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28 gennaio 2022

Il tabaccaio di Vienna (N. Leytner, 2018)

Il tabaccaio di Vienna (Der Trafikant)
di Nikolaus Leytner – Austria/Germania 2018
con Simon Morzé, Bruno Ganz
*1/2

Visto in TV (RaiPlay).

Il diciassettenne Franz (Morzé) lascia la madre (Regina Fritsch) e il suo villaggio natale fra le montagne del Salzkammergut per trasferirsi a Vienna e lavorare come apprendista nella tabaccheria di Otto Trsnjek (Johannes Krisch), amico di famiglia. Qui il ragazzo vive le prime esperienze romantiche, innamorandosi della bella e problematica boema Anežka (Emma Drogunova), ma soprattutto assiste all'avvento del nazismo (siamo negli anni Trenta), che si impadronisce del paese. E nel frattempo stringe amicizia con uno dei clienti della tabaccheria, nientemeno che il professor Sigmund Freud (Bruno Ganz), fondatore della psicoanalisi. Un film su cui non si possono che dare giudizi ambivalenti: da un lato l'ambientazione storica è interessante (il cambio di clima politico risalta in piccoli e grandi mutamenti: in un cabaret dove una volta si prendeva in giro Hitler, per esempio, in seguito si fanno battute sugli ebrei), la narrazione intreccia diversi fili (il tema della crescita e della conoscenza del mondo, ingiustizie e violenze comprese; quello dell'educazione sentimentale, con tanto di cocenti delusioni; quello dell'amicizia con un mentore o "consigliere" come Freud) e il finale è realistico e per nulla conciliante. Dall'altro la confezione lascia a desiderare: la fotografia è eccessivamente patinata, la regia anonima, le caratterizzazioni monotematiche, i dialoghi superficiali, il ritmo senza brio. Né il personaggio di Freud né la psicoanalisi hanno davvero importanza nella vicenda (Franz comincia a trascrivere i suoi sogni, quasi tutti ambientati presso il lago della sua infanzia, appendendo poi i fogli alla vetrina del suo negozio, ma da questo spunto non viene poi fuori nulla di interessante), e sembrano in fondo abbastanza superflui. Per Ganz è stato il penultimo ruolo: l'ultimo sarà ne "La vita nascosta" di Malick, film ambientato curiosamente nello stesso periodo e contesto storico.

14 gennaio 2021

Lo straniero della valle oscura (A. Prochaska, 2014)

Lo straniero della valle oscura - The Dark Valley (Das finstere Tal)
di Andreas Prochaska – Austria/Germania 2014
con Sam Riley, Paula Beer
**

Visto in TV, con Sabrina.

Il fotografo itinerante Greider (Sam Riley) giunge in una valle inospitale dove spadroneggia la famiglia Brenner, che gestisce la legge in maniera feudale, con tanto di ius primae noctis imposto agli abitanti. In effetti Greider è lì per vendicare la madre, che vent'anni prima fu vittima della famiglia. Ambientato fra le nevi delle Alpi, un cupissimo e insolito "western" europeo, dai toni gravi e opprimenti, anche nella fotografia gelida e nella colonna sonora ricca di bassi (se si eccettua una canzone pop che c'entra come i cavoli a merenda). Per quanto i temi siano inflazionati (lo straniero, la vendetta) e il contesto sia implausibile dal punto di vista storico, l'atmosfera (anche grazie alla regia e alla fotografia) è notevole: il terrore imposto dai Brenner al villaggio, la rabbia repressa della giovane Luzi, il ritmo lento ma elegante, le sparatorie nella neve... sono tutti elementi che affiorano concretamente dalle immagini sullo schermo. Meglio sorvolare invece sulla struttura narrativa (il poco mistero che c'è all'inizio sull'identità dello straniero e su quella di colui che uccide i fratelli Brenner, ovvero se coincidano o meno, viene subito svelato) e su alcune scelte inspiegabili dei personaggi (come quando Greider, pur avendo i suoi nemici a portata di fucile, li risparmia). E naturalmente, a parte gli scenari montuosi, non c'è nulla di europeo o tantomeno di alpino nei personaggi, negli abiti e nelle scenografie, tanto che – se non fosse per alcuni accenni nei dialoghi – sembrerebbe di trovarsi fra le montagne del Nord America. Tratto da un romanzo del tedesco Thomas Willmann, il film è stato girato in Alto Adige, per la precisione in Val Senales.

12 gennaio 2021

Little Joe (Jessica Hausner, 2019)

Little Joe (id.)
di Jessica Hausner – Austria/Germania/GB 2019
con Emily Beecham, Ben Whishaw
**1/2

Visto in TV (Prime Video).

La biologa Alice (Emily Beecham) crea in laboratorio una pianta geneticamente modificata che emette un polline contenente vari ormoni (come l'ossitocina, "l'ormone dell'amore"), allo scopo di donare "felicità" attraverso il profumo a chi se ne prende cura. Ma inizia a sospettare che l'inquietante fiore rosso, da lei battezzato "Little Joe" dal nome di suo figlio, possa infettare il cervello di chi entra in contatto diretto con il polline, alterandone in maniera quasi impercettibile la personalità: l'unico obiettivo degli individui infetti diventa quello di proteggere e accudire la pianta, facilitandone la diffusione. Al quinto film, la regista di "Lourdes" sforna un horror minimalista e psicologico, quasi un incrocio low key fra certe pellicole fantascientifiche degli anni cinquanta (come "L'invasione degli ultracorpi", con i mitici baccelloni che sostituiscono gli esseri umani con delle copie identiche) e "La piccola bottega degli orrori" (altro film dove il "cattivo" è una pianta). Le interpretazioni controllate, i movimenti di camera lenti, la fotografia iperrealistica di Martin Gschlacht, le scenografie fredde e asettiche e la colonna sonora "giapponese" con brani di Teiji Ito concorrono all'esperienza di uno spettatore che è lasciato ad interrogarsi se le paure di Alice – e della sua collega Bella (Kerry Fox), la prima a sospettare che nella pianta ci sia qualcosa che non va – siano soltanto frutto di paranoia: i cambiamenti nel comportamento del figlio Joe (Kit Connor), per esempio, potrebbero anche essere spiegati con il passaggio del ragazzino nell'adolescenza. Ben Whishaw, David Wilmot e Phénix Brossard sono gli altri colleghi della protagonista.

29 agosto 2017

Lettera da una sconosciuta (Max Ophüls, 1948)

Lettera da una sconosciuta (Letter from an unknown woman)
di Max Ophüls – USA 1948
con Joan Fontaine, Louis Jourdan
***1/2

Rivisto in divx alla Fogona, con Sabrina e Marisa.

