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26 settembre 2022

Old (M. Night Shyamalan, 2021)

Old (id.)
di M. Night Shyamalan – USA 2021
con Gael García Bernal, Vicky Krieps
**

Visto in TV (Now Tv).

Una famiglia di turisti in vacanza, insieme ad altre persone ospiti del loro resort, viene condotta su una spiaggia tropicale dalla quale è impossibile fuggire e dove, per uno strano fenomeno dovuto alle rocce che la circondano, l'invecchiamento dei loro corpi è accelerato: praticamente un giorno lì trascorso corrisponde a una vita intera. Una trovata originale e interessante (la sceneggiatura si ispira a una graphic novel, "Castello di sabbia", di cui però cambia i toni e il finale, fornendo una spiegazione al misterioso fenomeno che nel fumetto era assente) che viene un po' "sprecata" in una pellicola non del tutto riuscita. Tanto le psicologie dei personaggi quanto le svolte narrative sono sviluppate in maniera schematica, senza contare buchi logici e dialoghi espositivi che vanno a scapito della sospensione dell'incredulità, e i bei scenari naturali non compensano la povertà di trucco ed effetti speciali (niente invecchiamento in tempo reale, semplicemente ogni tanto gli attori vengono sostituiti da altri più adulti). Come se non bastasse, molti dei potenziali spunti che il soggetto portava con sé – i rapporti famigliari, in particolare con l'evoluzione di quelli fra genitori e figli; o l'atteggiamento di fronte alle malattie degenerative, o alla morte improvvisa – sono affrontati in maniera superficiale, preferendo puntare su tensioni e colpi di scena da horror estivo (senza però il coraggio di mostrare scene troppo forti sullo schermo). Se l'intrattenimento non manca, resta il rimpianto per cosa il film poteva essere e non è stato (basti pensare, come possibile termine di paragone, a quel capolavoro che era "L'angelo sterminatore" di Luis Buñuel!). Nel cast corale – che comprende anche Rufus Sewell, Emun Elliott, Abbey Lee ed Embeth Davidtz – il nome più noto è Gael García Bernal. Shyamalan ha il ruolo dell'autista del pulmino dell'albergo.

4 settembre 2020

Local hero (Bill Forsyth, 1983)

Local hero (id.)
di Bill Forsyth – GB 1983
con Peter Riegert, Burt Lancaster
***

Visto in TV.

Il giovane addetto agli acquisti MacIntyre, detto "Mac" (Peter Riegert), viene inviato in Scozia da una società petrolifera texana per trattare l'acquisizione di tutti i terreni di un remoto villaggio costiero dove dovrà sorgere una grande raffineria. Gli abitanti del paese, guidati dall'albergatore Gordon Urquhart (Denis Lawson), sono ben disposti a cedere le loro proprietà in cambio di dollari sonanti: tutti tranne il vecchio Ben Knox (Fulton Mackay), che vive in una baracca sulla spiaggia e si rifiuta di vendere il proprio appezzamento. Mentre Mac comincia lentamente ad affezionarsi a quel luogo così isolato e idilliaco, e il suo aiutante Oldsen (Capaldi) si innamora della bella Marina (Jenny Seagrove), oceanografa che sogna di organizzare in mare un osservatorio protetto, il grande boss della società Felix Happer (Burt Lancaster) decide di recarsi sul posto di persona per vedere come stanno le cose... Il soggetto sembrerebbe retorico e pieno di cliché: e invece il film sorprende perché realizzato con un piglio e un'ironia quasi surreale. I personaggi sono realistici, malinconici e divertenti, ma la cosa più bella è il tono low key e il ritmo compassato che facilita l'immersione dello spettatore. Mac è un protagonista che da yuppie rampante si fa via via più solitario e riflessivo, entra lentamente in sintonia con la natura, trova la propria dimensione nelle passeggiate sulla spiaggia per raccogliere conchiglie, e si emoziona come un bambino quando vede per la prima volta l'aurora boreale. Memorabile anche Lancaster nei panni dell'industriale appassionato di astrologia e di fenomeni celesti, nonché protagonista di bizzarri siparietti con uno psicoterapeuta (Norman Chancer) che non fa altro che insultarlo. La colonna sonora è di Mark Knopfler.

27 settembre 2017

Angels wear white (Vivian Qu, 2017)

Angels wear white (Jia nian hua)
di Vivian Qu – Cina 2017
con Wen Qi, Zhou Meijun
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

La giovanissima Mia (Wen Qi) lavora in un albergo in una piccola città costiera. Siamo fuori stagione: ma una notte, mentre sostituisce una collega alla reception, giunge in hotel un uomo con due bambine di dodici anni in sua custodia. L'uomo si approfitterà di loro, e l'unica testimone che potrebbe incastrarlo è proprio Mia, che lo vede entrare nella stanza delle bambine grazie alle videocamere di sorveglianza. Ma nel timore di essere licenziata e cacciata via (non ha documenti ed è un'immigrata clandestina), non dice nulla alla polizia... Al secondo film, Vivian Qu intende riflettere sulla donna oggetto (esemplare la gigantesca statua di Marilyn, nella celebre posa di "Quando la moglie è in vacanza", che si erge sulla spiaggia della località balneare) e vittima di una società maschilista, impotente di fronte ai soprusi e alle prepotenze di chi, con la forza o il denaro, è in grado di fare quel che vuole. Le vittime, infatti, non sono soltanto le due bambine – una delle quali, la taciturna Wen (Zhou Meijun), è protagonista della pellicola al pari di Mia: anche se le due non condividono quasi mai la stessa scena, sono legate da oggetti (la parrucca bionda) e da luoghi (la spiaggia, il parco giochi, la statua di Marilyn), oltre che dal tema dell'infanzia negata – ma le donne in generale: si pensi anche alla collega di Mia, la receptionist ufficiale dell'albergo (Peng Jing), sedotta, picchiata e abbandonata dal suo ragazzo delinquente; o all'avvocatessa (Shi Ke) che si prende a cuore il caso di abuso, il cui successo nel portare alla luce la verità viene vanificato dalla corruzione imperante dei potenti. Il film, seppure un po' schematico (anche nella sua simbologia: vedi gli abiti bianchi che dovrebbero rappresentare la purezza, da quelli delle bambine – gli "angeli" del titolo – a quelli delle spose, ma che spesso significano tutt'altro, come nel caso di Marilyn appunto o del vestito che la stessa Mia indossa per prostituirsi nella scena finale, prima per fortuna di una fuga catartica), ha il pregio di esternare con sincerità il suo dolore e il suo pessimismo, fra dilemmi morali (Mia vorrebbe ricattare il responsabile dello stupro delle due bambine) e la mancanza di facili soluzioni.

