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30 maggio 2018

Shining (Stanley Kubrick, 1980)

Shining (The shining)
di Stanley Kubrick – USA/GB 1980
con Jack Nicholson, Shelley Duvall
****

Rivisto in DVD.

Jack Torrance (Nicholson), scrittore in cerca di pace e di ispirazione, viene assunto per trascorrere l'inverno – insieme alla moglie Wendy (Duvall) e al figlioletto Danny (Danny Lloyd) – nell'Hoverlook Hotel, un albergo isolato sulle Montagne Rocciose del Colorado, da custodire durante i cinque mesi di chiusura stagionale. Ma l'edificio, che è stato costruito su un antico cimitero indiano, ha qualcosa di sinistro: si tratta dei "residui" spirituali delle tragedie che vi sono accadute nel corso degli anni, che Danny (dotato del potere paranormale della "Luccicanza") riesce a percepire, e che – insieme all'isolamento e alla convivenza forzata – portano Jack verso la follia, spingendolo a voler uccidere la sua stessa famiglia. Da un romanzo di Stephen King (adattato da Kubrick insieme a Diane Johnson), forse il più grande film horror di tutti i tempi, un angosciante viaggio nella pazzia e nella dissociazione mentale, condito da elementi soprannaturali e inquietanti. A cominciare dalla stessa ambientazione: l'albergo è enorme, sinistro, labirintico, caratteristiche rese ancora più terrorizzanti dal suo essere vuoto e isolato. Si pensi agli ampi saloni (come quello dove Jack batte a macchina tutto il giorno), ai lunghi corridoi (percorsi da Danny con il suo triciclo, seguìto da dietro dalla steadicam di Garrett Brown, da poco inventata), ai pattern dei pavimenti di marmo e delle moquette (che richiamano a loro volta il labirinto), per non parlare dell'altro labirinto, quello di siepi che si trova all'esterno dell'hotel, dove sarà ambientato il finale del film. Altro elemento inquietante, presentato sin dall'inizio, sono i poteri paranormali di Danny, lo Shining (o "Luccicanza", appunto), che gli consentono di parlare con il suo "amico immaginario" Tony e gli donano visioni precognitrici (le due gemelline massacrate nell'albergo da un precedente custode, o i torrenti di sangue che fuoriescono dagli ascensori e inondano i corridoi: due fra le immagini più terrorizzanti di sempre). Lo stesso potere lo possiede Dick Hallorann (Scatman Crothers), il capocuoco dell'albergo, che cercherà inutilmente di proteggere Danny e la madre dalla furia di Jack; e probabilmente lo stesso Jack, anche se non se ne rende conto: si spiega così la sua capacità di vedere e interagire a sua volta con i "fantasmi" dell'albergo, dal barman Lloyd (Joe Turkel) al cameriere Delbert Grady (Philip Stone), il custode precedente, che lo assecondano e lo guidano sulla strada della follia. Naturalmente tutto può anche essere letto come una semplice metafora dell'alienazione che spinge un uomo, sotto stress e inconsciamente ostile alla propria famiglia, a sterminarla (i fantasmi sarebbero così "riflessi" della psiche dello stesso Jack): ma non si spiegherebbero i brevi momenti in cui il mondo reale e quello soprannaturale entrano fisicamente in contatto, come l'aggressione a Danny nella camera 237 o quando Grady aiuta Jack a uscire dalla dispensa dove Wendy lo ha rinchiuso.

