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30 dicembre 2020

The midnight sky (George Clooney, 2020)

The Midnight Sky (id.)
di George Clooney – USA 2020
con George Clooney, Felicity Jones
*1/2

Visto in TV (Netflix), con Sabrina.

Rimasto solo in una stazione scientifica nell'Artico, su una Terra resa inabitabile da una catastrofe radioattiva e i cui ultimi abitanti si sono rifugiati sottoterra, uno scienziato morente (Clooney) cerca di comunicare con l'equipaggio di un'astronave che sta tornando da una missione di esplorazione su K-23, satellite di Giove che potrebbe ospitare la razza umana. A bordo della navetta, anche se lo scopriremo solo alla fine, c'è anche la figlia segreta dell'uomo, Sullivan (Jones), un cui simulacro muto e sotto forma di bambina (Caoilinn Springall) gli tiene compagnia nella sua immaginazione. Ambizioso ma noiosissimo film di "fantascienza umanistica", sulle orme di "Interstellar" e "Ad astra", tratto da un romanzo di Lily Brooks-Dalton. Di fatto è come assistere a due pellicole in simultanea, visto che le vicende dello scienziato e dell'astronave procedono in parallelo quasi senza punti di contatto (se non i temi della comunicazione e della "famiglia"), e che la rivelazione finale non aggiunge chissà quale significato recondito alle lungaggini che l'hanno preceduta. Quanto agli aspetti filosofici (e alle implicazioni biologiche), risultano banali o poco approfonditi. Rimangono le belle immagini (ottimi gli effetti speciali) e le scene della navigazione nello spazio, anche se molte delle vicissitudini che capitano ai personaggi sono del tutto improbabili e gli errori scientifici non sono pochi, quasi un peccato imperdonabile se commesso decenni dopo "2001" (e altri film più accurati da questo punto di vista, in primis "Gravity" con lo stesso Clooney). Da dimenticare in fretta. Gli altri membri dell'equipaggio della nave sono David Oyelowo, Kyle Chandler, Demián Bichir e Tiffany Boone, mentre Ethan Peck è Clooney da giovane.

27 ottobre 2018

La tenda rossa (Mikhail Kalatozov, 1969)

La tenda rossa (Krasnaya palatka)
di Mikhail Kalatozov – URSS/Italia 1969
con Peter Finch, Sean Connery
*1/2

Visto in TV.

Quarant'anni dopo aver guidato (nel 1928) un'infausta spedizione in dirigibile al Polo Nord, sulle orme di Amundsen (che aveva sorvolato l'Artico, senza però atterrare), il generale dell'aviazione italiana Umberto Nobile (Peter Finch) convive con i propri fantasmi, ovvero gli spiriti degli uomini morti durante la spedizione, che gli compaiono letteralmente davanti agli occhi per accusarlo delle sue colpe, imbastendo a casa sua un vero e proprio processo. Riviviamo così tutti gli eventi di quella tragica avventura, quando Nobile e altri membri dell'equipaggio, precipitati sui ghiacci, furono costretti a resistere al gelo per mesi, al riparo di una tenda dipinta di rosso, in attesa di soccorsi che non giungevano mai (l'esercito italiano ignorava la posizione dei superstiti, mentre una nave rompighiaccio russa non riusciva a farsi strada). Kolossal epico e survival, co-produzione fra l'Unione Sovietica e l'Italia (era la prima volta che l'URSS realizzava un film insieme a un paese occidentale!), la pellicola colora di toni romantici e drammatici la vera storia del dirigibile Italia, ispirandosi alle memorie dello stesso Nobile, eroe tragico scosso dai sensi di colpa, una sorta di Lord Jim (anche lui fu accusato di essersi salvato mentre i suoi uomini morivano). Nonostante gli sforzi della megaproduzione e l'attenzione ai dettagli storici, il film risulta però alquanto pesante, nonché carente nella caratterizzazione dei personaggi (belle, invece, le scene sui ghiacci che mostrano la lotta fra l'uomo e la natura). Musiche di Ennio Morricone. Fu l'ultimo film del regista di "Quando volano le cicogne". Claudia Cardinale è Valeria, l'infermiera innamorata di uno dei membri dell'equipaggio, che chiede l'aiuto di Roald Amundsen (Sean Connery): il suo ruolo fu ampliato su richiesta del produttore Franco Cristaldi, che all'epoca era suo compagno. Massimo Girotti è l'indeciso capitano Romagna. Mario Adorf è Biagi, il radiofonista che canta la canzone delle osterie romane. Nel cast anche Hardy Krüger (l'aviatore Einar Lundborg), Eduard Martsevich (il meteorologo Finn Malmgren) e un giovane Nikita Michalkov (il pilota russo Chuknovsky).

