbandonato dall'uomo che l'aveva messa incinta, di cui ignora persino l'identità. A sorpresa il barista gli rivela di essere un agente temporale, e gli offre la possibilità di tornare indietro nel tempo per vendicarsi del misterioso seduttore... Da un racconto breve di Robert A. Heinlein ("Tutti voi zombie", noto in Italia anche come "Tutti i miei fantasmi"), una sofisticata pellicola sui paradossi temporali, di cui mette in scena praticamente tutti gli esempi più classici, e anche di più (l'uomo che è padre e madre di sé stesso). Rispetto al materiale di partenza, i due fratelli tedesco-australiani (anche sceneggiatori) aggiungono un'ulteriore sottotrama per accrescere la tensione (l'agente temporale è alla caccia di un terrorista che sembra prevedere ogni sua mossa), ma restano comunque fedeli allo spirito del racconto di Heinlein. Se alcune svolte sono prevedibili durante la visione (basta aver letto un po' di letteratura fantascientifica sul tema, provare a ragionare sui presupposti, oltre che conoscere certe regole cinematografiche: quando non si mostra mai il volto di un personaggio, è perchè è previsto un colpo di scena che lo riguarda), l'insolita costruzione della pellicola (la prima metà è tutta riservata al racconto in flashback di Jane/John) e la sua altissima densità lo elevano comunque sopra la media del genere, quel tipo di fantascienza che si basa più sui personaggi e sulle loro vicende che non sugli effetti speciali o le scene d'azione. Ecco perché, nonostante la complessa struttura a incastro (ma non è più complicato da seguire di "Memento" o de "I soliti sospetti") e la scelta di aggiungervi una piega da thriller, a emergere sono i temi esistenziali e filosofici (l'identità e la consapevolezza di sé, il destino e la libertà di scelta): questo perché è scritto con intelligenza e interpretato con coraggio e intensità (spicca la Snook, in un ruolo multiplo e non certo facile). Resta forse il dubbio che si tratti solo di un gioco intellettuale (il racconto originale è stato scritto in un solo giorno, quasi una sfida di Heinlein con sé stesso), ma i personaggi sono ben caratterizzati e la loro storia è talmente curiosa e interessante da appassionare per tutta la durata del film. Annotarsi la cronologia degli eventi o concedersi una seconda visione, in ogni caso, può aiutare. Peter Spierig firma anche la colonna sonora. Heinlein è citato a più riprese (c'è un dottore che si chiama così, si intravedono altri libri scritti da lui).