Forse anche a causa dell'interpretazione di Nicholson, Jack Torrance ci appare da subito poco equilibrato e destinato alla follia: il suo ghigno satanico fa già capolino prima che impazzisca del tutto, e il suo atteggiamento – che si fa via via più irritabile e scontroso, oltre che trascurato fisicamente – denota insicurezza, insoddisfazione, mancanza di autostima, un profondo rancore nascosto verso la moglie e il figlio. Tutto precipita quando l'ispirazione per il suo romanzo non arriva: in una delle scene chiave, Wendy scopre che in tutto il tempo che il marito ha trascorso nel salone a lavorare, ha prodotto centinaia di fogli con una sola frase ripetuta ossessivamente, il proverbio "Il mattino ha l'oro in bocca" (in originale era "All work and no play makes Jack a dull boy": Kubrick scelse personalmente i proverbi da utilizzare per gli adattamenti del film nelle varie lingue, girando appositamente scene alternative che purtroppo non sempre i DVD hanno conservato). La magistrale e perfezionistica regia accentua in ogni modo la sensazione di angoscia e di pericolo imminente: lo fa con le inquadrature, i movimenti di macchina, il montaggio, e persino con le didascalie (che si fanno sempre più minimaliste e specifiche: "Martedì", "4pm"). E quando arriva la neve, che isola l'albergo (mettendo fuori uso i telefoni: la radio e il gatto delle nevi saranno poi sabotati dallo stesso Jack), i protagonisti si ritroveranno prigionieri di loro stessi. Da qui il film procede mescolando due generi: l'horror soprannaturale (con le visioni progressivamente più inquietanti di Danny, come la scritta "Redrum" – "Murder" al contrario, da leggere attraverso lo specchio – sulla porta della stanza) e il thriller (con la minaccia di Jack, munito di accetta, verso Wendy e Danny). Celebre la scena (riprodotta poi sulle locandine) in cui l'uomo, ghignante e sardonico, abbatte la porta del bagno in cui si è rifugiata la moglie, gridando "Sono il lupo cattivo!" (in originale diceva "Here's Johnny!", la frase che ha introdotto per anni lo show televisivo di Johnny Carson). Come detto, anche Jack si lascia influenzare dalle presenze nell'albergo e ha simili visioni: la donna nuda nella vasca (che diventa una vecchia putrefatta), gli ospiti nel salone delle feste, lo stesso Delbert Grady (che gli dice "È sempre stato lei il custode dell'albergo", rivelando come Jack sia intrappolato in un loop temporale, il che spiegherà l'enigmatica inquadratura finale del film, quella che mostra l'uomo in una fotografia scattata nell'albergo nel 1921).

Se queste visioni rappresentano dei "residui" del passato ("Sono come figure dentro un libro, non sono cose vere", si dice Danny), la follia di Jack è invece autentica e il pericolo che Wendy e Danny corrono è reale. La trasformazione di una persona amata in una pericolosa minaccia – e dunque la tematica della violenza domestica – è resa palpabile dallo sguardo terrorizzato e angosciato di Shelley Duvall (protagonista di una prova maiuscola, al pari di Nicholson, per quanto entrambi recitino parecchio sopra le righe), per esempio nella scena in cui l'uomo le si rivolge con ironia ("Wendy, tesoro, luce della mia vita... Non ti farò niente... Soltanto, quella tua testolina te la spacco in due..."), mentre lei cerca di tenerlo a distanza sulla scalinata con una mazza da baseball. Forse per lo shock o per la tensione, nel finale anche Wendy comincia a vedere i "fantasmi" dell'Hoverlook Hotel (l'uomo vestito da cinghiale, quello con la testa spaccata), prima che la pellicola si chiuda con l'inseguimento nel labirinto innevato, dove Danny cerca di sfuggire a un Jack zoppicante ma munito di ascia e dove sfrutta uno dei trucchi tipici delle fiabe, quello di camminare a ritroso sui suoi passi per depistarlo con le impronte. Ottima la versione italiana, con l'adattamento curato da Mario Maldesi: Kubrick stesso si complimentò con Giancarlo Giannini, che doppia Jack Nicholson. La colonna sonora, insolita e originale nella sua qualità spettrale (che ricorda in parte "2001: Odissea nello spazio"), è fondamentale nella costruzione della suspense: oltre che al fido/a Wendy Carlos (insieme a Rachel Elkind), ricorre a brani di Bartók, Ligeti e Penderecki. Il film si apre con il tema gregoriano del "Dies Irae" (lo stesso che si sente nella "Sinfonia fantastica" di Berlioz). La canzone nelle scene della festa è "Midnight, the Stars and You" di Al Bowlly. Naturalmente la pellicola è diventata quasi subito un cult movie, citato e rivisitato in innumerevoli occasioni (da serie animate come "I Simpson" al film "Ready player one" di Spielberg). I suoi tanti enigmi, i misteri e le suggestioni (per dirne una: in alcune scene Danny indossa una maglia con il disegno di un razzo e la scritta "Apollo 11", il che ha alimentato le teorie di complotto secondo cui lo stesso Kubrick sarebbe stato coinvolto nei video dei falsi allunaggi) sono stati sviscerati anche in un bel documentario, "Room 237". Ma al di là di tutto ciò che si è scritto e detto, rimane semplicemente un film ipnotico, affascinante e terrorizzante, quasi perfetto nel suo genere. Ciò nonostante, Stephen King si dichiarò insoddisfatto dell'adattamento del suo romanzo, al punto da supervisionare una nuova versione nel 1997 sotto forma di miniserie tv.

