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14 dicembre 2020

Reazione a catena (Mario Bava, 1971)

Reazione a catena (aka Ecologia del delitto)
di Mario Bava – Italia 1971
con Claudine Auger, Luigi Pistilli
**1/2

Visto in TV.

La morte della contessa Federica (Isa Miranda), paralitica proprietaria di una tenuta su una baia che fa gola a molti, dà il via a una serie di omicidi che coinvolge tutti coloro che le stanno attorno. Cinicissimo giallo-nero nel quale Bava inscena, come da titolo, una serie di cruenti delitti: se all'inizio sembra di assistere a un giallo che ci invita a indovinare l'identità dell'assassino (cosa difficile, perché tutti sembrano nutrire interessi verso la tenuta della contessa), ben presto ci rendiamo conto che nessuno è innocente. E man mano che si procede nella catena degli omicidi, con numerose sequenze splatter e gore (la pellicola è a tutti gli effetti un'antesignana degli slasher degli anni ottanta), ci accorgiamo che non c'è alcun protagonista positivo (anzi: a prescindere dallo stato sociale o da qualsiasi altra caratteristica, tutti sono ugualmente e "democraticamente" cattivi, avidi, disprezzabili), fino allo sberleffo finale appena prima dei titoli di coda. Proprio l'apparente nichilismo, o il pessimismo cosmico se vogliamo (ma senza compiacimento), diventa così la ragion d'essere della pellicola, una delle poche di cui il regista si dichiarò soddisfatto (e che potè girare senza pressioni o imposizioni indesiderate da parte dei produttori). Fra gli interpreti: Leopoldo Trieste e Laura Betti (l'entomologo Paolo e sua moglie Anna), Chris Avram e Anna Maria Rosati (l'architetto Franco e la sua amante Laura), Claudio Volonté (il pescatore Simone, figlio illegittimo della contessa), Giovanni Nuvoletti (Filippo, il marito della contessa), Claudine Auger e Luigi Pistilli (Renata, la figlia di quest'ultimo, e suo marito Alberto), Brigitte Skay, Paola Rubens, Guido Boccaccini e Roberto Bonanni (i quattro ragazzi Sylvie, Denise, Luca e Roberto). Memorabile il nudo integrale della Skay, quando si tuffa nella baia e trova uno dei cadaveri. Da sottolineare anche la fotografia dello stesso Bava, dominata dalle tinte fosche e dai colori autunnali, e la regia dinamicissima, con camera a mano, movimenti rapidi e soggettive per accrescere la tensione. Gli effetti speciali sono di Carlo Rambaldi, la musica di Stelvio Cipriani. Lamberto Bava, figlio del regista e suo assistente, avrebbe diretto alcune sequenze (come quella della morte di Simone).

4 dicembre 2020

Terrore nello spazio (Mario Bava, 1965)

Terrore nello spazio
di Mario Bava – Italia/Spagna/USA 1965
con Barry Sullivan, Norma Bengell
**1/2

Visto in TV.