6 settembre 2017

Dunkirk (Christopher Nolan, 2017)

Dunkirk (id.)
di Christopher Nolan – GB/USA/F/NL 2017
con Fionn Whitehead, Cillian Murphy
**

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina.

Christopher Nolan si dà per la prima volta al genere bellico, raccontando un fondamentale episodio della seconda guerra mondiale, l'evacuazione di Dunkerque (ma perché la versione italiana non ha reintitolato il film con il nome francese della località?), nota anche come Operazione Dynamo, quando nel 1940 centinaia di migliaia di soldati britannici e francesi, riuniti sulla spiaggia e circondati da ogni lato dalle truppe tedesche, furono portati in salvo via mare attraverso la Manica fino alle coste inglesi. La vicenda è raccontata in parallelo attraverso tre linee narrative, dedicate rispettivamente alla terra ("Il molo"), all'acqua ("Il mare") e all'aria ("Il cielo"), che si svolgono rispettivamente nell'arco di una settimana, di un giorno e di un'ora, e che si intersecano solo nel finale. Ma nonostante la grande maestria tecnica, la pellicola ha un problema (peraltro da sempre il tallone d'achille di Nolan): non emoziona. La storia del giovane soldato semplice Tommy (Fionn Whitehead) che cerca disperatamente di trovare una via di fuga, e quella dei due piloti della RAF (Jack Lowden e Tom Hardy), che sorvolano lo stretto della Manica, si dipanano in maniera meccanica, con svolte prevedibili quando non del tutto convincenti. Solo il segmento della nave civile del pescatore Dawson (Mark Rylance), reclutato dalla marina militare per portare soccorso ai soldati, che con il figlio Peter (Tom Glynn-Carney) e l'amico George (Barry Keoghan) salpa per Dunkerque, raccogliendo durante il tragitto un soldato sotto shock (Cillian Murphy), fornisce qualche "aggancio" emotivo. Per il resto, interessante il capovolgimento della consueta epica della guerra: qui l'eroismo è tutto dei civili, mentre i militari sono guidati dal puro istinto di conservazione (al punto che, nel finale, alcuni di loro sono in preda alla paura e all'umiliazione per essere "semplicemente sopravvissuti", temendo di essere accolti in patria come sconfitti). Non si tratta però di una pellicola antibellica, per colpa della retorica patriottica. Grande spettacolone, con sequenze e inquadrature magistrali (le file di soldati sulla spiaggia, il cielo e il mare visto dagli aeroplani, l'affondamento delle navi), ma senza una vera anima: l'estrema cura nella precisione matematica della messa in scena non basta a produrre coinvolgimento. Anche perché manca in gran parte il contesto storico e politico della situazione. Interessante la colonna sonora di Hans Zimmer, di intensità continuamente crescente (e che ingloba anche il ticchettio di un orologio), pure se alla lunga rintronante. Apprezzabile la scarnezza dei dialoghi, con lunghe sequenze quasi mute. Nel cast anche Kenneth Branagh (il comandante della marina), James D'Arcy e Harry Styles.

26 agosto 2016

Five dedicated to Ozu (A. Kiarostami, 2003)

Five, aka Five dedicated to Ozu
(5 Long Takes dedicated to Yasujiro Ozu)
di Abbas Kiarostami – Iran/Fra/Gia 2003
**1/2

Visto in divx.

Come da titolo, il film è composto da cinque sequenze, girate nel novembre del 2003 sulla costa del Mar Caspio (tranne la seconda, che pare sia stata ripresa in Spagna) con inquadratura fissa (solo nella prima la macchina da presa si muove leggermente) e di durata variabile (da una decina di minuti a quasi mezz'ora). Le onde del mare trascinano un tronchetto sul bagnasciuga. Dei passanti camminano sulla banchina lungo il mare. Un gruppo di cani è seduto sulla spiaggia. Papere in processione corrono avanti e indietro. Infine, di notte, uno specchio d'acqua riflette la luna che entra ed esce dalle nuvole, prima di un temporale e dell'arrivo dell'alba. Senza dialoghi né trama, un documentario di pura contemplazione della natura, con l'acqua del mare come tema conduttore. Quasi un esercizio alla Warhol o un esperimento da installazione videoartistica per un museo, anche se Kiarostami – anche nelle sue pellicole di finzione – ci ha abituato al modo acuto e preciso con cui ritrae l'ambiente che circonda i suoi personaggi. Qui, semplicemente, c'è solo l'ambiente e i personaggi mancano: o forse lo siamo noi, gli spettatori. Oltre alle immagini, grande importanza hanno i suoni: lo sciabordio delle onde, i versi degli animali, il rumore della pioggia. Fra una sequenza e l'altra, mentre lo schermo sfuma in nero (o in bianco), si odono brevi brani musicali. Curiosa la dedica a Ozu (il regista giapponese, anche se girava sempre con la camera fissa, non ha mai realizzato cose del genere). In ogni caso, un esempio originale e ipnotico di cinema non narrativo: decisamente un'esperienza da ricordare per chi riesce a seguirla fino in fondo.

