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28 giugno 2023

Brood - La covata malefica (D. Cronenberg, 1979)

Brood - La covata malefica (The Brood)
di David Cronenberg – Canada 1979
con Art Hindle, Oliver Reed, Samantha Eggar
**1/2

Rivisto in divx.

Sottoposta a speciali sedute di terapia psichiatrica dal dottor Raglan (Oliver Reed), "guru" che gestisce una clinica privata in totale isolamento e ha messo a punto una speciale tecnica di ipnosi chiamata psicoplasmia, Nola Carveth (Samantha Eggar) "genera" dal proprio corpo inquietanti creature dalle fattezze di bambini che uccidono tutte le persone verso cui prova rabbia, rancore o risentimento, a cominciare dai suoi stessi genitori... Originale horror che fonde temi fantapsichiatrici e dinamiche famigliari piuttosto forti con elementi di body horror (dai terrificanti mostriciattoli assassini, alle deformità di alcuni personaggi) e che Cronenberg realizzò poco dopo un difficile divorzio dalla sua prima moglie, con la quale lottò duramente per la custodia dei figli, cosa che si riflette nel rapporto fra Nola e l'ex coniuge Frank (di fatto il protagonista del film). Nola stessa, nel suo mix di pazzia e possessione demoniaca, sarebbe stata ispirata all'ex moglie. Il regista arrivò addirittura a descrivere ironicamente il film come "la mia versione di «Kramer contro Kramer», ma più realistica". Peccato per un attore protagonista (Art Hindle) alquanto inespressivo. Nuala Fitzgerald e Henry Beckman sono i genitori di Nola, nonni della piccola Candy (Cindy Hinds). La colonna sonora, ricca di sonorità dodecafoniche, è di Howard Shore, al suo debutto nel mondo del cinema: rimarrà il compositore di fiducia del regista per il resto della sua carriera.

27 ottobre 2021

Io ti salverò (Alfred Hitchcock, 1945)

Io ti salverò (Spellbound)
di Alfred Hitchcock – USA 1945
con Ingrid Bergman, Gregory Peck
***

Visto in TV (Prime Video).

La dottoressa Costanza Petersen (Ingrid Bergman), giovane psicoanalista che lavora in un istituto psichiatrico, si innamora a prima vista del nuovo primario, il dottor Edwardes (Gregory Peck). E quando si scoprirà che costui è un impostore amnesico, che ha preso il posto del vero Edwardes (probabilmente da lui ucciso), decide di fuggire insieme a lui, nel tentativo di "curarlo", aiutandolo a recuperare la memoria e, si spera, a scagionarlo. Sceneggiato da Ben Hecht a partire da un romanzo di Francis Beeding, un thriller romantico imperniato sul tema della psicoanalisi, di cui vengono spiegate le basi (fu coinvolto persino uno "psychiatric advisor"). La pellicola si apre infatti con una didascalia che ne illustra le fondamenta scientifiche, oltre che con una frase dal "Giulio Cesare" di Shakespeare ("La colpa non è nelle stelle, ma in noi stessi"). Certo, a ben vedere la vicenda è a tratti improbabile per la semplicità con cui mette in scena i meccanismi dell'amnesia, della rimozione e del complesso di colpa: diciamo che si tratta di un'approssimazione a fini hollywoodiani (e in futuro si vedrà ben di peggio, con la psicoanalisi spesso oggetto di ridicolo). Da segnalare la sequenza del sogno, che fu immaginata da Salvador Dalì (con evidenti influssi dei dipinti di De Chirico) e diretta da William Cameron Menzies anziché da sir Alfred, per via di contrasti con il produttore David O. Selznick che portarono, fra le altre cose, a tagliare la suddetta sequenza riducendola a soli due minuti (secondo alcune fonti, in originale erano venti: il resto pare sia andato perduto). Proprio il sogno rivelatore contribuirà a risolvere la trama gialla, rivelando l'identità del vero colpevole. Ottimi i due protagonisti, in particolar modo la splendida Bergman nei panni di una donna considerata fredda e razionale che scopre per la prima volta l'amore, cosa che la discredita agli occhi dei colleghi ("Una donna innamorata occupa l'ultimo posto nella scala dei valori intellettuali"), al che lei replica "Ma il cuore vede più lontano della mente, a volte" e, parlando del finto Edwardes, "Non potrei amarlo così tanto se fosse malvagio". L'attrice è al primo di tre film girati con Hitchcock (gli altri due saranno "Notorious" e "Il peccato di Lady Considine"). Anche Peck tornerà a lavorare con il regista inglese ne "Il caso Paradine". Curiosità: la domanda che Costanza gli rivolge, "Sei mai stato a Roma?" sembra prefigurare "Vacanze romane"!

