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14 febbraio 2021

Dream lovers (Tony Au, 1986)

Dream lovers (Mung chung yan)
di Tony Au – Hong Kong 1986
con Chow Yun-fat, Brigitte Lin
**1/2

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

Nella moderna Hong Kong, il direttore d'orchestra Song Yu (Chow Yun-fat) e la disegnatrice di gioielli Yuet-hueng (Brigitte Lin) sognano l'uno dell'altra, pur non essendosi mai incontrati, e hanno visioni a occhi aperti del rispettivo passato. Scoprono così di essere nati lo stesso giorno e nello stesso luogo, e di essere la reincarnazione di due amanti vissuti in Cina duemila anni prima, sotto il regno dell'imperatore Qin Shi Huang, colui che fece costruire l'esercito di terracotta da seppellire con sé nella propria tomba. E proprio ai celebri guerrieri di terracotta potrebbe essere legata la misteriosa e tragica fine dei due innamorati, che avevano giurato di ritrovarsi dopo la morte. Come per mantenere quella promessa, Song Yu e Yuet-hueng decidono di mettersi insieme, anche se questo causa la brusca fine della relazione dell'uomo con la sua fidanzata Wah-lei (Cher Yueng)... Un film romantico, suggestivo e drammatico, che parte da un presupposto fantastico ma assume poi aspetti concreti, passionali e tutt'altro che eterei (i due amanti sono di carne e ossa, non fantasmi). La presenza di due carismatiche star come protagonisti (qui nel loro unico film insieme) e un finale struggente e fatalista ne amplifica il valore. Il regista Tony Au, al secondo lavoro dopo "The last affair" (sempre con Chow), cura anche le scenografie. Da sottolineare la melodica colonna sonora e la fotografia dai colori pastello e, appunto, terracotta. Nel cast anche Kwan Shan (il padre di Yuet-hueng), Lam Chung (l'amico archeologo) e Wong Man-lei (la nonna "strega").

5 dicembre 2019

Hard boiled (John Woo, 1992)

Hard boiled (Lashou shentan)
di John Woo – Hong Kong 1992
con Chow Yun-fat, Tony Leung Chiu-wai
***

Rivisto in DVD.

L'agente speciale Yuen (Chow), detto "Tequila", e il poliziotto infiltrato Alan (Leung) collaborano per sgominare una banda di trafficanti d'armi capeggiata dall'ambizioso Johnny Wong (Anthony Wong), il cui arsenale segreto è nascosto nei sotterranei di un grande ospedale. L'ultimo film di John Woo a Hong Kong prima del grande salto verso Hollywood è quasi la summa di tutti i suoi action movie, fra personaggi che combattono sul confine fra il bene e il male (Alan, come infiltrato nella triade, lamenta: "Quando sono un gangster, mi sparano i poliziotti; quando sono un poliziotto, mi sparano tutti") e scontri a fuoco talmente complessi, lunghi ed esagerati – con centinaia di proiettili che volano da tutte le parti, esplosioni, acrobazie, riprese al ralenti di oggetti che volano e corpi che saltano – da oltrepassare il senso del ridicolo, fare un giro a 360 gradi e raggiungere il sublime. Esemplare la "battaglia" finale, se così possiamo definire qualcosa che occupa praticamente tutta la seconda ora del film, vale a dire lo scontro con i gangster all'interno dell'ospedale dove i "cattivi" hanno preso pazienti e infermieri in ostaggio, senza farsi scrupolo a sparare su di loro, e persino mettendo in pericolo i neonati della nursery. Proprio l'immagine di Tequila che salta dalla finestra tenendo in braccio l'ultimo neonato da portare in salvo, dopo aver schivato esplosioni e pallottole di ogni tipo, sintetizza l'adrenalina che scorre in una pellicola per certi versi ingenua e manieristica ma decisamente ad effetto, un picco dopo il quale Woo non aveva altra scelta che cambiare strada, trasferendosi negli Stati Uniti per mettersi alla prova in un ambiente completamente diverso e senza i suoi attori feticcio. A proposito dei quali, Chow Yun-Fat interpreta qui un personaggio che per i modi e le fattezze ricorda i protagonisti delle precedenti pellicole, in particolare nella prima sequenza (quella nella casa da tè) quando lo vediamo con lo stecchino in bocca e due pistole in pugno come il Mark Gor di "A better tomorrow". Certo, stavolta si tratta di un poliziotto e non di un gangster (l'intento della pellicola era proprio celebrare l'eroismo della polizia, dopo aver romanticizzato le figure dei criminali nei lavori precedenti). Tony Leung recita in maniera più sottile e ambigua, costruendo alla perfezione un personaggio solitario e a disagio nel proprio ruolo di infiltrato, tanto da affezionarsi sinceramente allo "zio Hoi" (Kwan Hoi-shan), il gangster "all'antica" che è poi costretto a tradire. Memorabile anche Philip Kwok nei panni di Mad Dog, il braccio destro del cattivo, killer spietato e infallibile con la benda sull'occhio ma anche con un senso dell'onore che invece è del tutto assente nel suo boss. Completano il cast Teresa Mo (la fidanzata di Yuen), Tung Wei (l'informatore Foxy) e Philip Chan (il capo della polizia), mentre Woo stesso si ritaglia il ruolo del proprietario del jazz club dove Yuen si rifugia a chiedere consiglio nei rari momenti di quiete: un riparo che ha il suo equivalente per Alan nella barca a vela ormeggiata al porto dove realizza una gru di carta per ogni uomo che ha ucciso.

