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23 gennaio 2023

Rumore bianco (Noah Baumbach, 2022)

Rumore bianco (White noise)
di Noah Baumbach – USA 2022
con Adam Driver, Greta Gerwig
**1/2

Visto in TV (Netflix).

Jack Gladney (Adam Driver), stimato professore universitario di studi hitleriani ("Insegno nazismo avanzato"), ha una grande paura della morte. Che aumenta ancora di più dopo essere rimasto esposto a una misteriosa nube tossica, liberatasi nell'aria in seguito a un incidente a una cisterna ferroviaria che trasportava strani prodotti chimici e che costringe la sua intera famiglia a una breve ma confusa evacuazione: secondo gli esperti, tale esposizione lo ha condannato a morire, anche se potrebbero volerci molti decenni (di fatto, dunque, la cosa è indifferente: aumenta solo la sua consapevolezza che prima o poi morirà!). Quando scopre che la moglie Babette (Greta Gerwig), all'apparenza aperta e solare, sta assumendo di nascosto un farmaco sperimentale (che però su di lei non sembra avere effetto) per vincere questa stessa paura, decide di indagare sulla sua provenienza... Per la prima volta Noah Baumbach, giunto al tredicesimo film, firma una pellicola di cui non ha scritto il soggetto: è tratta infatti dal romanzo omonimo di Don DeLillo (del 1985: l'ambientazione anni ottanta è stata mantenuta), surreale, post-moderno e assurdista, a lungo considerato infilmabile (ma in realtà si sposa bene con le recenti tendenze del cinema americano, che da qualche decennio ha appunto preso una deriva post-moderna). La pretenziosità, il continuo sfasamento tonale, l'accatastamento di situazioni inconsequenziali, le molte deviazioni inutili (esemplificate dalla scena in cui l'automobile guidata da Driver va nei boschi e finisce nel fiume, soltanto per rientrare poi sulla strada, senza che la deviazione in sé sia servita a nulla nell'economia del racconto) minano la fluidità e la coerenza della storia, che pure mette tantissima carne al fuoco, compresi spunti decisamente interessanti: quelli sull'ossessione umana per la morte e per le catastrofi (un collega di Jack, interpretato da Don Cheadle, mostra agli studenti immagini di incidenti stradali), le teorie del complotto (tutto il segmento centrale, che racconta l'evacuazione, è ammantato di mistero e di strani intrighi da parte di un governo che tiene i cittadini all'oscuro), l'invasione del consumismo (il supermercato come ulteriore metafora della morte), le riflessioni sulla memoria (la nube tossica provoca un senso di dejà vu, il farmaco fa confondere le parole con le cose che esse indicano), e in generale le relazioni umane (quando sono di scena molti personaggi, i dialoghi fra loro si intrecciano e si confondono, coprono argomenti disparati e scollegati, facendo perdere il filo e il senso delle cose), in particolare all'interno della famiglia ("La famiglia è la culla della disinformazione mondiale"). In questo ambiente ricco di stimoli e di confusione, il tema della morte rimane costantemente come sottofondo ("E se la morte fosse solo un suono?"), appunto un rumore bianco e onnipresente, che né la razionalità (il protagonista è, come detto, un intellettuale) né la religione (la suora infermiera, nel finale, che non crede all'aldilà) è in grado di dissipare: fa parte dell'essenza dell'uomo. Anche se gli spunti, come si vede, non mancano, e i personaggi sono ben caratterizzati (Driver, in particolare, offre un'altra prova eccellente), il film però funziona solo a tratti e la sua atmosfera surreale lascia spesso lo spettatore confuso e sperso in una sorta di mondo filosofico quasi wendersiano. Lars Eidinger è Mister Gray, il "fornitore" del farmaco; Raffey Cassidy è Denise, una dei quattro figli – da partner diversi – della coppia. Nel cast anche Barbara Sukowa (la suora), Francis Jue (il medico), Kenneth Lonergan e Jodie Turner-Smith (due colleghi di Jack). Sui titoli di coda, un balletto finale con tutti i personaggi all'interno del supermercato.

19 agosto 2022

House of Gucci (Ridley Scott, 2021)

House of Gucci (id.)
di Ridley Scott – USA 2021
con Lady Gaga, Adam Driver
*1/2

Visto in TV (Prime Video), con Sabrina.

La storia degli eventi che hanno circondato la celebre casa di moda italiana, simbolo di stile, fascino ed esclusività, fra gli anni settanta, quando Patrizia Reggiani (Lady Gaga), arrampicatrice sociale con pochi scrupoli, conosce e sposa Maurizio (Adam Driver), l'ultimo rampollo della famiglia Gucci, e gli anni novanta, quando, dopo aver ceduto il controllo dell'azienda a una società di investimenti, Maurizio viene ucciso da un paio di balordi su commissione dell'ex moglie. Raccontato all'insegna del connubio fra passione e potere, quasi come si trattasse di una dinastia nobile (e un po'... mafiosetta), il film appare assai diseguale: interessanti, entro certi limiti, le vicende legate agli intrighi familiari (grazie anche ad attori come Al Pacino, Jeremy Irons e Jared Leto, che interpretano rispettivamente Aldo, Rodolfo e Paolo Gucci, ovvero lo zio, il padre e il cugino di Maurizio: sono loro tre, senza alcun dubbio, la cosa migliore del film, anche se spesso gigioneggiano in modo quasi caricaturale: quando sono di scena Pacino e Leto, in particolare, sembra di assistere a una commedia) e al declino e al conseguente rilancio della casa di moda; molto meno, anche perché frettolose e poco approfondite, quelle relative al matrimonio fra Maurizio e Patrizia, al loro divorzio e infine all'omicidio, tutti momenti che si susseguono in maniera stereotipata, banale o senza la necessaria preparazione, Nonostante la durata forse eccessiva della pellicola (e alcune libertà prese nelle date e nella cronologia degli eventi), la caratterizzazione dei personaggi è ondivaga e mal focalizzata: di Maurizio non capiamo mai veramente il carattere (si fa plagiare dalla moglie come se questa fosse una sorta di Lady Macbeth? è disinteressato alle sorti dell'azienda? o è davvero una carogna pronta a tradire ed escludere i parenti?), mentre Patrizia passa da protagonista a comprimaria in un attimo, salvo tornare alla ribalta negli ultimi minuti con tendenze omicide, sia pur mosse dalla rabbia e dal rancore, che mai aveva fatto trapelare in precedenza. E se la sceneggiatura lascia alquanto a desiderare, la regia di Scott a sua volta è svogliata e un po' anonima. Buona, tutto sommato, la ricostruzione d'epoca, a livello di scenografie e costumi. Decisamente kitsch invece la colonna sonora, che mescola canzoni italiane (scelte a caso, almeno questa è l'impressione) e naturalmente, trattandosi di Italia, brani d'opera (i più famosi possibili: "Libiamo ne' lieti calici", "Largo al factotum", "La donna è mobile", l'ouverture del Barbiere, il coro a bocca chiusa della Madama Butterfly e, per buona misura, l'aria della Regina della Notte). Il kitsch, a dire il vero, è sempre in agguato quando gli americani provano a fare un film sulla moda e sullo stile europeo o ambientato nel Bel Paese (Ridley Scott, fra l'altro, aveva già dato con "Hannibal" e "Tutti i soldi del mondo"), e questo (con una Lady Gaga che assomiglia a Marisa Laurito) non fa eccezione. Eppure, nel guardarlo, c'è una sorta di guilty pleasure. In ogni caso, meglio Gaga di di Driver (che per Scott aveva già recitato nel precedente "The last duel"). Jack Huston è Domenico De Sole, consulente legale dei Gucci; Camille Cottin è Paola Franchi; Salma Hayek è la "sensitiva" Pina Auriemma; Reeve Carney è lo stilista Tom Ford.