24 maggio 2017

Chinatown (Roman Polanski, 1974)

Chinatown (id.)
di Roman Polanski – USA 1974
con Jack Nicholson, Faye Dunaway
***1/2

Rivisto in divx.

Los Angeles, anni trenta: il detective privato Jake Gittes (Jack Nicholson) è assunto per indagare sulle scappatelle extraconiugali di Hollis Mulwray, ingegnere capo del dipartimento delle acque della contea. Le fotografie vengono poi usate per screditare l'uomo sui giornali, portandolo al "suicidio". Ma quando Gittes scopre che la donna che l'aveva assunto non era la vera moglie dell'ingegnere ma qualcuno che si spacciava per lei, decide di indagare per proprio conto. Attraverso una ragnatela di indizi, porterà alla luce un intrigo di speculazioni territoriali, corruzione politica e – soprattutto – torbidi segreti familiari. L'ultimo film girato a Hollywood da Polanski è un celebrato noir che recupera in parte le atmosfere dei classici hard boiled alla Raymond Chandler, aggiornandole all'era della disillusione e dell'amarezza degli anni settanta (quelli dello scandalo Watergate e della Guerra del Vietnam). Scritto da Robert Towne e interpretato magistralmente da Nicholson (nei panni di un occhio privato cinico ma idealista, elegantemente impeccabile e pieno di risorse: memorabile la trovata degli orologi posizionati sotto le ruote delle auto pedinate), da Faye Dunaway (Evelyn, la vera moglie di Mulwray, personaggio ambiguo e dal passato pieno di ombre) e del grande John Huston (assai convincente nel ruolo del patriarca Noah Cross), il film si svolge durante un'estate assolata in una Los Angeles sconvolta dalla siccità. Polanski si ritaglia per sé stesso la piccola parte dell'uomo che sfregia Nicholson al naso con il coltello. Nonostante il titolo, soltanto gli ultimi minuti della pellicola sono ambientati effettivamente nel quartiere cinese della città: ma Chinatown (dove sia Jake che il tenente Lou Escobar, che conduce l'indagine ufficiale sulla morte di Mulwray, hanno lavorato quando erano colleghi) per l'intero film è una metafora, il simbolo dell'impotenza della legge, il territorio dove vigono regole del tutto particolari e dove è inutile anche solo pensare di poter fare giustizia. Celeberrima, a questo proposito, la frase che chiude la pellicola: "Lascia stare, Jake. È Chinatown". E infatti, anche se l'indagine di Gittes va a buon fine e tutto viene alla luce, la sua alla resa dei conti è una sconfitta (da notare che la conclusione fu cambiata da Polanski: lo script originale di Towne prevedeva un relativo lieto fine). Affascinante l'atmosfera d'epoca, già a partire dai titoli di testa in stile retrò, ricostruita grazie anche alla colonna sonora (a base di jazz nostalgico) di Jerry Goldsmith. Nel 1990 Nicholson stesso si dirigerà in un sequel, "Il grande inganno".