18 marzo 2014

Once a thief (John Woo, 1991)

Once a thief (Zong heng si hai)
di John Woo – Hong Kong 1991
con Chow Yun-fat, Leslie Cheung
**

Rivisto in DVD.

I tre orfani Joe (Chow Yun-fat), Jim (Leslie Cheung) e Cherie (Cherie Chung) sono stati allevati da un trafficante d'arte che ne ha fatto dei ladri provetti. Dopo un audace colpo in Francia, dove sottraggono un prezioso dipinto, i tre decidono di tornare ad Hong Kong e di smetterla con i furti: ma non sarà semplice. Uno degli ultimi film di John Woo prima del trasferimento a Hollywood, ha i toni della commedia leggera e rinuncia al (melo)dramma in favore di spigliatezza e comicità (soprattutto quando è di scena il personaggio di CYF, protagonista di siparietti mo lei tau degni di Stephen Chow: vedi anche il controfinale slapstick sui titoli di coda). I classici temi delle pellicole precedenti di Woo (segnatamente di "A better tomorrow", da cui provengono anche la maggior parte degli attori maschili) sono ancora presenti, ma virati in burletta o sviluppati all'acqua di rose: l'amicizia (che non viene mai messa in crisi, nonostante il triangolo sentimentale che coinvolge i tre protagonisti), l'handicap (ma qui, a differenza di ABT, le ferite alle gambe di Chow Yun-fat sono fasulle), la difficoltà di uscire dal giro della criminalità e di condurre una vita onesta (da cui il titolo). Scene d'azione e sparatorie non mancano, ma lo stesso regista sceglie di non dar loro quel "peso" e quella spettacolarità che ne avevano fatto il suo marchio di fabbrica, concentrandosi semmai di più sugli inseguimenti e sulle sequenze dei furti, in stile "Mission Impossible" o addirittura alla "Occhi di gatto" (con un tocco di commedia sofisticata, almeno per quanto "sofisticata" possa essere una pellicola honkonghese di inizio anni 90). Nel complesso, un film di puro intrattenimento e poco più. Interessante la dicotomia fra bene e male che si esplica nella presenza di due padri: quello cattivo (il trafficante di quadri che ha cresciuto i ragazzi con rigore e interesse) e quello buono (il poliziotto che ha vegliato su di loro e cerca tuttora, un po' ingenuamente, di mantenerli sulla retta via), interpretati rispettivamente da Kenneth Tsang e da Chu Kong. Il buon successo di pubblico ha portato alla nascita di una serie televisiva, girata in Canada e con attori occidentali (il cui episodio pilota è stato poi distribuito sotto forma di tv movie: "Soluzione estrema").

31 gennaio 2014

The killer (John Woo, 1989)

The killer (Diexue shuangxiong)
di John Woo – Hong Kong 1989
con Chow Yun-fat, Danny Lee
***1/2

Rivisto in DVD, con Sabrina.

