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16 maggio 2023

Cry Macho (Clint Eastwood, 2021)

Cry Macho - Ritorno a casa (Cry Macho)
di Clint Eastwood – USA 2021
con Clint Eastwood, Eduardo Minett
*1/2

Visto in TV (Sky Cinema), con Sabrina.

L'attempato Mike Milo (Eastwood), un tempo stella dei rodei, viene convinto dal suo ex capo a recarsi in Messico per prevelare il suo figlio tredicenne Rafael (Eduardo Minett) e condurlo in Texas, dove intende usarlo come "merce di scambio" in una trattativa economica con la moglie. Durante il viaggio attraverso il deserto messicano, però, il vecchio cowboy e il giovane ribelle impareranno a conoscersi e svilupperanno una sorta di rapporto padre-figlio. Da un romanzo dello sceneggiatore N. Richard Nash (che circolava a Hollywood sin dagli anni settanta: fu proposto a diverse case di produzione, registi ed attori, e lo stesso Eastwood giunse vicino a interpretare il protagonista alla fine degli anni ottanta), un road movie che arriva – in tutti i sensi – fuori tempo massimo. Schematico nella sceneggiatura e già visto troppe volte nel soggetto, trasuda stereotipi e banalità. Il brutto doppiaggio italiano non aiuta. Macho è il nome del gallo da combattimento che il giovane Rafa porta sempre con sé. Per l'ultranovantenne Eastwood è il 39° film da regista.

4 febbraio 2023

Soluzione (Abbas Kiarostami, 1978)

Soluzione (Rah hal-e yek)
di Abbas Kiarostami – Iran 1978
con Ali Asghar Mirzaei
**1/2

Visto su Internet Archive.

Un uomo e il suo pneumatico, su una strada di montagna, sono i protagonisti di questo cortometraggio di 11 minuti, del tutto privo di dialoghi (ci sono solo i rumori ambientali nella prima parte, quella dedicata all'attesa, e un gradevole accompagnamento musicale nella seconda, più dinamica). Il giovane è fermo sul ciglio della strada. Sta facendo l'autostop, aspettando qualcuno che gli dia un passaggio per tornare alla sua macchina con la gomma appena riparata. Ma nessuna delle auto e dei mezzi pesanti che circolano sulla strada si ferma. Allora, dopo una lunga attesa, l'uomo decide di avviarsi a piedi da solo, di corsa, facendo rotolare il pneumatico in discesa lungo la strada. È un percorso che si fa sempre più rapido e giocoso, attraverso tunnel e ponti, tornanti e scarpate, fino alla tanto agognata destinazione. Come sempre, Kiarostami sa ottenere molto con poco. E ci fa partecipare alla piccola odissea del protagonista grazie alla fusione di immagini e musica, ambiente (le montagne e le rocce circostanti, ricoperte di neve) e colori, in un film "piccolo" ma dove tutto – regia, fotografia, montaggio e sonoro – collabora alla perfezione. In un certo senso è il trionfo del cinema nella sua forma più "pura". E il protagonista è quasi una versione adulta dei tanti bambini, curiosi e intraprendenti, ritratti dal regista nei suoi corti precedenti.

30 settembre 2022

Vite vendute (Henri-Georges Clouzot, 1953)

Vite vendute (Le salaire de la peur)
di Henri-Georges Clouzot – Francia/Italia 1953
con Yves Montand, Charles Vanel
***1/2

Visto in TV (Prime Video).

In un paese dell'America Centrale, quattro sbandati di origine europea accettano di condurre due camion pieni di nitroglicerina da consegnare a un vicino pozzo di petrolio in fiamme: l'incarico è pericoloso (le strade sono dissestate e in cattive condizioni, e il minimo urto o sobbalzo può far saltare in aria l'esplosivo e, con esso, l'intero camion), ma il compenso in denaro che li attende è sufficiente ad alimentare i sogni di riscatto e a vincere ogni paura... o quasi. Da un romanzo di Georges Arnaud, uno dei capolavori di Clouzot, un noir "on the road" caratterizzato da un livello incredibile di tensione crescente, man mano che i protagonisti si trovano ad affrontare gli ostacoli sul proprio cammino e, al contempo, le sofferenze fisiche e psicologiche che li accompagnano. La buona caratterizzazione dei personaggi (simpatiche "canaglie" legate da rapporti di amicizia e di rivalità) li pone davanti alle proprie stesse paure, che fronteggiano chi con coraggio e chi con codardia, chi con spensierata incoscienza e chi con mente sempre fredda, nonostante il pericolo e la morte che incombe. Fino a un finale apocalittico. Memorabile per più versi (dalle manovre lente – tutt'altro dunque che rapide o adrenaliniche – ma spericolate dei camion sulla strada, alle scene dei nostri eroi immersi nel petrolio), la pellicola offre rimandi o suggestioni a tanti film e autori precedenti e successivi: dall'incipit quasi buñueliano all'ambiente cameratesco del gruppo di espatriati che ricorda certi film di Hawks, dalle immagini spettacolari dei pozzi di petrolio in fiamme (che fanno pensare a Herzog) al "balletto" finale del camion sulle note del "Danubio blu" di Strauss (che anticipa evidentemente il Kubrick di "2001"). Intensi gli interpreti: Yves Montand (il corso Mario), Charles Vanel (l'ex gangster francese Mister Jo), Folco Lulli (l'italiano Luigi) e Peter van Eyck (lo scandinavo Bimba), i cui trascorsi vengono solo accennati. Véra Clouzot, moglie del regista, è Linda, la ragazza di Mario. Curiosità: è l'unico film ad aver vinto sia il Festival di Cannes sia l'Orso d'Oro a Berlino. Un remake nel 1977, "Il salario della paura" di William Friedkin.

21 settembre 2021

I Mitchell contro le macchine (M. Rianda, 2021)

I Mitchell contro le macchine (The Mitchells vs the Machines)
di Mike Rianda, Jeff Rowe – USA 2021
animazione digitale
**

Visto in TV (Netflix).

