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5 febbraio 2023

Primo caso, secondo caso (A. Kiarostami, 1979)

Primo caso, secondo caso (Ghazieh-e shekl-e aval, ghazieh-e shekl-e dovom)
di Abbas Kiarostami – Iran 1979
con attori non professionisti
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Uno studente indisciplinato, seduto in fondo alla classe, disturba la lezione facendo rumore sul banco. Non riuscendo a identificare il responsabile, l'insegnante fa uscire dall'aula tutti i sette alunni dell'ultima fila, minacciando di lasciarli in punizione in corridoio per l'intera settimana, a meno che uno di loro non riveli chi era il colpevole. Dopo aver intervistato i genitori dei ragazzi, chiedendo loro come dovrebbero comportarsi (fare la spia oppure no?), Kiarostami proietta a questi e a un gruppo di educatori, intellettuali, leader politici e religiosi, due differenti "finali" della storia: nel primo caso, dopo due giorni uno degli studenti, seppure a malincuore, denuncia il compagno colpevole e viene così riammesso in classe a seguire le lezioni; nel secondo caso, tutti e sette gli alunni "resistono" per l'intera settimana senza tradirsi a vicenda. In entrambi i casi gli intervistati esprimono le proprie opinioni sull'accaduto. La maggior parte di essi elogia l'unità mostrata dagli alunni e condanna l'eventuale "traditore", in nome dei valori della solidarietà all'interno di una comunità o di un gruppo di appartenenza. Le critiche vengono invece rivolte per lo più all'insegnante, per averli messi in quella situazione, e al sistema educativo, visto come specchio di una società oppressiva, che incoraggia la delazione e il tradimento e che reprime la personalità dei suoi membri. Naturalmente, però, c'è anche chi condanna il comportamento indisciplinato di alunni che dovrebbero pensare soprattutto a studiare e a rispettare le regole. E quello che era un comune episodio di vita scolastica si colora di interpretazioni sociali e politiche. All'apparenza uno dei tanti corti e mediometraggi di ambientazione scolastica e dagli intenti pedagogici diretti da Kiarostami per conto del Kanun, l'Istituto per lo Sviluppo Intellettuale dei Bambini e degli Adolescenti (non dissimile, per esempio, dal precedente "Due soluzioni per un problema"), questo film di una cinquantina di minuti è in realtà un importante documento della transizione dell'Iran da repubblica laica a stato islamico. Proprio mentre il regista lo stava completando, infatti, la rivoluzione guidata dall'ayatollah Khomeini rovesciava la monarchia e il regime dello scià, costringendo di fatto il regista a modificare il progetto (il "secondo caso" venne aggiunto in corso d'opera) e a cambiare la struttura del film, eliminando parte dei commenti già girati e aggiungendone di altri (in particolare le interviste ad alcuni dei "nuovi" leader politici e religiosi del paese). Ciò nonostante, il film venne vietato dalla censura (forse perché mostra comunque un dibattito non allineato, caratterizzato da una grande varietà di opinioni) ed è rimasto a lungo inaccessibile. Curiosità: gli alunni in piedi nel corridoio ricordano "I soliti sospetti".

4 febbraio 2023

Soluzione (Abbas Kiarostami, 1978)

Soluzione (Rah hal-e yek)
di Abbas Kiarostami – Iran 1978
con Ali Asghar Mirzaei
**1/2

Visto su Internet Archive.

Un uomo e il suo pneumatico, su una strada di montagna, sono i protagonisti di questo cortometraggio di 11 minuti, del tutto privo di dialoghi (ci sono solo i rumori ambientali nella prima parte, quella dedicata all'attesa, e un gradevole accompagnamento musicale nella seconda, più dinamica). Il giovane è fermo sul ciglio della strada. Sta facendo l'autostop, aspettando qualcuno che gli dia un passaggio per tornare alla sua macchina con la gomma appena riparata. Ma nessuna delle auto e dei mezzi pesanti che circolano sulla strada si ferma. Allora, dopo una lunga attesa, l'uomo decide di avviarsi a piedi da solo, di corsa, facendo rotolare il pneumatico in discesa lungo la strada. È un percorso che si fa sempre più rapido e giocoso, attraverso tunnel e ponti, tornanti e scarpate, fino alla tanto agognata destinazione. Come sempre, Kiarostami sa ottenere molto con poco. E ci fa partecipare alla piccola odissea del protagonista grazie alla fusione di immagini e musica, ambiente (le montagne e le rocce circostanti, ricoperte di neve) e colori, in un film "piccolo" ma dove tutto – regia, fotografia, montaggio e sonoro – collabora alla perfezione. In un certo senso è il trionfo del cinema nella sua forma più "pura". E il protagonista è quasi una versione adulta dei tanti bambini, curiosi e intraprendenti, ritratti dal regista nei suoi corti precedenti.

18 luglio 2022

Il rapporto (Abbas Kiarostami, 1977)

Il rapporto (Gozaresh)
di Abbas Kiarostami – Iran 1977
con Kurosh Afsharpanah, Shohreh Aghdashlu
**1/2

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Mahmad Firouzkoui (Afsharpanah) lavora come impiegato all'ufficio tasse del ministero delle finanze. Accusato di aver preso una mazzetta per accelerare una pratica, viene sospeso dal lavoro: e nel frattempo i problemi economici e contemporaneamente i frequenti dissidi con la moglie Azam (Aghdashlu), insoddisfatta della vita coniugale, portano la coppia sull'orlo della rottura... Il secondo lungometraggio di Kiarostami è un film molto distante dal cinema di taglio poetico e neorealista che caratterizzerà in seguito la sua cifra stilistica, e non solo per l'ambientazione moderna e urbana (girato poco prima della rivoluzione islamica, mostra una Teheran dove si gioca d'azzardo, si beve e si fuma): nella sua analisi del malessere di una coppia borghese (e dei meandri di un lavoro burocratico) anticipa semmai in certe cose i lavori di Asghar Farhadi ("Una separazione", "Il cliente"). Nonostante il discreto successo di pubblico e critica all'epoca, resta certo un capitolo minore della filmografia del regista (benché, a ben cercarli, vi si possano ritrovare alcuni echi di lavori successivi – come "Il sapore della ciliegia"), ma tutto sommato ne mette in mostra molte qualità, a cominciare dalla capacità di ritrarre personaggi e ambienti con tocchi leggeri e quasi invisibili: si pensi alle lunghe sequenze dove il protagonista resta quasi sullo sfondo, mentre in primo piano ci sono persone qualunque impegnate in discorsi di tutti i giorni che però riecheggiano nel privato (come la scena nel bar dove Mahmad si reca a bere una birra, dove gli avventori discutono di denaro, felicità e pace con la propria coscienza), e che servono a fare "atmosfera" contribuendo al realismo del film. Kiarostami non giudica i suoi personaggi, che in un certo senso rappresentano il cittadino medio (o mediocre), e nel dissapore fra marito e moglie non prende le parti di nessuno né tantomeno cerca di edulcorarne i difetti: molto bello in particolare il finale, quasi sospeso ma significativo, efficace nella sua semplicità. In più, stupisce sempre il modo in cui il regista riesce a far "recitare" i bambini (in questo caso, la piccolissima figlia della coppia). Kiarostami ha affermato di essersi ispirato alle vicissitudini di due nuclei famigliari di sua conoscenza, i cui litigi vanno avanti quasi per abitudine, innescati da piccoli episodi senza un vero motivo, ma è possibile che vi siano confluiti aspetti autobiografici (stava a sua volta per separarsi dalla propria moglie). Curiosità: si tratta del suo primo film (e in questo resterà unico per altri diciassette anni) a essere prodotto con capitali privati, anziché finanziato da istituti governativi).

