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22 giugno 2023

Selvaggina di passo (R. W. Fassbinder, 1973)

Selvaggina di passo (Wildwechsel)
di Rainer Werner Fassbinder – Germania 1973
con Eva Mattes, Harry Baer
**1/2

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli.

Quando la quattordicenne Hanni (Eva Mattes) inizia a frequentare il diciannovenne Franz (Harry Baer), i genitori di lei (Jörg von Liebenfelß e Ruth Drexel) non la prendono bene. Il ragazzo finisce addirittura in carcere per aver fatto l'amore con una minorenne, ma una volta uscito, pochi mesi dopo, i due ricominciano a vedersi e a fare progetti per il futuro. Dopo aver scoperto di essere rimasta incinta, e nel timore che il padre denunci di nuovo il ragazzo e lo faccia tornare in prigione, Hanni convince Franz a uccidere il suo genitore a colpi di pistola nel bosco... Tratto da un testo teatrale di Franz Xaver Kroetz, ispirato a sua volta a un fatto reale di cronaca (del 1967), un film girato per la televisione (ma poi uscito anche nelle sale, persino in Italia, dove peraltro fu ritirato dopo pochi giorni per via dell'argomento così scabroso) con cui Fassbinder mette in scena in maniera realista, lucida e quasi astratta un cupo fatto di cronaca e, soprattutto, la distanza siderale fra le diverse generazioni. Tanto il padre vive nel passato (parla spesso di quando era giovane, resta attaccato ai propri valori piccolo-borghesi, rimpiange addirittura l'epoca del nazismo) tanto la figlia pensa solo al futuro e mai al presente (al punto da non preoccuparsi affatto dei problemi o delle conseguenze di ciò che fa). Il contrasto si vede anche nella pragmaticità del padre ("Senza soldi non c'è amore, e senza lavoro non c'è moglie", dice, peraltro aggiungendo "soprattutto se è mia figlia") rispetto alla noncuranza con cui si muove la figlia, quasi sempre inespressiva (anche nella recitazione), che mostra un disinteresse totale di fronte alla famiglia e all'amore stesso, con l'unico faro del contrasto generazionale (del padre dice che "deve andarsene perché noi abbiamo bisogno di spazio"), il che fa del film un anello di congiunzione fra le opere che trattavano del disagio e della delinquenza giovanile (come "I vinti" di Antonioni) e quelle sui parricidi (come "Creature del cielo" di Peter Jackson). Presi in mezzo a Hanni e suo padre, Franz e la madre fanno quasi la figura dei vasi di coccio. La colonna sonora minimalista fa ripetutamente ricorso ad estratti dal secondo movimento (l'adagio) del quinto concerto di Beethoven per piano e orchestra. Piccole parti per Hanna Schygulla (la ginecologa) e Kurt Raab (il direttore della fabbrica).

14 maggio 2023

Roulette cinese (R. W. Fassbinder, 1976)

Roulette cinese (Chinesisches Roulette)
di Rainer Werner Fassbinder – Germania 1976
con Margit Carstensen, Anna Karina
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Con la scusa dei rispettivi viaggi all'estero per motivi di lavoro, i benestanti coniugi Christ, Gerhard (Alexander Allerson) e Ariane (Margit Carstensen), intendono trascorrere il fine settimana – l'uno all'insaputa dell'altra – con i rispettivi amanti Irene (Anna Karina) e Kolbe (Ulli Lommel), mentre Angela (Andrea Schober), la figlia adolescente della coppia, dovrebbe rimanere a Monaco con la governante Traunitz (Macha Méril). La ragazza, però, che nutre un forte risentimento verso i genitori, dai quali sospetta di non essere amata per via della sua disabilità (è storpia sin dalla tenera età), complotta affinché si ritrovino tutti nella villa di famiglia in campagna, insieme anche ai servitori Kast (Brigitte Mira) e Gabriel (Volker Spengler). E per accrescere ulteriormente le tensioni sotterranee fra i presenti, propone un crudele gioco psicologico a base di indovinelli, la "roulette cinese"... Un "dramma da camera" che è anche uno spietato gioco al massacro delle relazioni e dei sentimenti di una famiglia altoborghese, di cui mette in luce le ipocrisie e le contraddizioni, fra personaggi ambigui e prigionieri dei propri ruoli sociali (vedi i coniugi che, pur tradendosi a vicenda, continuano a professarsi il reciproco amore, o la solidarietà fra le donne rivali: l'unica che sembra non voler nascondere i propri veri sentimenti è Angela, che però è un'inquietante manipolatrice) e le disabilità esteriori di alcuni personaggi (Angela è storpia, Traunitz – come la Marlene di "Petra von Kant" – è muta) che rispecchiano quelle interiori, dove spicca per esempio il complessato Gabriel, scrittore e filosofo sottomesso alla madre e ai suoi padroni. Non mancano alcuni passaggi misteriosi e non risolti (chi è Ali Ben Basset, citato in un frammento di dialogo fra Gerhard e Kast, che lascia intendere un qualche tipo di intrigo politico o addirittura terroristico?). Come spesso nel cinema di RWF, l'impostazione è teatrale: tranne l'incipit, la pellicola si svolge quasi tutta nella villa di campagna dei coniugi Christ, che nella realtà era un piccolo castello in Bassa Franconia di proprietà del direttore della fotografia, Michael Ballhaus. E come in teatro, c'è una letterale pistola di Čechov. Ma l'insieme, forse a parte il finale, è lontano dalla melodrammaticità e dall'insistenza sulle allegorie di altri film del regista tedesco, e si sviluppa in maniera più ambigua, rilassata e quasi surreale, risultando per certi versi sfuggente e ricordando semmai certe cose di Luis Buñuel (come "Il fascino discreto della borghesia").

