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27 luglio 2023

Close (Lukas Dhont, 2022)

Close (id.)
di Lukas Dhont – Belgio/Fra/Ola 2022
con Eden Dambrine, Gustav de Waele
***

Visto in TV (Sky Cinema).

L'amicizia fra i tredicenni Léo (Dambrine) e Rémi (de Waele) è talmente stretta che a scuola i compagni suggeriscono che siano innamorati l'uno dell'altro. La cosa turba Léo, che cerca di prendere le distanze dall'amico, allontanandosi da lui – da cui in precedenza era inseparabile – per frequentare altri circoli. E quando Rémi, improvvisamente, si suiciderà, Léo sarà tormentato dai sensi di colpa. Secondo film per il regista Lukas Dhont e il suo co-sceneggiatore Angelo Tijssens: come il precedente "Girl", con cui ha molto in comune, esplora il vissuto intimo di personaggi giovanissimi alla prese con la scoperta di sé e dei propri sentimenti, qualcosa di assai difficile in un'età in cui non solo non si hanno le idee chiare, ma non si è nemmeno abbastanza forti da resistere all'influenza dell'ambiente circostante, anche quando questo non è necessariamente negativo o tossico (i genitori dei due bambini approvano la loro amicizia, i compagni di classe si limitano a scherzarci sopra). E che, per questi motivi, scelgono di cambiare strada per paura dei propri sentimenti o per il timore di essere giudicati. La maggior parte della pellicola si svolge dopo la morte di Rémi, e dunque il film parla più di elaborazione del lutto e dei sensi di colpa (quando la vita "va avanti") che di consapevolezza queer o di coming out (anzi, non è nemmeno detto che Léo sia gay: la sua amicizia con Rémi può essere semplicemente questo, un'amicizia), come invece accadeva, per esempio, in "Fucking Åmål". Rispetto a "Girl", il film è forse un po' più costruito, ma non meno intenso. Grand Prix a Cannes, e nomination all'Oscar come miglior film straniero.

29 marzo 2023

Mouchette (Robert Bresson, 1967)

Mouchette - Tutta la vita in una notte (Mouchette)
di Robert Bresson – Francia 1967
con Nadine Nortier, Jean-Claude Guilbert
***

Rivisto in divx.

La quattordicenne Mouchette (Nadine Nortier) vive con la madre malata e il padre ubriacone e violento in un villaggio nella campagna francese. Qui è ostracizzata dalle compagne, sfruttata dalla famiglia, incompresa da tutti. Dopo la morte della madre, e dopo essere stata violentata da un cacciatore in una notte di tempesta, prenderà la decisione più drastica. Tratto dal romanzo "Nouvelle histoire de Mouchette" (1937) di Georges Bernanos, un altro ottimo esempio del cinema esistenzialista e minimalista di Bresson: nonostante la sua breve durata, è estremamente intenso dal punto di vista emotivo e, soprattutto, non sfiora mai la retorica o il patetismo. Anzi, Mouchette, pur umiliata e maltrattata (tanto dagli uomini quanto dal destino), mostra sempre uno sguardo orgoglioso e non nasconde la propria rabbia, il proprio odio e disprezzo verso il mondo e le persone che la circondano. Lo si nota da mille piccoli gesti, evidenti (il lancio di fango verso le compagne di scuola) o meno (la "stonatura" dell'ultima nota durante il coro in classe: più tardi, quando canterà la stessa canzone per Arsène, sarà perfettamente intonata), spesso anche in risposta a gesti apparentemente gentili ma ipocritamente convenzionali (la rottura della tazza della negoziante, lo sporcare il tappeto dell'anziana che le regala il lenzuolo funebre per la madre). E per essere un personaggio che parla pochissimo, quando lo fa non esita a lasciarsi andare a invettive anch'esse esplicite (come quel "Merda" di ribellione verso il padre, o il "Mi fate solo schifo!", nel finale, rivolto idealmente all'intero villaggio). Curiosamente, l'unica persona verso la quale mostra una certa tenerezza ed empatia (a parte il giovane che le sorride durante il breve momento di svago al luna park, quando grazie alla gentilezza di una sconosciuta può permettersi uno giro sugli autoscontri) è proprio Arsène, l'uomo che si approfitta di lei. E la sua ribellione non può sfociare in una vera fuga se non sotto forma del suicidio che Bresson rappresenta sullo schermo in maniera originale ed esemplare, in una scena finale memorabile, quella in cui la ragazzina, avvolta nel lenzuolo, si lascia rotolare lungo la collina più volte, fino a finire dentro lo stagno. Personaggio indimenticabile, Mouchette attraversa tutta la pellicola con forza e intensità, mentre l'ambiente crudele in cui vive è descritto tramite tanti piccoli dettagli (si pensi alla "faida" fra il cacciatore di frodo Arsène e il guardiacaccia Mathieu: e i vari animaletti catturati o uccisi, uccellini e leprotti, simboleggiano l'innocenza e la gioventù). Sui titoli di testa e di coda si ode il "Magnificat" di Claudio Monteverdi. Jean-Claude Guilbert, che interpreta Arsène, aveva già recitato per Bresson nel precedente "Au hasard Balthazar": cosa rara per il regista, che quasi mai lavorava più volte con gli stessi attori.

4 dicembre 2022

Monsieur Lazhar (Philippe Falardeau, 2011)

Monsieur Lazhar (id.)
di Philippe Falardeau – Canada 2011
con Fellag, Sophie Nélisse, Emilien Néron
**1/2

Visto in divx.

Bashir Lazhar (Fellag), esule algerino in Canada, è assunto come nuovo insegnante in una scuola elementare di Montreal, in sostituzione di una docente che si è misteriosamente impiccata in classe. I suoi metodi sono "tradizionali", in contrapposizione con le moderne correnti pedagogiche in auge nell'istituto, ma proprio per questo riesce a stringere un rapporto più sincero e diretto con i piccoli alunni, aiutandoli a superare lo shock della morte della precedente insegnante (il cui suicidio torna continuamente nei loro ricordi e discussioni) e a "crescere" affrontando questioni importanti (come l'ingiustizia) durante le lezioni. Tratto da un monologo teatrale di Évelyne de la Chenelière e "cucito" attorno al protagonista Mohamed Saïd Fellag (comico e scrittore algerino, la cui vita ha diversi punti in comune con quella di Bashir, essendosi trasferito in Francia per le turbolenze politiche in patria), un piccolo film sulla scuola e l'insegnamento che affronta temi maturi in modo delicato. Forse è un po' dispersivo, visto che si muove in tante direzioni e affronta numerosi argomenti (i rapporti di Bashir con i bambini, i genitori, la preside e gli altri insegnanti; lo status stesso di Bashir in quanto rifugiato politico, e il passato tragico da cui è in fuga; il tema del suicidio, della morte e del superamento appunto dei lutti e delle difficoltà; lo "scontro" di culture), sempre però con garbo e sensibilità, aiutato anche dai piccoli (e ottimi) interpreti, dove spiccano l'intelligente e matura Alice (Sophie Nélisse) e il traumatizzato e introverso Simon (Emilien Néron). Le strade e i cortili innevati di Montreal fanno da sfondo alle scene ambientate in classe. Premio del pubblico al festival di Locarno e nomination agli Oscar come miglior film straniero.

