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6 maggio 2022

Teorema (Pier Paolo Pasolini, 1968)

Teorema
di Pier Paolo Pasolini – Italia 1968
con Terence Stamp, Silvana Mangano
***1/2

Rivisto in DVD.

La famiglia di un ricco industriale milanese riceve, nella propria villa fuori città, la visita di un misterioso ospite (Terence Stamp), non meglio identificato. Che seduce tutti (intellettualmente, emotivamente o sessualmente) e ne "rivoluziona" la vita. E quando se ne andrà, altrettanto improvvisamente, ciascuno si renderà conto che la sua presenza ha distrutto l'intero mondo che c'era prima (un mondo vuoto, di falsi valori) e catalizzato la guarigione, la conoscenza e la scoperta di sé. Il capofamiglia (Massimo Girotti), gravemente malato, viene da lui accudito (un conforto che paragona a quello del servo Gerasim ne "La morte di Ivan Il'ič" di Tolstoj): guarito, l'uomo donerà la sua fabbrica agli operai (una scelta anticipata dall'incipit del film, dove un giornalista intervista i beneficiati), si spoglierà di tutti i vestiti e camminerà nudo nel deserto (come Gesù: i riferimenti ai Vangeli e alla Bibbia abbondano per l'intera pellicola). La moglie (Silvana Mangano), che in precedenza era apatica, senza interessi ed emozioni, scoprirà le gioie del sesso, e andrà in giro per le periferie e l'hinterland milanese a rimorchiare giovani amanti. Il figlio (Andrès José Cruz Soublette), con un complesso di inferiorità e inadeguatezza, si getterà nell'arte per esprimere sé stesso e le sue insicurezze, esplorando e sperimentando nuove tecniche, così da costruirsi un universo proprio e unico, senza confronti con nient'altro. La figlia (Anne Wiazemsky), vergine e inesperta, arriva a conoscere il mondo, la vita, gli uomini: una conoscenza che la sovrasta e la lascia vuota, tanto che dopo la partenza dell'ospite finisce in catalessi. E persino la serva di casa (Laura Betti), fortemente religiosa, ha un'esperienza mistica che la porta a diventare una sorta di santa, venerata dai contadini, che si nutre di ortiche e compie miracoli (levita, guarisce i bambini). Da un lavoro teatrale dello stesso Pasolini (che poi diverrà anche un romanzo), un film chiave e uno dei più importanti della sua filmografia, anche se può apparire un po' datato e difficile da apprezzare per uno spettatore odierno (per i suoi tempi lenti, i lunghi silenzi, i personaggi enigmatici, i temi complessi). Di fatto, però, ha lasciato una forte impronta nell'immaginario culturale e cinematografico (ispirerà, fra gli altri, il "Visitor Q" di Takashi Miike). La data di uscita non è casuale: il Sessantotto, che segna una rottura e un forte cambiamento nella società italiana, con la trasformazione delle classi che fino ad allora l'avevano contraddistinta (borghesia e proletariato, che si fondono o comunque si sfumano l'uno nell'altra). La regia è multiforme, sperimentale, misteriosa (le tonalità di seppia, le sequenze mute, l'uso della musica, le immagini ricorrenti come quelle del deserto, gli immancabili riferimenti religiosi). La colonna sonora (molto interessante, come suo solito) è di Ennio Morricone, ma ci sono anche molti brani del Requiem di Mozart (la morte è, ovviamente, simbolo di trasformazione). Piccole parti per Ninetto Davoli (il portalettere) e Susanna Pasolini, la madre di PPP (la vecchia contadina). Il titolo può essere spiegato dalla sequenza iniziale, nella quale il giornalista si domanda: "Un borghese, in qualsiasi modo agisce, sbaglia?". Come scrive Serafino Murri, "la risposta è nella dimostrazione, per absurdum, del teorema dell'irredimibilità della borghesia", una borghesia che si sta muovendo verso una presa di coscienza e un superamento delle sue (false) certezze. Alla sua uscita il film ha suscitato forti polemiche, per via delle scene di sesso e di nudo e del loro legame con il sacro, da parte di alcuni degli ambienti istituzionali e cattolici che hanno sempre contestato le opere di Pasolini, con richieste di censura (o addirittura di distruzione della pellicola). Ma ci furono contestazioni anche da sinistra, con accuse di "misticismo" e "reazionarietà": a dimostrazione di come il genio di PPP sia sempre stato difficile da inquadrare nello stantio e schematico dibattito culturale italiano.

12 maggio 2018

La rabbia (Pasolini, Guareschi, 1963)

La rabbia
di Pier Paolo Pasolini, Giovannino Guareschi – Italia 1963
film di montaggio
**

Visto in divx.

Film diviso in due parti (di circa 50 minuti l'una), ideato dal produttore Gastone Ferranti, che chiese a due intellettuali di tendenze opposte (di sinistra Pasolini, di destra Guareschi) di rispondere alla domanda "Perché la nostra vita è dominata dalla scontentezza, dall’angoscia, dalla paura della guerra, dalla guerra?", attraverso un montaggio di filmati di repertorio, di foto e di spezzoni del cinegiornale "Mondo libero", legati all'attualità o al recente passato, commentati da una coppia di voci fuori campo. Anche se il tema è lo stesso, e non mancano punti di convergenza fra le due metà della pellicola (ma i toni sono spesso critici e polemici, anche se filtrati dalla poesia in un caso e dell'umorismo nell'altro), i risultati sono ben diversi, anche a prescindere dalle idee politiche e sociali. Pasolini ha un'approccio curioso, idealista e sognatore, Guareschi (che inserisce anche alcune sue vignette umoristiche) è pungente e irridente, ma risulta spesso qualunquista, moralista e predicatorio.

Il film di Pasolini (**1/2), nel rispondere alla domanda di Ferranti, sceglie come filo conduttore la "libertà". La scontentezza, l'angoscia, la paura dell'umanità dipendono dalla mancanza di libertà e dal disperato desiderio di ottenerla. Così si spiegano le rivoluzioni (a livello individuale o collettivo), le proteste, le guerre. Le voci narranti di Giorgio Bassani (per la prosa) e di Renato Guttuso (per la poesia) recitano testi dello stesso Pasolini ("Voi, figli dei figli, gridate con disprezzo, con rabbia, con odio "Viva la libertà". E perciò non gridate "Viva la libertà". Se non si grida "Viva la libertà" con amore, non si grida "Viva la libertà"), mentre le immagini, accompagnate dall'Adagio di Albinoni, mostrano immagini della rivoluzione in Ungheria del 1956 (e delle reazioni in tutto il mondo); delle guerre per l'indipendenza in Africa, in India, a Cuba; di scene di spettacolo e di attualità, con dive del cinema (Ava Gardner, Sophia Loren), sindacalisti, politici, religiosi; l'incoronazione della regina Elisabetta II (1952), la convention repubblicana negli USA del 1952, i funerali di papa Pio XII e l'elezione di Giovanni XXIII (1958); si parla di arte (nell'URSS), del mondo contadino, del suicidio di Marilyn Monroe (personificazione della bellezza), delle armi atomiche, della lotta di classe; e con le immagini del volo nello spazio di Juri Gagarin (1961) e delle successive celebrazioni, si termina con una nota di ottimismo per un futuro migliore, dove il progresso potrà unire i popoli in una fratellanza senza guerre.

Il film di Guareschi (*), come filo conduttore, sceglie invece la "vendetta". Per l'autore di Don Camillo (alla sua prima e unica esperienza come regista cinematografico, coadiuvato dalla caporedattrice del "Borghese" Gianna Preda), la scontentezza, l'angoscia e la paura generano odio e desiderio di rivalsa nei confronti degli altri, ma in particolare degli europei, il cui punto di vista è centrale in tutta la narrazione. Con le voci di Gigi Ortuso (narratore "serio") e Carlo Romano (già doppiatore di Don Camillo, narratore "ironico") e una colonna sonora che mescola il twist alla musica sinfonica (in particolare l'Eroica di Beethoven), Guareschi critica la frenesia della vita moderna, l'edonismo e gli eccessi provocati dal miracolo economico, tecnologico ed edilizio. Ma dove da semplice nostalgico e bacchettone diventa davvero inaccettabile, è quando tocca questioni politiche: se ancora si possono condividere alcuni severi giudizi sullo scenario globale post-bellico (il processo di Norimberga, la costruzione del muro di Berlino), lasciano perplessi le condanne reazionarie delle lotte anticolonialiste (qui le differenze fra i due intellettuali sono le più evidenti) e il sarcastico razzismo nei confronti delle popolazioni di colore. I funerali di Giorgio VI (1958) sono l'occasione per lamentare la fine dell'imperialismo europeo. Certo, ne ha anche per gli USA (si cita il caso Chessman, si sbeffeggia Kennedy e la moglie), per la Cina e naturalmente per l'URSS e il comunismo in generale (si mostra la rivoluzione cubana, la morte di Stalin, l'avvento di Krusciov), visto come origine di quasi tutti i mali. E anziché fiducia nel progresso, i viaggi spaziali sono l'occasione per manifestare retoricamente pessimismo e preoccupazione per il futuro: dalle persecuzioni religiose agli esperimenti scientifici "contro natura", fino alla disgregazione della famiglia tradizionale (il matrimonio della trans Coccinelle visto come una "tragica farsa"). Umorismo a parte, sembrano parole di alcuni politici di oggi. E di questo a Guareschi si deve dare atto: il suo segmento – purtroppo – è invecchiato molto meno di quello di Pasolini.