Mentre sta portando a termine un contratto, il killer Ah Jong (chiamato Jeffrey nella versione internazionale e interpretato dal solito, carismatico Chow Yun-fat, l'attore feticcio di Woo) ferisce involontariamente agli occhi una cantante (Sally Yeh), che perde la vista. Roso dai sensi di colpa, medita di abbandonare la professione: non prima però di accettare un ultimo incarico per procurarsi il denaro necessario a un delicato trapianto di cornee per la ragazza, che nel frattempo ha cominciato a frequentare (tenendole nascosta la propria identità). Ma il gangster della triade che gli ha commissionato il lavoro, anziché consegnargli il denaro pattuito, intende farlo eliminare. E nel frattempo sulle sue tracce si mette il giovane detective Li Ying (o Danny, interpretato da Danny Lee), dai modi spicci e non proprio benvoluto dai suoi superiori. Fra il sicario e il poliziotto (che si chiamano a vicenda con i soprannomi "Topolino" e "Dumbo") nasce un'insolita amicizia, essendo entrambi in lotta contro un sistema che, a differenza loro, non rispetta i codici d'onore. Dopo il successo dei primi due "A Better Tomorrow" e la rottura con il produttore Tsui Hark, John Woo si rimette in gioco scrivendo e dirigendo quello che diverrà il più celebre e rappresentativo fra i capolavori da lui realizzati a Hong Kong. Più che un semplice action movie, è un noir melodrammatico, tragico e struggente, sui temi a lui cari dell'eroismo e dell'amicizia virile: elementi che – sostenuti anche da uno stile ormai maturo e folgorante, tanto nelle sequenze d'azione quanto in quelle più riflessive – lo sollevano al di sopra di un soggetto, tutto sommato, di maniera. Se in patria non riuscì a replicare la fortuna dei due film precedenti, fu invece notato subito in occidente, dove verrà idolatrato da registi come Quentin Tarantino, Martin Scorsese e Luc Besson, che ne faranno una delle loro fonti di ispirazione, e spianerà la strada di Woo verso una carriera hollywoodiana non proprio felice.

Debitore di classici come "Frank Costello faccia d'angelo" di Jean-Pierre Melville e "Mean Streets" dello stesso Scorsese (ma anche di tanti western, come "Duello al sole" di King Vidor – di cui evoca la sequenza finale, quella in cui i due protagonisti strisciano a terra l'uno verso l'altro – o i lavori di Sam Peckinpah e Sergio Leone), il film ha comunque una sua identità ben precisa, tanto dal punto di vista formale (la fotografia espressionista di Peter Pau, che colora gli ambienti di rosso o di altre tinte; i ralenti che mettono in risalto la fisicità o i sentimenti dei protagonisti, nonché la tensione dei momenti che precedono le scene d'azione; le celebri sparatorie, violentissime, interminabili e impeccabilmente coreografate, ma anche dotate di un senso del ritmo, di una concretezza e di una fisicità tali che lo spettatore "percepisce" quasi in prima persona il peso di ognuna delle innumerevoli pallottole che vengono scaricate; le scenografie, insolite per un film d'ambientazione urbana hongkoghese, come la chiesa in restauro dove si rifugia Jeffrey, dalle sale piene di candele e colombe bianche che diventeranno da qui in poi elementi iconici della filmografia del regista; e pure la colonna sonora al vibrafono di Lowell Lo) quanto da quello dei contenuti (l'eroismo, l'amicizia, la sensibilità, il rispetto delle regole, la colpa e la redenzione, in contrasto con il tradimento, la viltà, la rinuncia: sono questi, e non la semplice divisione fra bene e male, i paletti fra i quali si muovono i tormentati personaggi di Woo). D'altronde, è nella stessa natura del genere "Heroic bloodshed" quello di essere caratterizzato da storie di gangster e poliziotti impegnati in sparatorie all'ultimo sangue e vincolati da amicizie trasversali, generate più da codici d'onore che dai propri ruoli sociali. Da sottolineare lo scambio di sguardi fra Jeffrey e Jenny al momento dell'ingresso del killer nel locale, che prelude non solo al loro futuro rapporto ma anticipa il tema della perdita della vista. Jeffrey e Danny, invece, si terranno sotto tiro numerose volte in un mexican standoff la cui simmetria è messa in risalto con un montaggio di campi e controcampi che colloca i due in posizioni esattamente sovrapponibili nelle rispettive inquadrature. Il titolo originale significa "Due proiettili eroici". Sally Yeh intona anche la bella title song. Fra i comprimari, Shing Fui-on è il cattivo boss della triade, Kenneth Tsang (il tassista in ABT) è il compagno poliziotto di Danny, Paul Chu Kong è il collega-amico di Jeffrey che si sacrifica per lui.

20 febbraio 2012

A better tomorrow 3 (Tsui Hark, 1989)

A better tomorrow 3 (Ying hung boon sik III: Jik yeung ji gor)
di Tsui Hark – Hong Kong 1989
con Chow Yun-fat, Anita Mui
***

Rivisto in DVD.