20 ottobre 2021

The last duel (Ridley Scott, 2021)

The last duel (id.)
di Ridley Scott – USA/GB 2021
con Matt Damon, Adam Driver, Jodie Comer
**1/2

Visto al cinema Colosseo.

Un tempo amici, gli scudieri – e poi cavalieri – Jean de Carrouges (Matt Damon) e Jacques Le Gris (Adam Driver) diventano progressivamente rivali, quando le fortune del primo presso il conte Pierre II d'Alençon (Ben Affleck) cominciano a calare e quelle del secondo a crescere. Dopo aver accusato l'avversario di aver approfittato della sua assenza dal castello per violentare sua moglie Marguerite (Jodie Comer), circostanza che Jacques nega, Jean ottiene dal re e dal parlamento di Parigi di potersi battere a duello contro di lui per stabilire chi dice la verità. Siamo nella Francia di Carlo VI, alla fine del quattordicesimo secolo, e il loro passerà alla storia come l'ultimo "duello di Dio", ovvero l'ultimo duello giudiziario ufficialmente riconosciuto. Da un fatto di cronaca realmente accaduto (e che fece scalpore tanto all'epoca quanto nei secoli successivi: ne parleranno fra gli altri Jean Froissart, Diderot e Voltaire), una pellicola che utilizza una struttura alla "Rashomon" per farci assistere alla stessa storia tre volte, narrata dal punto di vista rispettivamente di Jean, di Jacques e di Marguerite. Le loro tre "verità", a dire il vero, non appaiono troppo in contraddizione fra loro (come invece succedeva nel capolavoro di Kurosawa): semplicemente varia il "sentimento", l'interpretazione di fatti che ciascuno abbellisce o sfuma a seconda della propria sensibilità. E così, per esempio, il matrimonio fra Jean e Marguerite risulta felice agli occhi di lui, infelice a quelli di lei; l'assalto di Jacques alla donna è un atto d'amore secondo Le Gris, un sopruso secondo Marguerite; e Jean si percepisce come un guerriero valoroso a cui vengono fatti dei torti, mentre gli altri lo vedono come un incolto caparbio e irascibile. La sceneggiatura (di Damon e Affleck, insieme a Nicole Holofcener), tratta dal romanzo di Eric Jager, è un po' meccanica, con un ardito (e troppo insistito) parallelo fra il ruolo della donna nei secoli bui (assoggettata al controllo degli uomini, e impossibilitata a difendersi da sola) e il movimento #MeToo degli anni recenti. Pare evidente anche un rimando (per lo meno tematico) al primo film in assoluto di Ridley Scott, "I duellanti", anche se questo è di grana più grossa. Nel complesso un film interessante, graziato da buone prove (l'ottimo Driver e l'intensa Comer su tutti) e un buon livello di ricostruzione storica. La fotografia di Dariusz Wolski è molto fredda: dopotutto eravamo in una "piccola era glaciale".

12 giugno 2021

Giovani si diventa (Noah Baumbach, 2014)

Giovani si diventa (While We're Young)
di Noah Baumbach – USA 2014
con Ben Stiller, Naomi Watts, Adam Driver
**1/2

Visto in TV (Now Tv).

Il film si apre con una citazione da "Il costruttore Solness" di Ibsen, cui vagamente si ispira nel mettere a confronto vecchiaia e gioventù. Josh (Ben Stiller) e Cornelia (Naomi Watts) sono una coppia di ultraquarantenni in crisi di mezza età, che stanno cominciando a rendersi conto di quanto la loro vita sia ormai trascorsa in maniera improduttiva. Lui è un documentarista che sta lavorando da dieci anni al suo nuovo lavoro ("Un film di sei ore e mezza che sembra avere sette ore di troppo"), con la paura di concluderlo. Lei, figlia di un maestro del cinema nonché ex mentore del marito (Charles Grodin), ha abbandonato la danza e guarda con perplessità e timore a tutte le coppie di amici che hanno fatto figli. Naturalmente i due non hanno bambini, non viaggiano, non prendono decisioni e ripetono in maniera monotona e noiosa sempre le stesse cose. Ma questa routine viene sconvolta quando conoscono i venticinquenni Jamie (Adam Driver) e Darby (Amanda Seyfried), giovani e spregiudicati, pieni di idee e di iniziative che intraprendono senza paure. La nuova amicizia dona loro una carica di energia, gettandoli in avventure stravaganti e inedite, e spingendoli a ripensare la propria vita, i propri fallimenti e il vicolo cieco in cui si erano cacciati. Fino a quando capiranno però che anche Jamie e Darby non sono perfetti, che anche loro mentono o approfittano della situazione per il proprio tornaconto personale (Jamie, a sua volta aspirante documentarista, ambiva a entrare nelle grazie del padre di Cornelia per farsi produrre una pellicola). Quasi due film in uno: la prima parte è un confronto fra le mentalità di due diverse generazioni (con alcuni interessanti corollari, quasi paradossali: i "giovani", per esempio, si riappropriano delle cose che i "vecchi" hanno buttato, e così hanno la casa piena di vinili, VHS e audiocassette, mentre i "vecchi" sono diventati ormai dipendenti dalle abitudini, dai social media e dai cellulari); la seconda fa riflettere invece sul lavoro del documentarista e sul valore stesso dei documentari: risiedono nel ricercare l'autenticità a tutti i costi (come sostiene Josh, che rifiuta ogni compromesso, a costo di non completare il proprio lavoro o di renderlo noioso e inaccessibile al pubblico) o nella rappresentazione dell'esperienza (per rendere accattivante la quale si può anche mentire o modificare la realtà dei fatti, come fa Jamie)? Un ottimo cast e una buona sceneggiatura completano un film gradevole e sincero, divertente (anche se su toni dolce-amari) e profondo.

16 agosto 2020

The Meyerowitz stories (N. Baumbach, 2017)

The Meyerowitz stories (new and selected) (id.)
di Noah Baumbach – USA 2017
con Adam Sandler, Ben Stiller, Dustin Hoffman
**1/2

Visto in TV, con Sabrina.

I rapporti fra l'anziano scultore astratto Harold Meyerowitz (Dustin Hoffman) e i suoi tre figli – di letti diversi – Danny (Adam Sandler), Matthew (Ben Stiller) e Jean (Elizabeth Marvel), non sono mai stati idilliaci. A ostacolarli sono la personalità scorbutica del genitore, il suo rifiuto a riconoscere le qualità dei figli, le delusioni, le incomprensioni e i rancori. Poco prima dell'inaugurazione di una mostra dedicata al padre, questi viene improvvisamente ricoverato in ospedale: l'occasione fa ravvicinare i fratelli, in particolare Danny e Matthew, ma li fa anche prendere coscienza del distacco comunicativo che è sempre serpeggiato in famiglia. Ottimi attori, dialoghi verbosi e un accurato ritratto psicologico, con sguardo dolceamaro, per una famiglia disfunzionale di artisti e intellettuali di Manhattan (con l'eccezione di Danny, che fa il contabile e si è trasferito a Los Angeles), nel quale Baumbach riversa tutti i temi a lui cari, a partire dalla disgregazione della famiglia sullo sfondo della scena culturale di New York (si citano numerosi artisti, libri, film). Ad aiutarlo c'è un gruppo di attori in gamba, che recitano a metà fra la commedia e il drammatico, e una serie di scenette di vita quotidiana che mettono in luce le incomprensioni, i sentimenti e i rancori nascosti dei personaggi: c'è chi fa un bilancio fallimentare della propria vita, chi si confronta con il padre ingombrante, chi non si accorge di non aver mai voluto instaurare un'autentica relazione (Harold, per esempio, non guarda mai in faccia i figli mentre parla, o cambia sempre discorso). Emma Thompson è Maureen, la nuova moglie di Harold, giovane e alcolista. Grace Van Patten è Eliza, la figlia di Danny, ulteriore artista in famiglia (che, chissà, forse non commetterà gli errori di chi l'ha preceduta). Judd Hirsch è L.J. Shapiro, amico di collega di Harold che, a differenza di lui, è rimasto sulla cresta dell'onda. Brevi apparizioni per Adam Driver (uno dei clienti di Matthew) e per Sigourney Weaver (nei panni di sé stessa).