Vienna, inizio novecento. Alla vigilia di una sfida a duello che non intende onorare, l'ex pianista prodigio Stefan Brand – che nel corso degli anni ha sperperato il suo talento per condurre una vita dissoluta e svagata – riceve una lunga lettera, scritta da quella che per lui è una totale sconosciuta. Leggendola, scoprirà che Lisa Berndle lo ha amato intensamente e profondamente, da vicino o da lontano, praticamente per tutta la sua vita, sin da quando era una ragazzina, seguendone ogni sviluppo ma incrociando apertamente la sua strada soltanto in brevi e fugaci momenti: e dall'unica notte occasionale passata insieme, che lui a malapena ricorda, ha avuto anche un figlio che ha cresciuto da sola. La sua triste vicenda, conclusasi con la morte per tifo, colpirà Stefan a tal punto che l'uomo sceglierà di non sottrarsi più al duello che l'aspetta, e dunque alle sue responsabilità. Da un romanzo di Stefan Zweig, un racconto pervaso da un romanticismo struggente, con atmosfere tipiche di inizio secolo e personaggi che vivono e soffrono per amore, più o meno inconsapevolmente. L'intera storia è raccontata in flashback, attraverso la lettera di Lisa. E naturalmente l'interpretazione che se ne deve fare è simbolica: Lisa rappresenta l'anima di Stefan, il suo rapporto con l'arte e la musica, quella parte di sé stesso che l'uomo inconsapevolmente finisce col perdere di vista, col dimenticare o non riconoscere più. L'ambientazione nell'Austria di inizio secolo, un microcosmo culturale fiorente ma che correva verso la catastrofe (e che proprio Zweig ha vissuto e così ben descritto nei suoi libri, come l'autobiografia “Il mondo di ieri”), si sposa alla perfezione con il tono melò della storia. Superba la confezione, con un bianco e nero avvolgente che, oltre ad ammantare di un'aura particolare gli scenari mitteleuropei, lascia sempre i personaggi e le loro anime in primo piano. Un piccolo gioiellino, fra i capolavori di quello che – ricordiamolo sempre – era il regista preferito di Kubrick.

11 marzo 2017

La pianista (Michael Haneke, 2001)

La pianista (La pianiste)
di Michael Haneke – Francia/Austria/Germania 2001
con Isabelle Huppert, Benoît Magimel
***

Rivisto in divx.

Erika Kohut (Huppert), insegnante di piano al conservatorio di Vienna, vive con la madre (Annie Girardot) che la tratta ancora come una bambina. Forse per questo ha una personalità – e soprattutto una sessualità – repressa e disturbata. Severa e scostante con i suoi allievi, verso i quali non mostra alcuna empatia, ha tendenze voyeuristiche e sadomasochistiche, che mette in atto da sola, recandosi per esempio nelle cabine di un peep show, spiando le coppiette al drive in o tagliandosi con le lamette in bagno. Quando incontra il giovane Walter (Magimel), brillante studente di ingegneria che si dimostra talmente affascinato dal lei e dalla sua raffinatezza da iscriversi alle sue lezioni per corteggiarla, per la prima volta si apre a qualcuno, rivelandogli le proprie fantasie, sia pure in maniera fredda e autoritaria. Il risultato non sarà quello sperato. Da un romanzo di Elfriede Jelinek (scrittrice austriaca che vincerà il premio Nobel nel 2004), un film provocatorio e volutamente sgradevole, magistralmente diretto da Haneke e interpretato da una Huppert capace di dar vita a un personaggio difficile e complesso. Erika, patologicamente legata alla madre, è incapace di stabilire una relazione che non sia conflittuale. Esemplare il modo in cui tratta i suoi studenti, compreso Walter (i cui sentimenti sono inizialmente accolti con freddezza, per poi sfociare in una relazione che – da parte di lei – è all'insegna del degrado, della manipolazione e dell'umiliazione: in entrambe le direzioni, visto che Erika è sia sadica che masochista) e la timida Anna (alla quale gioca uno scherzo crudele, riempiendole le tasche del giaccone di schegge di vetro che le feriscono le mani: lo fa per un misto di sadismo, invidia o gelosia, dopo aver assistito a un momento di gentilezza di Walter nei suoi confronti). Come nei suoi film precedenti, Haneke non si tira indietro nel mostrare scene estreme sullo schermo (in questo caso immagini di porno espliciti: le perversioni di Erika sono invece fuori campo). E gli orrori e le devianze del quotidiano si rispecchiano nella banalità dei programmi che passano sulla televisione perennemente accesa della madre (soap opera, pubblicità, documentari, notizie dei telegiornali). La musica classica (in particolare quella di Schubert: nella pellicola si odono, fra le altre cose, brani del trio D. 929, della sonata per piano D. 959 e uno dei lieder di "Winterreise"), con la sua bellezza e raffinatezza, contrasta con lo squallore della pornografia, priva di gioia e pervasa solo dal dolore, di cui si nutre Erika. Che non a caso sembra attratta quasi solo da compositori con problemi psicologici o patologici a loro volta (parlando di Schumann e di Schubert, accenna al "crepuscolo dello spirito" e alla loro follia). Ben tre riconoscimenti a Cannes: gran premio della giuria, miglior attore e miglior attrice. Dall'edizione successiva del festival le regole vennero cambiate per impedire che un solo film ricevesse così tanti premi.

22 ottobre 2016

Funny games (Michael Haneke, 1997)

Funny Games (id.)
di Michael Haneke – Austria 1997
con Susanne Lothar, Ulrich Mühe
***1/2

Rivisto in divx.