10 gennaio 2016

Kinetta (Yorgos Lanthimos, 2005)

Kinetta (id.)
di Yorgos Lanthimos – Grecia 2005
con Aris Servetalis, Evangelia Randou, Costas Xikominos
*1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Questo film silenzioso ed enigmatico – opera seconda del regista greco che assurgerà all'attenzione della critica con i successivi "Dogtooth" e "The lobster" – segue le vicissitudini di tre misteriosi personaggi, che vediamo intenti a ricostruire e filmare scene di aggressione e di lotta fra un uomo e una donna. Come cameraman c'è il gestore di un negozio di fotografia, mentre i due attori sono un uomo con la passione per automobili e go-kart (che è anche il "coreografo" delle insolite sequenze) e una giovane addetta alle pulizie di un grande albergo sulla costa greca (siamo in bassa stagione, e dunque tanto l'edificio che la spiaggia adiacente sono spesso deserti). I vari tentativi di filmare si concludono spesso con la ragazza che, in un modo o nell'altro, si fa male (contusioni o lievi ferite). Fra una ripresa e l'altra, la loro vita quotidiana non sembra particolarmente interessante: il nostro "sceneggiatore" si intrattiene talvolta con prostitute dell'est, alle quali fa firmare strani contratti con tanto di fototessera e riserva particolari audizioni. Il cameraman e la ragazza, dal canto loro, cercano goffamente di instaurare una sorta di contatto umano. Sull'intera pellicola, che sembra fermarsi sulla superficie dei personaggi, lasciando allo spettatore il compito di indagare al loro interno con l'immaginazione, aleggia un leggero velo di ironia, più nordica che mediterranea, favorita dall'ambientazione grigia e desolata e dai dialoghi estremamente rarefatti. Nel complesso, un film dallo stile coerente e a suo modo capace di affrontare in modo originale temi come la solitudine e la sopraffazione, ma fin troppo ostico ed elusivo (non aiuta il fatto di essere stato ripreso con camera a mano, con inquadrature traballanti e fastidiose). Il titolo proviene da una località balneare nei pressi di Corinto.

30 settembre 2014

Racconto d'estate (Éric Rohmer, 1996)

Racconto d'estate, aka Un ragazzo, tre ragazze (Conte d'été)
di Éric Rohmer – Francia 1996
con Melvil Poupaud, Amanda Langlet
***1/2

Rivisto in DVD, con Eleonora, Ginevra, Giovanni, Paola, Marta, Esther e Beatrice.

Il giovane Gaspard (Melvil Poupaud) giunge a metà luglio in vacanza a Dinard, cittadina costiera della Bretagna, dove spera di "intercettare" la sua fidanzata, l'egocentrica Lena (Aurélia Nolin), reduce da un viaggio in Spagna senza di lui e ospite di alcuni cugini nelle vicinanze. Ma la ragazza si fa desiderare, e nel frattempo Gaspard stringe amicizia con la spigliata Margot (Amanda Langlet), cameriera in un ristorante, e attira l'attenzione della bella Solène (Gwenaëlle Simon). Al terzo film del ciclo "Racconti delle quattro stagioni", Rohmer torna a raccontare il mondo degli amori giovanili, e in particolare di quelli estivi, come aveva già fatto in passato (per esempio in "Pauline alla spiaggia", da cui non a caso ritorna l'attrice Amanda Langlet). Stavolta però il suo protagonista, l'introverso e indeciso Gaspard, pur trovandosi al centro di un vortice sentimentale del tutto inedito per lui (che aveva sempre pensato di non essere attraente), finirà col non concludere niente. Incapace di scegliere, progetta un viaggio romantico all'isola di Ouessant con ciascuna delle tre ragazze, ma naturalmente non vi andrà con nessuna. E alle complicazioni amorose preferirà la facile scappatoia fornitagli dalla passione per la musica. Spiagge oceaniche, canzoni "marinare" (una delle quali, "La filibustiére", sarà composta proprio da Gaspard, inizialmente per Lena e poi "dirottata" a Solène), lunghe discussioni sull'amicizia e l'amore fra Gaspard e la sua "confidente" Margot durante le loro passeggiate, un'ottima caratterizzazione psicologica dei quattro personaggi principali, una sceneggiatura ricca di dialoghi al tempo stesso realistici e altamente "lavorati": Rohmer al suo meglio, insomma. Il tutto è scandito da un cartello che, prima di ogni scena e come un calendario, segnala il giorno in cui ci troviamo, ricordando il passaggio del tempo che caratterizza ogni vacanza estiva (in tutto la vicenda occupa tre settimane, da lunedì 17 luglio a domenica 8 agosto). Forse il più bello dei quattro "racconti". Al suo arrivo nei cinema italiani, i distributori "bucarono" clamorosamente il collegamento con i precedenti film del ciclo (usciti appunto come "Racconto di primavera" e "Racconto d'inverno"), intitolandolo "Un ragazzo, tre ragazze". Soltanto con la successiva uscita in DVD, il film è stato ribattezzato "Racconto d'estate".

30 giugno 2013

Point break (Kathryn Bigelow, 1991)

Point Break - Punto di rottura (Point Break)
di Kathryn Bigelow – USA 1991
con Keanu Reeves, Patrick Swayze
***

Rivisto in TV, con Sabrina.