29 aprile 2022

La libertà di Brema (R. W. Fassbinder, 1972)

La libertà di Brema (Bremer Freiheit)
di Rainer Werner Fassbinder – Germania 1972
con Margit Carstensen, Wolfgang Schenck
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Trasmesso sulla televisione tedesca nel dicembre del 1972, questo film è l'adattamento di una delle tante opere teatrali di Fassbinder: in quanto tale, gli elementi cinematografici sono di poco conto (il personaggi si muovono su un palco, e c'è giusto un fondale su cui vengono proiettate immagini di specchi d'acqua e occasionali primi piani), mentre i punti di forza sono soprattutto il testo, ricco di spunti, e la recitazione, in particolare quella della protagonista (gli attori sono quelli dell'Antiteater, il collettivo diretto dallo stesso Fassbinder: nel cast ci sono Wolfgang Schenck, Kurt Raab, Hanna Schygulla). Il soggetto si ispira a un episodio realmente accaduto a Brema a inizio Ottocento: una donna, Geesche Gottfried, fu giudicata colpevole di aver ucciso quindici persone nel corso di oltre un decennio, tutti avvelenati con l'arsenico (messo nel tè o nel caffè): fra questi il suo primo marito, i suoi figli, i suoi genitori e vari parenti. Fu l'ultima persona giustiziata pubblicamente nella città di Brema. Fassbinder ne rilegge la vicenda in chiave di emancipazione femminile: in un periodo e in un contesto sociale in cui la donna doveva essere del tutto sottomessa all'uomo (che si trattasse del marito, del padre o del fratello), di fatto una serva in casa propria, Geesche non ha altro modo di farsi strada che eliminare fisicamente i suoi tormentatori: cerca così una via per poter seguire i propri sentimenti, per gestire di persona l'azienda di famiglia (una selleria) e per non essere dipendente dalla volontà, dalle consuetudini o dalle imposizioni della morale altrui (comprese quelle della religione, che – come le dice la madre – vuole che la felicità non debba essere cercata sulla terra, qui e ora, ma solo nell'aldilà). E di fronte alle ipocrisie (ogni matrimonio è considerato "felice" dalla società, anche se le donne sono schiavizzate), alle incomprensioni o ai pregiudizi misogini di chi le sta attorno ("Una donna è troppo stupida per capire"), Geesche trova – attraverso il delitto – il modo per rivendicare la propria libertà. Il sottotitolo recita "Una tragedia borghese".

20 febbraio 2022

Le lacrime amare di Petra von Kant (R. W. Fassbinder, 1972)

Le lacrime amare di Petra von Kant
(Die bitteren Tränen der Petra von Kant)
di Rainer Werner Fassbinder – Germania 1972
con Margit Carstensen, Hanna Schygulla
***1/2

Visto in divx.

La stilista Petra von Kant (Margit Carstensen), che vive reclusa nella propria casa in compagnia della silenziosa assistente tuttofare Marlene (Irm Hermann), riceve la visita dell'amica Sidonie (Katrin Schaake) che le presenta Karin (Hanna Schygulla), una giovane modella da poco tornata in Germania dall'Australia. Innamorata della ragazza, la donna la prende sotto la sua ala protettrice e la invita ad abitare con lei: ma quando Karin, dopo aver raggiunto a sua volta la fama, la abbandonerà, Petra avrà un crollo e un esaurimento nervoso... Uno dei capolavori di Fassbinder, uno studio sul narcisismo e la dipendenza amorosa ("Ein krankheitsfall", "Un caso di malattia", recita il sottotitolo) con un cast esclusivamente femminile e tratto da una sua opera teatrale. Tale origine è evidente: l'intera azione – divisa in quattro "atti" di mezz'ora ciascuno – si appoggia ai dialoghi e si svolge tutta nell'appartamento di Petra, anzi nella sua camera da letto, fra colonne e pareti ricoperte da perlinature di legno, tendaggi, quadri (una parete è rivestita completamente da una riproduzione del dipinto seicentesco "Mida e Bacco" di Nicolas Poussin), specchi e oggetti vari, come manichini e bambole, una delle quali ha proprio le fattezze della bionda Karin. Le fenomenali attrici (sei in tutto: ci sono anche Eva Mattes e Gisela Fackeldey, rispettivamente la figlia e la madre di Petra, che appaiono nel quarto e ultimo atto) danno vita a personaggi diversificati, che ruotano tutti intorno alla figura centrale di Petra: dai loro dialoghi con lei, infatti, emergono i suoi sentimenti, le riflessioni sul ruolo della donna nei rapporti d'amore e di potere, il differente modo di atteggiarsi in un mondo solo apparentemente pigro e decadente (sia Petra che Sidonie sono evidentemente di famiglia aristocratica). Notevole in particolare la figura di Marlene, che non parla mai ma assiste e osserva soltanto, pallida e vestita di nero come un servo di scena (un kuroko del teatro giapponese): devota alla sua padrona, accetta di essere comandata e maltrattata da lei e sceglierà di andarsene quando questa invece le mostrerà empatia. È un cinema certo teatrale, con scenografie barocche e claustrofobiche, ma tagliente e profondo nei personaggi e nelle caratterizzazioni psicologiche: Fassbinder al suo meglio, insomma, con le sue attrici belle, vive e sfaccettate, problematiche e complesse, imprigionate nei propri problemi di dipendenza che sfociano in punte di pura (melo)drammaticità. Come colonna sonora, proveniente dai dischi di Petra, ci sono due canzoni del Platters ("Smoke Gets Into Your Eyes" e "The Great Pretender") e poi, nella scena dello "sclero" finale, quando la donna è tormentata dalla disperazione e dal dolore, un estratto dalla "Traviata" di Verdi ("Un dì, felice, eterea") con il celebre inno a "quell’amor ch’è palpito dell’universo intero, misterioso, altero, croce e delizia al cor". Nel 2005 il compositore irlandese Gerald Barry realizzerà proprio un'opera lirica a partire dal testo di Fassbinder. Il film ha ispirato, fra gli altri, cineasti come Olivier Assayas, Peter Strickland e soprattutto François Ozon (che nel 2022 ne realizzerà anche una versione al maschile, "Peter von Kant").

11 agosto 2021

La paura mangia l'anima (R. W. Fassbinder, 1974)

La paura mangia l'anima (Angst essen Seele auf)
di Rainer Werner Fassbinder – Germania 1974
con Brigitte Mira, El Hedi ben Salem
***

Visto in divx, alla Fogona.