13 maggio 2021

Il giardino delle vergini suicide (S. Coppola, 1999)

Il giardino delle vergini suicide (The Virgin Suicides)
di Sofia Coppola – USA 1999
con Kirsten Dunst, Josh Hartnett
***

Rivisto in DVD.

Raccontato in flashback, 25 anni dopo i fatti, da uno dei ragazzi del vicinato che hanno assistito da lontano a tutta la vicenda, la storia del misterioso suicidio delle cinque sorelle Lisbon – Cecilia (Hanna R. Hall), di 13 anni; Lux (Kirsten Dunst), di 14; Bonnie (Chelse Swain), di 15; Mary (A. J. Cook), di 16; Therese (Leslie Hayman), di 17 – cresciute nella bambagia di una famiglia benestante e altoborghese in un ricco quartiere residenziale alla periferia di Detroit. Anche se gli indizi sul motivo dei suicidi in qualche modo non mancano (l'asfissia della famiglia in primis, con genitori molto severi, protettivi e oppressivi: il padre, insegnante nella loro stessa scuola, è debole e sottomesso; la madre, casalinga, è bigotta e intransigente, tanto che giunge a rinchiudere le figlie in casa), i veri pensieri e l'indole delle ragazze rimangono sempre evasivi e sfuggenti, un vero e proprio enigma agli occhi dei ragazzi osservatori, che ammettono la loro incapacità di afferrare o conoscere l'animo femminile ("Capimmo che sapevano tutto di noi, e che noi non potevamo comprenderle affatto"). Il primo lungometraggio di Sofia Coppola, figlia del grande regista Francis Ford Coppola e anche sceneggiatrice, che ha adattato l'omonimo romanzo di Jeffrey Eugenides, rimane tuttora uno dei suoi lavori più interessanti. Nonostante l'ambientazione quasi contemporanea (siamo negli anni Settanta), a tratti l'estetica ricorda il vittoriano "Picnic a Hanging Rock" di Peter Weir: sarà per l'atmosfera sospesa di mistero ed enigma (la vicenda è rivissuta nei ricordi dei ragazzi quasi come si sia trattato di uno strano sogno), o per l'aspetto virginale – appunto! – delle ragazze, tutte bellissime e biondissime, quasi indistinguibili l'una dall'altra (anche se l'enfasi è soprattutto sulle due più giovani, e su Lux in particolare). James Woods e Kathleen Turner sono i due genitori, Josh Hartnett è Trip, il "bello" della scuola che si innamora di Lux (interpretato da Michael Paré da adulto). Piccole apparizioni per Scott Glenn (il prete) e Danny DeVito (lo psichiatra). Il titolo italiano fa riferimento alla scena in cui gli alberi del giardino di casa, malati, vengono abbattuti nonostante le proteste delle ragazze, che vi si identificano. La colonna sonora (ispirata alle sonorità dei Pink Floyd) è opera del duo francese di musica elettronica Air.

24 settembre 2020

On the edge (John Carney, 2001)

On the edge, aka Catch the Sun
di John Carney – Irlanda 2001
con Cillian Murphy, Tricia Vessey
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Dopo aver tentato il suicidio (ed esserne miracolosamente uscito indenne) gettandosi da un dirupo con un’automobile rubata insieme all’urna con le ceneri del padre appena defunto, lo scapestrato Jonathan (l'allora semi-esordiente Cillian Murphy), pecora nera della famiglia, viene ricoverato per tre mesi in una clinica psichiatrica. Qui fa la conoscenza di altri giovani pazienti con tendenze suicide, che hanno stretto un patto con il dottor Figure (Stephen Rea), il sensibile psichiatra che li ha in cura: proveranno a non tentare più di uccidersi almeno fino a capodanno. Sarcastico ma insicuro, Jonathan si atteggia a ribelle ma pian piano si integra nella routine dell’istituto e soprattutto stringe amicizia con alcuni dei suoi problematici "colleghi": in particolare con Toby (Jonathan Jackson), che sembra il più tranquillo ed equilibrato del gruppo ma è in realtà quello con i maggiori tormenti interiori, e con Rachel (Tricia Vessey), di cui si innamora e per la quale ritroverà interesse a vivere. In effetti, proprio osservando la vulnerabilità degli altri, prenderà coscienza della propria e del valore della vita. Un piccolo film gradevole ma poco originale: parte bene, ma poi si fa prevedibile, risultando in fondo banalotto nei personaggi e nell’esplorazione dei temi del disagio esistenziale e del suicidio, sui quali non dice nulla di particolarmente nuovo. Bravi comunque gli attori e belle le musiche (dello stesso regista). Il film non è mai stato distribuito in Italia, dove la fortuna di Carney inizierà soltanto con il successivo "Once" del 2007.

2 settembre 2020

Demoni e dei (Bill Condon, 1998)

Demoni e dei (Gods and Monsters)
di Bill Condon – GB/USA 1998
con Ian McKellen, Brendan Fraser
***

Rivisto in divx alla Fogona, con Marisa.

