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13 settembre 2022

Il disprezzo (Jean-Luc Godard, 1963)

Il disprezzo (Le mépris)
di Jean-Luc Godard – Francia/Italia 1963
con Brigitte Bardot, Michel Piccoli
***1/2

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli,
per ricordare Jean-Luc Godard.

Lo scrittore francese Paul Javal (Michel Piccoli), che vive a Roma con la giovane moglie Camille (Brigitte Bardot), viene assunto dall'ambizioso produttore americano Jeremy Prokosch (Jack Palance) per rielaborare la sceneggiatura di un film sull'Odissea che il regista tedesco Fritz Lang (sé stesso) sta per girare a Capri. Ma qualcosa si incrina nel rapporto fra i due coniugi: di punto in bianco, forse per risentimento verso la nonchalance insincera con cui il marito ha lasciato che lei trascorresse il pomeriggio insieme a Prokosch, Camille dichiara di non amarlo più, anzi di provare disprezzo nei suoi confronti. E durante la lavorazione del film, nella villa di Jeremy a Capri, le cose non migliorano, mentre l'interpretazione originale e audace che il produttore intende imporre alla rilettura dell'Odissea (Ulisse e Penelope si amavano davvero?), oltre a seminare contrasti con Lang, sembra riecheggiare proprio i problemi della relazione fra Paul e Camille... Dal romanzo di Alberto Moravia, adattato dallo stesso Godard, una coproduzione italo-francese che, per i suoi temi (che fondano riflessioni esistenzialiste e suggestioni metacinematografiche) e la sua forma (l'uso del colore, del linguaggio, del formato panoramico, dei movimenti di macchina, dei piani sequenza) si rivela una delle opere più importanti e paradigmatiche del co-fondatore della Nouvelle Vague, colma com'è di riferimenti intrecciati alla vita, l'arte, la realtà, il cinema e il racconto. Le riflessioni sulla settima arte si sprecano, a cominciare dalla frase di apertura, "Il cinema sostituisce al nostro sguardo il mondo che desideriamo", passando per la celebre citazione di Louis Lumiére ("Il cinema è un'invenzione senza futuro"), ai discorsi sul suo stato attuale (con le teorie godardiane sulla superiorità del cinema autoriale, "Come ai tempi di Griffith e Chaplin"), dai tanti manifesti di pellicole sui muri di Roma (fra cui film di Hawks, Hitchcock o dello stesso Godard), alla scelta di Lang (che all'epoca, anche se naturalmente non lo si sapeva ancora, aveva ormai concluso la sua carriera: il suo ultimo film risale al 1960, e prima della sua morte nel 1976 non ne girerà altri) per il ruolo del regista, un Lang che afferma che "il cinemascope è fatto per i serpenti o per i funerali". C'è spazio poi per l'eterno conflitto fra la pulsione artistica e le esigenze commerciali (Paul deve piegarsi alle richieste del produttore "perché ha bisogno di soldi", cosa che si collega al dover mantenere "una moglie giovane e bella"), anche se Jeremy cerca di darsi arie autoriali affermando "Quando sento parlare di cultura, metto mano al libretto degli assegni" (capovolgendo il senso della celebre frase attribuita a Goebbels, che invece metteva mano "alla pistola", simbolo del disprezzo – appunto! – verso la cultura). Come Ulisse sfida gli dèi, Paul alla fine sfida il produttore (ossia, per un cineasta, il suo dio), anche se la sua è una rivolta vana e improduttiva: alla fine lascerà l'incarico, mentre Lang continuerà a girare sul set perché "bisogna sempre finire quello che si è iniziato".

Se al centro narrativo della pellicola c'è la crisi sentimentale ed esistenziale di una coppia borghese, dal punto di vista formale (ma in fondo anche contenutistico) essa è permeata a più livelli dal tema dell'arte, della cultura e della creatività. Si va dai rimandi alla civiltà mediterranea, con i paesaggi di Capri (una fonte di ispirazione fu il contemporaneo documentario "Méditerranée" di Jean-Daniel Pollet e Volker Schlöndorff) e le molteplici immagini delle statue greco-romane (a volte colorate, come pare che fossero in effetti i marmi che oggi siamo abituati a vedere bianchi), ai riferimenti pittorici (in un'inquadratura, la Bardot sembra la "ragazza con l'orecchino di perla" di Vermeer), dalle architetture classiche alle sculture moderne. Non sarebbe poi un film di Godard se il linguaggio non avesse un ruolo chiave: importante, al riguardo, il personaggio di Francesca (Giorgia Moll), la segretaria e interprete di Prokosch. Ogni personaggio parla infatti in una lingua diversa (inglese, francese, tedesco, italiano), generando un'affascinante babele in cui la ragazza si occupa di mettere ordine, traducendo a beneficio degli spettatori anche le numerose citazioni "colte" e letterarie (Omero, naturalmente, ma anche Dante o Hölderlin). Il film, che si apre con titoli di testa letti ad alta voce anziché scritti sullo schermo (come aveva fatto Orson Welles, con quelli di coda, ne "L'orgoglio degli Amberson"), è essenzialmente diviso in tre parti, che si svolgono rispettivamente a Cinecittà, nell'appartamento romano di Paul e Camille, e infine a Capri (la villa è Casa Malaparte, a Punta Massullo). Degna di nota è la sezione centrale, con solo due personaggi che discutono, litigano e si riappacificano, girata con lunghi piani sequenza e lasciando ampia libertà di improvvisazione ai due attori. Ne risulta un realistico e frustrante dialogo fra marito e moglie sul filo dell'incomprensibilità e dell'incomunicabilità, del velatamente alluso e del non detto. Il produttore italiano Carlo Ponti avrebbe voluto scritturare Sophia Loren e Marcello Mastroianni, mentre Godard suggeriva Kim Novak e Frank Sinatra. Si pensò anche a Monica Vitti, prima che Ponti scegliesse la Bardot e insistette affinché fossero presenti sue scene di nudo (come nella prima sequenza, a pancia in giù sul letto, girata in penombra). Il direttore della fotografia è Raoul Coutard, le musiche sono di Georges Delerue, almeno nell'edizione francese, perché in quella italiana sono invece di Piero Piccioni (e sono più jazz e "scanzonate", anziché classiche e "serie"). Ponti, infatti, rimaneggiò pesantemente la pellicola prima della sua uscita nel nostro paese: furono tagliati venti minuti di girato, cambiati l'inizio e la fine, alterati i nomi dei protagonisti (che riacquistano quelli del romanzo di Moravia: Emilia e Paolo Molteni), ma soprattutto viene svuotato di significato il personaggio dell'interprete Francesca, che diventa inutile visto che tutti parlano in italiano anziché nelle rispettive lingue. Insomma: da vedere, se si può, solo in originale.

20 luglio 2022

Paese del silenzio e dell'oscurità (W. Herzog, 1971)

Paese del silenzio e dell'oscurità (Land des Schweigens und der Dunkelheit)
di Werner Herzog – Germania 1971
con Fini Straubinger, Else Fehrer
***

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli.