14 agosto 2016

Insomnia (Christopher Nolan, 2002)

Insomnia (id.)
di Christopher Nolan – USA 2002
con Al Pacino, Robin Williams
**

Rivisto in divx.

Due poliziotti di Los Angeles vengono inviati in uno sperduto villaggio dell'Alaska per indagare sull'omicidio di una ragazza. Uno dei due è Will Dormer (Al Pacino), autentica celebrità del mondo investigativo, ammirato come un eroe dalla giovane detective locale Ellie Burr (Hilary Swank), che ha addirittura scritto la sua tesi su di lui. Dormer sta però attraversando un brutto momento: sotto pressione perché inquisito dagli affari interni che lo sospettano di aver manomesso le prove in alcune indagini, teme che il collega Hap Eckhart (Martin Donovan) possa deporre contro di lui. Nel corso di un appostamento per catturare l'assassino della ragazza, Dormer uccide senza volerlo proprio Eckhart, e in preda ai sensi di colpa simula che il proiettile sia stato sparato dall'uomo cui stanno dando la caccia. Ma questi, lo scrittore Walter Finch (Robin Williams), ha visto tutto e ne approfitta per ricattare il detective, chiedendo il suo aiuto per essere scagionato e far ricadere le accuse su qualcun altro... Remake di un omonimo film norvegese del 1997, il terzo lungometraggio di Nolan è anche l'unico per il quale il regista non figura come scrittore (anche se pare abbia comunque contribuito alla versione finale della sceneggiatura). Più che sulla trama poliziesca, con forti venature noir, la pellicola si concentra nella progressiva discesa del protagonista in un inferno personale, fra rabbia repressa, sensi di colpa e dubbi morali, il tutto accompagnato da uno stato di salute (mentale e fisica) messo a dura prova dall'incapacità di dormire, non essendo abituato al fatto che a latitudini elevate il sole non tramonta quasi mai, e dunque il cielo è luminoso anche di notte. Dormer si ritrova così a lottare non solo con la tentazione e la corruzione, ma anche contro le proprie allucinazioni e i propri fantasmi. Più lineare degli altri lavori di Nolan, il thriller è caratterizzato da un andamento lento, da musica d'atmosfera e dai paesaggi freddi e spettrali di un Artico inospitale, anche se l'originale componente dostoevskiana del prototipo norvegese risulta attenuata da uno script un po' macchinoso e dall'ingombrante presenza delle star hollywoodiane. Al fianco di un ottimo Pacino che mostra nel volto la progressiva stanchezza fisica e morale, non convince fino in fondo Robin Williams nell'insolito ruolo del cattivo.

16 dicembre 2014

Nanuk l'eschimese (Robert J. Flaherty, 1922)

Nanuk l'eschimese (Nanook of the North)
di Robert J. Flaherty – USA 1922
con Allakariallak, Nyla, Cunayou
***

Visto su YouTube, con Sabrina.