Giunti nella loro casa sul lago per trascorrere una breve vacanza, i membri di una famiglia (padre, madre e figlioletto) vengono sequestrati da due misteriosi giovani che intendono ucciderli senza apparente motivo. Il film più scioccante e disturbante di Haneke (e ce ne vuole, visto che gli altri non sono certo delle passeggiate) può sembrare a prima vista semplicemente un torture horror che precorre un filone che avrà particolare successo negli anni a venire ("Saw", "Hostel"): al punto che dieci anni più tardi, su richiesta degli americani, lo stesso Haneke ne realizzerà un remake in lingua inglese del tutto identico, scena per scena. In realtà si tratta di una controversa e provocatoria riflessione meta-cinematografica sui temi della violenza, della sua rappresentazione nelle opere di finzione e del grado di coinvolgimento del pubblico, che pur facendo il tifo per i "buoni" e disapprovando le azioni dei "cattivi", non può fare a meno di assistervi e prova persino piacere nel guardarle. A questo proposito, la pellicola rompe frequentemente il "quarto muro": uno dei due aguzzini, Paul, guarda occasionalmente in camera, strizzando l'occhio agli spettatori e rivolgendoci la parola. Paul pare consapevole di trovarsi in un film e di doverne rispettare alcune regole, come quella di prolungare la suspense o di concedere alle vittime una possibilità di fuga per rendere le cose più interessanti. In altri momenti, invece, le sovverte completamente, come nella celeberrima scena del telecomando con cui, letteralmente, riavvolge indietro il film che stiamo vedendo per cambiare qualcosa che è già accaduto e far prendere alla storia una piega differente. Nel finale, il dialogo fra i due ragazzi a proposito dei diversi gradi di finzione (la realtà che si osserva in un film è "vera" quanto quella del mondo reale?), chiarisce qual era l'intento "moralista", se vogliamo, di Haneke: mettere lo spettatore di fronte alle proprie colpe, quelle di ricercare la violenza nei media come se si trattasse di qualcosa di "innocuo" o addirittura di divertente, senza rendersi conto che tutto ciò che si vede è in qualche modo reale. Da questo punto di vista, il film si può dire perfettamente riuscito: la tensione è ai massimi livelli, la sofferenza dei personaggi è quasi insostenibile e le immagini sono brutali e angoscianti (anche se gran parte della violenza rimane fuori dall'inquadratura). Nella colonna sonora, particolarmente disturbante è l'uso dell'heavy metal (di John Zorn) che interrompe, sui rossi titoli di testa, la rilassante musica classica che la famiglia stava ascoltando in macchina. Susanne Lothar e Ulrich Mühe, che interpretano i due coniugi, avevano già lavorato con Haneke ne "Il castello". Arno Frisch e Frank Giering, i due torturatori, hanno aspetto (abiti e guanti bianchi) e modi di fare (ambiguamente gentili) che ricordano la gang di "Arancia meccanica": ma i personaggi sono forse ispirati al caso (vero) di Leopold e Loeb. Il titolo fa riferimento al carattere "ludico" delle torture perpetrate da Peter e Paul, che comprendono giochi, indovinelli, scommesse, conte e filastrocche, per non parlare delle continue variazioni del proprio nome (Tom e Jerry, "Ciccia") e background.

2 settembre 2016

Il castello (Michael Haneke, 1997)

Il castello (Das Schloss)
di Michael Haneke – Austria/Germania 1997
con Ulrich Mühe, Susanne Lothar
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Adattamento del romanzo di Kafka, girato per la televisione austriaca ma uscito in alcuni paesi – non in Italia – anche nelle sale cinematografiche. Ambientato ai giorni nostri, o comunque in un'epoca più moderna rispetto a quella originale, racconta la storia di K., un uomo che giunge in un villaggio sormontato da un misterioso e inaccessibile castello, dal cui padrone è stato assunto come agrimensore per censire i terreni circostanti. Ma ogni tentativo di svolgere il proprio compito si rivela vano (gli vengono anche assegnati due assistenti, giovani e immaturi, che gli sono per di più di intralcio): il sindaco del villaggio gli riferisce addirittura che la sua assunzione è frutto di un errore, e che in realtà non c'è lavoro per lui. I tentativi di parlare con Klamm, il funzionario preposto al suo incarico, vengono continuamente frustrati da pastoie burocratiche e da una lunga serie di personaggi, intermediari, figure di disturbo e regolamenti inutilmente complicati che gestiscono i locali rapporti sociali, lavorativi e persino sentimentali o sessuali. Il tutto in un'atmosfera sempre più "confusa e insolubile", durante un freddo inverno, nel corso del quale K. deve anche fronteggiare l'ostilità della maggior parte degli abitanti e dei notabili del villaggio (a tratti sembra quasi che ruoli e lavori siano intercambiabili, e che non dipendano affatto dalle competenze ma dai capricci dei potenti o del fato). Proprio come il romanzo, lasciato incompiuto dall'autore, il film si interrompe a metà di una frase, lasciandoci incerti sul destino finale di K. E in un certo senso l'interruzione si confà al tema generale della vicenda (l'impossibilità per l'uomo comune di ottenere una risposta sul proprio destino dalle autorità, siano queste – a seconda della lettura che ne si voglia dare – religiose, politiche o burocratiche) e funziona addirittura meglio di quanto avrebbe fatto una conclusione definitiva. Ulrich Mühe, l'enigmatico protagonista, era già in "Benny's video" e lo ritroveremo (insieme a Susanne Lothar, qui nei panni di Frieda) in "Funny games" dello stesso Haneke, oltre che nel capolavoro "Le vite degli altri" di Florian Henckel von Donnersmarck. Regia e confezione, pur con pochi guizzi, sono solide e claustrofobiche.

8 giugno 2016

71 frammenti di una cronologia del caso (M. Haneke, 1994)

71 frammenti di una cronologia del caso (71 Fragmente einer Chronologie des Zufalls)
di Michael Haneke – Austria/Germania 1994
con Gabriel Cosmin Urdes, Lukas Miko
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Prendendo spunto da un fatto di cronaca avvenuto a Vienna l'anno prima (uno studente diciannovenne fa fuoco nella filiale di una banca, alla vigilia di Natale, uccidendo tre persone prima di suicidarsi, apparentemente senza motivo), Haneke "costruisce" un film che racconta in parallelo, attraverso una serie di frammenti di durata diversa (da pochi secondi a svariati minuti) e separati l'uno dall'altro da uno stacco nero, le vite dei vari personaggi che si ritroveranno alla fine nella banca. Seguiamo così le esistenze dello studente in questione, fra studi, allenamenti di ping pong, giochi con gli amici, telefonate ai genitori e la decisione (di cui non viene spiegato il perché) di acquistare una pistola; di una coppia in cerca di un bambino da adottare; di un piccolo profugo rumeno che bighellona per il centro della città, prima di essere preso dalla polizia e affidato ai servizi sociali; dell'anziano padre di una delle impiegate di banca, che vive da solo e senza affetti; di una guardia portavalori e della sua famiglia... Il tutto inframmezzato da spezzoni di telegiornali che raccontano eventi dell'epoca (la guerra in Bosnia, scioperi, attentati). Come nei precedenti "Il settimo continente" e "Benny's video", Haneke è interessato a mostrare come il male, la follia e la tragedia possano sorgere o irrompere all'improvviso nelle vite quotidiane di persone comuni. Si spiegano così le lunghe sequenze di normale banalità (da ricordare, in particolare, il lungo allenamento a ping pong e la telefonata dell'anziano genitore con la figlia), l'apparente mancanza di collegamento fra i vari personaggi, l'insensatezza della violenza che esplode all'improvviso nel finale: un'assurda strage della follia che finisce col diventare solo una delle tante notizie del telegiornale, senza alcun approfondimento, fra un bollettino di guerra e una cronaca su Michael Jackson. I vari frammenti sono caratterizzati da dialoghi assenti o estremamente rarefatti, quasi a mettere in luce la solitudine delle persone e la fragilità dei legami sociali, familiari, di amicizia. I singoli individui sono a loro volta dei "frammenti" della società, con difficoltà a interagire e spesso lasciati a sé stessi e alla deriva ("La gente qui pensa ai fatti suoi", afferma il giovane profugo per spiegare come ha potuto sopravvivere per tanto tempo da solo, vivendo di furti e di espedienti). Temi che il regista austriaco tornerà ad affrontare, in particolare in "Storie - Code inconnu".