Documentario sui sordociechi: il film segue in particolare Fini Straubinger di Monaco di Baviera, che Herzog aveva conosciuto durante le riprese del precedente "Futuro impedito". Fini, diventata completamente cieca a 15 anni e sorda a 18, racconta com'è la vita per chi, come lei, vive immerso nell'oscurità e nel silenzio (che poi in realtà non sono tali: come spiega lei stessa, si sentono continuamente rumori e ronzii, e anche gli occhi non vedono solo nero ma strani colori). I suoi ricordi di bambina e di ragazza, quando ancora vedeva e sentiva, le tornano in mente in continuazione: come le immagini di una gara di salto con gli sci. Rispetto ad altri "colleghi" di sventura, Fini è fra le più autonome: e infatti si occupa di volontariato, andando a fare visita ad altri sordociechi (soprattutto a quelli che vivono più isolati dagli altri, per esempio in campagna o negli istituti psichiatrici) per conto di un'associazione bavarese. Ciascuno ha un "accompagnatore" che li aiuta a comunicare fra loro e con il mondo esterno, grazie a un linguaggio esclusivamente "tattile", il metodo Lormen, che consiste in una serie di punti e di linee tracciate sul palmo della mano e lungo le dita. In generale, quello tattile è il principale modo che i sordociechi hanno per comunicare con il mondo, toccando oggetti e tastando forme. Fini e i suoi amici vengono così portati a volare per la prima volta (su un piccolo aeroplano), al giardino botanico a toccare le piante (persino i cactus!) e allo zoo ad accarezzare gli animali. Si incontrano regolarmente, per "parlare" e recitare poesie. Tutto, insomma, pur di non rimanere da soli a "naufragare nel buio e nel silenzio". Un film sincero, intenso, commovente, fra i migliori documentari di Herzog (ma d'altronde, quasi tutti i documentari di Herzog sono belli). La parte forse più impressionante è quella, nel finale, in cui incontriamo alcuni bambini che, a differenza di Fini, sono sordociechi dalla nascita: e ci viene spiegato che, se sin da piccoli non gli si insegna qualche forma di comunicazione, rimangono del tutto isolati dal mondo e chiusi in sé stessi, con conseguenze anche a livello mentale. Girato in maniera sobria e diretta, il film ha come unico accompagnamento alcuni brani di musica classica.

21 aprile 2022

La Gomera (Corneliu Porumboiu, 2019)

La Gomera - L'isola dei fischi (La Gomera)
di Corneliu Porumboiu – Romania/Fra/Ger 2019
con Vlad Ivanov, Catrinel Marlon
***

Visto in divx.

A La Gomera, isola delle Canarie, esiste una bizzarra lingua fatta solo di fischi, simili quelli degli uccelli, sviluppata dai pastori locali per comunicare a grandi distanze. Cristi (Vlad Ivanov), poliziotto corrotto della squadra narcotici di Bucarest, immanicato con Zsolt (Sabin Tambrea), imprenditore che lavora per conto di una banda di trafficanti di droga, vi si reca per impararla: gli servirà infatti per comunicare con i complici dell'uomo e organizzarne la fuga, senza farsi intercettare dai colleghi che ormai sospettano di lui. Ma intrighi e doppi giochi sono in agguato... Insolito e interessante thriller/neo-noir poliziesco, sfaccettato e complesso, con una struttura narrativa costruita su una serie di flashback e divisa in otto capitoli – ciascuno intitolato a un diverso personaggio – non in ordine cronologico. Il tema del linguaggio e della comunicazione, a partire dalla strana lingua dei fischi (il "silbo gomero", che esiste realmente), si appoggia su una vicenda caratterizzata da una ragnatela di relazioni fra i vari personaggi, tutti con una notevole dose di ambiguità e dove il bene e il male si fondono fra loro: dal protagonista stesso, poliziotto corrotto ma "buono" (e soprattutto silenzioso e impenetrabile: non abbiamo mai accesso ai suoi pensieri), alla bella Gilda (Catrinel Marlon), femme fatale amante/complice di Zsolt, di cui anche Cristi si innamora; dalla spregiudicata procuratrice Magda (Rodica Lazar), superiore di Cristi, che non esita a usare metodi discutibili pur di raggiungere i propri scopi, al boss della droga Paco (Agustí Villaronga) e al suo sottoposto Kiko (Antonio Buíl), fino all'inquietante concierge (István Teglas), appassionato di opera e proprietario di un motel al centro di diverse scene. Linguaggio, infatti, non significa solo parole, o fischi: è anche musica (fra i brani ricorrenti ci sono "Casta Diva" dalla "Norma", l'aria di Barbarina dalle "Nozze di Figaro", e la Barcarola dai "Racconti di Hoffmann" di Offenbach), e naturalmente cinema (innumerevoli le citazioni (meta)filmiche: il nome stesso di Gilda, lo spezzone di "Sentieri selvaggi" in cui viene usata un'altra lingua dei fischi!, il fatto che lo showdown finale avvenga in uno stabilimento cinematografico abbandonato, l'allusione alla scena di "Psyco" nella doccia). Citazione anche per un classico del cinema noir rumeno, "Un commissario accusa" di Sergiu Nicolaescu. Il finale forse è un po' disgiunto e trascinato. Anche se perfettamente guardabile a sé stante, il film è di fatto un sequel/spin-off del precedente "Politist, adjectiv" (2009) di Porumboiu, in cui Cristi aveva conosciuto il giovane Zsolt.

17 marzo 2022

Drive my car (Ryusuke Hamaguchi, 2021)

Drive my car (id.)
di Ryusuke Hamaguchi – Giappone 2021
con Hidetoshi Nishijima, Toko Miura
***

Visto in TV (Now Tv).