13 settembre 2016

Le colline blu (Monte Hellman, 1966)

Le colline blu (Ride in the whirlwind)
di Monte Hellman – USA 1966
con Jack Nicholson, Cameron Mitchell
*1/2

Visto in TV.

"Visto che dovete girare un film, perché non ne girate due?": queste le parole che il finanziatore Roger Corman disse al regista Monte Hellman, che si apprestava a cominciare le riprese del cult western "La sparatoria". Seguendo il suo consiglio, Hellman approfittò della disponibilità di attori e location per realizzare di seguito anche "Le colline blu". Tre mandriani (fra i quali spicca un giovane Jack Nicholson, anche sceneggiatore) vengono scambiati per i banditi che hanno assaltato una diligenza, e come tali inseguiti e braccati da uno sceriffo e dai suoi vigilantes. Solo uno riuscirà a sopravvivere. Rispetto al film gemello si tratta di un western meno atipico, anche se comunque più duro e realistico della media, dove la distinzione fra il bene e il male è praticamente inesistente. I protagonisti, pur essendo innocenti, sono costretti a compiere nefandezze – prendere una famiglia di coloni in ostaggio, rubarne i cavalli e ucciderne il patriarca – pur di scampare alla caccia da parte di tutori della legge intenzionati prima a impiccarli e poi a chiedere spiegazioni. Peccato che il basso budget e l'improvvisazione generale si vedano tutti. Poco dopo la fine delle riprese, i luoghi dove il film fu girato vennero ricoperti da un lago artificiale. Millie Perkins è la figlia del colono ucciso, Harry Dean Stanton (con benda sull'occhio) è il capo dei banditi.

11 settembre 2016

La sparatoria (Monte Hellman, 1966)

La sparatoria (The shooting)
di Monte Hellman – USA 1966
con Warren Oates, Millie Perkins
**1/2

Visto in divx.

Due minatori, l'ex cacciatore di taglie Willet Gashade (Warren Oates) e il sempliciotto Coley (Will Hutchins), vengono ingaggiati da una donna misteriosa (Millie Perkins) affinché le facciano da guida attraverso il deserto. Ai tre si aggiungerà Billy Spear (Jack Nicholson), uno spietato pistolero, anch'egli assoldato dalla donna. Ben presto diventa chiaro che lo scopo del viaggio è quello di raggiungere un uomo in fuga, e che la donna ha qualcosa da vendicare... Prodotto dal leggendario Roger Corman e girato nell'arco di tre sole settimane, un western enigmatico e non convenzionale, diventato presto un film di culto pur non avendo mai avuto una regolare distribuzione in sala, almeno in patria (apparve invece in televisione). Gran parte del suo fascino dipende dal mistero e dal non detto della situazione, dai paesaggi lunari e desertici e dal finale rapido e spiazzante. Nonostante il basso budget a disposizione (si tratta a tutti gli effetti di un B-movie), Hellman riesce a costruire tensione e spessore in un mondo autoreferenziale e fuori dall'ordinario, spoglio ed essenziale (i critici l'hanno paragonato al teatro di Beckett), potendo contare su un montaggio disorientante (opera dello stesso regista) e sulle musiche spettrali di Richard Markowitz. Su suggerimento di Corman, approfittando di attori e location a disposizione, Hellman e Nicholson girarono in contemporanea anche un secondo western, "Le colline blu".

3 dicembre 2015

Mars attacks! (Tim Burton, 1996)

Mars Attacks! (id.)
di Tim Burton – USA 1996
con Jack Nicholson, Pierce Brosnan
*1/2

Rivisto in DVD.

