Visualizzazione post con etichetta Black comedy. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Black comedy. Mostra tutti i post

2 luglio 2023

Un uomo tranquillo (H. P. Moland, 2019)

Un uomo tranquillo (Cold pursuit)
di Hans Petter Moland – USA/GB/Canada 2019
con Liam Neeson, Tom Bateman
**1/2

Visto in TV (Prime Video).

Per vendicare la morte del figlio, ucciso da una banda di trafficanti di droga, Nels Coxman (Liam Neeson), autista di spazzanevi che tiene pulite le strade in una località sciistica vicino a Denver, comincia a uccidere tutti i membri della banda, risalendo man mano nella catena di comando fino al boss Trevor Calcole, detto "Il Vichingo" (Tom Bateman). Remake americano del film norvegese "In ordine di sparizione" di cinque anni prima, diretto dallo stesso regista dell'originale. A parte alcuni dettagli dovuti al cambio di ambientazione (il Colorado innevato al posto del Circolo Polare Artico), come per esempio il fatto che la banda "rivale" sia composta da nativi americani anziché da serbi, la sceneggiatura è praticamente identica a quella del film precedente, compresi i tocchi di humour nero che rendono la pellicola quasi una black comedy: rimangono invariati, per esempio, i "necrologi" a tutto schermo ogni volta che un personaggio muore, l'ironia sui soprannomi da gangster e la caratterizzazione eccentrica ma accattivante di tutti i personaggi minori, che risultano così memorabili anche se il loro ruolo nella storia è minimo (la guardia del corpo gay del cattivo, il fratello ex gangster di Nels e la sua amante asiatica, la poliziotta giovane e idealista, il capo della gang di indiani, e molti altri). Neeson è perfetto nella parte, e regge il confronto con il protagonista dell'originale, Stellan Skarsgård. Ottimo anche Bateman nel ruolo del boss salutista, con figlioletto a carico. Nel cast anche Laura Dern (la moglie di Coxman), Tom Jackson, Emmy Rossum. Musiche di George Fenton. Il generico titolo italiano è identico a quello di un classico di John Ford del 1952 con John Wayne. Naturalmente, trattandosi di una copia in tutto e per tutto, anche se non certo malvagia, tanto vale (come in altri casi simili) guardarsi direttamente l'originale.

15 novembre 2022

Swiss Army Man (Daniels, 2016)

Swiss Army Man - Un amico multiuso (Swiss Army Man)
di Daniel Kwan, Daniel Scheinert – USA 2016
con Paul Dano, Daniel Radcliffe
**

Visto su Rakuten Tv.

Naufragato su un'isola deserta, Hank (Paul Dano) viene salvato grazie al provvidenziale arrivo di Manny (Daniel Radcliffe), "cadavere vivente" le cui funzioni corporee, misteriosamente ancora attive, gli permettono di sopravvivere nella foresta e di tornare alla civiltà. Fra i due nasce anche una profonda amicizia: ma non tutto è come sembra... Bizzarrissima black comedy, opera prima del duo di registi Daniel Kwan e Daniel Scheinert (noti collettivamente come i "Daniels" e in precedenza autori di video musicali), un film carico di una comicità assurda e demenziale che sconfina a tratti nell'esistenzialismo. Certo, le gag su scorregge ed erezioni sono alquanto infantili, e la pellicola rischia più volte, sin dall'inizio, di indisporre uno spettatore che potrebbe persino annoiarsi per le lunghe sequenze in cui sono in scena soltanto i due personaggi (uno dei quali, appunto, "cadaverico"), isolati in mezzo alla natura, con il primo che cerca di spiegare al secondo come funzionano le cose della vita (a cominciare dall'amore): ma nel finale la stupidità lascia spazio a una sorta di visione filosofica del mondo e dei rapporti sociali che eleva l'insieme oltre il semplice cartoon o una delle tante varianti di titoli come "Weekend con il morto". Bravo Dano, mentre Radcliffe recita sempre immobile e inespressivo (e la cosa non gli riesce difficile): eppure, al di là degli scherzi, questa è forse una delle sue migliori interpretazioni. Nel cast, nelle scene finali, anche Mary Elizabeth Winstead (Sarah, la ragazza "amata" da Hank). Il titolo originale si riferisce al coltellino svizzero (Swiss Army knife), giustamente tradotto con "multiuso" nel doppiaggio italiano.

30 ottobre 2022

Splatters - Gli schizzacervelli (P. Jackson, 1992)

Splatters - Gli schizzacervelli (Braindead)
di Peter Jackson – Nuova Zelanda 1992
con Timothy Balme, Diana Peñalver
**1/2

Rivisto in DVD.

Il timido Lionel (Timothy Balme) vive con una madre severa e "castratrice" (Elizabeth Moody), che ostacola in ogni modo la sua relazione romantica con la commessa Paquita (Diana Peñalver). Quando la donna viene morsa da una scimmia-topo della Sumatra, si trasforma in uno zombie immortale che contagia col proprio morso conoscenti e parenti. E il povero Lionel avrà il suo da fare nel tenere a bada l'orda di zombie con robuste dosi di tranquillanti... Il terzo lungometraggio di Peter Jackson, dopo "Fuori di testa" e "Meet the Feebles", è una commedia horror caotica e anarchica, demenzialmente trash e sopra le righe, piena di momenti splatter e di un disgustoso body horror. Dall'incipit alla "Indiana Jones", con gli esploratori a Skull Island (una citazione da "King Kong") in cerca della scimmia-topo ("Singaia!"), al lungo e truculento finale, una vera orgia di sangue finto e frattaglie varie, la pellicola diverte all'insegna degli eccessi e di una regia inventiva che si appoggia sulle lezioni di Sam Raimi (l'uso del grandangolo, i primissimi piani, il montaggio serrato, le inquadrature sghembe, le soggettive e la fotografia colorata) e di Ray Harryhausen (le animazioni a passo uno, gli effetti speciali "artigianali"). Rispetto ai due film precedenti, la qualità dei suddetti effetti è decisamente migliore e il loro uso è più esteso. E se in certi punti la sceneggiatura (di Stephen Sinclair, Fran Walsh e lo stesso Jackson) dà la sensazione di procedere per accumulo di situazioni divertenti ma anche fini a sé stesse, incentrate su un umorismo slapstick/nero a tratti eccessivo (vedi, per esempio, la scena con il neonato zombie che Lionel porta al parco, peraltro aggiunta da Jackson a fine lavorazione perché dal budget erano avanzati dei soldi), bisogna però riconoscere che in una pellicola come questa non è certo la trama che conta. Memorabile il prete che combatte gli zombie a colpi di arti marziali ("Qui ci vuole il ninja di Dio!"). La vicenda è ambientata nella città natale di Jackson, Wellington, negli anni '50. L'adattamento e il doppiaggio italiano si prendono molte libertà, accentuando la scurrilità dei dialoghi.