Johnny Utah (Keanu Reeves), giovane agente dell'FBI appena trasferito in California, deve indagare su una banda di rapinatori di banche che compiono i loro colpi mascherati da ex presidenti degli Stati Uniti (Reagan, Nixon, Carter e Johnson). Insieme al collega Angelo Pappas (Gary Busey), sospetta che dietro ai furti ci possa essere un gruppo di surfisti, che con i proventi delle rapine si finanziano le trasferte invernali nell'emisfero australe. Sotto copertura, si introduce così nelle "tribù" dei praticanti di questo sport, conquistando prima l'amore della bella Tyler (Lory Petty) e poi l'amicizia di Bodhi (Patrick Swayze), carismatico "guru" di un gruppo di amanti degli sport estremi. Naturalmente proprio quest'ultimo si rivelerà essere il capo della banda. Il miglior film della Bigelow (checché ne dicano i giurati del premio Oscar) è una pellicola fra le più iconiche dei primi anni novanta, forse il terzo miglior surf movie della storia (dopo "Un mercoledì da leoni" e "Il silenzio sul mare", ovviamente), che sul classico tema dell'indagine poliziesca (e del buddy movie) innesta riflessioni "filosofiche" sull'amicizia, la libertà, il "sapore" di una vita vissuta pericolosamente. È un film carico di testosterone (il che è ironico, se si pensa che alla regia c'è una donna), a tratti quasi viscerale: un critico, ai tempi, scrisse che "Point Break fa sentire quelli come noi, che non trascorrono la vita in cerca di un'emozione fisica estrema, come cittadini di seconda classe. Il film trasforma lo spericolato valore atletico in una nuova forma di aristocrazia". È inoltre, probabilmente, la pellicola che ha fatto da modello al primo "Fast and Furious", quasi un remake che ne sposta il focus dal surf alle corse automobilistiche illegali. Anche se Reeves sforna una delle sue migliori interpretazioni, a rubare la scena è il personaggio di Swayze, appassionato di filosofia orientale (il nome Bodhi è un diminuitivo di "bodhisattva") e dedito, oltre che al surf (dove è perennemente alla ricerca dell'"onda giusta"), anche al paracadutismo; del suo carisma persino il protagonista fatica a non sentire il fascino. Memorabile la trovata di mascherare i rapinatori come presidenti; fuori posto, invece, il finale in cui Reeves getta via il distintivo come faceva Gary Cooper in "Mezzogiorno di fuoco". In gran parte delle sequenze tra le onde, gli attori non fanno uso di controfigure: Swayze, in particolare, recitò di persona anche nelle scene in cui si getta nel vuoto con il paracadute. Il titolo è un termine del gergo surfistico che si riferisce alla rottura di un'onda quando impatta con una scogliera che emerge dalle acque. James Cameron (ai tempi marito della Bigelow) figura come produttore esecutivo. Nel 2015 è uscito un remake.

23 giugno 2012

Paradise: Love (Ulrich Seidl, 2012)

Paradise: Love (Paradies: Liebe)
di Ulrich Seidl – Austria 2012
con Margarethe Tiesel, Peter Kazungu
***

Visto al cinema Colosseo, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Teresa, viennese di mezza età, parte per una breve vacanza esotica sulle spiagge del Kenya. Le amiche conosciute durante il soggiorno, ben più "navigate" di lei, la introducono alla pratica del turismo sessuale, incitandola a prendersi come amante uno dei numerosi giovani e aitanti indigeni che si offrono alle villeggianti straniere in cambio di denaro. Dapprima incerta e titubante, vittima di aspiranti "gigolò" che intendono solo approfittare del suo portafoglio, si farà lentamente prendere la mano e da sfruttata (patetica e in cerca di amore e tenerezza) diventerà sfruttatrice senza scrupoli (adescando anche chi, come il timido impiegato dell'albergo, non vorrebbe concedersi a certe pratiche ma essendo in condizioni di inferiorità non può opporre un netto rifiuto). Primo capitolo di una trilogia incentrata sulle vacanze dei vari membri di una stessa famiglia in luoghi "paradisiaci" (gli episodi successivi saranno "Paradise: Faith" e "Paradise: Hope", dedicati rispettivamente alle missioni religiose e ai campi per dimagrire), il film affronta un tema finora poco frequentato dal cinema, quello appunto del turismo sessuale al femminile. Lo sfruttamento (in atto da ambedue le parti, a dire il vero), il razzismo strisciante e il substrato colonialista vengono portati efficacemente sullo schermo attraverso una serie di scene difficili da dimenticare (le file di sdraio con i turisti bianchi a prendere il sole, separati da un cordino – e da uno spiegamento di poliziotti – dal resto della spiaggia dove i neri sono in piedi e in attesa che qualcuno dei visitatori si azzardi a fare un passo verso di loro; le spoglie stanze in case dei quartieri poveri, dedicate esclusivamente agli incontri occasionali fra i rappresentanti di due mondi mai così distanti; le ipocrite frasi "d'amore" che le anziane donne e i giovani neri si scambiano per ammantare di un fasullo romanticismo la cruda realtà). La regia di Seidl mette il tutto in risalto lasciando che la sua camera voyeuristica si soffermi sui corpi vecchi e grassi delle turiste (durante le sue passeggiate Teresa è quasi sempre ripresa impietosamente da dietro), sull'imbarazzo o l'audacità dei vari approcci, sulla stupidità degli spettacoli di ballo e danza messi in scena dagli animatori dell'albergo. E il forte equilibrio nella descrizione del fenomeno, di cui si mostrano tutte le sfaccettature, fa paragonare il film a un'altra recente pellicola "turistica" austriaca ("Lourdes" di Jessica Hausner).

10 maggio 2012

About Elly (Asghar Farhadi, 2009)

About Elly (Darbareye Elly)
di Asghar Farhadi – Iran 2009
con Golshifteh Farahani, Shahab Hosseini
***1/2

Visto in divx.

Alcuni amici di Teheran si recano sulle spiagge del Mar Caspio per trascorrervi un paio di giorni di villeggiatura. Del gruppo, oltre a tre coppie (fra cui quella formata da Amir e Sepideh, organizzatrice del viaggio), fanno parte Ahmad, tornato da poco dalla Germania e in cerca di una moglie, ed Elly, giovane insegnante che Sepideh ha invitato a unirsi a loro nella speranza che possa essere la donna giusta per l’amico. Ma la tragedia incombe: una mattina Elly scompare misteriosamente, inghiottita probabilmente dal mare in tempesta. Al momento di contattare i suoi familiari, si scoprirà che la ragazza era fidanzata, e che il fatto che abbia accettato di trascorrere alcuni giorni con degli sconosciuti (e soprattutto con Ahmad) solleverà dubbie questioni di ordine morale, oltre a far venire alla luce tutta una serie di menzogne e ipocrisie. Il film che ha fatto conoscere internazionalmente il talento di Asghar Farhadi (poi confermatosi ancor più alla grande con “Una separazione”), vincitore dell’Orso d’Argento al Festival di Berlino, è un esempio di cinema iraniano diverso, meno stereotipato e più contemporaneo e attuale rispetto alle pellicole “poetiche” e neorealiste dei vari Kiarostami e Makhmalbaf. Con l'intenzione di ritrarre le contraddizioni delle nuove generazioni "moderne", descrivendone i conflitti con le tradizioni del paese islamico, il regista costruisce lentamente un’atmosfera di angoscia e di attesa: parte con toni allegri, spensierati e “vacanzieri”, prosegue con la fortissima tensione della scena del mare in tempesta (con il figlio di una delle coppie trascinato via dalle onde), si snoda poi sul mistero della scomparsa di Elly (che rievoca addirittura “L’avventura” di Antonioni) e trova infine una degna conclusione – man mano che i segreti di Elly ma anche quelli di Sepideh vengono svelati – nelle sequenze del confronto con il fidanzato: il gruppo di protagonisti si trova di fronte al dilemma se dire la verità all’uomo o se proteggere l'onore della ragazza scomparsa (ma anche il proprio). Il dramma, raccontato con estrema naturalezza e senza alcuna punta di intellettualismo, sfocia comunque in una riflessione quasi filosofica sull'importanza della verità, degli obblighi sociali, del giudizio degli altri: più o meno gli stessi temi che il regista svilupperà ancora più a fondo nel suo capolavoro successivo. Centrale, anche se sparisce di scena dopo neanche metà del film, l'enigmatica e contraddittoria figura di Elly, di cui gli altri personaggi scoprono di non conoscere nemmeno il nome completo ("Elly" è solo un nomignolo), per non parlare dei suoi desideri, delle sue motivazioni e del suo destino. Ottimi tutti gli attori, con una menzione particolare per la bella Golshifteh Farahani nei panni della tormentata Sepideh.

