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23 luglio 2019

La sala della musica (Satyajit Ray, 1958)

La sala della musica (Jalsaghar)
di Satyajit Ray – India 1958
con Chhabi Biswas, Gangapada Basu
***1/2

Rivisto in divx, in originale con sottotitoli.

Biswambhar Roy (Chhabi Biswas) è uno zamindar (membro dell'aristocrazia ereditaria e proprietaria terriera) ormai in decadenza. Anche di fronte alle crescenti difficoltà economiche, che lo costringono a vendere tutti i suoi terreni e le proprietà (e persino i gioielli di famiglia), e ai drammi familiari (un'alluvione gli porta via la moglie e l'unico figlio, ponendo di fatto fine alla sua dinastia, che morirà con lui), non intende scendere a compromessi con i nuovi arricchiti, impersonati dall'usuraio Mahim Ganguly (Gangapada Basu). E soprattutto non vuole rinunciare alla sua più grande passione, la musica, continuando a organizzare – a beneficio dei vicini – sontuosi concerti e spettacoli di ballo all'interno del proprio (ormai fatiscente) palazzo, dal quale non esce mai. Tratto da un celebre racconto dello scrittore bengalese Tarasankar Bandyopadhyay, il film è permeato da un fortissimo senso di fatalità e di "fine del mondo" (si svolge negli anni in cui lo stesso governo indiano stava abolendo il sistema degli zamindari) ma anche di nostalgia e rispetto per i valori culturali del passato: per certi versi potrebbe essere paragonato ad alcune cose di Luchino Visconti. La lentezza della narrazione e le lunghe sequenze di musica, di canto e di ballo non distraggono lo spettatore, anzi lo catturano quasi ipnoticamente (la musica indiana, d'altronde, fa spesso questo effetto), aiutandolo a calarsi dell'atmosfera e a partecipare emotivamente mentre assiste alla fine di un'era, una fine che giunge comunque con orgoglio, raffinatezza e nobiltà. La pellicola è stata girata nel palazzo di Nimtita Raajbari, nel Bengala occidentale.

14 febbraio 2011

Il mondo di Apu (Satyajit Ray, 1959)

Il mondo di Apu (Apur sansar)
di Satyajit Ray – India 1959
con Soumitra Chatterjee, Sharmila Tagore
***1/2

Visto in divx, con Marisa, in originale con sottotitoli.

Nella terza parte della "Trilogia di Apu", tratta come le precedenti ("Il lamento sul sentiero" e "L'invitto") da un romanzo autobiografico dello scrittore bengalese Bibhutibhushan Bandopadhyay, ritroviamo Apu Ray – ormai rimasto solo al mondo – in un piccolo appartamento di Calcutta, dove si guadagna da vivere come insegnante e scrittore. Nonostante la povertà, il ragazzo è soddisfatto della propria vita libera e indipendente: ma tutto cambia quando l'amico Pulu lo invita fuori città al matrimonio di una sua cugina. Partito per trascorrere pochi giorni di svago e portandosi dietro solo il suo flauto ("Assomiglia a Krishna", commenta la madre della sposa), tornerà a casa con una moglie, la bella Aparna. Per lei cambierà la propria vita, accetterà un lavoro da impiegato (che in precedenza aveva sempre rifiutato) e vivrà giorni felici fino a quando la donna morirà improvvisamente di parto. Impazzito dal dolore, Apu lascerà casa e impiego, getterà al vento le pagine del romanzo cui stava lavorando e girovagherà per l'India per cinque anni, fino a quando l'incontro con il proprio figlio Kajal gli restituirà interesse per la vita. Il film si conclude con padre e figlio che si apprestano a tornare a Calcutta, ed è lecito immaginare che Apu, una volta in città, ricomincerà a lavorare e probabilmente riscriverà il suo romanzo da capo, ora che ha conosciuto meglio la vita, l'amore e la morte (nella parte iniziale del film, l'amico lo rimproverava di voler scrivere di amore senza aver mai nemmeno conosciuto una ragazza): il suo percorso di formazione è finalmente completo. Degna conclusione di un magnifico trittico cinematografico, particolarmente amato da registi come Martin Scorsese e Jean-Luc Godard, "Il mondo di Apu" mantiene elementi e caratteristiche dei due film precedenti (la grande umanità dei personaggi; le improvvise tragedie che funestano la vita di Apu: dopo la morte dei genitori e della sorella, qui è la volta della moglie; la suggestiva colonna sonora di Ravi Shankar; la bella fotografia in bianco e nero che illustra squarci di un'India povera ma ricca di fascino, dalle città ai villaggi di campagna) ed è ricco di memorabili episodi, a partire da quello del matrimonio (che sembra destinato ad andare all'aria per la scoperta che "il marito è pazzo" e che, nel giro di pochi minuti, vede Apu prendere la decisione di sostituire lo sposo e di cambiare il proprio destino). Nelle sequenze che illustrano la vita della giovane coppia a Calcutta, il regista dovette fare i conti con i dettami dell'epoca che proibivano di mostrare sullo schermo baci e abbracci. Intensa l'interpretazione del protagonista Soumitra Chatterjee, notevole quella della quattordicenne Sharmila Tagore (entrambi al loro esordio), e splendido anche il piccolo Alok Chakravarty, che interpreta il figlio di Apu.

5 settembre 2010

L'invitto (Satyajit Ray, 1957)

L'invitto (Aparajito)
di Satyajit Ray – India 1957
con Smaran Ghosal, Karuna Banerjee
***

Visto in divx alla Fogona con Marisa, in originale con sottotitoli.