8 luglio 2021

Vita da vampiro (T. Waititi, J. Clement, 2014)

Vita da vampiro (What we do in the shadows)
di Taika Waititi, Jemaine Clement – Nuova Zelanda 2014
con Taika Waititi, Jemaine Clement
**1/2

Visto in TV (Now Tv).

Una troupe cinematografica (che non vediamo mai sullo schermo) riprende la vita quotidiana di un gruppo di vampiri che abitano insieme a Wellington, in Nuova Zelanda: si tratta di Viago (Taika Waititi), dandy del diciassettesimo secolo; di Vladislav (Jemaine Clement) detto "L'impalatore" (ovvero Dracula); di Deacon (Jonathan Brugh), "giovane ribelle"; e di Petyr (Ben Fransham), simil-Nosferatu, il più anziano e recluso di tutti. L'idea alla base di questo divertente mockumentary è la stessa del film belga "Il cameraman e l'assassino" (dove la troupe di documentaristi seguiva un serial killer durante il suo lavoro e nell'esistenza di tutti i giorni), anche se virata maggiormente verso la commedia. Assistiamo così alle "normali" interazioni fra i quattro vampiri, che proprio come ogni gruppo di coinquilini devono imparare a convivere con le differenti personalità; alle loro attività (ovviamente notturne), agli incontri con altre creature fantastiche (streghe, zombie, e soprattutto licantropi) e al rapporto con i succubi, come Jackie (Jackie van Beek), "serva" di Deacon che gli procura vittime da cui succhiare il sangue; fra queste c'è Nick (Cori Gonzalez-Macuer), che diventerà il nuovo vampiro del gruppo, e il suo amico Stu (Stuart Rutherford), umano che li introdurrà alla vita moderna. Ispirato da un precedente cortometraggio (realizzato da Waititi e Clement nel 2005), di cui riprende alcuni personaggi e amplia le situazioni, il film ha riscosso un successo tale da portare alla nascita di una serie televisiva. Era anche in programma un sequel dedicato alla banda di lupi mannari che i vampiri incrociano a più riprese, ma poi non è stato realizzato (almeno per ora). Nel complesso un film semplice, carino e divertente per come gioca con i luoghi comuni e gli stereotipi sui vampiri (riuscendo comunque a rispettarli), mescolandoli con le dinamiche della vita moderna (le uscite con gli amici, i rapporti con i propri ex).

19 giugno 2021

7 psicopatici (Martin McDonagh, 2012)

7 psicopatici (Seven Psychopaths)
di Martin McDonagh – GB/USA 2012
con Colin Farrell, Sam Rockwell
**1/2

Visto in TV (Prime Video).

Martin (Colin Farrell), sceneggiatore irlandese trapiantato a Hollywood, non riesce a scrivere la sceneggiatura del film "7 psicopatici" che gli è stata commissionata. Gli giunge in aiuto l'amico Billy (Sam Rockwell), che gli suggerisce le storie di alcuni dei possibili protagonisti, a cominciare dal misterioso giustiziere mascherato "Jack di quadri", che va in giro a uccidere gangster e mafiosi, senza però rivelargli che si tratta proprio di lui. In effetti la realtà e la finzione si intrecciano a più riprese, e così la sceneggiatura di Martin finisce col diventare il film che noi stessi stiamo guardando. Surreale e grottesca, questa black comedy sopra le righe (nella vena di un Tarantino) è di fatto il making of di sé stessa. I personaggi eccentrici, le tante sottotrame incrociate, i colpi di scena e le esplosioni di violenza e di gore si succedono senza sosta, così come i riferimenti cinematografici (si citano Kitano, Kieslowski, Melville, Woo) e soprattutto l'autoreferenzialità: il film contiene infatti anche la propria critica, dai punti di forza (la stratificazione) a quelli deboli (i personaggi femminili), e si diverte a decostruire i cliché delle pellicole a base di gangster, sparatorie e vendette, stravolgendone tutti gli elementi cardine (l'amicizia, il tradimento, lo scontro finale con il nemico). Il rischio, come sempre con questo tipo di approccio, è quello di svuotare gli eventi di significato. Quantomeno il relativismo post-moderno e l'eccessivo citazionismo sono qui proposti in maniera consapevole e in chiave praticamente parodistica. McDonagh (anche sceneggiatore: il protagonista è in tutto e per tutto un suo alter ego), al primo film "americano", si ripeterà poi con "Tre manifesti a Ebbing, Missouri". Grande il cast: oltre a Farrell e a Rockwell hanno un ruolo centrale Christopher Walken (che, insieme a Billy, rapisce cani per poi incassare le ricompense per il loro ritrovamento) e Woody Harrelson (boss mafioso, il rapimento del cui shih tzu di nome Bonny scatena la sua vendetta). Ma ci sono anche Harry Dean Stanton, Tom Waits, Željko Ivanek, Abbie Cornish e Olga Kurylenko (più Michael Pitt e Michael Stuhlbarg in un cameo all'inizio).

10 maggio 2021

L'arte della difesa personale (R. Stearns, 2019)

L'arte della difesa personale (The Art of Self-Defense)
di Riley Stearns – USA 2019
con Jesse Eisenberg, Alessandro Nivola
***

Visto in TV (Prime Video).