Il film non ebbe molto successo nelle sale, anche perché fu ritirato quasi subito in seguito alle polemiche (in effetti, è facile immaginare come potesse dividere il pubblico: chi avrà apprezzato la prima parte si sarà indignato di fronte alla seconda, o viceversa). Con il senno di poi, c'è da chiedersi che cosa si aspettasse Ferranti. Soltanto dal 2008 (inizialmente la sola parte di Pasolini, poi per intero) è stato restaurato ed è tornato a circolare.

3 novembre 2016

Appunti per un film sull'India (P. P. Pasolini, 1968)

Appunti per un film sull'India
di Pier Paolo Pasolini – Italia 1968
con attori non professionisti
***

Visto in divx.

Le esperienze durante la lavorazione di film come “Il vangelo secondo Matteo” ed “Edipo Re” avevano spinto Pasolini a interessarsi sempre più a quello che viene comunemente definito “terzo mondo” (e che negli anni sessanta era al centro dell'attualità: le numerose battaglie per l'indipendenza dalle potenze coloniali stavano portando a forza questi paesi nell'era della modernità e dell'industrializzazione, senza che molti di essi fossero pronti a livello culturale o strutturale, dando così origine a situazioni socio-politiche instabili e contraddittorie). L'idea di girare una pellicola sull'argomento (da suddividere in diversi episodi, ambientati in differenti zone del pianeta) si scontrò però con enormi difficoltà produttive: il film non sarà mai realizzato, e tutto ciò che rimane del progetto sono un paio di documentari, o meglio di “diari di viaggio” (simili al precedente “Sopralluoghi in Palestina”), nei quali PPP affronta temi sociali e antropologici da un punto di vista “poetico” prima ancora che politico o documentaristico. “Appunti per un film sull'India”, prodotto dalla Rai (è l'unico lavoro di Pasolini realizzato per la televisione), racconta il viaggio del regista nel continente indiano, con l'intenzione non solo di catturarne i volti e i luoghi, ma anche di sottoporre agli indiani stessi il soggetto del film che aveva intenzione di girare, per registrarne le reazioni. Il film avrebbe dovuto essere diviso in due parti: la prima, ambientata nell'epoca pre-coloniale, si ispira a una leggenda indiana: un ricco maharaja, mentre visita le proprie terre, si imbatte in alcuni cuccioli di tigre affamati e, preso da compassione, offre loro il proprio corpo come cibo. Nella seconda, che si colloca durante la lotta per l'indipendenza del paese, la famiglia del maharaja deve far fronte all'improvvisa povertà in cui viene a trovarsi dopo la morte del capofamiglia, e gira per il paese senza fortuna. Attraverso la fiaba e la simbologia, il film avrebbe dovuto illustrare i due temi che PPP associa maggiormente all'India (e all'intero terzo mondo), ovvero la religione e la fame. “Un occidentale che va in India ha tutto ma non dà niente. L'India, invece, che non ha nulla, in realtà dà tutto”, spiega il poeta. Nel corso del documentario, PPP non resiste alla tentazione di fare delle piccole inchieste, intervistando le persone che incontra: curiosamente, mentre tutti sembrano interessati alla storia che intende raccontare (qualcuno oggi sarebbe disposto a comportarsi come il maharaja?), quando le domande si spostano sulla realtà contemporanea (le caste, la povertà, le differenze fra contadini e operai, le politiche del governo contro la sovrappopolazione) le risposte si fanno asettiche e omogenee, evidentemente frutto di scarso interesse o mancata riflessione sui problemi sociali.

1 ottobre 2016

Sopralluoghi in Palestina (P. P. Pasolini, 1964)

Sopralluoghi in Palestina per il Vangelo secondo Matteo
di Pier Paolo Pasolini – Italia 1964
con Pier Paolo Pasolini, Andrea Carraro
**1/2

Visto in DVD.

Documentario sul viaggio che Pasolini, insieme all'amico prete Don Andrea, ha compiuto nel 1963 in Israele in cerca delle location e delle scenografie più adatte per girare il suo film "Il vangelo secondo Matteo". Il sopralluogo si rivelerà però deludente: da un lato la modernità del nuovo stato (i grattacieli di Nazareth, le casette "come in Svizzera", le strade e i capannoni, i paesaggi troppo contemporanei) e dall'altro le ridotte "dimensioni" dei luoghi della Bibbia (il Giordano è un umile fiumiciattolo, le colline sono aride, brulle e spelacchiate, le distanze in generale sono minuscole rispetto al significato che evocano) lo porteranno a decidere di girare il suo film invece in Italia. E in effetti, le poche volte che si trova di fronte a paesaggi e scenari che non soffrono dei difetti succitati, il suo commento è spesso che "assomigliano" a certi luoghi dell'Italia meridionale, come le campagne della Calabria o della Puglia. Pasolini, in cerca di un mondo arcaico che semplicemente non esiste più, comprende pian piano che i veri luoghi biblici non sono quelli reali ma quelli trasfigurati, nel corso dei secoli, dall'arte e dalla fede. Sono luoghi dello spirito e dell'immaginario, e in quanto tali è perfettamente lecito "ricostruirli" altrove, superando così le difficoltà di carattere logistico (compresa quella di trovare comparse locali con i volti adatti). "Devo trovare una Betlemme che sia un surrogato di Betlemme", commenta quando, alla fine del suo viaggio, raggiunge il luogo dove tutto ha avuto inizio. Il documentario (con la voce narrante di Pasolini che dà del tu allo spettatore: o forse si rivolgeva al produttore Alfredo Bini?) non è dunque la cronaca di un sostanziale fallimento, ma dell'acquisizione di una nuova consapevolezza. Per brevi momenti, forse scoraggiato dagli scarsi risultati della sua ricerca, il regista si lascia "distrarre" dalla sua vena di indagatore delle tendenze sociali (vedi l'intervista agli abitanti del kibbutz). Come colonna sonora, anticipando le scelte effettuate per il film vero e proprio, si odono alcune cantate di Bach.

31 gennaio 2016

Medea (Pier Paolo Pasolini, 1969)

Medea
di Pier Paolo Pasolini – Italia/Fra/Ger 1969
con Maria Callas, Giuseppe Gentile
***1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

Dopo l'"Edipo Re" di due anni prima, Pasolini firma un altro adattamento cinematografico di una tragedia greca, scegliendo questa volta la "Medea" di Euripide, di cui realizza una versione impressionante sotto tutti i punti di vista. E in particolare sotto l'aspetto visivo: i colori, i costumi e le scenografie sovrastano a tratti le parole, soprattutto in una prima parte (quella che narra l'antefatto della tragedia, ovvero la nascita di Giasone, la sua ricerca del Vello d'Oro, l'arrivo nella Colchide dove lui e gli Argonauti vengono aiutati da Medea, e il ritorno a Corinto) fatta di silenzi, sguardi, canti e riti ancestrali. Fra questi spicca il sacrificio umano per donare fertilità ai campi, una sorta di abbattimento del capro espiatorio, veicolato da una religione pagana cui Medea appartiene in tutto e per tutto: non a caso, a sua volta, sacrifica il fratello e ne smembra il corpo pur di facilitare la fuga degli Argonauti, in una scena che dunque introduce da subito la parte più sanguinaria del personaggio, anche se in questo caso non è mossa da odio o rancore ma dall'amore. Il tutto esplicita nella maniera più efficace (e visiva) possibile il tema generale della natura violenta dell'uomo, addomesticata e incanalata attraverso i riti e la religione, ma pronta a riaffiorare in ogni momento se spinta da passioni come l'ira, la gelosia e la vendetta. Se la parte ambientata nella Colchide è stata girata da Pasolini in Cappadocia (i paesaggi mozzafiato, i campi e le pietre rendono meravigliosamente l'idea di un mondo lontano), per portare sullo schermo Corinto il regista ha scelto nientemente che la piazza dei Miracoli di Pisa, le cui architetture rinascimentali ben simboleggiano un regno più moderno e civilizzato. Non a caso Medea, donna appartentente a un mondo più "arcaico" e antico, vi si scopre spaesata. E di fronte al tradimento di Giasone, che la lascia con l'intenzione di sposare la giovane figlia del re Creonte, progetta una tremenda vendetta. Questa, curiosamente, viene (almeno in parte) mostrata sullo schermo due volte: Pasolini lascia infatti che Medea prima la immagini, come in una visione (in questo caso la veste che regala a Glauce prende fuoco), e poi la attui davvero (con una veste che la rende folle), ripetendo diverse sequenze pari pari. Allo stesso modo, nella Colchide, la donna aveva avuto una visione dell'arrivo di Giasone. In effetti – e questo spiega il carattere onirico e allucinatorio di diverse sequenze – il film inizialmente avrebbe dovuto intitolarsi "Visioni della Medea".