16 aprile 2016

Benny's video (Michael Haneke, 1992)

Benny's Video (id.)
di Michael Haneke – Austria/Svizzera 1992
con Arno Frisch, Angela Winkler, Ulrich Mühe
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Rimasto colpito da un video che mostra l'abbattimento di un maiale, il liceale Benny si filma mentre uccide a sangue freddo una coetanea nel proprio appartamento. Quando i genitori se ne rendono conto, guardando il video, decidono di aiutarlo a far sparire il corpo della ragazza... Al secondo film per il cinema, Haneke prosegue la sua indagine nell'orrore che si fa strada all'interno della vita quotidiana, mettendo in scena una forma impressionante di "banalità del male" dentro una famiglia come tante. Mentre in tv passano immagini della guerra nei Balcani e notizie di disordini razziali in Europa, l'esistenza di Benny e della sua famiglia sembra anestetizzata alla violenza (anche a quella dei film d'azione di cui il figlio è appassionato) e scorre nel modo più "normale" possibile (a vivacizzarla ci sono giusto le strane manovre della figlia maggiore, impegnata in una specie di marketing piramidale). Benny stesso è introverso, con pochi amici: dalla sua stanza buia (con le tapparelle perennemente abbassate) guarda il mondo esterno soltanto attraverso la sua videocamera. Appassionato di video al punto da disconnettersi dalla realtà, compie un omicidio quasi per caso e per noia, senza apparenti emozioni. Al padre che gli chiede perché l'ha fatto, risponde: "Non so. Volevo vedere com'era, probabilmente". Alla fine, anche la scelta di confessare alla polizia verrà presa senza un vero motivo, e senza una reale comprensione di ciò che comporta (alla fine della confessione, chiede al commissario: "Posso andare?"). L'unico momento in cui nel ragazzo sembra scattare qualcosa è quando si taglia i capelli a zero, come a voler sottolineare un desiderio di ribellione o di cambiamento, che viene prontamente neutralizzato dai rimproveri del padre. Gli stessi genitori, di fronte al delitto del figlio, non cercano nemmeno di indagarne i motivi, quasi avessero paura di scoprirne le cause o anche solo di parlarne con lui (il viaggio in Egitto che Benny compie con la madre nei giorni successivi, mentre il padre rimane a casa per far sparire il cadavere, è quanto di più banalmente "turistico" si possa immaginare). Il tema della realtà registrata su videocassetta, e della sua influenza sulla vita vera, tornerà in altri film di Haneke, come "Funny Games" (con tanto di riavvolgimento e ripetizione) e "Niente da nascondere".

6 aprile 2016

Il settimo continente (M. Haneke, 1989)

Il settimo continente (Der siebente Kontinent)
di Michael Haneke – Austria 1989
con Dieter Berner, Birgit Doll, Leni Tanzer
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Il primo lavoro cinematografico di Haneke, fino ad allora autore solo di alcuni film per la tv, racconta l'improvviso e misterioso suicidio di una famiglia viennese, composta dal padre Georg, ingegnere, dalla madre Anna, che gestisce un negozio di ottica, e dalla figlioletta Eva. Dopo aver mostrato la loro routine quotidiana in casa, al lavoro e a scuola (le prime due parti delle tre in cui è diviso il film raccontano ciascuna una giornata della famiglia, nel 1987 e nel 1988, mentre la terza e ultima è ambientata nel 1989), dove piccoli momenti di crisi non sembrano scuotere più di tanto un'esistenza del tutto comune, all'improvviso la pellicola mette in scena un elaborato atto di autodistruzione: dopo aver preso la loro decisione (Georg si licenzia, l'automobile viene venduta, tutto il denaro viene ritirato dalla banca), i tre componenti della famiglia distruggono sistematicamente ogni cosa contenuta in casa: mobili, oggetti, vestiti, libri, dischi, persino ricordi come gli album di fotografie o i disegni della bambina, come se volessero letteralmente sfregiare e mandare in frantumi la propria esistenza borghese, rifiutare e rigettare la loro vita e la società di cui fanno parte. Si tratta di una serie di sequenze di forte impatto (su tutte quelle della morte dei pesci dell'acquario e quella del denaro nel water, su cui torniamo dopo), con echi di Ferreri ("Dillinger è morto") e Antonioni ("Zabriskie Point"), tanto più angoscianti perché frutto di una decisione quasi incomprensibile. Alla fine, avvelenatisi, i tre moriranno guardando un televisore senza sintonia rimasto acceso su un mucchio di macerie. Proprio la calma e la ripetitività delle prime due sezioni del film rendono particolarmente d'impatto la parte finale. I segnali della crisi e dell'angoscia del vivere, in ogni caso, sono presenti sin dall'inizio: la depressione, l'insoddisfazione, il rapporto con i parenti, il malessere esistenziale e generalizzato (persino nella bambina, che a scuola si finge cieca senza alcun motivo apparente) hanno già distrutto la famiglia, e lo smantellamento che viene mostrato nel finale non è che la logica conseguenza di una morte già avvenuta. Lo stile freddo e lucido di Haneke appare qui già personale e maturo, con particolare attenzione alle inquadrature (che spesso tralasciano i volti dei personaggi, lasciandoli fuori campo, ma si concentrano sulle loro azioni), all'equilibrio fra i dialoghi e i lunghi silenzi (con occasionali scoppi di pianto), e al montaggio (con quei siparietti neri che staccano le varie sequenze), dando all'intera pellicola un aspetto ordinato e quasi asettico, privo di emozioni, nonostante la materia trattata: la stessa mancanza di emozioni che i tre personaggi esibiscono nella loro decisione finale. Il titolo può riferirsi all'Australia, evocata dai protagonisti come possibile destinazione di una fuga (un manifesto turistico spicca sulle pareti dell'autolavaggio nella scena iniziale), ma anche all'aldilà: e il sogno ricorrente di Georg, che mostra una spiaggia talmente incontaminata da sembrare irreale, come se fosse su un altro pianeta o in un'altra dimensione, ne è una rappresentazione simbolica. Curiosità: pare che la scena in cui tutto il denaro finisce nel water sia stata quella che ha sconvolto maggiormente gli spettatori, dimostrando secondo Haneke come la distruzione del denaro sia "il più grande tabù della civiltà occidentale, tanto da rendere il suicidio di una famiglia meno scioccante".