Casey (Eisenberg), impiegato amministrativo timido e complessato, dopo essere stato aggredito in strada da un gruppo di motociclisti decide di iscriversi a un corso di arti marziali. Finisce così nella palestra di karate gestita da un eccentrico "Sensei" (Nivola): imparerà a vincere le proprie paure, ma scoprirà anche che i metodi del maestro, carismatico e folle, sono tutt'altro che ortodossi... Strepitosa black comedy che sorprende lo spettatore dall'inizio alla fine, con una vena comico-grottesca e un'asciuttezza di fondo che pure non impediscono di fornire un ritratto accurato (per quanto esagerato e sopra le righe) di certi ambienti legati alle arti marziali: palestre dove da un lato si impara a migliorare sé stessi sul piano mentale e filosofico prima ancora che su quello fisico, ma dove dall'altro possono circolare machismo, testosterone e violenza. Il taglio è comunque sempre straniante e astratto, a tratti esilarante, in particolare mentre seguiamo i "progressi" di Casey, il suo prendere lentamente contatto con il lato più virile e convinto della propria personalità, con l'orgoglio per i progressi compiuti (il passaggio dalla cintura bianca a quella gialla è un vero e proprio momento chiave), l'atteggiamento più sicuro di sé nei confronti degli altri e del mondo; ma il plot non lesina nemmeno colpi di scena con svolte quasi da thriller, come quando scopriamo la natura delle "lezioni serali" che il Sensei riserva a un gruppo di allievi selezionati (e qui il film ricorda per assonanza pellicole cult come "Fight club" e "Point break"). Ottimo il protagonista. Imogen Poots è Anna, l'unica donna che frequenta la palestra, mal tollerata dal Sensei ("Essere donna le impedirà di diventare uomo"), ma che fornisce a Casey l'ultimo insegnamento necessario (la forza non è solo violenza, e la compassione non è solo debolezza). Memorabili i cani (Casey passa da un bassotto a un pastore tedesco, così come – ovviamente su suggerimento del Sensei – dallo studio del francese a quello del tedesco e dall'ascolto della musica pop a quello del metal).

19 febbraio 2021

Le streghe son tornate (A. de la Iglesia, 2013)

Le streghe son tornate (Las brujas de Zugarramurdi)
di Álex de la Iglesia – Spagna 2013
con Hugo Silva, Carmen Maura
**1/2

Visto in TV (Prime Video).

José (Hugo Silva), padre di Sergio (Gabriel Delgado) e separato dalla moglie Silvia (Macarena Gómez), dopo aver rapinato un "Compro oro" nel centro di Madrid in compagnia del figlioletto, fugge verso il confine insieme a lui, al complice Antonio (Mario Casas) e al tassista Manuel (Jaime Ordóñez), con i quali condivide odio e risentimento verso tutto il genere femminile. Inseguiti dall'ex moglie e da due poliziotti (Secun de la Rosa e Pepón Nieto), finiranno tutti nel villaggio di Zugarramurdi, "infestato" da una congrega di streghe (fra cui Terele Pávez, Carmen Maura e Carolina Bang, rispettivamente nonna, madre e figlia), che intendono sacrificare il bambino alla "grande madre" per restituire alle donne la supremazia sull'intero creato. Black comedy horror dai toni grotteschi e sopra le righe, in purissimo stile de la Iglesia (prendere o lasciare): non mancano momenti geniali (come la scena iniziale della rapina, con i ladri vestiti da artisti da strada e un'irresistibile dissonanza culturale nel vedere statue di Gesù Cristo o personaggi quali Spongebob e Minnie comportarsi da criminali) o sequenze disgustosamente gore, ma il tono è sempre ironico quando non pseudo-tarantiniano nel suo mix di generi (il paragone più azzeccato è quello con "Dal tramonto all'alba"). In ogni caso, da non prendere troppo sul serio, soprattutto quando affronta – in chiave di divertimento provocatorio – il tema dei rapporti con le donne e i tanti luoghi comuni "maschilisti" sull'argomento (dai discorsi in auto sulle rispettive ex, alla "litigata" fra José ed Eva durante la fuga, con inconciliabili differenze di vedute). Proprio queste aggiunte rendono la pellicola qualcosa di più di un semplice intrattenimento post-moderno. Buoni gli effetti speciali.

23 dicembre 2020

The party (Sally Potter, 2017)

The party (id.)
di Sally Potter – GB 2017
con Kristin Scott Thomas, Timothy Spall
***

Visto in TV.

Per festeggiare la propria nomina a ministro ombra della salute per il partito di opposizione, Janet (Kristin Scott Thomas) invita a cena in casa propria un gruppo ristretto di conoscenti: l'amica cinica e disillusa April (Patricia Clarkson) con il marito tedesco Gottfried (Bruno Ganz), "life coach" e filosofo new age; l'attivista lesbica e femminista Martha (Cherry Jones) con la sua giovane compagna Jinny (Emily Mortimer); e la collega di partito Marianne con suo marito, il banchiere Tom (Cillian Murphy). Ma nell'attesa che Marianne (che è in ritardo) si presenti, una serie di annunci e confessioni da parte degli altri ospiti cambia repentinamente il tono della serata: dall'imminente separazione fra April e Gottfried, all'attesa di tre gemelli (grazie alla fecondazione artificiale) da parte di Martha e Jinny. Infine prende la parola Bill (Timothy Spall), il marito di Janet, colui che l'ha sempre sostenuta, che rivela di avere una grave malattia e di voler trascorrere i suoi ultimi giorni non con lei, ma con la sua amante, ovvero Marianne... Di impianto teatrale, ambientato tutto fra quattro mura e con soli sette (ottimi) attori, il film è una cinica black comedy sulle relazioni interpersonali fra un gruppo di persone, esponenti di un'elite intellettuale, che si scoprono preda di quelle passioni e quei difetti ai cui credevano di essere immuni. E così rapporti pluridecennali di amore, di amicizia, di fiducia e di rispetto si svelano fragili o si frantumano nel giro di una serata, così come valori e convinzioni politiche, sociali o religiose vengono messi alla prova in maniera crudele (non senza un po' di compiacimento da parte di una regista che si diverte ad esporre alla berlina la presunta superiorità morale di certi personaggi). Siamo dalle parti, per intenderci, del "Carnage" di Roman Polanski, verso il quale ci sono affinità stilistiche e tematiche. Curiosa ma efficace la breve durata (solo 70 minuti), che consente di mantenere i giusti tempi fino all'improvviso colpo di scena finale, nonché la scelta di uscire al cinema in bianco e nero (ma in tv passa anche una versione a colori). Il titolo (che in inglese ha un doppio senso: può significare "la festa" ma anche "il partito") è identico a quello originale di "Hollywood Party" di Blake Edwards.

16 ottobre 2020

Le regole della truffa (Rob Minkoff, 2011)

Le regole della truffa (Flypaper)
di Rob Minkoff – USA 2011
con Patrick Dempsey, Ashley Judd
***

Visto in TV, con Sabrina.