15 gennaio 2020

Storia di un matrimonio (N. Baumbach, 2019)

Storia di un matrimonio (Marriage Story)
di Noah Baumbach – USA 2019
con Adam Driver, Scarlett Johansson
**1/2

Visto in TV (Netflix).

Il matrimonio fra il regista teatrale Charlie (Adam Driver) e l'attrice Nicole (Scarlett Johansson) è in crisi, tanto che i due decidono di separarsi di comune accordo. Ma quando intervengono gli avvocati, la causa di divorzio si fa sempre più complessa, litigiosa e costosa. Anche perché c'è un figlio di otto anni di mezzo, e i due ex coniugi vorrebbero vivere ai lati opposti degli Stati Uniti (lui a New York, dove dirige la sua compagnia di teatro d'avanguardia; lei a Los Angeles, dove è nata, per tornare a lavorare nel cinema e nella televisione). Nel filone di "Kramer contro Kramer", un film che, nonostante il titolo, non è la storia di un matrimonio ma di un divorzio: ma proprio attraverso la sua dissoluzione i due protagonisti sono costretti a riflettere su quella che è stata la loro relazione e che cosa ha significato (nella prima scena, su suggerimento di un mediatore familiare, li vediamo mettere per iscritto i lati positivi del rispettivo coniuge). Attento agli aspetti psicologici e alle ragioni di entrambe le parti (anche se forse il punto di vista del personaggio maschile è leggermente privilegiato), dal desiderio di autodeterminazione dalle esigenze lavorative, dalla necessità dei propri spazi al bisogno di mantenere un rapporto con il figlio, il lungometraggio sembra voler criticare soprattutto le assurdità di un sistema, quello degli avvocati divorzisti, che soprattutto in USA "premia i cattivi comportamenti" (come ammette uno degli stessi legali) e che consuma tutte le risorse delle parti (emotive ma anche economiche) in nome del presunto "bene" del bambino, rischiando di lasciare dietro di sé soltanto macerie. E per questo motivo può risultare una visione sgradevole. Noah Baumbach aveva già raccontato (e vivisezionato) una separazione ne "Il calamaro e la balena". Buone le interpretazioni: Driver, in particolare, conferma tutte le sue qualità (ricordiamo che aveva già recitato in un film sulla dissoluzione di una coppia, l'italiano "Hungry hearts"). Gli avvocati sono interpretati da Laura Dern, Alan Alda e Ray Liotta. Ben sei le nomination agli Oscar (fra cui quelle per il miglior film, sceneggiatura, attore e attrice).

20 dicembre 2019

Star Wars: L'ascesa di Skywalker (J.J. Abrams, 2019)

Star Wars: L'ascesa di Skywalker
(Star Wars: The Rise of Skywalker)
di J.J. Abrams – USA 2019
con Daisy Ridley, Adam Driver
*1/2

Visto al cinema Colosseo.

L'imperatore Palpatine non è morto alla fine de "Il ritorno dello Jedi" e offre a Kylo Ren una flotta di Star Destroyer, ciascuno munito di un cannone in grado di disintegrare un intero pianeta, per conquistare l'universo e fondare un nuovo impero, l'Ordine Finale. Il figlio di Han Solo accetta, ma in cuor suo vorrebbe eliminare l'imperatore e allearsi con Rey, che però è ancora incerta sul proprio futuro. Continuando l'addestramento da Jedi e collaborando con la Resistenza, la ragazza si lancia con gli amici Finn e Poe alla ricerca di Exegol, il misterioso pianeta su cui si nasconde Palpatine, con l'intenzione di distruggerne la flotta. Lungo la strada, scoprirà finalmente la verità su sé stessa. Diretto, come il primo, da J.J. Abrams (che diventa il secondo regista dopo George Lucas a firmare due episodi diversi della saga), in sostituzione di Colin Trevorrow, inizialmente designato e poi licenziato per divergenze creative (è la seconda volta di fila che accade, dopo lo spin-off "Solo"), il terzo capitolo della cosiddetta "trilogia sequel" di "Star Wars" (nonché il nono episodio in totale se seguissimo la numerazione tradizionale) regala la consueta dose di intrattenimento ma è anche uno dei più piatti e derivativi, nonché quello con meno creatività e fantasia di tutta la saga: difficile individuare una sequenza, un'ambientazione o un nuovo personaggio che rimarrà nella memoria collettiva. Quando la Disney aveva acquistato i diritti da Lucas e aveva messo in cantiere le nuove pellicole, la scelta di ripartire con un "remake" a tutti gli effetti del prototipo era sembrata in fondo corretta, perché è naturale che una saga che dura da 42 anni guardi indietro alla propria mitologia per rilanciarsi, purché da quelle basi si costruisca poi qualcosa di nuovo. E invece in questo film si procede con il pilota automatico e il freno a mano tirato, ma soprattutto con una devozione al passato che tarpa continuamente le ali alla sceneggiatura, che peraltro si dipana in maniera meccanica (i personaggi vanno dal punto A al punto B, e poi al C, come in un videogioco) o accatasta eventi random e inconsequenziali (vedi la perdita di memoria di C-3PO, quasi subito ripristinata). In ruoli che non sono altro che camei più o meno prolungati, ricompaiono quasi tutti i personaggi "classici", da Luke ad Han (entrambi sotto forma di fantasmi/visioni), da Leia (che muore: Carrie Fisher era scomparsa nel 2016, qui vengono riutilizzate scene girate durante la lavorazione dei film precedenti) a Lando Calrissian, da Chewbacca ai droidi, fino all'improbabile ritorno dell'imperatore (Abrams non sa nemmeno inventarsi un nuovo cattivo). Riesumata anche la Morte Nera, i cui rottami ospitano una breve sequenza, e persino la rivalità fra Sith e Jedi, ma solo a parole, con una tensione inferiore persino a quella dei vituperati prequel di Lucas, che (chi l'avrebbe mai detto?) dal confronto con questi sequel escono addirittura rivalutati.