Vietnam, 1974: un giovane Mark Gor (Chow Yun-fat) raggiunge a Saigon il cugino Michael (Tony Leung Ka-fai) e lo zio Cheung. La città sta per cadere, e la guerra sta per invaderne le strade che nel frattempo sono sconvolte da proteste e disordini. Per racimolare il denaro necessario a far fuggire lo zio dal paese, Mark e Michael stringono un’alleanza con la misteriosa Kitty (Anita Mui), una donna coinvolta in traffici non sempre leciti e "immanicata" con gangster e soldati corrotti. Il rapporto fra Kitty e Mark si tramuta presto in amore, ma lui preferisce farsi da parte per non mettere a repentaglio l’amicizia con Michael. Quando però l’ex amante della donna, il gangster Sam (Saburo Tokito), si rifarà vivo, tutte le tensioni e le contraddizioni esploderanno. La saga più popolare del cinema hongkonghese degli anni ottanta si conclude con un prequel che racconta la giovinezza di quello che, sin dal primo episodio, ne era apparso come il personaggio più importante (cosa che qui viene ufficialmente sancita, trasformandolo in protagonista assoluto). Dopo le incomprensioni avvenute sul set del secondo film, Tsui Hark "esautora" John Woo (che riutilizzerà lo script che aveva originariamente pensato per dar vita a quello che forse è il suo capolavoro, “Bullet in the head”) e dirige personalmente la pellicola, scegliendo un registro melodrammatico e virando al femminile molti dei temi che caratterizzavano l’universo esclusivamente maschile del collega. Lo dimostra la rivelazione che è stata proprio una donna a insegnare al giovane Mark a sparare, a donargli gli occhiali e lo spolverino che ne caratterizzeranno il look, e a "formarne" il carattere: una rivoluzione di non poco conto, se si pensa che il primo "A better tomorrow" aveva a sua volta influenzato l’immaginario virile di milioni di spettatori (e persino di veri membri della triade) del sud-est asiatico e dell’estremo oriente. Struggente storia d’amore e d’amicizia sullo sfondo storico del conflitto in Vietnam, il film appassiona per l’epica drammaticità (“Non si può essere romantici: dobbiamo sopravvivere”, dice Mark) che sfocia in un finale memorabile, dove assistiamo – in un montaggio alternato – all’arrivo dei Vietcong a Saigon e alla contemporanea e disperata fuga dei protagonisti in elicottero. Certo, lo stacco con i primi due film è notevole: si tratta di tutt'altro genere, non più incentrato sulle scene d’azione (che pure non mancano, anche se Tsui le gira in maniera più estetizzante e decisamente meno dinamica rispetto a Woo) ma sulla nostalgia e sui sentimenti, come suggerisce anche il sottotitolo “Amore e morte a Saigon”. In ogni caso, un film appassionante e coinvolgente, con due degli attori più carismatici di tutta la cinematografia hongkonghese (CYF e la fascinosa Anita Mui, dalle labbra rosso fuoco), una fotografia calda e avvolgente e una splendida canzone retrò interpretata dalla stessa Mui.

4 novembre 2011

A better tomorrow 2 (John Woo, 1987)

A better tomorrow II (Ying hung boon sik II)
di John Woo – Hong Kong 1987
con Chow Yun-fat, Ti Lung, Leslie Cheung
**1/2

Rivisto in DVD.