Una banca viene rapinata contemporaneamente da due bande diverse: la prima è composta da tre criminali professionisti e high-tech (Mekhi Phifer, Matt Ryan e John Ventimiglia), la seconda da una coppia di balordi (Tim Blake Nelson e Pruitt Taylor Vince). Fra i clienti, presi in ostaggio insieme al personale dell'istituto, c'è il nevrotico e semi-autistico Tripp (Patrick Dempsey), che non può mettere a tacere le proprie straordinarie capacità osservative, in grado di catturare ogni dettaglio. Grazie a queste, si rende subito conto che c'è qualcosa di strano: forse qualcuno trama nell'ombra, ha manipolato entrambe le bande di rapinatori e ha un secondo (o un terzo) fine... Scritto da Jon Lucas e Scott Moore (gli sceneggiatori di "Una notte da leoni") e diretto dal co-regista de "Il re leone", un heist movie comico e vivacissimo, caratterizzato da un ritmo senza sosta, ricco di false tracce e di colpi di scena: da un lato guarda al cinema corale e umoristico alla Guy Ritchie (alcuni personaggi sembrano usciti da "Snatch"), dall'altro al classico giallo deduttivo alla Agatha Christie (quando tutti i presenti, rapinatori od ostaggi che siano, si sospettano a vicenda, sembra quasi di essere in un remake di "Dieci piccoli indiani" o in una partita di "Cluedo"), con echi da "I soliti sospetti" e "Quel pomeriggio di un giorno da cani", il tutto senza risultare pretenzioso, senza strizzatine d'occhio post-moderne allo spettatore e senza traccia di messaggio morale (è puro intrattenimento!). Merito anche di un protagonista unico nel suo genere, osservatore come Sherlock Holmes ma disinibito e impulsivo per via di una sorta di ADHD (la sindrome di deficit di attenzione e iperattività). Gli altri personaggi sono più stereotipati o macchiettistici, ma comunque adeguatamente funzionali al loro ruolo. Ashley Judd è la cassiera di cui Tripp si innamora, i dipendenti della banca sono interpretati da Jeffrey Tambor (il direttore), Curtis Armstrong, Rob Huebel, Adrian Martinez e Octavia Spencer, e gli altri clienti da Natalia Safran ed Eddie Matthews. Passato quasi inosservato in sala e bistrattato dalla critica, il film meriterebbe una rivalutazione.

17 agosto 2020

La morte ti fa bella (R. Zemeckis, 1992)

La morte ti fa bella (Death becomes her)
di Robert Zemeckis – USA 1992
con Meryl Streep, Bruce Willis, Goldie Hawn
**1/2

Rivisto in divx.

L'attrice Madeline Ashton (Meryl Streep) e la scrittrice Helen Sharp (Goldie Hawn), pur conoscendosi fin dall'infanzia, sono acerrime rivali sotto ogni aspetto. Helen, in particolare, detesta Madeline perché le ha rubato il fidanzato Ernest (Bruce Willis), un apprezzato chirurgo estetico che, dopo aver sposato la donna, è diventato un alcolizzato. Dal canto suo Madeline è ossessionata dalla bellezza perduta e dalla gioventù. Una pozione magica, fornita alle due donne dalla strega Lisle Von Rhoman (Isabella Rossellini), dona loro quello che desiderano più di tutto: una nuova giovinezza, accompagnata dalla vita eterna. Peccato che ciò vada preso alla lettera: non possono morire, per quanti danni facciano al loro corpo. E il conteso Ernest diventa ancora più prezioso, viste le sue abilità nel ritoccare il loro aspetto, "aggiustandole" e riverniciandole come se fossero due manichini. Black comedy dai toni grotteschi, la pellicola fece furore alla sua uscita per i rivoluzionari effetti digitali (ad opera della Industrial Light & Magic) che permettevano di mostrare la Streep con il collo torto e la Hawn con un buco nello stomaco. Si trattava della prima applicazione, almeno a questi livelli, di immagini generate al computer e integrate poi nel materiale filmato, riproducendo in maniera realistica particolari del corpo e della pelle degli attori ("Terminator 2", in precedenza, aveva dato "vita" soltanto a personaggi robotici o di metallo liquido). A livello di contenuti la storia è ironica e intrigante, anche se la satira dell'ossessione per l'aspetto fisico può apparire fin troppo esplicita e scontata (anche se siamo a Los Angeles!). Da apprezzare, comunque, il crescendo che fa virare il lungometraggio sempre più sul grottesco e la natura amorale, narcisistica e decadente delle due protagoniste, fra le quali Bruce Willis fa la figura del classico vaso di coccio. Isabella Rossellini è indimenticabile nel ruolo della strega seminuda. Sydney Pollack, non accreditato, appare brevemente nei panni di un medico. Nella scena della festa in casa di Lisle, fra le diverse celebrità che si suggerisce abbiano inscenato la propria morte, appaiono Marilyn Monroe, James Dean, Elvis Presley, Jim Morrison e Andy Warhol.

1 luglio 2020

La comunidad (Álex de la Iglesia, 2000)

La comunidad - Intrigo all'ultimo piano (La comunidad)
di Álex de la Iglesia – Spagna 2000
con Carmen Maura, Emilio Gutiérrez Caba
**

Rivisto in TV, con Sabrina.

Quando rinviene per caso un'enorme somma di denaro in contanti, nascosta nell'appartamento di un anziano da poco defunto in un fatiscente palazzo a Madrid, l'agente immobiliare Julia (Carmen Maura) rimane coinvolta negli intrighi degli altri inquilini, che da anni attendevano la morte del vecchio per impadronirsi dei suoi soldi, e che adesso non intendono lasciarla andare via con il bottino. Black comedy "condominiale" che si dipana all'insegna di un curioso mix fra il cinema sopra le righe di Almodóvar (anche per la presenza di Carmen Maura come protagonista e alcune atmosfere hitchcockiane, compresi i titoli di testa) e quello di Polanski (impossibile non pensare a "L'inquilino del terzo piano": ma i toni sono più comici e grotteschi che paranoici). Divertente all'inizio, il film perde però forza man mano che si appiattisce sul tema dell'avidità (con anziani che si accapigliano per una valigia piena di soldi) e procede verso un finale piuttosto scontato, attraverso alcune svolte un po' forzate. Attorno alla Maura, mattatrice assoluta, spicca un cast di comprimari (per lo più in età avanzata) che comprende Jesús Bonilla, Terele Pávez ed Emilio Gutiérrez Caba. Mitico il "bambinone" Eduardo Antuña vestito da Darth Fener. La sceneggiatura è firmata dallo stesso regista con il suo collaboratore abituale Jorge Guerricaechevarría.