E i nuovi personaggi, che in teoria qui concludono un percorso di crescita durato ben tre film e oltre sette ore? Come nel precedente "Gli ultimi Jedi", di fatto gli unici di rilievo e con un certo spessore sono Rey (Daisy Ridley) e Kylo Ren (Adam Driver): tutti gli altri – Finn (John Boyega) e Poe Dameron (Oscar Isaac) in testa – rimangono accessori di contorno o macchiette che servono soltanto a fare numero, a elargire battutine e a riciclare dinamiche e situazioni del passato. Mentre il Generale Hux (Domhnall Gleeson) si rivela una spia, come new entry abbiamo il "cattivo" ufficiale Pryde (Richard E. Grant), l'ennesimo robottino (D-O) e due possibili "interessi romantici" per Finn e Poe (rispettivamente l'amazzone Jannah (Naomi Ackie) e la guerriera in armatura Zorri Bliss), i quali possono così rimanere comprimari anche sul piano sentimentale e non ostacolare la relazione, prevista a tavolino sin dall'inizio, fra Rey e Kylo Ren. Quest'ultimo viene sacrificato nel finale, quando ormai aveva comunque perso gran parte della sua ragion d'essere. La protagonista prosegue invece la sua crescita, acquisendo poteri e capacità sempre maggiori (con tanto di lotta con sé stessa che fa il verso a quella di Luke ne "L'impero colpisce ancora"): la rivelazione che si tratta della nipote di Palpatine rovina un po' una delle migliori trovate de "Gli ultimi Jedi" (un'origine "normale", una volta tanto) ma contribuisce a portare avanti il tema fondante della saga, ovvero le sfumature che si celano nello scontro fra il bene e il male. Il controfinale in cui la ragazza si dichiara orgogliosamente una Skywalker, infine, cerca di giustificare un titolo ancora una volta ambiguo e poco azzeccato. In teoria potremmo rivedere Rey nei prossimi film, chissà se da protagonista o per accompagnare il cammino di altri personaggi: ma probabilmente si andrà in direzioni opposte, tornando a rivisitare il passato (glorioso) della franchise. Da sottolineare nuovamente l'insistenza sul "girl power" che caratterizza questa trilogia, frutto del clima culturale che si respira in questi anni negli Stati Uniti: a parte la protagonista e alcuni dei succitati comprimari, per la prima volta si odono (ripetutamente!) voci femminili provenire dagli assaltatori, per non parlare delle tante donne presenti fra i membri della Resistenza (compresa un'evidente coppia lesbica). Ah, fra i piloti ribelli si riconosce anche Kevin Smith. Il film è stato girato, fra le altre location, nella Valle della Luna (Wadi Rum) in Giordania. La sceneggiatura è di Abrams e Chris Terrio (inizialmente avrebbe dovuto scriverla Rian Johnson, il regista dell'episodio precedente), la musica – per l'ultima volta, pare – di John Williams.

17 giugno 2019

I morti non muoiono (Jim Jarmusch, 2019)

I morti non muoiono (The Dead Don't Die)
di Jim Jarmusch – USA 2019
con Bill Murray, Adam Driver
*1/2

Visto al cinema Colosseo.

Per via dello spostamento dell'asse terrestre, causato da tecniche di trivellazione ai poli, i morti si risvegliano ed escono dalle tombe. Nella cittadina di Centerville, a fronteggiare la minaccia, ci sono lo sceriffo Cliff (Bill Murray), i suoi aiutanti Ronnie (Adam Driver) e Mindy (Chloë Sevigny), e la misteriosa straniera Zelda (Tilda Swinton), che gestisce la locale impresa di pompe funebri. Dopo i vampiri ("Solo gli amanti sopravvivono"), Jarmusch affronta alla sua maniera un altro caposaldo del genere horror, gli zombie alla George Romero. Peccato che la pellicola sia blanda e insipida, poco divertente, priva di originalità, di ritmo e di senso ultimo. A parte un paio di colpi di scena nel finale, peraltro ampiamente preannunciati (la natura "aliena" di Zelda e la metacinematograficità della vicenda, con battute come "Come sai che finirà male?" "Ho letto il copione"), c'è ben poco di originale o di accattivante, nemmeno il tentativo di una rilettura "filosofica" come quella del suddetto film sui vampiri. A tratti non si capisce nemmeno se la pellicola vuole essere una parodia, un omaggio o una riproposizione post-moderna del genere (anche perché c'è un fastidioso "scarto" comunicativo fra i personaggi, alcuni dei quali prendono sul serio la situazione mentre altri agiscono come se si trovassero in una commedia). Le battute non fanno ridere, e sono spesso ripetute più volte allo sfinimento; i messaggi sociali (l'apocalisse zombie come una satira del materialismo) sono riciclati da film precedenti (quelli di Romero in primis); quelli drammatici o pseudo-scientifici lasciano il tempo che trovano; e i tanti personaggi escono di scena in maniera del tutto random, lasciando lo spettatore a chiedersi che ruolo avessero nella storia e perché fossero stati introdotti (si pensi, per esempio, ai tre ragazzi di città, o ai giovani detenuti nel carcere minorile). Sprecato, dunque, il buon cast: Steve Buscemi è il fattore razzista, Caleb Landry Jones il gestore della pompa di benzina nonché appassionato di film horror, Danny Glover il commesso del negozio di ferramenta, Selena Gomez la ragazza in viaggio con gli amici, Tom Waits l'eremita Bob, Iggy Pop uno degli zombie. A peggiorare il tutto c'è il mediocrissimo doppiaggio italiano, che fa apparire ancora più svogliati personaggi che parlano quasi al rallentatore (vedi Cliff). Forse il peggior film di Jarmusch. Il titolo è lo stesso di una canzone country (di Sturgill Simpson) che i personaggi ascoltano ripetutamente alla radio (ogni volta citandone per esteso titolo e autore).

5 ottobre 2018

L'uomo che uccise Don Chisciotte (T. Gilliam, 2018)

L'uomo che uccise Don Chisciotte (The man who killed Don Quixote)
di Terry Gilliam – GB/Spa/Fra/Por/Bel 2018
con Adam Driver, Jonathan Pryce
**

Visto al cinema Colosseo, con Marisa.

Mentre si trova in Spagna per la lavorazione di uno spot pubblicitario, il cinico e disilluso regista Toby Grisoni (Adam Driver) scopre che Javier (Jonathan Pryce), l'anziano ciabattino che dieci anni prima aveva interpretato per lui il ruolo di Don Chisciotte in un film studentesco girato in quegli stessi luoghi, è impazzito e crede di essere davvero il leggendario personaggio di Cervantes. Convinto che Toby sia Sancho Panza, il vecchio lo coinvolgerà nelle proprie illusioni, trascinandolo con sé in una serie di disavventure picaresche in una campagna arcaica e religiosa, a metà strada fra il sogno e la realtà, fino a una folle serata in una festa in costume nel castello di un oligarca russo. Testamento della creatività e della forza di volontà di Gilliam, nonché summa di tutto il suo cinema (per dirne alcune: la (con)fusione fra immaginazione e realtà viene da "La leggenda del re pescatore", la serie di peripezie fantastiche ed esagerate da "Le avventure del barone di Munchausen", il medioevo grottesco e parodistico da "Monty Python e il sacro Graal"), il film esce finalmente nelle sale dopo una lunghissima gestazione, grane finanziarie e legali e una ventina d'anni di tentativi, problemi e incidenti di ogni genere (raccontati con dovizia di particolari nel documentario "Lost in La Mancha", che mostra il dietro le quinte delle riprese del 2000, quando gli attori protagonisti avrebbero dovuto essere Johnny Depp e Jean Rochefort). Ed è curioso ricordare come anche un altro celebre regista visionario e indipendente, Orson Welles, abbia lavorato per anni a un "Don Chisciotte", nel suo caso rimasto incompiuto. Caotico, diseguale, confusionario, colorato, sopra le righe, con una messinscena elaborata e barocca, il film tocca i temi da sempre cari al cineasta americano, su tutti la potenza della fantasia e dell'immaginazione: è evidente come per Gilliam fosse irresistibile la fascinazione per un personaggio come Don Chisciotte, che viene qui visto come un archetipo immortale, che si reincarna continuamente per continuare a vivere sulla faccia della Terra, anche a distanza di secoli. D'altronde, le avventure di Chisciotte erano sin dall'inizio il prodotto della sua folle fantasia, il desiderio di mantenere in vita l'epopea cavalleresca anche in tempi moderni, in un mondo cambiato e dove le antiche regole della cortesia e dell'onore non esistono più (siamo ora in un mondo che vive nel timore dei terroristi musulmani, o dove i ricchi, con i loro abusi e le loro prepotenze, fanno il bello e il cattivo tempo, "giocando" a ricostruire un medioevo farlocco e stereotipato). Che proprio un regista, ovvero un uomo che per mestiere crea fantasie e illusioni, sia destinato a rinverdire i fasti di Don Chisciotte è dunque assolutamente coerente. Adam Driver si cala nella parte che avrebbe dovuto essere di Johnny Depp imitandone il modo di recitare, tanto che in numerose scene è difficile non pensare proprio a lui. L'ottimo Pryce è un habituè di Gilliam, avendo recitato già in "Brazil", "Munchausen" e "I fratelli Grimm". Nel resto del cast si riconoscono Stellan Skarsgård (il produttore), Olga Kurylenko (la moglie del capo) e Rossy de Palma (una contadina). Joana Ribeiro è Angelica, la "Dulcinea" del caso, Óscar Jaenada il misterioso gitano.