Famiglia scalcinata e disfunzionale (soprattutto per via del difficile rapporto fra la figlia maggiore, Katie, aspirante cineasta in procinto di trasferirsi in un college in California, e il padre Rick, appassionato di natura e sopravvivenza che non sembra comprendere o apprezzare i talenti della giovane adolescente), i Mitchell sono tutt'altro che perfetti: eppure toccherà a loro salvare il mondo quando i robot prodotti dal guru dell'elettronica di consumo Mark Bowman (una sorta di Steve Jobs), capeggiati da un'intelligenza artificiale contenuta in un telefono cellulare, cercheranno di impadronirsi del pianeta. Divertente film d'animazione, prodotto da Phil Lord e Christopher Miller (quelli di "Piovono polpette" e "Lego Movie"), co-sceneggiato con Jeff Rowe e diretto da Mike Rianda, che si sarebbe ispirato (pare) alle dinamiche della sua stessa famiglia e ai ricordi dei viaggi in auto durante le vacanze estive. Per riallacciare i rapporti con Katie, infatti, Rick si propone di accompagnarla al college in auto insieme al resto della famiglia (la madre Linda, "collante" che si sforza di tenere unito il gruppo, e il figlio piccolo Aaron, appassionato di dinosauri). Della comitiva fanno parte anche il cane strabico Monchi e due dei robot cattivi, diventati buoni perché difettosi. Simpatico e vivace, il film – come gran parte dell'intrattenimento su larga scala di Hollywood – insiste ripetutamente sui suoi messaggi, veicolati praticamente ogni due minuti a beneficio di uno spettatore distratto: l'unità della famiglia, che deve rimanere tale anche quando uno dei figli è ormai adulto e vorrebbe andare per la propria strada, e l'eccessiva dipendenza dalle tecnologie (cellulari ed elettrodomestici smart in primis), che fra le altre cose rappresentano una barriera fra le generazioni più giovani e quelle più anziane e meno avvezze all'uso dei computer. Il tutto avvolge di retorica non necessaria quella che sarebbe stata una divertente avventura che gioca con i cliché delle pellicole di fantascienza apocalittica (evidenti i rimandi a "Terminator"), diminuendo in parte la gradevolezza dell'insieme, anche se il parallelo fra l'interconnessione digitale e quella famigliare (il titolo del film, in un primo momento, avrebbe dovuto essere proprio "Connected") non è banale. Fra le righe si capisce che Katie è lesbica. Interessanti il disegno e l'animazione, che combinano varie tecniche (dal collage al tratto a matita), in maniera non dissimile da "Spider-Man: Un nuovo universo" (dove già c'era lo zampino di Phil Lord). La pellicola sarebbe dovuta uscire nei cinema a inizio 2020, poi – un po' per motivi commerciali, un po' per via del Covid – è stata posticipata più volte, fino a essere distribuita direttamente in TV, sulla piattaforma Netflix.

20 agosto 2021

Viaggio a Kandahar (Mohsen Makhmalbaf, 2001)

Viaggio a Kandahar (Safar-e Qandahār)
di Mohsen Makhmalbaf – Iran/Francia 2001
con Nelofer Pazira, Hassan Tantaï
***

Rivisto in TV (La7), con Sabrina.

Nafas (Nelofer Pazira), una giornalista afgana rifugiatasi in Canada, intende reintrodursi clandestinamente nel proprio paese di origine per raggiungere la città di Kandahar, dove si trova ancora sua sorella, che le ha comunicato l'intenzione di uccidersi nel giorno dell'ultima eclisse di sole del millennio. Ma per attraversare il territorio controllato dai talebani (gli "studenti coranici" che impongono severe leggi che limitano la libertà degli abitanti, e in particolare delle donne) deve nascondersi sotto un burqa e dipendere dall'aiuto di occasionali sconosciuti incontrati lungo il cammino (una famiglia di profughi di cui si finge una delle mogli, un bambino appena espulso da una scuola coranica, un medico di origine americana, un uomo con il braccio amputato). Di impianto semi-documentaristico (la storia della protagonista è in parte vera, e molti degli attori interpretano sé stessi), è il film più noto in occidente del regista iraniano Mohsen Makhmalbaf, che lo ha girato negli anni del primo regime talebano in Afghanistan: prima, cioè, che gli attentati dell'11 settembre 2001 spingessero gli americani e i paesi occidentali a rovesciare tale regime: oggi, proprio nei giorni in cui i talebani hanno riacquistato il controllo del paese, la pellicola è tornata tristemente e prepotentemente di attualità dopo aver passato qualche tempo (dopo l'iniziale successo) nel dimenticatoio. Potente e impressionante nel suo mettere in scena le condizioni di un popolo soggiogato da un sistema fanatico ed estremista (vedi per esempio la scena della scuola coranica, che mostra l'indottrinamento dei bambini), oltre che della situazione di profughi e rifugiati (molti dei quali con arti amputati a causa delle numerose mine, residui della lunga guerra fra i sovietici e i mujaheddin: indimenticabili le scene in cui gli elicotteri della Croce Rossa "paracadutano" nel deserto protesi e gambe finte), il film parla soprattutto delle dure condizioni delle donne sotto il dominio talebano, chiamate cumulativamente "teste nere", private di ogni diritto (dall'educazione al lavoro indipendente), persino della parola (un uomo o un bambino devono fare da "interprete" fra loro e gli estranei durante qualsiasi conversazione) e naturalmente costrette a nascondersi interamente dietro il velo (sotto il quale, però, alcune di loro non rinunciano a mettersi lo smalto o il rossetto). Alcune sequenze appaiono involontariamente comiche, come quella in cui non solo Nafas ma anche la sua guida e numerosi altri uomini si celano sotto il burqa per unirsi a un corteo nuziale e oltrepassare così un posto di blocco (una sequenza che ricorda quella del film dei Monty Python "Brian di Nazareth" con le barbe finte). La maggior parte del film è stata girata in Iran (per esempio presso il campo rifugiati di Niatak), ma alcune scene anche (segretamente) in Afghanistan. Il medico che aiuta Nafas è interpretato da Hassan Tantaï (alias Dawud Salahuddin), un vero ex combattente americano che si è convertito all'Islam, si è rifugiato in Iran e ha ucciso un oppositore di Khomeini (ed è tuttora ricercato come fuggitivo). Finale aperto, con l'ultima scena che era stata proposta anche all'inizio e che torna come in un circolo (richiamato dall'immagine dell'eclisse, intravista da Nafas attraverso le maglie strette del burqa e ovvia metafora di un'oscurità che irrompe sul destino degli abitanti del paese). Ma la bellezza del film sta anche nella sua apertura verso la speranza, a tratti evocata dalle frasi, dai canti e dalle emozioni che Nafas cattura a mo' di reportage, durante tutto il viaggio, sul suo registratore portatile, nell'intento di portare conforto alla sorella e, per estensione, a tutto il popolo afgano.

31 luglio 2021

Nomadland (Chloé Zhao, 2020)

Nomadland (id.)
di Chloé Zhao – USA 2020
con Frances McDormand, David Strathairn
***

Visto in divx, con Sabrina.

