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22 giugno 2020

Suspiria (Luca Guadagnino, 2018)

Suspiria (id.)
di Luca Guadagnino – Italia/USA 2018
con Dakota Johnson, Tilda Swinton
*1/2

Visto in TV.

Nell'autunno 1977, in una Berlino ancora divisa dal muro e sconvolta dalle azioni di terrorismo della RAF, la giovane americana Susie Bannion (Dakota Johnson) si iscrive all'accademia di danza diretta da madame Blanc (Tilda Swinton), scoprendo che la scuola fa da copertura a una congrega di streghe. Remake di uno dei film più celebri di Dario Argento (il più noto in assoluto nei paesi di lingua inglese), di cui però non è una copia pedissequa: Guadagnino, reduce dal successo di "Chiamami col tuo nome", e lo sceneggiatore David Kajganich giocano infatti ad ampliare lo scenario, introducendovi temi sociali, storici e politici che però contaminano inutilmente la natura di horror soprannaturale dell'originale. Sia i riferimenti al terrorismo sia quelli all'olocausto (attraverso la storia di un anziano psicanalista, il dottor Klemperer, che ha perso la moglie durante la seconda guerra mondiale) appaiono infatti spuri e superflui nel contesto della trama principale: e ogni tentativo di collegare la crudeltà delle streghe a quella della storia umana (c'è chi ha scomodato addirittura un paragone con il "Salò" di Pasolini!) sembra francamente pretenzioso. Cambia anche l'atmosfera, più concreta e calata nella realtà rispetto al film di Argento, dal quale rimuove stile e tensione: in particolare la fotografia perde fascino e colore, i personaggi non hanno caratterizzazione, la trama non mantiene la suspense, e il colpo di scena finale non sembra giustificare la lunga attesa con cui si presenta allo spettatore, preannunciato comunque da alcune sequenze legate al passato di Susie che enfatizzano il tema della madre. Persino le occasionali scene di (body) horror fanno più ribrezzo che paura. Nel complesso, un film di cattivo gusto, che ha diviso la critica, non ha catturato il pubblico e non è piaciuto nemmeno allo stesso Argento, il che è tutto dire (in effetti sembra più vicino a "Il cigno nero" e a "The neon demon" che non al cinema argentiano). Fra le cose positive, il modo in cui trasmette le sensazioni "corporee" della danza, descritta come una sorta di possessione demoniaca, e la scena finale del sabba, l'unica in cui la fotografia sembra prendere colore. Nel cast Mia Goth, Chloë Grace Moretz ed Elena Fokina (tre delle danzatrici), Jessica Harper (la protagonista originale, qui in un breve cameo), Angela Winkler, Sylvie Testud, Fabrizia Sacchi e Renée Soutendijk (i membri dello staff della scuola). Dakota Johnson aveva già recitato per Guadagnino in un altro remake, "A bigger splash". Tilda Swinton, habitué del regista sin dal suo primo film, "The protagonists", riveste più ruoli: oltre a madame Blanc (personaggio ispirato a Pina Bausch), è anche la mostruosa Helena Markos e soprattutto, irriconoscibile e accreditata con il falso nome di Lutz Ebersdorf, il dottor Klemperer.

5 marzo 2019

The protagonists (Luca Guadagnino, 1999)

The protagonists (id.)
di Luca Guadagnino – Italia 1999
con Tilda Swinton
*

Visto in divx.

Una troupe cinematografica italiana vola a Londra per realizzare un film basato su una storia vera: due giovani di buona famiglia (Claudio Gioè e Paolo Briguglia) hanno ucciso "per gioco" un uomo scelto a caso, l'egiziano Mohammed (Andrew Tiernan), all'interno della sua automobile. Tilda Swinton (che interpreta sé stessa) fa la narratrice, l'interprete, la guida per le strade di Londra... Dal titolo "altmaniano", il primo lungometraggio di Luca Guadagnino è un pasticcio senza capo né coda, un minestrone di inchiesta giornalistica, metacinema, documentario, ricostruzione artistica, videoclip musicale, girato con un poco promettente guazzabuglio di stili, un montaggio frenetico, dialoghi banali. L'interesse dello spettatore non decolla mai, anche perché l'analisi psicologica dei personaggi è superficiale, il racconto della vicenda è ripetitivo, la riflessione sul male è vuota e del tutto fine a sé stessa. Ne risulta un film pretenzioso, retorico, compiaciuto, ma anche goffo e sconclusionato. Da mal di testa la colonna sonora incessante, mediocre anche il doppiaggio. Fra gli attori (talvolta poco riconoscibili) anche Fabrizia Sacchi, Laura Betti e Michelle Hunziker.