Alla fine degli anni cinquanta, James “Jimmy” Whale (McKellen), il leggendario regista del "Frankenstein" con Boris Karloff, trascorre la vecchiaia da recluso nella sua villa con piscina a Hollywood. Reduce da un ricovero in ospedale, è in fase di declino mentale, in preda a un fiume di ricordi incontrollati che si mescolano con i sogni e le allucinazioni legate al suo passato e alla sua arte (come i primi amori o le esperienze vissute in trincea durante la prima guerra mondiale). Omosessuale dichiarato, sembra attratto dal nuovo giardiniere della villa, il giovane e prestante Clayton Boone (Fraser), al quale chiede di posare per un ritratto e con cui stringe una singolare amicizia, essendo i due diversi in ogni cosa (per età, esperienze e vissuto: l'uno troppo legato al passato, l'altro senza apparente futuro). In realtà Jimmy sta progettando il proprio suicidio, e spera che proprio Clayton possa esserne l'artefice. Ispirato agli ultimi anni di vita del vero James Whale e alle sue creature più celebri, forse il più bel film di Condon: una riflessione sulla vita, l'amicizia e la tolleranza, attraverso la metafora del mostro più famoso della storia della settima arte: un "cattivo" che in realtà era soltanto un incompreso, con cui a tratti si identificano sia Jimmy che Clayton. Bello anche l'omaggio al cinema del passato: dai vecchi film degli anni trenta che ora fanno più ridere che paura (anche se Whale afferma che questo era l'intento sin da allora), alla dorata Hollywood dove vecchi relitti si tengono a galla con feste frivole ma sontuosissime. Il titolo della pellicola deriva da una frase de “La moglie di Frankenstein”, anche se la traduzione italiana è imprecisa (in originale era: "Dei e mostri"). E anche i titoli di coda richiamano quelli dei film che omaggia (con la dicitura “A good cast is worth repeating”). Ottimo Ian McKellen, in un ruolo particolarmente sentito. Fraser, con i capelli squadrati da marine, richiama in silhouette proprio il mostro di Frankenstein (e la cosa è naturalmente voluta). Bello anche il personaggio di Hanna, la fedele governante di casa Whale, interpretato da Lynn Redgrave. Il film vinse l'Oscar per la miglior sceneggiatura non originale (che Condon trasse dal romanzo "Father of Frankenstein" di Christopher Bram), oltre a ricevere nomination per le interpretazioni di McKellen e Redgrave.

5 febbraio 2020

Morte di un maestro del tè (Kei Kumai, 1989)

Morte di un maestro del tè (Sen no Rikyu: Honkakubo ibun)
di Kei Kumai – Giappone 1989
con Eiji Okuda, Toshiro Mifune
***

Rivisto in divx, con Marisa, Luigi, Laura, Lia ed Elena.

A ventisette anni dalla scomparsa di Sen no Rikyu (Mifune) – grande maestro del tè che si era ucciso in seguito a presunti screzi con Hideyoshi Toyotomi (Shinsuke Ashida), il signore feudale di cui era al servizio – il suo discepolo Honkakubo (Okuda), monaco zen ritiratosi a vivere in isolamento fra le montagne, viene convocato dal nobile Uraku (Kinnosuke Yorozuya) che vorrebbe comprendere le vere ragioni del suo suicidio. Da un testo di Yasushi Inoue ("Il testamento di Honkakubo") ispirato a personaggi realmente esistiti, un film misterioso ed enigmatico, lento e austero come i gesti della "cerimonia del tè" (cha-no-yu) che fa da sfondo all'intera vicenda: un rito somministrato da Rikyu e dagli altri maestri ai loro signori feudali e ai soldati, prima di partire per le battaglie (siamo alla fine del sedicesimo secolo, nell'epoca delle guerre civili), quasi come preparazione alla morte, e in quanto tale assimilabile a una cerimonia religiosa (come la comunione nella messa cristiana). Non si tratta solo di freddo o vuoto formalismo: Rikyu, la cui intera vita è all'insegna dell'etica, segue i dettami dell'ikigai, filosofia di vita che richiede l'estrema cura di ogni particolare, per quanto piccolo, perché ogni cosa è legata all'impermanenza. E non può dunque sacrificare i valori della semplicità, dell'onestà e della libertà, nemmeno per compiacere il proprio padrone, di cui peraltro era uno dei più affezionati confidenti (in questo ricorda moltissimo la figura di Tommaso Moro per come è ritratta nel film "Un uomo per tutte le stagioni"). La ricerca e la comprensione dei veri motivi della morte di Rikyu rappresentano l'ultimo tassello del rapporto fra il maestro e il suo discepolo, che a distanza di anni continua a vederlo e a parlare con lui, oltre che a sognarlo (una visione ricorrente in cui il maestro percorre la strada verso l'aldilà, e all'allievo che vuole seguirlo ribatte: "No, questo è il mio sentiero"). Assai sobria e rigorosa, la pellicola appare austera anche visivamente (ricorda qualcosa dell'ultimo Kurosawa, come "Kagemusha"), tanto da sembrare in bianco e nero: in realtà non mancano scene a colori, ma la monocromaticità risalta nei giardini zen dei templi di Kyoto e nella neve che ricopre ogni cosa. Nello stesso anno (1989) uscì anche un altro film sullo stesso soggetto: "Rikyu", di Hiroshi Teshigahara.

9 ottobre 2019

La foresta dei sogni (Gus Van Sant, 2015)

La foresta dei sogni (The sea of trees)
di Gus Van Sant – USA 2015
con Matthew McConaughey, Naomi Watts, Ken Watanabe
*1/2

Visto in TV.

Dopo la morte della moglie (Naomi Watts), un professore universitario americano (Matthew McConaughey) si reca in Giappone con l'intenzione di suicidarsi nella foresta di Aokigahara, leggendaria zona boscosa sul fianco del Monte Fuji, che si dice popolata da spiriti e dove appunto centinaia di persone scelgono ogni anno di porre fine alla propria vita. Qui incontrerà un uomo giapponese (Ken Watanabe) con il suo stesso progetto: insieme, cambiata idea, i due cercheranno inutilmente di uscire dalla foresta... Scritto da Chris Sparling, un film che vorrebbe proporsi come profondo e ricco di significati nell'affrontare i temi del lutto, della morte e del significato della vita: ma lo fa in modo generico e pedestre, con toni new age, allegorici e metafisici (specie nel finale) talmente forzati da lasciare il tempo che trovano. L'incontro fra due culture (l'americano e il giapponese) è presentato in maniera quanto mai stereotipata (così come il rapporto dello scienziato ateo con il mistero). E nella seconda metà la pellicola si premura di spiegare per bene tutto quello che già si era ampiamente capito nella prima (anche attraverso una serie di flashback sulla vita coniugale e il passato del protagonista, che si alternano alle scene da survival movie ambientate nel bosco), terminando infine su una nota metafisica davvero semplicistica e stucchevole. A poco servono allora le suggestioni visive, con la foresta avvolgente e misteriosa, rappresentata come un luogo sovrannaturale, una "selva oscura" piena di insidie e di trappole che sembra leggere le intenzioni delle persone che vi entrano (come la "Zona" di Tarkovskij) e da cui non è possibile uscire in maniera semplice (come i boschi delle fiabe, si pensi a quella di Pollicino o, citata esplicitamente, di Hansel e Gretel). "Questo posto è quello che tu chiami Purgatorio", dice Watanabe a McConaughey. Peccato che lo sia anche per lo spettatore.