Se Giasone è interpretato dall'atleta Giuseppe Gentile (medaglia di bronzo nel salto triplo alle Olimpiadi del 1968), per il ruolo di protagonista Pasolini scelse la cantante lirica Maria Callas (alla prima e unica esperienza come attrice cinematografica), sua grande amica, che non solo era greca per nascita, ma l'anno prima era stata lasciata da Aristotele Onassis: non aveva figli da uccidere né poteri magici, ma – chissà! – se avesse potuto, magari avrebbe incenerito volentieri Jacqueline Kennedy! In quanto nipote di Elio, Medea trae i suoi poteri magici dal Sole, e questo viene esplicitato in una scena. Una certa enfasi, però, viene data anche alla Luna, corpo celeste "femminile" per eccellenza, e se vogliamo collegato alla Callas attraverso la "Norma" di Bellini ("Casta diva..."). La luna, in generale, risveglia l'arcaico potere dentro la donna: anche dentro l'uomo, però, c'è un sapere antico, che nel film è rappresentato dal centauro Chirone, mentore di Giasone, che lo accompagna durante tutte le fasi della crescita all'inizio della pellicola (educandolo sul ruolo della natura e degli dei) e che poi ricompare in due distinte forme (centauro e umano), spiegandogli come i miti siano qualcosa che fa parte di lui, degli archetipi che accompagnano l'uomo anche in età adulta e civilizzata. La voce di Chirone (l'attore è il francese Laurent Terzieff) è di Enrico Maria Salerno. Furono doppiati anche Medea (Rita Savagnone) e Giasone (Pino Colizzi), che peraltro condividono ben pochi dialoghi in un film fatto di silenzi: il loro innamoramento, ma anche la separazione, è narrato per immagini, e l'unico momento in cui i due si confrontano a parole è nel finale, quando ormai la tragedia è compiuta. Il resto del cast comprende Massimo Girotti (Creonte), Margareth Clementi (Glauce) e Annamaria Chio (la nutrice). Qualche accenno merita anche la suggestiva colonna sonora, che come in "Edipo Re" Pasolini ha riempito di sonorità lontane ed arcaiche, compresa una preghiera giapponese. Nel complesso, un film ricco di forza e di significati che vanno al di là dei semplici eventi narrati, "universale" come lo erano le tragedie greche e come è il miglior cinema che sa superare i propri confini, opera non solo di un grande regista ma in generale frutto di una stagione in cui il cinema italiano (ed europeo) sapeva lanciare uno sguardo verso l'esterno, con un'attenzione ad altri mondi e altre culture e un approccio quasi etnografico (si pensi ai colori, ai costumi, ai canti) che fonde alla perfezione la profondità dei contenuti con la potenza delle immagini.

28 dicembre 2015

Edipo Re (Pier Paolo Pasolini, 1967)

Edipo Re
di Pier Paolo Pasolini – Italia 1967
con Franco Citti, Silvana Mangano
***

Rivisto in divx alla Fogona, con Marisa.

Abbandonato a morire dal padre Laio, re di Tebe, il neonato Edipo (il nome significa “piedi gonfi”, perché trovato legato con una robusta corda alle caviglie) viene adottato dai sovrani di Corinto come fosse loro figlio. Una visita al santuario di Apollo a Delfi gli rivela di essere destinato ad assassinare suo padre e ad accoppiarsi con sua madre. Edipo sceglie allora di non tornare a Corinto, ma la sorte lo condurrà proprio a Tebe, dove il suo destino si compirà. Nel suo primo film a colori (se si eccettuano gli inserti de "La ricotta"), Pasolini rivisita la tragedia di Sofocle con l'intenzione di fare del personaggio una metafora dell'uomo moderno, in preda a forze su cui non ha controllo, e colpevolmente cieco dei suoi stessi peccati (la cosiddetta "colpevolezza dell'innocenza"): una lettura storica e sociale (uccidere il padre e possedere la madre, per l'uomo occidentale, significa strumentalizzare il passato e sfruttare la terra) che sovrasta quelle individuali e autobiografiche, pure inevitabili (ricordiamo come Pasolini avesse scelto la propria madre per interpretare la madonna nel "Vangelo secondo Matteo"!). Che si tratti di una metafora lo rivela un elemento chiave: il salto di collocazione cronologica. Le riprese furono effettuate in gran parte nel deserto del Marocco, fra villaggi e antiche roccaforti, e con costumi poveri, tribali e arcaici che veicolano la natura storica e ancestrale della vicenda. Ma l'incipit – che mostra la nascita di Edipo e l'insorgere della gelosia di suo padre Laio ("Tu sei qui per prendere il mio posto nel mondo, ricacciarmi nel nulla e rubarmi tutto quello che ho") – è collocato nell'Italia degli anni venti, mentre nel finale Edipo vaga cieco (accompagnato dall'”angelo” Ninetto Davoli) per le strade, le fabbriche e le città (si riconosce Bologna) dell'Italia contemporanea, fino a tornare nel luogo dove tutto aveva avuto inizio, ovvero la fattoria/cascina dove era nato e i campi che la circondano (gli stessi scenari, curiosamente, che una decina di anni più tardi faranno da sfondo a "Novecento" di Bertolucci): come a voler suggerire che l'intera tragedia è quella che il paese ha vissuto negli anni del fascismo e della seconda guerra mondiale, con tanto di tentativo inutile di ribellarsi al proprio destino.

Anche per questo motivo, Pasolini mette in particolare risalto alcune caratteristiche del personaggio come la competitività (la scena in cui gioca con i compagni a Corinto, “barando” pur di vincere) e la violenza (su tutte, la prolungata sequenza in cui uccide Laio e i suoi soldati di scorta). Per non parlare della cecità, della gelosia, della ricerca del capro espiatorio. La contrapposizione fra la Grecia antica, "il mondo della verità, delle radici storiche e culturali", e l'Italia del novecento, ostaggio della tirannia della borghesia, non potrebbe essere più evidente: naturale che lo stesso Edipo vi si trovi come un pesce fuor d'acqua, vittima suo malgrado di forze esterne e di un destino contro il quale si batte inutilmente ("reso cieco dalla volontà di non sapere cio che è, di ignorare la terribile verità della propria condizione, prosegue il cammino verso la catastrofe"). Nel cast, in cui il regista si ritaglia un ruolo minore (il sacerdote tebano che va da Edipo a comunicargli dell'epidemia di peste), spicca Silvana Mangano nel ruolo di Giocasta, con un volto truccato per essere “fuori dal tempo”: occhi neri e profondi, assenza di sopracciglia, capelli raccolti alla foggia greca. Franco Citti torna a essere protagonista di una pellicola pasoliniana dopo “Accattone”, mentre Carmelo Bene è Creonte, Alida Valli è Merope, Julian Beck (fondatore del Living Theatre) è il veggente cieco Tiresia. Le musiche, curate dallo stesso PPP, alternano sonorità "antiche" con flauto e percussioni (alcune delle quali derivate dal teatro giapponese) con brani di musica classica (il "Dissonanzen Quartett" di Mozart). Durante la lavorazione del film, il regista stava curando contemporanemante un nuovo progetto, "Teorema", che in fondo affronta in modo diverso lo stesso tema dell'infrazione del tabù sessuale familiare. Quanto all'estetica e alla poetica generale, proprio da "Edipo Re" comincia a imporsi sullo schermo la particolare attenzione di Pasolini al Terzo Mondo, ai popoli lontani, alle loro culture e ai loro volti (dopo che, per il "Vangelo secondo Matteo", aveva invece preferito fare tutto "in casa", ovvero girando in Italia anziché – come previsto in un primo momento – in Palestina) che, attraverso i documentari sull'India e sull'Africa, culminerà due anni dopo con un'altra tragedia greca, la "Medea".