Molti temi ed elementi sono tipicamente hitchcockiani (l'uomo in fuga, la donna salvifica, la location risolutiva – in questo caso la montagna innevata). Notevole il capovolgimento dei ruoli di forza fra i due sessi rispetto alle consuetudini (qui l'eroina è la protagonista impavida e l'uomo è l'elemento sperso, in difficoltà e da salvare). Nel cast anche Leo G. Carroll (il dottor Murchison, il vecchio primario della clinica), Rhonda Fleming (all'esordio sul grande schermo: è la ninfomane violenta) e soprattutto Michael Čechov, nipote del drammaturgo Anton Čechov, nei panni del vecchio dottor Brulov, il mentore di Costanza. Allievo di Stanislavskij e insegnante di recitazione, Čechov contava fra i suoi allievi a Hollywood proprio Peck e la Bergman. La regia di Hitchcock (che si concede il consueto cameo: è l'uomo che esce dall'ascensore dell'albergo fumando un sigaro) è elegante, con tanti zoom e primi piani e un uso espressionistico della luminosa fotografia di George Barnes. Da sottolineare la resa delle immagini del subcosciente (come il corridoio con le porte che si aprono per lasciare entrare la luce, nel momento del bacio fra i due protagonisti), l'ossessione di Peck per le righe nere su fondo bianco (che gli riportano alla mente lo shock subito), la sequenza dell'arresto e della condanna dell'uomo (attraverso una serie di primi piani della Bergman), la soggettiva da dentro il bicchiere di latte e soprattutto quella, nel finale, della pistola dell'assassino, che ruota di 180 gradi e che consentì alla produzione di superare il divieto della censura nel mostrare un suicidio sullo schermo. Dopo lo sparo, per due fotogrammi la pellicola è colorata di rosso. La bella colonna sonora di Miklós Rózsa (che vinse l'Oscar: il film ricevette anche le candidature come miglior pellicola, regista, attore non protagonista (Čechov), fotografia ed effetti visivi) fa ampio uso del theremin, all'epoca una novità: ma anch'essa fu oggetto di contrasti fra il regista e il produttore. Cosa non rara nei lungometraggi di quegli anni, il film si apre con una "overture" di quattro minuti (su immagine fissa) e si chiude con una "exit music" di oltre due (manca invece l'"intermission"). L'edizione italiana presenta come al solito nomi "italianizzati" (Costanza, Antonio, Alessio, ecc., al posto degli originali Constance, Anthony, Alex...).

4 gennaio 2021

Glass (M. Night Shyamalan, 2019)

Glass (id.)
di M. Night Shyamalan – USA 2019
con James McAvoy, Bruce Willis, Samuel L. Jackson
**

Visto in TV (Now Tv).