30 marzo 2019

Bulbul can sing (Rima Das, 2018)

Bulbul can sing
di Rima Das – India 2018
con Arnali Das, Manoranjoan Das
**

Visto all'Auditorium San Fedele, con Marisa, in originale con sottotitoli (FESCAAAL).

La quindicenne Bulbul abita con la famiglia in una fattoria nell'Assam (uno stato rurale dell'India nord-orientale), bighellona per la campagna o va a scuola con gli inseparabili amici Bonny e Sumu, e vive le prime esperienze sentimentali. Ma in una società troppo ancorata ai valori del passato, che osteggia l'espressione dei giovani e ne reprime ogni individualità, persino gli amori adolescenziali diventano qualcosa di cui vergognarsi. Sorprese a sbaciucchiarsi con i fidanzatini, Bulbul e Bonny vengono infatti severamente punite dalla scuola e disapprovate dall'intero villaggio, tanto che l'amica sceglierà il suicidio. La svolta tragica (che pure era preceduta da segnali premonitori nell'incipit: l'immagine dell'altalena e i racconti sugli spiriti delle ragazze morte) modifica all'improvviso il mood di un film che appariva semplice e leggero, una storia di coming-of-age di impostazione episodica e corale. La denuncia di un mondo insensibile, oppressivo e patriarcale ne eleva il valore, pur lasciando un retrogusto sgradevole. Come capita spesso, le vittime sono i membri più sensibili della società (l'amico preso in giro da tutti perché debole ed effemminato, il fidanzatino che ama scrivere poesie). Nonostante il titolo, che fa riferimento alle (presunte) doti canore della protagonista (il cui padre vorrebbe che diventasse una cantante, mentre lei si trova a disagio a cantare in pubblico), non ci sono sequenze o canzoni in stile bollywoodiano: la pellicola è (per fortuna) di natura essenzialmente realista.

10 marzo 2019

Le amiche (Michelangelo Antonioni, 1955)

Le amiche
di Michelangelo Antonioni – Italia 1955
con Eleonora Rossi Drago, Yvonne Furneaux
**1/2

Visto in TV.

Tornata da Roma nella natìa Torino per aprire un negozio di moda sartoriale, Clelia (Eleonora Rossi Drago) comincia a frequentare un gruppo di amiche dopo che una di loro, la fragile Rosetta (Madeleine Fischer), ha tentato il suicidio per amore. Rosetta è infatti innamorata di Lorenzo (Gabriele Ferzetti), pittore sposato con Nene (Valentina Cortese), un'artista che ha molto più successo di lui. Del gruppo fanno anche parte la ricca Momina (Yvonne Furneaux), che passa con disinvoltura dal marito all'amante, e la più "leggera" Mariella (Anna Maria Pancani). Quanto a Clelia, fra la carriera e l'amore per il manovale Carlo (Ettore Manni), finirà con lo scegliere il primo... Al quarto lungometraggio, Antonioni comincia ad addentrarsi in maniera sempre più approfondita in quel dedalo di emozioni che caratterizza l'insicurezza e il malessere della nascente borghesia italiana, in particolare da un punto di vista femminile, che sarà al centro dei suoi capolavori successivi (a partire da "L'avventura"). Ispirato a un romanzo di Cesare Pavese ("Tra donne sole"), ma con alcune affinità anche al classico "Donne" di George Cukor, il film mette al centro della scena i rapporti, le illusioni, le delusioni, i litigi, i rimpianti e la fragilità di un gruppo di donne che si barcamenano fra gli affetti e il lavoro (secondo alcuni critici, il film è praticamente un prototipo della serie "Sex and the city"!). Gli uomini restano un mondo a parte, fonte di felicità o di disperazione in maniera quasi casuale, e per loro c'è chi sceglie di rimanere (Nene), rinunciando al proprio successo, e chi invece di partire (Clelia). Le inquietudini e le introversioni dei personaggi prendono vita sullo schermo grazie al buon cast ma soprattutto alla sensibilità del regista, che mostra di essere a suo agio nel descrivere un microcosmo inserito in modi diversi nel tessuto della città. La sceneggiatura è firmata da Antonioni insieme (non a caso) a due donne: Suso Cecchi D'Amico e Alba de Céspedes. Nel cast anche Franco Fabrizi (l'architetto Cesare), Luciano Volpato e Maria Gambarelli.

9 novembre 2018

L'inquilino del terzo piano (R. Polanski, 1976)

L'inquilino del terzo piano (Le locataire)
di Roman Polanski – Francia 1976
con Roman Polanski, Isabelle Adjani
***1/2

Rivisto in DVD.

Il timido Trelkowski (Polanski stesso: il personaggio non ha un nome ma solo un cognome) trova un appartamento in affitto in un vetusto condominio di Parigi. La precedente inquilina, Simone Choule, si è inspiegabilmente suicidata gettandosi da una finestra. E ben presto lo stesso Trelkowski, spinto verso la follia e la paranoia da vicini di casa sempre più invadenti e insofferenti (si lamentano del minimo rumore), comincia a identificarsi con lei e a sospettare di dover fare la stessa fine... Capolavoro dell'horror condominiale di Polanski, un thriller psicologico (tratto da un romanzo surrealista di Roland Topor) che insieme ai precedenti "Repulsion" e "Rosemary's baby" forma un'ideale trilogia sull'angoscia e l'incubo che nascono dal quotidiano, in un crescendo di claustrofobia e impotenza. Molte le possibili interpretazioni della vicenda, a partire dalla più ovvia, e cioè che Trelkowski diventi progressivamente pazzo e paranoico. C'è la lettura della cospirazione alla "Rosemary's baby", in cui effettivamente gli inquilini dello stabile formano una setta segreta per spingere al suicidio le persone (vedi i tentativi di far sì che Trelkowski assuma le stesse abitudini e i comportamenti di Simone: la portiera gli consegna la posta della ragazza, il barista gli offre la cioccolata e le Marlboro che lei fumava, ecc.). Ci sono le suggestioni mistiche egiziane (i geroglifici nel bagno, il bendaggio che ricompre Simone come una mummia, ecc.) che fanno pensare a una storia di reincarnazione (o di cicli che si ripetono, come in un loop: vedi anche il finale in cui il protagonista rivede sé stesso al proprio capezzale). C'è l'aspetto sociale e soprattutto autobiografico: Trelkowski è un polacco naturalizzato francese, come lo stesso regista (che lo interpreta personalmente e ha anche doppiato il personaggio nelle versioni in italiano e in inglese), e in quanto tale suscita a prescindere sospetto e diffidenza negli altri (in più Polanski ha origini ebraiche e ha sperimentato sentimenti antisemiti). E altre letture ancora (per esempio, cito da Wikipedia: "Trelkowski è una donna in un corpo da uomo e combatte contro la sua parte che si risveglia. Questo la porta a non fidarsi più di se stessa e di conseguenza degli altri. Nella società dell'epoca, una tendenza del genere era fonte di notevole disagio e, vista la rigidità culturale, questo portava a meccanismi di difesa molto elevati che sfociavano in puro delirio"). Personalmente mi piace leggere il film come una riflessione (grottesca e metaforica) sui rapporti di vicinato nelle moderne città, dove il minimo problema (i rumori notturni, per esempio) viene ingigantito e sfocia in faide, proteste, esposti di ogni tipo. Emblematiche le scene in cui il povero Trelkowski, inibito e a disagio, cerca di evitare ogni azione che possa comportare una reazione da parte dei suoi vicini (e alla minima infrazione, cominciano subito i colpi di avvertimento sul muro o sulle pareti), mentre invece il suo collega di lavoro esuberante e prepotente si permette di suonare musica fracassona a ogni ora e a scacciare in malo modo chiunque osi timidamente protestare. All'angosciante e intrigante atmosfera contribuiscono la fotografia di Sven Nykvist e le musiche di Philippe Sarde. Da notare che un giovane Jacques Audiard figura come assistente al montaggio. Isabelle Adjani è Stella (l'amica di Simone), Melvyn Douglas è il padrone di casa, Shelley Winters è la portinaia. Nel cast anche Jo Van Fleet, Bernard Fresson, Josiane Balasko ed Eva Ionesco (la bambina). Trelkowski ha dato il suo nome anche a un personaggio di "Dylan Dog", l'anziana medium alleata del protagonista.