26 dicembre 2015

Capriccio all'italiana (Monicelli, Steno, Pasolini, et al., 1968)

Capriccio all'italiana
di Mario Monicelli, Steno, Mauro Bolognini, Pier Paolo Pasolini, Franco Rossi – Italia 1968
con Totò, Walter Chiari, Silvana Mangano
**

Visto in divx.

Come e ancor più che nei precedenti film ad episodi ai quali aveva contribuito (ovvero "Ro.Go.Pa.G.", con il segmento "La ricotta", e "Le streghe", con "La terra vista dalla luna"), in questo lungometraggio collettivo Pasolini svetta sui suoi colleghi con l'episodio non solo migliore del lotto, ma anche l'unico che francamente vale la pena di vedere: e non solo per meriti artistici, ma anche perché si tratta dell'ultima apparizione sul grande schermo di Totò, che sarebbe scomparso di lì a poco, senza nemmeno aver visto il film completato. Il corto di Pasolini, una poetica riflessione sul teatro (a partire da una recita dell'Otello di Shakespeare con le marionette), coinvolge tanti nomi celebri dello spettacolo e della comicità italiana (oltre al principe De Curtis, anche Domenico Modugno, Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, Laura Betti e altri ancora). Per il resto, da salvare solo in parte gli episodi di Steno (anche questo con Totò) e di Bolognini con Walter Chiari e Ira Fürstenberg, se non altro per curiosità legate a fenomeni sociali allora in voga, in primis la moda dei "capelloni", i ragazzi beat che impazzavano negli anni '60. Gli altri tre episodi (interpretati – come ne "Le streghe" – da una multiforme Silvana Mangano, che il marito-produttore Dino De Laurentiis amava infilare un po' ovunque) sono brevissimi e da dimenticare: nient'altro che barzellette poco divertenti.

"La bambinaia", di Mario Monicelli (*), con Silvana Mangano
Dopo aver rimproverato un gruppo di bambini che stavano leggendo fumetti violenti e "diseducativi" (Diabolik, Satanik, Kriminal), una bambinaia – che parla con forte accento tedesco – legge loro le fiabe di Perrault: ma i piccoli, spaventati e impauriti, piangono (mentre con i fumetti ridevano).

"Il mostro della domenica", di Steno (*1/2), con Totò e Ugo D'Alessio
Un uomo che disprezza i giovani capelloni si traveste in varie maniere per adescarli e sequestrarli. Soprannominato "Il mostro" dai giornali, viene infine arrestato dalla polizia. Ma quando scopre che si limitava a rapare a zero i giovani, il commissario lo lascia libero, incaricandolo anzi di tagliare i capelli anche al proprio figlio. Da salvare soltanto per Totò e i suoi travestimenti.

"Perché?", di Mauro Bolognini (*), con Silvana Mangano ed Enzo Marignani
Nel traffico di rientro in città dopo l'esodo di fine settimana, una donna tormenta il marito affinché vada più veloce, spingendolo infine ad aggredire un altro automobilista.

"Che cosa sono le nuvole?", di Pier Paolo Pasolini (***1/2),
con Totò e Ninetto Davoli
Una compagnia di marionette porta in scena l'"Otello". Ma il pubblico in sala si ribella contro le perfidie di Iago, e sale sul palco per aggredire lui e lo stesso Otello prima che uccida Desdemona. Le due marionette, malridotte, verranno gettate in una discarica, dove per la prima volta potranno guardare il cielo sopra di loro: "Oh, straziante, meravigliosa bellezza del creato!". Radunando amici (il poeta Francesco Leonetti, nel ruolo del marionettista; il cantante Domenico Modugno, l'immondezzaio, che intona una canzone scritta dallo stesso Pasolini) e celebri comici italiani (Franco e Ciccio, Carlo Pisacane, Mario Cipriani, Laura Betti, Adriana Asti), oltre all'ormai collaudata coppia Totò/Ninetto Davoli, il regista mette in scena una poetica riflessione sull'arte e la vita ("Siamo in un sogno dentro un sogno", spiega Totò a un perplesso Ninetto). Se sul palcoscenico le marionette – legate ai fili e manovrate dal burattinaio – recitano il loro copione, dietro le quinte le vediamo "libere" di riflettere, commentare e filosofeggiare sull'esistenza, i sentimenti e il destino ("Qual è la verità?", "Cosa sento dentro di me?"). Otello (Davoli), essendo stato costruito da poco e quindi appena nato, è pieno di curiosità e di stupore: chiede il perché di ogni cosa (sarà lui nel finale a esprimere la domanda che dà il titolo all'episodio), mentre Iago (un Totò dal volto colorato di verde, simbolo dell'invidia e dell'odio) è "cattivo" solo mentre recita la sua parte: per il resto elargisce con paterna comprensione massime di saggezza. All'inizio, i cartelloni che pubblicizzano gli spettacoli della compagnia di marionette fanno riferimento a lavori precedenti ("La terra vista dalla luna") e futuri ma mai realizzati ("Le avventure del re magio randagio", "Mandolini") di Pasolini con la coppia Totò-Ninetto, tutti tasselli di un ciclo "comico", parallelo al resto della sua filmografia, che era cominciato con "Uccellacci e uccellini" e termina purtroppo qui, prematuramente, a causa della morte del comico partenopeo. Il regista (che contemporaneamente stava già lavorando all'adattamento cinematografico di "Edipo Re") virerà per alcuni anni in un'altra direzione (quella delle tragedie greche e dei ritratti dei paesi del Terzo Mondo), per poi riprendere il progetto in mano – con l'intento di reclutare Eduardo De Filippo al posto di Totò – negli ultimi mesi prima della sua morte.

"Viaggio di lavoro", di Pino Zac e Franco Rossi (*), con Silvana Mangano
La sovrana di uno stato europeo, durante un viaggio in vari paesi dell'Africa, scatena un incidente diplomatico quando confonde uno stato per un altro. Parzialmente in animazione.

"La gelosa", di Mauro Bolognini (*1/2), con Ira Fürstenberg e Walter Chiari
Dopo una serata trascorsa a ballare, una ricca coppia litiga, con lui che la rimprovera di essere troppo gelosa. I due fanno un patto: cercheranno di avere fiducia l'uno dell'altro, senza farsi domande. Ma quando lo vede uscire vestito di tutto punto, la donna lo pedina fino a un appartamento, dove lo scopre in mutande... Si trattava però solo di una sartoria.

16 dicembre 2015

Le streghe (Visconti, Pasolini, De Sica, et al., 1967)

Le streghe
di Luchino Visconti, Mauro Bolognini, Pier Paolo Pasolini, Franco Rossi, Vittorio De Sica – Italia 1967
con Silvana Mangano, Totò, Clint Eastwood
**

Visto in divx.

Film ad episodi sul tema della "donna strega". Dei cinque segmenti, due (quelli di Bolognini e Rossi) sono brevissimi, poco più che degli sketch di quattro-cinque minuti, mentre gli altri tre si estendono più a lungo, sui trenta minuti. Il migliore è senza dubbio quello di Pasolini (una fiaba fuori dal tempo con Totò e Ninetto Davoli, quasi un sequel di "Uccellacci e uccellini"), anche se qualcosa di interessante, seppure evanescente o datato, si trova anche negli episodi di De Sica (con un Eastwood "imborghesito") e di Visconti. Il filo conduttore è Silvana Mangano (all'epoca moglie del produttore Dino De Laurentiis), protagonista di tutti gli episodi, in seguito una presenza ricorrente nei film di Pasolini ("Edipo Re", "Teorema", "Il Decameron") e Visconti ("Morte a Venezia", "Ludwig", "Gruppo di famiglia in un interno"). I titoli di testa, in stile cartoon, sono di Pino Zac. Piero Piccioni realizza la colonna sonora per quattro dei cinque episodi (in quello di Pasolini, la musica è di Ennio Morricone).