Con una flotta di dischi volanti, i marziani giungono sulla Terra. Sono brutti, cattivi e guerrafondai, e approfittano dell'ingenuità dei terrestri (che provano a intavolare relazioni di pace) per seminare morte e distruzione. Saranno sconfitti dalle note di una canzone degli anni '50, "Indian Love Call" di Slim Whitman, la cui frequenza in falsetto fa esplodere loro il cervello. Una pellicola ispirata a una collezione di figurine (le omonime trading cards pubblicate dalla Topps nel 1962) non poteva che rivelarsi una sciocchezza, soprattutto se a portare sullo schermo la sgangherata sceneggiatura di Jonathan Gems c'è un regista ipocrita e incorerente come Tim Burton, incapace di andare fino in fondo con la cifra stilistica demenziale e la black comedy. In mezzo a tanti personaggi idioti ci sono infatti un pugno di character "seri" (su tutti il pugile nero che lavora a Las Vegas, ma anche i suoi due figlioletti e la figlia del presidente) che ovviamente si riveleranno degli eroi. A salvare la situazione, nella maniera più scontata, sono infatti i "losers", come il ragazzino di campagna e la sua nonna rimbambita, mentre i potenti della terra (il presidente, lo scienziato, i militari) fanno solo figure da fessi. Per il resto, il film non è altro che un susseguirsi di scene di distruzione ridicole e infantili, che vorrebbero prendere in giro il filone fantascientifico degli anni '50 e '60 (d'altronde, visto il materiale di origine, quella è l'estetica dei marziani – resi con una computer grafica assai cartoonistica – e dei loro dischi volanti) e magari fare satira sui tempi moderni, ma con un'ironia spuntata e superficiale, ripetitiva e mai veramente divertente. E come nel coevo "Independence Day" (che però era un film "serio", il che non lo rende migliore di questo, intendiamoci), l'emergenza aliena sembra una questione del tutto americano-centrica (le tre scene con i francesi, il Taj Mahal e l'isola di Pasqua non sono altro che delle gag estemporanee). Il vastissimo cast (la pellicola è di fatto corale) comprende fra gli altri Jack Nicholson (in un doppio ruolo: il presidente degli USA e un imprenditore di Las Vegas), Glenn Close (la first lady), Pierce Brosnan (lo scienziato), Annette Bening (la fanatica new age), Sarah Jessica Parker (la conduttrice tv che viene rapita dai marziani), Jim Brown (l'ex pugile di cui sopra), Lukas Haas (il ragazzo del Kansas), Sylvia Sidney (sua nonna, all'ultima apparizione sullo schermo), Natalie Portman (la figlia del presidente). E ancora: Rod Steiger (il generale), Martin Short (il segretario del presidente), Michael J. Fox (un reporter), Danny DeVito (il giocatore d'azzardo), Lisa Marie (la donna marziana), Pam Grier, Jack Black, Janice Rivera, Paul Winfield, Joe Don Baker e il cantante Tom Jones nei panni di sé stesso. Per non contare i camei di Jerzy Skolimowski (lo scienziato che inventa il traduttore) e Barbet Schroeder (il presidente francese). Per quanto mi riguarda, una solenne stupidata nonché uno dei peggiori film di Burton, sicuramente il più brutto prima del 2000.

28 aprile 2014

A proposito di Schmidt (A. Payne, 2002)

A proposito di Schmidt (About Schmidt)
di Alexander Payne – USA 2002
con Jack Nicholson, Hope Davis
**

Visto in divx.