Incarcerato alla fine del primo film, a Sung Tse Ho (Ti Lung) viene offerta una nuova possibilità di riscatto: collaborare con la polizia per incastrare il suo vecchio boss Lung (Dean Shek), accusato di fabbricare denaro falso. Nel frattempo anche il fratello di Ho, il poliziotto Kit (Leslie Cheung), ha avvicinato Lung sotto falsa identità e ne ha conquistato la fiducia, spacciandosi per uno spasimante della figlia Peggy. Ma ben presto sia Ho che Kit si rendono conto che Lung è innocente e sta cercando a sua volta di cambiare vita: il vero "cattivo" è il suo subdolo socio Ko (Shan Kwan), che incastra l'amico con un'accusa di omicidio e lo costringe a fuggire all'estero. Rifugiatosi a New York ma reso folle e catatonico dalla morte della figlia, Lung viene riportato alla ragione da Ken (Chow Yun-fat), fratello gemello del Mark del lungometraggio precedente. Dopo che gli uomini di Ko hanno fatto fuori anche Kit (che muore proprio mentre sua moglie Jackie partorisce una bambina), Ho, Ken e Lung si vendicano irrompendo nella lussuosa villa del nemico armati fino ai denti e scatenando un'incredibile carneficina. Sull'onda dell'enorme successo del primo "A better tomorrow", il produttore Tsui Hark e il regista John Woo mettono immediatamente in cantiere un seguito che si basa come il precedente sui temi dell'amicizia e della redenzione. Fra i due artefici, però, non mancarono divergenze e incomprensioni: il primo insisteva per incentrare la pellicola sul nuovo personaggio interpretato da Dean Shek (un leggendario caratterista del cinema hongkonghese: da ricordare, per esempio, i suoi ruoli comici in alcuni film di Jackie Chan degli tardi anni settanta), mentre Woo puntava a riprodurre temi e atmosfere del primo capitolo. Di conseguenza, a lunghi tratti il film sembra alternarsi fra due diverse anime, quella del melodramma e quella dell'action movie. Pare che Woo, scontento del risultato, abbia disconosciuto gran parte della pellicola, con l'eccezione del sanguinoso e violento conflitto a fuoco che la conclude. In ogni caso, anche se il film è poco equilibrato e non sempre riesce a garantire la stessa intensità emotiva del prototipo, non mancano i momenti memorabili: dalla famigerata sequenza del ristorante, in cui CYF costringe un gangster rivale a mangiare la ciotola di riso che aveva "offeso", alle scene d'azione iperviolente e irrealistiche che rappresentano una pietra miliare nel percorso cinematografico del regista. Certo, l'introduzione di un fratello gemello di Mark (che a un certo punto, per completare la trasformazione in una sua copia sputata, ne indossa pure gli occhiali e lo spolverino con i fori di pallottole, nei quali aggancia le linguette delle bombe a mano!) può far sorridere per la sua ingenuità, ma era davvero impensabile realizzare un sequel di "A better tomorrow" senza riportare in qualche modo sullo schermo l'attore che più di tutti ne aveva decretato il successo. Il terzo capitolo, che sarà diretto da Tsui Hark, per risolvere lo stesso problema sceglierà la via del prequel.

21 marzo 2011

A better tomorrow (John Woo, 1986)

A better tomorrow (Ying hung boon sik)
di John Woo – Hong Kong 1986
con Ti Lung, Chow Yun-fat, Leslie Cheung
****

Rivisto in DVD, con Giovanni e Paola.

I fratelli Ho (Ti Lung) e Kit (Leslie Cheung) vivono su due lati opposti della barricata: il primo, in coppia con l'inseparabile amico Mark (Chow Yun-fat), gestisce un lucroso traffico di denaro falso per conto delle triadi di Hong Kong; il secondo è un giovane poliziotto idealista, appena uscito dall'accademia e ignaro della professione del fratello maggiore. Quando però Ho viene arrestato dopo essere caduto in una trappola, e il padre è ucciso dal sicario di una banda rivale, l'affetto e il rispetto di Kit per il fratello si tramutano in odio feroce. Uscito di prigione dopo tre anni con l'intenzione di rifarsi una vita onesta, Ho troverà sulla sua strada numerosi ostacoli: non soltanto il rancore di Kit ma anche i tentativi del perfido Shing (Waise Lee), nuovo boss della triade e un tempo suo sottoposto, di coinvolgerlo nuovamente nel giro criminale. Al suo fianco però ci sarà ancora Mark, anch'egli caduto in disgrazia dopo essere stato gravemente ferito a una gamba.

Premetto subito: il voto così alto non è dovuto a una valutazione oggettiva del film (che ha i suoi bravi difetti ed è ancora piuttosto grezzo se paragonato ai lavori che Woo sfornerà in seguito) ma alla "simpatia" e all'affetto che nutro verso una pellicola di fondamentale importanza nell'evoluzione del cinema di Hong Kong e non solo, e che non mi stanco mai di rivedere. Imperfetto ma seminale, romantico (a suo modo) e struggente, "A better tomorrow" ha infatti il merito di aver rivoluzionato e ridefinito gli stilemi del cinema d'azione, imponendo regole che hanno rapidamente fatto il giro del mondo, e di aver svecchiato la cinematografia hongkonghese che era ancora legata ai classici gongfupian degli Shaw Brothers degli anni sessanta e settanta. Capostipite del filone denominato heroic bloodshed ("quel genere di film in cui le pistole si sostituiscono ai pugni nudi della tradizione dei film di kung-fu e diventano estensioni del corpo", secondo la definizione della rivista "Cineforum"), ha rappresentato un punto di svolta epocale, innestando spudoratamente i codici del melò in un genere che fino ad allora puntava le sue carte solo sui combattimenti e sorprendendo gli spettatori con la cura delle coreografie, un montaggio magistrale, una fotografia avvolgente e notturna ("Non mi ero mai accorto quanto fosse bella Hong Kong di notte", dice Mark) e un'enfasi retorica e persino esagerata (celebri i frequenti ralenti). I temi, ereditati dalla tradizione del "cinema della vendetta" (ma sono evidenti anche alcuni riferimenti occidentali, dai western crepuscolari di Sam Peckinpah ai dilemmi morali e psicologici del polar francese), sono gli stessi che caratterizzeranno la produzione successiva del regista: l'amicizia virile, la fratellanza, il sogno di riscatto, i codici d'onore, la redenzione, la lealtà e il tradimento, più un finale cruento e pessimista. Il tutto a uno spettatore di oggi (che ne ha visto le conseguenze nei venticinque anni successivi) può forse risultare banale, ma è stato questo film a mettere insieme, per la prima volta, i succitati ingredienti.