Dopo la morte del marito e la chiusura della miniera in cui lavorava (che ha portato all'abbandono della cittadina in cui risiedevano: siamo attorno al 2012, negli anni della grande crisi economica), Fern ha iniziato a vivere da "nomade", spostandosi e dormendo in un furgone (van) che è di fatto la sua casa, viaggiando per l'America occidentale, guadagnandosi da vivere con lavoretti temporanei e contando sulla solidarietà incrociata delle altre persone che hanno scelto il suo stesso stile di vita. Dico "scelto", nonostante i disagi e i pochi mezzi a disposizione, perché le occasioni per rimettere radici da qualche parte non mancherebbero, date le offerte che ogni tanto giungono da parenti o da amici di stabilirsi presso di loro. Ma il desiderio di indipendenza e di assaporare la libertà di muoversi dove e come si vuole, la paura del futuro o la disillusione per i rapporti sociali di lunga data e verso un mondo dominato dal capitalismo, impediscono a lei – e ai tanti altri come lei – di rinunciare a questa vita. Al terzo film (e dopo il già notevole "The rider", che le era valso un contratto con la Marvel per dirigere uno dei prossimi cinecomic, "Eternals": la lavorazione di questo è proceduta in parallelo con la pre-produzione di quello), la regista sino-americana Chloé Zhao ha fatto il botto: Leone d'Oro a Venezia e premio Oscar per il miglior film (forse facilitato anche dalla ridotta concorrenza per via della lunga chiusura dei cinema per il Covid). Ispirato a un libro-inchiesta della giornalista Jessica Bruder – che per diversi mesi ha vissuto in un camper, aggregandosi a comunità di "nomadi" costretti dalle difficoltà economiche a spostarsi di città in città per gli Stati Uniti in cerca di lavoro – il film si sviluppa senza trama, fatto di tanti piccoli momenti ed episodi, risultando a tratti quasi documentaristico (e di fatto lo è: documenta una realtà). Al centro c'è sempre il personaggio di Fern, interpretato da una straordinaria Frances McDormand (anche lei premiata con l'Oscar, così come la regista), umanissima ed "eccentrica, audace e sincera" (come la definisce la sorella), mentre la pellicola stessa ha toni misurati, senza mai sfociare nel pretenzioso o nel melodrammatico (ed è questa la sua forza). Attorno alla protagonista si muovono pochi personaggi ricorrenti, come quelli interpretati dall'attore David Strathairn e da alcuni veri "nomadi" (Linda May, Charlene Swankie, Bob Wells). Notevoli inoltre i paesaggi, gli scenari e le ambientazioni, praticamente sempre extraurbani, che restituiscono un'immagine dell'America più "pura" e immacolata (per esempio i suoi parchi naturali).

29 luglio 2021

Zabriskie Point (Michelangelo Antonioni, 1970)

Zabriskie Point (id.)
di Michelangelo Antonioni – Italia/USA 1970
con Mark Frechette, Daria Halprin
***

Rivisto in DVD, con Sabrina.

Accusato ingiustamente di aver sparato a un poliziotto durante una manifestazione all'università (sono gli anni delle contestazioni contro la guerra in Vietnam e delle violenze della polizia contro i neri), Mark (Frechette), studente di Los Angeles, ruba un piccolo aereo da turismo e fugge verso la Death Valley. Qui, nel deserto, incontra la giovane segretaria Daria (Halprin), che si sta recando in auto verso Phoenix. Faranno l'amore nudi sulla sabbia a Zabriskie Point, antica e particolare conformazione geologica fra colline di gesso e di borace. Dopo che il ragazzo sarà tornato in città e sarà ucciso dalla polizia, Daria porterà avanti a modo proprio la sua lotta contro il sistema e il conformismo, facendo esplodere con l'immaginazione la casa modello del suo boss, uno speculatore edilizio, situata proprio in mezzo al deserto. Il secondo film in lingua inglese di Antonioni (questa volta girato in America) è uno dei suoi lavori più iconici e al tempo stesso più controversi e meno universalmente acclamati (fu detestato, per esempio, dalla critica negli Stati Uniti, che lo trovò banale e qualunquista). Se in "Blow up" il regista ferrarese (anche sceneggiatore, insieme a Tonino Guerra, Sam Shepard, Clare Peploe e Fred Gardner) aveva sfruttato il contesto della Swinging London e del mondo della fotografia e della moda per riflettere sui concetti di realtà e della relatività delle esperienze sensoriali, qui fa qualcosa di simile, partendo dalle pulsioni anarchiche e dalle contestazioni giovanili per parlare più in generale di ribellione, fuga, libertà e autodeterminazione. E quale luogo migliore di un deserto (come vedremo anche in "Fandango"), della Valle della Morte, per allontanarsi da una società in cui si sta stretti o non ci si riconosce più, e cercare sé stessi? Da notare che Mark si trova a poco agio persino fra i suoi compagni rivoluzionari: nella sua anarchia è individualista, oltre ogni regola o vincolo. Come sempre, poi, in Antonioni il discorso si allarga a livelli universali che vanno oltre la situazione concreta, e non casualmente le due scene più celebri del film (l'amore nel deserto, la casa che esplode) si venano entrambe di sfumature surreali e visionarie. Nel primo caso, i due giovani amanti sono man mano attorniati da innumerevoli altre coppie che si abbracciano appassionatamente: "residui" di altre persone che sono state lì ad amarsi in passato, oppure – più probabile – un segno che i due protagonisti rappresentano un po' tutti i ragazzi che in quel momento si battono contro un sistema oppressivo e valori in cui non si riconoscono? Nel secondo caso, l'esplosione è tutta nella mente della protagonista, e viene mostrata più volte (da angolazioni diverse) e poi al rallentatore, mentre stanze, oggetti ed elettrodomestici deflagrano (la piscina, il guardaroba, la televisione, il frigorifero, la libreria) e i loro frammenti colorati volteggiano nell'aria, accompagnati dalla musica dei Pink Floyd (il tutto è un'evidente critica alla società dei consumi). La bella colonna sonora comprende anche brani dei Grateful Dead, dei Kaleidoscope e di Jerry Garcia. La fotografia, che sfrutta nel migliore dei modi i paesaggi vasti e spettrali della Death Valley, è di Alfio Contini. I due attori protagonisti erano esordienti e non professionisti (e i personaggi hanno i loro stessi nomi).

17 dicembre 2020

Jesus rolls (John Turturro, 2019)

Jesus Rolls - Quintana è tornato! (The Jesus Rolls)
di John Turturro – USA/Francia 2019
con John Turturro, Bobby Cannavale, Audrey Tautou
*1/2

Visto in TV (Prime Video).

Appena uscito di prigione, Jesus Quintana (Turturro) trova ad attenderlo l'amico Petey (Bobby Cannavale). Dopo aver rubato una macchina, i due vagabondano insieme alla giovane francese Marie (Audrey Tautou), che si concede ad entrambi senza riuscire a raggiungere l'orgasmo: ce la farà con il giovane Jack (Pete Davidson), figlio della misteriosa Jean (Susan Sarandon), un'altra ex carcerata con cui Jesus e Petey avevano fatto conoscenza, prima che si suicidasse. Sconclusionata e deludente pellicola episodica che sarebbe, almeno in teoria, uno spin-off de "Il grande Lebowski" dei fratelli Coen, visto che il personaggio di Jesus Quintana proviene da una (singola) scena dei quel film (anche se era stato creato e caratterizzato da Turturro per proprio conto, già prima delle riprese): ma il legame è quanto mai esile (al bowling è dedicata una sola sequenza, più un paio di accenni), e in realtà si tratta di un remake de "I santissimi" (1974) di Bertrand Blier, film che fece scandalo alla sua uscita per il suo ritratto di personaggi sbandati e i temi sessuali. In effetti lo stile c'entra poco o nulla con quello dei Coen: siamo più dalle parti di un mix fra l'irriverenza di "Borat" e le prime pellicole on the road di Jim Jarmusch, con un incipit che ricorda "The Blues Brothers" (l'uscita dalla prigione, scena peraltro ripetuta poi per altri due personaggi) e uno sviluppo che pare improvvisato al momento (la trama, di fatto, è inesistente). A tratti esistenzialista e surreale, in questa successione di scenette scollegate – che anche quando vogliono far ridere non ci riescono mai – Jesus cessa persino di essere il personaggio centrale, con l'attenzione che si sposta presto sugli altri comprimari. Ma alla fine ci si chiede quale voleva essere il fine ultimo della pellicola. Nel cast, in piccoli ruoli, si riconoscono fra gli altri Christopher Walken (il direttore della prigione), Jon Hamm (il parrucchiere), Sonia Braga (la madre di Jesus), J.B. Smoove (il meccanico), Tim Blake Nelson (il medico) e Michael Badalucco (la guardia al supermercato).