13 aprile 2022

I colori (Abbas Kiarostami, 1976)

I colori (Rangha)
di Abbas Kiarostami – Iran 1976
**1/2

Visto su YouTube.

Cortometraggio sul tema dei colori, girato da Kiarostami nel periodo in cui lavorava per il Kanun (l'Istituto per lo Sviluppo Intellettuale dei Bambini e degli Adolescenti). Stavolta non viene raccontata una storia: vediamo una mano impugnare dei pennelli e, uno dopo l'altro, intingerne la punta in una vaschetta di colore e poi in un bicchiere d'acqua. Seguono (in rapida successione, accompagnate da una voce femminile e da una musichetta allegra) immagini di vari oggetti di uso comune, ma anche fiori e animali, caratterizzati da quel colore. Inizialmente il rosso, poi il verde, il giallo, il blu, l'arancio, il bianco, il viola e infine il nero. L'intento pedagogico è esile ma ovvio (guidare i bambini alla scoperta dei colori, il che significa alla scoperta del mondo), ma a colpire è la sensibilità artistica. E il percorso non è lineare: non mancano infatti inattese disgressioni (la comparsa di arcobaleni, dove i colori si affiancano o si fondono insieme) o spunti "narrativi" (la gara di automobiline, con tanto di immagini di un bambino alla guida di una di esse; il passaggio pedonale, che ricorre sia nei segmenti dedicati ai tre colori del semaforo, sia in quello del bianco; la barchetta di carta nel ruscello). Di impatto anche la sequenza in cui il bambino, con una pistola giocattolo, spara su una fila di bottiglie contenente acqua colorata, distruggendole una dopo l'altra. Ogni colore, infine, è associato anche a emozioni o concetti astratti: il nero conclusivo, per esempio, è il colore di una lavagna, e dunque dell'apprendimento. Nell'insieme, la breve pellicola (dura quindici minuti) fornisce tanti spunti, situazioni, piccoli episodi, da non annoiare mai e da mettere in mostra in maniera perfetta il talento affabulatorio di Kiarostami, capace di catturare lo spettatore con la poesia del quotidiano e le libere associazioni a partire da immagini semplici. Gli stessi colori si sciolgono l'uno nell'altro e si confondono, come le "mille gradazioni" della vita.

12 aprile 2022

Il vestito per il matrimonio (A. Kiarostami, 1976)

Il vestito per il matrimonio (Lebasi baraye arusi)
di Abbas Kiarostami – Iran 1976
con Hassan Darabi, Mehdi Nekoueï, Massoud Zand
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Ali, Hossein e Mamad sono tre giovani amici che lavorano negli esercizi commerciali che si affacciano sul cortile interno di un palazzo. Ali fa il garzone nella bottega di un sarto: quando una cliente benestante commissiona un vestito su misura per il figlio, da indossare il giovedì seguente al matrimonio della sorella, Hossein chiede all'amico di prestarglielo la sera di mercoledì, promettendo di riportarglielo indietro prima che la donna venga a ritirarlo la mattina dopo. Ma anche Mamad vuole sfoggiare il vestito, e convince Hossein a cederglielo... L'abito che dà il titolo a questo mediometraggio è l'oggetto del desiderio dei giovani protagonisti, un autentico status symbol (simbolo di ricchezza ed eleganza, come quella dei modelli che appaiono nel catalogo nel negozio del sarto) da sfoggiare, anche solo per una sera, per uscire con una ragazza (nel caso di Hossein) o per andare a teatro ad assistere allo spettacolo di un prestigiatore (nel caso di Mamad) e potersi permettere di salire sul palco come volontario. E mentre i genitori e gli adulti non comprendono questo desiderio ("Io indosso lo stesso vestito da nove anni!"), i ragazzi (e lo spettatore con loro) si interrogano se l'abito tornerà nel negozio sano e salvo prima che la cliente giunga a reclamarlo (soprattutto perché Mamad ha una reputazione per farsi coinvolgere nelle risse e tornare a casa con gli abiti strappati). Incentrato in fondo su un "piccolo" episodio, come altri lavori di Kiarostami il film si apre a un respiro più ampio grazie alla simpatica caratterizzazione dei tre amici e del luogo in cui lavorano, un microcosmo dove l'arte del commercio e delle transazioni si espande alle relazioni di tutti i giorni (si veda come i ragazzi "contrattino" ogni favore reciproco). In fondo, anche in questo caso, i problemi dell'infanzia o dell'adolescenza non sono altro che un simulacro, più ingenuo e innocente, di quelli dell'età adulta. Nota: Hassan Darabi, che interpreta Ali, era già stato il protagonista del precedente lungometraggio di Kiarostami, "Il viaggiatore".

25 marzo 2022

Anch'io posso (Abbas Kiarostami, 1975)

Anch'io posso (Man ham mitounam)
di Abbas Kiarostami – Iran 1975
**1/2

Visto su YouTube, in originale.