30 ottobre 2018

La bottega dei suicidi (P. Leconte, 2012)

La bottega dei suicidi (Le magasin des suicides)
di Patrice Leconte – Francia/Can/Bel 2012
animazione tradizionale
**

Visto in TV.

In una città perennemente triste, grigia e piovosa, la famiglia Tuvache gestisce un negozio che prospera fornendo ai numerosi aspiranti suicidi tutto il materiale loro necessario (cappi, veleni, armi di vario genere, ecc.). Ma il figlio più giovane della famiglia, Alan, l'unico di indole allegra e giocosa, complotta per riportare a tutti la gioia di vivere. Da un romanzo di Jean Teulé (adattato dallo stesso Leconte, all'esordio nel cinema di animazione), una black comedy nella vena lugubre di "Nightmare before Christmas" e "La famiglia Addams", e con uno stile che ricorda i lavori di Sylvain Chomet, che ha elevato ad arte la tristezza e l'inquietudine. Gradevole, anche se alla lunga un po' esile e ripetitivo. I nomi dei vari membri della famiglia Tuvache si ispirano a quelli di celebri suicidi: il capofamiglia Mishima (Yukio), la moglie Lucrezia (Borgia), il figlio maggiore Vincent (Van Gogh), la figlia Marilyn (Monroe) e il figlio minore Alan (Turing). Le canzoni sono di Etienne Perruchon (la migliore è la prima, "Contro la crisi e il carovita"). Polemiche in Italia perché in un primo momento (unico caso al mondo) il film era stato vietato ai minori di 18 anni (oltre al tema del suicidio, con abbondanza di morti sullo schermo, c'è anche un'insolita ma innocua scena di nudo).

3 agosto 2018

Seul contre tous (Gaspar Noé, 1998)

Seul contre tous
di Gaspar Noé – Francia 1998
con Philippe Nahon, Blandine Lenoir
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Il primo, sconvolgente, lungometraggio di Noé è il sequel del suo corto d'esordio, "Carne", da cui proseguono le vicissitudini dell'(ormai ex) macellaio protagonista (di cui non sapremo mai il nome). Girato nello stesso stile del lavoro precedente (angosciante e sensazionalista), è la drammatica e disturbante storia della discesa all'inferno di un personaggio cinico e nichilista, via via più chiuso e disadattato, che seguiamo da Lione alla periferia di Parigi nel disperato tentativo di rimettere in piedi la propria vita, di trovare un lavoro (cosa difficile in un momento di crisi economica, di tensioni e di ingiustizie sociali) o semplicemente di convivere con la solitudine, l'odio, i fallimenti e le umiliazioni. La voce narrante, sotto forma di monologo interiore, ci presenta il flusso incessante dei suoi pensieri, fra deliranti propositi di vendetta personale (o di "giustizia") contro tutto e tutti, rimuginazioni ed esternazioni (contro le donne, i politici, la società, la vita stessa) e fantasie incestuose sulla figlia quattordicenne Cynthia. Non siamo molto lontani da "Taxi Driver" (c'è addirittura una scena, davanti allo specchio con la pistola, che ricorda chiaramente il film di Scorsese), anche se il tono è ancora più gretto, claustrofobico e senza via d'uscita. Non per tutti, anche per via della presenza di immagini "esplicite". E poco prima del finale, un cartello avverte gli spettatori: "Attenzione: avete 30 secondi per abbandonare la proiezione di questo film". Intenso, a suo modo visionario (anche per via di un montaggio che ricorda Greenaway), benché rischi di imprigionare il pubblico nell'universo nichilista del suo personaggio, il film cresce man mano che la vicenda procede spedita verso il baratro, concedendosi un pre-finale liberatorio sulle note del Canone di Pachelbel. Straordinario Nahon. Il macellaio ricomparirà brevemente nel successivo film di Noé, "Irreversible".

16 maggio 2018

Made in Hong Kong (Fruit Chan, 1997)

Made in Hong Kong (Heung Gong jai jo)
di Fruit Chan – Hong Kong 1997
con Sam Lee, Neiky Hui-Chi Yim
***

Rivisto in TV, in originale con sottotitoli.