17 dicembre 2018

A bigger splash (Luca Guadagnino, 2015)

A bigger splash
di Luca Guadagnino – Italia/Francia 2015
con Ralph Fiennes, Tilda Swinton
**

Visto in TV.

L'introverso fotografo Paul (Matthias Schoenaerts) e la cantante rock Marianne (Tilda Swinton), temporaneamente muta perché operata alle corde vocali, sono in vacanza a Pantelleria. Qui vengono raggiunti da Harry (Ralph Fiennes), produttore musicale ed ex fidanzato di Marianne, insieme alla sua giovanissima figlia Penelope (Dakota Johnson). L'entusiasmo invadente di Harry e la provocante sensualità di Penelope incrinano subito il fragile equilibrio, portando alla luce tensioni pronte a scoppiare... Remake de "La piscina" di Jacques Deray, è un raro caso in cui il rifacimento è migliore dell'originale. Rispetto al film del 1969, infatti, c'è maggiore attenzione nella caratterizzazione dei personaggi, cui viene fornito un background interessante (il tentato suicidio di Paul, per esempio) e vengono indagate le relazioni passate (anche grazie ad alcuni brevi flashback). L'ottima prova dei quattro protagonisti (strepitoso soprattutto Fiennes, davvero in gran forma: e dire che nel film di Deray il personaggio di Harry era quasi insignificante, mentre qui è una forza trainante) e la bella ambientazione (una Pantelleria immersa in un'atmosfera pigra ed estiva, simile a quella che Guadagnino riproporrà in "Chiamami col tuo nome") rendono assai piacevole il film almeno per due terzi. Ma nell'ultima mezz'ora crolla tutto, anche perché la trama è in fondo poco interessante, la svolta da thriller impedisce il naturale sviluppo dei temi imbastiti fino ad allora, e la pellicola scivola verso un finale deludente (imbarazzante e del tutto fuori posto, poi, la scena finale dell'autografo sotto la pioggia). Nel cast anche Aurore Clément, Lily McMenamy e Corrado Guzzanti (il maresciallo dei carabinieri). Fastidioso il doppiaggio nella sequenza dell'interrogatorio di Marianne (dove era evidente che in originale i personaggi parlavano lingue diverse, per mezzo di un interprete). Tante le nudità integrali (anche per Fiennes e la Johnson), mentre il setting "esotico" lascia immaginare che il film fosse rivolto a un pubblico internazionale più che a quello italiano. Inevitabili, ma spuri, i molti riferimenti all'emergenza dei migranti. Nella colonna sonora, alcuni brani del "Falstaff" di Verdi. Il titolo è preso da un dipinto pop di David Hockney.

2 febbraio 2018

Chiamami col tuo nome (L. Guadagnino, 2017)

Chiamami col tuo nome (Call me by your name)
di Luca Guadagnino – Italia/USA 2017
con Timothée Chalamet, Armie Hammer
***1/2

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina.