Dopo aver ricevuto un misterioso segnale proveniente dalla sua superficie, due navi spaziali sono costrette ad atterrare su un pianeta sconosciuto dove si verificano strani fenomeni. Gli astronauti scopriranno che gli abitanti del pianeta vivono "su un diverso piano di vibrazione" e sono in grado di impossessarsi dei corpi dei loro compagni morti. Da un racconto di Renato Pestriniero, uno dei primi e forse il più celebre fanta-horror del cinema italiano, capace di influenzare molte pellicole successive, a partire da "Alien" (la scena in cui i protagonisti trovano un'altra astronave schiantatasi in passato sullo stesso pianeta, con tanto di enorme e inquietante scheletro di una gigantesca creatura extraterrestre, è stata fonte di ispirazione per Dan O'Bannon e Ridley Scott). In quanto debitore a sua volta a "Il pianeta proibito", non può poi non ricordare "Star Trek", la serie televisiva che debutterà solo l'anno successivo: in effetti ne anticipa molti elementi (la plancia di comando, le uniformi, la rigida divisione in ruoli militari all'interno dell'equipaggio, e le attrezzature "scientifiche" della nave che svolgono un ruolo chiave nella vicenda, come il "deviatore di meteore"), per non parlare delle suggestive scenografie – anche se evidentemente finte e in cartapesta – della superficie del pianeta, che Bava rende però inquietanti grazie alla fotografia colorata e all'onnipresente nebbia (l'aspetto visivo del film, è stato commentato, ricorda nei suoi colori le copertine delle riviste di fantascienza, come le illustrazioni pulp e surrealiste di Karel Thole). Realizzata con un budget limitato e non priva di ingenuità se vista con gli occhi di oggi, la pellicola è comunque originale nel suo mix di horror e SF, presenta un discreto finale a sorpresa ed è indicativa del modo in cui il genere fantascientifico cominciava ormai a essere "preso sul serio" anche nel nostro paese (erano gli anni del boom di "Urania") e non solo in chiave di parodia, commedia o satira come in precedenza. Alla sceneggiatura hanno collaborato Alberto Bevilacqua e Callisto Cosulich, mentre nella creazione dei modellini e degli effetti speciali c'è la mano di Carlo Rambaldi. Il cast è internazionale (l'attore americano Barry Sullivan interpreta il comandante, mentre nel resto dell'equipaggio ci sono la brasiliana Norma Bengell, lo spagnolo Ángel Aranda, la greca Evi Marandi e gli italiani Stelio Candelli e Federico Boido). Rieditato nel 1979 con il titolo "Alien è terrore nello spazio", in USA il film è noto come "Planet of the Vampires".

22 novembre 2020

Sei donne per l'assassino (Mario Bava, 1964)

Sei donne per l'assassino
di Mario Bava – Italia 1964
con Eva Bartok, Cameron Mitchell
**1/2

Visto in TV.

Un misterioso assassino dal volto mascherato uccide in maniera efferata, una dopo l'altra, alcune indossatrici e modelle che lavorano nell'elegante sartoria della contessa Cristiana (Eva Bartok). Chi è, e quali sono le sue motivazioni? Un giallo-nero a tinte forti, impreziosito dalle scenografie barocche, dalla fotografia colorata e dalla regia espressionista, che aggiungono inquietudine all'atmosfera (già angosciante e claustrofobica di suo) della sceneggiatura di Marcello Fondato. Considerato oggi un classico e imitato da molti, fu all'epoca un discreto shock per il cinema italiano di genere, non abituato al sadismo e alla violenza di situazioni e personaggi che peraltro stavano contemporaneamente invadendo altre forme d'arte (come il fumetto: sono gli anni in cui nascono "Diabolik" e i suoi numerosi epigoni, come "Kriminal" e "Satanik"): il suo successo contribuì a codificare le regole del giallo/thriller all'italiana (l'assassino misterioso e "senza volto", la sequenza di cruenti delitti, l'atmosfera malsana e delirante, la tensione che monta senza sosta) che verranno seguite per esempio da Dario Argento e Umberto Lenzi, ma anche quelle degli horror/slasher che si svilupperanno oltreoceano (come "Halloween" di John Carpenter e "Nightmare" di Wes Craven). Il cast è vasto e internazionale (il film fu coprodotto da Francia e Germania), senza un vero protagonista: non è tale nemmeno l'ispettore Silvestri (Thomas Reiner) che indaga sul caso (non sarà infatti lui a risolverlo). Fra le vittime dell'assassino ci sono Francesca Ungaro (Isabella), Arianna Gorini (Nicole), Mary Arden (Peggy), Lea Krüger (Greta) e Claude Dantes (Tao-Li). Fra i sospettati, invece, Cameron Mitchell (Massimo Morlacchi, l'amante della contessa), Dante Di Paolo (l'antiquario cocainomane Franco Scalo), Massimo Righi (l'epilettico Marco), Franco Rousell (il marchese Riccardo), Luciano Pigozzi (l'ambiguo Cesare). Memorabili anche i titoli di testa, girati fra angoscianti ombre e manichini. Le musiche sono di Carlo Rustichelli.