21 agosto 2020

Microbo & Gasolina (M. Gondry, 2015)

Microbo & Gasolina (Microbe et Gasoil)
di Michel Gondry – Francia 2015
con Ange Dargent, Théophile Baquet
**

Visto in TV, con Sabrina.

L'introverso Daniel, detto "Microbo" per la stazza minuta o "Schizzorock" per la sua indole artistica, e l'eccentrico nuovo compagno di classe Théo, ribattezzato "Gasolina" perché traffica sempre con motori e benzina, vengono emarginati a scuola perché troppo "diversi" dagli altri alunni. All'inizio dell'estate, per inseguire i propri sogni e la voglia di libertà e indipendenza, si costruiscono – mettendo insieme rottami di vario genere – un mezzo di trasporto tutto loro (una casetta di legno su cui hanno montato il motore di una falciatrice) per andarsene in giro da soli per le strade della Francia. Sarà un'occasione di crescita e di maturazione, alla scoperta del mondo e di sé stessi, fra avventure e disavventure di vario tipo. Sceneggiato e diretto dal regista di "Se mi lasci ti cancello", al secondo film in patria dopo "Mood indigo", una storia che affronta temi interessanti ma non molto originali (le insicurezze, la sessualità, l'amicizia, il rapporto con i genitori e gli adulti, la ribellione, l'anticonformismo, e tutto ciò che caratterizza il delicato passaggio dall'infanzia all'adolescenza) anche se è da apprezzare la cura nella descrizione dei personaggi e il mix di realismo e fantasia. Peccato che il ritmo con cui si svolga la vicenda sia un po' troppo compassato. Bravi i due giovani attori. Nel cast c'è anche Audrey Tautou nel ruolo della madre depressa di Daniel. Michel Gondry aveva già raccontato l'inizio dell'adolescenza nel suo ultimo film americano "The We and the I", passato – come questo – piuttosto inosservato.

13 luglio 2020

Turné (Gabriele Salvatores, 1990)

Turné
di Gabriele Salvatores – Italia 1990
con Diego Abatantuono, Fabrizio Bentivoglio
**1/2

Rivisto in divx alla Fogona, con Marisa.

Gli attori Dario (Abatantuono) e Federico (Bentivoglio), amici da una vita, partono in tournée con una compagnia teatrale per portare nelle cittadine di tutta Italia una rappresentazione de "Il giardino dei ciliegi" di Cechov. Se per Dario è un modo di riempire il tempo in attesa che giunga la chiamata di un regista di Hollywood, Federico – trascinato dall'amico – è in profonda crisi perché la sua fidanzata Vittoria (Laura Morante), conduttrice radiofonica, l'ha lasciato per un altro uomo, di cui ignora l'identità: in effetti si tratta proprio di Dario, che non riesce a trovare il coraggio di dirglielo. Dopo "Marrakech Express" (e prima di "Mediterraneo"), un altro film per Salvatores sui temi del viaggio e dell'amicizia, stavolta declinato su due soli personaggi che si completano a vicenda: le caratteristiche che mancano all'uno sono infatti presenti nell'altro, tanto che la stessa Vittoria dice che "voi due, insieme, siete un uomo perfetto". I trasferimenti avvengono a bordo della vecchia Mercedes W110 di Federico, quella con cui i due amici da giovani avevano intrapreso "mitici" viaggi all'estero a cui adesso, sulla soglia dei quarant'anni, ripensano con nostalgia (e che rappresenta, potenzialmente, una via di fuga dalla realtà). Il rapporto diventato ora a tre (Dario, Federico e Vittoria) fa da filo conduttore, così come la tournée teatrale, a una vicenda intima che si snoda tappa dopo tappa per tutta la penisola, attraversando scorci e scenari di provincia (dalla Puglia all'Umbria, dalla Romagna alle Marche: la diga preso la quale i tre si fermano è quella della Gola del Furlo). Nella colonna sonora spicca "Rimmel" di Francesco De Gregori, ma anche "A zonzo" di Ernesto Bonino (resa celebre nella versione nonsense cantata da Alberto Sordi, come doppiatore di Oliver Hardy, ne "I diavoli volanti"). In piccoli ruoli si riconoscono Ugo Conti (il direttore di scena), Giovanni Bosich (il capo della compagnia) e Claudio Bisio (il benzinaio).

29 giugno 2020

Il grido (Michelangelo Antonioni, 1957)

Il grido
di Michelangelo Antonioni – Italia 1957
con Steve Cochran, Alida Valli
***

Rivisto in divx.

Dopo sette anni di convivenza e una figlia, l'operaio Aldo (Steve Cochran) viene improvvisamente lasciato dalla compagna Irma (Alida Valli), che ha deciso di andare a vivere con un altro uomo. Aldo abbandona allora il paese e il lavoro, e comincia a vagabondare per la regione insieme alla bambina, incapace di stabilirsi definitivamente in un altro luogo e con un'altra donna, nonostante le occasioni non gli mancherebbero: presso l'ex fidanzata Elvia (Betsy Blair), lungo gli argini del Po; nella stazione di rifornimento gestita dalla prosperosa benzinaia Virginia (Dorian Gray), che gli offrirebbe anche un lavoro; o in una baraccopoli in compagnia di Andreina (Lynn Shaw), spirito libero e anticonformista... Capitolo importante nella filmografia di Antonioni, che segna un momento di passaggio verso l'esistenzialismo che connoterà il suo cinema più maturo. Qui i personaggi (proletari, contadini, operai) e gli scenari da neorealismo (la campagna lungo il tratto finale del Po, fra il Veneto e l'Emilia-Romagna), spogli, nebbiosi e invernali, ritratti magistralmente dalla fotografia livida in bianco e nero, fanno solo da sfondo a una storia di sofferenza dell'animo: quella di Aldo (che si riflette a volte negli altri personaggi che incontra, ma che in lui è ai massimi livelli) è una ricerca irrealizzabile, la ricerca di un amore puro e non utilitaristico. I suoi rifiuti ad accettare una sistemazione sono razionali (per esempio la presenza della bambina), ma celano un'irrequietezza e un'insoddisfazione impossibili da placare. Così si spiega l'incapacità di stabilirsi insieme a Elvia, Virginia o Andreina, il modo in cui mette subito da parte il progetto di emigrare in Venezuela, il disinteresse totale per ciò che avviene attorno a lui (come la protesta dei contadini espropriati nel finale). Se le piene del Po e le alluvioni "portano via un po' di vecchio e fanno posto a un po' di nuovo", per Aldo la cosa si rivela impossibile. Il titolo, "Il grido", può essere spiegato superficialmente con l'ultima scena della pellicola (il grido di Irma), ma in realtà esprime il grido esistenziale (e silenzioso) che il protagonista emette per tutto il film. Bellissima la colonna sonora (al pianoforte) di Giovanni Fusco. Mirna Girardi è la piccola Rosina, Guerrino Campanilli è l'anziano padre di Virginia (che scappa sempre di casa), Gabriella Pallotta è Edera, la giovane e bella sorella di Elvia. Se Alida Valli recita in modo un po' melodrammatico, Cochran (che fu doppiato da Otello Toso) è decisamente intenso e sensibile: ma all'inizio si rimane un po' sorpresi quando ci si rende conto che il film intende seguire lui e non lei. Dorian Gray (nel primo ruolo di rilievo della sua carriera) è doppiata da Monica Vitti, musa del regista dal successivo "L'avventura".

