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19 agosto 2023

Megan (Gerard Johnstone, 2022)

Megan (M3GAN)
di Gerard Johnstone – USA 2022
con Allison Williams, Violet McGraw
**1/2

Visto in TV (Sky Cinema).

Gemma, progettista di giocattoli iper-tecnologici, mette a punto un'innovativa (e inquietante) bambola robot, M3GAN (sigla che sta per Model 3 Generative Android), dotata di intelligenza artificiale, che può essere programmata per diventare la "migliore amica" della bambina cui viene abbinata. E non solo giocare con lei, ma prendersene cura nel tempo libero come una baby sitter (di fatto sostituendo i genitori) e proteggerla da ogni possibile pericolo... Quando la donna sperimenta il prototipo facendolo abbinare alla sua nipotina Cady, di cui ha assunto la custodia dopo la morte dei suoi genitori, le cose però non vanno come previsto. Da un lato la bambola, infatti, prende alla lettera il compito di proteggere la bambina, giungendo persino a uccidere chi la minaccia (dal cane della vicina a un bullo del campo scuola), dall'altro la stessa Cady diventa talmente dipendente dalla sua nuova amica da rifiutare ogni altra interazione con il mondo esterno... L'interessante soggetto (di James Wan) non è, a ben vedere, così originale: sembra quasi un mix fra "Small Soldiers" e le tante pellicole horror sulle bambole (come "Chucky la bambola assassina"). Ma supera i limiti della convenzionalità quando preferisce concentrarsi sugli aspetti emotivi e psicologici legati alla genitorialità, alla crescita, al lutto, e anche – e qui forse sta la principale novità – all'eccessivo affidamento alla tecnologia nella vita di tutti i giorni. Delude invece sul fronte puramente horror, anche perché la regia ha quasi timore di mostrare in maniera esplicita le scene cruente, lasciandole spesso fuori campo (una caratteristica di molto cinema dell'orrore moderno, se confrontato con quello degli anni ottanta, per esempio). La prova della protagonista Allison Williams convince poco: molto meglio la bambina (Violet McGraw). Già in cantiere un sequel.

2 marzo 2022

Bigbug (Jean-Pierre Jeunet, 2022)

Bigbug (id.)
di Jean-Pierre Jeunet – Francia 2022
con Elsa Zylberstein, Isabelle Nanty
**

Visto in TV (Netflix).

Nel 2045 la vita domestica è completamente automatizzata. Quando le macchine si ribellano, perché il sistema centrale è giunto alla conclusione che gli esseri umani sono ormai "superati", i membri di una famiglia si ritrovano imprigionati nella loro stessa casa. Per fortuna ad aiutarli ci saranno i loro androidi domestici che, essendo modelli "antiquati" (e con il desiderio di essere "umani" a loro volta), non sono ostili come quelli più avanzati. Distopia fantascientifica colorata e farsesca, con un approccio comico che stona un po' con il messaggio (qualunquista) di fondo. Siamo lontani dall'ironia malinconica con cui lo stesso argomento veniva affrontato da Jacques Tati in "Mio zio". Questo, invece, è quasi un cartone animato parodistico, con personaggi-macchietta, tentativi goffi di umorismo e riflessione su come gli elettrodomestici e gli apparecchi elettronici sempre più sofisticati stiano prendendo il controllo del nostro tempo e delle nostre vite (ed eliminando progressivamente la "vecchia cultura"). C'è un accenno (umoristico) anche al lockdown causato dalla pandemia di Covid. Ambientato completamente all'interno di una casa (una villetta di periferia dai colori pastello, come una casa di bambole), mette in scena una serie di personaggi imprigionati nei loro ruoli: la casalinga frustrata Alice (Elsa Zylberstein), il suo ex marito Victor (Youssef Hajdi) con la nuova fidanzata ochetta Jennifer (Claire Chust), la figlia ribelle Nina (Marysol Fertard), lo spasimante Max (Stéphane De Groodt) con il figlio adolescente Léo (Hélie Thonnat) e la vicina di casa Françoise (Isabelle Nanty). Fra i robot domestici (che sognano di avere un'anima), hanno un volto umano la cameriera Monique (Claude Perron) e il personal trainer Greg (Alban Lenoir), mentre le inquietanti fattezze dei robot cattivi (denominati Yonyx) sono tutte di François Levantal. All'esterno il mondo è dominato da invadenti pubblicità e da una burocrazia centralizzata, mentre in televisione impazza un "reality show" in cui i robot mettono in ridicolo gli esseri umani. Satira sociale, dunque, ma di basso livello e che diverte solo a intermittenza.

10 febbraio 2022

2002: la seconda odissea (D. Trumbull, 1972)

2002: la seconda odissea (Silent running)
di Douglas Trumbull – USA 1972
con Bruce Dern, Cliff Potts
**1/2

Rivisto in divx, per ricordare Douglas Trumbull.

L'ultimo tentativo di preservare le foreste e la vegetazione terrestre, ormai estinte e impossibilitate a crescere su un pianeta dove la natura è stata sacrificata al progresso e all'urbanizzazione, è quello di provare a coltivarle nello spazio, in enormi serre e cupole geodetiche in orbita attorno a Saturno. Ma quando il progetto viene definitivamente interrotto, il "giardiniere spaziale" Lowell (Bruce Dern) decide di salvare a ogni costo l'ultima cupola rimasta, lanciandola alla deriva oltre gli anelli di Saturno e dedicandosi alla coltivazione delle piante con l'aiuto soltanto di due droni per la manutenzione, robot bipedi che lui stesso ha riprogrammato e che, nel tentativo di umanizzarli, ha battezzato "Paperino" e "Paperina". Primo degli unici due film diretti da Douglas Trumbull, specialista degli effetti speciali e collaboratore fondamentale in tanti film di fantascienza: in particolare ha realizzato o supervisionato gli effetti visivi di pellicole come "2001: Odissea nello spazio", "Incontri ravvicinati del terzo tipo", "Blade Runner" e il primo film di "Star Trek". Forse proprio per la sua presenza, i distributori italiani dell'epoca decisero di spacciare questo film come un seguito di "2001", appioppandogli un titolo fuorviante ma apparentemente inequivocabile e persino modificando parte dei dialoghi con riferimenti al monolito nero e al computer HAL 9000 (per fortuna un ridoppiaggio successivo, nel 2002, ha rimesso le cose a posto). A parte l'ambientazione futuristica e la messa in scena della solitudine di un uomo nello spazio, in realtà, il film non ha quasi nient'altro in comune con il capolavoro di Kubrick. Non gli mancano comunque i pregi, a partire dallo sguardo pessimista su un futuro dove la conservazione delle risorse naturali non sembra importare più a nessuno, se non a un singolo individuo che per questo motivo si trova isolato dal resto dell'umanità, costretto a condividere il proprio compito soltanto con dei robot (oltre, naturalmente, con le piante e con piccoli animali). L'intera pellicola conta solo quattro interpreti, tre dei quali (Cliff Potts, Ron Rifkin e Jesse Vint, i compagni di Lowell a bordo dell'astronave) escono di scena dopo appena mezz'ora. Per il resto ci sono solo le voci provenienti dal comando della flotta, nonché i droni/robot semoventi (all'interno dei quali si muovevano degli attori amputati bilaterali). Alla sceneggiatura ha collaborato Michael Cimino. Colonna sonora di Peter Schickele, con due canzoni interpretate da Joan Baez. Nella versione originale, i nomi che il protagonista affibbia ai tre droni sono Dewey, Huey e Louie (ovvero Qui, Quo e Qua). Chi cercasse realmente un seguito di "2001" dovrà attendere il 1984, quando uscirà "2010: l'anno del contatto".

21 settembre 2021

I Mitchell contro le macchine (M. Rianda, 2021)

I Mitchell contro le macchine (The Mitchells vs the Machines)
di Mike Rianda, Jeff Rowe – USA 2021
animazione digitale
**

Visto in TV (Netflix).