11 giugno 2020

El cochecito (Marco Ferreri, 1960)

El cochecito - La vetturetta (El cochecito)
di Marco Ferreri – Spagna 1960
con José Isbert, Pedro Porcel
***

Visto in divx.

L'anziano vedovo Don Anselmo (José Isbert) rimane talmente entusiasta dalla nuova carrozzina motorizzata dell'amico Luca, invalido alle gambe, da volerne acquistare una anche per sé, pur non essendo affatto paralitico. Le "scampagnate" fuori città insieme a Luca e a un gruppo di altri amici disabili rappresentano infatti l'unica via di fuga dalla solitudine e da una famiglia per la quale è ormai diventato solo un peso. Ma nonostante la compiacenza del venditore di carrozzine ("Se le si paralizzano le gambe, tanto meglio. Nell'anno duemila nessuno farà più uso delle gambe"), il figlio avvocato si oppone decisamente alla sua "pazzia"... Terzo – e ultimo – dei film girati in Spagna da Marco Ferreri agli esordi, insieme allo sceneggiatore di fiducia Rafael Azcona (da un romanzo di quest'ultimo), su uno spunto assolutamente geniale che fa riflettere su come percepiamo la vita degli invalidi dall'esterno. Manca però ogni traccia di retorica o di buoni sentimenti, e siamo più dalle parti della parabola grottesca: nel suo egoismo, Anselmo non si accorge delle reali sofferenze degli amici malati, nemmeno quando le ha davanti agli occhi; d'altro canto, per il protagonista sono proprio la solitudine e la mancanza di autonomia le invalidità cui deve fare fronte, e riuscire a disporre di un veicolo motorizzato è l'unico modo per porvi rimedio. La vicenda avrebbe potuto essere sviluppata in molte direzioni differenti: Azcona e Ferreri scelgono la via della black comedy, abbandonando proprio nel finale la riflessione sulla malattia per puntare a quella satira sociale e antiborghese che diventerà il (sovversivo) marchio di fabbrica delle loro collaborazioni successive. Per certi versi il film sembra quasi una parodia di "Umberto D." e del cinema neorealista italiano. Ben caratterizzati i personaggi di contorno, dai vari parenti agli invalidi con cui Anselmo stringe amicizia. Nella Spagna franchista la censura costrinse i cineasti ad ammorbidire il finale, ritenuto troppo "nero", conservato invece nella versione giunta in Italia una ventina d'anni più tardi.

18 aprile 2020

Comma 22 (Mike Nichols, 1970)

Comma 22 (Catch-22)
di Mike Nichols – USA 1970
con Alan Arkin, Martin Balsam
**1/2

Visto in divx.

In una base aeronautica americana in Italia, da dove i piloti partono per bombardare gli obiettivi strategici (o meno) nel Mar Mediterraneo durante la seconda guerra mondiale, il capitano Yossarian (Alan Arkin) cerca inutilmente di farsi congedare dopo aver completato il numero di missioni necessarie per avere diritto all'avvicendamento. Inutilmente non solo perché il colonnello Cathcart (Martin Balsam) continua arbitrariamente ad alzare tale numero; ma soprattutto perché il famigerato "comma 22" del regolamento militare impone che l'unica condizione valida per essere sollevati dal servizio è quella di essere pazzi: ma chi chiede di essere sollevato dal servizio, per definizione, non è pazzo. Dal romanzo di Joseph Heller (da cui recentemente è stata tratta anche una serie televisiva), una pellicola che, sulle orme di "MASH", intende mettere in luce l'assurdità e la follia che circonda ogni attività bellica. Attorno a Yossarian, infatti, si muovono personaggi alienati, grotteschi, slegati dalla realtà e protagonisti di episodi all'insegna del paradosso, della pazzia, del cinismo e dell'assurdo, con il continuo contrasto fra follia e normalità (Yossarian, che fa di tutto per farsi passare per pazzo, compreso l'andare in giro senza vestiti, appare comunque più sano e lucido di coloro che gli stanno intorno: un mondo dove il capitalismo e l'opportunismo sembrano avere più valore della vita umana o persino dell'elemento cardine della propaganda bellica, ossia il patriottismo). Pur non privo di momenti brillanti, al film mancano però l'efficacia parodistica e l'ironia surreale del capolavoro di Altman, e la continua alternanza di registri (dal grottesco al realistico) lascia spesso disorientati. Al terzo lavoro, Nichols non ottenne lo stesso riscontro dei precedenti "Chi ha paura di Virginia Woolf" e "Il laureato", ma il film è rimasto comunque nell'immaginario collettivo anche grazie a un ampio cast dove spiccano Jon Voight (il tenente maneggione Minderbinder, che mette in piedi il "monopolio" M&M Enterprises, con il quale fa affari vendendo o barattando materiale della truppa: pian piano la sua impresa diventa più importante dell'esercito o della guerra stessa), Anthony Perkins (il cappellano), Bob Newhart (il maggiore Maggiore, che riceve nel proprio ufficio solo quando non c'è) e Orson Welles (il generale Dreedle). E ancora: Art Garfunkel (sì, il cantante, al debutto sullo schermo: tre anni prima, insieme a Paul Simon, aveva firmato la celeberrima colonna sonora de "Il laureato"), Buck Henry (anche sceneggiatore), Bob Balaban, Richard Benjamin, Jack Gilford (il medico), Norman Fell, Martin Sheen. Paula Prentiss è l'infermiera, Susanne Benton l'attendente di Dreedle, Olimpia Carlisi è Luciana (la ragazza conosciuta a Piazza Navona), Marcel Dalio il vecchio italiano nel bordello.

3 aprile 2020

The voices (Marjane Satrapi, 2014)

The voices (id.)
di Marjane Satrapi – USA/Germania 2014
con Ryan Reynolds, Anna Kendrick
**1/2

Visto in TV.