In questo altro cortometraggio (dura tre minuti e mezzo) realizzato per l'Istituto per lo Sviluppo Intellettuale dei Bambini e degli Adolescenti, Kiarostami non sceglie apparentemente un approccio educativo o pedagogico, ma si limita a mostrare ad ampio raggio la forza dell'immaginazione di un piccolo scolaro. Quando la maestra, infatti, gli proietta un cartone animato che mostra il movimento di diversi animali (si comincia con un canguro che procede a balzi; seguono poi un bruco che striscia, un topolino, un cavallo al galoppo, un pesce che nuota, una scimmietta che penzola dai rami di un albero), il bambino risponde dopo ogni scena "Anch'io posso farlo!". E infatti assistiamo al piccolo protagonista che imita i vari animali, riproducendone il comportamento e i movimenti. L'ultimo animale mostrato nel cartone animato, però, è un piccione che vola. E il bambino rimane perplesso, rendendosi conto di non poterlo imitare. La pellicola su conclude mostrando, in dissolvenza incrociata sul suo volto, l'immagine di un aereo in volo. Come detto, stavolta non c'è un messaggio morale esplicito: forse quello di conoscere e comprendere i propri limiti? La cosa, però, non impedisce di sognare, anche perché l'ingegno umano (che ha prodotto appunto gli aeroplani) forse riuscirà sempre in qualche modo ad aiutarci a realizzare i nostri sogni. In fondo il progresso tecnologico può essere visto proprio come il tentativo dell'uomo adulto di rispondere ai desideri e agli impulsi dell'infanzia, e in quanto tale ha una componente ludica che chiunque abbia lavorato in un progetto di ricerca conosce bene. Un bambino, di fronte alla natura e agli animali, mostrerà sempre uno stupore e un desiderio di farne parte, di condividerne le qualità e le caratteristiche: e solo un adulto che non perderà del tutto tale impulso potrà far progredire la specie umana. Da notare le sequenze a cartoni animati, realizzate appositamente: l'istituto Kanun, infatti, aveva al suo interno anche un dipartimento di animazione.

24 marzo 2022

Due soluzioni per un problema (A. Kiarostami, 1975)

Due soluzioni per un problema (Dow rahehal baraye yek masaleh)
di Abbas Kiarostami – Iran 1975
con Sahid, Hamid
***

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli.

Prima di diventare un regista apprezzato nei maggiori festival internazionali, Abbas Kiarostami ha lavorato per il Kanun, l'Istituto per lo Sviluppo Intellettuale dei Bambini e degli Adolescenti, di cui è stato il responsabile del dipartimento cinematografico. Per l'istituto ha realizzato una serie di pellicole, documentari e cortometraggi con finalità educative, che gli hanno dato la possibilità di sperimentare la propria tecnica, di imparare a dirigere gli attori (a cominciare dai bambini) e di raccontare storie senza l'assillo dei risultati commerciali o delle imposizioni di regime. Uno dei primi cortometraggi è questo "Due soluzioni per un problema", ispiratogli da un episodio accaduto davvero a uno dei suoi figli a scuola. Protagonisti sono due piccoli amici, Nader e Dara: quando il secondo restituisce al primo il libro che gli aveva prestato, ma con la copertina strappata, comincia un'altalena di dispetti reciproci: in una vera e propria escalation, i due bambini si danneggiano a vicenda libri, cartelle, righelli e capi di vestiario (sembra di assistere a una comica di Stanlio e Ollio, con i due che fanno a turno a farsi degli sgarbi!), fino ad arrivare inevitabilmente a picchiarsi. Su una lavagna, si fa il riepilogo dei danni reciprocamente inflitti. Ma poi la storia ricomincia da capo, e si sviluppa in modo diverso: Dara aggiusta il libro danneggiato, incollando la copertina, e i due bambini rimangono amici. La voce narrante, che fino a lì aveva accompagnato lo svolgersi dell'azione, non fa alcuna morale: lascia che sia il (si presume) piccolo spettatore a trarre da sé le conclusioni, ovvero a quale delle "due soluzioni per un problema" sia meglio ricorrere in casi del genere. Ma osservando il film da un punto di vista cinematografico, è divertente notare come la prima "soluzione", quella del litigio, sia infinitamente più interessante e dinamica: senza di essa, senza lo sviluppo di un conflitto, e dunque senza il contrasto fra le due soluzioni, un eventuale cortometraggio che proponesse soltanto lo scenario conciliante e pedagogico risulterebbe blando e banale. È una piccola ma vera e chiarissima lezione su come costruire un plot accattivante! E nonostante la semplicità narrativa e la povertà di mezzi, è incredibile come un corto di poco più di quattro minuti sia capace di rimandare a mondi paralleli e storie a bivi (come "Sliding doors").

12 maggio 2019

Compiti a casa (A. Kiarostami, 1989)

Compiti a casa (Mashgh-e shab)
di Abbas Kiarostami – Iran 1989
con Abbas Kiarostami, Iraj Safavi
***

Rivisto in divx, in originale con sottotitoli.

Insieme al suo operatore e ad un fonico, il regista Abbas Kiarostami si reca in una scuola elementare per "intervistare" alcuni dei bambini (e anche due genitori) sul tema dei compiti a casa. Che sono troppi, troppo difficili, richiedono tempo (sottratto ai lavori domestici o all'aiuto in casa che i piccoli sono spesso tenuti a dare) e il coinvolgimento attivo di genitori o parenti (molti dei quali illetterati). Per non parlare delle severe punizioni impartite ai figli se i risultati non sono quelli sperati (per i bambini è normale essere picchiati, e molti di loro affermano che faranno lo stesso con i propri figli, quando ne avranno), mentre molto più raramente giungono premi o incoraggiamenti. La pellicola, un vero e proprio documentario nella vena del "Salam cinema" di Mohsen Makhmalbaf, alterna le immagini delle interviste ai bambini (che appaiono timidi, intimoriti quando non proprio spaventati o traumatizzati) a scene della scolaresca che, radunata nel cortile della scuola, recita slogan e inni religiosi. Kiarostami non rilascia commenti, ma dalle domande che fa e dalle risposte che riceve è evidente la sua condanna verso un sistema scolastico che inibisce i piccoli, ne soffoca la creatività, scarica le responsabilità degli insegnanti su di loro o addirittura sulle loro famiglie. E pur nella sua semplicità e schiettezza, il film lascia intravedere sprazzi di poesia (come nel finale, quando lo scolaro più impaurito di tutti recita una preghiera). Kiarostami aveva già abilmente raccontato di bambini e problemi scolastici in numerosi cortometraggi "educativi", oltre che nel classico (di due anni prima) "Dov'è la casa del mio amico?".