Emmi (Mira), vedova anziana e sola, conosce il marocchino Alì (Salem), immigrato in Germania, e se ne innamora, arrivando addirittura a sposarlo. La cosa fa scandalo, perché lui è più giovane di lei ma soprattutto è uno "straniero", e la coppia finisce con l'essere ostracizzata (dai figli di lei, dai vicini di casa, dai negozianti del quartiere, dalle colleghe di lavoro). Ispirandosi in parte a "Secondo amore" e "Lo specchio della vita" di Douglas Sirk, ma collocando la vicenda in un contesto sociale molto diverso e ben definito (la Germania degli anni settanta, dove gli immigrati – specie se arabi o di colore – erano visti con estremo pregiudizio, in particolare dopo gli attentati di Monaco del 1972), Fassbinder (che si ritaglia una particina, quella del marito della figlia della protagonista, interpretata da Irm Hermann) mette in luce il razzismo e l'intolleranza della "gente comune", ma anche l'ipocrisia (quando poi c'è un tornaconto, tutti ricominciano a rivolgere loro la parola e finiscono con l'accettare il nuovo stato delle cose: "Il tempo è un'ottima medicina", è l'amaro commento, che fotografa solo in parte la situazione), senza però limitarsi a un pamphlet socio-politico e raccontando anche le difficoltà psicologiche del rapporto fra due persone così diverse per età e cultura. La fotografia di Jürgen Jürges rievoca, a modo suo, i vividi colori dei film di Sirk. El Hedi ben Salem, al primo ruolo da protagonista, era all'epoca il compagno del regista tedesco, che ha girato il film in meno di due settimane, in una pausa di lavorazione fra altri due lavori ("Martha" ed "Effi Briest"). Ciò nonostante, la pellicola ricevette un grande riscontro critico ed è diventata uno dei film più noti e celebrati di Fassbinder, tuttora di grande attualità. Il titolo originale in tedesco è volutamente sgrammaticato ("Paura mangiare anima": è una frase pronunciata dal marocchino Alì, che non parla bene la lingua): il suo significato è metaforico, ma si fa anche letterale quando veniamo a sapere che gli immigrati, per lo stress, soffrono frequentemente di ulcera perforante.

2 aprile 2021

Il mercante delle quattro stagioni (R. W. Fassbinder, 1972)

Il mercante delle quattro stagioni (Händler der vier Jahreszeiten)
di Rainer Werner Fassbinder – Germania 1972
con Hans Hirschmüller, Irm Hermann
***

Visto in divx.

Disprezzato dalla madre, dai parenti e dagli amici, con un passato di poliziotto e soldato nella legione straniera, l'umile Hans Epp (Hirschmüller) lavora come venditore ambulante di frutta e verdura nella Monaco del dopoguerra ed è sposato con l'asfissiante Irmgard (Hermann), che lo rimprovera per ogni cosa e lo tradisce con un amante. E anche se gli affari lentamente cominciano ad andare meglio, Hans si lascerà cadere in depressione fino a morire... Scritto dallo stesso Fassbinder, che lo ha prodotto con la sua neonata Tango Film, il primo film del regista tedesco a riscuotere un certo successo anche in ambito internazionale è un dramma famigliare stratificato e ricco di temi, raccontato però con semplicità e realismo. Se in certe cose ("l'universo opprimente del miracolo economico tedesco dell'«era Adenauer» con le sue contraddizioni sociali") sembra anticipare il cinema di Ken Loach o dei fratelli Dardenne, in realtà Fassbinder è interessato più all'aspetto intimo e psicologico del suo personaggio, al suo "mal d'essere" che lo porta a voler morire ("Vivrà se ne ha voglia", dice di lui la sorella Anna (Hanna Schygulla), l'unica che lo difende e lo comprende in mezzo all'ipocrisia degli altri). In questo ricorda lavori precedenti di RWF come "Perché il signor R. è diventato matto?". E una struttura non del tutto lineare (scene del passato di Hans in polizia e nella legione straniera si alternano con quelle del presente) e un protagonista illustrato "dall'esterno" (vediamo e sentiamo ciò che tutti gli altri pensano di lui, ma non abbiamo mai accesso diretto ai suoi pensieri) aggiungono spessore all'insieme. Il titolo, spiega Wikipedia, è una traduzione letterale dell'espressione francese "marchand des quatre-saisons", che indica appunto gli ambulanti di frutta e verdura. Il cast comprende Karl Scheydt (l'amante di Irmgard), Klaus Löwitsch (l'amico Harry), Kurt Raab (il cognato) e Ingrid Caven (il "grande amore" di Hans).

7 settembre 2020

Pionieri a Ingolstadt (R. W. Fassbinder, 1971)

Pionieri a Ingolstadt (Pioniere in Ingolstadt)
di Rainer Werner Fassbinder – Germania 1971
con Hanna Schygulla, Harry Baer
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Una truppa del genio pionieri dell'esercito giunge nella città di Ingolstadt per costruire un ponte. Le ragazze del luogo, in particolare quelle delle classi inferiori, si affrettano a farsi corteggiare dai soldati. C'è chi, come Alma (Irm Hermann), passa da uno all'altro con estrema disinvoltura, suscitando la gelosia delle compagne. E chi, come la domestica Berta (Hanna Schygulla), cerca l'amore vero, illudendosi di averlo trovato in Karl (Harry Baer), soldato scontroso e malinconico che invece non si cura di lei e finirà con l'abbandonarla, anche perché ha già una fidanzata (e magari un figlio) in ogni città. Tratto da una pièce teatrale di Marieluise Fleisser (scritta nel 1928, ispirata a fatti reali, modificata in collaborazione con Bertolt Brecht e infine riveduta nel 1968), un film per la tv che è – ingiustamente – fra i lavori meno noti di Fassbinder, anche perché frutto di compromessi fra il regista e la committenza televisiva (il primo avrebbe voluto ambientarlo nella Germania contemporanea, convinto che i temi trattati – sessismo, oppressione, invidia, grettezza – fossero comuni a ogni società piccolo-borghese; l'emittente invece voleva mantenere il setting negli anni Venti, soprattutto per non offendere l'esercito: il risultato è una collocazione temporale ambigua e indistinta). Costruito su una serie di scenette vagamente interconnesse fra loro, il dramma segue le vicende di numerosi personaggi: le ragazze, i soldati (in lotta contro un dispotico sergente maggiore), i notabili del luogo (segnatamente il datore di lavoro di Berta, un arcigno negoziante, e suo figlio, un giovane inetto senza esperienze sessuali). Nel cast, Klaus Löwitsch (il sergente maggiore), Günther Kaufmann (il soldato Max), Walter Sedlmayr (il mercante Unertl), Rudolf Waldemar Brem (suo figlio Fabian), Margit Carstensen e Carla Aulaulu (Margarete e Frieda). Realizzato mentre stava smantellando il collettivo dell'Antiteater (di cui, insieme ad "Attenzione alla puttana santa", è l'ultimo titolo prodotto), il film è considerato l'ultimo lavoro del periodo formativo (1969-71) di Fassbinder, prima che il regista cambiasse il suo stile rivolgendosi al melodramma americano di Sirk come modello e girando i film che gli daranno la notorietà.