20 marzo 2019

La strada per Fort Alamo (M. Bava, 1964)

La strada per Fort Alamo
di Mario Bava – Italia/Francia 1964
con Ken Clark, Jany Clair
*1/2

Visto in TV.

Dopo aver assaltato una banca travestiti da soldati nordisti, due rapinatori (Ken Clark e Kirk Bert) vengono abbandonati dai loro complici nel deserto. Salvati da un convoglio militare diretto a Fort Alamo, sono costretti a continuare a fingersi soldati. E di fronte a un attacco degli indiani Osage, dimostreranno tutto il loro valore. Primo western diretto da Mario Bava (con lo pseudonimo di John Old, lo stesso che il regista italiano aveva già usato in passato per alcuni horror e thriller): un western vecchio stile, alquanto fumettoso (con personaggi che sembrano usciti da "Tex Willer", come il capitano troppo ligio alle regole) e che guarda ai classici hollywoodiani, visto che il genere più sporco e cinico degli spaghetti western doveva ancora nascere ("Per un pugno di dollari" usciva nelle sale quasi in contemporanea). Girato al risparmio (scenari e paesaggi, oltre ad essere evidentemente farlocchi, sono sempre gli stessi, riutilizzati in scene diverse!) e con diversi luoghi comuni (dalla partita a poker nel saloon all'assalto degli indiani al fiume), il film non ha molto di interessante da offrire: fra le poche cose decenti, la fotografia espressionista di alcune scene notturne (vero marchio di fabbrica di Bava). Jany Clair è la donna "perduta" di cui il protagonista si innamora, Dean Ardow il sergente che intuisce la sua identità ma si fida di lui.

21 gennaio 2010

Cani arrabbiati (Mario Bava, 1974)

Cani arrabbiati, aka Semaforo rosso
di Mario Bava – Italia 1974
con Riccardo Cucciolla, Maurice Poli
***

Visto in DVD, con Martin.

Dopo una sanguinosa rapina a un portavalori (nel corso della quale un loro compagno ci ha lasciato le penne), tre criminali fuggono prendendo in ostaggio una donna e salgono a bordo dell'automobile con la quale un uomo sta portando il figlioletto all'ospedale, costringendolo a condurli fuori città. Quasi tutto il film si svolge all'interno della vettura, in un ambiente claustrofobico e carico di tensione condiviso da rapitori e sequestrati, mentre fuori dai finestrini scorre il paesaggio dell'Italia centrale (si va da Roma verso Firenze). Caratterizzato da una violenza iperreale e stilizzata che travalica spesso le righe e tocca punte di cinismo e di grottesco, complice anche la caratterizzazione semplicistica ma efficace dei personaggi (i banditi sono sadici e psicopatici), il film gode di un'aura da cult movie non solo per il ritmo serrato e per l'abilità registica di Bava, ma anche per la sua travagliata lavorazione: a causa della bancarotta di uno dei produttori, infatti, la pellicola (che pure era a bassissimo budget) venne sequestrata dal tribunale e non fu mai distribuita nelle sale. L'etichetta di "film maledetto" ne accrebbe la fama a dismisura fra gli appassionati di cinema italiano di genere, fino a quando una versione intitolata "Semaforo rosso" uscì in DVD in Germania dopo oltre vent'anni grazie all'interesse dell'attrice Lea Lander, che qui interpreta la donna in ostaggio (ma ne esiste anche una versione americana, "Kidnapped", per la quale Lamberto Bava, figlio del regista, ha girato nuove scene e cambiato il montaggio e la colonna sonora). Nonostante sia rimasto a lungo invisibile, il film è stato una delle fonti di ispirazione per il primo lungometraggio di Quentin Tarantino, "Le iene", com'è evidente sin dal titolo (da "Rabid dogs" a "Reservoir dogs" il passo è breve) ma anche per l'impianto drammaturgico. L'atmosfera minacciosa, il ritmo senza un attimo di pausa, la musica nervosa di Stelvio Cipriani, i continui colpi di scena (memorabile quello finale, davvero spiazzante), le vigorose interpretazioni (su tutti spicca George Eastman nei panni dell'energico e strafottente "Trentadue", mentre Maurice Poli è il flemmatico "Dottore" e Don Backy il nevrotico "Bisturi"; l'autista sequestrato è invece il placido Riccardo Cucciolla), la fotografia che non perde occasione per sottolineare ogni goccia di sangue o di sudore (i primi piani naturalmente abbondano, visto che la storia si svolge in uno spazio chiuso e ristretto) e la sceneggiatura dai contorni nichilisti ne fanno un film unico nel suo genere. Il soggetto è ispirato a un racconto di Ellery Queen.