Progettato per rilanciare la carriera di Ti Lung (che era stato un divo delle pellicole di kung fu di Chang Cheh negli anni settanta), il film ha invece trasformato in star il giovane cantante Leslie Cheung (che nel 1993 interpreterà "Addio mia concubina") e soprattutto il semisconosciuto Chow Yun-fat (fino ad allora protagonista soltanto di alcune commedie televisive), che ruba la scena in ogni inquadratura in cui si trova, oltre naturalmente al regista, che all'epoca godeva di ben poca considerazione ed era già dato per finito dopo i primi effimeri successi realizzati per la casa di produzione Golden Harvest. È stato il produttore Tsui Hark a dargli fiducia e ad avere l'intuizione di riunire un cast diventato poi leggendario. Per anni i ragazzi di Hong Kong (e non solo: persino Quentin Tarantino ha affermato di averlo fatto) sono andati in giro con spolverino, occhiali da sole e un fiammifero in bocca, come il personaggio di Mark, e ne ripetevano le battute: e il carismatico CYF si confermò come protagonista di quasi tutti i capolavori hongkonghesi di Woo dei tardi anni ottanta. Da citare anche i comprimari: la tenera Emily Chu nei panni di Jackie, la fidanzata imbranata di Kit; l'esperto Kenneth Tsang in quelli di Ken, leader della cooperativa di tassisti che dà fiducia a Ho; e il bravo Waise Lee in quelli del "cattivo" Shing; ma in brevi ruoli ci sono anche gli stessi Tsui Hark (il giudice al provino musicale) e John Woo (l'ispettore di polizia con gli occhiali).

La trama del film è ispirata a una pellicola del 1967, "Story of a discharged prisoner" di Lung Kong, ma Woo la arricchisce con le eccezionali scene d'azione che lo hanno reso famoso: da ricordare, in particolare, la sequenza in cui Mark compie una strage al ristorante per vendicare l'amico Ho e uccidere chi lo ha tradito (quante volte abbiamo rivisto citata la camminata nel corridoio, con le pistole nascoste nei vasi di fiori? Il regista ha comunque dichiarato di aver voluto rendere un omaggio al "Mean streets" di Scorsese) e la sparatoria finale al molo (con il momento topico in cui Mark, che avrebbe la possibilità di fuggire con il denaro, compie un'inversione a U con il motoscafo e sceglie di andare invece a morire insieme all'amico). Nota di merito anche per la colonna sonora di Joseph Koo, forse la più bella mai sentita in un film di Hong Kong, costruita su due o tre temi struggenti (di quello principale esiste anche una versione cantata da Leslie Cheung): impossibile togliersela dalla mente. In seguito all'enorme successo della pellicola, produttore e regista realizzeranno subito un sequel: più tardi, per divergenze con Woo, Tsui dirigerà di persona anche un terzo capitolo, che fungerà da prequel, mentre Woo utilizzerà lo script che aveva in mente per quel film per dare vita a quello che forse è il suo capolavoro, "Bullet in the head".

20 ottobre 2010

Il monaco (Paul Hunter, 2003)

Il monaco (Bulletproof Monk) di Paul Hunter – USA 2003 con Chow Yun-fat, Seann William Scott *1/2

Visto in DVD, con Hiromi.