4 novembre 2018

Attenzione alla puttana santa (R. W. Fassbinder, 1971)

Attenzione alla puttana santa
(Warnung vor einer heiligen Nutte)
di Rainer Werner Fassbinder – Germania/Italia 1971
con Lou Castel, Eddie Constantine
**1/2

Visto in divx.

Un regista dispotico (Lou Castel) e la sua troupe tedesca si trovano in un albergo sulla costa di Sorrento per girare un film. Gli stipendi e il materiale sono in ritardo, e nell'attesa il gruppo si perde in infiniti litigi e discussioni, amori (gay e no) e gelosie, crisi e insicurezze. Sorta di personale "Otto e mezzo" (o, se vogliamo, contraltare di "Effetto notte"), questo lungometraggio può essere considerato un punto fermo nella filmografia di Fassbinder, la pellicola con cui il regista tedesco riflette e mette in discussione l'esperienza dell'Antiteater, il collettivo con cui aveva realizzato i primi film della sua carriera, ovvero il gruppo di ben dieci pellicole girate fra il 1969 e il 1970 (anche se alcune, come questa, usciranno solo nel 1971). Non a caso, subito dopo si prenderà una pausa di circa un anno, dopodiché si ripresenterà al pubblico con una nuova impostazione artistica, più classica, votata al melodramma e ispirata al cinema di Douglas Sirk. Basandosi su episodi davvero accaduti all'interno del collettivo, il film mostra un gruppo di persone che convive (e lavora per un obiettivo comune) pur sopportandosi a malapena, insultandosi, odiandosi (anche amandosi, certo) in un'atmosfera tesa, e prendendo finalmente coscienza del fatto che fondere insieme l'arte e la vita può essere rischioso. E al tempo stesso, svela il lato oscuro del mondo del cinema (soprattutto intellettuale), quello fatto di oppressione, manipolazione e nevrosi. Secondo il Mereghetti, "la puttana del titolo dovrebbe essere la macchina da presa". Incorniciato da due detti, "L'orgoglio viene prima della caduta" (all'inizio) e "Io vi dico che sono stanco da morire di rappresentare l'umanità senza farne parte" (alla fine), il lungometraggio esprime l'inquietudine di RWF verso un modo di fare cinema che ormai gli sta stretto, pronto com'è ad evolvere la sua arte in nuove direzioni. Eddie Constantine, lo stagionato attore del film nel film, interpreta sé stesso (si cita Lemmy Caution). La sempre bella Hanna Schygulla è abbigliata come Marilyn. Nel cast, i soliti Kurt Raab, Margarethe von Trotta, Ingrid Caven e lo stesso Fassbinder. La colonna sonora (per lo più canzoni che i personaggi ascoltano dal juke box nella hall dell'albergo) comprende Elvis Presley, Leonard Cohen, Ray Charles e "Il dolce suono" dalla Lucia di Lammermoor di Donizetti.

12 luglio 2017

Il soldato americano (R. W. Fassbinder, 1970)

Il soldato americano (Der Amerikanische Soldat)
di Rainer Werner Fassbinder – Germania 1970
con Karl Scheydt, Elga Sorbas
**

Visto in divx.

Richard Murphy (Karl Scheydt), killer tedesco da tempo emigrato in America (chiamato "soldato" nel titolo perché ha combattutto in Vietnam), torna a Monaco dopo diversi anni per eseguire una serie di contratti. Fra un omicidio e l'altro, trova il tempo di salutare l'amico di un tempo Franz Walsch (Fassbinder stesso, non accreditato) e di fare una breve visita alla madre alcolizzata e al fratello psicolabile (Kurt Raab). Quando chiede una ragazza alla reception dell'albergo in cui alloggia, uno dei detective che lo hanno assoldato (Jan George) gli fa mandare in camera la sua compagna Rosa (Elga Sorbas) per sorvegliarlo più da vicino. La donna finisce per innamorarsene e vorrebbe fuggire con lui, ma Richard la uccide. La resa dei conti sarà inevitabile. Terzo (e ultimo) capitolo della saga di Franz Walsch (dopo "L'amore è più freddo della morte" e "Dei della peste"), un lento pseudo-noir nichilista ed esistenzialista, colmo di rimandi e richiami (a volte freddamente ironici) ai gangster movie made in USA (un riferimento evidente è Sam Fuller, il cui cognome è dato all'informatrice Magdalene), girato in un algido bianco e nero e ambientato in un mondo cupo, misogino e privo di affetti (dove le donne, in particolare, non hanno scampo dai maltrattamenti e dalla violenza: vedi anche la cameriera dell'albergo, interpretata da Margarethe von Trotta, che finisce col suicidarsi nell'indifferenza di tutti per una delusione d'amore) e dove l'unico valore rimasto è l'amicizia. Anche se non si tratta dell'ultimo film dell'Antiteater, la morte di Walsch/Fassbinder simboleggia un po' la fine di quell'esperienza: dopo ben dieci film in due anni, dal 1971 il regista comincerà una nuova fase della sua carriera, dalle ambizioni più "cinematografiche" e sempre più acclamata dalla critica. La vicenda raccontata dalla Von Trotta nel suo soliloquio sarà portata sullo schermo da RWF quattro anni più tardi (nel film "La paura mangia l'anima"). Il tema musicale è opera del produttore Peer Raben, autore anche della canzone (con testi di Fassbinder) sull'interminabile sequenza finale.