Il vigilante mascherato David Dunn (Bruce Willis), detto il Sorvegliante, si batte con Kevin Wendell Crumb (James McAvoy), alias l'Orda, criminale dalla personalità multipla: ma entrambi vengono catturati e rinchiusi in un ospedale psichiatrico, dove è ricoverato anche Elijah Price (Samuel L. Jackson), l'Uomo di Vetro ovvero Dr. Glass, villain dal corpo fragilissimo ma dall'intelletto straordinario. A dirigere la clinica è la dottoressa Ellie Staple (Sarah Paulson), convinta che i superpoteri o le doti sovrumane non esistano e che i tre pazienti soffrano soltanto di deliri, illusioni e manie di grandezza. Dopo "Unbreakable - Il predestinato" (2000) e "Split" (2016), Shyamalan completa la sua personale trilogia "supereroistica" con una pellicola che fa tornare in scena i personaggi dei due film precedenti e ne interconnette le origini e i destini (proprio come in un universo fumettistico condiviso). Il risultato è ambivalente: da un lato ritroviamo quelli che erano i punti di forza dei film originali (il grande realismo con cui temi e luoghi comuni della narrativa supereroistica sono calati nella quotidianità, senza tute sgargianti, effetti speciali o sequenze d'azione sopra le righe; o l'idea che i "miti" dei comic book non siano altro che rappresentazioni artistiche di una realtà ancestrale che è propria da sempre dell'essere umano), e tutto sommato anche una trama – il ricovero forzato dei tre antagonisti nell'ospedale psichiatrico – foriera di spunti interessanti e più in linea con un horror o un thriller psicologico (cfr. "Qualcuno volò sul nido del cuculo") che con un film d'azione in stile Marvel. Dall'altro, però, molti elementi appaiono francamente implausibili o forzati, a partire dall'idiozia apparente del personaggio della dottoressa: è vero che uno dei twist nel finale ne capovolge il ruolo (fa parte di un'organizzazione segreta che si batte per nascondere l'esistenza dei supereroi), ma proprio la conclusione del film risulta deludente e anticlimatica. Bello il lavoro visivo, con i colori che identificano i tre personaggi (verde per Dunn, giallo per Crumb e viola per Price) che tornano a più riprese: nel finale, per esempio, sono indossati anche dai loro tre amici/famigliari, ovvero da Joseph (Spencer Treat Clark), il figlio di David ora cresciuto; da Casey (Anya Taylor-Joy), la ragazza che fu rapita da Kevin; e dalla signora Price (Charlayne Woodard), la madre di Elijah. Anche il consueto cameo del regista riconnette in un unico personaggio quelli da lui interpretati in "Unbreakable" e "Split". Nonostante il buon successo registrato al botteghino, Shyamalan ha dichiarato che la saga finisce qui. Qualche svarione nell'adattamento italiano ("comic book" tradotto con "libri di fumetti", per esempio).

24 settembre 2020

On the edge (John Carney, 2001)

On the edge, aka Catch the Sun
di John Carney – Irlanda 2001
con Cillian Murphy, Tricia Vessey
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Dopo aver tentato il suicidio (ed esserne miracolosamente uscito indenne) gettandosi da un dirupo con un’automobile rubata insieme all’urna con le ceneri del padre appena defunto, lo scapestrato Jonathan (l'allora semi-esordiente Cillian Murphy), pecora nera della famiglia, viene ricoverato per tre mesi in una clinica psichiatrica. Qui fa la conoscenza di altri giovani pazienti con tendenze suicide, che hanno stretto un patto con il dottor Figure (Stephen Rea), il sensibile psichiatra che li ha in cura: proveranno a non tentare più di uccidersi almeno fino a capodanno. Sarcastico ma insicuro, Jonathan si atteggia a ribelle ma pian piano si integra nella routine dell’istituto e soprattutto stringe amicizia con alcuni dei suoi problematici "colleghi": in particolare con Toby (Jonathan Jackson), che sembra il più tranquillo ed equilibrato del gruppo ma è in realtà quello con i maggiori tormenti interiori, e con Rachel (Tricia Vessey), di cui si innamora e per la quale ritroverà interesse a vivere. In effetti, proprio osservando la vulnerabilità degli altri, prenderà coscienza della propria e del valore della vita. Un piccolo film gradevole ma poco originale: parte bene, ma poi si fa prevedibile, risultando in fondo banalotto nei personaggi e nell’esplorazione dei temi del disagio esistenziale e del suicidio, sui quali non dice nulla di particolarmente nuovo. Bravi comunque gli attori e belle le musiche (dello stesso regista). Il film non è mai stato distribuito in Italia, dove la fortuna di Carney inizierà soltanto con il successivo "Once" del 2007.

28 dicembre 2018

La casa dei matti (A. Konchalovsky, 2002)

La casa dei matti (Dom Durakov)
di Andrei Konchalovsky – Russia 2002
con Yulia Vysotskaya, Sultan Islamov
***

Visto in divx.