Nel secondo film della "Trilogia di Apu", vincitore del Leone d'Oro a Venezia nel 1957, Ray continua a raccontare la vita del suo personaggio con sguardo puro e quasi documentaristico, seguendolo dall'infanzia fino agli anni degli studi all'università. Il ragazzo si è trasferito con i genitori a Benares, dove il padre lavora vendendo erbe medicinali e officiando riti come sacerdote presso il fiume Gange. Ma quando l'uomo muore improvvisamente, Apu e la madre Sarbajaya accettano l'offerta di un parente e si stabiliscono nuovamente in un villaggio rurale, nell'attuale Bangladesh. Qui Apu comincia ad andare a scuola, rivelandosi estremamente portato per l'arte e soprattutto per le scienze. Cresciuto, verrà incoraggiato dagli insegnanti a trasferirsi a Calcutta per proseguire gli studi: Sarbajaya, tuttavia, è meno entusiasta ed esita a lasciarlo andare via. Proprio il rapporto fra Apu e la madre è il filo conduttore del film, costituito da una successione di piccoli episodi, che con il precedente "Pather Panchali" e il successivo "Il mondo di Apu" dà vita a un vero e proprio romanzo di formazione. Studiando di giorno all'università e lavorando di notte in una tipografia per pagarsi l'affitto della stanza, Apu ha infatti poco tempo per tornare in visita dalla madre in un villaggio dove, fra l'altro, si sente fuori posto. Alla morte di Sarbajaya sceglierà di rinunciare al proprio retaggio (il mestiere di sacerdote) e di trasferirsi definitivamente a Calcutta. Il film, che rimane impresso anche per la bellezza delle location (i ghat, ossia le scalinate che conducono sul Gange; i vicoli di Benares; i templi del Bengala abitati dalle scimmie; gli edifici di Calcutta), è noto per l'utilizzo di un'innovazione tecnica ideata dal direttore della fotografia, Subrata Mitra, che permette di simulare la luce del sole durante le riprese nei teatri di posa. L'attore che interpreta Apu da adolescente, Smaran Ghosal, aveva solo 14 anni e non proseguì la carriera cinematografica: recitò soltanto in un altro film, sempre di Ray, nel 1961.

2 settembre 2010

Il lamento sul sentiero (Satyajit Ray, 1955)

Il lamento sul sentiero (Pather panchali)
di Satyajit Ray – India 1955
con Subir Banerjee, Uma Dasgupta
***1/2

Visto in divx alla Fogona con Marisa, in originale con sottotitoli.

Il lungometraggio d'esordio di Satyajit Ray, influenzato dal Renoir de "Il fiume" e dal neorealismo italiano, è il primo film della "Trilogia di Apu" nonché uno dei più importanti nella storia del cinema indiano (anche se sarebbe più preciso dire bengalese). Tratto da un romanzo semi-autobiografico di Bibhutibhushan Bandopadhyay e ambientato nelle zone rurali del Bengala agli inizi del Novecento, il film narra la nascita e l'infanzia di Apu, personaggio che sarà protagonista anche dei successivi "L'invitto" e "Il mondo di Apu". Il piccolo vive con la famiglia (i genitori, la sorella maggiore e una vecchia zia) in una casa ai margini della foresta e in estrema povertà: il padre Harihar, bramino e letterato, cerca inutilmente di vendere i propri scritti e nel frattempo si accontenta di lavorare come bracciante per un vicino possidente. La madre Sarbajaya, indurita dalle difficoltà, pare essere l'unica disposta a farsi carico seriamente delle difficili condizioni della famiglia. La figlia Durga, piena di sogni e di vitalità, ruba frutta per la zia ma finirà col morire di polmonite dopo essersi ammalata durante un monsone. E la morte coglierà anche l'anziana zia Indir, dopo essere stata per l'ennesima volta cacciata di casa da Sarbajaya. Al termine della pellicola, Apu e i suoi genitori decideranno di abbandonare la casa di famiglia e di trasferirsi a Benares, in cerca di fortuna. Quasi senza trama, la pellicola racconta una serie di episodi – bambini che giocano, animali, venditori ambulanti, calamità naturali, affetti fraterni e filiali, la scoperta della morte – che si succedono in libertà, tenuti insieme dall'umanesimo e dalla poesia naturalistica del regista, dalla suggestiva fotografia di Subrata Mitra (anch'egli esordiente) e dalla bellissima colonna sonora di Ravi Shankar, compositore e suonatore di sitar che si rifà alla musica tradizionale indiana. La sequenza in cui Apu e Durga corrono nei campi cercando di vedere i treni che passano, una delle più famose del film, è stata la prima girata da Ray: pare che l'abbia mostrata a John Huston, che si trovava in India in cerca di location, ricevendone l'incoraggiamento a proseguire il lavoro. Il lungometraggio è stato girato nell'arco di tre anni con scarsi finanziamenti, mezzi di fortuna e un cast e una troupe praticamente senza esperienza: Ray, che da tempo sognava di realizzare un adattamento del romanzo di Bandopadhyay, ha rifiutato ogni compromesso rinunciando a possibili finanziatori che avrebbero voluto distorcere la trama del film, allontanandola dalle sue idee. Proprio come De Sica, in seguito sarà accusato da politici e benpensanti di diffondere un'immagine retrograda del proprio paese, concentrandosi troppo sulla povertà: ma il film lo lancerà nell'olimpo dei registi, rendendolo popolare in tutto il mondo (fra i suoi estimatori si annoverano Akira Kurosawa, Abbas Kiarostami e Martin Scorsese).