26 agosto 2016

Five dedicated to Ozu (A. Kiarostami, 2003)

Five, aka Five dedicated to Ozu
(5 Long Takes dedicated to Yasujiro Ozu)
di Abbas Kiarostami – Iran/Fra/Gia 2003
**1/2

Visto in divx.

Come da titolo, il film è composto da cinque sequenze, girate nel novembre del 2003 sulla costa del Mar Caspio (tranne la seconda, che pare sia stata ripresa in Spagna) con inquadratura fissa (solo nella prima la macchina da presa si muove leggermente) e di durata variabile (da una decina di minuti a quasi mezz'ora). Le onde del mare trascinano un tronchetto sul bagnasciuga. Dei passanti camminano sulla banchina lungo il mare. Un gruppo di cani è seduto sulla spiaggia. Papere in processione corrono avanti e indietro. Infine, di notte, uno specchio d'acqua riflette la luna che entra ed esce dalle nuvole, prima di un temporale e dell'arrivo dell'alba. Senza dialoghi né trama, un documentario di pura contemplazione della natura, con l'acqua del mare come tema conduttore. Quasi un esercizio alla Warhol o un esperimento da installazione videoartistica per un museo, anche se Kiarostami – anche nelle sue pellicole di finzione – ci ha abituato al modo acuto e preciso con cui ritrae l'ambiente che circonda i suoi personaggi. Qui, semplicemente, c'è solo l'ambiente e i personaggi mancano: o forse lo siamo noi, gli spettatori. Oltre alle immagini, grande importanza hanno i suoni: lo sciabordio delle onde, i versi degli animali, il rumore della pioggia. Fra una sequenza e l'altra, mentre lo schermo sfuma in nero (o in bianco), si odono brevi brani musicali. Curiosa la dedica a Ozu (il regista giapponese, anche se girava sempre con la camera fissa, non ha mai realizzato cose del genere). In ogni caso, un esempio originale e ipnotico di cinema non narrativo: decisamente un'esperienza da ricordare per chi riesce a seguirla fino in fondo.

8 luglio 2016

Il viaggiatore (Abbas Kiarostami, 1974)

Il viaggiatore (Mosafer)
di Abbas Kiarostami – Iran 1974
con Hassan Darabi, Masud Zandbegleh
***1/2

Rivisto in DVD (registrato da "Fuori Orario"), in originale con sottotitoli.

Il piccolo Ghassem, figlio di un falegname che vive in una città di provincia, non ha in testa che il calcio. Già bocciato una volta, anziché studiare preferisce trascorrere le sue giornate a giocare a pallone con gli amici, incurante dei rimproveri della madre e delle punizioni che il padre o gli insegnanti gli impartiscono in continuazione. Quando viene a sapere che la nazionale iraniana giocherà una partita a Teheran, progetta di andarla a vedere. Per procurarsi i soldi necessari per il viaggio in autobus e il biglietto dello stadio non esita a rubare, a mentire e a ingannare: sottrae del denaro alla madre, prova a vendere la macchina fotografica dello zio, utilizza quest'ultima per fingere di scattare foto – dietro pagamento – agli alunni di una scuola elementare, e infine vende addirittura le porte con cui gioca la squadra del quartiere. Arrivato finalmente nella capitale, giunge allo stadio con tre ore di anticipo, bighellona un po' in giro, si addormenta e si risveglierà soltanto quando la partita è già terminata. Il primo vero lungometraggio di Kiarostami (il precedente "L'esperienza", oltre che più corto, si basava su un soggetto non suo) è incentrato sul tema del desiderio, assolutamente centrale nel suo cinema, e amplia i contenuti già presenti nel suo secondo cortomentraggio, "La ricreazione". Le azioni di Ghassem, personaggio indimenticabile e pieno di energia anche se tutt'altro che un ragazzo modello, sono rivolte esclusivamente alla realizzazione del suo obiettivo, incurante dei disagi, dei danni o delle delusioni che arreca agli altri: ma che in realtà il ragazzo abbia sensi di colpa è dimostrato nel finale, quando dorme sul prato mentre si sta giocando la partita, e sogna le conseguenze delle sue malefatte (il fallimento all'esame in classe per cui non ha studiato, l'essere inseguito dai ragazzini furibondi ai quali aveva promesso le fotografie). Al suo fianco c'è il fedele amico Akbar, quasi una voce della coscienza: pur coinvolto nelle sue bravate (un po' controvoglia, e in fondo in maniera disinteressata, anche se segretamente invidia l'amico), continuerà a ricordargli gli impegni e gli obblighi (i compiti da fare) e a interrogarsi al posto suo sulle conseguenze di ogni sua azione. Indicativa la scena in cui Akbar, intento a studiare, chiede al protagonista il significato di alcune parole, forse non scelte a caso: "ribelle" e "ambizione".

Quello de "Il viaggiatore" è un ritratto straordinario della fanciullezza, della noncuranza con cui si inseguono i propri obiettivi, con un protagonista esuberante e intraprendente, che appare quanto mai vivo e reale sullo schermo anche grazie alla rappresentazione del suo rapporto con l'ambiente che lo circonda. Il mondo di Ghassem – ma alla sua età come può essere altrimenti? – è onnipotente e autoreferenziale, senza punti di contatto con quello degli adulti (la madre e l'insegnante pensano solo a rimpallarsi le responsabilità della sua mancata educazione) e dunque con la sfera della maturità, che raggiungerà senza dubbio attraverso esperienze e delusioni come quella che conclude la pellicola, primo momento in cui il protagonista entra in contatto con una realtà più ampia (la grande città) di quella in cui finora ha vissuto. Il film mette dunque in scena un passaggio fondamentale della crescita: non sappiamo cosa ne sarà di Ghassem dopo la conclusione della vicenda, se sarà severamente punito e se imparerà dai suoi errori. Probabilmente, però, il viaggio e il suo infausto esito, anche se possono sembrare un semplice episodio di intemperanza, costituiranno un punto di passaggio e di svolta nella sua vita e nella sua crescita. Sotto forma di parabola, la storia illustra come desiderare qualcosa a tutti i costi possa portare infine anche a perderla nel più banale dei modi. Ma come nei migliori film prodotti dai registi iraniani per conto dell'Istituto per lo Sviluppo Intellettuale dei Bambini e degli Adolescenti, le vicende minimaliste dei ragazzini possono assumere significati che vanno ben al di là di una lettura superficiale o di un messaggio morale o pedagogico. Regia e fotografia sono ottimi esempi di quel realismo poetico, qui ancora in fase embrionale, che farà la fortuna del nuovo cinema iraniano. Da sottolineare soprattutto l'uso delle ellissi (la più evidente è proprio la partita di calcio, così centrale nell'economia della vicenda eppure mai mostrata) e, per la prima volta in un lungometraggio iraniano, del sonoro in presa diretta (un elemento che diventerà distintivo di un'intera cinematografia, spesso usato in maniera creativa e artistica).