I pazienti di un ospedale psichiatrico sul confine fra Inguscezia e Cecenia, abbandonati a sé stessi dopo che tutti gli infermieri sono fuggiti per paura della guerra (siamo nel 1996), vedono la propria quotidianità invasa dagli eventi bellici quando un gruppo di ribelli ceceni occupa il manicomio per usarlo come base. Fra i malati spicca Zhanna (Yulia Vysotskaya), una ragazza schizofrenica innamorata del cantante Bryan Adams (da cui immagina di essere ricambiata), che per scherzo viene chiesta in moglie da uno dei soldati, Ahmed (Sultan Islamov): è attraverso i suoi occhi – oltre che quelli dei suoi compagni – che osserviamo le follie della guerra e giungiamo a chiederci se siano più sani i matti o coloro che stanno fuori, impegnati a massacrarsi fra loro anche quando potrebbero essere amici (vedi l'incontro fra i due comandanti, quello russo e quello ceceno). Forse ispirato a "Tutti pazzi meno io" di Philippe De Broca, uno dei film più gradevoli e riusciti di Konchalovsky, le cui atmosfere attraversano un ampio ventaglio di toni e di situazioni: dal caotico e confusionario mondo dei malati di mente (che però, a modo loro, un ordine e un'organizzazione ce l'hanno, con ruoli ben definiti per ciascuno di essi) al surreale e onirico universo della protagonista (con le apparizioni a sorpresa di Bryan Adams nella sua immaginazione), dalla satira sulla guerra (di cui mostra sia il lato cruento che quello assurdo e grottesco: a tratti i soldati sembrano più "schizzati" dei matti) ad episodi di volta in volta felliniani e leggeri, di convivialità o di tragica drammaticità. Il tutto senza mai essere retorico, rischio principale per questo tipo di film (con l'elogio della follia e dell'escapismo o il messaggio antibellico a tutti i costi), e presentando alcuni momenti di regia, di fotografia e di scrittura assai elevati. In ogni caso, se i "malati di mente" non hanno una reale consapevolezza del mondo esterno (o ce l'hanno parecchio deformata), anche perché isolati in un vero e proprio microcosmo che lo riflette al proprio interno, gli orrori e le assurdità della guerra arrivano comunque a sfiorarli (e a cambiarli): alla fine, però, proprio il maniconio si rivelerà l'oasi perfetta per sfuggire alla pazzia fuori imperante. Nel cast anche Stanislav Varkki, Yevgeni Mironov, Elena Fomina e lo stesso Bryan Adams. Premio speciale della giuria al Festival di Venezia.

16 luglio 2018

Il corridoio della paura (S. Fuller, 1963)

Il corridoio della paura (Shock corridor)
di Samuel Fuller – USA 1963
con Peter Breck, Constance Towers
**1/2

Rivisto in DVD.

Per risolvere un caso di omicidio avvenuto all'interno di un ospedale psichiatrico, Johnny Barrett (Breck), ambizioso giornalista che sogna di vincere il premio Pulitzer, ignora i timori della fidanzata (Towers), si finge pazzo e si fa ricoverare in quello stesso istituto. Riuscirà a svelare l'enigma, ma perderà la sanità mentale. Antesignano di "Qualcuno volò sul nido del cuculo", un film celebre per il ritratto angosciante e claustrofobico del mondo delle turbe mentali, di cui porta sullo schermo le origini e i sintomi con immagini potenti: se la pellicola è girata in un espressionistico bianco e nero, le visioni, i ricordi e le allucinazioni degli alienati sono invece a colori (e con una distorsione del formato). All'epoca scosse molti spettatori, visto oggi mostra invece tutti i suoi limiti e le sue ingenuità nella descrizione dei malati e dei processi della schizofrenia, per non parlare del ritratto degli psichiatri, che si lasciano ingannare troppo facilmente dalla finzione del protagonista, coadiuvato dalla fidanzata che simula di essere sua sorella, molestata da lui sin da piccola. Non mancano cliché o situazioni sopra le righe (l'assalto delle ninfomani, per esempio), e il crescendo della follia del giornalista è poco verosimile. Ma la tensione è ben costruita e l'intensità emotiva della pellicola è innegabile, anche perché sfiora molteplici temi socio-politici e legati all'attualità (la guerra, il razzismo, la paura del nucleare). Fra i pazienti dell'ospedale psichiatrico, infatti, oltre al gigantesco Pagliacci (Larry Tucker), obeso cantante d'opera, spiccano i tre testimoni che Johnny deve interrogare approfittando dei loro brevi momenti di lucidità: un soldato della guerra di Corea che ha disertato per passare ai comunisti e che crede di essere un generale sudista (James Best), uno studente nero che inneggia al razzismo e al Ku Klux Klan (Hari Rhodes), e un fisico atomico regredito all'età di sei anni (Gene Evans). John Matthews è il dottor Cristo (!), direttore dell'istituto. Fuller aveva scritto il soggetto per Fritz Lang già negli anni quaranta. In apertura e chiusura del film c'è una citazione di Euripide: "Colui che gli dei vogliono distruggere, per prima cosa viene reso pazzo".