"Il mondo cambia troppo rapidamente", pensa Autumn Moon (uno strepitoso Sam Lee, al suo debutto sullo schermo), delinquente di strada abbandonato dai genitori (prima dal padre, che si è rifatto una famiglia, e poi, nel corso del film, anche dalla madre) e che si guadagna da vivere lavorando come esattore per conto di un gangster. Significativamente, la pellicola è girata e ambientata proprio nel momento del passaggio di Hong Kong alla Cina: ma il rapporto fra l'ex colonnia britannica e la madrepatria è tutt'altro che idilliaco, e si rispecchia in quello fra i protagonisti del film (tutti assai giovani) e la generazione adulta (in particolare i loro genitori), egoista, avida, assente o noncurante dei loro sentimenti e delle loro necessità. Moon svolge il suo lavoro insieme all'amico Sylvester (Wenders Li), grosso ma ritardato, finito sotto la sua protezione perché bullizzato da tutti. Innamoratosi della sedicenne Ping (Neiky Yim), figlia (solare ma gravemente malata) di una delle debitrici (Carol Lam) della cui riscossione si deve occupare, il ragazzo medita di mettere la testa a posto e addirittura di donarle uno dei propri reni per salvarla. E nel frattempo si scopre anche ossessionato nei suoi sogni notturni da Susan (Amy Tam), una giovane studendessa suicidatasi di recente: Moon non la conosceva, ma è entrato in possesso della lettera che la ragazza ha lasciato alla propria famiglia, e per qualche motivo esita a consegnarla. Come un trio da Nouvelle Vague, Moon, Sylvester e Ping vagano per la città in cerca di risposte. Ma l'ambiente degradato e caotico in cui vivono, la violenza, gli egoismi e il destino stesso cospireranno contro di loro. Girato al risparmio utilizzando spezzoni di pellicole avanzate da precedenti lavori, il film è uno dei primi e più importanti tasselli della filmografia di Fruit Chan, un grido di indipendenza ma anche di amarezza in un momento chiave della storia dell'ex colonia (il titolo denota un certo orgoglio di appartenenza, mentre nel corso della pellicola tutte le volte che si parla della Cina o dei cinesi lo si fa in termini negativi; ironicamente, Fruit Chan è nato in Cina prima di emigrare con i genitori a Hong Kong). In cerca di una redenzione che gli adulti non vogliono concedergli o nemmeno riconoscergli, il protagonista non può che cedere al destino e prendere atto della propria sconfitta. Ma non siamo di fronte a un melò alla Wong Kar-Wai o a un thriller d'azione alla John Woo: come struttura e contenuti la pellicola è incredibilmente libera, espressiva e suo modo poetica, e riflette senza retorica o moralismo su temi come la morte o il suicidio, l'amore e l'amicizia, la caducità della vita e la fragilità dei rapporti familiari (notevole la scena del figlio che uccide il padre nei bagni pubblici).

8 dicembre 2017

Closed curtain (Jafar Panahi, 2013)

Closed curtain (Pardeh)
di Jafar Panahi [e Kambozia Partovi] – Iran 2013
con Kambozia Partovi, Maryam Moqadam
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Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Un uomo si nasconde in una villa disabitata sul Mar Caspio, oscurando tutte le finestre con tendaggi e cortine per isolarsi completamente dall'esterno. Oltre a lavorare (lo vediamo intento a scrivere la sceneggiatura dello stesso film che stiamo guardando!), il suo scopo è anche quello di proteggere il suo cagnolino, che detiene clandestinamente: come spiega un documentario in tv, infatti, i cani sono considerati "impuri" per la società islamica e sono dunque vietati. Durante una notte di pioggia e di tempesta, nella casa giungono due misteriosi ragazzi, che dicono di essere fratello e sorella, in fuga dalla polizia perché hanno partecipato a una festa sulla spiaggia con bevande alcoliche. Il ragazzo presto si allontana, lasciando la sorella in compagnia del vecchio scrittore e chiedendogli di badare a lei, in quanto ha tendenze suicide. Più tardi scopriremo però che i due personaggi (lo scrittore e la ragazza) non sono vere persone ma soltanto due "voci" inconscie nella testa del regista del film, Jafar Panahi (la casa è infatti la sua, come suggeriscono i poster e le locandine dei suoi lavori precedenti appesi alle pareti). L'uomo e la ragazza rappresentano le due possibili risposte, le due tentazioni del regista, che come è noto è stato condannato dalle autorità iraniane agli arresti domiciliari e al divieto di realizzare film per vent'anni: quella di continuare a lavorare lo stesso, di nascosto, senza rinunciare alla propria creatività; e quella invece di arrendersi alla depressione, di lasciarsi andare, o addirittura di suicidarsi (magari immergendosi nelle acque del mare). Evidentemente sceglierà (anzi, ha scelto) la prima opzione. Questo è già il secondo film "clandestino" di Panahi (dopo il precedente "This is not a film"), uno scavo psicologico dentro sé stesso, con una svolta surrealistica a metà pellicola che ne cambia di colpo il senso e il significato, che parla di repressione politica, di reazione e di depressione, e dove realtà, finzione, cinema, ricordi e il making of di questo stesso film si mescolano in maniera inventiva e originale. Partovi aveva già collaborato con Panahi in precedenza (era stato, fra le altre cose, lo sceneggiatore de "Il cerchio").

10 novembre 2017

Mayerling (Anatole Litvak, 1936)

Mayerling (id.)
di Anatole Litvak – Francia 1936
con Charles Boyer, Danielle Darrieux
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Nell'impero austriaco di fine Ottocento, l'arciduca Rodolfo d'Asburgo, infelice ed irrequieto erede al trono, si innamora della diciassettenne baronessina Maria Vetsera. In lei vede l'occasione per fuggire dalle pressioni e dagli obblighi di stato che lo tormentano (e che, fra le altre cose, gli avevano imposto il matrimonio con la principessa Stefania). Ma quando il padre, l'imperatore Francesco Giuseppe, si dichiara contrario alla relazione, ordinando loro di separarsi, Rodolfo e Maria preferiranno morire insieme, uccidendosi nella tenuta da caccia di Mayerling. Da un celebre fatto di cronaca che colpì profondamente la fantasia e l'opinione pubblica (anche perché le vere circostanze della fine dei due amanti non furono mai chiarite del tutto), un film elegante e romantico che, nonostante una certa ingenuità, coinvolge lo spettatore grazie alla caratterizzazione dei suoi protagonisti, spersi nell'ambiente della corte asburgica. Rodolfo, in particolare, è ritratto come sincero e sensibile, alla disperata ricerca di un'ancora di salvezza in un mondo che lo schiaccia con le pressioni sociali legate al suo ruolo (anche perché in contrapposizione al padre su più punti). Suzy Prim è la contessa Larisch, che facilita gli incontri clandestini dei due amanti. Gabrielle Dorziat è l'imperatrice Elisabetta, che dimostra un'anima affine a quella del figlio. Conoscendo già l'epilogo della vicenda, si può notare come parecchi dialoghi prefigurino la morte dei due protagonisti. Notevole anche la premonizione al matrimonio (quando Rodolfo dice alla madre: "Pregate che non incontri mai la donna della mia vita"). I fatti di Mayerling sono stati oggetto di numerosi film, di cui questo – tratto da un romanzo di Claude Anet – è soltanto uno dei primi. Lo stesso Litvak (qui al suo ultimo lavoro in Europa, prima di trasferirsi a Hollywood) ritornerà sull'argomento nel 1957 con un tv movie interpretato da Mel Ferrer e Audrey Hepburn. Da segnalare anche le versioni di Terence Young ("Mayerling" del 1968, praticamente un remake, con Omar Sharif e Catherine Deneuve) e quella "scandalosa" di Miklós Jancsó ("Vizi privati, pubbliche virtù" del 1976).