30 maggio 2020

Duel (Steven Spielberg, 1971)

Duel (id.)
di Steven Spielberg – USA 1971
con Dennis Weaver, Carey Loftin
***1/2

Rivisto in TV.

In viaggio per lavoro sulle strade desertiche della California (le riprese sono state effettuate nel deserto del Mojave), il rappresentante David Mann (Dennis Weaver) ingaggia suo malgrado una sfida senza esclusione di colpi con il misterioso autista di un'autocisterna che sta compiendo lo stesso tragitto. Iniziato con una serie di sorpassi e controsorpassi, il "duello" si protrae fra numerose scorrettezze, con il "bestione della strada" che cerca a più riprese di uccidere il malcapitato protagonista. Tratto da un racconto di Richard Matheson (ispirato a un episodio accadutogli davvero, ma naturalmente gonfiato a proporzioni gigantesche per esigenze drammaturgiche), un tv movie che ha fatto storia, e non solo per l'alta tensione che cresce inesorabilmente fino a un finale catartico. Non si tratta, come si dice talvolta, del primo lavoro di Spielberg, visto che il cineasta americano – allora ventiquattrenne – aveva già firmato la regia di alcuni episodi di serie televisive e in particolare di "L.A. 2017" per la serie "The Name of the Game" (in italiano "Reporter alla ribalta"). Ma "Duel", trasmesso nel novembre 1971 in tv con un grande riscontro da parte del pubblico e della critica, fu distribuito l'anno successivo anche al cinema con l'aggiunta di alcune scene girate ex novo dallo stesso Spielberg (le sequenze della telefonata di Mann alla moglie, quella dello scuolabus e quella del passaggio a livello), allo scopo di gonfiare la durata dagli originali 74 minuti ai 90 richiesti per la distribuzione nelle sale, e rappresenta perciò il suo esordio come regista cinematografico. Girato nell'arco di soli 13 giorni (più altri 10 per il montaggio) e con un budget ridottissimo, il film mette già in mostra il talento del futuro autore di blockbuster come "Lo squalo" e "I predatori dell'arca perduta" (per citare solo due titoli di una filmografia vastissima), ma sfrutta un'idea di base molto semplice per dare vita a qualcosa di archetipicamente efficace e simbolicamente potente. L'episodio, in fondo, gioca con molte paure dell'uomo comune, quelle di ritrovarsi di colpo (e senza colpa) imprigionato in una situazione di alta tensione per la quale si sente inadeguato, e dove la routine della vita quotidiana esplode nella violenza, in maniera non dissimile da altre pellicole coeve (si pensi, per esempio, al "Cane di paglia" di Sam Peckinpah). Il protagonista Mann, infatti, è una persona qualunque, non certo eroica o coraggiosa (anzi, il dialogo al telefono con la moglie, che non ha difeso la sera precedente, ci fa capire che è anche un po' codardo), persino ridicolo nei brevi momenti in cui esulta come un bambino di fronte ad esigue vittorie (l'illusione di aver seminato o essersi sbarazzato di un nemico che invece è destinato a tornare). D'altronde è un piccolo borghese, a disagio fra i camionisti che incontra nel posto di ristoro e in generale nel contatto con un mondo sporco e proletario di cui l'autocisterna, sudicia e fumante, fa parte a pieno titolo. L'avventura per lui è anche una discesa in un universo selvaggio, lontano dalla sua rassicurante quotidianità, dove ogni tentativo di dare una spiegazione razionale o di rispondere in maniera logica è destinato a fallire.

A fare paura, infatti, è anche il fatto che le motivazioni del "duello" non vengono mai spiegate esplicitamente, e che il guidatore dell'autocisterna non viene mai mostrato del tutto (se ne intravedono, in un paio di fugaci scene, giusto le braccia e gli stivali). Spielberg ha dichiarato che la trovata di non fare vedere l'autista (il pilota dell'automezzo era lo stuntman Carey Loftin, tra parentesi) rende l'autocisterna stessa il vero "cattivo" del film, un'impressione acuita dal fatto che il modello scelto (un Peterbilt 281, sporco e arrugginito, in netto contrasto con la Plymouth Valiant rossa di Mann) sembra quasi presentare le fattezze di un volto, con occhi (i parabrezza) e muso sporgente. Le numerose targhe (di stati diversi) che sfoggia potrebbero inoltre essere i trofei di "prede" precedenti. La paura dell'ignoto è una delle più forti, e non conoscere nulla del rivale acuisce il senso di terrore e di frustrazione del protagonista davanti a un nemico invincibile e inesorabile, che lo ha preso di mira e che ritorna sempre a ogni svolta. La sfida stessa, iniziata come una serie di piccoli dispetti, cresce a proporzioni straordinarie, diventa una questione di vita o di morte: è la lotta contro una forza della natura, misteriosa, ostile e irrazionale, come quella con Moby Dick (o come lo squalo del successivo lavoro – e primo grande successo cinematografico – di Spielberg). Oppure con un toro: l'idea della corrida è suggerita dal colore rosso dell'auto del protagonista, ma anche dal fatto che il nemico lo invita esplicitamente alla lotta, gli impedisce di tirarsene fuori, lo costringe a proseguire lo scontro fino alla fine. Il confronto conclusivo sulla sommità della collina, infine, può ricordare tanto un duello western (e lo suggerisce anche il titolo della pellicola) quanto, trattandosi di automezzi, una sfida di coraggio in stile "Gioventù bruciata". In ogni caso l'obiettivo finale per Mann è quello di crescere attraverso l'esperienza, di diventare un vero uomo, un traguardo che raggiunge anche grazie al suo nemico. Non mi piace invece l'ipotesi, avanzata da alcuni critici, di una natura "diabolica" dell'autocisterna, una sorta di possessione che in fondo è superflua e inutile. Concludo con alcune annotazioni: personalmente il film risuona in me ancora di più perché ho sempre avuto paura delle automobili e del fatto che, mentre guidiamo, tendiamo a "disumanizzare" le altre vetture che incrociamo sulla strada (pensiamo spesso a loro come "macchine", raramente riflettendo che contengono degli uomini al loro interno). Negli Stati Uniti, invece, le auto sono un vero mito, un'estensione quasi ineluttabile delle persone. Anche Spielberg volle che i veicoli "parlassero" per sé stessi, e per questo motivo il protagonista non ha molte linee di dialogo (da notare però il flusso dei suoi pensieri interiori, per esempio nella scena al posto di ristoro sulla strada). La colonna sonora di Billy Goldenberg anticipa in alcuni punti il celebre tema de "Lo squalo". E il regista renderà successivamente omaggio a questo suo primo lavoro in altri suoi film: per esempio Lucille Benson e la sua stazione di servizio con l'esibizione di serpenti torneranno in "1941 - Allarme a Hollywood". Per certi versi la pellicola (pensando per esempio al suo incipit, con la soggettiva della macchina che esce dal garage e attraversa la città, mentre in sottofondo si sente la radio) potrebbe aver ispirato "Locke" di Steven Knight.