15 febbraio 2012

Megane (Naoko Ogigami, 2007)

Megane
di Naoko Ogigami – Giappone 2007
con Satomi Kobayashi, Masako Motai
***

Visto in divx, con Marisa, in originale con sottotitoli.

Taeko, turista in fuga dalla città e in cerca di “un posto dove il cellulare non prenda”, giunge fuori stagione – siamo all’inizio di primavera – in un’isoletta nel sud del paese. Qui alloggia in un albergo isolato, popolato da eccentrici personaggi fra i quali spicca la misteriosa signora Sakura, vero centro carismatico della comunità, che vende (o meglio, offre) le sue granite in un baracchino sulla spiaggia, organizza esercizi di ginnastica mattutini, si muove su un rudimentale triciclo e cucina prelibati piatti a base di pesce. Dalla regista di "Kamome diner" ("La locanda del gabbiano"), con cui ha in comune alcune interpreti nonché lo stile surreale e stralunato a metà fra Kitano e Kaurismäki, un film lento e minimalista sull’importanza di “non avere fretta”, di riflettere su sé stessi e il passato, di imparare a “crepuscolare”. Impagabili le mappe assai essenziali che il gestore dell’albergo disegna per i propri clienti (“Quando comincerete a pensare di esservi persi, andate avanti ancora 80 metri e poi girate a destra”). Il titolo, che significa “occhiali”, si riferisce al fatto che tutti i personaggi li portano, anche se a volte è necessario toglierseli per guardare il mondo da un altro punto di vista. Molte le cose non dette e le domande lasciate senza risposta (da cosa fugge Taeko? da dove viene la signora Sakura?). Ma in fondo, vista la natura metafisica della pellicola, non è importante sapere tutto. Bellissimi i paesaggi e gli ambienti, le spiagge con la sabbia bianchissima, il colore del mare, il vento, la luna.

14 maggio 2011

The beach (Danny Boyle, 2000)

The beach (id.)
di Danny Boyle – GB 2000
con Leonardo DiCaprio, Virginie Ledoyen
*1/2

Rivisto in TV, con Hiromi.

Un giovane americano (DiCaprio) in fuga dalla vita quotidiana e familiare, e una coppia di fidanzati francesi (Guillaume Canet e Virginie Ledoyen) che il primo ha conosciuto a Bangkok, scoprono l'esistenza di una spiaggia magnifica e incontaminata su un'isola al largo delle coste delle Thailandia, sulla quale si sprecano leggende e dicerie, e decidono di raggiungerla a nuoto. Peccato che metà dell'isola sia riservata alle coltivazioni di marijuana dei narcotrafficanti del "triangolo d'oro", mentre l'altra metà (quella con la spiaggia) sia già occupata da una comunità di ragazzi che come loro rifuggono dalle ipocrisie della civiltà, della tecnologia e del consumismo. I tre amici si uniscono comunque al gruppo, convinti di aver trovato il paradiso in terra: ma incomprensioni, risentimenti, invidie, passioni e litigi, per non parlare degli attacchi degli squali e delle minacce dei contadini, romperanno l'idillio e porteranno la "comune" alla rovina. Paesaggi da cartolina, suggestioni hippy fuori tempo massimo, atmosfere poco convincenti e sviluppi telefonati: forse il peggior film di Boyle (che era sbarcato a Hollywood sulla scia degli interessanti "Piccoli omicidi fra amici" e "Trainspotting", e che in futuro avrà comunque modo di riscattarsi e persino di vincere un Oscar!), un misto fra "Il signore delle mosche", "Apocalypse now" e la pubblicità di un villaggio vacanze. DiCaprio (in sostituzione di Ewan McGregor, che aveva litigato con il regista), ancora un po' acerbo ma reduce dal grande successo di "Titanic", è fra le cose migliori di una pellicola debole e puerile, che vanta anche interpreti di valore come Tilda Swinton (Sal, la leader della comunità) e Robert Carlyle (Duffy, lo sciroccato che dona a DiCaprio la mappa per raggiungere l'isola), purtroppo al servizio di personaggi piatti e stereotipati (su tutti, i due francesi).

28 gennaio 2010

Sonatine (Takeshi Kitano, 1993)

Sonatine (id.)
di Takeshi Kitano – Giappone 1993
con Takeshi Kitano, Aya Kokumai
****

Rivisto in DVD, con Giovanni e Rachele.