"La strega bruciata viva", di Luchino Visconti (*1/2), con Silvana Mangano, Annie Girardot
Una diva di Hollywood, in visita a un'amica nella sua casa di Kitzbühel per le vacanze invernali, è al centro dell'attenzione di tutti: le donne ne ammirano la bellezza, gli uomini vorrebbero portarsela a letto. In un'atmosfera superficiale e svagata, fra tediosi giochi di società e goffi tentativi di adulterio, la diva fa preoccupare tutti sul suo stato di salute a causa di un lieve mancamento. Ma quando scopre di essere incinta, tenta inutilmente di convincere il marito (che è rimasto a New York) di lasciarle abbandonare il cinema per uno o due anni, scagliandosi contro l'ipocrisia di produttori, cineasti e pubblico. Il conformismo, i vizi e le virtù dell'(alta) borghesia, in un episodio – scritto da Giuseppe Patroni Griffi e Cesare Zavattini – dove la vena "decadentista" di Visconti sfiora quella intellettuale di Antonioni sull'incomunicabilità. Rivisto oggi, appare francamente datato. Nel cast, piccoli ruoli per Francisco Rabal, Clara Calamai, Marilu Tolo ed Helmut Berger (quest'ultimo alla prima collaborazione con Visconti).

"Senso civico", di Mauro Bolognini (*), con Silvana Mangano, Alberto Sordi
Una donna carica sulla sua macchina un camionista rimasto ferito in un incidente stradale, affermando di volerlo portare in ospedale. In realtà se ne serve per avere il via libera in tutti gli incroci e giungere così più rapidamente all'appuntamento con il suo amante. Sketch squallido e per nulla divertente, servito da una regia monotona.

"La terra vista dalla luna", di Pier Paolo Pasolini (**1/2), con Totò, Ninetto Davoli, Silvana Mangano
Proseguendo nel filone comico-surreale inagurato l'anno prima con "Uccellacci e uccellini" (un mini-ciclo con Totò e Ninetto Davoli che sarebbe poi proseguito con un altro cortometraggio, "Che cosa sono le nuvole?", e che avrebbe dovuto concludersi con il film "Re magio randagio", mai realizzato a causa dell'improvvisa morte dell'attore napoletano), Pasolini propone una vera e propria fiaba "stralunata" (vedi il titolo!) e "contro il senso comune". Protagonisti sono Ciancicato Miao (Totò) e suo figlio Baciù (Davoli), in cerca di una donna che possa fare da moglie per l'uno e da madre per l'altro. Dopo un'estenuante ricerca durata un anno, la trovano in Assurda Caì (Mangano), fata sordomuta da capelli verdi, che porterà serenità e bellezza nella loro povera casa. E soprattutto, tornerà magicamente e inspiegabilmente dalla morte, dopo essere caduta dal Colosseo per un incidente. La morale, come recita la didascalia finale: "essere morti o essere vivi è la stessa cosa". Lontano dai sottotesti ideologici e satirici di "Uccellacci e uccellini", un episodio innocente e leggero, ambientato in un mondo dove passato, presente e futuro coesistono, così come l'allegria e la tristezza, la realtà e la sua caricatura, la ricchezza interiore e la desolazione esteriore. L'intento di PPP, in effetti, stavolta non era quello di lanciare un messaggio sociale o politico (il cartello iniziale spiega che "visto dalla Luna, questo film [...] non è niente e non è stato fatto da nessuno") ma di sviluppare un nuovo e personale linguaggio fimico (fra i modelli, oltre naturalmente alle fiabe, i fumetti – si pensi alle didascalie, ma anche ai colori di acconciature e abiti – e le comiche di Chaplin – omaggiato in un ritratto appeso in casa Maio, nonché dal mutismo di Assurdina), più universale e archetipico, che caratterizzerà i successivi lavori del regista.

"La siciliana", di Franco Rossi (*1/2), con Silvana Mangano
In un paesino della Sicilia, uno sgarbo di poco conto a una donna è la scintilla che dà il via a una faida sanguinosa a base di vendette a catena. Nonostante alcuni accenni satirici sul concetto di onore e il suo stereotipo nel Sud, il maggior pregio dell'episodio è quello di essere veloce e brevissimo.

"Una sera come le altre", di Vittorio De Sica (**), con Silvana Mangano, Clint Eastwood
Una moglie soffre perché la sua relazione con il marito, dopo dieci anni di matrimonio, è precipitata nella monotonia e nelle abitudini. Se l'uomo è stanco e svogliato, la donna è repressa e frustrata: nelle sue fantasticherie, immagina di ribellarsi, di insultarlo e di maltrattarlo, di farsi corteggiare da altri – dapprima dai personanaggi dei fumetti e poi da una folla immensa – e di suscitare così la sua passione o la sua gelosia. Su sceneggiatura (fra gli altri) di Zavattini, De Sica mette in scena la noia di una coppia borghese, in un episodio che non manca di momenti onirici e visionari (gli scenari completamente bianchi, o tutta la sequenza finale), ma tirata un po' troppo per le lunghe. Interessante vedere Eastwood in un ruolo così lontano dalla sua immagine di pistolero western (aveva appena girato la trilogia del dollaro con Sergio Leone), anche se, in alcuni momenti del sogno ad occhi aperti della moglie, usa effettivamente la pistola.

11 settembre 2015

Uccellacci e uccellini (P. P. Pasolini, 1966)

Uccellacci e uccellini
di Pier Paolo Pasolini – Italia 1966
con Totò, Ninetto Davoli
***1/2

Rivisto in divx alla Fogona.

Dall'incontro fra la poetica di Pier Paolo Pasolini e l'arte interpretativa di Totò (che avrebbero poi collaborato insieme in due cortometraggi, "La terra vista dalla luna" e "Che cosa sono le nuvole?", prima della morte dell'attore nel 1967) nacque questo bizzarro oggetto cinematografico, un'ironica e favolistica allegoria sulla crisi del marxismo, che PPP percepiva come ormai incapace di parlare al popolo e vedeva – come al solito, in anticipo sui tempi – sull'orlo della sua sconfitta storica. Ambientato sulle strade di una periferia misera e desolata, fra vie intestate a persone qualunque ("Benito La Lacrima, disoccupato", "Lillo Strappalenzola, scappato di casa a 12 anni") e segnali stradali che indicano località lontane migliaia di chilometri (Istambul, Cuba), il film segue il cammino di due persone, padre (Totò) e figlio (Ninetto Davoli), che la didascalia introduttiva ("Dove va l'umanità? Boh!", definita ironicamente come il "succo di un'intervista di Mao") identifica da subito come rappresentanti dell'intero genere umano, in viaggio su una strada che non conduce apparentemente da nessuna parte. E infatti il loro percorso, al di là dei vari episodi, degli occasionali incontri e dei tanti discorsi (sia "concreti" che filosofici sulla vita, la morte, la natura), si snoda senza meta e senza fine. A un certo punto i due incontrano un corvo parlante (con la voce di Francesco Leonetti) che una didascalia, a scanso di equivoci, equipara a un "intellettuale di sinistra – diciamo così – di prima della morte di Palmiro Togliatti". Ma di fronte alle sue prediche, ai suoi dubbi e alla sua "voce della coscienza", Totò e Ninetto mostrano insofferenza e indisposizione all'ascolto. I due rappresentano la complessità e la contraddittorietà di quella popolazione che stava nascendo dalla fine del proletariato e dalla sua fusione con la borghesia, tanto che sono di volta in volta sfruttatori (quando esigono l'affitto di uno stabile di loro proprietà dalla famiglia povera che ci vive) o sfruttati (quando a loro volta devono dei soldi a un ricco ingegnere, il "pesce più grosso" che aveva prenannunciato il corvo). La loro "innocenza" (i due, di cognome, fanno proprio Innocenti) è semplicità d'animo, non necessariamente bontà o cattiveria, categorie che non sembrano più trovare spazio nel nuovo contesto in cui si muovono.