Nel 1943 un monastero tibetano viene attaccato da un drappello di soldati nazisti, in cerca di una magica pergamena che permetterebbe di "riplasmare" il mondo a proprio piacimento. Prima di morire, l'anziano monaco che la custodiva la affida al suo allievo, che grazie al suo potere non invecchierà nei successivi sessant'anni. Ai giorni nostri, in una moderna città americana, il monaco senza nome diventerà a sua volta il mentore di un giovane ladruncolo che compie i suoi furti nei tunnel della metropolitana. Insieme, i due dovranno vedersela con il vecchio comandante nazista, che non ha ancora rinunciato al suo obiettivo. Mediocre e scontata pellicola d'azione, tratta da un fumetto, che soffre soprattutto per la banale caratterizzazione dei personaggi, pieni di cliché (il monaco misterioso e campione di arti marziali, il ladruncolo dal cuore d'oro, la bad girl in fondo buona, per non parlare del cattivo nazista che sembra uscito da "Hellboy"), e a cui non basta un Chow Yun-fat poco in parte (la scena in cui impugna due pistole sembra giusto un contentino per i fan) per raggiungere la sufficienza. Fra i pochi spunti curiosi, il ladro che ha imparato il kung fu grazie al suo lavoro come proiezionista in un cinema specializzato in pellicole di Hong Kong.

18 aprile 2010

Tiger on the beat (Lau Kar-leung, 1988)

Tiger on the beat (Lo foo chut gang) di Lau Kar-leung – Hong Kong 1988 con Chow Yun-fat, Conan Lee **1/2

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

Francis (CYF), poliziotto indolente e donnaiolo, è costretto a fare coppia con il giovane collega Michael (Conan Lee, in un ruolo alla Jackie Chan), assai più efficiente di lui ma anche più ingenuo, per sgominare una banda di trafficanti di droga. Il loro "contatto" è la bella e prosperosa Nina Li Chi, sorella di uno dei membri della banda che ha deciso di tradire il capo, anche se faticheranno non poco per convincerla a collaborare. Entrato nella memoria collettiva degli appassionati di cinema di Hong Kong soprattutto per lo spettacolare combattimento finale con le motoseghe fra Conan Lee e Gordon Liu, il film garantisce una buona dose di divertimento anche prima di questo climax: è una commedia poliziesca assai gradevole e in puro stile anni ottanta, con molti debiti verso "Police story" (e "Arma letale") e un Chow Yun-Fat al massimo della forma, ironico ed espressivo. Memorabile la scena di apertura, con i due amanti a letto ammanettati per le caviglie, e dinamici e convincenti tutti i combattimenti e gli inseguimenti. Il regista, noto anche come Liu Chia-liang, era un frequentatore dei gongfupian degli Shaw Brothers. Cameo per Ti Lung, che si esibisce in uno scontro "amichevole" con Conan Lee.

1 giugno 2008

All about Ah Long (Johnnie To, 1989)

All about Ah Long (A Lang de gu shi)
di Johnnie To – Hong Kong 1989
con Chow Yun-fat, Sylvia Chang
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Un Chow Yun-fat insolitamente capellone è il protagonista di questo bel film che, come capita spesso nel cinema di Hong Kong, ondeggia spudoratamente fra la commedia familiare e il melò popolare, riuscendo a tenere a galla una storia che per certi versi sembrerebbe un po' stereotipata: ex pilota di moto, ex donnaiolo e ora semplice operaio e camionista, il trentenne Ah Long ha allevato da solo il figlio Porky (Wong Kwan-yuen), un vivace bambino a lui legatissimo, dopo la brusca fine della sua storia d'amore con Sylvia. Ma quando la donna, che ignorava addirittura che il bambino fosse ancora in vita, dopo dieci anni torna dall'America (dove è diventata un'affermata regista di spot pubblicitari), proprio il figlio diventa l'elemento che la riavvicina all'ex compagno. Fosse stato un film americano, sarebbe stato probabilmente sdolcinato e prevedibile: To, invece (con l'aiuto dei due bravi protagonisti, che hanno collaborato anche alla sceneggiatura), mantiene fino alla fine un tono malinconico e non accondiscendente, con il destino che incombe e cospira contro il lieto fine (anche se il finale tragico mi è parso un po' gratuito). Un film da vedere, oltre che per gustarsi un prodotto così calato nella Hong Kong degli anni ottanta – con le contraddizioni fra il mondo sporco, sottoproletario e "cantonese" e quello pulito, ricco e "occidentale" – anche per scoprire un CYF diverso da come siamo abituati. Nel cast c'è anche il caratterista Ng Man-tat (visto in tanti film di Stephen Chow) nei panni dell'amico Dragon.

5 giugno 2007

La città proibita (Zhang Yimou, 2006)

La città proibita (Man cheng jin dai huang jin jia, aka Curse of the Golden Flower)
di Zhang Yimou – Cina/Hong Kong 2006
con Gong Li, Chow Yun-fat
***

Visto al cinema Eliseo, con Hiromi e Albertino.