Murakami, yakuza stanco e disilluso che sta meditando di ritirarsi a vita privata, viene inviato a Okinawa con un pugno di uomini per aiutare una gang alleata in difficoltà. Ma in realtà è stato tradito dal suo boss, che intende sbarazzarsi di lui mandandolo incontro a morte certa. Il quarto lungometraggio di Kitano, quello con cui il regista comincia a raccogliere una certa notorietà internazionale, è un titolo fondamentale nella sua filmografia, il primo nel quale coniuga la violenza e il nichilismo già visti nei lavori precedenti con un'estetica e una poesia imprevedibile e astratta, che non può non lasciare disorientato uno spettatore che si attende magari un "normale" film di gangster (per quanto gli elementi classici del genere, come il tradimento e la vendetta, siano rigorosamente presenti). La pellicola è nettamente divisa in tre parti: nella prima, ambientata a Tokyo, facciamo la conoscenza con i personaggi, ritratti come spietati e insensibili (memorabile la frase di Murakami, colma di humour nero e sarcasmo, al suo vice Katagiri: "Siamo cattivi, vero?"); la terza, quella della resa dei conti finale, è secca e folgorante, con la sparatoria conclusiva che viene genialmente mostrata dall'esterno, attraverso il riverbero dei colpi di mitra sui vetri delle finestre, e che riecheggia l'epica disperata di Peckinpah. Ma il vero fulcro del film è la sezione centrale, che ha portato il Mereghetti a definire l'intero film "un beach-movie metafisico", in cui Murakami e i suoi compagni attendono inutilmente sulla spiaggia di ricevere notizie da Tokyo e si rendono conto infine di essere stati traditi. I giochi demenziali, le trappole scavate nella sabbia, la roulette russa, gli incontri di sumo (prima con le sagome di carta e poi con persone in carne e ossa che le imitano), le danze e i canti, le battaglie con i fuochi d'artificio, il frisbee e tutte le altre attività in cui i personaggi indulgono non rappresentano una pura regressione infantile né una semplice "perdita di tempo", ma un recupero del senso del gioco che è strettamente connesso al rischio, alla paura e alla morte, ovvero gli elementi che costituiscono l'essenza stessa di uno yakuza. Lontani dalla città e dai rituali sociali, e di fronte soltanto alla natura, i personaggi recuperano la loro dimensione più intima e personale. Murakami è perfettamente cosciente di questa situazione, e al suo sottoposto che gli domanda "Non è un po' troppo infantile, capo?", risponde "Che altro posso fare?". Anche il rapporto con la ragazza, la prostituta senza nome che si unisce al gruppo, è quasi un gioco di ruolo più che una relazione sessuale o di coppia: la ragazza non vuole essere protetta o "posseduta" da lui (che non l'aveva nemmeno aiutata mentre assisteva al suo stupro), ma lo ammira al punto da volersi identificare con la sua figura (gli chiede di poter sparare con il suo mitra, gli domanda notizie sul suo passato). Anche per questo, forse, si tratta di un rapporto insolitamente dolce e privo dei consueti sberleffi kitaniani.

Tutta la parte centrale del film, sospesa in un limbo magico dove il tempo non sembra mai trascorrere e la luna piena rimane in cielo per giorni e giorni di seguito, non rappresenta comunque un "buco nero" avulso dal resto della pellicola ma prefigura con lucidità ed essenzialità quello che avverrà dopo: si pensi al gioco della roulette russa, che si traduce prima in un sogno e poi nel suicidio del protagonista, ma anche alle continue sparatorie (il tiro al frisbee, la battaglia sulla spiaggia con i razzi), che anticipano lo scontro finale. L'elemento ludico verrà rivisitato altrettanto esplicitamente, è vero, ne "L'estate di Kikujiro", ma qui assume una valenza forse maggiore e più significativa, visto che non ci sono di mezzo bambini e che è dunque intimamente legato alla realtà e alla morte. Il mare, già intravisto in "Boiling point" e protagonista ne "Il silenzio sul mare", diventa in "Sonatine" uno scenario insostituibile, con i suoi rumori (il vento, le onde) e i colori, come sarà in seguito nella maggior parte delle pellicole del regista. La tavolozza cromatica si espande ed esplode: non solo il blu del mare o del cielo, ma anche il verde dei campi, il giallo della sabbia, il rosso del sangue, dei fiori e del frisbee. La grandezza del film è completata dall'umorismo, a volte ironico e a volte cinico (l'affogamento del gestore della sala da mahjong, appeso alla gru; la doccia sotto la pioggia, subito interrotta; l'auto che esce di strada; la gag della camicia floreale), dalla bellezza della messa in scena, spesso sorprendente (nelle riunioni fra i gangster, raramente è inquadrato chi sta parlando; sulla spiaggia invece predominano i campi lunghi che abbracciano tutti i personaggi), dall'asciuttezza della violenza (il pestaggio nel bagno; le sparatorie improvvise; il misterioso killer-pescatore), dall'umanità dei personaggi (l'amicizia che nasce fra Ken e il giovane Ryoji; la confessione a cuore aperto di Murakami quando rivela la sua paura della morte) e naturalmente dalla musica di Joe Hisaishi.

30 agosto 2009

Quattro minuti (Chris Kraus, 2006)

Quattro minuti (Vier Minuten)
di Chris Kraus – Germania 2006
con Monica Bleibtreu, Hannah Herzsprung
**

Visto in divx alla Fogona.

In un carcere femminile di massima sicurezza, un'anziana pianista insegna musica alle poche detenute interessate. La donna, la cui esistenza è stata segnata da una tragica esperienza durante la guerra (crocerossina in un reparto delle SS, aveva visto condannare a morte la ragazza che amava perché colpevole di idee comuniste), si accorge del grande talento della giovane Jenny, ex bambina prodigio ora condannata per omicidio, e decide di prepararla per un concerto. La collaborazione fra insegnante e allieva non è però facile, anche perché le loro personalità – entrambe dure, solitarie e chiuse in sé stesse – sembrano inconciliabili: tanto arcigna e scontrosa è la prima, tanto irriverente e ribelle è la seconda. I quattro minuti del titolo sono quelli necessari per l'esibizione di Jenny, che però – anziché per suonare il previsto Schumann – li utilizza per fare musica improvvisata, personale e in totale "libertà". Film interessante ma con qualche difetto, a partire da una certa artificialità della vicenda, personaggi costruiti a tavolino e troppi elementi melodrammatici forse inutili (il tema lesbico, il racconto del parto). Il contrasto fra le due protagoniste, oltre che generazionale e caratteriale, è legato anche a diversi tipi di musica: rigorosamente classica per l'insegnante, jazz e sperimentale per la ragazza. Monica Bleibtreu, scomparsa proprio qualche mese fa, è la madre dell'attore Moritz (quello di "Lola corre").