7 luglio 2016

L'esperienza (Abbas Kiarostami, 1973)

L'esperienza (Tadjrebeh)
di Abbas Kiarostami – Iran 1973
con Hossein Yarmohammadi, Parviz Naderi
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Il quattordicenne Mahmad lavora come garzone in uno studio fotografico, all'interno del quale trascorre anche le notti. Trattato male o con sufficienza dal padrone del negozio, che non perde occasione per rimproverarlo, il ragazzo passa le giornate facendo le pulizie e servendo il tè, e le sere ascoltando la radio e osservando il mondo introno a lui. Invaghito di una studentessa sua coetanea ma dei quartieri alti, sottrae le scarpe e la giacca del proprietario del negozio per presentarsi a lei tutto in ghingheri. Quando decide di licenziarsi per chiedere alla famiglia della ragazza di essere assunto a servizio nella sua casa, ne ottiene però un rifiuto. Il titolo del primo mediometraggio di Kiarostami (dopo due corti) si riferisce sia all'esperienza lavorativa che a quella sentimentale del protagonista, un giovane ai suoi primi passi nel mondo della vita "adulta". Solo (il fratello si è sposato da poco), taciturno, senza punti di riferimento, Mahmad si getta a capofitto nella vita con un misto di ribellione, intrapendenza e cautela. Alcuni critici hanno paragonato il film ad "Antoine e Colette" di Truffaut, visto che entrambi mettono in scena una "educazione sentimentale" destinata a scontrarsi con la dura realtà e l'inevitabile delusione che spesso incornicia i primi, timidi tentativi di approccio amoroso degli adolescenti. Quello di Mahmad è un mondo fatto di solitudine, precarietà e ingiustizie, dove però basta il sorriso di una ragazza per illudersi di aver trovato una ragione di vita, e dove ogni difficoltà è destinata a essere superata e dimenticata nel giro di poche ore. La regia di Kiarostami esibisce una grande attenzione al dettaglio, ai piccoli gesti quotidiani, agli oggetti e agli ambienti. Il soggetto del film è di Amir Naderi, che l'ha ceduto all'amico essendo impegnato nelle riprese di un'altra pellicola.

6 luglio 2016

La ricreazione (Abbas Kiarostami, 1972)

La ricreazione, aka Intervallo (Zang-e tafrih)
di Abbas Kiarostami – Iran 1972
con Seyrouss Hassanpour
***

Visto su YouTube.

Dopo essere stato punito a scuola dall'insegnante perché, come ci spiega una scritta in sovrimpressione, durante l'intervallo ha rotto una finestra con una pallonata, il piccolo Dara si accinge a tornare a casa con la sua palla sotto il braccio. La sua attenzione è attirata da un gruppo di ragazzini che giocano a calcio per la strada, e Dara non resiste alla tentazione di calciargli lontano il pallone non appena questo si dirige verso di lui. Inseguito da uno dei ragazzi, è costretto prima a nascondersi e poi a prendere una lunga e pericolosa deviazione, attraversando pascoli, colline e campi innevati e strade piene di automobili. Il secondo cortometraggio di Kiarostami racconta, come il primo, la vicenda minimalista di un bambino obbligato ad affrontare un'improvvisa difficoltà. Ma rispetto al lavoro precedente, aggiunge complessità e significato a quella che è prima di tutto una storia simbolica e fiabesca (addirittura senza una vera conclusione: lo schermo sfuma in bianco mentre il ragazzo cammina al fianco della strada trafficata, impossibilitato ad attraversarla), costruita su due concetti in contrapposizione: il desiderio (quello del bambino di calciare la palla) e la solitudine (Dara si ritrova solo prima, durante e dopo il calcio fatidico). La regia comincia a mostrare soluzioni inventive, sfruttando l'ambientazione stessa come strumento di montaggio interno (si pensi all'inquadratura nel corridoio, con la messa a fuoco che passa dal vetro rotto al primo piano del ragazzo, o il campo lungo nel finale, quando il bambino scende per il pendio mentre in primo piano scorrono le automobili). Come "Il pane e il vicolo", anche questo è muto e stavolta pure senza musica: la vicenda è raccontata soltanto attraverso i rumori ambientali e le espressioni del piccolo protagonista.

5 luglio 2016

Il pane e il vicolo (Abbas Kiarostami, 1970)

Il pane e il vicolo (Nan va koucheh)
di Abbas Kiarostami – Iran 1970
con Reza Hashemi, Mehdi Shirvanfar
***

Visto su YouTube, per ricordare Abbas Kiarostami.

Un bambino sta tornando a casa, reggendo sottobraccio una forma di pane e divertendosi a calciare per la strada un barattolo accartocciato. Giunto in uno stretto vicolo, è intimorito da un cane che gli sbarra il passaggio. Esita sul da farsi, prova a incamminarsi al fianco di un anziano signore che però presto devia per una strada secondaria. Alla fine trova il coraggio di lanciare al cane un pezzo di pane, facendoselo amico. L'animale, scodinzolando, lo accompagnerà fino a casa, dove però la madre del protagonista gli impedirà di entrare. Al cane non resterà che adagiarsi fuori dalla porta, proprio mentre un altro ragazzino sta avvicinandosi a sua volta, e tutto ricomincerà da capo... Nel cortometraggio di debutto del più grande regista iraniano di sempre (nonché uno dei miei registi preferiti in assoluto), c'è già tutto il Kiarostami che verrà: l'attenzione al mondo dei bambini, lo studio del paesaggio, la cura nella messa in scena, nelle inquadrature e nel montaggio, la proposizione di piccoli dilemmi morali e di un microcosmo come specchio di una realtà più grande. Costretto a lavorare entro gli stretti margini della censura, ma potendo godere di una certa libertà e autonomia al servizio dell'Istituto per lo Sviluppo Intellettuale dei Bambini e degli Adolescenti (l'ente culturale e statale del quale proprio Kiarostami, fino ad allora grafico e creativo pubblicitario, contribuisce con questo film a fondare la sezione cinematografica), il regista saprà far emergere la propria poetica in maniera pura e stratificata al tempo stesso, dando vita a una stagione senza eguali per il cinema iraniano. Praticamente muto, il cortometraggio è arricchito dai rumori ambientali e da un'interessante colonna sonora: una versione strumentale di "Obladì Obladà" dei Beatles accompagna il piccolo protagonista fino a quando la musica non si arresta al momento dell'incontro con il cane; altri brani di varia natura sottolineano il suo passo a fianco del vecchio con l'apparecchio acustico (un pezzo assai ritmato) e del cane ormai diventato amico (un brano di musica barocca); infine, a sottolineare la ripetizione della situazione conclusiva, c'è un tema jazzato.