10 maggio 2015

Paradise: Hope (Ulrich Seidl, 2013)

Paradise: Hope (Paradies: Hoffnung)
di Ulrich Seidl – Austria 2013
con Melanie Lenz, Joseph Lorenz
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Terzo film dell'ottima trilogia "Paradiso" di Seidl: questa volta la protagonista è Melanie, figlia tredicenne della Teresa del primo capitolo e nipote dell'Anna Maria del secondo. Mentre la madre è in vacanza in Kenya e la zia è impegnata nelle sue attività apostoliche, la ragazzina viene inviata a trascorrere l'estate in un campo per dimagrire, fra le montagne, insieme ad altri 15 adolescenti sovrappeso come lei. Qui è sottoposta a sedute di ginnastica, passeggiate nei boschi, alimentazione controllata e soprattutto tanta disciplina... ma i risultati si vedranno poco. Costruito su una trama semplice che si dipana in una serie di scene che mostrano la vita quotidiana nell'edificio, il film è solo apparentemente meno profondo e incisivo dei due precedenti: in realtà riflette l'esteriore superficialità dei suoi protagonisti, adolescenti normalissimi che trascorrono il tempo parlando di banalità, delle prime esperienze sessuali, del cattivo rapporto con i genitori (quasi sempre separati). Si tratta di ragazzi costretti ad andare da soli alla scoperta di sé e dei propri sentimenti, non aiutati in questo da adulti che non li comprendono, sono assenti o pensano soltanto a impartire regole da seguire. La sottotrama principale vede Melanie prendersi una cotta per il medico della struttura, un uomo molto più anziano di lei che, dopo averla incoraggiata con il suo comportamento affabile, non può far altro che rifiutarla, aumentandone la bassa autostima e l'infelicità. Bella e geometrica (quasi kubrickiana) la regia, che si sofferma con precisione statica e minimalista sugli spazi della struttura in cui risiedono i ragazzi: le sale, le palestre, i cortili, i corridoi, le stanzette con i letti a castello nei quali, a sera tarda (dopo il "coprifuoco") Melanie e le compagne danno vita a piccole festicciole. Nonostante il militaresco istruttore di ginnastica tenti di tenerle a bada, infatti, le ragazze si concedono talvolta piccole trasgressioni: che si tratti di introdursi nottetempo in cucina per sgraffignare qualcosa da mangiare, o di mettere in atto una vera e propria evasione per visitare un locale notturno in paese. Il realismo di fondo è favorito da una certa improvvisazione nei dialoghi (evidente, per esempio, nella scena del gioco della bottiglia) e dall'ottima prova degli interpreti. La trilogia si conclude insistendo sui temi dell'insoddisfazione e dell'inutile ricerca della felicità: se nei primi film questo avveniva tramite il turismo sessuale ("Paradise: Love") e la vocazione missionaria ("Paradise: Faith"), qui siamo di fronte al primo amore e all'accettazione di sé e del proprio corpo. La scena finale, in cui Melanie non riesce a mettersi in contatto via telefono con la madre, suggerisce che dovrà compiere da sola il suo difficile percorso.

14 febbraio 2015

Chalet girl (Phil Traill, 2011)

Chalet girl (id.)
di Phil Traill – GB/Austria 2011
con Felicity Jones, Ed Westwick
*1/2

Visto in divx, con Sabrina.

La diciannovenne Kim (Jones), un tempo campionessa inglese di skateboard, ha dovuto rinunciare ai propri sogni dopo la morte della madre, avvenuta due anni prima in un incidente stradale, e ora lavora come commessa in un fast food. Per cambiare, le viene proposto un impiego come "chalet girl" in un comprensorio sciistico austriaco (la pellicola è stata girata a Sankt Anton am Arlberg, in Tirolo). Il suo compito è quello di mantenere in ordine la casa e di servire i proprietari, una ricca famiglia londinese, nei weekend che questi decidono di trascorrere in montagna. Nel tempo libero Kim comincia a praticare lo snowboard: e dopo aver superato paure e incertezze, riuscirà a vincere un'importante gara di abilità, oltre naturalmente a conquistare l'amore di Johnny (Westwick), il ricco rampollo della famiglia per cui lavora. All'apparenza un chick flick romantico e per teenager come tanti, si solleva dalla media del genere per lo studio dei personaggi, per il sarcasmo e l'ironia tipicamente britannici, e soprattutto per l'ambientazione fra le Alpi innevate, che fanno da spettacolare sfondo a tutta la storia. Se aggiungiamo un cast non male (Tamsin Egerton nei panni dell'amica/collega della protagonista, Bill Bailey in quelli del padre, ma soprattutto Bill Nighy e Brooke Shields come i genitori di Johnny), e se per una volta si sceglie di non far caso alla scontata prevedibilità della vicenda, diciamo che ci si può anche accontentare.

27 settembre 2012

Prima dell'alba (R. Linklater, 1995)

Prima dell'alba (Before Sunrise)
di Richard Linklater – USA/Austria 1995
con Ethan Hawke, Julie Delpy
***1/2

Visto in divx, con Sabrina.