25 settembre 2018

BlacKkKlansman (Spike Lee, 2018)

BlacKkKlansman (id.)
di Spike Lee – USA 2018
con John David Washington, Adam Driver
**

Visto al cinema Colosseo, con Daniela, in originale con sottotitoli (rassegna di Locarno).

La storia vera di Ron Stallworth (Washington), il primo poliziotto di colore assunto nel dipartimento di Colorado Springs, che negli anni '70 riuscì a entrare a far parte (ovviamente sotto copertura) della sezione locale del Ku Klux Klan, facendosi sostituire da un collega bianco, Flip Zimmerman (Driver), quando doveva incontrare gli altri membri faccia a faccia. Ispirandosi al libro di memorie scritto dallo stesso Stallworth, Spike Lee racconta la vicenda con toni da commedia, irridendo i razzisti di ieri e di oggi (presentati per lo più come psicopatici o disadattati), e concludendo addirittura la pellicola con un aggancio all'attualità (i disordini durante la marcia dei suprematisti bianchi a Charlottesville, e le frasi di Donald Trump sull'argomento). L'ambientazione negli anni settanta consente di citare esplicitamente la cultura dell'epoca, a partire dai film di blaxploitation come "Shaft", "Super Fly" o "Coffy", ma soprattutto di mostrare le tensioni razziali di una società che stava mutando rapidamente. Il registro non è sempre coerente, ondeggiando fra il realismo e la satira in maniera disuguale (vedi il montaggio in parallelo dei razzisti che si gustano "Nascita di una nazione" e i neri che rievocano un episodio di linciaggio): ma la pellicola stimola comunque riflessioni su orgoglio, appartenenza e identità. Washington (figlio di Denzel) non pare sempre a suo agio, anche perché sfoggia un'improbabile capigliatura afro, mentre il sempre bravo Driver è più convincente nel ruolo dell'infiltrato di origine ebrea. L'intera vicenda, se vogliamo, è una variazione del "Cyrano de Bergerac" (e di adattamenti come quello visto nel film "Un uomo in prestito"). Laura Harrier è Patrice, l'attivista delle Pantere Nere.

23 dicembre 2017

Star Wars: Gli ultimi Jedi (Rian Johnson, 2017)

Star Wars: Gli ultimi Jedi (Star Wars: The Last Jedi)
di Rian Johnson – USA 2017
con Daisy Ridley, Adam Driver
**

Visto al cinema Colosseo.

Mentre i pochi membri della Resistenza rimasti, guidati dalla principessa Leia (Carrie Fisher), cercano di resistere all'assalto delle forze del Nuovo Ordine, la giovane Rey (Daisy Ridley) rintraccia il vecchio Luke Skywalker (Mark Hamill), rifugiatosi in eremitaggio in un'isola sul lontano pianeta Ahch-To, per convincerlo a tornare nella lotta. E nel frattempo, scopre di condividere un legame telepatico con Ben Solo, alias Kylo Ren (Adam Driver), il cattivo-ma-forse-no che intende ripercorrere le orme di Darth Vader... Con "Episodio VIII" (ma ormai il numero è rimasto solo nel testo introduttivo), secondo capitolo del rilancio della saga ad opera della Disney dopo "Il risveglio della forza" (nel mezzo c'è stato anche lo spin-off "Rogue One"), si può ormai dire che "Star Wars" ha perso definitivamente quella magia che la rendeva unica, ed è diventato un prodotto cinematografico commerciale e fatto con lo stampino come tanti altri (il fatto che sia diventato un appuntamento annuale e regolare, contando anche i film collaterali, non aiuta di certo). Tanto il banalissimo soggetto quanto i mediocri dialoghi non rendono giustizia a tutto ciò che c'è stato nei quaranta (!) anni precedenti, e l'uscita di scena degli ultimi due superstiti del lungometraggio originale (Mark Hamill per scelta di sceneggiatura, Carrie Fisher – il film è giustamente dedicato a lei – perché è scomparsa l'interprete, che fortunatamente "aveva già finito di girare le sue scene"), dopo la morte di Han Solo (Harrison Ford) nel precedente capitolo, segna davvero la fine di un'era: ora possono essere davvero sostituiti a cuor leggero dai nuovi personaggi ideati dal reparto marketing della Disney, naturalmente con il bilancino, gli agganci al gusto degli attuali teenager, e l'attenzione maniacale alla diversità e alla political correctness (ecco che si spiegano le tante donne in ruoli di comando, i neri, gli asiatici, e tutto ciò che fa sembrare questa galassia una riproduzione quasi esatta del melting pot etnico e culturale degli Stati Uniti: non che sia una brutta cosa, intendiamoci, ma diciamo che ce lo si aspetterebbe di più da "Star Trek", meno fantasy e più ancorato al nostro mondo, che non da una saga che dovrebbe lasciare briglia sciolta all'immaginazione escapista dello spettatore). I nuovi personaggi sono in gran parte privi di originalità e, a ben vedere, inutili: tutto lo spazio dedicato al capitano "sborone" Poe Dameron (Oscar Isaac) e soprattutto alla coppia Finn (John Boyega) e Rose (Kelly Marie Tran, quest'ultima una new entry) è puramente riempitivo, anche perché ai fini della trama non conduce assolutamente a nulla. Molto meglio il plot principale, incentrato sul rapporto fra Rey, la protagonista che "viene dal nulla" (buono lo sviluppo sul mistero dei suoi genitori), e Kylo Ren, l'aspirante cattivo che si conferma come il personaggio migliore della nuova saga, anche grazie all'ottima prova del suo interprete. Nonostante il sospetto che si tratti di un'esca per lo shipping dei fan, la loro relazione, che va molto al di là delle dinamiche fra buono e cattivo, è senza dubbio l'asse portante della pellicola (il ritorno di un disilluso e invecchiato Luke lascia invece il tempo che trova, anche perché in fondo il personaggio non è mai stato così interessante).