10 maggio 2017

Rio das Mortes (R. W. Fassbinder, 1971)

Rio das Mortes (id.)
di Rainer Werner Fassbinder – Germania 1971
con Hanna Schygulla, Michael König, Günther Kaufmann
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Gli amici Mike (König) e Günther (Kaufmann) sognano da sempre di andare in Perù. Per racimolare il denaro necessario, visto che i loro umili lavori non sono sufficienti (uno è un piastrellista, l'altro un venditore porta a porta), Mike non esita a vendere la sua automobile e a mandare all'aria il matrimonio con Hanna (Schygulla), ma il denaro non basta ancora. Ingenui e sprovveduti, proveranno diverse strade senza successo (chiedere un prestito per avviare laggiù una fattoria o una piantagione di cotone, aggregarsi a una spedizione scientifica), prima di trovare una ricca sciroccata disposta a finanziarli... Con un cast formato dai soliti membri dell'Antiteater, Fassbinder (che fa una breve apparizione nella scena in cui balla "Jailhouse Rock" con Hanna Schygulla) realizza un film per la tv sul tema del conflitto fra il desiderio di evadere da un'esistenza noiosa attraverso la realizzazione dei sogni infantili (rappresentati dall'esotico Perù, che i due protagonisti conoscono soltanto attraverso mappe di fantasia e la loro immaginazione, fatta di templi Maya nella giungla, uccelli paradisiaci e indios nudi) e la dura realtà, una società composta da severi datori di lavoro, concreti uomini d'affari, istituzioni che affidano le proprie scelte a un computer ("Potremmo anche scegliere da soli, ma... è il progresso"). E in mezzo c'è la bella Schygulla, femminista esclusa dai progetti maschili e testimone delusa del crollo del proprio mondo (Mike è talmente concentrato sul viaggio da ignorarla completamente). Il soggetto nasce da un'idea di Volker Schlöndorff. Nella realtà Rio das Mortes si trova in Brasile, non in Perù, a sottolineare l'assoluta ignoranza dei due protagonisti sulla destinazione del loro viaggio.

25 febbraio 2017

Il caffè (Rainer W. Fassbinder, 1970)

Il caffè (Das Kaffehaus)
di Rainer Werner Fassbinder – Germania 1970
con Kurt Raab, Hanna Schygulla
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Più che un film, la ripresa (per la tv) dell'omonimo spettacolo teatrale di Fassbinder, adattamento della commedia "La bottega del caffè" di Carlo Goldoni. Il palco è spoglio (soltanto una manciata di sedie), e la regia consiste in lunghi piani sequenza, quasi privi di movimenti di macchina. Gli interpreti sono il solito gruppo dell'Antiteater: Margit Carstensen (Vittoria), Ingrid Caven (Placida), Hanna Schygulla (Lisaura), Kurt Raab (Don Marzio), Harry Baer (Eugenio), Günther Kaufmann (Leander), Peter Moland (Pandolfo), Peer Raben (Ridolfo) e Hans Hirschmüller (Trappolo). L'adattamento è interessante, mantenendo l'ambientazione (Venezia), la trama e i personaggi di Goldoni, ma cambiando sensibilmente l'atmosfera, che si fa esistenzialista, riflessiva e malinconica. E i temi, naturalmente, sono quelli del gioco, dell'amore e del destino. Decisamente apprezzabile da vedere a teatro, poco più che una curiosità in televisione (o al cinema). Da notare come, forse per attualizzare il testo, ogni volta che viene menzionata una somma in denaro c'è immediatamente qualcuno che converte la valuta veneziana dell'epoca in dollari o marchi contemporanei.

8 gennaio 2017

Il viaggio a Niklashausen (Fassbinder, Fengler, 1970)

Il viaggio a Niklashausen (Niklashauser Fart)
di Rainer Werner Fassbinder, Michael Fengler – Germania 1970
con Michael König, Hanna Schygulla
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Un pastore (König), che afferma di aver ricevuto la visita della vergine Maria, predica idee marxiste e rivoluzionarie presso la città di Niklashausen, in Franconia, sobillando i contadini a ribellarsi alle autorità costituite per dar vita a un nuovo ordine sociale basato sull'uguaglianza e la ridistribuzione del lavoro e delle risorse. Una ricca nobildonna (Margit Carstensen), invaghita di lui, lo ospiterà nella sua casa. Ma insieme ai suoi compagni (fra i quali Fassbinder stesso, la Schygulla, Michael Gordon e Günther Kaufmann), finirà sul rogo. Ambientato in un'epoca indefinita, un misto fra il medioevo (la pellicola è ispirata alla storia vera di Hans Böhm, rivoluzionario del 1400) e i giorni nostri, un film per la tv – codiretto da Fassbinder e Fengler, che già avevano lavorato insieme in "Perché il signor R. è diventato matto?", e interpretato dal gruppo dell'Antiteater – che si propone di raccontare "come e perché fallisce una rivoluzione". I dialoghi parlano di politica, economia e giustizia sociale in chiave moderna, mentre i personaggi e le ambientazioni sembrano provenire da epoche differenti: l'insieme pare anticipare la versione filmata di "Jesus Christ Superstar" (si pensi anche alla dimora del vescovo lascivo, interpretato da Kurt Raab, che ricorda l'Erode del musical) e al tempo stesso ricorda certe cose di Godard (come "Week-end"), anche per l'approccio astratto e simbolico. La regia alterna sequenze statiche e di impostazione teatrale (come tutte quelle in cui, nella prima parte, si discetta delle teorie rivoluzionarie: un dibattito figlio degli anni in cui il film è uscito) ad altre ben più ariose e con ampi movimenti di macchina (come quella, nel finale, che mostra la guerriglia e lo scontro armato fra i ribelli e l'esercito). Nel collage di stili e ambientazioni (Hans e i suoi compagni sono crocifissi e bruciati in un cimitero di auto; a metà film, una lunga jam session musicale ha quasi un effetto ipnotico), freddo e non sempre convincente, risalta il parallelo fra arte e rivoluzione: quest'ultima, nelle parole dello stesso Fassbinder, va "messa in scena" per "ottenere un effetto teatrale". E se RWF ne è il regista, Hanna Schygulla ne è l'interprete (prova la sua parte davanti allo specchio, prima di recitare nei panni della Madonna).

29 agosto 2016

Whity (Rainer Werner Fassbinder, 1971)

Whity (id.)
di Rainer Werner Fassbinder – Germania 1971
con Günther Kaufmann, Hanna Schygulla
**1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa, in originale con sottotitoli.