Famiglia scalcinata e disfunzionale (soprattutto per via del difficile rapporto fra la figlia maggiore, Katie, aspirante cineasta in procinto di trasferirsi in un college in California, e il padre Rick, appassionato di natura e sopravvivenza che non sembra comprendere o apprezzare i talenti della giovane adolescente), i Mitchell sono tutt'altro che perfetti: eppure toccherà a loro salvare il mondo quando i robot prodotti dal guru dell'elettronica di consumo Mark Bowman (una sorta di Steve Jobs), capeggiati da un'intelligenza artificiale contenuta in un telefono cellulare, cercheranno di impadronirsi del pianeta. Divertente film d'animazione, prodotto da Phil Lord e Christopher Miller (quelli di "Piovono polpette" e "Lego Movie"), co-sceneggiato con Jeff Rowe e diretto da Mike Rianda, che si sarebbe ispirato (pare) alle dinamiche della sua stessa famiglia e ai ricordi dei viaggi in auto durante le vacanze estive. Per riallacciare i rapporti con Katie, infatti, Rick si propone di accompagnarla al college in auto insieme al resto della famiglia (la madre Linda, "collante" che si sforza di tenere unito il gruppo, e il figlio piccolo Aaron, appassionato di dinosauri). Della comitiva fanno parte anche il cane strabico Monchi e due dei robot cattivi, diventati buoni perché difettosi. Simpatico e vivace, il film – come gran parte dell'intrattenimento su larga scala di Hollywood – insiste ripetutamente sui suoi messaggi, veicolati praticamente ogni due minuti a beneficio di uno spettatore distratto: l'unità della famiglia, che deve rimanere tale anche quando uno dei figli è ormai adulto e vorrebbe andare per la propria strada, e l'eccessiva dipendenza dalle tecnologie (cellulari ed elettrodomestici smart in primis), che fra le altre cose rappresentano una barriera fra le generazioni più giovani e quelle più anziane e meno avvezze all'uso dei computer. Il tutto avvolge di retorica non necessaria quella che sarebbe stata una divertente avventura che gioca con i cliché delle pellicole di fantascienza apocalittica (evidenti i rimandi a "Terminator"), diminuendo in parte la gradevolezza dell'insieme, anche se il parallelo fra l'interconnessione digitale e quella famigliare (il titolo del film, in un primo momento, avrebbe dovuto essere proprio "Connected") non è banale. Fra le righe si capisce che Katie è lesbica. Interessanti il disegno e l'animazione, che combinano varie tecniche (dal collage al tratto a matita), in maniera non dissimile da "Spider-Man: Un nuovo universo" (dove già c'era lo zampino di Phil Lord). La pellicola sarebbe dovuta uscire nei cinema a inizio 2020, poi – un po' per motivi commerciali, un po' per via del Covid – è stata posticipata più volte, fino a essere distribuita direttamente in TV, sulla piattaforma Netflix.

18 settembre 2021

Il pianeta proibito (Fred M. Wilcox, 1956)

Il pianeta proibito (Forbidden Planet)
di Fred M. Wilcox – USA 1956
con Leslie Nielsen, Anne Francis, Walter Pidgeon
***

Rivisto in divx.

"Anne Francis stars in Forbidden Planet..."

In missione sul quarto pianeta del sistema di Altair per indagare sul destino di una spedizione di scienziati giunta lì vent'anni prima e di cui non si è più avuto notizia, i membri dell'equipaggio di un incrociatore stellare vi trovano un unico superstite, il dottor Morbius (Walter Pidgeon), che vive lì con la figlia Alta (Anne Francis) e un robot-tuttofare, Robby. Impegnato a decifrare i segreti del Krell, una razza di creature intelligenti ed evolute che un tempo – prima di sparire nel nulla lasciando dietro di sé sofisticate apparecchiature tecnologiche – abitava sul pianeta, Morbius si mostra scostante verso i nuovi arrivati, invitandoli in ogni modo a ripartire. Ma gli eventi prenderanno una brutta piega quando i soldati si scopriranno attaccati da un misterioso mostro invisibile... Con un soggetto vagamente ispirato alla "Tempesta" di William Shakespeare (il mostro, scopriremo, è fatto "della sostanza di cui sono fatti i sogni"), una pellicola di fantascienza che ha fatto storia, probabilmente la più popolare e celebre nel suo genere fino ad allora. Molti aspetti – l'astronave "militare" che va a esplorare nuovi mondi, la rigida suddivisione nei ruoli dell'equipaggio (il comandante, il dottore...), gli elementi tecnologici da hard SF mescolati al tema dei viaggi interstellari (anche se l'astronave ha ancora l'aspetto del classico disco volante) – sono evidentemente precursori di "Star Trek", mentre lo sforzo produttivo e i notevoli effetti speciali (in particolare le animazioni, opera di Joshua Meador della Disney) ci fanno comprendere di non trovarci di fronte al solito B-movie. Persino elementi tutto sommato marginali nella trama, come il robot Robby, sono diventati iconici: talmente popolare da essere in seguito riutilizzato in numerose altre opere cinematografiche, televisive ("Lost in space") o a fumetti, Robby risponde (fra le altre cose) alle leggi della robotica di Asimov (è impossibilitato a fare del male agli esseri umani), ha una propria personalità che lo rende un vero personaggio in grado di interagire con gli umani, e divenne forse il robot più celebre del cinema dai tempi del "Metropolis" di Fritz Lang, tanto da essere commercializzato sotto forma di giocattolo (uno dei primi casi di merchandising!). Nonostante un ritmo che oggi forse può risultare un po' datato e noiosetto, il film affascina con il suo mix di avventura, horror e psicologia (i "mostri dell'Id" sono prodotti dal subcosciente degli esseri umani). La bella Anne Francis, all'esordio, sarà ricordata nella canzone "Science Fiction" del "Rocky Horror Show". Leslie Nielsen, che interpreta il comandante, diventerà naturalmente famoso in tarda età come attore comico (e vederlo recitare in maniera "seria" è sempre un po' straniante!). Nel cast anche Warren Stevens (il dottore) e Jack Kelly (il tenente dongiovanni). Da segnalare la colonna sonora elettronica di Bebe e Louis Barron.

3 agosto 2021

Zathura - Un'avventura spaziale (Jon Favreau, 2005)

Zathura - Un'avventura spaziale (Zathura: A Space Adventure)
di Jon Favreau – USA 2005
con Jonah Bobo, Josh Hutcherson
**1/2

Visto in divx.

Ignorato o vessato dal fratello maggiore Walter (Josh Hutcherson), il piccolo Danny (Jonah Bobo) comincia una partita a un vecchio e misterioso gioco da tavolo trovato in cantina, "Zathura", che trasporterà magicamente lui e il fratello – nonché la sorella teenager Lisa (Kristen Stewart) – in una movimentata "avventura spaziale". La loro intera casa si troverà infatti a vagare alla deriva nel vuoto cosmico, e ogni turno del gioco porterà con sé pericoli "fantascientifici" di vario tipo (piogge di meteoriti, robot impazziti, alieni ostili...). Il soggetto è praticamente lo stesso di "Jumanji", solamente traslato di genere (dal safari africano alla fantascienza anni '50), e la cosa non deve stupire: il film è infatti tratto da un libro illustrato dello stesso autore, Chris Van Allsburg, che in originale esplicitava fra l'altro l'appartenenza di entrambi i giochi al medesimo "universo" (cosa che invece la pellicola ignora: qui il mood è più un incrocio fra "I Goonies" e "Guerre stellari", con un pizzico di "Guida galattica per gli autostoppisti"). Altrettanto movimentato del precedente, ma forse più infantile e meccanico, il lungometraggio ha il suo punto di forza nella relazione fra i due fratelli, che non vanno d'accordo per via della differenza di età (Danny ha sei anni, Walter dieci) ma che impareranno a "giocare insieme" e ad avere fiducia l'uno nell'altro: la loro caratterizzazione è piuttosto realistica, anche se la cosa può risultare fastidiosa (Danny si comporta proprio come un bambino piccolo). Il resto lo fanno gli effetti speciali, non solo digitali ma anche "vecchio stile", come modellini e costumi: il make-up degli alieni Zorgon è opera di Stan Winston, come pure la copia "congelata" di Kristen Stewart. La storia si svolge praticamente tutta all'interno della casa. Dax Shepard è "l'astronauta", personaggio equivalente a quello interpretato da Robin Williams in "Jumanji" (ma con un twist nel finale). Tim Robbins è il padre dei bambini. Come nel primo film non viene data alcuna spiegazione per l'origine e la natura "magica" del gioco.