Nell'economia del film, lo spazio maggiore è dedicato all'episodio raccontato dal corvo e ambientato nel 1200, in cui due frati (interpretati sempre da Totò e Davoli) vengono incaricati da San Francesco (che cita Marx, "un uomo con gli occhi azzurri") di andare a predicare la parola del Signore e la pace agli uccelli. Dopo molto tempo e fatiche, sia i falchi che i passerotti accolgono la buona novella: peccato che fra loro continuino a farsi la guerra, indice che è dalle disuguaglianze fra classi che nasce la lotta e l'infelicità. Ma le parabole e gli insegnamenti del corvo, come già detto, non trovano terreno fertile nei due viandanti, tanto che il volatile farà una fine... ingloriosa: sarà mangiato! Pasolini, come sempre in anticipo sui tempi, è dunque il primo a riconoscere che una certa ideologia di sinistra, per quanto in buona fede, aveva ormai fatto il suo tempo. Proprio la citata morte di Togliatti (avvenuta due anni prima, e di cui vengono mostrate sequenze dei funerali) intende rappresentare una sorta di spartiacque fra un ideologia che riusciva a "parlare" al popolo (si pensi i primi piani sui volti degli operai che piangono durante le esequie) e un pensiero intellettuale che invece è visto come un peso, a malapena tollerato o, nel peggiore dei casi, distrutto e divorato (come il corvo) a fini utilitari ("la cultura come merce"). Il film però non si esaurisce nelle metafore sociali e politiche: con l'aiuto della straordinaria coppia di interpreti, offre tutta una serie di episodi bizzarri, stralunati, metafisici e poetici, degni di una pellicola on the road che si rispetti: dall'incontro con i saltimbanchi e con la donna che partorisce, a quello con la prostituta Luna (Femi Benussi), con cui padre e figlio si appartano separatamente, dal convegno dei "dentisti dantisti" alla guerra scatenata dall'aver... defecato nei campi, senza dimenticare la ragazza vestita da angelo che affascina Ninetto (la stessa attrice dell'annunciazione nel "Vangelo secondo Matteo"). La colonna sonora di Ennio Morricone, che si apre con gli straordinari titoli di testa cantati da Domenico Modugno, ingloba un po' di tutto: da Mozart (un paio di arie del "Flauto magico") a "Fischia il vento". Sergio Citti e Vincenzo Cerami sono aiuto registi.

23 aprile 2015

Comizi d'amore (Pier Paolo Pasolini, 1965)

Comizi d'amore
di Pier Paolo Pasolini – Italia 1965
con Alberto Moravia, Cesare Musatti
***

Visto in divx.

Mentre girava per l'Italia alla ricerca delle location per "Il vangelo secondo Matteo", Pasolini decise di realizzare una serie di interviste per scoprire cosa pensassero gli italiani del sesso. Ne risulta un prezioso documentario d'inchiesta che fotografa le paure, la confusione, l'arretratezza e il conformismo dell'Italia dei primi anni sessanta a proposito della sessualità, argomento che in generale si rifiuta di indagare, nonché di questioni sociali quali la prostituzione, l'omosessualità, il matrimonio e il divorzio (all'epoca non ancora legale nel nostro paese). Oltre ad amici intellettuali (Alberto Moravia, Cesare Musatti, Oriana Fallaci, Camilla Cederna, Adele Cambria, Ignazio Buttitta, Giuseppe Ungaretti...) e ad alcuni divi (Peppino Di Capri, i calciatori del Bologna), Pasolini – sullo schermo doppiato da Lello Bersani – intervista contadini, operai, studenti, soldati, bagnanti sulle spiagge. Il quadro che ne esce è sconfortante: ignoranza, chiusura, ritrosia a parlare di sesso e ad uscire dai binari della morale cattolica o borghese, a seconda dei casi. Al Nord pare esserci più libertà, soprattutto per i giovani, ma le idee sul sesso sono parecchio confuse; al Sud c'è maggiore chiarezza e integrità, ma sopravvivono tradizioni che vedono la donna prigioniera di uno stato di inferiorità, fra l'elogio della gelosia maschile (il delitto d'onore) e il valore della verginità femminile. Peggio ancora va quando si toccano temi come l'omosessualità o le devianze, condannate e disprezzate senza nemmeno il tentativo di riflettere sull'argomento, come se tutto ciò che è diverso venisse considerato una minaccia diretta per sé stessi. Molti si esprimono a favore di una legge sul divorzio, soprattutto i giovani. Dove invece quasi tutti sembrano essere d'accordo è nell'attaccare la legge Merlin, che pochi anni prima aveva chiuso le case di tolleranza (l'argomento sembra uno dei pochi in cui gli intervistati ammettono senza remore di essere soggetti ad istinti di natura sessuale). In generale l'Italia del miracolo economico mostra di aver trovato il benessere materiale ma di essere ancora arretrata sessualmente (e spiritualmente). Pasolini è abile a porre domande che provocano una reazione senza lasciar trasparire le proprie idee, anzi a volte fingendo accondiscendenza verso gli intervistati: l'intera pellicola è attraversata da un'amara ironia, evidente nei titoli e nelle didascalie che la dividono in capitoli (come quello che annuncia la fine del primo tempo, consigliando allo spettatore di approfittare dell'intervallo per "pensare a tutt'altro" per qualche minuto), ma anche nei brevi momenti di "autocensura" in cui la voce degli intervistati viene zittita perché evidentemente il discorso si fa troppo esplicito.

13 aprile 2011

Il vangelo secondo Matteo (P. P. Pasolini, 1964)

Il vangelo secondo Matteo
di Pier Paolo Pasolini – Italia 1964
con Enrique Irazoqui, Margherita Caruso
****

Rivisto in DVD, con Rachele, Paola e Stefano.

Comunista, ateo e omosessuale dichiarato, Pasolini non ha mai fatto mistero di sentire costantemente l'influenza della cultura cattolica in cui è vissuto, come aveva fatto confessare al suo alter ego Orson Welles ne "La ricotta", segmento del film a episodi "Ro.Go.Pa.G." (a causa del quale, peraltro, era stato condannato per vilipendio alla religione): alla domanda "Che cosa vuole esprimere con questa sua nuova opera?", Welles/Pasolini rispondeva "Il mio intimo, profondo, arcaico cattolicesimo". Dunque non deve sorprendere più di tanto che PPP abbia voluto realizzare una versione cinematografica della vita di Gesù. Quello che invece stupisce è che si tratti dell'adattamento più "puro", fedele e rispettoso mai realizzato, addirittura al punto di non aggiungere alcun dialogo che non fosse già presente nella fonte originale (Maria, per esempio, non parla mai perché nel Vangelo non sono riportate le sue frasi: si gioca tutto sugli sguardi, sulle inquadrature, sulla musica), senza contaminare l'opera con interpretazioni ideologiche e tenendosi lontano dall'iconografia tradizionale, spesso posticcia (nessun Cristo biondo con i capelli lunghi e gli occhi azzurri: sia lui che gli altri personaggi hanno fattezze rigorosamente mediterranee). La genesi del film è stata raccontata da Pasolini stesso: invitato ad Assisi in occasione di un evento culturale (nel periodo in cui Giovanni XXIII – alla cui "cara, lieta, familiare memoria" è dedicata la pellicola – invitava i fedeli ad aprire un dialogo con gli intellettuali non credenti), fu costretto a restare chiuso per un'intera giornata in albergo perché proprio una visita del papa aveva paralizzato il paese. Non si era portato nulla da leggere, e nella stanza dell'hotel era disponibile soltanto il Nuovo Testamento: si rilesse dunque di fila i quattro vangeli e gli venne d'impulso il desiderio di portarne uno sullo schermo. Scelse quello di Matteo perché era il più stimolante ("Giovanni era troppo mistico, Marco troppo volgare, Luca troppo sentimentale"): a differenza degli altri film sulla vita di Gesù, che mescolano episodi tratti un po' da tutti e quattro i vangeli (e anche dalle tradizioni successive), questo si attiene infatti dall'inizio alla fine a un unico testo e fa felicemente a meno della zavorra dogmatica che la Chiesa vi avrebbe depositato sopra nei secoli successivi (indicativa, nel titolo, l'omissione del "San" davanti al nome di Matteo).

Un viaggio in Terrasanta per scegliere le location (da cui nacque un documentario, "Sopralluoghi in Palestina") si rivelò inutile, perché alla fine PPP decise di girare la pellicola in Italia (fra Lazio, Puglia, Calabria e Basilicata, e in particolare fra i sassi di Matera): una scelta controversa che però si rivelò vincente, al punto da ispirare successivi registi come Martin Scorsese (che avrebbe voluto ambientare "L'ultima tentazione di Cristo" negli stessi luoghi) e Mel Gibson (che vi girò effettivamente "La passione di Cristo"). Gli scenari, arcaici e rupestri, sono nobilitati dalla fotografia in bianco e nero di Tonino Delli Colli che dona loro un aspetto fuori dal tempo e una qualità cinematografica di altissimo livello. La narrazione fluisce in maniera naturale e pulita, attraverso una successione di episodi, parabole, miracoli e discorsi, con un risultato al tempo stesso astratto e ieratico, spirituale e concreto, che restituisce la dimensione religiosa e rivoluzionaria del personaggio (sì, perché il Gesù originale è davvero lontano dall'immagine distorta che ne è stata fatta nei secoli seguenti) senza le ombre di bigottismo e le tentazioni agiografiche che normalmente affossano gli adattamenti dei testi evangelici. Affascina, in particolare, la semplicità di alcune scene (a cominciare da quella con cui si apre la pellicola, l'annunciazione, ma anche l'incontro col diavolo nel deserto) dove gli sguardi e le immagini comunicano più di mille parole, al punto da rievocare capolavori espressionisti del cinema muto come "La passione di Giovanna d'Arco" di Dreyer. Quanto alle parole, oltre ai passi più noti e agli episodi più popolari la pellicola presenta anche passaggi (l'episodio del fico inaridito) e frasi meno citate, alcune delle quali sorprendono non poco chi non conosce bene i testi originali ("Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare la pace, ma la spada. Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre").