Lo schizofrenico Jerry (un ottimo Ryan Reynolds), quando non assume i farmaci che la sua psicoterapeuta (Jacki Weaver) gli prescrive, "sente le voci", che la sua mente malata gli fa percepire come provenienti dai suoi animali domestici, il cane Bosco e il gatto Mr. Whiskers. Questi rappresentano rispettivamente la sua coscienza buona (che lo invita a contenere i propri istinti) e quella cattiva (che lo incita a vivere secondo la "legge della giungla"). Invaghito della bella Fiona (Gemma Arterton), adetta alla contabilità presso la fabbrica di vasche da bagno dove lavora, la uccide senza volerlo: e con la testa della ragazza, anch'essa "parlante", rinchiusa nel suo frigo, finirà per trasformarsi suo malgrado in un serial killer... Il primo lavoro in lingua inglese della (ex?) fumettista Marjane Satrapi (già nota per "Persepolis") è una pellicola decisamente bizzarra, scritta dallo sceneggiatore televisivo Michael R. Perry (alla prima esperienza con il cinema), che parte come una rom-com leggera e dai toni surreali per poi trasformarsi in una black comedy, senza risparmiare momenti di puro horror e da cupo thriller psicologico. Complessivamente, però, la miscela funziona. E per due ragioni: la sceneggiatura, che non si prende mai troppo sul serio, mantenendosi in bilico fra il punto di vista allucinato e deformato del protagonista (la cui immaginazione "colora" il mondo che gli sta intorno) e i drammi familiari che stanno alla base dei suoi problemi mentali; e il buon cast, che comprende anche Anna Kendrick nei panni di Lisa, la collega di Fiona che, innamorata a sua volta di Jerry, riesce brevemente a far breccia nella sua personalità. Co-prodotto dalla Germania, pur essendo ambientato negli Stati Uniti (nella fittizia cittadina di Milton) il film è stato girato a Berlino, con attori tedeschi in ruoli di contorno.

23 novembre 2019

Spirito allegro (David Lean, 1945)

Spirito allegro (Blithe spirit)
di David Lean – GB 1945
con Rex Harrison, Margaret Rutherford
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Per documentarsi sul tema del soprannaturale in preparazione di un libro che intende scrivere, il romanziere Charles Condomine (Rex Harrison) invita a cena nella sua casa di campagna una sedicente medium, l'anziana ed eccentrica Madame Arcati (Margaret Rutherford), e le chiede di condurre una seduta spiritica. Come risultato viene evocato il fantasma della prima moglie di Charles, l'estroversa e dispettosa Elvira (Kay Hammond), che solo lui riesce a vedere e a sentire. Il fantasma di Elvira si insedia in pianta stabile nella dimora, mettendo a repentaglio il matrimonio di Charles con la seconda moglie Ruth (Constance Cummings), costretta a un'insolita e scomoda convivenza a tre... Dall'omonima commedia teatrale di Noël Coward (che non apprezzò l'aggiunta di una scena finale), una ghost story comica e pungente, che mescola i temi fantastici tipici di Henry James con uno stile brillante e satirico alla Oscar Wilde: straborda infatti di sofisticato black humour inglese, dialoghi rapidissimi e scoppiettanti, indovinati effetti visivi (ottenuti soprattutto attraverso le tinte cromatiche del Technicolor) e interpretazioni di qualità: sia la Rutherford, irresistibile nei panni della scalcinata medium di campagna, che la Hammond avevano recitato i rispettivi ruoli anche a teatro, quando la commedia era andata in scena per la prima volta nel 1942. Il titolo proviene da un verso del poema "Ad un'allodola" di Percy Bysshe Shelley.

9 settembre 2019

Il cameraman e l'assassino (R. Belvaux et al, 1992)

Il cameraman e l'assassino (C'est arrivé près de chez vous)
di Rémy Belvaux, André Bonzel, Benoît Poelvoorde – Belgio 1992
con Benoît Poelvoorde, Rémy Belvaux
**

Visto in divx.

Una troupe cinematografica (composta dal reporter Rémy, dal fonico Patrick e dall'operatore André, con quest'ultimo che non si vede mai sullo schermo perché appunto è lui che impugna la macchina da presa) accompagna un serial killer, Benoît, nel corso del suo "lavoro", riprendendone le imprese mentre l'uomo stesso spiega i propri metodi e i trucchi del mestiere. Originale e spiazzante black comedy del tutto sui generis, difficile da prendere sul serio per come "normalizza" in maniera quasi amorale o nichilista la professione dell'assassino seriale, che viene seguito costantemente dalla cinepresa non solo durante i delitti ma anche nel tempo libero (per esempio mentre mangia, o quando fa visita ai genitori o agli amici). L'uomo è estroverso, arrogante, a tratti volgare e comunque sempre sicuro di sé e ben disposto a raccontare con un certo compiacimento tutti i segreti della sua professione (come scegliere le vittime o come sbarazzarsi dei cadaveri, per esempio), finendo col coinvolgere la troupe di cineasti in alcune delle sue imprese, ma anche ad esporre le proprie opinioni sulll'arte, sul mondo, sulla società, sulla violenza stessa. E non mancano livelli di assurdità surreale, come quando l'uomo si "scontra" con un collega assassino, anche lui seguito dalla propria troupe di operatori (televisivi, in questo caso). Girato in bianco e nero, a basso costo (e ovviamente con la camera a mano), il film è nato come progetto amatoriale di quattro studenti di cinema (Belvaux, Bonzel e Poelvoorde, che firmano anche la regia, e il co-sceneggiatore Vincent Tavier) e pur risultando controverso per alcune scene ritenute eccessivamente violente (come quella in cui Benoît uccide un bambino), ha riscosso il plauso e l'attenzione della critica, finendo col diventare un cult movie. Per certi versi (anche per il tema metacinematografico, il cinismo ipocrita e l'aspetto vouyeuristico della violenza), può essere paragonato a "Funny games" di Michael Haneke. Dei quattro autori, l'unico che farà carriera nel mondo del cinema è Poelvoorde, che qui interpreta il killer protagonista ed è sempre al centro della scena. Un'idea simile sarà alla base nel 2017 del neozelandese "Vita da vampiro - What we do in the shadows".