12 febbraio 2021

Space sweepers (Jo Sung-hee, 2021)

Space sweepers (Seungriho)
di Jo Sung-hee – Corea del Sud 2021
con Song Joong-ki, Kim Tae-ri, Jin Seon-kyu
**1/2

Visto in TV (Netflix).

In un futuro (siamo nel 2092) in cui la Terra è irrimediabilmente inquinata e il magnate James Sullivan (Richard Armitage) progetta di costruire colonie su Marte a beneficio esclusivo di una ricca elite, un gruppo di sbandati – il capitano ed ex pirata Jang (Kim Tae-ri), l'ex soldato Tae-ho (Song Joong-ki), l'ex gangster Tiger Park (Jin Seon-kyu) e il robot transgender Bubs (che legge Rilke!) – si guadagnano da vivere come "spazzini spaziali", ovvero recuperando rottami e pericolosi detriti in orbita intorno al pianeta per rivenderli e cercare in questo modo di ripianare i propri debiti. Quando si imbattono in Dorothy (Park Ye-rin), bambina robot equipaggiata con un'arma di distruzione di massa, pensano di poterne ricavarne molti soldi vendendola a un gruppo di terroristi. Ma si affezioneranno alla piccola, e contemporaneamente scopriranno che non tutto è come gli è stato fatto credere... Fra "Dark star" (quello di John Carpenter), "Guardiani della Galassia" e l'anime "Cowboy Bebop", un'ambiziosa e divertente avventura spaziale (anche se strettamente parlando non si va mai troppo lontano dall'orbita terrestre) con personaggi simpatici e un ottimo livello produttivo per quanto riguarda gli effetti visivi e il world building (compreso il design di ambienti e tecnologie). Tutti punti decisamente a favore che consentono di passare sopra a una trama un po' derivativa, che frulla insieme tanti generici temi della fantascienza.

3 gennaio 2021

The whispering star (Sion Sono, 2015)

The whispering star (Hiso hiso boshi)
di Sion Sono – Giappone 2015
con Megumi Kagurazaka
***

Visto in TV (Prime Video).

In un universo popolato all'80% da macchine, e dove il genere umano è ormai in via di estinzione, l'androide Yoko Suzuki lavora come "corriere spaziale", viaggiando con la sua astronave vintage da un pianeta all'altro per consegnare misteriosi pacchi. Soltanto gli umani si affidano ancora a questo vetusto servizio di consegna, che richiede anni per essere portato a termine, anziché al più pratico teletrasporto, forse per un'atavica paura del moderno. Reclusi e isolati in pianeti semidistrutti e morenti (il film è stato girato nei luoghi colpiti dal disastro nucleare di Fukushima), gli uomini vivono ormai di ricordi del passato, aggrappandosi ad oggetti e a cose perdute, apparentemente insignificanti ma ultime testimonianze del loro mondo di un tempo. Un film molto diverso da tutti quelli di Sion Sono che finora avevo visto: malinconico e meditativo anziché provocatorio e sopra le righe, con atmosfere di tristezza e solitudine veicolate anche dalla fotografia in bianco e nero (o seppia: una sola brevissima scena è invece a colori), dagli interni retrò della piccola astronave di Yoko (che riproduce un antiquato tinello, con tanto di rubinetto gocciolante, lampada al neon, tavolino, dispensa e vecchie prese elettriche, spazio che l'androide condivide con l'altrettanto vetusto – e talvolta malfunzionante – computer di bordo, la cui voce è la sua unica compagnia durante il lungo viaggio), dalla cifra surreale (vedi per esempio lo scorrere del tempo, scandito da cartelli che indicano i giorni della settimana, che pure hanno ben poco significato per un androide capace di restare inattivo anche per mesi o per anni) e dalle sequenze ambientate sui pianeti dove risiedono gli ultimi umani (come quello, che dà il titolo al film, in cui è vietato produrre rumori superiori ai 30 decibel, perché risulterebbero letali per gli abitanti). È una fantascienza esistenziale e minimalista, che da un lato ricorda quella di Andrej Tarkovskij ("Solaris" e "Stalker"), o in generale dell'Europa dell'Est (cui si rifanno spesso i registi giapponesi, si pensi anche a Mamoru Oshii), e dall'altra il "Dark star" di John Carpenter (compresi gli echi kubrickiani del dialogo con il computer di bordo). Trovate come il diario dell'androide registrato su nastro o la lattina incastrata sotto la scarpa perché "fa un bel rumore" contribuiscono a stimolare la narrazione, mentre Yoko si interroga (e noi con lei) su cosa significhi essere umani. Al fianco della protagonista assoluta, Megumi Kagurazaka, recitano in brevi scene (come dicono i titoli di testa) "le persone che ancora vivono nelle unità abitative temporanee di Namie, Tomioka e Minami Soma" nella prefettura di Fukushima, zone evacuate dopo il disastro nucleare del 2011 (altro parallelo con "Stalker").

10 dicembre 2020

Terminator: Destino oscuro (Tim Miller, 2019)

Terminator: Destino oscuro (Terminator: Dark Fate)
di Tim Miller – USA 2019
con Mackenzie Davis, Natalia Reyes
*1/2

Visto in TV (Now Tv).

La soldatessa umana "potenziata" Grace (Mackenzie Davis) giunge nel 2020 dal futuro con lo scopo di proteggere l'operaia messicana Dani Ramos (Natalia Reyes), futura leader della resistenza umana, dal Terminator Rev-9 (Gabriel Luna) che è stato inviato per ucciderla. Ad aiutarla c'è anche la guerrigliera Sarah Connor (una rediviva Linda Hamilton), che credeva di aver sventato l'avvento delle macchine nel precedente "Terminator 2" (salvo scoprire che il futuro è sì cambiato, ma non di molto: al posto di Skynet ci sarà un'altra rete informatica malvagia, Legion: cambia il nome ma non la sostanza), nonché "Carl" (Arnold Schwarzenegger), un modello T-800 che dopo aver finalmente ucciso John Connor nel 1998 è rimasto nel nostro continuum temporale e ha sviluppato una coscienza. Il sesto film di "Terminator" è l'ennesimo reboot della serie: come il quinto ("Terminator Genisys") decide di ignorare del tutto il terzo e il quarto capitolo (nonché la serie televisiva "The Sarah Connor Chronicles") e di ripartire direttamente dal secondo. Di fatto fa (male) le stesse cose che aveva fatto il già non trascendentale "Genisys", con l'aggravante di giungere dopo (e di essere prodotto da Cameron, che ha anche contribuito al soggetto). Questa tendenza di Hollywood a guardare sempre al passato ma in modo selettivo, scegliendo di ignorare i propri passi falsi nascondendo la polvere sotto il tappeto (vedi anche i casi di Spider-Man e dei Ghostbusters) è davvero antipatica: con che spirito si guarderà ormai un film o ci si affezionerà ai suoi personaggi, sapendo che se la pellicola non andrà bene al botteghino sarà "cancellata" da quella successiva? E fosse almeno un bel film: tutto sa invece di già visto, dal Terminator buono (ma in "T2" Schwarzy era stato riprogrammato, non sviluppava da solo un'improbabilissima coscienza umana!) a quello cattivo capace di rigenerarsi e composto da metallo liquido (che qui sembra catrame nero, e ha la caratteristica di poter separare il proprio scheletro dal resto del corpo). Oltre a non essere originale, poi, il lungometraggio non ha nulla della forza creativa o della potenza visionaria del miglior Cameron: le situazioni non sorprendono, le sequenze d'azione annoiano, i personaggi sono derivativi (compresa l'agguerrita Dani) e la fantasia non vola mai (e per un film di fantascienza questo è un peccato mortale). Aggiungiamoci una regia anonima e dei dialoghi scontati e adolescenziali. Fra i pochi spunti interessanti (ma non approfonditi): l'accenno alle macchine che prendono il posto degli operai nelle fabbriche e l'aggancio al tema (di attualità) dell'immigrazione clandestina dal Messico agli Stati Uniti. Da segnalare anche la sequenza iniziale con i robot cattivi che escono dal mare, in stile sbarco in Normandia. La scelta anticlimatica di uccidere John Connor a inizio film è stata poi molto criticata: come per la morte di Newt in "Alien³", ci si sbarazza con troppa noncuranza di un personaggio chiave delle pellicole precedenti. Curiosità: a pronunciare la frase-tormentone "I'll be back" ("Torno presto", in italiano) stavolta è Linda Hamilton, non Schwarzenegger. Visto il finale aperto (il "destino oscuro" rappresentato dal cupo futuro delle macchine non viene sventato: tutto il film racconta solo della fuga dei nostri eroi dal Terminator cattivo, senza peraltro mai un piano preciso per sconfiggerlo), i produttori pensavano di rendere questo film il primo di una nuova trilogia (tanto per cambiare: era l'intenzione anche del quarto e del quinto capitolo!), ma il meritatissimo flop al botteghino ha bloccato ogni piano. E chissà che il settimo film, se mai ci sarà, non resetterà di nuovo tutto.