Forse l'episodio con il fiato più corto dell'intera saga, "Gli ultimi Jedi" (ma il titolo non avrebbe funzionato molto meglio al singolare? Capisco che Rey prenda di fatto il testimone dalla generazione precedente, ma un "L'ultimo Jedi" riferito a Luke mi sarebbe sembrato molto più evocativo) lascerà comunque nella memoria collettiva almeno un paio di ambientazioni: l'isola sul pianeta Ahch-To dove Luke si è ritirato in eremitaggio (e dove si trova il santuario originale dei Jedi), con tutta la sua bizzarra fauna (ma quegli uccellini sembrano usciti da un videogioco giapponese o da un cartoon tipo "Madagascar"!) e il pianeta minerario Crait, dove c'è una vecchia base dei ribelli, la cui superficie rossa ricoperta di sale bianco permette di donare una cromaticità particolare alle scene della battaglia (che riecheggia, ovviamente, quella di Hoth ne "L'impero colpisce ancora"). Le location reali sono rispettivamente in Irlanda (l'isola di Skellig Michael) e in Bolivia (il deserto Salar de Uyuni): il film è stato girato anche in Croazia (la città-casinò di Cantonica è in realtà Ragusa) e in Islanda. Da notare l'introduzione forzata di dialoghi e momenti comici, che sfiorano la parodia: si pensi in particolare a tutti i momenti che riguardano il cattivo generale Hux (Domhnall Gleeson), ma anche a brevi scene come quella dei ferri da stiro. Brevi comparsate per Yoda (forse l'ultima volta che lo vedremo? Essendo un personaggio in CGI, non è detto), per l'ammiraglio Ackbar (fine della corsa anche per lui) e per il capitano Phasma (che immagino esca a sua volta di scena: peccato, mi piaceva il suo look "cromato"), e spazio assai ridotto per Chewbacca e per i droidi storici C-3PO e R2-D2 (presenti solo per venire incontro alle aspettative del pubblico, immagino), soppiantati ormai dal nuovo e rotondo BB-8. Fra le new entry, restano da menzionare il furfantesco e maneggione DJ (interpretato da Benicio Del Toro: non mi piace quando un volto così riconoscibile entra a forza in una saga come questa) e l'ammiraglio Amilyn Holdo (Laura Dern), mentre è notevole l'inaspettata eliminazione di quello che sembrava il principale cattivone, nonché il nuovo imperatore: il comandante supremo Snoke (Andy Serkis). Con Kylo Ren che ne prende il posto, intenzionato a far piazza pulita di tutto ciò che c'era prima ("Basta Jedi, basta Sith"), solo ora il Nuovo Ordine comincia ad avere un senso. Solito grande successo di pubblico e di una critica ormai assuefatta, anche se non tutti i fan sono stati contenti del modo in cui Luke esce di scena (lo stesso Mark Hamill ha evocato "fondamentali differenze di visione" con il regista Rian Johnson, anche sceneggiatore, a proposito della caratterizzazione del personaggio) e della generalizzazione del concetto di Jedi. Il prossimo episodio, in uscita fra due anni, vedrà il ritorno di J.J. Abrams: speriamo bene.

3 febbraio 2017

Hungry hearts (Saverio Costanzo, 2014)

Hungry Hearts (id.)
di Saverio Costanzo – Italia 2014
con Alba Rohrwacher, Adam Driver
**1/2

Visto in divx, con Sabrina.

Mina (Rohrwacher) e Jude (Driver) si conoscono per caso quando entrambi rimagono intrappolati nella toilette di un ristorante cinese a New York. I due cominciano a frequentarsi e, dopo che lei rimane incinta, si sposano. Ma durante la gravidanza le ossessioni salutiste e vegane della ragazza peggiorano sempre più: e dopo il parto, comincia a "schermare" il neonato da tutto quello che secondo lei potrebbe danneggiarlo. Ecco così che non lo fa mai uscire da casa (per non farlo entrare in contatto con i "veleni" esterni, ma anche per proteggerlo dal sole e dalle radiazioni dei cellulari), non lo porta dal pediatra (perché non si fida della medicina ufficiale) e soprattutto non lo nutre a dovere (convinta che la carne e le proteine siano dannose). All'inizio Jude prova ad assecondarla: ma quando si rende conto che la salute del bambino è in pericolo, perché la sua crescita è messa a repentaglio, sarà costretto a toglierlo alla moglie e portarlo alla propria madre. La ragazza, però, non si arrende senza lottare... Dal romanzo "Il bambino indaco" di Marco Franzoso (così intitolato perché Mina, durante la gravidanza, si convince – grazie alle parole di una chiromante – che il figlio sarà una creatura eccezionale, il che giustifica il suo tentativo di purificarlo dalla corruzione del mondo esterno), una storia di patologia e ortoressia raccontata con meritorio equilibrio, senza assumere mai toni paternalisti o gridati (salvo forse nella melodrammatica svolta finale), anzi premurandosi di ritrarre anche la fragile Mina in una maniera in un certo senso simpatetica: la ragazza non è "cattiva", anzi, tutto quello che fa lo fa per amore, essendo davvero convinta di proteggere in questo modo il bambino. A tratti, nella sua natura di thriller psicologico da camera, il lungometraggio ricorda persino Polanski (in particolare le ossessioni di "Repulsion") e Hitchcock (grazie alla colonna sonora di Nicola Piovani, peraltro integrata con "Tu si' 'na cosa grande" di Modugno e "Flashdance... What a Feeling" di Moroder), soprattutto nelle scene girate con il grandangolo che distorce le figure donando un senso di claustrofobia (e accentuando l'anoressia di Mina). Da confrontare con un altro film italiano sulle patologie alimentari, "Primo amore" di Matteo Garrone. Il romanzo originale era ambientato in Italia, ma Costanzo ha voluto spostare la storia a New York ("Mi serviva una città più aggressiva, individualista e in cui è normale sentire il desiderio di proteggersi da tutto ciò che sta fuori casa"). Da notare che il bambino rimane senza nome per tutto il film. Oltre ai due ottimi protagonisti (entrambi giustamente premiati con la Coppa Volpi a Venezia), nel cast c'è anche Roberta Maxwell nel ruolo della suocera.

22 gennaio 2017

Silence (Martin Scorsese, 2016)

Silence (id.)
di Martin Scorsese – USA 2016
con Andrew Garfield, Adam Driver
**

Visto al cinema Colosseo.

Agli inizi del diciassettesimo secolo, i due preti gesuiti portoghesi Rodrigues e Garupe (Garfield e Driver) sbarcano segretamente nel Giappone feudale, dove lo shogunato Tokugawa ha cominciato a perseguitare i cristiani, la cui religione è stata bandita dal paese dopo un primo periodo in cui invece aveva potuto prosperare. I due sperano di rintracciare il loro maestro e mentore, padre Ferreira (Liam Neeson), di cui non hanno più notizie da anni e sul quale circolano voci che abbia abiurato la propria fede. Da un romanzo di Shusaku Endo che era già stato trasposto al cinema nel 1971 da Masahiro Shinoda, Scorsese (che aveva in mente il progetto da quasi 25 anni) trae un film lungo e pesante, che mette in scena il rapporto – e il conflitto – fra uomo, religione e natura sullo sfondo storico delle persecuzioni cristiane del 1600. Quello raccontato nel film è un Giappone cupo e ostile, dove le poche comunità di kakure kirishitan ("cristiani nascosti") vivono e pregano in segreto, fra rocce nere, terreni fangosi e un cielo plumbeo (l'uso del paesaggio è quasi kurosawiano), mentre gli "inquisitori" guidati dal subdolo Inoue (Issey Ogata) li torturano o più semplicemente li mettono continuamente alla prova per costringerli a venire allo scoperto o ad abiurare (per esempio, calpestando immagini sacre). Persino i preti, come Ferreira o Rodrigues, sono combattuti fra la scelta di mantenersi fedeli alla propria chiesa o diventare apostati per salvare delle vite (compresa la propria): scelta che invece non pare così difficile per Kichijiro (Yosuke Kubozuka), la guida giapponese "codarda" che ogni volta che viene catturato rinnega subito e facilmente la propria religione, salvo poi chiedere perdono attraverso la confessione. Girato a Taiwan, il film è da apprezzare per la ricostruzione storica e per il modo diretto di affrontare un particolare momento storico (quello in cui le relazioni fra il Giappone e il resto del mondo erano ai minimi termini), ma la tensione e il coinvolgimento scattano solo a tratti, per via di vicende troppo dilatate e situazioni in fondo ripetitive. La parte migliore è quella conclusiva, con il confronto fra Rodrigues e il suo vecchio maestro Ferreira, e con le considerazioni sulle differenze fra il Giappone e il resto del mondo cristiano. Nel cast, anche Tadanobu Asano (l'interprete) e Shinya Tsukamoto (Mokichi, uno dei "kirishitan" del villaggio uccisi da Inoue). Padre Ferreira e l'inquisitore Inoue sono figure storiche realmente esisitite. Il titolo si riferisce al silenzio da parte di Dio che Rodrigues lamenta durante le proprie sofferenze e quelle dei cristiani perseguitati, identificando sé stesso con il Cristo nell'orto del Getsemani.