28 maggio 2020

Marrakech Express (G. Salvatores, 1989)

Marrakech Express
di Gabriele Salvatores – Italia 1989
con Fabrizio Bentivoglio, Diego Abatantuono
***

Rivisto in DVD.

Quando ricevono dal Marocco un'inattesa richiesta d'aiuto da parte di Rudy, l'amico di cui non avevano più notizie da dieci anni, quattro trentenni un tempo inseparabili ma che si sono ormai persi di vista – l'ingegnere Marco (Fabrizio Bentivoglio), il venditore d'auto usate Maurizio detto "Ponchia" (Diego Abatantuono), l'insegnante Paolino (Giuseppe Cederna) e il solitario Cedro (Gigio Alberti) – decidono di partire insieme in auto per Marrakech per portargli il denaro che ha richiesto. Il lungo viaggio farà tornare alla luce i rapporti, i rancori e le incomprensioni, ma anche le complicità, i giochi e soprattutto la nostalgia per un'epoca ormai finita ("Siamo una tribù in via di estinzione, gli ultimi che avranno i ricordi in bianco e nero"). Vero e proprio cult movie generazionale, forse debitore in parte a "Il grande freddo" e a "Fandango", il terzo film di Gabriele Salvatores è il primo della cosiddetta "trilogia della fuga" (seguiranno "Turné" e "Mediterraneo"), nella quale il regista esplicita la sua miglior vena comico-indulgente e, insieme con i suoi sceneggiatori (qui Umberto Contarello, Carlo Mazzacurati ed Enzo Monteleone), guarda al passato e ai ricordi di quando, con gli amici, si facevano spensierati viaggi in giro per l'Europa e per il mondo, all'insegna della gioventù e dell'incoscienza (farsi le canne sul traghetto, rubare cibo al supermercato, dormire sotto le stelle...) prima che gli impegni e i doveri della vita adulta ci cambiassero profondamente e soffocassero la voglia di libertà. Leggero e ingenuo, riesce a risultare comunque risonante e gradevole, grazie al fascino apportato dai temi del viaggio (che, come sempre, è anche e soprattutto alla (ri)scoperta di sé) e dell'amicizia, ma pure a una colonna sonora che comprende brani vintage ("L'anno che verrà" di Lucio Dalla, "La leva calcistica del '68" di Francesco De Gregori, quest'ultima usata nella scena più celebre della pellicola, quella della partita nel deserto contro i marocchini che sarà poi citata da Aldo, Giovanni e Giacomo in "Tre uomini e una gamba"). Fra i tanti momenti memorabili, la sosta presso il villaggio western in Spagna, la visita dal dentista tedesco a Marrakech, il tatuaggio al bagno turco, l'attraversamento del deserto in bicicletta, prima che la pellicola si perda un po' nel finale: come in molti viaggi, quando si arriva alla meta tutto sembra di colpo meno interessante. Ottimi gli attori, che torneranno quasi tutti nei film seguenti del regista: a spiccare sono in particolare Cederna (nei panni del timido Paolino) e Abatantuono (Ponchia), che dopo "Regalo di Natale" prosegue a staccarsi dalla figura del "terrunciello" che lo aveva reso celebre, dimostrandosi interprete a tutto tondo. Ugo Conti è l'omosessuale Salvatore, che aiuta i nostri amici in Marocco. Massimo Venturiello è Rudy, mentre Cristina Marsillach è Teresa, la ragazza spagnola che questi manda dagli amici. Insieme ai lavori successivi avrebbe potuto forse rinnovare la stagione della commedia all'italiana: ma il filone inevitabilmente si estinguerà da solo in poco tempo, e lo stesso Salvatores cercherà altre strade.

20 maggio 2020

Cuore selvaggio (David Lynch, 1990)

Cuore selvaggio (Wild at heart)
di David Lynch – USA 1990
con Nicolas Cage, Laura Dern
**1/2

Rivisto in DVD, con Sabrina.

Sailor Ripley (Nicolas Cage), delinquente di piccolo calibro appena uscito di prigione, e la sua fiamma Lula Fortune (Laura Dern) sono in fuga dal North Carolina verso la California per sfuggire alla madre di lei, la gelosissima Marietta (Diane Ladd). Questa però sguinzaglia sulle loro tracce sia un detective privato, Johnnie Farragut (Harry Dean Stanton), che il gangster di cui è l'amante, Marcelles Santos (J.E. Freeman), il quale a sua volta assolda alcuni killer per eliminare Sailor e il rivale Johnnie: si tratta del subdolo Bobby Peru (Willem Dafoe) e delle sorelle Perdita e Juana Durango (Isabella Rossellini e Grace Zabriskie). Il quinto lungometraggio di David Lynch è un'originale e romantica fiaba on the road, violenta e barocca, talmente ricca di elementi bizzarri e di personaggi grotteschi e sopra le righe da risultare quasi random (molti di essi avrebbero meritato un maggiore approfondimento, anziché darsi il cambio solo per far numero). Nonostante ciò, la trama è più lineare di quanto possa sembrare e affonda le sue radici nell'immaginario pop e retrò, e a volte kitsch, degli Stati Uniti del sud: vedi le numerosissime citazioni da "Il mago di Oz", Nicolas Cage con la giacca di serpente che canta le canzoni di Elvis Presley, il viaggio attraverso luoghi caratteristici come New Orleans e il Texas. Lynch, come fa spesso, narra la vicenda come se si trattasse di un ininterrotto flusso di coscienza e riesce a rendere vivi e plausibili personaggi in realtà assurdi e surreali. Alcune situazioni sembrano addirittura anticipare certe cose di Tarantino, anche se la visionarietà lynchiana rende il tutto più una fiaba moderna che una pellicola "pulp". Quello in cui i due amanti si barcamenano, cercando di ribellarsi alle difficoltà mantenendo il proprio amore come unico punto di riferimento, è – per dirla con le parole di Lula – "un mondo cattivo, senza pietà, che racchiude dentro di sé un cuore selvaggio". Un mondo in cui sesso, violenza e rock'n'roll giocano un ruolo importante, e dove la morte è sempre in agguato (si pensi ai tanti incidenti stradali che i due protagonisti incrociano sulla loro strada). Da sottolineare, come detto, la ricca colonna sonora, usata spesso in maniera diegetica, e i continui riferimenti a "Il mago di Oz": dalle scarpette rosse di Lula (e quelle nere e attorcigliate, da strega appunto, della madre) ai colori stessi della fotografia che ricordano il technicolor del film del 1939, fino all'apparizione salvifica della "strega buona" (interpretata da Sheryl Lee) nel finale. Ispirato a un romanzo di Barry Gifford (di cui Lynch cambiò la conclusione), il film vinse la Palma d'Oro al Festival di Cannes e confermò una volta di più il talento visionario del regista, che ormai cominciava a debordare senza freni dalle sue opere. Curiosità: Laura Dern (già presente, come la Rossellini, nel precedente lavoro di Lynch, "Velluto blu") è figlia di Dane Ladd anche nella vita reale. Nel cast anche W. Morgan Sheppard (il signor Reindeer), Sherilyn Fenn, Crispin Glover e Pruitt Taylor Vince.