Invitato a una rassegna teatrale a Hiroshima per mettere in scena uno "Zio Vanja", l'affermato regista Yusuke Kafuku (Hidetoshi Nishijima) si vede assegnare suo malgrado un'autista, la giovane Misaki (Toko Miura), affinché lo conduca ogni giorno dall'albergo alla sede del festival dove si svolgono le prove. Per l'uomo, abituato da sempre a guidare personalmente la sua vecchia Saab 900 rossa (e ad ascoltare in macchina le cassette con la voce della moglie Oto (Reika Kirishima), defunta due anni prima, che legge le battute del dramma), affidare sé stesso e la propria auto a qualcun altro è come aprire di nuovo la propria vita all'esterno. E proprio come il testo di Čechov "entra dentro il corpo e fa muovere l'anima", mettendo in contatto persone diverse che riescono a comprendersi andando al di là delle parole (il dramma viene recitato in lingue differenti per ciascun personaggio: c'è persino un'attrice muta, che parla la lingua dei segni), così anche il tempo trascorso in macchina con l'autista diventa una sorta di autoanalisi per superare le incomprensioni e i dolori delle tragedie del passato. Da un racconto di Haruki Murakami (contenuto nella raccolta "Uomini senza donne"), una pellicola lenta e stratificata, che si prende i suoi (giusti) tempi per approfondire personaggi e situazioni. Nonostante una punta di pretenziosità (l'intellettualismo, il fatto che i credits giungano dopo un preambolo di quaranta minuti), i personaggi risultano veri, reali e complessi, e i temi trattati sono metafore esistenziali che risuonano dentro. Yusuke, dopo la morte della moglie, non vuole più recitare perché lo Zio Vanja "è un testo che ha il potere di scatenare cose inaspettate. Čechov è terrificante, attraverso le sue battute fa emergere il tuo vero io". Per questo motivo affida la parte del protagonista a Takatsuki (Masaki Okada), giovane e problematico attore che ha avuto una relazione proprio con sua moglie Oto: un modo per liberarsi da questa consapevolezza, o per esorcizzare i sensi di colpa. Un altro rimpianto è quello legato alla morte della figlia, che se fosse viva avrebbe adesso la stessa età della sua giovane autista (la quale, a sua volta, ha un passato pieno di traumi: uno dei difetti di Murakami è sempre stato quello di sovraccaricare di spunti le sue storie, persino quelle brevi). Gli ambienti (Tokyo, Hiroshima, l'Hokkaido; l'albergo, la sala prove del teatro, l'interno della macchina) accolgono e ospitano i personaggi fondendosi con loro, come se ne facessero parte: e la regia, poco invadente, accompagna lo spettatore con delicatezza e sensibilità. Grande successo di critica, con premi piovuti da tutte le parti: fra questi, quello per la sceneggiatura a Cannes e ben quattro nomination agli Oscar (non solo per il miglior film straniero, ma anche per il film, la regia e la sceneggiatura non originale). Nel cast anche Jin Dae-Young (l'organizzatore del festival). Originariamente la storia avrebbe dovuto svolgersi in Corea: le riprese sono state spostate da Busan a Hiroshima per via della pandemia di Covid, di cui è rimasta traccia nella scena finale (in cui i personaggi indossano la mascherina).

30 marzo 2017

Il ragazzo selvaggio (F. Truffaut, 1970)

Il ragazzo selvaggio (L'enfant sauvage)
di François Truffaut – Francia 1970
con Jean-Pierre Cargol, François Truffaut
***1/2

Rivisto in DVD.

Alla fine del Settecento (il film inizia nel 1798), in una foresta nel sud della Francia, viene trovato un bambino di circa dieci anni che viveva come un selvaggio: nudo e incapace di parlare, si nutriva di ghiande e radici e si comportava come un animale. Catturato, è portato a Parigi per essere studiato e "curato": dapprima rinchiuso nell'Istituto per Sordomuti, viene poi ospitato personalmente dal dottor Jean Itard nella sua tenuta di campagna, dove lo scienziato cerca faticosamente di educarlo e istruirlo, in particolare insegnandogli a comprendere il linguaggio. Ispirato a una storia vera (il bambino divenne noto con il nome di "Victor dell'Aveyron") e ai diari e agli appunti del dottor Itard, che contribuirono allo sviluppo di una branca della psicologia, un film all'apparenza atipico rispetto al resto della produzione di Truffaut. Girato con uno stile quasi bressoniano, in un rigoroso (e formalmente elegantissimo) bianco e nero, con dissolvenze che fanno uso dei mascherini circolari tipici dell'era del muto, una progressione narrativa del tutto priva di drammaticità (la pellicola racconta una successione di episodi che ricordano proprio le pagine di un diario, con un approccio quasi didascalico e documentaristico), e con lo stesso Truffaut come attore protagonista (nei panni dello scienziato: il ragazzo selvaggio è invece interpretato – in maniera fisica ed animalesca – da un eccezionale Jean-Pierre Cargol, un bambino gitano incontrato per caso da un'assistente del regista in una strada di Montpellier e che in seguito non ha più proseguito la carriera d'attore). Eppure, a ben vedere, i collegamenti a livello di temi e contenuti con le altre opere del regista francese non mancano, a cominciare ovviamente da quelle con il suo film d'esordio, "I quattrocento colpi", che come questo presentava un giovanissimo protagonista emarginato, alle prese con un mondo che gli stava stretto e con le tappe della propria educazione (più o meno controvoglia). Da notare che "Il ragazzo selvaggio" è dedicato proprio a Jean-Pierre Léaud, l'attore che aveva intepretato Antoine Doinel. Qui la situazione è ancora più estrema, come scrisse in seguito lo stesso Truffaut: «Ne "I quattrocento colpi" ho mostrato un ragazzo che mancava di affetto, cresciuto senza tenerezza; in "Fahrenheit 451" ho parlato di un uomo cui vengono negati i libri, cioè la cultura. Quello che manca a Victor dell'Aveyron è ancora più radicale: si tratta del linguaggio». Un altro parallelo si può fare con "Jules e Jim": anche qui il protagonista è alle prese con una serie di norme impostegli dalla società, per sfuggire alle quali (come l'istinto di trasgressione impone) non c'è soluzione che la fuga (o la morte, reale o metaforica). Curiosa la scelta di Truffaut di interpretare lui stesso lo scienziato, come a voler sovrintendere personalmente all'educazione del suo personaggio. Françoise Seigner è madame Guérin, la governante di Itard (l'unica che dimostra affetto, quasi materno, verso Victor), Jean Dasté è il professor Pinel, il collega scettico.

Nella storia di Victor – che ricorda un altro caso celebre, quello di Kaspar Hauser, anch'esso portato al cinema pochi anni più tardi (nel 1974) da Werner Herzog – è evidente, anche a un livello superficiale, la contrapposizione fra natura (istintuale) e cultura (artificiale). I medici che per primi esaminano il ragazzo, e a ben vedere lo stesso Itard, si pongono unicamente l'obiettivo di "civilizzarlo", anche a forza se necessario: per loro il ragazzo è solo l'oggetto di un "esperimento di educazione". Eppure, nonostante i premi che gli vengono elargiti ogni volta che porta a termine con successo uno degli innumerevoli esercizi cui è sottoposto, le uniche volte che lo vediamo davvero felice sono quelle in cui può tornare ad aggirarsi nella natura, che si tratti di semplici passeggiate in campagna, di furiose scorribande notturne o di danze sotto la pioggia. A un certo punto, persino la governante di Itard spiega allo scienziato che tutto quello che è riuscito a fare per il ragazzo è stato "strapparlo a una vita innocente e felice". L'ambientazione a cavallo fra Settecento e Ottocento, in epoca post-rivoluzione e dunque in pieno illuminismo (uno dei cui tratti era proprio il compito pedagogico dell'intellettuale), non è certo un dettaglio da poco: l'idealista Itard è fermamente convinto che Victor sia un "selvaggio" solo per mancanza di educazione, e non per problemi psichici o per carenze affettive come invece suggerirebbero la moderna medicina o psicanalisi (oggi, restrospettivamente, si ritiene che Victor fosse autistico). La contrapposizione ottocentesca fra natura e cultura risalta magnificamente anche nella colonna sonora: se nei primi minuti, quelli in cui il ragazzo vive ancora nella foresta, il film è accompagnato solo dai rumori della natura, dalle frasche che si muovono, dai canti degli uccelli, dallo scorrere dell'acqua (e persino le voci dei paesani che catturano Victor non sono doppiate!), quando ci si trasferisce a Parigi e poi nella tenuta di Itard ecco che subentrano suoni "creati dall'uomo", vale a dire due brani di Antonio Vivaldi (il concerto per mandolino RV 425 e quello per flauto traverso RV 433), che accompagnano tutte le tappe dell'educazione del povero Victor, fino al suo ultimo tenativo di fuga, con annesso l'inevitabile ritorno a casa, dopo che lo scienziato, non contento dei soliti esercizi, ha voluto "mettere alla prova" persino la sua morale e il senso di giustizia, punendolo ingiustamente dopo un compito svolto in modo corretto. Proprio questa breve fuga e il successivo ritorno possono essere considerate come le ultime tappe del suo "percorso di crescita". Il film si interrompe quando Victor è ancora bambino: nella realtà, visse ancora una trentina d'anni (senza mai raggiungere un completo sviluppo intellettuale) prima di morire a Parigi nel 1828.