11 gennaio 2010

La ragazza che sapeva troppo (M. Bava, 1963)

La ragazza che sapeva troppo
di Mario Bava – Italia 1963
con Letícia Román, John Saxon
**1/2

Visto in DVD, con Martin.

Nora Davis, ventenne turista americana in visita a Roma, si ritrova coinvolta in una situazione da incubo che sembra uscita da uno dei libri gialli di serie B di cui è appassionata lettrice. Dopo aver assistito a un misterioso omicidio notturno sulla scalinata di Trinità dei Monti, che però forse non è mai avvenuto oppure si è verificato dieci anni prima, scopre di essere stata presa di mira da un serial killer che uccide giovani donne seguendo l'ordine alfabetico dei loro cognomi. E decide di indagare, aiutata da un giovane medico innamorato di lei. Ispirandosi a un racconto di Fredric Brown (lo stesso che sarà alla base de "L'uccello dalle piume di cristallo" di Dario Argento) e, in parte, ai film di Hitchcock (com'è evidente sin dal titolo), Bava realizza una pellicola senza molti precedenti in Italia, che con la sua struttura da thriller dà l'avvio a uno dei generi più fortunati della cinematografia del nostro paese, il cosiddetto "giallo" all'italiana (chiamato proprio così nei paesi di lingua inglese). Ma l'approccio leggero e quasi da gioco delle parti, l'utilizzo ironico dei cliché e degli stereotipi della narrativa di genere (agguati, pedinamenti, telefonate anonime, false tracce, colpi di scena scanditi a intervalli regolari), le gag più o meno sotterranee, la prevedibilità dell'identità dell'assassino (soprattutto per uno spettatore smaliziato come quello odierno) e in fondo la mancanza di realismo e verosimiglianza (il tono è spesso onirico, e alla fine la protagonista ha per un attimo l'assurdo dubbio che tutte le vicende occorsele siano state un'allucinazione dovute a una sigaretta drogata) impediscono al film di prendersi troppo sul serio. La tensione e i momenti inquietanti comunque non mancano. Notevole il lato tecnico, con una regia moderna, una stupenda fotografia in bianco e nero e una grande cura nelle inquadrature. E magnifica la Roma ritratta da Bava, tanto di notte quanto di giorno.

7 gennaio 2010

La maschera del demonio (M. Bava, 1960)

La maschera del demonio
di Mario Bava – Italia 1960
con Barbara Steele, John Richardson
***

Visto in DVD alla Fogona, con Marisa.