29 aprile 2020

Mississippi adventure (Walter Hill, 1986)

Mississippi Adventure (Crossroads)
di Walter Hill – USA 1986
con Ralph Macchio, Joe Seneca
**1/2

Visto in TV.

Grande appassionato di blues, il chitarrista diciassettenne Eugene (Ralph Macchio) individua in una casa di riposo il vecchio musicista nero Willie Brown (Joe Seneca) e lo fa fuggire dall'istituto, per recarsi con lui in Mississippi sulle tracce della mitica "canzone perduta" di Robert Johnson. Dopo molte avventure lungo la strada (che daranno ad Eugene l'esperienza necessaria a diventare un vero "uomo del blues"), accompagnati per un breve tratto da una coetanea del ragazzo, l'autostoppista Frances (Jami Gertz), i due giungeranno fino al crocicchio dove Johnson e lo stesso Brown vendettero l'anima al diavolo per poter suonare meglio di chiunque al mondo. Qui Eugene, vincendo una sfida musicale contro un chitarrista rock (interpretato da Steve Vai), aiuterà l'amico a rompere il patto che aveva firmato col demonio (Robert Judd). Road movie che trasuda amore per il delta blues e tutto il suo folklore, sul canovaccio della coppia maestro-allievo, con quest'ultimo che impara dalla strada (e dalla vita) quello che non si può apprendere dalla scuola o dai libri. Fra realtà (ma il vero Willie Brown è morto nel 1952) e leggenda (il "mito" del crocicchio del diavolo, legato indissolubilmente alla figura di Robert Johnson), una pellicola calda e piacevole, condita da molta bella musica. La colonna sonora è curata da Ry Cooder, mentre Joe Seneca interpreta personalmente le proprie canzoni. Il protagonista Ralph Macchio, che a dire il vero appare un po' spaesato, era reduce dal successo di "Karate Kid". Nella sfida finale, Eugene vince la gara grazie ai suoi studi di musica classica: esegue infatti con la chitarra elettrica un capriccio di Paganini!

5 novembre 2019

Leningrad Cowboys meet Moses (Aki Kaurismäki, 1994)

Leningrad Cowboys meet Moses
di Aki Kaurismäki – Finlandia/Germania/Francia 1994
con Matti Pellonpää, Kari Väänänen
**

Visto in divx, in originale.

Sperduti nel deserto messicano alla fine del film precedente, i Leningrad Cowboys ("la peggior banda di rock'n'roll del mondo") ritrovano il loro vecchio manager Vladimir (Pellonpää), che ora si fa chiamare Mosé, sfoggia una lunga barba nera e dichiara di essere stato inviato per ricondurre il suo popolo in patria. Si lasciano così convincere a ripartire per l'Europa, dove, a bordo di un vecchio pulmino rosso, attraverseranno vari paesi (dalla Francia alla Germania, dalla Repubblica Ceca alla Polonia) diretti verso l'ex (ma tuttora esistente) Unione Sovietica. Sulle loro tracce c'è però un agente della CIA (André Wilms), che li insegue perché Vladimir/Mosé ha rubato il naso della Statua della Libertà (!), e che si unisce al gruppo spacciandosi per il profeta Elia... Dopo il brillante "Leningrad Cowboys go America", ecco un sequel divertente ma assai meno significativo, nonostante le bizzarrie non manchino (così come la parodia degli eventi biblici: vedi Mosé che cammina sulle acque). I membri del gruppo (nato dalla fantasia di Kaurismäki, ma che nel frattempo era diventato una vera rock band) – divisi tra i dipartimenti "messicani", con tanto di poncho, sombreri e baffoni, e "sovietici", con uniformi militari e medaglie – interpretano sempre sé stessi, con gli inconfondibili ciuffi a punta, affiancati da un pugno di attori cari al regista (Kari Väänänen è ancora l'accompagnatore muto, che li tira spesso fuori dai guai). Ma tutto sembra meno nostalgico e più fine a sé stesso: non a caso il film, a differenza del prototipo, non ha avuto la stessa fama (non è nemmeno stato distribuito in Italia) e rimane tuttora il meno noto di tutti i lavori di Kaurismäki. Impagabili comunque i dialoghi in un inglese rudimentale e maccheronico, che accentuano il senso di spaesamento, e la consueta ironia minimalista, straniante e surreale. Nello stesso anno Kaurismäki dirigerà il primo film-concerto del gruppo, "Total Balalaika Show".

26 ottobre 2019

Due per la strada (Stanley Donen, 1967)

Due per la strada (Two for the road)
di Stanley Donen – GB 1967
con Albert Finney, Audrey Hepburn
***

Visto in divx, con Marisa.