26 gennaio 2017

Arrival (Denis Villeneuve, 2016)

Arrival (id.)
di Denis Villeneuve – USA/Canada 2016
con Amy Adams, Jeremy Renner
**1/2

Visto al cinema Uci Bicocca.

Quando dodici astronavi aliene sbarcano sulla Terra, fermandosi in diversi punti del pianeta, l'esperta linguista Louise Banks (Adams) viene incaricata di decifrare il linguaggio dei loro occupanti – una misteriosa razza di creature eptapodi – per stabilire una comunicazione e scoprirne le intenzioni e i reali motivi della loro venuta. Mentre Louise compie lentamente progressi, la tensione fra la popolazione e le divisioni fra i principali governi del pianeta (non tutti convinti che si debba comunicare pacificamente con gli alieni) crescono inesorabilmente verso il punto di non ritorno... Il regista canadese Denis Villeneuve scalda i motori per l'imminente "Blade Runner 2049" cimentandosi per la prima volta con la fantascienza grazie a una sceneggiatura di Eric Heisserer (dal racconto "Storia della tua vita" di Ted Chiang). Se il modello letterario è "La voce del padrone" di Stanislaw Lem (come in quel romanzo, infatti, Louise fa parte di una task force di scienziati di varia estrazione – fra i quali il fisico teorico Ian Donnelly (Renner) – che devono collaborare per decifrare la lingua degli alieni), quelli cinematografici sono indubbiamente "Contact", "Incontri ravvicinati del terzo tipo" e "Interstellar". Pur implausibile in più punti sul piano logico o scientifico, la pellicola riesce a far riflettere in maniera intelligente sul tema della comunicazione (che implica necessariamente un qualche tipo di connessione o di condivisione) e su come il linguaggio influenzi il modo di percepire il mondo: quello degli alieni, così diverso del nostro, rispecchia la loro concezione "circolare" del tempo, che finisce col permeare anche la mente di Louise e portarla alla soluzione dell'enigma (con un emotivo colpo di scena finale per gli spettatori, "manipolati" fino a quel punto da un montaggio che li aveva portati a ritenere dei flashback quelli che in realtà erano dei momenti di precognizione). Certo, la scelta finale della protagonista, smaccatamente pro-life, getta un'ombra fastidiosa sull'intera pellicola e sui suoi reali intenti. Nella versione italiana, Ian e Louise battezzano i due alieni Tom e Jerry: in originale, invece, li chiamano Abbott e Costello (ovvero Gianni e Pinotto). Forest Whitaker è il colonnello americano, Tzi Ma è il generale cinese. La colonna sonora d'atmosfera (di Jóhann Jóhannsson) comprende il suggestivo "On the Nature of Daylight" di Max Richter. Da notare che vent'anni prima, nel 1996, era già uscito un film chiamato "The arrival" che parlava di contatti con gli alieni, ma si trattava di un thriller d'azione (di David Twohy) senza grandi qualità.

23 dicembre 2016

Tokyo! (Gondry, Carax, Bong, 2008)

Tokyo! (id.)
di Michel Gondry, Leos Carax, Bong Joon-ho – Giappone/Francia/Germania/Corea del Sud 2008
con Ayako Fujitani, Denis Lavant, Teruyuki Kagawa
**

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli in inglese.

Film diviso in tre episodi, ambientati a Tokyo e diretti da tre registi (non giapponesi) noti per la loro cifra stilistica autoriale e bizzarra: i francesi Gondry e Carax e il sudcoreano Bong. Il risultato è originale e a suo modo godibile per il taglio surreale e grottesco, ma nel complesso non certo entusiasmante. Disagio, spaesamento e incomunicabilità sono i principali temi trattati: tutt'altro che un grido d'amore per la città (come invece erano stati altri film collettivi, tipo "Paris, je t'aime" o "New York, I Love You"). Tokyo fa qui da sfondo universale per le vicende di personaggi che, tutto sommato, avrebbero potuto svolgersi in qualsiasi altra metropoli (come dimostra il fatto che l'episodio di Gondry è tratto da un fumetto – di Gabrielle Bell – che originariamente era ambientato a New York).

Interior Design (**1/2), di Michel Gondry, con Ayako Fujitani e Ryo Kase
Akira e Hiroko, fidanzati con pochi soldi e poche prospettive, giungono a Tokyo dove lui – aspirante filmmaker – deve proiettare una pellicola in un festival underground. Ospitati momentaneamente da un'amica, cercano senza troppo successo un appartamento e un impiego. Mentre per Akira le cose cominciano ad andare bene (il suo film riceve una buona accoglienza, e intanto trova un lavoro seppur modesto), la ragazza si sente sempre più vuota e a disagio di fronte alle difficoltà e alle responsabilità della grande città. Si trasformerà in una sedia, e come oggetto di arredamento si sentirà finalmente utile. Nonostante il finale surreale, è l'episodio più intimo e malinconico, quello con la miglior sceneggiatura nonché quello che meglio sfrutta l'ambientazione urbana.

Merde (*1/2), di Leos Carax, con Denis Lavant e Jean-François Balmer
Un bizzarro individuo semi-preistorico, scalzo e con la barba rossa, fuoriesce da un tombino e semina il panico e il disordine per le strade di Tokyo. Merde (questo è il suo nome, decisamente programmatico) è una scheggia irrazionale e impazzita, elemento di disturbo e specchio deformante della società: mangia il denaro e i fiori, e odia la gente senza alcun motivo. Arrestato, viene processato (è difeso da un avvocato francese che gli somiglia incredibilmente e che comprende il suo linguaggio gutturale) e condannato a morte: ma sopravviverà all'impiccagione e sparirà nel nulla. Il cartello conclusivo preannuncia una sua trasferta a New York ("Merde in USA"), ma il personaggio riapparirà invece a Parigi in una scena del successivo film di Carax, "Holy Motors". È la prima volta che vedo qualcosa di questo regista, e francamente il suo approccio provocatorio, metaforico e volutamente sgradevole non sembra particolarmente di mio gusto.