Siamo nel 1878, in una cittadina di frontiera negli Stati Uniti. Il mulatto Whity (Kaufmann) lavora come maggiordomo nella tenuta del potente proprietario terriero Ben Nicholson (Ron Randell), di cui peraltro è il figlio illegittimo ("l'unico che ha ereditato qualcosa del mio carattere", riconosce lo stesso patriarca). Il suo senso di fedeltà e di appartenenza al nucleo familiare, anche in un ruolo subalterno (di fatto è uno schiavo), sono superiori all'orgoglio e al desiderio di diventare un uomo libero: ma quando si rende conto di come la famiglia Nicholson sia ormai corrotta e decadente (tanto la giovane moglie di Ben, la ninfomane Katherine, quanto il suo primo figlio, l'effemminato Frank, gli chiedono di uccidere il padrone di casa, che a sua volta si finge malato per mettere alla prova l'avidità della moglie), sarà lui stesso a sterminare tutti, non risparmiando nemmeno l'altro figlio Davie, minorato mentale, per poi fuggire nel deserto con Hanna (Schygulla), la cantante e prostituta del saloon di cui è innamorato. La sua ribellione, comunque, si rivelerà vana e senza futuro. Se i temi sono quelli, cari a Fassbinder, del ruolo dell'individuo nella società, sullo sfondo di una torbida ragnatela di intrighi e di rapporti distorti in una famiglia disfunzionale, l'insolita ambientazione western (il film è stato girato in Spagna, negli stessi luoghi dove aveva lavorato Sergio Leone) si rivela soltanto un pretesto, anche se consente al regista stesso un'apparizione vestito da cowboy, con tanto di cappello e cinturone, nei panni di un mandriano razzista che bazzica nel saloon dove Hanna canta le sue canzoni da cabaret. Il film – uno dei primi esperimenti di Fassbinder con il colore e l'unico dai lui realizzato in Cinemascope (ma paradossalmente mai distribuito in sala) – segna la prima collaborazione del regista con il grande direttore della fotografia Michael Ballhaus, che lavorerà per lui in una dozzina di lungometraggi successivi (fra cui "Le lacrime amare di Petra von Kant", "Il matrimonio di Maria Braun" e "Lili Marleen"). E proprio la qualità pittorica delle immagini resta particolarmente impressa: dal rosso accesso dell'uniforme di Whity, al bianco pallido e cadaverico (quasi verdognolo) dei volti dei membri della famiglia Nicholson, che ne sottolineano la decadenza fisica ancor prima che morale.

22 luglio 2016

Perché il signor R. è diventato matto? (Fengler, Fassbinder, 1970)

Perché il signor R. è diventato matto? (Warum läuft Herr R. Amok?)
di Michael Fengler, Rainer Werner Fassbinder – Germania 1970
con Kurt Raab, Lilith Ungerer
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Kurt Raab conduce una vita del tutto normale: è impiegato come disegnatore tecnico in uno studio di ingegneria a Monaco di Baviera, con una promozione in vista, un buon tenore di vita, una bella moglie (che non lavora), un figlioletto con qualche problema a scuola. Attraverso lunghe sequenze quasi random, apparentemente slegate le une dalle altre, e con dialoghi mondani e realistici (in gran parte improvvisati dagli attori), lo seguiamo in momenti della vita di tutti i giorni: al lavoro con i colleghi, in compagnia della moglie, in un negozio di dischi in cerca di una canzone sentita alla radio... E ancora: una visita dei suoceri, un colloquio con l'insegnante del figlio, qualche chiacchiera con gli amici. È spesso silenzioso, immerso nei suoi pensieri, quasi imperscrutabile: l'atto di violenza, nel finale, esplode all'improvviso, tanto da chiedersi (come fa in fondo il titolo del film, meglio tradotto con "Perché il signor R. è colto da follia improvvisa?", una domanda che i cineasti rivolgono a sé stessi oltre che al pubblico) se la pazzia covasse già dentro di lui oppure se è la conseguenza di qualcosa. Non che manchino i segnali premonitori: la visita dal medico a causa di un'emicrania, o la scena iniziale in cui i colleghi, uscendo dall'ufficio, si scambiano stupide barzellette – una delle quali comincia proprio con "Un uomo uccide la moglie..." – mentre lui resta ad ascoltare in silenzio. Personaggio triste e tragico, boia e vittima al tempo stesso, il signor R. non pare mai davvero felice: con la moglie non ha un autentico rapporto (spesso a parlare, quando ci sono altre persone, è solo uno dei coniugi, mentre l'altro rimane in silenzio e annoiato) e l'ambiente circostante non lo vede mai integrato appieno. Il meccanismo di mostrare lunghe scene di banalissima quotidianità, prima di un colpo di scena finale tanto violento e agghiacciante quanto inspiegabile, ricorda quello che farà in seguito Michael Haneke nei suoi lavori (da "Il settimo continente" a "71 frammenti di una cronologia del caso"). Da notare che i personaggi hanno gli stessi nomi dei loro attori (fra quelli che compaiono in una sola scena c'è anche Hanna Schygulla), come quasi sempre nei film girati da Fassbinder nella prima parte della sua carriera, con il gruppo dell'Antiteater. Tecnicamente si tratta del primo film a colori del regista tedesco, ma in realtà quasi tutte le scene sono state girate dal produttore Michael Fengler, al quale va dunque attribuita la regia, con Fassbinder che a malapena si faceva vedere sul set.

15 gennaio 2016

Dei della peste (R. W. Fassbinder, 1970)

Dei della peste (Götter der Pest)
di Rainer Werner Fassbinder – Germania 1970
con Harry Baer, Hanna Schygulla, Margarethe von Trotta
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Seguito de "L'amore è più freddo della morte", film d'esordio del regista, di cui riprende personaggi, temi e ambientazione. Franz Walsch (interpretato ora da Harry Baer e non più dallo stesso Fassbinder) esce di prigione e va in cerca della sua donna, Joanna (Schygulla). Ma la lascia quasi subito per stabilirsi con Margarethe (Von Trotta), compagna del fratello Marian, che intanto è stato ucciso per aver tradito i boss della malavita locale. In compagnia dell'amico Günther (Günther Kaufmann), detto "Il gorilla", Franz progetta una rapina a un supermercato per poter fuggire dalla Germania con Margarethe. Ma Joanna, per vendetta, avvisa un poliziotto (Jan George) che irromperà al momento della rapina e sparerà a Franz. La fredda fotografia in bianco e nero è al servizio di personaggi soli, laconici e sperduti in esistenze vuote e prive di direzione, che "accettano il male in maniera fatalistica", fra rapporti affettivi che nascono e muoiono quasi per caso, la ricerca di vecchie amicizie (per il bene o per il male, come nel caso del commesso del supermercato), la perdita dei legami familiari (la madre, il fratello) e territoriali (la Germania invasa dagli immigrati italiani, il desiderio di fuggire all'estero), con uno stile cinematografico che abbina una messinscena teatrale a suggestioni provenienti dal noir americano (con alcune citazioni esplicite: nel finale, per esempio, Carla Aulaulu – l'informatrice che vive smerciando giornali pornografici – canticchia il tema di "Piano... piano, dolce Carlotta"). A quest'ultimo mondo di riferimento appartiene anche il personaggio di Günther, uomo dalla pelle nera che afferma con orgoglio, a chi glielo chiede, di essere bavarese. La sceneggiatura, episodica, accatasta sequenza dopo sequenza: da ricordare quella in cui Franz e Günther vanno in campagna a trovare un vecchio amico, Joe, che si è ritirato a vita privata, o quella in cui Franz a casa di Margarethe ascolta un disco con una canzone nonsense – una filastrocca a rime – sugli animali.