26 gennaio 2015

I'm a cyborg, but that's OK (Park Chan-wook, 2006)

I'm a cyborg, but that's OK (Saibogujiman kwenchana)
di Park Chan-wook – Corea del Sud 2006
con Im Soo-jung, Rain [Jung Hi-hoon]
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

La giovane Young-goon, rinchiusa in un istituto di igiene mentale dopo aver tentato il suicidio, è convinta di essere un cyborg e di avere l'incarico di uccidere tutti i "camici bianchi" (ovvero i medici) perché anni prima avevano portato via sua nonna, cui era tanto affezionata e che a sua volta mostrava segni di pazzia. In manicomio chiederà l'aiuto di un altro ricoverato, il ladruncolo Il-soon, affinché le sottragga la compassione che le impedisce di portare a termine il proprio compito. Fra i due scatterà l'amore, e Il-soon si darà da fare per spingere la ragazza (convinta che il cibo normale possa danneggiare il proprio corpo cibernetico) a nutrirsi, fingendo di innestarle nel corpo un convertitore di riso in energia. Dopo la "trilogia della vendetta", Park realizza una pellicola bizzarra e surreale, a suo modo romantica, che privilegia il punto di vista di personaggi eccentrici e schizofrenici. Sontuoso come sempre nella regia e nella messa in scena (dagli interessanti titoli di testa, alle sequenze che mostrano le fantasie dei vari degenti dell'istituto come se fossero reali), si trascina forse un po' stancamente nella parte centrale, per risollevarsi in un finale in fondo pieno di speranza e ottimismo (con tanto di arcobaleno alla fine della tempesta). A tratti esuberante e umoristico nel presentare le varie ossessioni e illusioni dei personaggi ricoverati nell'istituto, nonostante alcune sfumature inquietanti il film ha toni nel complesso leggeri: non c'è traccia della drammaticità o della denuncia di pellicole come "Qualcuno volò sul nido del cuculo" o "Ragazze interrotte"; siamo semmai dalle parti della folle poesia di "Big fish", del surrealismo di Michel Gondry o di certi film dell'estremo oriente che fondono temi esistenziali con l'assurdità del mondo che circonda i personaggi (e che qui li permea anche dall'interno). L'ironia e la leggerezza con cui viene raccontata la loro storia finiscono col farci affezionare ai personaggi e alle loro ingenue ossessioni, tanto che alla fine pare del tutto coerente e naturale poter raggiungere la felicità attraverso la follia e l'immaginazione.

31 luglio 2014

Una pagina di follia (T. Kinugasa, 1926)

Una pagina di follia (Kurutta ippeiji)
di Teinosuke Kinugasa – Giappone 1926
con Masao Inoue, Eiko Minami
***

Visto su YouTube.