Dopo aver lavorato per tutta la vita in una grigia agenzia di assicurazioni di Omaha, il quasi settantenne Warren Schmidt si ritrova in pensione e, nel giro di pochi giorni, anche vedovo. È quanto basta per mandare in crisi un uomo che già di suo aveva forti problemi a relazionarsi con gli altri. Come se non bastasse, la sua unica figlia sta per sposarsi con un perfetto imbecille, mentre quello che doveva essere un viaggio alla ricerca di sé stesso, in camper fino a Denver, lo porterà a tracciare il bilancio di una vita fallimentare. Frustrazione, rabbia, solitudine e il senso di futilità troveranno una valvola di sfogo soltanto nelle lettere che Schmidt scrive a un bambino africano di sei anni, "adottato a distanza" attraverso un'ente di beneficenza. Il terzo film di Payne, adattato da un romanzo di Louis Begley, è il ritratto senza sconti di un personaggio misantropo, solo e infelice, pieno di rimpianti per il passato e senza prospettive per il futuro. Narrata più con condiscendenza che con reale cinismo, la pellicola ha il pregio di concentrarsi sul protagonista e di scavare a fondo nel suo vuoto interiore ed esistenziale senza perdersi in rivoli inutili, ma corre il rischio di bearsi troppo di quel che racconta, risultando a tratti un po' ruffiana (vedi la scena della stella cadente), anche perché la sceneggiatura tende a sottolineare ogni cosa. Qualche perplessità pure sul finale, fra il consolatorio e il ricattatorio, in cui il protagonista si commuove alla vista del disegno che Ndugu gli ha spedito, come a dimostrargli che la sua vita ha in realtà fatto la differenza per qualcuno. La parte migliore del film, comunque, è senza dubbio la seconda, ravvivata da punte di umorismo grottesco e sarcastico, dapprima con la lunga sezione on the road e poi con il tragicomico incontro con la famiglia del futuro genero (elementi che torneranno in un successivo film di Payne, "Nebraska"). Nicholson mattatore (il film è un vero e proprio one-man-show), nonostante un personaggio così lontano dalle sue corde sardoniche e luciferine. In ruoli minori compaiono anche Dermot Mulroney (il fidanzato della figlia) e la solita grande Kathy Bates (la sua sciroccata madre).

6 settembre 2009

Reds (Warren Beatty, 1981)

Nota: facendo bene i conti, pare che questo sia il 1000° film di cui scrivo su questo blog!

Reds (id.)
di Warren Beatty – USA 1981
con Warren Beatty, Diane Keaton
***

Visto in divx, con Marisa.

In una pellicola lunga (quasi tre ore), epica e intima allo stesso tempo, Beatty racconta gli ultimi cinque anni di vita (dal 1915 al 1920) del giornalista americano John "Jack" Reed, militante socialista e comunista, convinto pacifista e autore del libro "I dieci giorni che sconvolsero il mondo", nel quale descrisse i momenti salienti della rivoluzione bolscevica del 1917, vissuti in prima persona durante la sua permanenza in Russia. La sceneggiatura mescola abilmente le vicende pubbliche di Reed (il supporto ai sindacati operai, il coinvolgimento nelle lotte politiche e nella fondazione del primo partito comunista d'America, i viaggi in Russia, la partecipazione al secondo congresso dell'Internazionale Comunista) con quelle personali (soprattutto il rapporto romantico e tumultuoso con la moglie Louise Bryant, giornalista come lui), e lascia che i dialoghi, i discorsi, i dibattiti, i litigi e le riflessioni fluiscano in totale libertà, con le voci che a volte si sovrappongono come in un film di Altman. Se la prima ora del lungometraggio – quella che descrive la vita di Jack e Louise a New York nel quartiere bohémienne di Greenwich Village – ha qualche lungaggine di troppo ed è a tratti forse un po' noiosetta, quando l'attenzione si sposta sui grandi eventi storici della prima guerra mondiale e della rivoluzione d'ottobre la pellicola riesce a comunicare in maniera convincente il senso di cambiamento, le speranze, le illusioni (e le successive, quasi immediate, disillusioni) di un momento fondamentale nella storia del ventesimo secolo. Beatty (anche produttore, oltre che regista, interprete e co-sceneggiatore) affronta inoltre la questione della memoria, inserendo a più riprese – a mo' di documentario – spezzoni con le testimonianze di persone più o meno celebri (fra le quali Henry Miller e Scott Nearing) che conobbero i coniugi Reed o che vissero a modo loro gli eventi di quegli anni, nonché la questione delle lingue, come indicano le difficoltà di traduzione di cui è vittima Jack durante i dibattiti in Russia. Jack Nicholson impersona con cinismo il commediografo Eugene O'Neill, con cui Louise ha una breve relazione. Il film ebbe ben 12 nomination agli Oscar, e ne vinse tre (per la miglior regia, per la fotografia di Vittorio Storaro e per Maureen Stapleton come attrice non protagonista).