20 giugno 2017

Happy end (Michael Haneke, 2017)

Happy end (id.)
di Michael Haneke – Francia/Austria/Germania 2017
con Isabelle Huppert, Jean-Louis Trintignant
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Visto al cinema Colosseo, con Sabrina, Marisa e Daniela, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

La quasi tredicenne Eve (Fantine Harduin), dopo aver "avvelenato" la madre divorziata con un'overdose delle sue stesse pasticche per la depressione, viene accolta dal padre Thomas (Mathieu Kassovitz) a vivere con lui e la sua nuova moglie Anaïs nella villa di famiglia a Calais. Nella grande casa abitano anche la sorella di Thomas, Anne (Isabelle Huppert), che guida con il pugno di ferro l'impresa di costruzioni fondata dal padre Georges e gestisce le relazioni sentimentali come se si trattasse di rapporti d'affari; il figlio di questa, l'inetto Pierre (Franz Rogowski), che la madre continua a trattare con condiscendenza nonostante sia direttore dei lavori dell'azienda; e lo stesso Georges (Jean-Louis Trintignant), anziano e malato, che tenta più volte e inutilmente il suicidio. Raccontando le dinamiche di una famiglia disfunzionale, anche attraverso una serie di metafore (le mura del cantiere che crollano senza preavviso, proprio come gli argini che dovrebbero tenere insieme la famiglia; il cane che azzanna la figlia dei domestici, emblema dell'aggressività interna al nucleo casalingo), Haneke presenta allo spettatore un'allegoria dell'Europa: l'ambientazione a Calais non è certo casuale, e la scena in cui Pierre invita dei migranti al banchetto per il fidanzamento della madre è emblematica (vengono collocati in un tavolo a margine: non sono loro il vero problema, ci dice il regista), così come il modo in cui le diverse generazioni reagiscono ai sintomi e alle avvisaglie della crisi: c'è chi ne è consapevole (in particolare i due "estremi": la piccola Eve e l'anziano Georges) e chi no, chi si attende da un momento all'altro che la situazione esploda e chi continua con la vita di prima, fra noncuranza, insensibilità o egoismo (Anne che "sacrifica" il figlio pur di ottenere un prestito, lo stesso Pierre che si rifugia nel bere e nell'autocommiserazione, Thomas che prosegue la sua tresca segreta con l'amante virtuale, protetto da una nuova password). Poco importa dunque se il regista sembra ripetersi e tornare su argomenti che aveva già affrontato abbondantemente in passato, al punto che la pellicola riecheggia numerosi suoi lavori precedenti. Il tema del suicidio e dell'eutanasia ricorda naturalmente "Amour", dal quale fra l'altro proviene il personaggio di Trintignant (si tratta idealmente di un sequel). Il fatto che la bambina registri video con il suo cellulare per documentare la realtà che la circonda ci fa pensare a "Benny's video" e a "Niente da nascondere". Le chat erotiche e i desideri di trasgressione di Thomas riportano ovviamente a "La pianista". La lettura politica e la presenza sullo sfondo di migranti e rifugiati che vivono quasi in parallelo con l'esistenza borghese dei protagonisti (si pensi anche ai domestici di casa) rimanda a "Storie" e ancora a "Niente da nascondere". E in generale, la freddezza, il malessere e il disagio esistenziale, anche e soprattutto all'interno di una famiglia apparentemente agiata e benestante, sono ubiqui in tutto il cinema del regista austriaco sin dal suo bel film d'esordio, "Il settimo continente". La pellicola è diretta con la consueta maestria, ma lo spettatore forse fa un po' di fatica, soprattutto all'inizio, nel collegare i vari fili del racconto. In ogni caso, al giorno d'oggi quello di Haneke è un cinema indispensabile e necessario per come sa mettere in scena la crisi dei rapporti umani e sociali nel panorama europeo: se non ci fosse, bisognerebbe inventarlo.

25 maggio 2016

Ho affittato un killer (Aki Kaurismäki, 1990)

Ho affittato un killer (I hired a contract killer)
di Aki Kaurismäki – GB/Fra/Fin/Ger/Sve 1990
con Jean-Pierre Léaud, Margi Clarke
**1/2

Rivisto in divx.

Henri (Léaud), francese in "esilio" a Londra dove è impiegato in un ufficio comunale, conduce una vita vuota, monotona e solitaria. Quando perde il lavoro, decide di suicidarsi: non riuscendo però a uccidersi con le proprie mani, commissiona l'incarico ad un killer (Kenneth Colley). L'incontro con una donna, Margaret (Clarke), gli farà però cambiare idea: a questo punto farà di tutto per sfuggire al sicario che lui stesso ha assoldato. Alla sua prima produzione internazionale (anche se non si tratta del suo primo film girato all'estero, visto che c'era stato "Leningrad Cowboys Go America"), Kaurismäki non rinuncia al proprio stile laconico ed essenziale, e sceglie un attore il cui volto impassibile si sposa alla perfezione con la sua poetica: Jean-Pierre Lèaud, icona della Nouvelle Vague e celebre per i film di Truffaut. Se la trama è alquanto inverosimile, ondeggiando tra la black comedy e la farsa (i vari tentativi di suicidio di Henri, che non vanno a buon fine per imperizia o per sfortuna) e con un meccanismo narrativo a tratti forzato (la rapina), l'atmosfera è invece quella di un perfetto noir. Gli ambienti (i quartieri più proletari e degradati della Londra thatcheriana; gli appartamenti spogli che riflettono il vuoto nelle vite dei personaggi; i pub e i locali dove si consumano whisky e sigarette senza pensare al futuro) e i personaggi di contorno (da Margaret, venditrice di rose, allo stesso killer, che si scopre malato terminale di cancro) contribuiscono al tono malinconico e fatalista tipico dei migliori esempi del genere. Nel finale c'è spazio per un po' di speranza, magari da andarsi a cercare altrove (tanto "la classe operaia non ha patria", dice Henri). Cameo di Joe Strummer (il chitarrista), di Serge Reggiani (il proprietario del chiosco di hamburger) e dello stesso Kaurismäki (il venditore di occhiali da sole).