All'inizio degli anni '20 Teinosuke Kinugasa vide la sua carriera di onnagata (attore specializzato in ruoli femminili) messa in pericolo dall'avvento delle prime attrici donne nel cinema giapponese, di cui era inizialmente uno strenuo oppositore, e fu dunque costretto a riciclarsi come regista. Questo film, a lungo ritenuto perduto e di cui l'autore stesso ritrovò per caso una copia nel suo magazzino nel 1971, è forse il più celebre e significativo del suo periodo muto, un magnifico esempio di pellicola sperimentale e d'avanguardia, con evidenti influenze dell'impressionismo francese (come i lavori di Abel Gance e Marcel L'Herbier). Priva di cartelli e di intertitoli (la storia veniva raccontata agli spettatori dai benshi, narratori fisicamente presenti in sala, un'usanza tipica del cinema muto nipponico), la vicenda può essere inizialmente ostica da seguire; ma la potenza delle immagini, il montaggio rapidissimo e l'intervento di alcuni flashback chiarificatori consentono anche a uno spettatore odierno di immergervisi a 360 gradi, superando ogni ambiguità e anzi inglobandole nell'esperienza complessiva. Ambientato in un istituto psichiatrico per malati di mente, il film ci mostra un anziano inserviente che sembra avere particolarmente a cuore le sorti di una paziente: si tratta di sua moglie, impazzita dopo aver tentato di affogare il proprio figlio. Fra gli altri ricoverati spicca invece una giovane ballerina, la cui danza incessante e frenetica fa da filo conduttore all'intera vicenda. Visivamente impressionante (con ampio uso di sovrimpressioni, distorsioni e altri effetti ottici per rendere sullo schermo la percezione deformata del mondo da parte dei pazienti psichiatrici), con una fotografia che gioca con luci e ombre, una macchina da presa estremamente mobile (l'operatore, Kōhei Sugiyama, rimarrà un collaboratore abituale di Kinugasa) e un mood che oscilla in continuazione fra percezioni oggettive e soggettive, fra il surreale-onirico (la follia e le allucinazioni dei pazienti) e la realtà tragica e concreta (i ricordi del protagonista, l'ambiente dell'ospedale), il film reca con sé un'impronta di incredibile modernità e rappresenta un'esperienza visiva senza pari, una sorta di "Caligari" orientale, se possibile ancora più sofferto ed espressivo: a tratti pare addirittura un precursore delle correnti sperimentali degli anni '60 e '70. Memorabile l'incipit notturno con la pioggia (e le illusioni della ballerina), la "rivolta" dei pazienti in preda all'entusiasmo per la performance della danzatrice, e naturalmente la scena altamente metaforica delle maschere nel finale. Impressionante la recitazione degli attori che interpretano i pazienti. La copia oggi esistente (60') è più breve di quella originale, tagliata forse dallo stesso regista. Al soggetto e alla sceneggiatura avrebbe collaborato Yasunari Kawabata, premio Nobel per la letteratura, a quei tempi figura di spicco del movimento letterario Shinkankaku ("Neo-sensazionalismo").

11 aprile 2012

Sucker Punch (Zack Snyder, 2011)

Sucker Punch (id.)
di Zack Snyder – USA 2011
con Emily Browning, Abbie Cornish
*1/2

Visto in DVD.

Fatta rinchiudere dal malvagio patrigno in un istituto di igiene mentale, la giovane Babydoll si "rifugia" in un mondo immaginario nel quale l’ospedale diventa un night club/bordello e le pazienti sono costrette dal perfido proprietario (alter ego di uno degli infermieri) a intrattenere i clienti con le loro danze. Qui la ragazza coinvolge altre quattro compagne in un elaborato piano di fuga, per portare a termine il quale è necessario impadronirsi di cinque oggetti: e ciascuno dei tentativi si trasforma, con un ulteriore volo di fantasia, in una spericolata missione in cui le cinque eroine devono combattere e sgominare incredibili avversari (spiriti-samurai in armatura, soldati zombie/steampunk, orchi e draghi, androidi cibernetici) all’interno di scenari fantastici e apocalittici (un misterioso tempio giapponese, le trincee della seconda guerra mondiale, un castello fantasy sotto assedio, una megalopoli su un altro pianeta). Pur trattandosi del primo film di Zack Snyder basato su un soggetto originale (una storia dello stesso regista), sembra comunque – come i suoi lavori precedenti – tratto da un fumetto o da un videogioco, al punto che ho dovuto verificare che non fosse davvero così: e già questo la dice lunga sul tipo di spettacolo cui si va incontro. Apparentemente ambizioso e complesso, alla resa dei conti si rivela invece assai semplice e schematico, anche perché il tema della libertà da conquistare attraverso la fantasia è tutt’altro che nuovo e i colpi di scena nel finale non sconvolgono particolarmente. Se il plot è vagamente ispirato a “Il gabinetto del dottor Caligari” (o, per citare titoli più recenti, a “Franklyn” e “Inception”, con le loro scatole cinesi di mondi alternativi contenuti l'uno dentro l'altro), la struttura – che si sviluppa su missioni e livelli, in maniera sempre più ripetitiva – e l’estetica sono da videogame (le sequenze d’azione, affogate negli effetti speciali e nella fotografia desaturata, sono insopportabilmente lunghe: ma il vero problema è che si ha l’impressione che sia il resto del film a essere stato pensato da Snyder come pretesto per giustificare le scene action, e non il contrario). La regia è debordante e videoclippara, con il solito abuso di ralenti e l’invadenza del commento musicale, mentre la caratterizzazione dei personaggi femminili, piatta e superficiale, è in linea con l’immaginario di un quattordicenne o, nel migliore dei casi, di un otaku (a partire dalla bad girl/lolita in uniforme da scolaretta): di fatto le cinque protagoniste non sono altro che bamboline, o meglio action figure, da muovere a piacimento in mondi paralleli che a loro volta richiamano gli scenari di celebri film o videogiochi (e non a caso il personaggio da cui dipendono le sorti di Babydoll, evocato per l’intera pellicola, si chiama “il giocatore”). La mono-espressività di Emily Browning (seconda scelta, dopo che Amanda Seyfried si era defilata dal progetto) non migliora certo le cose; meglio invece le comprimarie, come Jena Malone, Jamie Chung e – nei panni dell’istruttrice di danza – Carla Gugino. In ogni caso, pur con tutti i suoi limiti, il film può anche essere apprezzato sotto l’aspetto visivo, ludico e feticista, e addirittura guadagnarsi un’etichetta non del tutto immeritata di guilty pleasure. Il titolo è un’espressione che indica un colpo che prende l’avversario di sorpresa: secondo le intenzioni di Snyder, si riferisce alla rivelazione che la vera protagonista della storia non è Babydoll ma una delle sue quattro compagne. Un’escamotage poco convincente, però, visto che – checché se ne dica – la Browning resta costantemente al centro del racconto. Titoli di coda, in stile burlesque, completamente fuori contesto.