13 marzo 2008

Batman (Tim Burton, 1989)

Batman (id.)
di Tim Burton – USA 1989
con Michael Keaton, Jack Nicholson
**

Rivisto in DVD.

Nel 1989, quando uscì questo film, avevo da poco riscoperto il personaggio di Batman. Non ero mai stato un fan dell'uomo pipistrello (da bambino leggevo i fumetti della Marvel, non quelli della DC), ma ero stato appena folgorato dal capolavoro di Frank Miller "Il ritorno del Cavaliere Oscuro". E dunque il film di Tim Burton, che pure rappresentava una pietra miliare nel genere supereroistico (fino ad allora spesso confinato nel ridicolo) e che si sforzava di dare un setting realistico al personaggio affrancandolo dal tono fumettoso della celebre serie televisiva (batmobile e batcaverna ci sono, ma non vengono mai chiamate per nome; Robin, per fortuna, è ancora assente), mi deluse profondamente. Costituiva infatti un passo indietro rispetto alla durezza e alla profondità delle storie di Miller (e di Alan Moore, con "The killing joke"). In più, Michael Keaton come protagonista è una vera e propria palla al piede: poco carismatico come Bruce Wayne e assolutamente privo di fascino come Batman (ma una parte di responsabilità ce l'ha anche il brutto costume di gomma). Alla prima visione, persino Jack Nicholson non mi aveva impressionato più di tanto nei panni del Joker, mentre stavolta lo ho apprezzato molto di più. Gradevole vedere Jack Palance nel breve ruolo del boss Carl Grissom. Fra le cose migliori della pellicola ci sono le scenografie, che fanno di Gotham una città fra il gotico e il futuristico alla "Metropolis", con un setting vagamente da anni trenta che è stato poi ripreso (in maniera anche più efficace) nella serie a cartoni animati "Batman Adventures". All'inizio vengono presentati fin troppi personaggi, alcuni dei quali (il giornalista Knox) inutili, e altri (il commissario Gordon, il procuratore distrettuale Harvey Dent) quasi dimenticati nella seconda metà del film, che si concentra esclusivamente sullo scontro fra Batman e Joker (lo sceneggiatore Sam Hamm introduce l'interessante idea – assente nei fumetti – che ciascuno dei due rivali abbia dato vita direttamente all'altro). Molto spazio ha invece la reporter Vicky Vale (Kim Basinger), inedita "fiamma" di Batman che offre l'occasione per una citazione dell'opera di Miller (il paese di Corto Maltese nel quale ha lavorato come fotografa di guerra, infatti, non è un omaggio a Pratt ma alla miniserie sopra citata). Burton, in ogni caso, non rinuncia ad alcuni tocchi "camp" (le prime pagine dei giornali che roteano, gli aggeggi del Joker, il vandalismo nel museo, gli anchormen televisivi che non si truccano più). Sedici anni dopo, Christopher Nolan gli mostrerà come si fa veramente un bel film su Batman.

3 giugno 2007

I maghi del terrore (R. Corman, 1963)

I maghi del terrore (The raven)
di Roger Corman – USA 1963
con Vincent Price, Peter Lorre, Boris Karloff
**1/2

Rivisto in DVD, con Martin.