8 maggio 2013

Qualcuno da amare (A. Kiarostami, 2012)

Qualcuno da amare (Like someone in love)
di Abbas Kiarostami – Giappone/Francia 2012
con Tadashi Okuno, Rin Takanashi
***

Visto al cinema Eliseo, con Sabrina.

Akiko (Rin Takanashi), una studentessa universitaria che si prostituisce all'insaputa del geloso fidanzato Noriaki (Ryo Kase), viene inviata dal suo protettore (Denden) a casa di Takashi (Tadashi Oduno), un anziano insegnante di sociologia che vive da solo. Vedendoli insieme, Noriaki pensa inizialmente che l'uomo sia suo nonno, ma quando scopre la verità diventerà furibondo. Dopo "Copia conforme", che aveva girato in Italia (ma di produzione francese), Kiarostami realizza un altro film lontano dall'Iran, questa volta in Giappone, senza peraltro rinunciare al proprio stile semidocumentaristico e neorealistico, all'approccio esistenzialista e ai suoi marchi di fabbrica (prolungate conversazioni, sequenze che scorrono e si concatenano l'una nell'altra, ampio ricorso a scene ambientate in automobile, mille dettagli solo apparentemente insignificanti e altri, fondamentali, che rimangono impliciti). La trama si sviluppa in maniera al tempo stesso lineare (per lunghi tratti sembra quasi dipanarsi in tempo reale) e obliqua (lo spettatore resta talvolta in attesa di una spiegazione o di un colpo di scena che non si verificherà mai), fino a un finale improvviso, che giunge quasi come uno shock visto il ritmo rilassato del resto del film. E il titolo spiega già tutto sui temi della pellicola: il disperato bisogno non tanto di amore quanto di "qualcuno da amare", per superare la solitudine e il dolore dell'esistenza. Questo vale per Akiko (bellissima la scena del mancato incontro con la nonna, giunta a Tokyo dalla campagna per rivederla), per Noriaki (il cui amore per Akiko sconfina nell'ossessione), ma soprattutto per l'anziano Takashi, che vive da solo (la moglie è morta, la figlia e la nipote non vengono mai a trovarlo), e che cerca nella ragazza non una notte di sesso ma soltanto compagnia. Il resto sono squarci di grande cinema (la scena del viaggio in taxi di Akiko, con le luci e le insegne di Tokyo che si riflettono sul finestrino, e il doppio giro dell'auto attorno alla piazza della stazione per permettere alla ragazza di vedere – se pur a distanza – la nonna) e dialoghi naturalistici (che nascono spesso da incontri casuali e inaspettati, come quelli fra Noriaki e Takashi mentre aspettano Akiko davanti all'università; fra Takashi e il suo ex alunno nell'autofficina; fra Akiko e la vicina impicciona davanti alla casa di Takashi), a compensare quell'elusività (vera o apparente) che potrebbe respingere uno spettatore non abituato allo stile del regista, qui perfettamente a proprio agio con il setting nipponico.

12 marzo 2013

Close up (Abbas Kiarostami, 1990)

Close Up (Nema-ye Nazdik)
di Abbas Kiarostami – Iran 1990
con Hossain Sabzian, Hossain Farazmand
***1/2

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli, con Eleonora, Paola, Marta, Sabrina.

Spacciandosi per il celebre regista Mohsen Makhmalbaf (ai tempi reduce dal successo de “Il ciclista”, e in seguito autore di “Viaggio a Kandahar”), un operaio disoccupato (Hossein Sabzian) conquista l'amicizia dei membri di una ricca famiglia di Teheran, gli Ahankhah, e inizia a frequentarli assiduamente, suggerendo di usare la loro casa come set per il suo prossimo film e promettendo anche un ruolo da attore a uno dei figli. Scoperto e arrestato, ammette la truffa ma spiega anche di non aver avuto cattive intenzioni o secondi fini, se non quello di "vivere" nel ruolo che aveva sempre desiderato. Kiarostami ha avuto l'idea di realizzare un film sulla vicenda dopo aver letto la notizia su un giornale. Il risultato è una vertiginosa “riflessione sul potere del cinema”, come l’ha definito Nanni Moretti nel suo cortometraggio “Il giorno della prima di Close Up”; il film più metacinematografico della cinematografia più metacinematografica di tutte, quella iraniana (basti pensare a titoli come “Lo specchio”, “Pane e fiore”, “Sotto gli ulivi” o “Salaam Cinema”); il capolavoro “filosofico” (più che neorealista) del regista; ma anche molto altro (una profonda indagine sull'identità, per esempio, o sull'ossessione per l'arte). A parte le scene del processo, che sono reali (ma Kiarostami era presente con una sua telecamera per riprendere l’udienza, e tutti ne erano consapevoli), il resto è stato ricostruito con l’aiuto degli stessi protagonisti del fatto, che dunque interpretano sé stessi. In poche parole, Sabzian recita nel suolo di sé stesso che recita nel ruolo di Makhmalbaf: come credergli, allora, quando afferma “In questo momento non sto recitando?”. Oltre a lui, però, anche gli altri attori sono contemporaneamente "veri" (interpretano sé stessi, ripropongono ciò che è successo realmente) e "fasulli" (si tratta comunque di una messa in scena): tutti recitano una parte, anche quando in realtà non lo fanno, come in una sorta di "falso documentario". Per questo motivo "Close Up" (il titolo significa "primo piano", "inquadratura ravvicinata": ma non sempre i dettagli si distinguono meglio da vicino!) è un complesso intreccio fra realtà, finzione e metacinema, con tanto di messa in scena spoglia ed essenziale, e persino di "finti" tempi morti – come nella sequenza della lunga attesa dell'autista del taxi davanti alla villa della famiglia Anankhah (con l'interminabile inquadratura della lattina che rotola lungo la strada) – o "finti" problemi tecnici (l'audio che va e viene nella celeberrima scena finale, quella in cui Sabzian e il "vero" Makhmalbaf viaggiano in motorino per le strade di Teheran; da notare che la stessa "trovata" dell'audio difettoso sarà riproposta da Jafar Panahi ne "Lo specchio"). Molto interessante anche il sottotesto sociale, che illustra la forza del cinema e l'importanza che questa forma d'arte investe per ampi strati della popolazione, non importa se si tratta di poveri (come Sabzian) o di benestanti (come gli Ahankhah): per tutti il cinema è una fonte di sogni, di speranze, un modo per allargare la propria visione del mondo e per ampliare i propri orizzonti, anche al punto di ingannare o di lasciarsi (consapevolmente?) ingannare. A un certo punto, alcuni membri della famiglia affermano addirittura di aver presto compreso di trovarsi di fronte a un truffatore, ma di aver continuato a far finta di crederci pur di permettere agli altri parenti (come la madre, per esempio) di proseguire a vivere nel loro sogno. In un paese pieno di difficoltà contingenti (pur ricchi, anche i figli degli Ahankhah hanno problemi nel trovare un lavoro; entrambi sono laureati in ingegneria, ma il maggiore si è adattato a lavorare in un panificio mentre il secondo è disoccupato), l'idea di diventare sia pure per un breve momento un attore o un regista può essere molto allettante: e chissà come i vari personaggi hanno reagito alla richiesta di Kiarostami, quando ha proposto loro di realizzare davvero un film sulla loro vicenda. Nota a margine: divertente l'incipit con il giornalista con il mito di Oriana Fallaci (il film precede di oltre dieci anni l'attentato delle Twin Towers e l'uscita de "La rabbia e l'orgoglio", ovviamente).