6 aprile 2016

Il settimo continente (M. Haneke, 1989)

Il settimo continente (Der siebente Kontinent)
di Michael Haneke – Austria 1989
con Dieter Berner, Birgit Doll, Leni Tanzer
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Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Il primo lavoro cinematografico di Haneke, fino ad allora autore solo di alcuni film per la tv, racconta l'improvviso e misterioso suicidio di una famiglia viennese, composta dal padre Georg, ingegnere, dalla madre Anna, che gestisce un negozio di ottica, e dalla figlioletta Eva. Dopo aver mostrato la loro routine quotidiana in casa, al lavoro e a scuola (le prime due parti delle tre in cui è diviso il film raccontano ciascuna una giornata della famiglia, nel 1987 e nel 1988, mentre la terza e ultima è ambientata nel 1989), dove piccoli momenti di crisi non sembrano scuotere più di tanto un'esistenza del tutto comune, all'improvviso la pellicola mette in scena un elaborato atto di autodistruzione: dopo aver preso la loro decisione (Georg si licenzia, l'automobile viene venduta, tutto il denaro viene ritirato dalla banca), i tre componenti della famiglia distruggono sistematicamente ogni cosa contenuta in casa: mobili, oggetti, vestiti, libri, dischi, persino ricordi come gli album di fotografie o i disegni della bambina, come se volessero letteralmente sfregiare e mandare in frantumi la propria esistenza borghese, rifiutare e rigettare la loro vita e la società di cui fanno parte. Si tratta di una serie di sequenze di forte impatto (su tutte quelle della morte dei pesci dell'acquario e quella del denaro nel water, su cui torniamo dopo), con echi di Ferreri ("Dillinger è morto") e Antonioni ("Zabriskie Point"), tanto più angoscianti perché frutto di una decisione quasi incomprensibile. Alla fine, avvelenatisi, i tre moriranno guardando un televisore senza sintonia rimasto acceso su un mucchio di macerie. Proprio la calma e la ripetitività delle prime due sezioni del film rendono particolarmente d'impatto la parte finale. I segnali della crisi e dell'angoscia del vivere, in ogni caso, sono presenti sin dall'inizio: la depressione, l'insoddisfazione, il rapporto con i parenti, il malessere esistenziale e generalizzato (persino nella bambina, che a scuola si finge cieca senza alcun motivo apparente) hanno già distrutto la famiglia, e lo smantellamento che viene mostrato nel finale non è che la logica conseguenza di una morte già avvenuta. Lo stile freddo e lucido di Haneke appare qui già personale e maturo, con particolare attenzione alle inquadrature (che spesso tralasciano i volti dei personaggi, lasciandoli fuori campo, ma si concentrano sulle loro azioni), all'equilibrio fra i dialoghi e i lunghi silenzi (con occasionali scoppi di pianto), e al montaggio (con quei siparietti neri che staccano le varie sequenze), dando all'intera pellicola un aspetto ordinato e quasi asettico, privo di emozioni, nonostante la materia trattata: la stessa mancanza di emozioni che i tre personaggi esibiscono nella loro decisione finale. Il titolo può riferirsi all'Australia, evocata dai protagonisti come possibile destinazione di una fuga (un manifesto turistico spicca sulle pareti dell'autolavaggio nella scena iniziale), ma anche all'aldilà: e il sogno ricorrente di Georg, che mostra una spiaggia talmente incontaminata da sembrare irreale, come se fosse su un altro pianeta o in un'altra dimensione, ne è una rappresentazione simbolica. Curiosità: pare che la scena in cui tutto il denaro finisce nel water sia stata quella che ha sconvolto maggiormente gli spettatori, dimostrando secondo Haneke come la distruzione del denaro sia "il più grande tabù della civiltà occidentale, tanto da rendere il suicidio di una famiglia meno scioccante".

9 novembre 2015

Il ritratto della signora Yuki (K. Mizoguchi, 1950)

Il ritratto della signora Yuki (Yuki fujin ezu)
di Kenji Mizoguchi – Giappone 1950
con Michiyo Kogure, Ken Uehara
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Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Yuki, nobildonna decaduta, è stata costretta a sposarsi contro la sua volontà con un uomo che non ama e che la maltratta e umilia in continuazione, anche in pubblico, pur vivendo di fatto separati. Per guadagnarsi un po' di indipendenza, decide di trasformare la villa di famiglia (ovvero tutto ciò che le resta della sua eredità) in una locanda. Ma il marito (Eijiro Yanagi) tenterà di metterle i bastoni fra le ruote, affidandone la gestione a una sua amante. Sullo sfondo dei cambiamenti storici in atto in Giappone, con la scomparsa dei vecchi valori feudali (quelli cui era legata la famiglia di Yuki, che hanno fatto la sua fortuna dal punto di vista economico ma anche la sua rovina sociale) e l'insorgere di una nuova mentalità (rappresentata qui da Ayako, cantante di cabaret e amante del marito, spregiudicata e approfittatrice), una storia di amore-odio coniugale che va ben oltre i propri limiti e che mescola i consueti temi cari a Mizoguchi (la condizione della donna) con alcuni più tipici di Ozu (il conflitto fra tradizione e modernità). Yuki è una figura tragica e debole, incapace di lottare per sé stessa e in continua balia degli uomini (non soltanto il marito, da cui non riesce a non essere dipendente nemmeno a livello di sentimenti, ma anche il giovane Masaya, di cui è innamorata e che si rivela pavido e inaffidabile), impossibilitata a fare alcunché di costruttivo se non, nel finale, togliersi la vita. Gran parte della vicenda è vista attraverso gli occhi della giovane serva Hamako (Yuriko Hamada), che sin da bambina venera la sua padrona, ma che in un memorabile finale (impreziosito dai sofisticati movimenti di macchina del regista) si dichiarerà delusa del suo suicidio: "La signora non ha avuto coraggio, è stata debole!". A essere sconfitta non è solo Yuki, comunque, ma tutto il sistema sociale tradizionale: dal padre della protagonista, che ha perso titolo, terreni e ricchezza, al marito stesso di Yuki, talmente schiavo del proprio egoismo e di interessi a breve termine che alla fine si ritroverà a sua volta raggirato dall'amante, che gli ha sottratto le ultime risorse di cui disponeva (la locanda). Molto belli gli scenari di Atami, sulla penisola di Izu, splendidamente fotografati. Forse un film minore di Mizoguchi, in attesa dei capolavori degli anni cinquanta, ma comunque assai significativo e di certo pieno di stile.