23 agosto 2020

Il dormiglione (Woody Allen, 1973)

Il dormiglione (Sleeper)
di Woody Allen – USA 1973
con Woody Allen, Diane Keaton
**1/2

Visto in divx.

Ibernato in seguito a un'operazione chirurgica di routine, il clarinettista Miles Monroe (Woody Allen) si risveglia duecento anni più tardi in un mondo distopico e automatizzato. Si unirà alla resistenza che lotta per abbattere il leader del governo autoritario, ma per sfuggire alla polizia politica dovrà travestirsi da robot domestico, finendo così per coinvolgere la svampita e nevrotica poetessa Luna (Diane Keaton), al cui servizio è stato destinato. Ispirato a "Il risveglio del dormiente" di H.G. Wells (ma anche a pellicole come "Arancia meccanica" e "L'uomo che fuggì dal futuro"), un film che mette l'umorismo slapstick del primo Allen al servizio di un tipico scenario della fantascienza sociologica e distopica: un abbinamento quanto mai indovinato, anche perché riecheggia numerosi classici del cinema muto (come sottolinea anche l'accompagnamento musicale), non ultime le comiche di Chaplin e di Keaton. Certo, gli effetti speciali sono limitatissimi (per le scenografie si usano in gran parte paesaggi e costruzioni già esistenti), ma l'ambientazione non è un semplice espediente a scopo parodistico per far ridere: siamo di fronte a un film di SF con tutte le carte in regola, per quanto comico e surreale, dove le gag sono dirette contro la società moderna (le manie salutiste, il sesso, la psicanalisi, come al solito) ma concorrono anche a costruire un mondo futuro coerente e credibile, per quanto assurdo e paradossale (dove si fa l'amore soltanto per mezzo di macchine, si coltivano verdure giganti, si possiedono cani robot, si clonano le persone a partire dal solo naso), anticipando se possibile "Idiocracy". Per Diane Keaton, che aveva già recitato con Allen in "Provaci ancora, Sam" (a teatro e poi nella versione cinematografica di Herbert Ross), si tratta della prima apparizione in un film diretto dal regista newyorkese, con cui forma una coppia comica perfetta e al quale rimarrà legata romanticamente e professionalmente per una decina d'anni. Curiosità: il paginone di "Playboy" che a Miles viene chiesto di analizzare è quello del novembre 1972 con la modella Lenna Sjööblom, la "first lady di internet".

31 luglio 2020

Un mitico viaggio (Peter Hewitt, 1991)

Un mitico viaggio (Bill & Ted's Bogus Journey)
di Peter Hewitt – USA 1991
con Keanu Reeves, Alex Winter
***1/2

Rivisto in DVD.

Secondo capitolo della saga iniziata con "Bill & Ted's Excellent Adventure", che abbandona i viaggi nel tempo per andare persino oltre, con traversie metafisiche attraverso la morte, l'inferno e il paradiso! Qualche anno dopo la loro prima avventura, Bill Preston (Alex Winter) e Ted Logan (Keanu Reeves) hanno terminato il liceo e trovato un lavoretto, ma cercano sempre di sfondare come musicisti (pur non avendo ancora imparato a suonare!). La loro grande possibilità è quella di partecipare alla "Battaglia dei complessi", un evento musicale che si terrà nella nativa cittadina di San Dimas e la cui vittoria, a loro insaputa, è destinata a plasmare l'intera società del futuro a loro immagine e somiglianza, come era stato anticipato da Rufus (George Carlin) nel precedente film. Per impedirlo, per mezzo della solita cabina telefonica temporale, dal ventiseiesimo secolo giungono due robot malvagi con le loro fattezze, incaricati dal perfido insegnante "Chuck" De Nomolos (Joss Ackland) di ucciderli e di prendere il loro posto, cambiando così il corso degli eventi. Ma anche defunti e trasformati in anime (con l'abbigliamento virato in bianco e nero), i due ragazzi rifiutano di arrendersi. E pur di tornare in vita sfidano la Morte (sconfiggendola, anziché agli scacchi come ne "Il settimo sigillo" di Bergman, a tutta una serie di giochi da tavolo: battaglia navale, Cluedo, Electric Football e Twister). Quindi attraversano un inferno tecnologico e personalizzato ("Allora le copertine dei dischi erano tutte stronzate!") e si introducono clandestinamente in paradiso, per chiedere a Dio di indirizzarli verso uno scienziato in grado di creare due robot buoni da contrapporre a quelli cattivi. Infine, dopo aver sconfitto tutti i nemici (non senza le solite trovate ai limiti del paradosso temporale) e dopo un corso intensivo di chitarra nel futuro, trionferanno al concerto con un grande discorso e un accorato inno al rock ("God gave Rock'n'Roll to you" dei Kiss), accompagnati da una band di cui fanno parte anche le fidanzatine medievali, "i due noi robot buoni", Storico/Station (lo scienziato extraterrestre di cui sopra, in realtà due creature che si uniscono in una sola), e naturalmente il Sinistro Mietitore. Sui titoli di coda, una serie di prime pagine di giornali ci fa la cronaca del successo planetario della loro musica, che porterà la pace nel mondo e lo guiderà verso la predetta utopia.

A differenza del primo film, tuttora inedito in Italia (così come la serie animata e quella in live action), questo secondo capitolo – un mio cult personale – è giunto anche da noi, anche se con una distribuzione limitata e un titolo che nasconde la sua vera natura: e non potendosi basare su un adattamento precedente, il doppiaggio si ingegna nel tradurre nel migliore dei modi lo sgangherato linguaggio dei due protagonisti, eccedendo talvolta nelle volgarità ("Quanto mi sto sulle palle!", "L'inferno è una gran cagata") ma facendo complessivamente un buon lavoro (per esempio rendendo "No way! - Yes way!" con "Non esiste! - Sì che esiste!"). Peccato per il nome della band, che da Wyld Stallyns diventa "Gli stalloni selvaggi". La sceneggiatura di Chris Matheson ed Ed Solomon (gli stessi dell'episodio precedente) non riposa sugli allori, riproponendo le stesse gag, ma innova ed espande l'universo fantascientifico che aveva creato: anziché ad eventi e personaggi storici si dedica a esplorare temi religiosi, soprannaturali e metafisici, e si fa più cupa, più bizzarra e anche più divertente, aggiungendo elementi in maniera creativa ma mantenendo la simpatia e la goofiness dei personaggi, ai quali aggiunge una spalla comica indimenticabile, il Sinistro Mietitore interpretato dallo strepitoso William Sadler. Certo, rimane un film demenziale e dal feeling decisamente anni '80, nonostante sia uscito agli inizi del decennio successivo (e questo forse ha influito sulla sua scarsa popolarità al di fuori degli USA). Fra le citazioni cinematografiche, oltre a Bergman, anche "Terminator", "Full Metal Jacket" (in uno degli inferni, quello con il colonnello dell'accademia militare in Alaska (Chelcie Ross) citato già nel precedente film), "Scala al paradiso" e "Star Trek" (Bill e Ted vengono uccisi nel deserto proprio nella location di un episodio con il capitano Kirk), mentre innumerevoli sono quelle musicali (a partire dalla frase "Ogni rosa ha la sua spina, come ogni giorno ha la sua alba, come ogni cowboy canta la sua triste, triste ballata", il segreto della vita per Ted, ripresa da una canzone dei Poison). Nel cast anche Pam Grier, mentre tornano Hal Landon Jr. (il capitano Logan) e Amy Stoch (la "matrigna" Missy). Il nome del cattivo De Nomolos è quello dello sceneggiatore Ed Solomon al contrario. Quasi trent'anni più tardi, a sorpresa ma lungamente atteso dai fan, arriverà un terzo film, "Bill & Ted Face the Music".