26 novembre 2015

L'amore è più freddo della morte (R. W. Fassbinder, 1969)

L'amore è più freddo della morte (Liebe ist kälter als der Tod)
di Rainer Werner Fassbinder – Germania 1969
con R. W. Fassbinder, Ulli Lommel, Hanna Schygulla
**1/2

Visto in divx.

Il primo lungometraggio di Fassbinder (dopo due corti) è un gangster movie che abbina i temi del noir alla forma stilizzata e teatrale che caratterizzerà per lungo tempo i lavori del regista tedesco (anche perché indissolubilmente legati alle sue esperienze coeve con l'Antiteater, un collettivo spontaneo e "controcorrente" che aveva contribuito a fondare nel 1968). Franz (lo stesso Fassbinder, pur non accreditato) è un delinquente di piccolo calibro, che vive facendo prostituire la sua donna, Joanna (Schygulla). Avendo rifiutato di entrare a far parte di un sindacato, gli viene messo alle calcagne un gangster, il killer Bruno (Lommel, iconograficamente simile all'Alain Delon di "Frank Costello"). I due però diventano amici, al punto da condividere anche Joanna. Ne nasce uno strano triangolo, dove l'amore e l'amicizia si confondono. Insieme progettano una rapina in banca, ma il tradimento è in agguato... La scenografia scarna, la fotografia in bianco e nero, lo sfondo urbano delle periferie di Monaco, i piani sequenza (da segnalare la lunga e silenziosa camminata dei tre personaggi dopo che Bruno ha ucciso il rivale di Franz, o la scena in cui Bruno e Joanna fanno la spesa in un supermercato) danno un tocco autoriale a una sceneggiatura dominata da personaggi ambigui (e dove emerge uno dei temi preferiti del regista, quello del rapporto fra padrone e vittima), mentre l'uso delle inquadrature e gli scoppi improvvisi di violenza sembrano anticipare per certi versi Kitano. All'epoca, comunque, risultarono evidenti le influenze della Nouvelle Vague: e infatti la pellicola è dedicata a Claude Chabrol ed Éric Rohmer, oltre che a Jean-Marie Straub (che vi ha collaborato) e "Linio e Cuncho" (ovvero Lou Castel e Gian Maria Volonté, dai nomi dei personaggi da loro interpretati in "Quién sabe?"). Schygulla, che si mostra nuda, è alla sua prima (di tante) collaborazioni con il regista. Il successivo "Dei della peste" è una sorta di sequel.

25 novembre 2015

Il piccolo caos (R. W. Fassbinder, 1967)

Il piccolo caos (Das kleine Chaos)
di Rainer Werner Fassbinder – Germania 1967
con R. W. Fassbinder, Christoph Roser, Marite Greiselis
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Il secondo cortometraggio di Fassbinder parla di tre studenti (due ragazzi e una ragazza) che, dopo aver tentato inutilmente di vendere riviste in un condominio, decidono di svaligiare uno degli appartamenti. Dopo aver messo a soqquadro la casa e terrorizzato la donna che vi abita, i tre si danno alla fuga con il denaro, non prima di aver discusso cosa intendono farci: per uno dei tre, interpretato dallo stesso Fassbinder, la risposta è emblematica: "Andrò al cinema". Ovviamente è da leggersi come una dichiarazione di intenti: il giovane cineasta, nello scenario di una Germania che dopo i fasti degli anni venti aveva perso il suo posto di protagonista nel mondo della settima arte, è disposto a tutto – insieme ai suoi compagni del Nuovo Cinema Tedesco – pur di dar vita a una nuova corrente cinematografica, a costo di calpestare la generazione precedente, con la quale non c'è comunicazione culturale (tutti rifiutano le loro riviste!) e con cui non sente di avere nessun punto di contatto ("Papas kino is tot", diceva in quegli stessi anni il manifesto di Oberhausen, di cui facevano parte nomi come Alexander Kluge ed Edgar Reitz). Nel ruolo della donna rapinata, a dimostrazione di ciò, c'è Lilo Pempeit, ovvero la madre dello stesso Fassbinder (che diventerà una presenza quasi costante nei film del figlio). La regia è dinamica, attenta ai personaggi e agli ambienti, e ancora fortemente influenzata dalla Nouvelle Vague francese. Da notare la varietà della colonna sonora, che passa dal rock alla musica classica (diegetica: nell'appartamento in cui avviene l'intrusione, Fassbinder ordina alla sua complice di mettere su un disco di Wagner; ma il pezzo che si ode nei successivi minuti è in realtà il quinto concerto per pianoforte di Beethoven, "L'imperatore"). Roser, che interpreta uno dei tre rapinatori e che era stato il protagonista del precedente corto, "Il vagabondo", figura anche come produttore.

24 novembre 2015

Il vagabondo (R. W. Fassbinder, 1966)

Il vagabondo (Der Stadtstreicher)
di Rainer Werner Fassbinder – Germania 1966
con Christoph Roser, Susanne Schimkus
**1/2

Visto su YouTube.

Prima di esordire nel mondo del cinema nel 1969 con il suo primo lungometraggio, Fassbinder realizzò due corti di circa dieci minuti (pare che ce ne fosse stato anche un terzo, "This Night", andato perduto), fortemente influenzati dalla corrente della Nouvelle Vague francese. In questo "Il vagabondo", in particolare, è evidente l'omaggio a "Il segno del leone" di Eric Rohmer: se quello mostrava il girovagare di un clochard nella Parigi desolata d'estate, qui siamo invece nelle periferie di Monaco di Baviera (scenario che rimarrà una costante in quasi tutti i lavori del regista) in un freddo autunno-inverno. Il protagonista, un uomo senza fissa dimora che dorme nelle stazioni, si lava alle fontanelle pubbliche e possiede solamente i suoi vestiti e una borsa, trova per caso una pistola sul selciato: non sa che farci, e dopo aver cercato inutilmente di disfarsene, medita di usarla per suicidarsi. Ma prima di riuscirci, la pistola gli verrà rubata da due giovani che lo stavano pedinando. Girato in bianco e nero e in gran parte muto (c'è una sola scena in cui i personaggi parlano, che culmina con il protagonista che intona una canzone infantile), il film sembra uscire da un altro tempo, o da un'altra realtà. In ogni caso, è molto espressivo, e particolarmente focalizzato sulle immagini, dalle quali traspare tutto il mondo interiore del personaggio. Fassbinder stesso fa un cameo nella scena dei bagni pubblici.