26 giugno 2019

Parasite (Bong Joon-ho, 2019)

Parasite (Gisaengchung)
di Bong Joon-ho – Corea del Sud 2019
con Song Kang-ho, Choi Woo-shik
***1/2

Visto al cinema Anteo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

Il giovane Kim Ki-woo (Choi Woo-shik) vive con la propria famiglia in uno squallido seminterrato: i quattro, perennemente disoccupati, si barcamenano con lavoretti di fortuna (come piegare i cartoni della pizza) e sono così poveri da dover rubare le connessioni WiFi ai vicini di casa del piano superiore. Grazie alla raccomandazione di un amico, Ki-woo riesce a farsi assumere da una famiglia altolocata, i Park, come insegnante di inglese per la figlia adolescente, falsificando i documenti per far credere di essere uno studente universitario. E resosi conto della ricchezza della splendida casa e dell'ingenuità della signora Park, "sistema" pian piano presso di loro tutti i membri della propria famiglia: la sorella Ki-jung (Park So-dam) come insegnante d'arte e terapeuta per il figlio più piccolo; il padre Ki-taek (Song Kang-ho) come autista del signor Park (facendo licenziare con un inganno l'autista precedente); e la madre Chung-sook (Jang Hye-jin) come domestica. I quattro arrivano addirittura a progettare un futuro come proprietari della casa stessa (Ki-woo immagina di sposare la figlia maggiore, una volta che si sarà diplomata): ma una svolta inaspettata rovinerà i loro piani. Una black comedy dai numerosi risvolti sociali che mette a confronto due nuclei familiari totalmente opposti: poverissimi i Kim, abili però a ricorrere a ogni sorta di trucco o di inganno per restare a galla; ricchissimi i Park, che vivono in un mondo tutto loro, fatto di raffinatezze e comodità (e dove i nomi in inglese sostituiscono quelli in coreano), eppure creduloni e inconsapevoli, completamente e facilmente alla mercé dei primi. Aggiungiamoci riflessioni ad ampio raggio sulla famiglia, la solidarietà (come nel recente "Un affare di famiglia" di Koreeda, ma con molta più inventiva e cattiveria), le paure e le ossessioni della Corea del Sud moderna (comprese "frecciatine" internazionali: l'ammirazione e la fiducia cieca verso tutto ciò che viene dagli Stati Uniti, il timore misto a ironia verso la propaganda dei "vicini" della Corea del Nord), ed ecco che la pellicola che ha vinto la Palma d'Oro all'ultimo festival di Cannes si rivela una delle più indovinate nella carriera di Bong Joon-ho, regista da sempre capace di utilizzare i generi e gli stilemi del cinema popolare per travalicarli, raccontare i nostri tempi e far riflettere su un ambito più vasto. Resuscitando persino un tema, quello della lotta di classe, che negli ultimi anni il cinema sembrava aver dimenticato: vedi il malcelato disprezzo che il signor Park, anche inconsapevolmente, mostra verso i più poveri ("Hanno tutti lo stesso odore"), o l'orgoglio e la dignità che spingono il signor Kim a ribellarsi all'ennesimo segnale di questo tipo. La convivenza dei due mondi su un piano di parità è semplicemente impossibile (la parità in realtà non esiste, anche quando i datori di lavoro si illudono che i dipendenti facciano "parte della famiglia" o credono di trattarli con rispetto), con i secondi che non possono far altro che limitarsi a fare i "parassiti" alle spalle dei primi, proprio come gli insetti che infestano, invisibili, una casa. Naturalmente lo spunto ricorda "Il servo" di Losey, e l'intromissione di un corpo estraneo all'interno di una famiglia borghese può addirittura far pensare a "Teorema" di Pasolini, anche se qui manca un contatto vero e sincero che possa innescare un cambiamento: in fondo è come il treno di "Snowpiercer", con i privilegiati nelle carrozze di testa e i miserabili e gli emarginati costretti a stare in coda. Peccato solo che, dopo una prima parte di pellicola assolutamente indovinata, la seconda risulti forse un po' forzata ed ecceda nelle svolte comico-drammatiche (o persino horror) che portano il finale a trascinarsi troppo a lungo. In ogni caso, resta un lungometraggio originale e meritevole del riscontro ricevuto (si tratta della prima Palma d'Oro mai assegnata a un film coreano [aggiornamento: ha vinto poi anche l'Oscar!]). Lee Sun-kyun è il signor Park, Cho Yeo-jeong sua moglie, Jung Ziso la figlia e Lee Jung-eun la domestica. Nella colonna sonora, a sorpresa, a un certo punto spunta "In ginocchio da te" di Gianni Morandi.

30 ottobre 2018

La bottega dei suicidi (P. Leconte, 2012)

La bottega dei suicidi (Le magasin des suicides)
di Patrice Leconte – Francia/Can/Bel 2012
animazione tradizionale
**

Visto in TV.

In una città perennemente triste, grigia e piovosa, la famiglia Tuvache gestisce un negozio che prospera fornendo ai numerosi aspiranti suicidi tutto il materiale loro necessario (cappi, veleni, armi di vario genere, ecc.). Ma il figlio più giovane della famiglia, Alan, l'unico di indole allegra e giocosa, complotta per riportare a tutti la gioia di vivere. Da un romanzo di Jean Teulé (adattato dallo stesso Leconte, all'esordio nel cinema di animazione), una black comedy nella vena lugubre di "Nightmare before Christmas" e "La famiglia Addams", e con uno stile che ricorda i lavori di Sylvain Chomet, che ha elevato ad arte la tristezza e l'inquietudine. Gradevole, anche se alla lunga un po' esile e ripetitivo. I nomi dei vari membri della famiglia Tuvache si ispirano a quelli di celebri suicidi: il capofamiglia Mishima (Yukio), la moglie Lucrezia (Borgia), il figlio maggiore Vincent (Van Gogh), la figlia Marilyn (Monroe) e il figlio minore Alan (Turing). Le canzoni sono di Etienne Perruchon (la migliore è la prima, "Contro la crisi e il carovita"). Polemiche in Italia perché in un primo momento (unico caso al mondo) il film era stato vietato ai minori di 18 anni (oltre al tema del suicidio, con abbondanza di morti sullo schermo, c'è anche un'insolita ma innocua scena di nudo).

7 maggio 2018

Fuori orario (Martin Scorsese, 1985)

Fuori orario (After Hours)
di Martin Scorsese – USA 1985
con Griffin Dunne, Rosanna Arquette
***

Rivisto in DVD.