28 dicembre 2016

Paterson (Jim Jarmusch, 2016)

Paterson (id.)
di Jim Jarmusch – USA 2016
con Adam Driver, Golshifteh Farahani
***1/2

Visto al cinema Eliseo, con Sabrina.

Paterson, autista di bus con la passione per la poesia, vive a Paterson, New Jersey, con la moglie Laura e il cane Marvin (un bulldog francese). Il film ne racconta una settimana di vita (da lunedì a domenica), attraverso la sua routine quotidiana: sveglia alle 6.15, colazione, lavoro, pausa pranzo, ritorno a casa, cena con Laura, passeggiata con il cane, visita al pub. Gli unici suoi svaghi consistono nello scrivere versi su un "taccuino segreto", ascoltare le bizzarre conversazioni del passeggeri del suo autobus, osservare le dinamiche degli avventori del pub, ed essere testimone delle tendenze artistiche della moglie (che dipinge tessuti e oggetti, sempre con forme e simboli in bianco e nero, cucina cupcake da vendere alla festa dei coltivatori, o progetta di imparare a suonare la chitarra per diventare una cantante country). Come sfondo c'è la città che porta il suo stesso nome, con le sue strade e i suoi parchi, i suoi locali e le sue periferie, i suoi abitanti e i suoi cittadini illustri (il comico Lou Costello, il poeta modernista William Carlos Williams). Il minimalismo di Jarmusch portato agli estremi: un elogio della semplicità e della "poesia delle piccole cose", quella bellezza che, per chi sa coglierla, si nasconde dietro ogni singolo momento e ogni incontro casuale, la cui banalità ispira i versi che il protagonista compone (e che appaiono in sovrimpressione sullo schermo), e che può essere valorizzata dal gioco di rimandi e ripetizioni che la vita stessa regala: sono tanti, infatti, i temi ricorrenti, come il passato, i sogni, i gemelli... tutti già presenti nelle pellicole precedenti di Jarmusch (in particolare in quelle più episodiche, come "Coffee and cigarettes"), ma che qui assumono un'organicità maggiore e profonda, in grado di comprendere tutta un'esistenza. Ne risulta un film al tempo stesso realistico e filosofico, mondano e poetico, caldo, sincero e mai noioso, con cui è facile entrare in sintonia. La contemplazione, la rassegnazione e persino l'indecisione, attraverso la poesia, possono diventare sublimi. Ottimo Driver (nomen omen), deliziosa la Farahani.

22 dicembre 2015

Star Wars: Il risveglio della forza (J.J. Abrams, 2015)

Star Wars: Il risveglio della forza
(Star Wars: The Force Awakens)
di J.J. Abrams – USA 2015
con Daisy Ridley, John Boyega
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina, Marisa, Monica e Roberto.

A dieci anni di distanza dalla conclusione della trilogia di prequel, la saga di "Guerre stellari" torna al cinema con quello che costituisce, in tutti i sensi, un nuovo inizio. Il creatore della serie, George Lucas, scottato forse anche dalle molte critiche ricevute dopo gli ultimi film, ha venduto la franchise alla Disney, che dal suo canto non si è fatta pregare per mettere subito in cantiere una nuova trilogia di pellicole (a questo "Episodio VII" – anche se tale dicitura compare nel cartello introduttivo ma non nel titolo ufficiale – seguiranno, nel giro di pochi anni, i già previsti "Episodio VIII" ed "Episodio IX"), di cui la prima, se non altro, dimostra subito una cosa: che altri hanno compreso molto meglio di Lucas quali sono gli elementi alla base del successo della serie. Poiché i primi sei film cinematografici sembravano aver esaurito completamente la grande trama di Anakin Skywalker/Darth Vader e della lotta fra la Repubblica e l'Impero, è stato necessario creare nuovi personaggi e una nuova minaccia. E forse per non scontentare i fan, ma allo stesso tempo per dar loro quello che si aspettavano di vedere, il regista J.J. Abrams e gli sceneggiatori Michael Arndt e Lawrence Kasdan (quest'ultimo di ritorno nella saga dopo 42 anni!) hanno scelto di realizzare quasi un remake della pellicola del 1977, quella che aveva dato origine a tutto, di cui il nuovo film ripropone trama e situazioni praticamente in scala 1:1. Se la mancanza di originalità può dunque sollevare qualche perplessità, in un certo senso essa è anche uno dei pregi dell'intera operazione, visto che consente di evitare tutti gli errori e le scivolate commesse da Lucas nei prequel e di recuperare invece quelle atmosfere e caratteristiche che avevano in primo luogo determinato il successo di "Star Wars". In un'intervista, Abrams ha affermato di aver voluto realizzare un film che potesse regalare a un odierno bambino di 11 anni quelle stesse sensazioni che lui aveva provato quando, a 11 anni appunto, aveva visto il primo film. Ebbene, possiamo dire che ci è riuscito. Il nuovo episodio, pur essendo quanto di più simile al primo leggendario lungometraggio, è ironicamente anche quello che può essere più facilmente apprezzato da uno spettatore del tutto a digiuno della saga.

Ambientato trent'anni dopo "Il ritorno dello Jedi", come da tradizione il lungometraggio si apre in media res e non si preoccupa di spiegare i retroscena del nuovo stato di cose (probabilmente le pellicole che seguiranno ci diranno di più sul fantomatico e fascistoide "Primo Ordine" che ha preso il posto dell'impero come minaccia alla pace della Galassia e sul suo misterioso leader Snoke). I titoli di testa ci comunicano che Luke Skywalker è scomparso: scopriremo poi che l'ultimo Jedi, deluso per il tradimento di un suo giovane allievo, si è ritirato in eremitaggio in qualche luogo lontano. La Resistenza, che sotto la guida di sua sorella Leia si batte contro il Primo Ordine, è alla sua disperata ricerca. Ma a trovare la mappa che potrebbe rivelare il suo rifugio sono la giovane Rey (Daisy Ridley), raccoglitrice di rottami metallici sul pianeta Jakku, e il pavido Finn (John Boyega), ex membro delle truppe d'assalto del Primo Ordine (con armature identiche a quelle degli stormtrooper imperiali!), che ha scelto di disertare. Braccati dai nemici e costretti alla fuga, i due troveranno aiuto in una vecchia conoscenza, Han Solo (Harrison Ford). Come si diceva, la trama sembra ripercorrere quella di "Una nuova speranza" (e anche de "L'impero colpisce ancora") quasi pedissequamente: informazioni vitali affidate a un droide; quest'ultimo abbandonato su un pianeta desertico e trovato da un/una giovane che vive lì, ignaro/a del proprio retaggio, e catapultato quasi controvoglia in una grande avventura; la fuga a bordo del Millennium Falcon, guidato da uno Han Solo che, in quanto contrabbandiere, deve scappare dai suoi creditori; l'approdo in quello che dovrebbe essere un rifugio, gestito da una vecchia conoscenza di Han, dove però si nasconde un traditore; la cattura di uno dei protagonisti, portato a bordo della nuova arma letale dei nemici (qui, al posto della Morte Nera, c'è l'ancor più gigantesca base Starkiller); il salvataggio, nel corso del quale l'anziano mentore del gruppo perderà la vita per mano di un "rinnegato", ovvero un cattivone nerovestito e con maschera, Kylo Ren (Adam Driver) che è passato al lato oscuro e che nasconde un legame stretto di parentela con i nostri eroi; e infine, l'attacco delle forze della Resistenza alla base nemica, della quale sfruttano l'unico punto debole per farla esplodere. C'è persino il finale con uno degli eroi rimasto fra la vita e la morte (Finn in coma, come Han Solo nella grafite al termine de "L'impero colpisce ancora"), oltre che tanti altri paralleli (il castello di Maz come la taverna di Mos Eisley, la stessa piratessa Maz Kanata come Yoda, Snoke come l'imperatore, il generale Hux come il governatore Tarkin, ecc.).