Ispirata da una poesia di Edgar Allan Poe ("Il corvo"), i cui versi sono recitati in apertura e in chiusura di film, questa pellicola è un perfetto esempio dello "stile Corman": basso budget, location e costumi sempre uguali e riciclate da un film all'altro, sceneggiature quasi improvvisate. Il film è un godibile e sconclusionato divertissement sullo scontro fra tre maghi di indole quanto mai differente: l'ingenuo Price, perennemente innamorato della sua defunta moglie Leonora; il malvagio Karloff, assetato di potere; e il maldestro Lorre, ubriacone e pasticcione. Nel cast, che già sarebbe ricco così, c'è anche – in una delle sue prime parti – un giovane Jack Nicholson. Le atmosfere gotiche del ciclo cormaniano di Poe sono qui più leggere del solito, e il film – se non lo si prende troppo sul serio – è a tratti anche divertente. Price, in ogni caso, è sempre uno spettacolo.

3 novembre 2006

The departed (M. Scorsese, 2006)

The Departed – Il bene e il male (The Departed)
di Martin Scorsese – USA 2006
con Leonardo DiCaprio, Matt Damon, Jack Nicholson
***1/2

Visto al cinema Plinius, con Marisa e Giuliana.

Sullivan (Damon), infiltrato nella polizia di Boston per conto di un gangster che gli fa quasi da padre, pare avviato a una brillante carriera e ha conquistato la fiducia dei suoi superiori che ne ignorano la natura di talpa. Costigan (DiCaprio), invece, ha seguito il percorso opposto: è un poliziotto infiltrato nella banda del criminale, e agli occhi di tutti non è che un fallito e un delinquente da quattro soldi. Ma i due personaggi sono molto più simili fra loro di quanto sembri: condividono non solo la stessa origine (il quartiere irlandese di Boston) e gli stessi problemi (la mancanza di una figura paterna), ma anche lo stesso destino (una vita di menzogne e finzioni) e persino la stessa donna (non a caso una psichiatra, visto il forte rischio per entrambi di smarrire la propria identità).

Di fronte a un remake hollywoodiano, di solito, ci si aspetta il peggio. Ma Scorsese è uno dei miei registi preferiti ed ero quasi sicuro che il suo rifacimento di "Infernal Affairs", uno dei thriller hongkonghesi più interessanti degli ultimi anni, non mi avrebbe deluso. E infatti il film è molto bello, teso e avvincente, con un finale duro e personaggi memorabili. Il tutto grazie alla mano del grande autore, a una confezione impeccabile e a un ottimo montaggio che consente di fondere alla perfezione le storie "parallele" dei due personaggi principali, al punto che quasi non ci si accorge che per gran parte del film Damon e DiCaprio non si incontrano mai. Gli attori sono tutti all’altezza, con una menzione particolare per il sornione e luciferino Jack Nicholson nei panni del boss mafioso Frank Costello, qui ai livelli delle sue interpretazioni migliori. È anche il terzo film consecutivo di Scorsese con DiCaprio, dopo "Gangs of New York" e "The aviator": probabilmente il migliore dei tre, anche se gli altri due (soprattutto il primo) non mi erano affatto dispiaciuti. Il sottotitolo italiano, "Il bene e il male", richiama il dualismo sul quale si basa l'intera pellicola. "The departed" presenta infatti un mondo chiaramente diviso in due, dove però la luce e il buio danno vita ad ampie zone d'ombra e i ruoli dei personaggi, poliziotti o criminali che siano, si fondono e si mescolano dietro le quinte. Rispetto al film di Andrew Lau e Alan Mak ho notato due cambiamenti importanti. I personaggi della psichiatra e della fidanzata della "talpa" mafiosa sono stati fusi in una sola persona (e la cosa, stranamente, funziona bene: anzi, giustifica meglio alcuni passaggi narrativi), e naturalmente è diverso il finale, meno cinico e più "morale", in linea con il cinema di Scorsese: ma l'ultima scena, quella che vede il ritorno del personaggio interpretato da Mark Wahlberg, era quasi necessaria e inevitabile viste le premesse. Nota: Frank Costello è soltanto omonimo del gangster italo-americano realmente esistito e, ovviamente, anche del personaggio interpretato da Alain Delon nel film di Jean-Pierre Melville (che peraltro, in originale, si chiamava Jeff e non Frank!).