Shaking Tokyo (**), di Bong Joon-ho, con Teruyuki Kagawa e Yu Aoi
Un hikikomori, che non esce di casa da dieci anni perché odia la luce del sole e il contatto visivo con le altre persone, rimane affascinato dalla ragazza che ogni settimana gli consegna a casa la pizza. Pur di rintracciarla, si azzarda a avventurarsi per le strade della città, scoprendole completamente deserte: quasi tutti gli abitanti, infatti, si sono reclusi in casa, proprio come lui. Ma le scosse di un terremoto li spingeranno a uscire... L'episodio più romantico e simbolico (molti i paralleli fra la vita umana e quella dei robot: la ragazza ha tatuati sul proprio corpo dei pulsanti che, se premuti, attivano le sue emozioni), ma anche il più esile. Per molti aspetti sembra anticipare i temi di "Castaway on the Moon", pellicola sudcoreana che uscirà l'anno successivo.

12 dicembre 2016

Storie (Michael Haneke, 2000)

Storie (Code inconnu)
di Michael Haneke – Francia/Germania/Romania 2000
con Juliette Binoche, Thierry Neuvic
**1/2

Rivisto in divx.

A Parigi, sulle facciate delle case, non ci sono citofoni: per aprire i portoni occorre digitare un codice numerico. E se non lo si conosce, è impossibile entrare in contatto. Il "codice sconosciuto" del titolo originale, dunque, allude al filo conduttore di questo film, il primo girato da Haneke fuori dall'Austria: la difficoltà nel comunicare, anche quando si vive sotto lo stesso tetto (che si tratti di coniugi, parenti o vicini di casa) o nella stessa città (e qui il riferimento va agli immigrati, di prima o di seconda generazione). Come nel precedente "71 frammenti di una cronologia del caso", la pellicola è composta da una serie di scene (quasi tutte in piano sequenza, e separate da un breve momento in cui lo schermo si fa nero) che seguono in parallelo le vicende di vari personaggi: l'attrice Anne (Juliette Binoche); il suo compagno Georges (Thierry Neuvic), fotografo di guerra; il giovane Jean (Alexandre Hamidi), fratello di Georges, che vuole fuggire di casa; il padre di questi (Josef Bierbichler), contadino taciturno; Amadou (Ona Lu Yenke), figlio di immigrati africani; Maria (Luminița Gheorghiu), migrante rumena; e tanti altri ancora. Stavolta, però, non c'è un punto di convergenza finale (anzi, c'è divergenza: molti di questi si incontrano nella prima scena per poi seguire strade differenti): il sottotitolo, "Racconto incompleto di diversi viaggi", preannuncia che in effetti mancherà un'esplicita risoluzione. I personaggi sembrano incapaci di comprendersi non soltanto perché parlano lingue diverse (nel film si odono il francese – doppiato in italiano – oltre all'arabo e al rumeno), ma anche perché, pur condividendo lo stesso linguaggio, non sono in grado di comprendere le ragioni o le esigenze degli altri, in una società dove mondi diversi possono coesistere senza mai entrare veramente in contatto. Eppure i possibili linguaggi con cui comunicare sarebbero molteplici, al di là di quello verbale: le immagini (le foto di guerra scattate da Georges), la recitazione o il doppiaggio (Anne), la religione (la madre di Amadou), i riti condivisi (il matrimonio festeggiato in Romania), le dinamiche di gruppo (come quelle fra compagni di classe), i gesti, le regole della convivenza civile, la ribellione, la solidarietà, o semplicemente l'empatia. Tutti sembrano destinati a fallire (persino i bambini sordomuti che aprono e chiudono la pellicola, impegnati nel gioco dei mimi con il linguaggio dei segni, non indovinano mai!). E se viene a mancare anche il rapporto fra innamorati (nella scena finale Georges rimane chiuso fuori di casa, perché non conosce il "codice" del portone che Anne ha cambiato), o quello fra padre e figlio, perché dovrebbe esserci solidarietà fra i popoli? Il film è stato girato nel 2000, all'alba del nuovo millennio: e rivisto oggi, in piena crisi dei migranti, si dimostra non solo preveggente, ma più realista che pessimista.

29 luglio 2016

Buon giorno (Yasujiro Ozu, 1959)

Buon giorno (Ohayo)
di Yasujiro Ozu – Giappone 1959
con Koji Shitara, Masahiko Shimazu
***1/2

Rivisto in DVD, con Sabrina e Daniela, in originale con sottotitoli.

Il secondo film a colori di Ozu, tutto ambientato in un piccolo quartiere alla periferia di Tokyo che è un vero e proprio microcosmo dominato dai rapporti di vicinato, è uno dei suoi lavori più leggeri, almeno fra quelli del dopoguerra. Privo di reali elementi drammatici, in un certo senso riprende temi e situazioni delle sue commedie degli anni trenta, e in particolare è quasi un remake di "Sono nato, ma...", con l'identico focus sui bambini e sulla loro "ribellione" verso le regole che governano il mondo degli adulti, da essi considerate assurde e prive di senso. Segno evidente di come il regista, dopo il tentativo di adeguarsi alle correnti del nuovo cinema giapponese che aveva caratterizzato alcuni suoi film degli anni cinquanta (come "Inizio di primavera" e "Crepuscolo di Tokyo"), avesse deciso di fare un passo indietro e di tornare a osservare la realtà con lo stile sobrio e controllato (e considerato da molti datato) che lo aveva sempre contraddistinto. Naturalmente, anche quando sembra guardare al passato, Ozu è in realtà assai attento a illustrare i cambiamenti sociali del Giappone e il contrasto fra tradizione e modernità, rappresentata qui dal consumismo e dall'arrivo nelle case dei primi elettrodomestici (da acquistare a rate), con tutto ciò che ne consegue: dalle gelosie delle donne sull'amica che ha comprato una lavatrice (con il sospetto che abbia usato il denaro della locale associazione di quartiere), alla chiacchiere sui nuovi vicini (giovani e disinvolti: si aggirano addirittura in casa in pigiama!) che hanno installato per primi un televisore. Proprio l'apparecchio televisivo catalizza l'attenzione di tutti i bambini della zona, che anziché studiare si recano a casa della coppia per guardare gli incontri di sumo. E quando i fratellini Minoru e Isamu, sgridati dal padre (Chishu Ryu), gli chiedono di acquistare a sua volta un televisore, ricevendone un secco rifiuto (c'è persino chi già prevede che "La televisione trasformerà i giapponesi in cento milioni di idioti"), i due decidono per ripicca di chiudersi in un ostinato mutismo. Tanto, spiegano, la maggior parte delle parole degli adulti sono comunque inutili: formule di saluto, espressioni e convenevoli formali, discorsi che parlano di tutto fuorché delle cose importanti. Come dimostra, in effetti, la side story della giovane zia dei due ragazzi, Setsuko (Yoshiki Kuga), e del loro insegnante di inglese Fukui (Keiji Sada), che pur essendo innamorati l'uno dell'altra non riescono mai ad affrontare l'argomento e parlano soltanto di lavoro, del tempo o di altre sciocchezze.