24 agosto 2015

Il fabbricante di gattini (R. W. Fassbinder, 1969)

Il fabbricante di gattini (Katzelmacher)
di Rainer Werner Fassbinder – Germania 1969
con Hanna Schygulla, Rainer W. Fassbinder
**1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

Nella prima fase della prolifica carriera cinematografica di Fassbinder, caratterizzata dalla lavorazione collettiva dell'Antiteater e che conta ben dieci lungometraggi nello spazio di due anni (dal 1969 al 1970, ma alcuni usciranno nel 1971), i film si possono dividere in due categorie: quelli a sfondo sociale e quelli che guardano ai generi più classici del cinema hollywoodiano, il noir in particolare. "Il fabbricante di gattini" appartiene alla prima categoria. In un quartiere alla periferia di Monaco, un gruppo di amici perdigiorno e inconcludenti trascorre le giornate fra chiacchiere, progetti, litigi, amori (anche a pagamento) e soprattutto pettegolezzi (ogni episodio, che li riguardi o meno, viene alterato o gonfiato a dismisura). La routine viene rotta dall'arrivo di uno straniero, un immigrato greco (interpretato dallo stesso Fassbinder), che affitta una stanza nell'appartamento di Elisabeth. Naturalmente la sua venuta scatena l'immaginazione e le chiacchiere di tutti. Se Maria (Schygulla) se ne innamora, conquistata dalla sua gentilezza e dal suo sguardo, gli altri non perdono tempo ad attribuirgli ogni possibile nefandezza: di volta in volta Yorgos è considerato un approfittatore, un violentatore, un comunista... Episodico, in bianco e nero, adattato da un lavoro teatrale dello stesso Fassbinder risalente all'anno precedente, di cui riprende l'impostazione scenica (quasi sempre i personaggi sono seduti e immobili, con lo sguardo rivolto verso lo spettatore, mentre la macchina da presa è immobile tranne che nelle brevi carrellate che li mostrano, a turno, camminare a braccetto per la via: sono le uniche scene, fra l'altro, accompagnate da un commento musicale), il film mostra la “banalità del male”, figlio della noia e dell'improvvisazione: la xenofobia nasce quasi dal nulla e si nutre del nulla, come suggerisce Peter che, nel finale, spiega di aver partecipato al pestaggio del greco “senza volerlo”. Il titolo originale ("Katzelmacher") è un termine spregiativo, usato in Austria e in Baviera, per i Gastarbeiter ("lavoratori ospiti") e gli immigrati dell'Europa del Sud, segnatamente italiani, la cui etimologia in realtà non ha nulla a che vedere con i felini (anche se c'è chi l'ha giustificato, dicendo che tali emigranti... figliavano come gatti!) ma si riferisce alle "cazze", ovvero utensili per cucina in legno o rame che venivano prodotti da artigiani italiani, per esempio dalla Val Gardena.

4 febbraio 2011

Querelle (R. W. Fassbinder, 1982)

Querelle (id.)
di Rainer Werner Fassbinder – Germania/Francia 1982
con Brad Davis, Franco Nero
***1/2

Visto in DVD.

L'ultimo film di Fassbinder, uscito postumo (il regista morì qualche mese prima della sua distribuzione, a soli 37 anni), è un passionale adattamento del radicale e controverso romanzo di Jean Genet "Querelle de Brest", reso vivido dalla messinscena surreale e teatrale (l'irrealtà dell'ambientazione va di pari passo con le riflessioni filosofiche dei personaggi e le citazioni letterarie a tutto schermo) e dalla fotografia astratta e colorata (le immagini sono ammantate di rosso e di giallo, come se ci si trovasse immersi in un tramonto perenne: "i colori del fuoco e della passione"). Presentato al Festival di Venezia, non vinse alcun premio ma spinse il direttore della giuria Marcel Carné a rilasciare una celebre dichiarazione nella quale si rammaricava di essere stato "l'unico a difendere un film" che, per quanto controverso, un giorno avrebbe avuto "un suo posto nella storia del cinema". La trama segue da vicino quella del romanzo originale: il marinaio Querelle (Brad Davis) sbarca al porto di Brest, dove ritrova il fratello Robert (con il quale ha una relazione d'amore e d'odio) presso la Feria, locale-postribolo gestito dall'ambiguo Nono (Günther Kaufmann), la cui moglie Lysiane (Jeanne Moreau) è l'amante proprio di Robert. Oggetto delle attenzioni morbose del complessato tenente Seblon (Franco Nero), comandante della nave su cui è imbarcato, Querelle si concede invece al sodomizzatore Nono, al quale vende anche una partita di oppio (dopo aver assassinato un altro marinaio che lo aveva aiutato a contrabbandarla). Per sfuggire alle indagini della polizia, fa cadere la responsabilità dell'omicidio su Gil (Hanno Pöschl, che interpreta anche la parte di Robert), un operaio che si è nascosto in un edificio abbandonato presso il porto dopo aver ucciso un collega di lavoro. Nella storia, condita da dialoghi espliciti e da meditazioni esistenziali, vengono coinvolti diversi altri personaggi, legati fra loro da rapporti di amicizia, di complicità e di sesso, come il timido Roger (amico di Gil) o il poliziotto corrotto Mario. Da notare come il look di molti personaggi rimandi a icone dell'immaginario omosessuale, le stesse rese celebri da gruppi musicali come i Village People: il marinaio (in divisa), l'operaio (in canottiera e casco), il poliziotto (con giubbotto di pelle), e così via. Bollato da alcuni come osceno e pornografico e da altri come un caposaldo della cultura gay, caratterizzato da uno stile classicheggiante e quasi artificioso nel suo acceso intellettualismo, il film è essenzialmente un melodramma a sfondo erotico che fonde in un unico personaggio (ossia nel protagonista) l'eroe e il cattivo, il vincente e lo sconfitto, una figura fragile e inerme e un subdolo manipolatore.