Due ragazzi, l’americano Jesse (Hawke) e la francese Céline (Delpy), fanno conoscenza sul treno che va da Budapest a Parigi. Percependo la nascita di un certo feeling, Jesse le propone di scendere insieme a lui a Vienna, per trascorrere insieme la notte camminando per le strade della città e parlando a ruota libera fino all’alba, quando lei ripartirà per Parigi e lui prenderà un volo per gli Stati Uniti. Prima di lasciarsi, dopo aver inizialmente progettato di non rivedersi mai più e di consegnare quella notte al solo ricordo, prometteranno però di ritrovarsi nello stesso luogo dopo sei mesi. Originale e romantica love story costruita attorno a un incontro casuale e a una lunga notte in una città straniera dove i due protagonisti non conoscono nessuno e nessuno li conosce, fatta di passeggiate per piazze, ponti, bar, parchi, cimiteri o lungo le rive del Danubio, di incontri con artisti di strada, chiromanti, poeti barboni e suonatori di arpicorda, di lunghi dialoghi e scambi di pensieri e di opinioni sulla vita, la morte, i sogni dell'adolescenza, l’amore e le esperienze precedenti. La spontaneità degli attori ma soprattutto la naturalezza e il realismo della situazione (una vicenda simile può capitare a chiunque, durante le vacanze estive – magari con l’inter-rail – o nel corso di viaggi in paesi stranieri: l'idea, in effetti, è venuta al regista proprio dopo aver trascorso un'intera notte passeggiando e chiacchierando con una ragazza a Philadelphia) hanno reso la pellicola un vero e proprio cult movie, che esprime al meglio la magia che può concentrarsi in un particolare luogo e in momento unico al mondo. Molto bella, fra le altre cose, la sequenza finale che mostra nuovamente al mattino tutti i posti che i due ragazzi hanno visitato durante la notte: luoghi che sembrano ora del tutto ordinari, ma che per i due protagonisti (e per noi spettatori) manterranno per sempre un significato particolare. La sceneggiatura è dello stesso Linklater in collaborazione con Kim Krizan (trattandosi di un film tutto imperniato sui dialoghi di una coppia, il regista ha infatti voluto una sceneggiatrice donna al proprio fianco), anche se Delpy e Hawke avrebbero contribuito ai dialoghi con qualche improvvisazione. Il finale non rivela se Jesse e Céline manterranno la promessa di rivedersi sei mesi dopo: ma a distanza di nove anni, nel 2004, il regista ha riportato in scena gli stessi personaggi in un sequel, “Before Sunset – Prima del tramonto” (ambientato stavolta a Parigi), che rivela cosa è accaduto loro in tutto quel tempo.

20 settembre 2012

Paradise: Faith (Ulrich Seidl, 2012)

Paradise: Faith (Paradies: Glaube)
di Ulrich Seidl – Austria 2012
con Maria Hofstätter, Nabil Saleh
***

Visto al cinema Anteo, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Secondo episodio della trilogia “Paradise” di Ulrich Seidl, dedicata alle insolite vacanze dei membri di una famiglia austriaca: dopo il capitolo sull’amore (“Paradise: Love”), che era incentrato sul turismo sessuale, ecco quello sulla fede, che parla invece del fanatismo e del proselitismo religioso. La protagonista è Anna Maria, sorella della precedente Teresa. Fervida credente, approfitta del tempo concessole per le ferie (è un medico che lavora in un centro diagnostico) per girare di casa in casa nelle desolate periferie di Vienna, portando con sé una statua della Madonna, nel tentativo di convertire stranieri e protestanti al cattolicesimo. Frequenta inoltre un gruppo di preghiera (“Siamo le truppe d’assalto della chiesa!”) e, in privato, giunge addirittura a fustigarsi per espiare i propri e gli altrui peccati. Ma anche la devota Anna ha un segreto, una sorta di scheletro nell’armadio: prima di trovare la fede ha infatti sposato un musulmano, Nabil, paralizzato e costretto a stare sulla sedia a rotelle in seguito a un incidente. La presenza di Nabil in casa, ora che Gesù è tutta la sua vita (sostituendo di fatto il marito), diventa per lei un tormento e una prova forse troppo difficile da superare. Se da un lato il fanatismo religioso di Anna è comunque sempre vissuto in maniera sincera, all’insegna della coerenza e non dell’ipocrisia (tanto che non si può non provare per lei una certa compassione: esilaranti o tragiche – a seconda dei casi – le sequenze in cui visita le case dei personaggi più vari e improbabili, dalla coppia di divorziati che “convivono nel peccato” agli immigrati che non capiscono che cosa lei voglia da loro, dalla giovane prostituta russa dedita all’alcolismo al grassone trasandato che vive nel disordine), dall’altro la pellicola mostra come in nome di quello stesso fanatismo si possa passare da un estremo all’altro: affidarsi completamente a Dio e vivere solo in funzione della fede può condurre senza troppe difficoltà dal dichiarare “Ti amo” al Cristo, quando tutto va bene, al dirgli “Ti odio”, quando le difficoltà si fanno insormontabili. Lo stile sobrio di Seidl si esprime anche attraverso le scenografie (come la casa di Anna, spoglia e decorata da crocifissi in ogni stanza). Non mancano alcune scene shock, come quella in cui la protagonista si masturba sotto le coperte con un crocifisso, o quella in cui assiste a un’orgia notturna in un parco pubblico. Il regista ha dichiarato di non voler mandare nessun messaggio, ma solo di far riflettere lo spettatore: ed è proprio quello che il film – interessante come il precedente e vincitore del premio speciale della giuria a Venezia – riesce a fare. Restiamo ora in attesa del terzo capitolo della trilogia, che sarà dedicato alla speranza (“Paradise: Hope”) e sarà incentrato sui campi per dimagrire.

23 giugno 2012

Paradise: Love (Ulrich Seidl, 2012)

Paradise: Love (Paradies: Liebe)
di Ulrich Seidl – Austria 2012
con Margarethe Tiesel, Peter Kazungu
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Visto al cinema Colosseo, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Teresa, viennese di mezza età, parte per una breve vacanza esotica sulle spiagge del Kenya. Le amiche conosciute durante il soggiorno, ben più "navigate" di lei, la introducono alla pratica del turismo sessuale, incitandola a prendersi come amante uno dei numerosi giovani e aitanti indigeni che si offrono alle villeggianti straniere in cambio di denaro. Dapprima incerta e titubante, vittima di aspiranti "gigolò" che intendono solo approfittare del suo portafoglio, si farà lentamente prendere la mano e da sfruttata (patetica e in cerca di amore e tenerezza) diventerà sfruttatrice senza scrupoli (adescando anche chi, come il timido impiegato dell'albergo, non vorrebbe concedersi a certe pratiche ma essendo in condizioni di inferiorità non può opporre un netto rifiuto). Primo capitolo di una trilogia incentrata sulle vacanze dei vari membri di una stessa famiglia in luoghi "paradisiaci" (gli episodi successivi saranno "Paradise: Faith" e "Paradise: Hope", dedicati rispettivamente alle missioni religiose e ai campi per dimagrire), il film affronta un tema finora poco frequentato dal cinema, quello appunto del turismo sessuale al femminile. Lo sfruttamento (in atto da ambedue le parti, a dire il vero), il razzismo strisciante e il substrato colonialista vengono portati efficacemente sullo schermo attraverso una serie di scene difficili da dimenticare (le file di sdraio con i turisti bianchi a prendere il sole, separati da un cordino – e da uno spiegamento di poliziotti – dal resto della spiaggia dove i neri sono in piedi e in attesa che qualcuno dei visitatori si azzardi a fare un passo verso di loro; le spoglie stanze in case dei quartieri poveri, dedicate esclusivamente agli incontri occasionali fra i rappresentanti di due mondi mai così distanti; le ipocrite frasi "d'amore" che le anziane donne e i giovani neri si scambiano per ammantare di un fasullo romanticismo la cruda realtà). La regia di Seidl mette il tutto in risalto lasciando che la sua camera voyeuristica si soffermi sui corpi vecchi e grassi delle turiste (durante le sue passeggiate Teresa è quasi sempre ripresa impietosamente da dietro), sull'imbarazzo o l'audacità dei vari approcci, sulla stupidità degli spettacoli di ballo e danza messi in scena dagli animatori dell'albergo. E il forte equilibrio nella descrizione del fenomeno, di cui si mostrano tutte le sfaccettature, fa paragonare il film a un'altra recente pellicola "turistica" austriaca ("Lourdes" di Jessica Hausner).