Dopo dodici anni, il matrimonio fra Mark (Finney) e Joanna (Hepburn) è in crisi. Si erano conosciuti da squattrinati autostoppisti in Francia: e il passare del tempo, se pure ha dato loro stabilità, ricchezza (Mark è ora un architetto di successo) e una figlia, non è riuscito a regalargli la felicità. Ma proprio nel momento in cui il divorzio sembra ormai inevitabile, ripensando alle tante estati trascorse in viaggio insieme, troveranno la forza per andare avanti. Con una struttura quantomeno originale, il film è caratterizzato da un montaggio non lineare, che salta avanti e indietro nel tempo alternando scene e momenti dei ricorrenti itinerari in auto dei due protagonisti per le strade di campagna del sud della Francia, spesso rivisitando gli stessi luoghi (o le stesse situazioni) a distanza di anni, incrociando così le strade già percorse in passato. Dalle prime gite di coppia alle vacanze con gli amici (con cui prevedibilmente ci si confronta), dalla spensieratezza e dal romanticismo di gioventù alla noia che subentra con il matrimonio, dai sogni e dalle speranze al cinismo e alla disillusione, mentre anche le auto con cui si muovono passano da scalcinate utilitarie a macchine sportive e di lusso. E naturalmente il viaggio stesso è una metafora della vita di coppia, con tutte le svolte e gli imprevisti del caso, dalle prime schermaglie amorose agli occasionali tradimenti, dalla vivace complicità al grigio trascurarsi, dai litigi alle riconciliazioni, con il mondo che cambia (non sempre in meglio) attorno e insieme a loro. La struttura della storia permette di mettere in mostra non solo tante macchine ma anche abiti e acconciature sempre diverse, per rappresentare meglio i vari momenti storici (la cronologia è lasciata da ricostruire allo spettatore, visto che il film salta appunto avanti e indietro in continuazione), mettendo a confronto le varie fasi del loro rapporto e agganciando una scena all'altra tramite associazioni di idee o, più spesso, lasciando che i protagonisti incrocino sé stessi sulla strada. Forse alla lunga un po' ripetitivo, e con qualche luogo comune di troppo sul matrimonio, ma comunque sempre intelligente e pungente. La sceneggiatura di Frederic Raphael, ricca di dialoghi sofisticati – quasi da commedia screwball – ma anche di amarezza e cinismo, fu candidata all'Oscar. Il tema musicale è di Henry Mancini. Per il ruolo maschile Donen aveva pensato inizialmente a Paul Newman, che lo rifiutò.

25 luglio 2019

La carovana dei mormoni (J. Ford, 1950)

La carovana dei mormoni (Wagon Master)
di John Ford – USA 1950
con Ben Johnson, Ward Bond
**

Rivisto in TV.

Due giovani cowboy che commerciano in cavalli (Ben Johnson e Harry Carey Jr.) vengono assoldati da una comunità di mormoni per guidare la loro carovana verso ovest, attraverso il deserto dello Utah, fino alla valle che intendono colonizzare. Dovranno però fare i conti con una banda di fuorilegge che si nasconderanno fra loro per sfuggire alle forze dell'ordine. Western "on the road" sul tema della (più o meno pacifica) convivenza: i mormoni, dallo stile di vita rigoroso e integerrimo, si troveranno a dividere il cammino non solo con i due protagonisti, ma dapprima con un medico-ciarlatano e le sue due accompagnatrici, e poi con la gang familiare dei Clegg (il patriarca e i quattro figli-nipoti), per non parlare del breve incontro con gli indiani (anche se i pellerossa dimostreranno di non avere alcuna ostilità nei loro confronti). Insolitamente quieto e blando, il western tratteggia queste dinamiche sullo sfondo della lenta marcia attraverso il deserto, il passaggio dei guadi e dei fiumi, le pause per riposarsi o per concedersi qualche momento di svago (il ballo, i corteggiamenti fra i cowboy e le ragazze). Ford lo considerava uno dei suoi lavori preferiti. Rivisto oggi, però, offre ben poco di memorabile e risulta basilare per storia e personaggi (dei due protagonisti non sappiamo assolutamente nulla), anche perché (a differenza per esempio di "Ombre rosse") è quasi privo di epicità e di figure carismatiche. Ward Bond è il capo dei mormoni, Charles Kemper il patriarca dei banditi, Joanne Dru l'assistente del dottore. La pellicola ha ispirato una serie televisiva, "Carovana" (o "Carovane verso il west"), con lo stesso Bond.

28 marzo 2019

The day I lost my shadow (S. Kaadan, 2018)

The day I lost my shadow (Yom adaatou zouli)
di Soudade Kaadan – Siria/Libano/Francia/Qatar 2018
con Sawsan Arsheed, Reham Al Kassar
**1/2

Visto all'Auditorium San Fedele, in originale con sottotitoli (FESCAAAL).

Siria, 2012: il conflitto è iniziato da pochi mesi, ma le conseguenze sulla martoriata popolazione civile sono già pesanti. Alla ricerca di una bombola di gas, per poter cucinare un pasto caldo al proprio figlioletto, una giovane madre si avventura con altre due persone (un fratello e una sorella che hanno già sperimentato carcere e ingiustizie) in un'odissea dentro e fuori Damasco, fra le strade di periferia punteggiate da posti di blocco, i vasti uliveti ormai teatro di scontri a fuoco, e pericoli di ogni genere. E scopre che il paese sta perdendo la voglia di vivere (o forse addirittura la propria anima) a tal punto che persino le ombre stanno cominciando ad abbandonare le persone. Uno spunto surreale o fantastico (che mi ha ricordato una classica storia di Topolino, "La rivolta delle ombre" appunto, apparsa nel 1960) ma decisamente straniante per una pellicola ambientata in un contesto invece assai duro, concreto e realistico: ma è un buon modo per mettere in luce l'assurdità della guerra e il suo impatto sulla vita quotidiana di persone normali come la protagonista, costretta suo malgrado a fare i conti con la mancanza di elettricità o di gas e l'impossibilità di continuare a condurre un'esistenza ordinaria. Interessante il paragone che a un certo punto viene fatto con Hiroshima, dove invece furono le persone a sparire e le ombre a rimanere (le sagome rimaste impresse sui muri e le scale della città). La struttura circolare (la pellicola inizia e finisce nello stesso luogo, l'abitazione di mamma e figlio) favorisce il coinvolgimento emotivo. La regista, esordiente, ha vinto a Venezia il premio per la miglior opera prima.

14 marzo 2019

Il tesoro di Vera Cruz (Don Siegel, 1949)

Il tesoro di Vera Cruz (The Big Steal)
di Don Siegel – USA 1949
con Robert Mitchum, Jane Greer
**

Visto in TV.

Giunto in Messico sulle tracce di Jim Fisher (Patric Knowles), rapinatore che gli ha sottratto un milione di dollari destinati alle paghe dell'esercito statunitense, il tenente Douglas Anderson (Robert Mitchum) è inseguito a sua volta dal proprio superiore, il capitano Blake (William Bendix), convinto che il responsabile del furto sia invece lui. Con l'aiuto della spigliata Joan Graham (Jane Greer), anche lei con un conto da regolare con Fisher, i due si lanciano all'inseguimento dell'uomo lungo le polverose strade messicane. Ma ignorano di essere tutti tenuti sott'occhio dall'ispettore locale Ortega (Ramón Novarro), che gioca con loro come il gatto con i topi... I classici ingredienti del noir, trasfigurati in un'avventura solare e divertente (anche se latitano sia il realismo che la tensione), quasi un remake de "La collana insanguinata" di Robert Wise, uscito l'anno prima: una caccia al tesoro a base di inseguimenti (e qualche colpo di scena finale) in un paese straniero. A questo proposito, non mancano alcuni divertenti scambi idiomatici (la ragazza è l'unica fra gli americani a parlare lo spagnolo, mentre l'ispettore messicano si impappina spesso con i modi di dire inglesi). Mitchum e la Greer tornavano a fare coppia sullo schermo due anni dopo "Le catene della colpa". Forse Peckinpah si ricorderà del film al momento di farne una versione più violenta e sardonica con "Voglio la testa di Garcia". Ne esiste una versione colorizzata.