Il tema del linguaggio e della comunicazione è centrale nell'intero film: dai bambini stessi che hanno imparato a fare le puzzette a comando, ispirati dal padre di uno di loro (la cui moglie, a casa, ogni volta che sente una scorreggia, crede che il marito l'abbia chiamata!), al linguaggio "non verbale" del venditore ambulante, che si porta dietro un coltello per intimidire le casalinghe (ma riceverà pan per focaccia quando si trova davanti alla vecchia ostetrica, con un coltello più grande del suo, in una scena che sembra anticipare quella celebre di "Mr. Crocodile Dundee"). La ribellione dei bambini, come in "Sono nato, ma...", è dunque un'occasione per guardare al mondo degli adulti e alle sue regole sociali con un occhio disincantato, mostrandone le assurdità e i paradossi: una provocazione contro la standardizzazione del linguaggio che finisce col svuotarlo del suo vero fine, la trasmissione di contenuti. A questo punto, tanto vale sostituire le parole con le scorregge. Un altro esempio di "svuotamento" di significato delle parole è quando il piccolo Isamu non prende sul serio i rimproveri del padre ("Non è veramente arrabbiato, si vede che sta ridendo!"), in una scena che evoca un altro tema caro a Ozu, la perdita dell'autorità paterna. Nonostante la leggerezza, il film non si limita ad accatastare gag (i bambini che per imparare a far meglio le puzzette si mangiano la pietra pomice, il venditore ambulante che smercia sistemi d'allarme contro i venditori stessi), ma sfiora anche temi sociali, come il problema del lavoro (il giovane Fukui, disoccupato, che vive facendo traduzioni e dando lezioni private; l'anziano Tomizawa, cui non basta la pensione, che si ricicla a sua volta come venditore porta a porta di elettrodomestici). Nel cast corale, è fenomenale il piccolo Isamu (Masahiko Shimazu), degno erede di "Tokkan Kozo", che segue il fratello maggiore in ogni sua bravata, saluta gli adulti in inglese ("I love you!") e si compiace quando riesce a dimostrarsi all'altezza dei bambini più grandi di lui. Se la regia di Ozu è come al solito curatissima nella gestione degli spazi, nel montaggio, nelle inquadrature e nelle geometrie, anche l'utilizzo dei colori è magistrale, con piccoli squarci di rosso acceso che suggeriscono la modernità o l'eccentricità della coppia giovane, mentre le dimore delle famiglie più tradizionali mostrano solo tinte più tenui e colori più smorti. Anche la colonna sonora è insolita, con temi che ricordano il cinema europeo (le commedie di Jacques Tati, in particolare: l'intero film è in fondo parente nelle atmosfere di "Mio zio": che ci sia stata una qualche influenza?) o il teatro d'opera (l'aria di Rodolfo da "La Bohème").

12 gennaio 2016

Dogtooth (Yorgos Lanthimos, 2009)

Dogtooth (Kynodontas)
di Yorgos Lanthimos – Grecia 2009
con Christos Stergioglou, Angeliki Papoulia
****

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Il mito della caverna di Platone, adattato e trasfigurato in un disturbante dramma familiare. Per "proteggerli" dal mondo esterno, due genitori tengono i figli (un maschio e due femmine) rinchiusi in totale isolamento nella loro casa fuori città, una grande villa in aperta campagna con giardino e piscina, circondata da un alto steccato. Solo al padre è consentito di uscire per recarsi al lavoro in auto, mentre ai ragazzi – ormai praticamente adulti, ma ancora trattati come bambini – è stato insegnato che l'ambiente di fuori è pericoloso e popolato da creature violente e letali (come i "gatti"). Il condizionamento (che prevede la totale assenza di informazioni e di stimoli provenienti dall'esterno) è garantito dalla neutralizzazione delle parole più scomode (che assumono nuovi e diversi significati) e dalla distorsione di concetti fondamentali sulla vita, la società e i rapporti umani. Per "auto-migliorarsi" all'interno di questo particolare microcosmo, o anche solo per passare il tempo, i ragazzi si impegnano in strani test e competizioni, i cui punteggi garantiscono blandi premi o punizioni. E per venire incontro a particolari esigenze (come gli istinti sessuali del ragazzo), il padre conduce occasionalmente in casa Christina, una donna impiegata come come addetta alla sicurezza nella fabbrica dove lavora; ma quando questa si dimostrerà inaffidabile (in particolare portando in casa delle videocassette attraverso le quali la figlia maggiore entrerà in contatto con realtà che non conosceva e che contraddicono apparentemente ciò che gli è sempre stato insegnato: nello specifico, si tratta dei film "Rocky IV", "Lo squalo" e "Flashdance"), si dovrà fare a meno anche di lei. I ragazzi non hanno nemmeno un nome, anche se la suddetta figlia maggiore (quella che cova il maggior spirito di ribellione) se ne sceglie uno di nascosto: "Bruce". Fra i tanti elementi interessanti di una pellicola dai toni paradossali e surreali, c'è la mutata percezione del sesso da parte dei ragazzi: imitando Christina, che aveva chiesto alla maggiore di essere "leccata" in cambio di un dono, per le figlie diventa una consuetudine farlo come merce di scambio (anche non in zone erogene: l'atto non ha alcuna implicazione di natura sessuale). Quando Christina uscirà di scena, a fare le sue veci sarà una delle sorelle del ragazzo: e poco importa se si tratterà di incesto (tutto ciò che viene da fuori è pericoloso, mentre quello che è all'interno della casa no).