7 dicembre 2010

The ward (John Carpenter, 2010)

The ward - Il reparto (John Carpenter's The Ward)
di John Carpenter – USA 2010
con Amber Heard, Lyndsy Fonseca
**1/2

Visto al cinema Massimo di Torino, con Giovanni e Rachele, in originale con sottotitoli (Torino Film Festival).

Kristen, una ragazza ribelle e dal passato misterioso, viene rinchiusa nel reparto speciale di un ospedale psichiatrico (siamo negli anni sessanta), quasi una sorta di prigione, insieme ad altre quattro giovani donne. Ma qui, oltre a progettare la fuga e a difendersi dalle crudeltà di medici e sorveglianti, dovrà vedersela con il fantasma di una delle precedenti ospiti che intende vendicarsi di tutte le ragazze ricoverate, uccidendole una a una. E scoprirà che la cosa la riguarda più da vicino di quanto avesse immaginato. Nove anni dopo "Fantasmi da marte", Carpenter torna al cinema con un horror di impostazione classica, forse non molto originale per temi e contenuti ma sicuramente efficace nel mantenere costantemente alta la tensione per l'intera durata della pellicola e nel mettere paura nei momenti giusti, grazie al sapiente uso di tutti i "trucchi del mestiere" per far sobbalzare gli spettatori nelle poltrone. I colpi di scena nel finale, benché preannunciati da numerosi indizi, sorprendono e riescono a spiegare in maniera coerente tutta la vicenda. Nulla di nuovo, ma girato benissimo e con un interessante cast di giovani attrici semisconosciute (oltre alla protagonista Amber Heard, le altre ragazze sono Danielle Panabaker, Lyndsy Fonseca, Mamie Gummer, Laura-Leigh e Mika Boreem). L'unico ruolo maschile di rilievo, oltre al sorvegliante D. R. Anderson, è quello di Jared Harris nei panni del medico.

14 marzo 2010

Shutter Island (M. Scorsese, 2010)

Shutter Island (id.)
di Martin Scorsese – USA 2010
con Leonardo DiCaprio, Ben Kingsley
***

Visto al cinema Colosseo, con Marisa.