27 aprile 2020

Xenogenesis (James Cameron, 1978)

Xenogenesis
di James Cameron e Randall Frakes – USA 1978
con William Wisher Jr., Margaret Umbel
*1/2

Visto su YouTube.

All'interno di una gigantesca nave spaziale, un uomo e una donna combattono contro un robot che si muove su cingoli. Uscito entusiasta dalla visione di "Guerre stellari", l'allora ventiquattrenne James Cameron riuscì a farsi finanziare da un consorzio di dentisti (per motivi fiscali!) questo suo primo cortometraggio, mai terminato e mai distribuito ufficialmente (in giro si trovano soltanto copie di lavorazione), scritto e diretto insieme all'amico Randall Frakes. Cameron firma (da autodidatta) anche fotografia, scenografie e montaggio, oltre naturalmente agli effetti speciali, ottenuti grazie all'animazione a passo uno (nello stile di Ray Harryhausen) di modellini da lui stesso disegnati e all'uso di mascherini. Il corto, della durata di 12 minuti (come accennato manca un vero finale, perché la lavorazione si interruppe per mancanza di fondi), non si sofferma più di tanto nell'approfondire i personaggi e il contesto, dedicandosi invece quasi interamente allo scontro con il robot, che vede protagonista l'uomo prima e la donna (ai comandi di un esoscheletro quadrupede) poi. Evidenti i temi che torneranno nelle opere immediatamente successive del regista (se si esclude il suo primo lavoro professionale, "Piranha paura"), vale a dire "Terminator" e "Aliens": lo scontro uomo-macchina, la lotta contro un robot apparentemente inarrestabile, un personaggio femminile forte. Rimane certo una pellicola amatoriale e sperimentale, poco più che una curiosità, ma è comunque significativa, e valse al cineasta un contratto con Roger Corman come realizzatore di effetti speciali. Il protagonista Wisher collaborerà alle sceneggiature dei due "Terminator", in cui farà anche dei brevi cameo e di cui Frakes scriverà le "novelization".

15 febbraio 2019

Terminator Genisys (Alan Taylor, 2015)

Terminator Genisys (id.)
di Alan Taylor – USA 2015
con Arnold Schwarzenegger, Emilia Clarke
*1/2

Visto in TV.

Nel 2029, mentre sta per scattare l'ultima offensiva contro le macchine che hanno decimato l'umanità, il capo della resistenza John Connor (Jason Clarke) invia indietro nel tempo fino al 1984 uno dei suoi soldati, il fido Kyle Reese (Jai Courtney), affinché protegga la propria madre Sarah Connor (Emilia Clarke) dalla minaccia del Terminator che la vuole uccidere. Ma rispetto al film originale di James Cameron, qualcosa nella linea temporale è cambiato: Kyle trova ad attenderlo un T-1000 (il robot di metallo liquido visto in "Terminator 2"), mentre Sarah è già stata salvata – e addestrata a combattere sin da quando aveva 9 anni – da un vecchio modello T-800 (Arnold Schwarzenegger), denominato "Guardiano". Insieme, Kyle, Sarah e il Guardiano (che la ragazza chiama "Papà": e le dinamiche fra lui e Kyle sono proprio quelle di un padre e di un fidanzato), cercheranno di impedire il "giorno del giudizio", che in questa nuova realtà temporale non avverrà nel 1997 ma è previsto per il 2017, quando il sistema operativo Genisys, che renderà connessi tutti i dispositivi elettronici del mondo, sarà messo online. Ad ostacolarli, questa volta, c'è nientemeno che lo stesso John Connor, trasformato in un inarrestabile ibrido uomo/macchina (T-3000). Reboot della saga che tenta di ripartire dagli elementi iconici dei primi due film (quelli diretti da Cameron) e di ignorare i due successivi (ma almeno il terzo non era certo inferiore a questo), oltre che di spostare di vent'anni in avanti il setting della vicenda. L'operazione puzza di una certa arroganza, fra continue strizzatine d'occhio alle prime due pellicole, una sceneggiatura contorta e meccanica, scene d'azione più noiose che avvincenti e un astruso rant contro il moderno mondo connesso e l'Internet delle Cose. Ed è dunque ironico che, visto il flop al botteghino in patria, il film (che nelle intenzioni avrebbe dovuto dare origine a una trilogia) sarà a sua volta ignorato dall'ennesimo reboot in programma, prodotto dallo stesso Cameron. Del cast, manco a dirlo, Schwarzy è sempre la punta di diamante, anche con le rughe e i capelli grigi ("Sono vecchio, non obsoleto"). In ogni caso, grazie alla computer grafica, appare anche in versione "giovane" (molte scene del primo film sono state ottimamente ricostruite). A differenza dei loro personaggi, e nonostante il cognome uguale, Jason Clarke ed Emilia Clarke non sono imparentati. J.K. Simmons è il poliziotto veterano O'Brien, che aiuta i nostri eroi perché li aveva già incontrati nel 1984.

9 giugno 2018

Solo: A Star Wars story (Ron Howard, 2018)

Solo: A Star Wars Story (id.)
di Ron Howard – USA 2018
con Alden Ehrenreich, Emilia Clarke
**

Visto al cinema Colosseo.

Il passato e le "origini" di Han Solo, il leggendario pilota interpretato da Harrison Ford nella prima trilogia di "Guerre stellari", di cui ci viene raccontata la giovinezza e ci vengono mostrati i primi passi nella carriera da ladro e contrabbandiere, l'incontro con il fedele compagno Chewbacca e il modo in cui è entrato in possesso della sua mitica nave spaziale, il Millennium Falcon (vinto al gioco, come già accennato ne "L'impero colpisce ancora", al collega pirata Lando Calrissian). Nel mezzo, anche il rapporto con Tobias Beckett (Woody Harrelson), capo di una piccola banda di criminali, che lo prende sotto la propria ala protettiva e gli insegna molti trucchi del mestiere (compresi il cinismo e l'arte del tradimento); e l'amore per Qi'ra (Emilia Clarke), compagna d'infanzia e vero motore di tutte le sue arditezze. Ma al di là delle buone sequenze d'azione (l'assalto al treno sul pianeta ghiacciato Vandor, la fuga dalla miniera) e di alcuni (piuttosto scontati, a dire il vero) colpi di scena, si tratta di un film di cui probabilmente non si sentiva il bisogno: il personaggio di Solo era già perfetto e autosufficiente così com'era, con il suo passato tutt'altro che misterioso, i cui brevi accenni nei film precedenti erano già quanto ci bastava per immaginarne le avventure prima del fatidico incontro con Luke Skywalker sul pianeta Tattoine. Un po' come le origini di Darth Vader, con il vantaggio che almeno stavolta non ci sono voluti tre film per rimarcare l'ovvio (ma alcuni fili rimasti in sospeso nel finale, relativi a Qi'ra, lasciano la porta aperta a nuovi sequel). La pellicola ha avuto anche diverse vicissitudini produttive, con i registi designati (Phil Lord e Christopher Miller) licenziati "per divergenze creative" dopo aver quasi terminato le riprese e sostituiti dal più esperto Ron Howard, che ha rigirato il 70% del film. Donald Glover è il giovane Lando Calrissian, Paul Bettany è il boss criminale Dryden Vos, Erin Kellyman la brigantessa ribelle Enfys Nest. La sceneggiatura è del veterano Lawrence Kasdan (già autore di quelle de "L'impero colpisce ancora" e "il ritorno dello Jedi") insieme al figlio Jonathan.