14 giugno 2012

Amour (Michael Haneke, 2012)

Amour (id.)
di Michael Haneke – Francia/Germania/Austria 2012
con Jean-Louis Trintignant, Emmanuelle Riva
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Visto al cinema Anteo, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Due anni dopo “Il nastro bianco”, Haneke torna a vincere la Palma d’Oro a Cannes con un altro film forte e terribile, anche se stavolta il dramma è tutto intimo e personale, senza risvolti politico-sociali: e questo, forse, limita un po’ la pellicola, così austera e minalista, incentrata su un unico tema e ambientata interamente fra le quattro mura di un appartamento (se si eccettua l’incipit al concerto e una breve sequenza in cui i paesaggi dei dipinti appesi alle pareti sembrano quasi prendere vita, donando “ariosità” all’ambiente). Haneke gira con il consueto rigore e lo sguardo privo di compiacimento, impietoso anche quando parla di amore: un amore pieno di sofferenza e di dolore, che trova la sua misura proprio nella tragedia che i due protagonisti devono affrontare. Georges (un intenso Trintignant) e Anna (Emmanuelle Riva, che torna protagonista di un grande film oltre cinquant’anni dopo “Hiroshima mon amour”) sono un’anziana coppia colta e benestante, la cui vita è messa a dura prova dall’improvvisa malattia di lei: operata per un’occlusione alla carotide, rimane paralizzata e costretta su una sedia a rotelle. Georges le promette che non la farà mai ricoverare in un istituto di cura e la accudisce personalmente in casa, accettandone la sofferenza e affrontando coraggiosamente le difficoltà della rapida progressione di una malattia che renderà la donna sempre più dipendente e meno autosufficiente. In un crescendo angosciante e crudele, osserviamo il progressivo “spegnimento” di Anne, un tempo brillante insegnante di pianoforte, che pian piano perde ogni capacità di movimento e l’uso della parola. Alternando momenti di sconforto (“Non c’è ragione per continuare a vivere”) ad altri di ostinata lotta per la vita, il film esprime in maniera diretta e coinvolgente i temi della malattia e della vecchiaia, del suicidio e dell’eutanasia, fra echi di Buñuel e di Polanski (la sequenza del piccione che entra nell’appartamento, il sogno di Georges, l’ostinazione con cui i due si “chiudono” al mondo esterno e persino alla propria figlia, interpretata da Isabelle Huppert). “All’origine della sceneggiatura”, ha dichiarato il regista, “c’è un fatto avvenuto realmente che mi aveva molto colpito. Questo film è l’illustrazione del patto che mia moglie e io ci siamo fatti se a uno di noi capitasse qualcosa del genere”. A Cannes vincono spesso film così: realisti, cupi, opprimenti, claustrofobici (penso ai lavori di Mungiu o dei Dardenne). Una porta viene lasciata aperta giusto nel finale: il destino di Georges non è rivelato, se non attraverso la sequenza “onirica” in cui esce di casa. Il brano suonato al concerto da Alexandre (l’ex allievo di Anne) è l’Impromptu op. 90 n. 1 di Schubert (ma nel film si sente anche il n. 3, più una Bagatelle di Beethoven).

11 giugno 2011

Atmen (Karl Markovics, 2011)

Atmen
di Karl Markovics – Austria 2010
con Thomas Schubert, Karin Lischka
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Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Il diciottenne Roman Kogler, cresciuto fra orfanotrofi e riformatori (e dunque mai veramente "libero"), è ora imprigionato in un centro di detenzione giovanile per avere involontariamente ucciso un coetaneo quattro anni prima, in reazione al suo tentativo di soffocarlo per scherzo con la maglietta. Apatico, chiuso e introverso, è in attesa dell'udienza che potrebbe restituirgli la libertà condizionata; e nel frattempo ottiene un permesso per uscire ogni giorno ed andare a lavorare in un mortuario, dove si occupa del trasporto di cadaveri (il che richiede, occasionalmente, anche di prelevarli nelle case, di lavarli e di vestirli: proprio come in "Departures", film con il quale questa pellicola condivide alcuni aspetti ma non certo il taglio narrativo e l'estetica romantica). In difficoltà nei confronti del mondo e della vita ("L'inferno sono gli altri", cita a un certo punto un personaggio), Roman si trova invece a proprio agio con i morti: ma lentamente il difficile rapporto con i colleghi si scioglie nell'amicizia, alcuni brevi incontri (come quello con una ragazza straniera in treno) lo spingono a una maggiore apertura, e soprattutto ha la forza di andare in cerca della madre che lo aveva abbandonato alla nascita (e che, a sua volta, aveva tentato di soffocarlo da piccolo, prima di reinfondere in lui il soffio della vita). Un film dalle scenografie fredde e asettiche e dall'incedere minimalista, ma che affronta temi psicologici che vanno ben oltre la semplice esistenza del protagonista. Il tema del soffocamento (reale o metaforico) e del bisogno di "respirare" è esplicitato dal titolo, che significa appunto "respiro", e si rispecchia in molti particolari del film, che dunque dimostra di essere assai meditato: dal fumo delle sigarette che Roman inala, all'aria che trattiene quando si tuffa in piscina. Eccellenti le interpretazioni, e davvero un buon esordio alla regia per l'attore Karl Markovics.