Nella pigra e assolata estate del 1983, il diciassettenne Elio (Chalamet) si innamora del più maturo Oliver (Hammer), studente universitario americano che è ospite in Italia nella villa di campagna dei suoi genitori. Dal romanzo semi-autobiografico di André Aciman, sceneggiato da James Ivory (che in un primo tempo avrebbe dovuto anche dirigerlo), una storia di coming-of-age e di amore gay (ma c'è chi ha detto che parla di amore, punto) che Guadagnino ha girato nello stile dei suoi cineasti di riferimento, Bertolucci ("Io ballo da sola") e Rohmer ("Pauline alla spiaggia") su tutti. Nonostante il tema potesse sembrare scabroso (non tanto per l'omosessualità, quanto per la differenza di età dei protagonisti: ma la pellicola mette le mani avanti sin dai titoli di testa, con copiose immagini di statue greco-romane con tutta la loro "sensualità ellenica"), viene svolto con estrema delicatezza, per non parlare di una naturalezza che è il suo maggior pregio, aiutata in questo dall'ottima ricostruzione storica di quegli anni, visti con nostalgia (le canzoni, gli abiti, i colori) ma anche con puntiglio storico (i riferimenti a Bettino Craxi e al pentapartito, chiave di volta della politica e della società italiana da cui non siamo più tornati indietro; nel frattempo, Beppe Grillo faceva ancora il comico in tv). Indicativa la scena in cui Elio si dichiara per la prima volta a Oliver, a mezze parole, al memoriale del Piave: la macchina da presa gira intorno, mostrando manifesti del PCI e del PSI così come la croce di una chiesa: tutta l'Italia, insomma, in un piano sequenza. Il centro emotivo del film resta però la passione di Elio per Oliver, un "primo amore" estivo e vacanziero, raccontato con leggerezza e senza fretta: si divaga, si "perde tempo" come capita spesso d'estate, o come quando (tipico nei teenager) la propria sessualità è ancora alla ricerca di una direzione precisa. Il film ce lo mostra dalla nascita del desiderio attraverso la sua attuazione fino all'esaurirsi dell'esperienza (ma non dei ricordi o dei sentimenti: non bisogna aver paura di "provare qualcosa", dice ad Elio il padre), senza melodrammaticità o aggressività, senza il bisogno di scene madri o di personaggi bigotti che mettano i bastoni fra le ruote ai due innamorati: tutto è calmo e lineare, e la messa in scena intende "restituire un’atmosfera prima che una storia".

Il giovane Elio è il vero protagonista, naturalmente. Intelligente (anche come musicista), precoce, appare timido e in cerca di sicurezze (mentre Oliver gli sembra molto sicuro di sé) ma pure esuberante e audace (è lui che fa la "prima mossa"). Si trova in un momento della vita in cui è lecito sperimentare (con sé stesso, con gli altri), senza paura o senza rimorsi. E il film ci mostra tutto questo attraverso le immagini, alle quale pone in generale più importanza che non alle parole, eccezion fatta appunto per il discorso del padre nel finale. Guadagnino, di suo, ha apportato alcuni cambiamenti al testo originale, spostando l'ambientazione dalla Riviera Ligure (e Roma) alla provincia di Crema (e alle Alpi Orobie), aggiungendo alcuni episodi provenienti dalla sua stessa gioventù (il vagabondare fra paesini e natura) ed eliminando la voce fuori campo di un Elio ormai cresciuto che ricordava e narrava gli eventi passati. Ottima scelta: uscendo dal tempo presente si sarebbe perso quel messaggio di "universalità" della prima esperienza amorosa e/o sessuale da cui dipende gran parte del coinvolgimento dello spettatore. Il regista ha anche fatto a meno di scene di nudo integrale o di sesso esplicito, ritenendole non necessarie (la macchina da presa esce pudicamente dalla finestra al momento clou): in un primo momento aveva pensato a togliere anche la scena in cui Elio si masturba con una pesca, ma l'ha lasciata perché illustra bene la straripante energia sessuale del ragazzo in un momento fondamentale della propria crescita (a margine: Tsai Ming-Liang aveva girato una scena simile in uno dei suoi film, ma il frutto era un'anguria!). I genitori di Elio, ebrei "discreti" di origine americana, sono Michael Stuhlbarg e Amira Casar. Esther Garrel, sorella di Louis, è Marzia, la ragazza con cui Elio sperimenta l'amore eterosessuale. L'autore del romanzo originale, Aciman, compare insieme al produttore Peter Spears in un breve cameo (la coppia di gay anziani che partecipa a una cena). Grande successo negli Stati Uniti (probabilmente anche perché gli scenari dell'Italia di provincia sono percepiti come poetici, sensuali ed "esotici"), e quattro candidature agli Oscar: film, attore (Chalamet), sceneggiatura e canzone ("Mystery of Love"). Nella colonna sonora anche tanti brani classici (da Bach a Ravel, fino a Schoenberg), visto che Elio si diletta a trascrivere e ad "arrangiare" brani per pianoforte.