Notevole la scelta degli attori, dai volti scavati e fuori dal comune, quasi tutti – come Pasolini era solito fare – presi dalla strada o scelti fra non professionisti (e poco importa se la dizione non è sempre perfetta o se qua e là affiorano gli accenti), compresi diversi amici, poeti, scrittori e intellettuali (Natalia Ginzburg, per esempio, è Maria di Betania; Marcello Morante, fratello di Elsa, è Giuseppe; Mario Socrate è Giovanni Battista; J. Rodolfo Wilcock è Caifa; Enzo Siciliano è Simone; Alfonso Gatto è Andrea; Giorgio Agamben è Filippo). Per il ruolo di Gesù, PPP avrebbe inizialmente pensato a Jack Kerouac o Allen Ginsberg, ma poi preferì Enrique Irazoqui, giovane studente spagnolo (catalano, per la precisione) che aveva scritto una tesi sul suo romanzo "Ragazzi di vita" ed era giunto a Roma per incontrarlo: l'attore, il cui volto ricorda i Gesù dipinti da El Greco, nel film viene doppiato – unico fra tutti – da Enrico Maria Salerno. Molto belle le giovani Margherita Caruso (Maria da giovane) e Paola Tedesco (Salomè), così come Rossana Di Rocco che interpreta l'angelo. Ninetto Davoli appare brevemente (ed è il suo debutto sullo schermo, non accreditato) nei panni di un pastore. Ma la scelta di casting più azzardata e chiacchierata, naturalmente, è quella di Susanna Pasolini nel ruolo della Madonna anziana. Aver scelto la propria madre per interpretare l'icona per eccellenza della maternità non è certamente stato casuale: in più, va considerato che Susanna era una fervente e devota cattolica, e che – proprio come Maria – in seguito dovette sopportare il dolore di piangere il figlio ucciso prematuramente. La musica è perlopiù classica (Bach, Mozart, il Prokofiev di "Alexander Nevsky"!), ma ci sono anche un canto africano (tratto dalla "Missa Luba" congolese, sui titoli di testa e di coda) e soprattutto il bellissimo gospel "Sometimes I Feel Like a Motherless Child" in alcune delle scene più iconiche (l'adorazione dei re magi, il battesimo per mano di Giovanni Battista).

8 febbraio 2011

Ro.Go.Pa.G. (Rossellini, Godard, Pasolini, Gregoretti, 1963)

Ro.Go.Pa.G. - Laviamoci il cervello
di Roberto Rossellini, Jean-Luc Godard, Pier Paolo Pasolini, Ugo Gregoretti – Italia/Francia 1963
**1/2

Visto in divx.

Film diviso in quattro episodi: il titolo è formato dalle prime lettere dei nomi dei registi. Fra i segmenti spicca soprattutto quello di Pasolini, alla sua terza fatica cinematografica dopo "Accattone" e "Mamma Roma". Alla sua uscita venne condannato per vilipendio alla religione, e il regista fu costretto a modificarne alcuni passaggi.

"Illibatezza", di Roberto Rossellini, con Rosanna Schiaffino e Bruce Balaban (*1/2)
Una hostess dell'Alitalia (che al geloso fidanzato invia pellicole da lei filmate anziché lettere d'amore) viene corteggiata a Bangkok da un invadente uomo d'affari americano. Per sbarazzarsene, visto che lui è attratto dal suo aspetto perbene, comincia a comportarsi in maniera più trasgressiva. Episodio insignificante, decisamente il meno interessante del lotto. Come colonna sonora c'è la melodia di "Casta diva".

"Il nuovo mondo", di Jean-Luc Godard, con Jean-Marc Bory e Alexandra Stewart (**)
In seguito a un'esplosione atomica sui cieli di Parigi, gli abitanti della città cominciano a perdere la propria umanità e a comportarsi in maniera apatica e meccanica. Il protagonista se ne rende conto osservando il cambiamento sfuggente e imprevedibile della donna di cui è innamorato (e che gli dice frasi come "io ti ex-amo") . Un approccio intellettualistico e filosofico ai pericoli di "un futuro atomico forse già cominciato".

"La ricotta", di Pier Paolo Pasolini, con Orson Welles e Mario Cipriani (***1/2)
Una troupe cinematografica sta girando sulle colline intorno a Roma un film in costume sulla passione di Cristo. Il poveraccio Stracci, che interpreta la parte del ladrone buono, consegna il suo cestino del pranzo alla propria famiglia e poi, per non morire di fame, vende il cagnolino della prima attrice (Laura Betti) in cambio di pane e ricotta. Dopo essersi abbuffato, morirà sulla croce prima ancora di recitare la sua unica battuta. Straordinario affresco con il quale Pasolini attualizza la rappresentazione sacra, fondendo realismo e visionarietà, dramma e umorismo, spirito religioso (l'empatia verso l'umile protagonista, un "morto di fame" schernito da tutti) e invettiva sociale (l'ira del regista contro l'uomo medio, definito come "un mostro, un pericoloso delinquente... conformista, colonialista, razzista, schiavista, qualunquista..."). Vivace, ironico e grottesco, il cortometraggio sorprende a ogni scena (dallo spogliarello improvvisato da una comparsa al cane parlante che ripete le parole che i tecnici si passano di bocca in bocca): Pasolini gioca con il movimento (la corsa accelerata), la fotografia (le staticissime scene in costume – tableaux vivants che ricordano le opere dei pittori manieristi – sono a colori, mentre il resto del film è in bianco e nero), il sonoro (la banda musicale che esegue "Sempre libera degg'io" dalla Traviata; i dischi di twist che sostituiscono Scarlatti nella colonna sonora durante le riprese) e contemporaneamente non perde di vista i contenuti. Nella parte del regista marxista che con questa opera afferma di voler esprimere il suo "intimo, profondo, arcaico cattolicesimo" c'è uno straordinario Orson Welles, autentico alter ego di un Pasolini che gli mette in bocca le proprie parole sia quando risponde svogliatamente alle domande di un giornalista (al quale ricorda che "il produttore del mio film è anche il padrone del suo giornale") sia quando legge una sua poesia ("Io sono una forza del Passato"). In parti minori compaiono anche Tomas Milian, Ettore Garofalo e Lamberto Maggiorani.

"Il pollo ruspante", di Ugo Gregoretti, con Ugo Tognazzi e Lisa Gastoni (**1/2)
Mentre un economista dalla voce meccanica espone in un congresso di sociologia le sue teorie sul marketing e sull'induzione di "falsi bisogni" nei consumatori, una famiglia ne dimostra inconsapevolmente l'efficacia: bombardati dalla televisione (c'è anche un cameo di Topo Gigio), i bambini si esprimono attraverso slogan pubblicitari, mentre gli adulti si illudono di essere liberi e di pensare con la propria testa senza accorgersi di desiderare quello che altri hanno deciso per loro. Troveranno la forza di ribellarsi, ma faranno una brutta fine. Una satira contro la società dei consumi, forse un po' scontata e didascalica (la metafora del pollo ruspante, più libero rispetto al pollo di allevamento, è fin troppo esplicita) ma comunque ancora attuale e per nulla datata. Il figlio del protagonista è interpretato da Ricky Tognazzi, che all'epoca aveva sette anni.

2 febbraio 2011

Mamma Roma (P. P. Pasolini, 1962)

Mamma Roma
di Pier Paolo Pasolini – Italia 1962
con Anna Magnani, Ettore Garofolo
***1/2

Rivisto in DVD, con Luca, Ilaria e Paola.