Definito come il primo documentario di lunga durata della storia del cinema (escludendo dunque quanto prodotto nei primissimi anni della settima arte dagli operatori dei fratelli Lumière, quando di fatto quasi ogni pellicola era da considerarsi un documentario!), questo film seminale mostra la difficile vita di una famiglia di eschimesi (o, per la precisione, di inuit) fra le distese di ghiaccio del Canada artico. Sin dagli anni dieci Flaherty compì diversi viaggi attorno alla Baia di Hudson, alla ricerca di un buon soggetto per un film, finché non decise di unirsi alla famiglia in questione per riprenderne su pellicola gli spostamenti, le battute di caccia (alle foche, ai trichechi, ai pesci, alle volpi), le usanze tradizionali e le tecniche di sopravvivenza (celebre è la scena della costruzione dell'igloo). Protagonista è Nanuk (il cui vero nome era Allakariallak), capo di una numerosa famiglia che comprende la moglie Nyla e diversi figli. Il film fece scalpore, e contribuì a fondare un filone – quello del documentario antropologico – che lo stesso Flaherty continuò a frequentare con i suoi lavori successivi (tra cui "Moana", "L'uomo di Aran" e "Tabù"). E pazienza se alcune sequenze (come la visita all'emporio dell'uomo bianco, dove Nanuk finge stupore davanti a un grammofono) furono in realtà "messe in scena" dal regista a beneficio degli spettatori: erano tempi pionieristici, e il concetto di "cinema-verità" non era ancora stato inventato. Anche altri dettagli, se è per questo, sono stati piegati alle esigenze filmiche: Nanuk e i suoi, per esempio, conoscevano le armi da fuoco, eppure davanti all'obiettivo utilizzano soltanto i metodi tradizionali di caccia e di pesca con gli arpioni. Tutto ciò non va comunque a discapito del senso di autenticità, soprattutto se il lungometraggio è paragonato ai contemporanei film di finzione: e la pellicola resta un documento prezioso nel mostrare la dura vita nell'artico, i costumi, gli spostamenti e le arti necessarie per sopravvivere in luoghi così freddi e ostili. Nanuk – che in fondo è il progenitore di personaggi come Dersu Uzala – è stato definito dal critico Roger Ebert come "uno degli esseri umani più vitali e memorabili mai immortalato su pellicola".

6 giugno 2013

Nói Albínói (Dagur Kàri, 2003)

Nói Albínói (id.)
di Dagur Kàri – Islanda 2003
con Tómas Lemarquis, Thröstur Leo Gunnarsson
**1/2

Visto in TV, con Sabrina.

In una desolata cittadina islandese, sommersa dalla neve e dal ghiaccio, il giovane Nói conduce un'esistenza vacua e inquieta: vive con la nonna, frequenta saltuariamente il padre (un tassista alcolizzato), corteggia una ragazza da poco arrivata dalla capitale (figlia del locale libraio), marina la scuola, lavora al cimitero, e sogna ad occhi aperti di trasferirsi altrove, magari alle Hawaii. Uno dei pochi film islandesi ad aver conquistato una certa notorietà fuori dalla propria patria (e ad aver vinto diversi premi nei festival internazionali), è un insolito ritratto di un teenager outsider e isolato, che trascorre le sue giornate senza fare nulla, allergico allo studio e al lavoro (nonostante a tratti dimostri un'intelligenza e un intuito fuori dal comune), fuori posto in una società che al tempo stesso gli sta stretta (nel paesino remoto in cui vive, e in cui tutti si conoscono, non accade mai nulla) e larga (non ama la compagnia e si rifugia spesso nel suo nascondiglio segreto, una cantina sotto casa da cui accede attraverso una botola): insomma, quasi un alieno (vista anche la calvizie e la mancanza di sopracciglia: il titolo suggerisce che si tratti di un albino). La fotografia che estromette tutti i colori caldi e lascia soltanto quelli freddi (blu e verde) accentua ancora di più la gelida atmosfera della pellicola, che nonostante alcuni momenti ironici (il tentativo di rapina in banca) non raggiunge i picchi di stralunata surrealità dei film finlandesi, per esempio quelli di Aki Kaurismäki, ma è comunque efficace nel mettere in scena il microcosmo in cui sui muove il protagonista. Il finale (con l'immagine del visore stereoscopico che prende vita) sembra lasciar intendere che, dopo la tragedia che colpisce lui e il suo villaggio, Nói potrebbe finalmente cambiar vita e trasformare in realtà quelli che erano semplici sogni o potenzialità. Ma naturalmente non ci è dato sapere cosa gli accadrà.