3 ottobre 2008

Sotto gli ulivi (A. Kiarostami, 1994)

Sotto gli ulivi (Zire darakhatan zeyton)
di Abbas Kiarostami – Iran 1994
con Mohamad Ali Keshavarz, Hossen Rezai
****

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli.

Con questo indimenticabile film sull'amore e sull'arte (la sua visione in sala rappresentò il mio primo incontro con Kiarostami e in generale con il cinema iraniano: fu un colpo di fulmine) il gioco di scatole cinesi della trilogia di Koker giunge a compimento: ciascuno dei tre lungometraggi costituisce un elemento di finzione all'interno della "realtà" rappresentata dal film successivo. "Sotto gli ulivi", infatti, finge di essere il making of di "E la vita continua...", il protagonista del quale, a sua volta, era il regista di "Dov'è la casa del mio amico?". Sullo schermo agiscono dunque contemporaneamente ben due alter ego di Kiarostami: Farhad Kheradmand, protagonista del film precedente che qui deve recitare nella parte di sé stesso, e Mohamad Ali Keshavarz, che nella scena iniziale (rompendo il quarto muro) mette subito in chiaro di essere solo un attore che "interpreta il ruolo del regista del film". La lavorazione di "E la vita continua...", fra le macerie del terremoto del Gilan, trova però un inatteso ostacolo nel delicato rapporto fra due attori (non professionisti: lui è muratore, lei studentessa) di una scena marginale: il giovane Hossein è innamorato di Tahereh, che sullo schermo interpreta sua moglie, e attende da lei una risposta alla sua richiesta di matrimonio. Questa giungerà solo della fine del film, ma noi non la conosceremo mai perché la macchina da presa si terrà pudicamente a distanza, intrattenendoci con un campo lunghissimo nel quale i personaggi si riducono a due puntini visti da lontano: nel frattempo risuonano le note di un concerto di Cimarosa, nella cui gioiosità risiede forse la soluzione al dilemma fornito dal finale aperto. "Sotto gli ulivi" è un film unico nel suo genere, poetico e stimolante, esteticamente gradevolissimo, costruito su soluzioni cinematografiche insolite e coraggiose (la lunga soggettiva dell'automobile guidata dalla signora Shiva, l'assistente del regista; la ripetizione, quasi allo sfinimento, della scena minimalista recitata da Hossein e Tahereh), scenografie intriganti (i cespugli fioriti che costeggiano l'ormai celebre sentiero a zig-zag; la verde collina costeggiata dagli ulivi mossi dal vento, dove pernotta la troupe cinematografica), spunti filosofici o a sfondo sociale (le ingenue ma profonde riflessioni di Hossein sulla necessità di far sposare i ricchi con i poveri e gli istruiti con gli analfabeti; l'incapacità dei giovani attori di separare il ruolo che recitano dalla realtà), e come tale è godibile anche trascurando l'autoreferenzialità. Però, tra le righe, offre molto di più: in diverse scene, per esempio, rivediamo Babak e Ahmed Ahmadpur, i protagonisti di "Dov'è la casa del mio amico?", la cui sorte era rimasta in sospeso alla fine di "E la vita continua...": il sollievo nel saperli vivi non può essere colto da chi non ha visto entrambi i film precedenti.

23 settembre 2008

E la vita continua... (A. Kiarostami, 1991)

E la vita continua... (Zendegi va digar hich)
di Abbas Kiarostami – Iran 1991
con Farhad Kheradmand, Buba Bayour
***1/2

Visto in DVD, in originale con sottotitoli.