Paul Hackett (Griffin Dunne, qui forse nel ruolo più celebre della sua carriera), impiegato e single che conduce una vita noiosa e senza scosse, conosce per caso una ragazza in un caffè, Marcy (Rosanna Arquette), che gli lascia il suo numero di telefono. La sera stessa Paul la chiama e lei lo invita a raggiungerla a Soho (il quartiere "alternativo" e degli artisti di New York) in casa della sua coinquilina, Kiki Bridges (Linda Fiorentino), una scultrice che realizza inquietanti figure di cartapesta. La serata non comincia per il verso giusto, visto che tutto il denaro che Paul ha con sé (una banconota da venti dollari) gli vola via dal finestrino del taxi. E prosegue ancora peggio: fra situazioni strane o imbarazzanti, personaggi eccentrici o problematici, incredibili coincidenze e assurdi scherzi del destino, il ritorno a casa diventerà un'autentica chimera e la notte di Paul si trasforma in una vera e propria Odissea tra locali equivoci, bande di ladri di quartiere, minacciosi vigilantes, amici che si trasformano in nemici (e viceversa). Come in una tragedia greca (o in una commedia screwball degli anni trenta), il personaggio che esce dalla sua zona di comfort viene perseguitato da un destino che assume caratteristiche ironiche, assurde e kafkiane. E soltanto al mattino successivo, dopo tante avventure, le circostanze riporteranno Paul nel suo mondo: rinchiuso all'intero di una statua di cartapesta, sarà depositato per puro caso davanti al palazzo dove lavora, proprio mentre si aprono i cancelli. Primo lavoro di Scorsese in oltre dieci anni senza Robert De Niro nel cast, fu girato quasi come ripiego mentre il regista cercava inutilmente di trovare sostegno finanziario per uno dei suoi progetti più ambiziosi, "L'ultima tentazione di Cristo": e in effetti questa black comedy "tutta in una notte" ha molte stimmate del piccolo film indipendente e a basso budget. E forse le disavventure del protagonista riflettono in parte le frustrazioni del regista in un periodo particolare della sua carriera. Il bel finale, che mostra un Dunne stanco e impolverato che si siede alla sua scrivania all'inizio di una nuova giornata di lavoro, mentre la macchina da presa si muove con dinamismo e senza sosta nei corridoi di un ufficio open space, fu scelto soltanto all'ultimo momento fra una serie di possibili conclusioni. La pellicola si apre e si chiude sulle note della sinfonia K. 95 attribuita a Mozart. La sceneggiatura di Joseph Minion (inizialmente proposta a Tim Burton) nasce da un monologo radiofonico di Joe Frank, e ispirerà a sua volta un episodio del Dylan Dog di Tiziano Sclavi ("Dopo mezzanotte"). Fra gli interpreti anche Teri Garr, Catherine O'Hara, John Heard e Verna Bloom. Il titolo del film, naturalmente, sarà ripreso da Enrico Ghezzi per la sua trasmissione notturna su Rai Tre.

18 ottobre 2017

Dellamorte Dellamore (Michele Soavi, 1994)

Dellamorte Dellamore
di Michele Soavi – Italia 1994
con Rupert Everett, Anna Falchi
***

Visto in divx.

Francesco Dellamorte (Everett), custode del cimitero di Buffalora, deve fare i conti con il fatto che i suoi "ospiti", sette giorni dopo la sepoltura, tornano regolarmente in vita sotto forma di zombie (che lui chiama "ritornanti"). Insieme al suo aiutante Gnaghi (François Hadji-Lazaro), un ritardato semi-muto e deforme ("Segni particolari: tutti"), ha dunque il compito di riportarli nelle loro tombe, senza che nessuno lo venga a sapere. Non che la cosa lo turbi più di tanto, visto che si trova più a suo agio con i morti che con i vivi. Ma la sua solitudine sarà messa a dura prova quando si innamorerà di una giovane vedova (Anna Falchi)... Da un romanzo di Tiziano Sclavi, il creatore di "Dylan Dog" (personaggio il cui volto è ispirato proprio a quello di Rupert Everett: il che, per diversi motivi, fa di questo film una pellicola molto più affine alle atmosfere del fumetto di quanto non sarà l'adattamento ufficiale made in USA realizzato qualche anno più tardi), una surreale black comedy, originale e piena di idee, che dietro l'aspetto da B-movie anni ottanta (fra le influenze: Sam Raimi, George Romero, Terry Gilliam) mescola in modo unico la filosofia esistenzialista del suo autore e le atmosfere dei classici horror all'italiana (Soavi, non dimentichiamolo, è stato assistente di Joe D'Amato e di Dario Argento), inglobando i generi e superandone i limiti. Genuinamente divertente, offre di tutto, e per tutti i gusti: riflessioni sulla vita e la morte ("Fra morti viventi e vivi morenti, siamo tutti uguali"), sull'amore e il destino, sulla politica e la burocrazia, sull'ipocrisia e il conformismo; ma anche horror, splatter, gore (spesso sopra le righe e senza sprezzo del ridicolo: vedi lo zombie in motocicletta o la testa volante con il velo da sposa che si rifugia in un televisore rotto), tanto umorismo macabro e ironia tongue-in-cheek, una spruzzata di sesso (la Falchi mostra generosamente le sue forme), incursioni nella commedia pecoreccia (la sottotrama sull'impotenza), nel grottesco e nel surreale, gag demenziali (con l'inetto commissario Straniero che non sospetta di Francesco nemmeno di fronte all'evidenza) e momenti toccanti (la love story di Gnaghi con Valentina, la figlia del sindaco, e in generale il rapporto di amicizia fra Francesco e il suo aiutante). Tutti questi ingredienti, anche grazie alla struttura semi-episodica della pellicola (e al fatto che si fa progressivamente astratta e surreale, da non prendere mai sul serio dunque, fra dialoghi con la morte e sogni premonitori), si amalgamano senza annullarsi, rafforzandosi semmai a vicenda. E la malinconica vena esistenzialista (l'ambientazione nel paesino italiano di provincia è quanto mai indovinata) è decisamente un valore aggiunto. Le musiche sono di Manuel De Sica, gli effetti speciali (artigianali e vecchio stile) di Sergio Stivaletti. Anna Falchi interpreta tre ruoli, tutti senza nome (forse l'uno la reincarnazione dell'altro, o forse è Francesco che continua a rivedere il volto della donna che ha amato nelle altre che incontra). Una mosca bianca nel panorama del cinema italiano (anche di genere) degli anni novanta, da vedere e da recuperare: meritata la fama di cult movie, e non solo per i fan di Sclavi o di "Dylan Dog", che pure ci ritroveranno tante caratteristiche (il volto, la giacca, il maggiolino, l'aiutante/spalla comica, il campo d'azione, l'attitudine filosofica... c'è persino la celebre filastrocca sulla morte di "Attraverso lo specchio").