Detto delle similitudini nella trama, c'è però da elogiare il modo in cui questa viene narrata. Il senso dell'avventura, il ritmo, la caratterizzazione dei personaggi, la chiarezza delle scene d'azione e la maestria tecnica contribuiscono al massimo coinvolgimento dello spettatore (deja vu a parte, ma anche questo in fondo fa parte dell'esperienza complessiva). E quanto alla nuova generazione di eroi e di cattivi, in fondo è bello veder muovere i primi passi, fra dubbi e insicurezze, sia agli uni che agli altri. Non solo Rey e Finn, infatti, ma anche il cattivo Kylo Ren sono incerti, impacciati durante i combattimenti, ancora alla ricerca di sé stessi e del proprio ruolo: insomma, personaggi con tanto potenziale ancora da sviluppare, e di cui sarà senza dubbio interessante seguire l'evoluzione nei film a venire (anche se troppe cose sembrano lasciar presagire quale sarà): che differenza con il predestinato, rigido e insopportabile Anakin interpretato da Hayden Christensen nei prequel! A proposito di questi ultimi: se tanti e tali sono i riferimenti che Abrams ha voluto fare agli episodi "classici", è sintomatico come i tre prequel siano stati del tutto ignorati: non un accenno, non un riferimento o una strizzatina d'occhio; persino lo stile cinematografico ne prende le distanze, rinnegando l'abuso di grafica digitale che li affogava e scegliendo invece un approccio più artigianale. Gli effetti al computer non mancano, ovviamente, ma il look and feel della pellicola è garantito da scenari, personaggi e oggetti reali, da prop e animatroni fisici. Si respira un'aria di concretezza, non di videogioco, e tutto ha sembianze "realistiche" (sì, anche gli alieni!) in puro stile old school, grazie anche a una fotografia che si rifà a quella dei mitici primi episodi. In questo modo, l'apparizione di volti noti ma irrimediabilmente invecchiati (Harrison Ford, Carrie Fisher, Mark Hamill) non stona affatto, anche perché sullo sfondo vediamo veicoli e astronavi dell'impero ormai ridotti a rottami, robot e androidi (compresi R2-D2 e D-3B0) che ne hanno vissute fin troppe (persino Chewbacca ha qualche pelo grigio), in un mondo che mostra tutti i suoi anni e non li vuole nascondere. Fra i volti nuovi, da segnalare anche Oscar Isaac nei panni del pilota della resistenza Poe Dameron. Domhnall Gleeson è il generale Hux, Max Von Sydow fa una comparsata all'inizio.

In conclusione: per una volta, l'approccio conservativo può essere considerato quello giusto. Abrams ha semplicemente voluto "rifare" a modo suo il primo "Guerre stellari" (colpendo nel segno molto più di quanto non avesse fatto con i film di "Star Trek", quelli sì dichiaratamente dei reboot: d'altronde il regista non ha mai nascosto di essere più un fan della saga di Lucas che di quella di Roddenberry, e i risultati lo dimostrano), aggiornando il prototipo e limandone i difetti ma senza travisarlo, stravolgerlo o appiattirlo più di tanto. Che i nuovi eroi siano una donna e un uomo di colore sarà certo dovuto alla political correctness imperante in America, ma nell'economia della storia non fa alcun danno. L'affiancamento di volti giovani (brava soprattutto la Ridley) a quelli, solcati da rughe, dei vecchi personaggi (che dimostrano tutti i loro anni, non solo nel fisico ma anche nell'animo) è fatto nel migliore dei modi, senza che gli uni rubino i riflettori agli altri. La sovrastruttura non soffoca i contenuti (i concetti stessi della forza e degli Jedi sono a malapena accennati) e i pupazzi o personaggi digitali sono pochi ma buoni (dietro le fattezze di Snoke e Maz si nascondono Andy Serkis e Lupita Nyong'o), mai infantili nemmeno quando devono essere simpatici (come il droide BB-8). Il film non è perfetto, intendiamoci: a parte la questione dell'originalità della trama (che rende prevedibilissime persino le svolte che più avrebbero dovuto sorprendere gli spettatori, a cominciare dalla morte di uno dei personaggi storici), ci sono comunque alcune ingenuità di sceneggiatura, caratterizzazioni contraddittorie (giusto un paio nei primi minuti: perché il pilota Poe si fida subito di Finn, quando questi viene a salvarlo, senza sospettare che possa trattarsi di un tranello per stanargli dove si trovano i piani? perché lo stesso Finn, che diserta perché non vuole uccidere, non si fa scrupolo quasi immediatamente a sparare contro i suoi stessi compagni?), per non parlare delle molte assurdità pseudo-scientifiche (il funzionamento della base Starkiller in primis), anche se in fondo "Star Wars" è sempre stato più "fanta" che "scienza". Ma la confezione nel suo insieme è quasi impeccabile, a partire dalla colonna sonora di John Williams che, a parte qualche accenno ai temi più classici delle partiture precedenti, crea tutto un nuovo corpus musicale. E dietro la tecnica cinematografica, c'è l'avventura e il sense of wonder. Le riprese sono state effettuate, oltre che in studio, negli scenari di Abu Dhabi (il pianeta desertico Jakku), dell'Islanda (le nevi che ricoprono la base Starkiller) e dell'Irlanda (la sequenza finale, in cui Rey incontra Luke). Grazie anche a un battage pubblicitario senza precedenti (e francamente fin troppo invadente), il film ha goduto di un immediato successo al botteghino, ancora da quantificare a lungo termine: l'obiettivo è quello di superare "Avatar" come film con il maggior incasso di tutti i tempi.

21 settembre 2013

Tracks (John Curran, 2013)

Tracks - Attraverso il deserto (Tracks)
di John Curran – Australia 2013
con Mia Wasikowska, Adam Driver
**

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

La storia vera di Robyn Davidson, una ragazza che nel 1975 decise di attraversare a piedi (accompagnata solo dal cane Diggity e da quattro cammelli) il deserto australiano, da Alice Springs fino all'Oceano Indiano: 2700 chilometri da percorrere in circa sei mesi. Ispirato al reportage fotografico di Rick Smolan per la rivista "National Geographic", oltre che al libro che la stessa Davidson scrisse in seguito (intitolato, appunto, "Tracks"), un film che racconta di un viaggio effettuato, come tutti i viaggi, alla scoperta di sé, senza un vero motivo se non un bisogno viscerale, primordiale, di compierlo. Peccato però che la pellicola rimanga del tutto fine a sé stessa, talmente piatta e banale che oserei definirla insignificante. Il regista si limita a svolgere il compitino, riprendendo bellissime immagini di paesaggi, di tramonti, di animali, con una fotografia patinata da documentario, e la sceneggiatura procede in maniera che più lineare non si può: ogni difficoltà, ogni problema, ogni incertezza viene risolta nel giro di due o tre minuti (esemplare il momento in cui Robyn smarrisce la bussola, che ovviamente ritrova subito), senza né pathos né dramma. Alla fine, da salvare c'è quasi solo l'interpretazione della Wasikowska, che si cala perfettamente nei panni di una ragazza coraggiosa e indomita, soprannominata "La signora dei cammelli" da curiosi e giornalisti che seguono a distanza il suo cammino, tormentata dai ricordi d'infanzia e decisa in fondo a compiere la traversata solitaria più per i suoi genitori (il padre esploratore, la madre suicida) che non per sé stessa.