24 agosto 2009

Zebraman (Takashi Miike, 2004)

Zebraman (id.)
di Takashi Miike – Giappone 2004
con Sho Aikawa, Kyoka Suzuki
**1/2

Visto in divx alla Fogona, in originale con sottotitoli.

Poco rispettato dai suoi studenti ed emarginato dalla famiglia, un timido insegnante di scuola elementare trova una valvola di sfogo nel cosplay, travestendosi da Zebraman (supereroe protagonista di un oscuro serial televisivo degli anni settanta, cancellato dopo pochi episodi) con un rudimentale costume che si è cucito in segreto con le proprie mani. Ma quando nel quartiere di Yokohama in cui vive cominciano a verificarsi strani incidenti (provocati da una misteriosa forma di vita aliena che si impadronisce del corpo degli esseri umani e li spinge a commettere delitti, aggressioni e vandalismi di ogni tipo), scopre di possedere autentici superpoteri e si trasforma in un vero eroe, salvando la città dalla minaccia extraterrestre. Anche se lo scontro finale è spettacolare, con grande dispiego di effetti digitali, la parte migliore del film è la prima, più low tone, ironica e realistica, quasi una parodia semi-malinconica del filone dei guerrieri mascherati alla Ultraman o Kamen Rider. In mezzo, anche qualche momento di stanca. Non siamo comunque di fronte al Miike più estremo: essenzialmente è una stupidaggine per un pubblico generalista, per quanto godibile. Da cult, comunque, la scena onirica in cui la donna amata dal protagonista compare vestita da infermiera, Zebra Nurse.

25 luglio 2009

Il silenzio sul mare (T. Kitano, 1991)

Il silenzio sul mare (Ano natsu, ichiban shizukana umi)
di Takeshi Kitano – Giappone 1991
con Claude Maki, Hiroko Oshima
***1/2

Rivisto in VHS, in originale con sottotitoli, con Marisa e Daniela.

Poetico, delicato, minimalista e riflessivo: il terzo film di Kitano – il primo in cui il regista non recita di persona e in cui si distacca dalle consuete e sanguinose vicende a base di yakuza e poliziotti – spiazza ancora una volta gli spettatori raccontando la storia di una coppia di fidanzati sordomuti alle prese con la passione del ragazzo per il surf. Lui, Shigeru, è un netturbino che un giorno trova una tavola buttata via e decide quasi casualmente di provare a praticare quello sport; lei, Takako, assiste amorevolmente ai suoi progressi guardandolo dalla riva, ripiegando con cura gli abiti che lui lascia sulla spiaggia e incitandolo quando decide di iscriversi a una gara impegnativa. Quasi senza trama e senza dialoghi (già normalmente nei lungometraggi di Kitano si parla poco, figuriamoci in questo!), la pellicola scorre lenta e rilassata ed è ravvivata da alcuni momenti romantici e da deliziosi tocchi umoristici (la scena in cui il ciclista cade improvvisamente dal molo, sorprendendo tanto gli spettatori quanto i personaggi sullo schermo, è geniale), in parte incentrati sulle disavventure di alcuni personaggi minori – inconfondibilmente kitaniani – come i due amici di Shigeru che, dopo averlo preso in giro, ne seguono le orme. Nel finale, in maniera inaspettata vista la sostanziale assenza fino ad allora di momenti drammatici, irrompe una misteriosa tragedia che aggiunge un particolare spessore fatalista all'intera vicenda.

Il mare è un tema ricorrente nelle opere di Kitano, che spesso ama mostrare i suoi personaggi sulla spiaggia o di fronte alle onde. Con questo lungometraggio comincia anche la fondamentale collaborazione con il compositore Joe Hisaishi (già noto per le musiche dei film di Hayao Miyazaki), che realizza una bella colonna sonora nella quale spicca il tema principale, "Silent love". Da segnalare il cameo di Susumu Terajima (quasi un attore feticcio di Kitano) nel ruolo del camionista che dà un passaggio a Shigeru e Takako. Il titolo originale si può tradurre con "Quell'estate, il mare era molto calmo". Il film è noto in occidente anche con il titolo inglese "A scene at the sea", mentre quello italiano è identico a quello di una pellicola di Jean-Pierre Melville ("Le silence de la mer").

20 dicembre 2008

Brevi giorni selvaggi (F. Perry, 1969)

Brevi giorni selvaggi (Last Summer)
di Frank Perry – USA 1969
con Barbara Hershey, Catherine Burns
***

Rivisto in DVD (registrato da "Fuori Orario").

Nel corso di un'estate al mare, su un isolotto quasi desertico, i giovani Dan e Peter conoscono dapprima la bella, intelligente e carismatica Sandy, da cui rimangono affascinati e con la quale stringono una forte amicizia, e poi l'introversa, timida e bruttina Rhoda, che cerca di entrare a far parte del loro gruppo ma di fatto diventa invece la vittima delle loro provocazioni. Fra "coming of age" e dinamiche adolescenziali, natura selvaggia e minimalismo, il bel film di Perry mostra i giochi, gli scherzi, le crudeltà e le pussioni sessuali che si sviluppano all'interno del quartetto. I rapporti fra i protagonisti, isolati nella natura e lasciati a sé stessi da famiglie assenti, disunite o dileggiate, passano dall'iniziale innocenza a un rapporto sempre più perverso e vorticoso. Ricordo che registrai questo film per puro caso (avevo programmato il VCR per un altro film, ma la programmazione subì un ritardo), senza sapere nulla né della pellicola né del regista (che in effetti oggi sembra quasi dimenticato). E fu una sorpresa positiva. La caratterizzazione dei personaggi è precisa ed esce fuori lentamente, in maniera sottile: Sandy è dominante e quasi psicotica, i due ragazzi sono insicuri e inesperti e si lasciano manipolare da lei (in particolare Dan, che quando si trova invece da solo con Rhoda mostra un'anima gentile), mentre Rhoda è idealista e ingenua ma anche, nonostante l'aspetto, la più matura ed equilibrata del gruppo. La sceneggiatura di Eleanor Perry (moglie del regista) è tratta da un romanzo di Evan Hunter (alias Ed McBain). La scena della violenza finale fu giudicata troppo forte dalla censura americana e venne alleggerita con alcuni tagli per evitare che il film fosse vietato ai minori.