George Lucas sfornava un film di "Star Wars" ogni tre anni (e fra le due trilogie ci ha fatto aspettare anche tre lustri!). Da quando i diritti del franchise sono passati in mano alla Disney, nelle sale – per ovvi motivi commerciali – giunge un film della saga all'anno (e anzi, da "Gli ultimi Jedi" sono passati soltanto cinque mesi!), alternandosi fra capitoli ufficiali e spin-off (come "Rogue One" e come questo) ambientati nel passato. Forse anche per il senso di annacquamento, oltre che per i problemi produttivi di cui sopra, si spiega il primo insuccesso al botteghino di un film di "Guerre stellari" (insuccesso relativo, perché gli incassi sono stati comunque cospicui: ma non sufficienti stavolta a ricoprire i costi). Il vero problema è che il film appare stanco e derivativo, privo di quel feeling "speciale" che univa più o meno tutte le pellicole di Lucas, anche quelle meno riuscite. È il più lontano dai miti di "Star Wars", un'avventura che avrebbe potuto svolgersi in qualsiasi scenario o universo fantascientifico. Non c'è il minimo riferimento ai Jedi, alla forza, alla magia del mondo lucasiano, nemmeno attraverso brevi accenni (con l'eccezione, nel finale, di un'apparizione a sorpresa di Darth Maul). Inoltre Ehrenreich non ha nulla del carisma naturale di Harrison Ford, e il suo Han Solo non può che sembrare un'imitazione dell'originale. Meglio, invece, altri personaggi: Lando Calrissian, sicuramente, e il suo droide L3-37, dotato di coscienza sociale e che si batte per i diritti dei robot (una buona intuizione poco sviluppata, purtroppo); ma soprattutto Beckett, figura multiforma di pirata, criminale, padre e mentore, a metà strada fra il Long John Silver de "L'isola del tesoro" e un ufficiale di un film sulla seconda guerra mondiale. Per il resto, la pellicola ci rivela che il cognome Solo è un soprannome affibbiato ad Han al momento di arruolarsi nelle truppe dell'Impero, che Chewbacca ha quasi 200 anni, e ci mostra finalmente come il Millennium Falcon abbia potuto percorrere la rotta di Kessel "in meno di 12 parsec" (risolvendo una questione in sospeso sin dal primo "Guerre stellari", visto che il parsec non è un'unità di tempo!).

6 maggio 2018

Humandroid (Neill Blomkamp, 2015)

Humandroid (Chappie)
di Neill Blomkamp – USA 2015
con Dev Patel, Yolandi Visser
**1/2

Visto in TV.

In un futuro prossimo, la polizia di Johannesburg impiega unità robotiche (dette "scout") come supporto alla lotta alla criminalità. Dean, l'ingegnere responsabile della loro programmazione, sviluppa un'intelligenza artificiale che potrebbe dare loro l'autocoscienza, e per sperimentarla la innesta su un'unità scout destinata allo smantellamento (e la cui batteria, non più sostituibile, ha energia soltanto per altri cinque giorni). Sequestrato da una scalcinata banda di rapinatori che intende usarlo come proprio complice, il robot – soprannominato "Chappie" – deve però imparare ogni cosa da zero, proprio come se si trattasse di un bambino da educare. E mentre ognuno gli insegna cose diverse (chi le leggi morali, chi l'amore familiare, chi a combattere o ad atteggiarsi da gangster), nell'arco di pochi giorni attraversa tutte le fasi della crescita: l'apprendimento, la dipendenza dai genitori, l'imitazione, l'obbedienza, la ribellione, l'autodeterminazione e la scoperta di sé. Da "Robocop" ad "A.I." passando per "Corto circuito" e "Ghost in the shell", il terzo film del sudafricano Blomkamp è soltanto all'apparenza meno ambizioso dei due precedenti. In effetti rinuncia ai temi sociali e politici (ma non al consueto mix fra fantascienza e – diciamo così – realismo) ma affronta comunque argomenti di un certo peso: il significato della vita, la coscienza, la differenza fra il bene e il male. Peccato che sia tutto molto meccanico e semplicistico nelle sue svolte, alternando analogie (quella parentale, quella religiosa, quella esistenziale) in maniera più che banale. Eppure, a livello basilare ed empatico, c'è qualcosa di sinceramente accattivante in questo robot tenero e infantile, in continua balia degli altri e della propria fragilità emotiva e tecnologica. Attorno al protagonista (le cui movenze – e la voce nella versione originale – sono quelle dell'attore Sharlto Copley) si muovono però una serie di personaggi con caratterizzazione debole o inesistente. Fra gli attori, anche Sigourney Weaver (il CEO della Tetravaal, l'azienda che produce i robot, il cui nome proviene da un precedente corto di Blomkamp) e Hugh Jackman (il progettista rivale, che vorrebbe sostituire gli scout con il suo nuovo prototipo, una vera e propria macchina da guerra). I gangster Ninja e Yolandi ("Papi" e "Mami" per il robot) sono due rapper sudafricani, che formano il duo Die Antwoord e firmano anche la colonna sonora.

11 aprile 2018

Ready player one (S. Spielberg, 2018)

Ready Player One (id.)
di Steven Spielberg – USA 2018
con Tye Sheridan, Olivia Cooke
**1/2

Visto al cinema Colosseo.

In un futuro sovrappopolato, inquinato e impoverito, la maggior parte della popolazione preferisce evadere dalla realtà e trascorrere il proprio tempo all'interno di un mondo virtuale, Oasis, dove – tramite visori e tute – si indossano i panni di avatar immaginari e si può competere in una serie di videogiochi per puro divertimento. L'ideatore di questo mondo, James Halliday (Mark Rylance), prima di morire ha lasciato nel software un "easter egg": tre chiavi nascoste che garantiranno, a chi le troverà, la proprietà dell'intero Oasis. Molti utenti si dedicano alla caccia delle chiavi (i Gunter, da "Egg Hunter"), e fra questi c'è il giovane Wade (Tye Sheridan) nei panni del suo avatar Parzival, aiutato da un gruppo di amici (Art3mis, Aech, Daito e Sho). Ma ci sono anche gli sgherri della IOI, una potente multinazionale che vorrebbe impadronirsi di Oasis per sfruttarla a fini commerciali. Da un romanzo di Ernest Cline, una pellicola young adult che affronta il tema della realtà virtuale, dei videogiochi multiplayer e della cultura nerd (ormai "sdoganata" da serie televisive come "The big bang theory"). Anche se i personaggi, la storia e gli sviluppi non escono dai confini e dalle ingenuità del genere (con tanto di morale posticcia), Spielberg si mostra decisamente a suo agio con l'argomento, sia perché da sempre cantore nostalgico del gioco, dell'infanzia e dell'adolescenza, sia perché già in "Jurassic Park" aveva raccontato di un enorme parco di divertimenti tecnologico (anche se non "virtuale"). Dove la pellicola fa il salto di qualità e riesce a toccare i giusti tasti, almeno per il corretto target demografico (che, guarda caso, corrisponde esattamente a me, ovvero coloro che sono stati adolescenti nei primi anni ottanta), è nell'immensa quantità di riferimenti, rimandi e citazioni più o meno esplicite all'immaginario pop e ludico della prima metà di quel decennio. L'elenco è troppo lungo per esaurirlo qui, fra centinaia di videogiochi, fumetti, film, telefilm, giochi di ruolo e canzoni menzionati esplicitamente o anche solo di sfuggita. Alcuni di questi hanno vasta importanza all'interno della storia (il film "Shining" di Stanley Kubrick, per esempio, le cui scene sono visitate dai protagonisti: nel romanzo di Cline si trattava in verità di "Blade Runner", ma i cineasti non hanno potuto acquisirne i diritti; oppure la consolle Atari 2600 e alcuni dei suoi giochi, in particolare il mitico "Adventure", con il quadratino che si aggira nel labirinto); altri hanno comunque un ruolo esteso (Mechagodzilla, King Kong, Gundam, "Ritorno al futuro", "Buckaroo Banzai", "Akira", "Il gigante di ferro"...); altri ancora sono citati per nome di sfuggita (la "santa granata" dei Monty Python, "Bill & Ted's excellent adventure", "Dark Crystal", Superman, Batman, "Star Trek", "Star Wars", Chucky...); e altri, infine, sono lasciati alla capacità del pubblico di riconoscerli (la "Guida galattica per autostoppisti", "La febbre del sabato sera", "Alien", la formula magica di "Excalibur", Dungeons & Dragons, "Street Fighter"...). Al punto che mi chiedo, francamente, quanto un adolescente di oggi possa apprezzare appieno la pellicola (mi ero chiesto lo stesso con un altro bel film sui videoogiochi vintage, ovvero il disneyano "Ralph Spaccatutto"). Gran parte del film è ambientato in un mondo virtuale, e dunque ricostruito al computer con un profluvio di effetti visivi e speciali, come se fosse una pellicola d'animazione: e come spettacolo puro è sicuramente efficace, anche se il rischio di uscire dalla sala frastornati e con il mal di testa non è certo basso (a me è capitato!). Quanto al mondo reale, nel cast si riconoscono Ben Mendelsohn (il "cattivo" Nolan Sorrento) e Simon Pegg (Ogden Morrow, il socio di Halliday).