Nel giugno del 1990 un devastante terremoto colpì le regioni settentrionali dell'Iran, distruggendo interi villaggi e uccidendo decine di migliaia di persone. Preoccupato per la sorte dei piccoli fratelli Ahmadpur, interpreti del suo precedente film "Dov'è la casa del mio amico?", un regista (Kiarostami stesso?) parte in macchina da Teheran insieme al proprio figlio per raggiungere il villaggio di Koker, dove i bambini abitavano, e scoprire se sono sopravvissuti. Il viaggio si rivela però ben più difficile del previsto: l'unica strada è impraticabile e l'automobile con i due protagonisti a bordo è costretta a innumerevoli deviazioni fra colline e macerie. Con un'insolita commistione fra finzione e documentario, al punto che non è facile capire dove finisca la prima e inizi il secondo, in questa eccezionale pellicola la macchina da presa si sostituisce spesso all'occhio dei personaggi o degli spettatori, mostrando in soggettiva gli effetti del terremoto (con panoramiche delle strade e delle case in rovina, riprese dal finestrino dell'automobile) e come la gente comune affronti con la catastrofe disperazione o rassegnazione. In quegli stessi giorni si svolgevano i campionati mondiali di calcio (in Italia), e anche fra i profughi e gli sfollati c'è chi si preoccupa di trovare un modo di seguire le partite: i morti sono morti, ora bisogna pensare alla vita. La scenetta con i due novelli sposini che hanno deciso di unirsi immediatamente in matrimonio il giorno dopo il sisma sarà alla base del successivo film della trilogia. Non mancano riflessioni su Dio (il terremoto è stato voluto da lui?) e la morte ("Se i morti potessero resuscitare, apprezzerebbero di più la vita"). Inquantificabile l'importanza del paesaggio, fra colline spoglie (si rivede brevemente anche la celebre strada a zig zag sormontata dall'albero solitario), alture rocciose, strade polverose, piantagioni di ulivi, greggi di pecore, e squarci poetici come l'improvvisa apparizione di un campo verde attraverso la finestra di una casa semidistrutta. A sguardi ravvicinati su mura, crepe, fessure, intonaci e mattoni si alternano campi lunghi o lunghissimi, come quello della strada in ripida salita che chiude il film e che prefigura, naturalmente, il magnifico finale di "Sotto gli ulivi".

20 settembre 2008

Dov'è la casa del mio amico? (A. Kiarostami, 1987)

Dov'è la casa del mio amico? (Khane-ye doust koudjast?)
di Abbas Kiarostami – Iran 1987
con Babek Ahmadpur, Ahmed Ahmadpur
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Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Prima pellicola della trilogia metacinematografica composta anche da "E la vita continua..." e "Sotto gli ulivi" (nota anche come "trilogia di Koker", dal nome del villaggio nel quale si svolgono le vicende, situato in una regione sperduta dell'Iran settentrionale), questo meraviglioso film ha fatto conoscere al pubblico internazionale sia Kiarostami sia il cinema iraniano, ovvero la cinematografia più sorprendente e notevole di tutto il panorama mondiale a cavallo fra gli anni ottanta e novanta (si pensi anche a Makhmalbaf, a Naderi, a Panahi). La minimalistica vicenda – un inno all'amicizia e alla solidarietà disinteressata – vede come protagonista il piccolo Ahmad, un ragazzino di otto anni che cerca disperatamente di riportare all'amico Mohamed Reza – che abita in un altro villaggio – il suo quaderno, che per errore aveva infilato nella propria cartella: il maestro aveva infatti minacciato di espellere Mohamed Reza se si fosse dimenticato ancora il quaderno a casa. Fra l'indifferenza degli adulti, che sembrano non rendersi conto del piccolo dramma che i bambini stanno vivendo, e l'ostilità di una natura che si manifesta nel buio della notte, nello sferzare del vento, nell'ululato dei cani e nella desolazione delle labirintiche strade del villaggio di montagna, con le sue case di fango e roccia e quelle splendide porte azzurre, Ahmad cercherà inutilmente di rintracciare "la casa del suo amico". Il bellissimo finale, con il fiore che compare all'improvviso fra le pagine del quaderno, chiude in maniera sublime una pellicola leggera e profonda al tempo stesso. Aspirante regista di film pubblicitari, Kiarostami ha potuto coltivare la propria arte in patria grazie all'Istituto per lo Sviluppo Intellettuale dei Bambini e degli Adolescenti, un ente dotato fra le altre cose anche di un centro cinematografico i cui prodotti – avendo scopi pedagogici e quasi esclusivamente bambini come protagonisti – ottenevano facilmente il via libera dalla censura degli ayatollah. Con pochissimi mezzi a disposizione, memore della lezione del neorealismo italiano ma capace anche di sviluppare un approccio artistico del tutto personale, Kiarostami ha saputo creare opere affascinanti e intellettualmente stimolanti, dove il senso del bello e l'idea che la poesia possa nascondersi ovunque non hanno affatto bisogno di affidarsi al patetismo, al pauperismo o a una concezione umanitaria distorta. E non è nemmeno vero che il regista si limiti a riprendere la realtà, come in un documentario: lo dimostra – oltre alle vertiginose riflessioni metanarrative dei film successivi – il fatto che persino l'ambiente descritto in questo e in altri suoi film è in realtà tutt'altro che "vergine". Una delle scene più celebri, per esempio, mostra il piccolo protagonista salire e poi scendere più di una volta lungo una collina, dove una strada a zig zag conduce a un albero solitario. Ebbene, quella strada fu fatta realizzare appositamente da Kiarostami, che chiese anche di piantare l'albero dove il terreno era del tutto spoglio.

28 marzo 2008

Tickets (Olmi, Kiarostami, Loach, 2005)

Tickets
di Ermanno Olmi, Abbas Kiarostami, Ken Loach – Italia/GB 2005
con Carlo Delle Piane, Silvana de Santis
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Visto in divx alla Fogona.

Tre episodi – ambientati in un convoglio ferroviario – che sfumano l'uno nell'altro senza una separazione netta, con alcuni personaggi comuni che "traghettano" lo spettatore attraverso le varie storie. Nel segmento di Ermanno Olmi (*1/2), un anziano farmacologo (Delle Piane) che sta tornando in Italia dalla Germania rimpiange un possibile amore mai nato con la bella interprete (Valeria Bruni Tedeschi) che lo ha aiutato a trovare il posto in treno. Mentre i vagoni vengono perlustrati da una pattuglia di militari alla misteriosa ricerca di qualcosa, il professore ha un gesto di solidarietà nei confronti di un bambino albanese in viaggio con la sua famiglia. Nell'episodio di Abbas Kiarostami (**), un giovane che sta svolgendo il servizio civile pianta in asso l'arrogante e odiosa moglie di un generale che deve accompagnare e che lo schiavizza in continuazione. Nell'episodio di Ken Loach (**1/2), infine, tre tifosi scozzesi della squadra di calcio del Celtic, in viaggio verso Roma per assistere a una partita, cedono generosamente uno dei loro biglietti alla famiglia albanese di cui sopra, per poi sfuggire alla polizia una volta giunti in stazione grazie all'aiuto dei tifosi romanisti. L'ambientazione all'interno di un convoglio di Trenitalia è il filo conduttore dell'intera pellicola, ma solo Loach sfutta anche il titolo del film ("Biglietti"). Nel complesso, una pellicola che non graffia e non colpisce particolarmente. Olmi è troppo populista, Kiarostami è simpatico ma effimero, solo Loach mette in scena dei "veri" personaggi.