18 settembre 2008

Il papà di Giovanna (Pupi Avati, 2008)

Il papà di Giovanna
di Pupi Avati – Italia 2008
con Silvio Orlando, Alba Rohrwacher
*1/2

Visto al cinema Plinius.

Siamo a Bologna, negli anni del fascismo. Per troppo amore nei confronti della figlia Giovanna (che frequenta lo stesso liceo nel quale lui insegna), un docente di storia dell'arte fà di tutto perché la ragazza, bruttina e introversa, riesca a socializzare con i compagni. Quando la psicolabile Giovanna ucciderà per gelosia la sua migliore amica e verrà internata in manicomio, il professore continuerà a starle vicino, forse perché nel frattempo si è reso conto che la colpa è proprio delle false illusioni che lui le aveva inculcato. Nel frattempo la guerra cambierà molte cose... Una discreta ricostruzione ambientale (ma la sceneggiatura cerca senza troppo successo di fondere i drammi privati con i grandi eventi storici) e l'ottima prova di Silvio Orlando (premiato a Venezia, in un ruolo che qualche decennio fa sarebbe stato di Carlo Delle Piane) salvano solo in parte un film che nella seconda metà si sfilaccia fra banalità psicologiche sui rapporti familiari e anonimi quadretti dell'Italia del dopoguerra. Brava anche la giovane Rohrwacher, mentre Francesca Neri (nei panni della madre di Giovanna) non aggiunge nulla alla pellicola ed Ezio Greggio (il poliziotto amico di famiglia) mostra tutta la sua inadeguatezza come attore drammatico: sembra sempre sforzarsi per mantenere sul viso un'espressione seria, e la scena in cui i partigiani lo processano è talmente fuori posto che forse Avati avrebbe fatto meglio a toglierla dal film (anche perché, come in fondo tutto il personaggio di Greggio, c'entra poco con il resto della storia). Da sottolineare un fastidioso product placement relativo a una marca di olio, visibile più di una volta sulla tavola del protagonista: al bando la pubblicità dal cinema!

27 agosto 2008

21 (Robert Luketic, 2008)

21 (id.)
di Robert Luketic – USA 2008
con Jim Sturgess, Kevin Spacey
**

Visto in volo da Osaka a Londra.

Uno spregiudicato professore di matematica del MIT assolda cinque dei suoi migliori studenti per recarsi ogni weekend a Las Vegas, giocare a black jack nei casinò e vincere "scientificamente", contando le carte e calcolando le probabilità di successo, applicando cioè un sistema "sicuro" senza farsi trascinare dalle emozioni e dall'azzardo. Il protagonista Ben, studente introverso con una particolare predisposizione per il calcolo e i numeri, inizialmente accetta di far parte della squadra soltanto per guadagnare la somma necessaria a pagare i suoi studi di medicina, ma si lascia poi prendere la mano dalla febbre del gioco e dalla "botta di vita" che sta sperimentando (la città del vizio, gli alberghi di lusso, le donne e i casinò diventano un mondo facile e affascinante, quasi una doppia vita della quale non può naturalmente parlare ai suoi normali amici) e non riesce più a fermarsi, mettendosi in pericolosa competizione con lo stesso professore. Come se non bastasse, dovrà vedersela con un ostinato sorvegliante (Laurence Fishburne) incaricato dai casinò di scoprire chi usa tecniche non ortodosse per far saltare il banco. Interessante nel soggetto (tratto, pare, da una storia vera: ma la sceneggiatura non è a prova di buchi) e con un approccio tutto sommato non sciatto ai temi della matematica e del calcolo delle probabilità (viene citato persino il problema di Monty Hall, quello delle tre porte, anche se sembra poco probabile che una classe del MIT non lo conoscesse già), il film non sfugge da alcuni cliché delle pellicole adolescenziali hollywoodiane (dove il successo si misura soltanto in soldi, vestiti, belle ragazze), anche se non mancano tocchi anticonformisti (il personaggio di Fishburne, per esempio, la cui professione è in crisi perché minacciata dai software di riconoscimento dei visi e dalle tecnologie moderne che avanzano).

16 giugno 2008

La classe (Laurent Cantet, 2008)

La classe (Entre les murs)
di Laurent Cantet – Francia 2008
con François Bégaudeau
***

Visto al cinema Anteo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

La tradizione francese di realizzare pellicole ambientate "fra le mura" di un'aula scolastica è di lunga data: basti pensare a "Zero in condotta" di Vigo, a "Gli anni in tasca" di Truffaut e a "Essere e avere" di Philibert. Il film che ha vinto la Palma d'Oro a Cannes 2008 segue per un intero anno scolastico le vicende di una classe in una scuola media di Parigi e si rifà a questi illustri predecessori, ma con una differenza: all'inizio del nuovo millennio le aule sono ormai multietniche, e cercare di far convivere culture diverse (cinesi, marocchini, maliani, ecc.) è una notevole difficoltà in più per professori già costretti a fare i salti mortali per tenere a bada le intemperanze dei loro alunni e contemporaneamente suscitare il loro interesse su argomenti molto lontani dalla vita di tutti i giorni. Il protagonista del film è François Marin, insegnante di francese, che cerca a fatica di scuotere studenti (perlopiù quattordicenni) svogliati e ribelli. Lo fa con tolleranza e disciplina, flessibilità e fermezza, ma anche a lui può capitare di perdere la pazienza e poi di sentirsi in colpa per aver detto una parola di troppo. Il lungometraggio, che si colloca a metà fra la fiction e il documentario, dedica spazio tanto agli aspetti pedagogici quanto – e soprattutto – alle questioni disciplinari. I rapporti fra studenti e professori e quelli fra gli stessi insegnanti vengono ritratti con un tono da cinema-verità che non lascia spazio alle soluzioni più facili o scontate.