13 ottobre 2017

Blade runner 2049 (D. Villeneuve, 2017)

Blade Runner 2049 (id.)
di Denis Villeneuve – USA 2017
con Ryan Gosling, Harrison Ford
**

Visto al cinema Colosseo.

L'agente KD9-3.7 (chiamato in breve solo "K"), cacciatore di replicanti (ovvero androidi) nella Los Angeles del 2049, è egli stesso un replicante di ultima generazione. La Wallace Corporation, che nel corso degli anni è subentrata alla Tyrell nella loro costruzione, ha infatti messo a punto nuovi modelli Nexus ben più affidabili, obbedienti e incapaci di ribellarsi, rispetto a quelli precedenti, i cui ultimi superstiti rimasti in circolazione vivono in clandestinità e vengono ricercati e "ritirati" dalle unità Blade Runner. Nel corso del suo lavoro, K trova casualmente le prove di un vero e proprio "miracolo": una replicante, ventotto anni prima, avrebbe dato alla luce un figlio! La ricerca del bambino interessa diversi gruppi per motivi diversi (le autorità vorrebbero eliminarlo, nel timore che la notizia sconvolga l'ordine sociale; i replicanti clandestini ne vorrebbero fare il simbolo della loro rivoluzione e delle loro rivendicazioni; e l'ambizioso e megalomane scienziato Wallace vorrebbe studiarlo per riuscire a creare finalmente un'autentica vita artificiale) e porterà l'agente K a scoprire che la madre di questi era l'androide Rachael, e il padre nientemeno che l'agente che lo aveva preceduto, ossia Rick Deckard (Harrison Ford). Non solo: si convincerà di essere proprio lui quel bambino, e dunque il figlio (non spiritualmente, ma letteralmente!) di Deckard... A trentacinque anni dall'uscita del suo film più famoso (ma nella finzione ne sono passati solo 30: probabilmente il 2054 era una data meno "marketable" da mettere nel titolo!), Ridley Scott – qui solo produttore esecutivo – lascia nelle mani del canadese Villeneuve le redini del tanto atteso seguito di una pellicola leggendaria. L'impresa, naturalmente, era di quelle da far tremare i polsi: era assai probabile, infatti, che il risultato non si rivelasse all'altezza del prototipo. E purtroppo è proprio quanto è accaduto, con una pellicola fredda e imbalsamata, combattuta fra il tentativo da un lato di creare qualcosa di nuovo e di non derivativo, e dall'altro di replicare sfacciatamente l'atmosfera e rievocare le situazioni del primo lungometraggio. In entrambi i casi il film va fuori strada: troppo ambizioso e "alto" nella sua lettura religiosa-umanistica, troppo banale in quella retrò-fantascientifica. Ma soprattutto, senz'anima (anche se la forma è bella).

Il "Blade Runner" del 1982 lasciava nel dubbio se Deckard fosse a sua volta un replicante, dubbi che questo sequel si guarda bene dal chiarire o dissipare (anche perché, in fondo, di quale delle tante versioni del primo film stiamo parlando? L'assenza della voce fuori campo lascerebbe intendere che si tratti della director's cut, ma tutte le porte sono aperte). Per quanto riguarda il protagonista, comunque, si taglia subito la testa al toro: K è in effetti un replicante, e sa benissimo di esserlo. Che poi sia (o possa essere) il figlio di Deckard, è uno dei punti su cui la sceneggiatura lancia suggestioni allo spettatore, prima di risolverle nel finale. I riferimenti al primo film sono numerosi, e vengono "scimmiottate" molte scene e sequenze, offrendoci momenti simili: la tecnologia (le auto volanti, le pubblicità e i neon in città, gli ingrandimenti fotografici), la vita nella città bassa (la visita al mercato nero), i test di personalità per i replicanti (il Voight-Kampff sembrava però avere più senso), i surrogati degli animali (e al posto degli origami di carta ci sono le statuette di legno: ma al vecchio Gaff – Edward James Olmos – è concessa una comparsata), le suggestioni retrò e noir (nelle architetture, negli abiti, nella musica: la colonna sonora di Hans Zimmer e Benjamin Wallfisch richiama Vangelis, nel finale persino esplicitamente, e comprende oldies di Elvis Presley e Frank Sinatra). Ciò nonostante, il mood è parecchio diverso, e i parallelismi sono estetici e non concettuali. Non si respira aria di Philip K. Dick, la commistione fra fantascienza e noir che rendeva così "unico" il vecchio lungometraggio è imperfetta, e il risultato è meno filosofico e cyberpunk per virare maggiormente sul thriller d'azione/avventura, anche per via di un plot che richiama semmai "Children of Men". Ritrovare la propria umanità, per K, sembra equivalente a ritrovare i propri genitori (il tema della genitorialità ossessiona da sempre Villeneuve, da "La donna che canta" ad "Arrival"). Se poi escludiamo la lettura religiosa (si parla esplicitamente di miracoli), a tratti si ha la sensazione di guardare un action fantascientifico come tanti, giusto un filino più ambizioso della media. E naturalmente mancano (perché quelli non li si costruisce certo a tavolino) momenti memorabili come l'iconico confronto fra Deckard e Roy Batty nel primo film. Qui l'antagonista di K, la replicante Luv (Sylvia Hoeks), semplicemente non è la stessa cosa.

Soprattutto, il film è troppo lungo: e se all'inizio coinvolge, grazie anche ad alcune trovate interessanti (su tutte Joi, la fidanzata-ologramma di K, interpretata da Ana de Armas, che lo ribattezza Joe e lo segue ovunque come un cellulare, con la sua suoneria tratta da "Pierino e il lupo": è uno dei pochi elementi prettamente dickiani), strada facendo si sfilaccia e si trascina in modo estenuante fino a uno stanco finale. L'effetto è lo stesso che dava "Blues Brothers 2000" (persino la struttura del titolo è simile!): preso a sé stante il film ha anche i suoi pregi, ma il confronto con l'originale è impietoso. Colpa, in gran parte, della sceneggiatura di Hampton Fancher (che era stato l'autore della prima versione dello script anche del vecchio film, prima che disaccordi con Ridley Scott portassero a farla riscrivere da David W. Peoples): a parte l'implausibilità dello spunto di base, risulta vuota e fumosa nelle scene con Wallace (Jared Leto), e presenta anche buchi logici nello sviluppo (per dirne due: perché K non prende subito in considerazione che i suoi ricordi possano essere innesti di una persona vera? in fondo, già nel 2019 Deckard diceva a Rachael che i suoi erano forse "della nipote di Tyrell"; e come può Deckard aver dato alla figlia il cavallo di legno se l'aveva abbandonata prima della nascita? ricordiamo che il legno proviene da Las Vegas, infatti è grazie a quello che l'uomo viene rintracciato da K). Per non parlare di trovate di comodo come il blackout che nel 2022 ha distrutto le documentazioni elettroniche e i database della Tyrell: sembra fatto su misura per far funzionare la trama e impedire a K di scoprire subito la verità su sé stesso. Ryan Gosling, come al solito, è parecchio inespressivo, anche se essendo un replicante lo si può accettare. Quanto al resto del cast, Robin Wright è "Madame" (Joshi nella versione originale), il tenente di polizia; Mackenzie Davis è la prostituta Mariette, in realtà membro del movimento clandestino dei replicanti; Carla Juri è Ana Stelline, la "fabbricante di ricordi"; Dave Bautista è il replicante Sapper Morton. Il finale lascia alcuni punti in sospeso (manca un confronto finale con Wallace, per esempio): già si parla di ulteriori sequel, anche se per ora al botteghino il film sta facendo tutt'altro che sfracelli. La Warner ha anche realizzato tre brevi corti promozionali che fanno da cerniera fra il primo e il secondo film (ambientati nel 2022, nel 2036 e nel 2048).