Il secondo, toccante lungometraggio di Pasolini è ancora ambientato nel mondo del proletariato romano, proprio come il precedente "Accattone" e come i suoi romanzi sui "ragazzi di vita"; stavolta però il regista fa ricorso a un'interprete professionista e già affermata come Anna Magnani (anche se la collaborazione si rivelò conflittuale e in seguito entrambi ebbero a lamentarsi, forse a torto, del risultato) e non solo ad attori dilettanti (come l'esordiente Ettore Garofolo, che interpreta il figlio della protagonista e che ha lo stesso nome e cognome del suo personaggio). Mamma Roma è una prostituta di mezza età che ha finalmente l'occasione di cambiare vita dopo che il suo protettore Carmine (Franco Citti) si è sposato, lasciandola libera di trasferirsi in un altro quartiere e di trovare un nuovo lavoro (vendere frutta e verdura al mercato rionale). La donna chiama a vivere con sé il figlio sedicenne Ettore – fino ad allora cresciuto in provincia, ignaro della professione della madre – e si dà da fare in tutti i modi per garantirgli un futuro migliore, giungendo persino a mettere in scena un elaborato inganno (con la complicità di una ex "collega") ai danni del proprietario di un ristorante per costringerlo ad assumere Ettore come cameriere. Ma i suoi sogni verranno infranti quando il figlio, rinchiuso in prigione per un furtarello, morirà in preda ai deliri della febbre. Realistico e struggente, il film è perfettamente bilanciato fra momenti drammatici e altri più leggeri, fra quadri di convivenza familiare e scorci di vita di strada, fra scene dedicate alla madre e altre riservate al figlio.

I personaggi, ritratti in maniera intensa e vitale (l'uso della parlata romanesca è essenziale per la loro caratterizzazione), lottano contro un destino che impedisce ogni speranza di riscatto sociale ("Dal niente non si costruisce niente", spiega con pragmatica crudeltà un parroco alla protagonista). Nonostante Mamma Roma cerchi di atteggiarsi a donna borghese, andando a messa e frequentando nuove compagnie, il suo passato ritorna in continuazione, e Carmine rispunta nel momento meno indicato per costringerla a tornare sulla strada. Quello interpretato dalla Magnani è un personaggio indimenticabile, vivace e di grande temperamento, spontaneo e ostinato: qua e là si lascia sfuggire dettagli di un tumultuoso passato, non si sa quanto veritieri, mentre l'unica cosa certa è il suo amore senza limiti per il figlio, con cui balla il tango sulle note della vecchia canzone "Violino tzigano" e del quale cerca di indirizzare non solo la vita lavorativa ma anche quella sentimentale ("All'età tua, l'unica donna che devi avere è tua madre!", gli grida quando scopre che corteggia Bruna, giovane dai facili costumi; e subito dopo chiede alla giovane prostituta Biancofiore di andare a letto con lui per fargli dimenticare quella cotta). Dal suo canto Ettore, con la sua ingenuità e la sua innocenza di fondo, è l'altra anima della pellicola: e le lunghe scene in cui girovaga per la città in compagnia degli amici portano lo spettatore ad affezionarsi a lui e a partecipare ai sentimenti di Mamma Roma, rendendo ancora più straziante la scena finale in cui gli occhi sbarrati della Magnani, mentre guarda la città fuori dalla finestra, sembrano prendere atto di quanto c'era di vero nella frase che lei stessa aveva detto al figlio all'inizio del film: "Te ancora n'ha sai tutta la cattiveria der monno".

Se si pensa che Pasolini era praticamente un autodidatta per quanto riguardava la tecnica cinematografica, il livello estetico e qualitativo del film fa impressione: la magnifica fotografia in bianco e nero è merito di Tonino Delli Colli, è vero, ma PPP ci mette del suo nelle splendide inquadrature di una Roma periferica e in via di sviluppo, nei lunghi piani sequenza che accompagnano le camminate notturne della Magnani mentre parla a uomini sempre diversi che si materializzano al suo fianco per poi sparire nel buio, nell'utilizzo del panorama e degli scenari (memorabile lo spiazzo degli acquedotti dove Ettore incontra gli amici o Bruna, fra rovine antiche che si ergono quasi come testimoni indifferenti della vicende moderne che si svolgono sotto di loro). La commistione fra arte colta e vita popolare, tanto cara al regista, risalta anche nell'ampio ricorso che Pasolini fa all'iconografia religiosa (i due esempi più evidenti sono la scena iniziale del banchetto di nozze, che ricorda l'ultima cena, e l'inquadratura ripetuta di Ettore sdraiato sul tavolo della prigione, mostrato in prospettiva come il "Cristo morto" del Mantegna), oltre che – come detto – nella coesistenza di antiche rovine e nuove costruzioni popolari; e poi, naturalmente, nella colonna sonora costituita da brani di Vivaldi che fanno da sfondo intenso e quasi religioso alle vicende di personaggi che probabilmente Vivaldi non l'hanno mai sentito nominare e che semmai ascoltano canzonette e cantano volgari strofe da osteria (come quelle intonate da Mamma Roma e da altri commensali al matrimonio di Carmine).

1 ottobre 2008

Accattone (Pier Paolo Pasolini, 1961)

Accattone
di Pier Paolo Pasolini – Italia 1961
con Franco Citti, Franca Pasut
***1/2

Rivisto in VHS, con Marisa.

Il bel film d'esordio di Pasolini, se da un lato sembra debitore del neorealismo italiano (la descrizione non edulcorata della miseria e della piccola delinquenza, lo sfondo delle desolate periferie di Roma, la fotografia in bianco e nero di Tonino Delli Colli), dall'altro si pone nel solco di una poetica del tutto personale, la stessa che l'autore portava avanti con le sue opere letterarie come i romanzi "Ragazzi di vita" e "Una vita violenta", ambientati fra la gioventù sottoproletaria delle borgate romane e capaci di dare voce (anche attraverso l'uso della parlata dialettale) a fasce di popolazione che il cinema e la letteratura sembravano voler ignorare perché troppo squallide, umili oppure scomode in un periodo storico dominato dalla piccola borghesia che stava "ricostruendo" l'Italia e che mal sopportava di veder elevati a protagonisti di opere d'arte i reietti e gli "scarti" della società. Il protagonista Vittorio, chiamato da tutti "Accattone" (soprannome che lui stesso sfoggia orgogliosamente: "Di Vittorio ce ne sono tanti, di Accattone uno solo"), si vanta di non aver mai lavorato nella propria vita. Trascorre le giornate in strada o al bar in compagnia di amici della stessa risma e si mantiene facendo il "pappone", sfruttando Maddalena, una prostituta: quando questa verrà arrestata, cercherà di mettere sulla stessa strada anche la più ingenua Stella, della quale finirà forse per innamorarsi. Il proposito di trovarsi un lavoro "onesto" durerà una sola giornata: dopo un inquietante sogno premonitore, morirà in un incidente in seguito a un tentativo di rapina, e le sue ultime parole saranno: "Mo' stò bene". Più che sulla trama, la pellicola punta tutto sulle atmosfere e sullo scenario di una Roma che sembra uscita da poco dalla guerra, fra case diroccate, discariche abusive, campi incolti, strade dissestate e quartieri poveri non ancora raggiunti dal boom economico i cui frutti si intravedono sullo sfondo, sotto forma dei primi condomini e casermoni di cemento. In un mondo che poggia le proprie fondamenta sulla miseria e la prostituzione, Accattone e i suoi compari cercano di mantenersi a galla fra scherzi e scommesse, lavori malpagati e bighellonaggio, mentre i loro canti popolari e gli stornelli in romanesco si intrecciano con la musica "religiosa" di Johann Sebastian Bach che sembra voler nobilitare un mondo privo di Dio ed esistenze senza un futuro (l'uso della musica classica in un contesto così povero mi ha ricordato quello che farà Kiarostami nei suoi film iraniani). Bernardo Bertolucci (che l'anno seguente avrebbe esordito a sua volta filmando un soggetto di Pasolini, "La commare secca") figura come aiuto regista e forse ha contribuito all'impronta tecnica del film, visto che PPP era un assoluto neofita della macchina da presa: per sua stessa ammissione, la decisione di dedicarsi all'attività di regista cinematografico era nata per esprimersi "in una tecnica diversa, di cui non sapevo nulla e che imparai in questo primo film". Certo, il linguaggio cinematografico è spesso "sgrammaticato" (eccesso di primi piani statici, montaggio confuso, inquadrature e "salti" da film muto) ma il risultato è eccellente, crudo e realistico. Anche per questo motivo non mancarono violenti polemiche da parte di politici e di benpensanti, che osteggiarono in ogni modo il film: "Accattone" fu la prima pellicola, nella storia del cinema italiano, a essere vietata per decreto ai minori di 18 anni (all'epoca la normativa prevedeva al massimo il divieto ai minori di 16 anni).