La tattica di mistificazione e di deformazione della realtà, come detto, implica di tenere i figli nella completa ignoranza delle cose della vita: per spiegare il prossimo arrivo di un cane da guardia, i genitori dicono loro che la madre lo partorirà (e nel frattempo, per tener lontano i "pericolosi" gatti, ad abbaiare ci pensano i membri stessi della famiglia: una scena significativa, se abbinata a quella del discorso dell'istruttore del canile); gli aerei che sorvolano la casa vengono descritti come minuscoli, e spesso cadono (a questo scopo, basta ogni tanto lasciare un aereo giocattolo nel giardino); un disco con la canzone "Fly me to the moon" viene spacciato per un messaggio del nonno, che li invita ad amare la casa e i genitori e a non abbandonarli mai; e naturalmente – e questo spiega il titolo del film – c'è la regola secondo cui un ragazzo diventa adulto, e dunque può uscire di casa, soltanto quando perde uno dei canini; ma l'unico mezzo sicuro per avventurarsi all'esterno è l'automobile, e per prendere la patente bisogna aspettare che il canino ricresca: un modo come un altro per lasciare i figli nell'attesa di qualcosa che non avverrà mai (il condizionamento è talmente forte che la figlia maggiore, persino nella sua ribellione, continuerà a seguire queste regole). Il film ha fatto scalpore nel circuito dei festival internazionali per il suo mettere in scena – attraverso un desiderio malsano (anche se forse amorevole e in buona fede) di proteggere i propri figli dal male del mondo esterno – una metafora sociale e/o politica (il governo che si prende cura dei propri cittadini mentendo o nascondendo loro la verità; oppure, se vogliamo, i rischi dell'isolazionismo e dell'autarchia, con la perdita totale del senso delle cose). In fondo i genitori costruiscono un ordine artificiale, attraverso la propaganda, la disinformazione e il condizionamento sociale, e non pochi sono gli elementi che ricordano le distopie come "1984" (l'alterazione del linguaggio) o "Matrix" (la modifica della percezione del mondo, dei suoi simboli e delle relazioni). Proprio come fanno i genitori con i figli, anche il regista centellina, manipola o nasconde le informazioni ai propri spettatori, lasciandoli all'oscuro di alcuni sviluppi (per esempio nel finale, ma anche nell'antefatto: si pensi al "fratello maggiore" che secondo i ragazzi vive al di fuori dello steccato; probabilmente un altro figlio che, prima di loro, è fuggito di casa). La regia è asciutta e senza fronzoli, quasi fredda nel mostrare sullo schermo tante e tali "perversioni" (siamo dalle parti di Haneke, del citato Ferreri, forse di Buñuel). Lo spunto su cui si basa il soggetto, per quanto originale possa sembrare, è stato usato più volte al cinema (da "Il castello della purezza" di Ripstein, ispirato fra l'altro a una storia vera, a "The village" di M. Night Shyamalan) e in letteratura, per non parlare – visto che proviene dalla Grecia – del mito della caverna, appunto. Ultima curiosità: il poster del film mostra due canini stilizzati, ma la forma è quella di una parabola, ad avvisare sin da subito che si tratta di una metafora (in greco, come in italiano, la parola "parabola" ha il duplice significato di curva geometrica e racconto allegorico).

5 febbraio 2013

Sulle mie labbra (Jacques Audiard, 2001)

Sulle mie labbra (Sur mes lèvres)
di Jacques Audiard – Francia 2001
con Emmanuelle Devos, Vincent Cassel
***

Rivisto in divx, con Giovanni, Rachele, Paola, Eleonora, Claudia, Francesca, Fausto, Florian, Sabine.

Carla, ragazza sorda e solitaria che lavora come segretaria in un ufficio immobiliare, assume come assistente personale Paul, un giovane ladruncolo appena uscito di prigione. Oltre che per il piacere di avere finalmente un uomo accanto, la donna approfitta dei suoi metodi e della sua spregiudicatezza per prendersi – non sempre in maniera lecita – qualche rivincita nell’ambiente di lavoro (dove i colleghi tendono a isolarla e a ridicolizzarla). A sua volta, Paul sfrutterà la capacità di lei di leggere le labbra per coinvolgerla nel tentativo di “soffiare” la refurtiva a tre malviventi che hanno appena compiuto una rapina in banca. Insolito ed elegante thriller esistenziale che a una prima parte a sfondo “sociale”, tutta ambientata in un contesto lavorativo quotidiano e frustrante, ne fa seguire una seconda dai toni più “polar”, che si dipana nel sottobosco della malavita parigina come un film d’azione. Fondamentale la caratterizzazione dei personaggi, descritti come figure a tutto tondo e piene di luci e ombre (più che una relazione sentimentale – anche se il sottotesto sessuale è sempre presente, e alla fine la storia d’amore si concretizza – entrambi “usano” le capacità dell’altro per il proprio beneficio e il proprio riscatto: persino lei non si fa scrupolo a infrangere la legge). La fotografia è scura e avvolgente, le riprese con la macchina a mano si soffermano spesso e volentieri su primissimi piani e su particolari ravvicinati dei corpi, dei volti e delle mani dei protagonisti, mentre il sonoro gioca con il particolare modo in cui Carla percepisce il mondo intorno a sé (come quando si toglie l’apparecchio acustico per non essere disturbata o infastidita dai rumori che la circondano, affidandosi totalmente agli altri sensi, la vista in primis). Buone e intense le interpretazioni di Emmanuelle Devos (che per questo ruolo ha vinto il premio César) e Vincent Cassel: i due reggono quasi tutto il peso del film sulle loro spalle, lasciando pochissimo spazio ai comprimari (fra i quali spicca Olivier Perrier nei panni dell’assistente sociale di Paul, protagonista di un’insolita sottotrama che lo vede alle prese con la scomparsa della moglie). Il tema della comunicazione attraverso un linguaggio straniero o comunque “diverso” (qui quello dei sordi che leggono le labbra) rimarrà una costante di tutto il cinema di Audiard (si pensi alla musica in “Tutti i battiti del mio cuore” o al dialetto ne “Il profeta”), così come quello dell’handicap (fino al recente, anche se meno riuscito, “Un sapore di ruggine e ossa”).

31 gennaio 2011

Il discorso del re (Tom Hooper, 2010)

Il discorso del re (The King's Speech)
di Tom Hooper – Gran Bretagna 2010
con Colin Firth, Geoffrey Rush
**

Visto al cinema Arcobaleno, con Hiromi, in originale con sottotitoli.