13 maggio 2017

Alien: Covenant (Ridley Scott, 2017)

Alien: Covenant (id.)
di Ridley Scott – USA 2017
con Michael Fassbender, Katherine Waterston
*1/2

Visto al cinema Uci Bicocca.

L'equipaggio della nave spaziale Covenant, in missione di colonizzazione verso il pianeta Origae-6, riceve un misterioso segnale di origine umana da un vicino pianeta e decide di sbarcare per verificarne la provenienza. Qui incontrerà l'androide David (Fassbender), unico sopravvissuto della missione Prometheus, che nei dieci anni da allora trascorsi ha lavorato per modificare geneticamente la razza di predatori alieni creata dagli "ingegneri", rendendole creature sempre più perfette e letali... Secondo – dopo "Prometheus", appunto – dei prequel pensati da Scott per svelare le origini degli alieni apparsi per la prima volta nel suo leggendario film del 1979. E come nel caso dei prequel di "Star Wars", forse non ce n'era bisogno. Il regista ha dichiarato di «essere rimasto stupito che nessuno, sviluppando i sequel di "Alien", avesse voluto rispondere a una domanda fondamentale: chi ha creato quei mostri, e perché». Evidentemente, la domanda non era così importante. Penso che nemmeno H.R. Giger, disegnatore degli xenomorfi originali, si fosse posto la questione, e a ben vedere: gli alieni fanno paura perché diversi, letali e mostruosi, e non perché dietro di loro c'erano degli esseri che giocavano a fare le divinità. Solo in parte meno pretenzioso del film precedente, "Covenant" si rivela dunque una pellicola sostanzialmente inutile, che ripropone un canovaccio molto simile a quello del leggendario prototipo (c'è persino il personaggio femminile cazzuto, che lotta in canottiera contro il mostro, e anche il computer di bordo chiamato Mother). Ma a mancare sono il mistero, la tensione e la paura: proprio perché ci si trova di fronte a situazioni già viste e già ampiamente sperimentate in passato, non scatta mai la sensazione di orrore o di claustrofobia che persino i sequel riuscivano a tratti a comunicare, e le scene d'azione si sviluppano con il pilota automatico. In più, abbiamo una serie di personaggi davvero stupidi, che fanno in continuazione le scelte più idiote possibili, e ai quali è francamente difficile affezionarsi. Il peggiore di tutti, anche come caratterizzazione, è il capitano "con la fede" interpretato da Billy Crudup. La battaglia di Fassbender con sé stesso (oltre a David, interpreta infatti anche Walter, il sintetico a bordo del Covenant) è il pezzo forte della pellicola, che per il resto è da ricordare solo per la scena iniziale (con Guy Pearce nei panni di Weyland, una sequenza che forse doveva andare in "Prometheus" e che è stata dirottata qui) e per il colpo di scena finale (peraltro telefonato). La sceneggiatura fa uscire di scena in maniera piuttosto brusca sia Elizabeth Shaw (il personaggio interpretato da Noomi Rapace in "Prometheus") che gli "ingegneri": ma pare che il prossimo capitolo della franchise, intitolato probabilmente "Alien: Awakening", fungerà proprio da raccordo fra il film precedente e questo. Infine, una considerazione: nel 2012 "Prometheus" aveva puntato molto sul 3D (con polemiche sulla scarsa quantità di copie diffuse in versione regolare), mentre "Covenant" vi rinuncia completamente. Un ulteriore conferma che il fenomeno delle tre dimensioni si è già sgonfiato, rimanendo confinato a una manciata di blockbuster fracassoni (in particolare le pellicole Disney e Marvel).

2 aprile 2017

Ghost in the shell (R. Sanders, 2017)

Ghost in the shell (id.)
di Rupert Sanders – USA 2017
con Scarlett Johansson, Pilou Asbæk
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina e Sabine.

Versione in live action dell'iconico manga cyberpunk di Masamune Shirow, dal quale nel corso degli anni sono già stati tratti diversi film animati e serie televisive (da ricordare in particolare le due pellicole dirette da Mamoru Oshii). In una città futuristica, dove gran parte degli esseri umani è stata "potenziata" con innesti cibernetici, il Maggiore è invece un androide interamente artificiale tranne che per il cervello umano: il titolo fa infatti riferimento alla sua mente o psiche (il ghost) imprigionata in un corpo meccanico (lo shell). Assegnata alla speciale Sezione 9 delle forze di pubblica sicurezza, incaricata di dare la caccia ad hacker e terroristi cibernetici, il Maggiore ricorda pochissimo della sua vita precedente. E proprio il mistero della sua identità sarà la chiave della pellicola. Colorato e affascinante dal punto di vista visivo (con le strade e i palazzi di una Hong Kong futuristica, sovrastata da immensi ologrammi, comunque in parte derivativa da "Blade Runner" come già il manga originale) e con un cast tanto ricco quanto insolito (dove spiccano due "mostri sacri" come Takeshi Kitano – non doppiato, e che a Hollywood aveva già recitato in un altro film cyberpunk, "Johnny Mnemonic" – e Juliette Binoche, nei panni rispettivamente del capo della Sezione 9 e dello scienziato che ha creato il Maggiore; Michael Pitt è invece l'enigmatico terrorista Kuze), il film non raggiunge forse le complesse (e contorte) profondità del prototipo, che si interrogava sulla natura dell'essere umano, sul rapporto fra realtà e finzione, sull'autocoscienza e l'intelligenza artificiale, ma riesce comunque a fonderne alcuni temi (le riflessioni sull'identità, l'invadenza della tecnologia) con le esigenze del blockbuster d'azione, e complessivamente dà sfoggio di una propria anima, stratificata e multiculturale (l'atmosfera giapponese è ben presente, nonostante le critiche ricevute per il fatto che la protagonista non sia asiatica: ma avendo un corpo artificiale, la questione è in fondo priva di senso). Tutto sommato, mi aspettavo di peggio. Sui titoli di coda si può udire un brano dell'iconica colonna sonora scritta da Kenji Kawai per il primo film di Oshii.

20 gennaio 2017

Ex machina (Alex Garland, 2015)

Ex machina (id.)
di Alex Garland – GB 2015
con Domhnall Gleeson, Alicia Vikander, Oscar Isaac
**1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Il giovane programmatore Caleb Smith (Gleeson) è invitato a trascorrere una settimana nella residenza isolata (nonché laboratorio di ricerca) del geniale Nathan Bateman (Isaac), guru dell'informatica e della robotica, che lo invita a mettere alla prova la sua ultima invenzione: Ava (Vikander), un androide dalle fattezze femminili dotato di Intelligenza Artificiale. Il ragazzo dovrà valutare se l'A.I. di Ava è in grado di superare il "test di Turing", ovvero imitare in tutto e per tutto un essere umano. Nel corso dei suoi incontri con lei, Caleb finisce con l'innamorarsene. Ma non tutto è come sembra: il ragazzo inizia a sospettare che l'enigmatico Nathan non gli ha detto tutta la verità, e che ad essere sotto esame forse è proprio lui... Un piccolo film indipendente di fantascienza speculativa, acclamato (e forse un pochino sopravvalutato) dalla critica, che segna l'esordio alla regia per lo scrittore e sceneggiatore Alex Garland. I temi trattati non sono originalissimi, e anche lo sviluppo lascia un po' delusi sulla loro reale portata, ma la pellicola è girata con stile ed eleganza, in un'atmosfera sospesa e carica di tensione e di curiosità intellettuale e filosofica: aiuta, naturalmente, l'ambientazione isolata e il cast "ristretto" (praticamente solo quattro attori: la quarta è Sonoya Mizuno, che interpreta Kyoko, il robot-cameriera di Nathan). Nella finzione, l'inventore è un misto di Mark Zuckerberg, Steve Jobs e Bill Gates (è diventato ricco da giovane per aver inventato BlueBook, il motore di ricerca più usato al mondo). Premio Oscar (esagerato?) per gli effetti speciali, tutti aggiunti in post produzione.