Nella cupa Moldavia del Seicento, una strega viene condannata dalla sua stessa famiglia a bruciare sul rogo insieme al suo amante: ma le fiamme sono spente da un'improvvisa tempesta, e così la donna viene semplicemente sepolta nella cripta del castello, con la "maschera del demonio" inchiodata sul volto e una croce a impedirle di uscire. Duecento anni dopo viene liberata da incauti viaggiatori di passaggio, due medici diretti in Russia per partecipare a un convegno, e tenta di vendicarsi di chi l'aveva condannata, impossessandosi del corpo di una sua discendente, la principessa Katja. Il primo film di Bava (o almeno il primo a lui accreditato), fino ad allora direttore della fotografia e tecnico degli effetti speciali, è un horror che inaugura un nuovo filone nel cinema di genere italiano e che riscuoterà interesse e successo in tutto il mondo, influenzando grandi autori con le sue atmosfere e il suo approccio visivo (qualche anno prima, in realtà, c'era stato "I vampiri" di Riccardo Freda, al quale peraltro aveva collaborato lo stesso Bava). Alla ricerca di uno stile personale, e prendendo in parte le distanze da quello che si faceva negli stessi anni in America o in Inghilterra, il regista si ispira a fonti letterarie e ai classici film degli anni venti, trenta e quaranta, da "Nosferatu" a "Frankenstein" (la carrozza che conduce i protagonisti in un entroterra gotico e oscuro, il villaggio mitteleuropeo, i contadini e i paesani che cacciano la strega con le torce, il tema dei vampiri, il confine fra religione e paganesimo), arricchendone però l'estetica con un gusto più barocco e visionario, quasi una fusione fra l'espressionismo tedesco e la cultura bizantina. Il tono del racconto (ispirato da un racconto di vampiri di Gogol) è, di pari passo, quasi fiabesco, con ampio spazio ai temi della decadenza (la cripta è in rovina, la famiglia di Katja è ormai in declino, i corpi riportati in vita dalla strega sono come zombi putrefatti), del doppio (la dicotomia fra il bene e il male è naturalmente esplicitata dai due personaggi interpretati dalla Steele, ma c'è anche la lotta fra la razionalità – i due medici – e la superstizione) e della sessualità (non si era mai visto prima negli horror un "mostro" femminile così seducente e inquietante), mentre fondamentali per il risultato finale risultano le scenografie e gli spazi in cui si svolgono le vicende: la brughiera e la foresta, gli ampi saloni del palazzo, la polverosa cripta di famiglia, i corridoi e i passaggi segreti, la locanda, tutti ripresi in un fascinoso bianco e nero. La scena della bambina che viene costretta a recarsi a mungere nella stalla di notte, oltre a evocare ulteriori suggestioni fiabesche (Cappuccetto Rosso, ecc.), può forse far venire alla mente "L'uomo leopardo" di Jacques Tourneur. La protagonista, l'allora sconosciuta Barbara Steele (nel doppio ruolo della strega malvagia e della sua inerme vittima), capace di calarsi apparentemente senza difficoltà nei panni di una vergine indifesa e di una crudele demoniessa, con il suo volto inquietante e dai tratti particolarmente marcati divenne un'icona del genere, comparendo poi negli anni successivi in numerosi film (soprattutto italiani, ma anche – per esempio – ne "Il pozzo e il pendolo" di Corman).

28 dicembre 2009

I tre volti della paura (Mario Bava, 1963)

I tre volti della paura, aka Black Sabbath
di Mario Bava – Italia 1963
con Boris Karloff, Michèle Mercier
***

Visto in DVD, con Martin.

Tre storie del terrore e del soprannaturale, liberamente adattate da racconti di Maupassant (così almeno recita il cartello introduttivo; pare invece che si tratti di tale F.G. Snyder), Tolstoi (ma anche qui c'è l'inganno: non Lev, ma Alexei) e Checov, con Boris Karloff a fare da anfitrione in stile Zio Tibia e a recitare in uno dei segmenti. Mario Bava, precursore e inventore dell'horror gotico italiano (in un tempo in cui, ahimè, anche noi avevamo il coraggio di compiere incursioni nel fantastico), dà il meglio di sé realizzando una pellicola visivamente sontuosa e piena di virtuosismi registici, con i suoi movimenti di macchina, la fotografia ipercromatica, le scenografie barocche, la lenta costruzione della tensione e, aggiungiamoci, attrici belle e inquietanti come Susy Andersen, Rika Dialina, Lydia Alfonsi, Jacqueline Pierreux. Nel sorprendente finale, metacinematografico e all'insegna dell'ironia, Karloff – che si rivolge direttamente agli spettatori – "svela" il segreto del cinema: il cavallo su cui sta galoppando è finto, e l'inquadratura si allarga a mostrare il regista e la troupe al lavoro. Una curiosità: il gruppo heavy metal dei Black Sabbath ha preso il suo nome dal titolo americano del film.