Per superare la balbuzie che lo affligge sin da bambino e che gli rende difficile e imbarazzante tenere discorsi in pubblico (attività che i membri della famiglia reale, dopo l'invenzione della radio, sono tenuti a svolgere con sempre maggior frequenza), il principe Albert di Gran Bretagna (figlio di re Giorgio V e fratello minore dell'erede al trono Edward) si rivolge a un logopedista australiano, Lionel Logue, che con i suoi metodi poco ortodossi e ancor meno formali lo aiuterà a vincere le proprie incertezze. L'amicizia fra i due si rivelerà fondamentale nel 1939 quando, diventato re d'Inghilterra con il nome di Giorgio VI dopo che il fratello ha abdicato per sposare Wallis Simpson, Albert dovrà pronunciare l'importante discorso che comunica al popolo l'ingresso in guerra contro la Germania. Filtrando i grandi eventi della storia attraverso un "piccolo" dramma personale, il film riesce a comunicare tutta l'umanità di un personaggio costretto a mostrare in pubblico un volto fermo e solenne, in contrasto con il proprio carattere timido e introverso. Albert è un principe e poi un re riluttante che riesce – grazie alla forza di volontà e soprattutto all'amicizia con un "uomo comune" ed estraneo al contesto della famiglia reale come Logue (curiosa, fra l'altro, l'affinità del cognome del personaggio con la parola logos) – a superare i propri limiti. La sceneggiatura (di David Seidler, a sua volta un balbuziente) lascia intendere che i disturbi di dizione del protagonista avessero un'origine psicologica. Certo, lascia un po' perplessi che nella scena finale ci sia tanta enfasi e apprezzamento per il lato formale del discorso mentre nessuno sembra preoccuparsi per i contenuti (ossia l'inizio della guerra). Eccellente l'interpretazione di Colin Firth, da apprezzare guardando il film in lingua originale (trattandosi di una pellicola incentrata sul linguaggio, è quasi un delitto ascoltarla doppiata), ma anche quella dell'ironico Geoffrey Rush, sagace terapeuta e attore shakesperiano dilettante, a sua volta in grado di superare le proprie insicurezze e l'inadeguatezza sociale grazie al successo del suo paziente. La brava Helena Bonham Carter è la moglie di Albert, Guy Pearce è un Edward un po' schematico, Michael Gambon è Giorgio V, Timothy Spall è un caricaturale Winston Churchill, Derek Jacobi è l'arcivescovo di Canterbury. Nella colonna sonora si fa ampio uso di celebri brani di musica classica: in particolare, durante il fatidico discorso si ode in sottofondo l'Allegretto della settima sinfonia di Beethoven. C'è stata qualche polemica negli Stati Uniti e in altri paesi per il turpiloquio usato da Logue come metodo di cura "shock" (e pare, assurdo!, che verrà realizzata anche una versione rimontata senza le scene incriminate). Esagerate, comunque, dodici candidature agli Oscar per un film un po' ingessato e limitato dalla "monotematicità" che gli impedisce di spaziare al di fuori del suo tema centrale.

14 giugno 2009

Il profeta (Jacques Audiard, 2009)

Il profeta - Uccidi o sarai ucciso (Un prophète)
di Jacques Audiard – Francia 2009
con Tahar Rahim, Niels Arestrup
***

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Il diciannovenne Malik El Djebena viene condannato a sei anni di prigione. Entra in carcere ignorante, impaurito e senza alcuna prospettiva: ne uscirà istruito, maturato e soprattutto a capo di un piccolo impero criminale. La prigione come maestra di vita e come via d'ingresso principale al mondo della criminalità organizzata: i temi non sono nuovi, ma lo stile di Audiard è efficace nel mostrarli con una grande concretezza drammatica. Il suo controllo sulla materia trattata non viene mai meno, anche se alcune divagazioni metafisiche sembrano un po' dei corpi estranei rispetto al resto della pellicola. Fra i punti di forza del film ci sono senza dubbio la descrizione di un mondo duro e amorale, dove ogni amicizia nasconde un interesse e che tuttavia offre grandi opportunità a chi è in grado di coglierle; e soprattutto la lenta ma serrata progressione degli eventi, che porta lo spettatore quasi a convivere con Malik per tutti i sei anni della sua prigionia, osservandone la trasformazione e i continui passi in avanti, dall'apprendimento delle lingue alla comprensione delle regole interne ed esterne. Il regista è bravo anche a evitare molti luoghi comuni dei lungometraggi ambientati nelle carceri e a sfuggire a ogni inutile didascalismo, e qua e là regala immagini di gran classe e piccoli momenti di approfondimento dei personaggi che mostrano la cura nella sceneggiatura e nella progettazione del film (che a Cannes ha vinto il Grand Prix).

Pur essendo arabo (ma non praticante), Malik diventa un protetto del boss corso Luciani, che lo sfrutta per uccidere un pericoloso testimone rinchiuso in un altro blocco. L'impressionante omicidio, il primo della sua vita, scuote il ragazzo a tal punto che il “fantasma” della sua vittima continuerà ad apparire nella sua cella e a tenergli compagnia, regalandogli squarci di visioni del futuro (da qui il titolo del film: ma ripeto, quello soprannaturale è forse l'unico elemento che mi è sembrato superfluo). All'apparenza ingenuo e sempliciotto, in realtà intelligente e veloce ad apprendere, Malik continuerà a lavorare per il gangster corso, studiandolo in segreto e appropriandosi dei segreti del mestiere, e contemporaneamente metterà in piedi per proprio conto una serie di traffici di droga dentro e fuori dalla prigione, approfittando delle poche libere uscite per stringere legami con criminali sempre più potenti. Fondamentali, per la riuscita del film, sono i volti degli attori: tutti sporchi, brutti, feriti dalla vita e dalla violenza. Non so come sarà la versione italiana, ma è senza dubbio un film da vedere in originale, visto che la commistione delle lingue (il corso, l'arabo, il francese) è davvero splendida e particolarmente rilevante nell'economia del film. Fra l'altro, anche nell'unico altro lavoro di Audiard che avevo visto, “Sulle mie labbra”, il linguaggio aveva un ruolo importante.

12 novembre 2007

Un'altra giovinezza (F. F. Coppola, 2007)

Un'altra giovinezza (Youth without youth)
di Francis Ford Coppola – USA/Romania/Italia 2007
con Tim Roth, Bruno Ganz
**1/2

Visto al cinema Apollo.

Dopo dieci anni di inattività (se si eccettua la parentesi di "Supernova"), Coppola torna al cinema con un film assurdo e complesso, affascinante e diseguale, con echi di Lynch e di Greenaway, che mi è piaciuto abbastanza anche se non sempre ne ho colto il senso ultimo e intimo. Tratto da un racconto di Mircea Eliade, celebre storico delle religioni, narra di uno studioso orientalista rumeno che a 70 anni, quando è ormai sull'orlo del suicidio, viene colpito da un fulmine che incredibilmente lo rigenera e lo ringiovanisce, gli dona poteri paranormali e un'ampliamento della memoria e della conoscenza, oltre a sviluppare la nascita di un suo "doppio". Siamo nel 1938, e anche gli scienziati nazisti si interessano a lui. Ma dopo che si è rifugiato nella neutrale Svizzera, la sua vicenda prosegue negli anni '60 quando conosce una ragazza che a sua volta ha subito un'esperienza simile, regredendo sempre più indietro nel tempo e vivendo tutta una serie di incarnazioni precedenti. L'incontro fra i due, tra un viaggio in India e uno a Malta, potrebbe consentire allo studioso di svelare le origini del linguaggio, la nascita della coscienza umana e l'inizio della storia. Nel mediocre "Jack", Coppola aveva presentato un personaggio giovane che invecchiava precocemente. Qui fa il contrario, realizzando con tecnica, calore e passione un film sul tema del tempo, della morte e della rinascita quasi unico nel suo genere, che vive di suggestioni mistiche e metaforiche e che potrebbe degnamente rappresentare il suo testamento artistico. Belli i titoli di testa, "vecchio stile", che elencano attori e staff prima dell'inizio del film e non dopo la conclusione.