Nel 1954, l'agente federale Teddy Daniels sbarca con un collega su un'isola al largo di Boston che ospita una sorvegliatissima prigione-manicomio per criminali folli e violenti. Qui dovrà indagare sulla misteriosa scomparsa di una detenuta, ma anche sulle strane pratiche compiute dai medici, che Teddy sospetta effettuare esperimenti sui pazienti ai limiti della legalità e con la complicità delle alte sfere, non dissimili da quelli dei nazisti nei campi di concentramento. Proprio gli orrori di Dachau, ai quali aveva assistito durante la guerra, uniti al trauma della morte della moglie in un incendio a opera di un piromane – che, guarda caso, è ospitato nella struttura – metteranno a rischio la salute mentale del protagonista, in un crescendo di paranoia e di allucinazioni. Con una confezione sontuosa come al solito (splendida, in particolare, la fotografia di Robert Richardson), una regia solida e ottime interpretazioni (oltre all'intenso DiCaprio, ci sono Mark Ruffalo nei panni del suo partner, Ben Kingsley come direttore del manicomio e Max von Sydow è il medico di origine tedesca; il piromane sfregiato non è De Niro, come mi era parso a prima vista, ma Elias Koteas), Scorsese sforna un thriller dalle venature horror sulla follia, la violenza, la perdita di identità e la rimozione del dolore, che ha forse il difetto di essere un po' lungo, a tratti didascalico ed eccessivamente prevedibile. I colpi di scena nel finale, infatti, non possono sorprendere uno spettatore pronto a cogliere i tanti dettagli che vengono suggeriti in precedenza, talora anche esplicitamente. Bello comunque il controfinale risolutivo, all'insegna della frase "Cos'è peggio: vivere da mostro o morire da uomo per bene?". A sostenere il film c'è comunque anche una bella ambientazione: l'isola-microcosmo è quasi protagonista alla pari di DiCaprio, un'isola fisica e psicologica insieme, con i suoi padiglioni, le costruzioni, le scogliere e il faro, separata dal resto del mondo e sconvolta dalla furia della natura (le onde, il tornado). Anche la collocazione temporale negli anni cinquanta, con i continui flashback sugli orrori della guerra che si fondono ai traumi personali, contribuisce a dar vita a un'atmosfera torbida e ossessiva che può ricordare altri classici del cinema americano sulla follia, come "Il corridoio della paura" di Samuel Fuller. E nonostante alcuni echi hitchcockiani, la riflessione sulla natura violenta dell'uomo è tipicamente scorsesiana.

6 marzo 2008

Il gabinetto del dottor Caligari (R. Wiene, 1920)

Il gabinetto del dottor Caligari (Das Cabinet des Dr. Caligari)
di Robert Wiene – Germania 1920
con Werner Krauss, Conrad Veidt
***1/2

Rivisto in DVD, con Marisa, con cartelli in inglese.

Il manifesto dell'espressionismo tedesco, nonché precursore di molte pellicole con il twist ending (oggi un suo remake potrebbe benissimo essere girato da M. Night Shyamalan), è caratterizzato dalle scenografie sperimentali e pittoriche, deliranti e assurde, fasulle e contorte (case, strade e mobili sono distorti e obliqui come gli animi dei personaggi), da un senso di oppressione e paura che molti, col senno di poi, associarono al futuro avvento del nazismo, e da una storia piena di mistero e di suspense e con un finale memorabile, anche se a uno spettatore di oggi – abituato a tempi più rapidi e colpi di scena molteplici – potrebbe apparire poco intrigante. Il film si regge sulla possibile interpretazione di tutte le vicende (narrate in un lungo flashback) come del semplice frutto della fantasia e della paranoia di un malato di mente, rinchiuso in un manicomio, che sceglie come protagonisti del suo racconto i suoi compagni e il direttore dell'istituto (quest'ultimo naturalmente nei panni del "cattivo"). Proprio la follia del narratore permette di giustificare anche la deformità delle scenografie, trasfigurate dalla sua mente malata. Elementi come l'illusionismo e la magia, la fiera di paese, l'uomo ridotto ad automa e l'ambientazione senza tempo rimandano alla tradizione del racconto fantastico tedesco (alla E.T.A. Hoffmann), ma sottendono anche una critica di tipo politico e sociale. Fra le scene più memorabili ci sono quella in cui il sonnambulo Cesare penetra nella casa della fanciulla per rapirla e quella in cui il malvagio antagonista si aggira per le strade di notte, tormentato dalla sua ossessione di ripercorrere i passi del leggendario mistico Caligari (e attorno a lui compaiono le parole della frase "Du mußt Caligari werden!", "Tu devi diventare Caligari!", che fu voluta dal produttore Erich Pommer come slogan per il lancio dell'opera). Il regista, di origine polacca, realizzò il film (diviso in sei "atti") in sole tre settimane: in origine avrebbe dovuto girarlo il giovane Fritz Lang (Caligari come precursore di Mabuse, oltre che di Hitler?), che rifiutò per altri impegni di lavoro, anche se probabilmente i veri artefici del suo successo furono lo sceneggiatore Carl Mayer e gli scenografi Walter Röhrig, Herman Warm e Walter Reimann della rivista espressionista Der Sturm. La copia che ho visto era virata a colori.