- "Il telefono", con Michèle Mercier e Lydia Alfonsi. Una donna viene terrorizzata dalle telefonate di un gangster che minaccia di ucciderla e che evidentemente la sta osservando da molto vicino. La ragazza chiama allora in suo soccorso un'ex amica, che però forse le nasconde qualcosa... Lo spunto è stato riutilizzato pari pari da Wes Craven nel celebre incipit di "Scream": qui è sufficiente a creare un'atmosfera di tensione e disagio nell'unico dei tre episodi che non ha niente a che fare con il soprannaturale (nonostante nell'edizione americana sia stato rimontato, e i dialoghi alterati, per infilarci a forza un fantasma). In un certo senso è l'antesignano dei "gialli" e dei thriller alla Dario Argento, con tanto di erotismo più o meno velato: fra le due protagoniste c'è un sottile ma evidente rapporto lesbico.
- "I Wurdalak", con Mark Damon e Boris Karloff. Una famiglia che vive in una regione isolata della Russia (o dei Balcani?) rimane vittima della maledizione dei Wurdalak, sorta di vampiri non-morti che si accaniscono su coloro che hanno amato in vita. Un giovane viaggiatore cerca di salvare da questo destino almeno la bella Sdenka, di cui si è innamorato, ma invano. È l'episodio più lungo e – se vogliamo – "classico", l'unico girato in esterni e ambientato nel diciannovesimo secolo, con atmosfere gotiche, scenari fiabeschi e soprattutto la presenza inquietante di Karloff nei panni del patriarca della famiglia, il primo a portare il "contagio" all'interno della magione. Le inquadrature dei Wurdalak che osservano i vivi al di là dei vetri della finestra sono paurose e suggestive.
- "La goccia d'acqua", con Jacqueline Pierreux e Milly Monti. Un'infermiera, convocata per vestire il cadavere di un'anziana medium, le sottrae dal dito un anello che si rivela essere maledetto. Macabro e cupo, è l'episodio dalla costruzione più semplice ma anche quello propriamente più "terrorizzante". La fotografia colorata, gli originali effetti visivi (il corpo e il volto della "strega" sono stati modellati dallo scultore Eugenio Bava, padre del regista) e soprattutto sonori (la goccia che cade, il vento all'esterno, il miagolio dei gatti) lo rendono a tratti davvero angosciante.

9 marzo 2008

Lisa e il diavolo (Mario Bava, 1973)

Lisa e il diavolo
di Mario Bava – Italia 1973
con Elke Sommer, Telly Savalas
**

Visto in DVD, con Martin.

Primo film di Mario Bava che vedo. Lisa, una turista americana, si perde per le strade di una labirintica e arcana Toledo. Dopo aver accettato un passaggio in macchina da alcuni sconosciuti, si ferma con loro in una strana villa dove il tempo sembra essersi fermato e dove avvengono misteriosi omicidi. C'entra forse il mefistofelico maggiordomo che si aggira di notte trasportando angoscianti manichini e che assomiglia al demonio dipinto sulla cattedrale della città mentre porta via i morti? Un horror-thriller dalle atmosfere lugubri e soprannaturali, che a tratti ricorda persino Buñuel (il setting spagnolo, i manichini) o il Corman del ciclo di Poe (Lisa scopre di essere la sosia della defunta moglie del padrone di casa). Peccato che la tensione non salga mai sopra i livelli di guardia per colpa di una trama che gira in circolo e soprattutto di una protagonista inadeguata che non fa nulla se non correre di qua e di là con il volto pensieroso o terrorizzato. Molto meglio i comprimari, a partire dall'anziana matrona Alida Valli e dalla vittima Silva Koscina. Curioso e ironico il ruolo di Savalas, che di tanto in tanto vorrebbe fumarsi una sigaretta ma è costretto dalla padrona a ripiegare sui chupa-chupa (e pare che l'idea di farli succhiare anche a Kojak, nella serie televisiva che sarebbe partita lo stesso anno, sia nata proprio durante le riprese di questa pellicola). Del film esiste anche un'altra versione, intitolata "La casa dell'esorcismo", che il produttore Alfred Leone rimontò per sfruttare il successo del filone de "L'esorcista", e che il regista rifiutò di firmare (sul DVD c'era anche quella, ma non l'abbiamo vista).