Cina, inizio decimo secolo, tarda dinastia Tang, gruppo di famiglia in un interno: l'imperatore sta segretamente avvelenando l'imperatrice, e lei vuole vendicarsi organizzando un colpo di stato per mettere sul trono uno dei propri rampolli al posto del principe ereditario, figlio di un'altra donna. Dopo "Hero" e "La foresta dei pugnali volanti", che non mi erano piaciuti (soprattutto il secondo), il furbo Zhang Yimou realizza un terzo wuxiapian, anche se stavolta le scene d'azione sono limitate (tre in tutto, in crescendo di durata e di spettacolarità) e incastonate in una trama dai toni melodrammatici che si svolge tutta all'interno del microcosmo della famiglia imperiale, fra rituali e inchini, fedeltà e tradimenti. Lo stile barocco e le scenografie sontuose e colorate sono perciò finalmente funzionali a una vicenda e a dei personaggi, e non fini a sé stessi come nei due film precedenti. Lo sfarzo e la grandiosità della corte imperiale adempiono perfettamente al loro compito di sfondo teatrale della vicenda, mentre le passioni e le tensioni autodistruttive che corrono fra marito e moglie (soprattutto) e fra i loro figli (solo in parte) riescono a reggere il peso di una pellicola che non può che terminare su toni da tragedia shakespeariana. Ottimi gli interpreti.

Nota sul titolo italiano: come con "Le crociate" di Ridley Scott e innumerevoli altri esempi, i miopi distributori nostrani sembrano ormai allergici alla poetica bellezza dei titoli originali, preferendo secchi schematismi che non facciano volare, nemmeno per un istante, l'immaginazione degli spettatori.

30 maggio 2007

Pirati dei caraibi 3 (G. Verbinski, 2007)

Pirati dei Caraibi: ai confini del mondo (Pirates of the Caribbean: At the world's end)
di Gore Verbinski – USA 2007
con Johnny Depp, Keira Knightley
*1/2

Visto al cinema Maestoso, con Hiromi.

Mastodontico e pesante, cupo e involuto, il terzo capitolo della trilogia dei Pirati dei Caraibi (che ormai di caraibico hanno ben poco: il film si svolge ovunque tranne che lì, da Singapore al mondo dei morti) smarrisce definitivamente quel poco credito che era rimasto alla saga dopo il disastroso secondo episodio, del quale comunque è giusto un pelino migliore. Mi sorge ormai il dubbio che la freschezza, la leggerezza e il divertimento del primo film – sul quale evidentemente avevo sbagliato a puntare le mie carte come alfiere della rinascita di un cinema di pura avventura – fossero dovuti non a una precisa volontà degli autori di riportare in auge il genere di cappa e spada, ma soltanto alle minori ambizioni di quello che doveva essere un semplice prodotto di appoggio all'attrazione pubblicitaria di Disneyland. Come in "Matrix", invece, il successo ha dato alla testa. E dunque la saga, acquistata una vita propria, è stata appesantita dai mediocrissimi sceneggiatori con una pletora esagerata e infinita di personaggi (di alcuni minori, come le due guardie, potevano anche sbarazzarsene, no?) e con una trama così contorta e ricca di pseudo-colpi di scena da rendere praticamente impossibile farne un riassunto. Ogni dieci minuti qualcuno tradisce qualcun altro, fa il doppio gioco, cambia motivazioni, passa dai buoni ai cattivi e viceversa. Se il Jack Sparrow interpretato da Johnny Depp, che compare soltanto dopo oltre mezz'ora di film, è ormai l'ombra di sé stesso (e si lascia ricordare soltanto per le buffe scenette con i suoi alter ego), altrettanto sprecati sono attori del calibro di Jonathan Pryce e Chow Yun-fat (quest'ultimo, carismatico come sempre, era il motivo principale per cui sono andato a vedere il film al cinema, ma sparisce quando la pellicola non ha ancora raggiunto il giro di boa), mentre Keira Knightley e soprattutto Orlando Bloom avevano cessato di rappresentare un motivo di interesse già nel film precedente e sono privi di qualsivoglia alchimia. Il migliore, così, risulta ancora Geoffrey Rush. Comunque spettacolari certe sequenze ricche di effetti speciali, come la battaglia finale (e in particolare la lenta avanzata del commodoro mentre la sua nave va – letteralmente – in pezzi). Fra i tanti spunti presi a destra e manca, c'è persino un "raggio verde" rohmeriano. Come ormai sembra d'obbligo in questo tipo di film, il "vero finale" si presenta agli spettatori soltanto dopo i lunghi titoli di coda.