18 settembre 2009

Lourdes (Jessica Hausner, 2009)

Lourdes (id.)
di Jessica Hausner – Austria 2009
con Sylvie Testud, Léa Seydoux
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Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia)

Lo Spirito Santo, Gesù e la Madonna siedono su una nuvola, e discutono su dove andare in vacanza. "Andiamo a Betlemme", dice lo Spirito Santo. "No, ci siamo già stati mille volte!", risponde Gesù. "Allora andiamo a Gerusalemme", dice lo Spirito Santo. "No, ci siamo già stati mille volte!", ribatte Gesù. "Allora andiamo a Lourdes", dice lo Spirito Santo. "Che bello, non ci sono mai stata!", dice la Madonna.

Questa barzelletta, raccontata da un prete che accompagna i pellegrini a Lourdes, forse non è il modo migliore per presentare un film che si mantiene felicemente in equilibrio fra fede e razionalismo nel raccontare la visita e la breve permanenza nella cittadina pirenaica di un gruppo di pellegrini, e dei loro accompagnatori, in cerca di un segno o di una guarigione miracolosa. La pellicola è ottima, fra inquadrature rigorose e misurate e una sceneggiatura arguta che mostra tutti i dubbi, le contraddizioni e i misteri che circondano il celebre luogo di pellegrinaggio. La giovane Christine, paralizzata dalla sclerosi multipla e costretta su una sedia a rotelle, è colei che – fra tutti – riceve in dono una misteriosa guarigione: proprio lei che non ha una fede così salda e che candidamente ammette di essere guarita nel corpo ma di non sentirsi affatto cambiata interiormente. Le vie del signore sono imperscrutabili, sempre che a dominare il mondo non sia il caso: e così, fra domande semplici ma inevitabili (perché è stata guarita proprio lei?), l'ammirazione e l'invidia degli altri pellegrini, il rancore e la gioia, i drammi e i momenti più leggeri, il film mostra le mille sfaccettature e le ambiguità di quella che ormai è diventata quasi un'industria turistica, internazionale e organizzatissima (c'è persino il "premio per il miglior pellegrino"), dove spesso cinismo e concretezza hanno la meglio sui valori cristiani, senza tuttavia ricorrere a provocazioni iconoclaste e affiancando a Christine tutta una serie di personaggi ottimamente caratterizzati. Fra questi spiccano la giovane infermiera Maria, attratta da un affascinante accompagnatore (che invece pare avere interesse per Christine) e che si accontenta poi di flirtare con gli altri giovani volontari; un'anziana e silenziosa pellegrina che si prende a cuore le sorti di Christine; le due donne che cercano di razionalizzare ogni evento e che tempestano il prete di domande scomode, alle quali lui non può che dare risposte nebulose; ma anche la volontaria Cécile, che nasconde a tutti la propria malattia e che mette in pratica alla lettera gli insegnamenti di San Paolo. Alla fine restano parecchi dubbi: la guarigione di Christine è momentanea o permanente? Dio è giusto o ingiusto? Cosa sono davvero i miracoli, e qual è il loro reale valore? La regista ha dichiarato di essersi ispirata a "Ordet" di Dreyer, e di sicuro questo film non sfigurerebbe al fianco di quel capolavoro in un elenco delle migliori pellicole che affrontano il tema dei miracoli.

19 giugno 2009

Il nastro bianco (Michael Haneke, 2009)

Il nastro bianco (Das weiße Band)
di Michael Haneke – Austria/Germania 2009
con Christian Friedel, Leonie Benesch
***1/2

Visto al cinema Plinius, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Vincitore della Palma d'Oro, il film di Haneke è un cupo e complesso affresco della vita in una comunità rurale nella Germania del Nord alla vigilia della prima guerra mondiale. Ambientata nel 1914-15, la pellicola mostra infatti l'ambiente in cui da lì a poco si sarebbero sviluppati gli orrori del nazismo e del totalitarismo: non a caso i principali protagonisti sono bambini che vengono allevati con estrema severità e regole ferree e inflessibili, e che mostreranno di saper ripagare le crudeltà subite con altre ancora maggiori, mettendo in pratica concretamente gli insegnamenti morali dei loro padri e assolutizzandone i principi religiosi o sociali. Attraverso la narrazione in prima persona del giovane insegnante del villaggio (ma la sua voce è vecchia, il che lascia intendere che gli eventi sono rivissuti a molti anni di distanza), assistiamo a una serie di incidenti più o meno gravi che turbano la pace apparente della piccola comunità: un misterioso filo teso fra due alberi azzoppa il cavallo del medico; la morte di un'anziana contadina in segheria scatena la successiva vendetta del figlio maggiore contro i proprietari terrieri; l'uccellino domestino del pastore protestante viene trafitto a colpi di forbice; il granaio del fittavolo viene incendiato; il figlio del tenutario aristocratico viene ferocemente aggredito, e la stessa sorte capita in seguito a un bambino handicappato. Le responsabilità della maggior parte di questi "delitti" rimangono avvolte nel mistero, anche se è forte il sospetto che siano da attribuire proprio ai bambini, creature crudeli e inquietanti come in una versione realistica de "Il villaggio dei dannati", cresciuti nell'insegnamento di un assoluto rispetto verso i genitori (ai quali devono dare del lei), fra mille proibizioni, severe punizioni (come il ragazzino legato al letto per impedirgli di "toccarsi" durante la notte) e continue umiliazioni (il "nastro bianco" del titolo, simbolo di purezza e innocenza, che viene legato al braccio di coloro il cui comportamento non è stato ineccepibile), il tutto mentre gli adulti stessi mostrano di avere una fibra morale tutt'altro che inappuntabile (come il dottore, con il suo disprezzo verso la governante-amante e le attenzioni morbose verso la figlioletta; il pastore, insensibile di fronte ai sentimenti dei figli; o il barone, che non si avvede della crisi familiare che si sviluppa davanti ai propri occhi). Lo stile scelto da Haneke per descrivere questo microcosmo è lucido ed efficace (e in certi passaggi quasi bergmaniano): una fotografia in bianco e nero fredda e algida, scenografie essenziali e realistiche, un ritmo narrativo scandito dal lento avvicendarsi delle stagioni, e attori dai volti intensi ed espressivi anche (e soprattutto) quando non lasciano trapelare i loro reali sentimenti. Fanno eccezione il maestro di scuola e la ragazza da lui amata, il cui ruolo è quello di osservatori esterni che si muovono al di fuori da regole arcaiche e medievali (come l'obbligo di non frequentarsi per un anno prima del fidanzamento!) di cui faticano ad accettare il senso.