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4 aprile 2021

La naissance, la vie et la mort du Christ (A. Guy, 1906)

La naissance, la vie et la mort du Christ
aka La vie du Christ
di Alice Guy, Victorin Jasset – Francia 1906
**

Visto su YouTube.

Alice Guy è stata la prima regista donna nella storia del cinema. Aveva esordito nel 1896 con "La fée aux choux" (film andato perduto, ma di cui sono sopravvissuti due remake con lievi differenze, girati dalla stessa Guy nel 1900 e nel 1902), realizzato mentre lavorava come segretaria di Léon Gaumont, fondatore dell'omonima società di materiale fotografico (divenuta in seguito un'importante casa di produzione cinematografica, la più antica tuttora in attività). Dal 1897 al 1907 diresse e supervisionò l'intero settore cinematografico della Gaumont: oltre a realizzare numerose pellicole, sperimentò anche nei campi più tecnologici della sincronizzazione del suono, della colorazione e degli effetti speciali. Dopo aver sposato il produttore britannico Herbert Blaché nel 1907, si trasferì in America insieme a lui, fondando a New York la Solax (una delle maggiori compagnie cinematografiche precedenti l'era di Hollywood) e lasciando la Gaumont nelle mani del suo assistente Louis Feuillade. Negli Stati Uniti, fra le altre cose, pare che abbia realizzato alcuni dei primi film con un cast composto soltanto da attori afro-americani.

Questo kolossal sulla vita di Cristo, da lei diretto insieme a Victorin Jasset, fu la risposta della Gaumont al grande successo della rivale Pathé, "La vie et la passion de Jésus-Christ", firmato da Ferdinand Zecca e Lucien Nonguet nel 1903. All'epoca era perfettamente normale realizzare veri e propri "remake" di pellicole di successo, anche perché le leggi sul copyright non esistevano o venivano raramente applicate, e anche in questo caso un confronto con il film della Pathé mostra tantissime similitudini, forse inevitabili visto l'identico soggetto trattato. Rispetto al film di Zecca, però, questo presenta scenografie più ricche e sontuose e risulta complessivamente più elaborato nei costumi e nella messa in scena, oltre a vantare un maggior numero di comparse (in totale ne furono usate ben 300). L'iconografia si rifà a quella classica ma anche alle celebri illustrazioni del Nuovo Testamento di James Tissot. Per quanto riguarda la regia, invece, non si notano particolari novità di rilievo, anche se la scelta delle inquadrature è varia (alcune sequenze, come l'ultima cena, non sono frontali ma in leggera prospettiva), e non mancano profondità di campo, inserti con piano americano (santa Veronica) e movimenti di macchina (la salita al Golgota). La recitazione è enfatica, con gli attori – i cui nomi restano sconosciuti – che ricorrono ad ampi gesti delle braccia. Essenzialmente si tratta della rappresentazione illustrata di episodi con cui il pubblico aveva già familiarità (non ci sono dialoghi o spiegazioni di quello che si vede sullo schermo, e se qualcuno ipoteticamente non conoscesse i Vangeli comprenderebbe poco o nulla della storia). Ogni episodio è introdotto da un cartello con il suo titolo: lo spazio maggiore è dedicato alla passione e alla via crucis, che occupano due terzi del film. L'unico vero effetto speciale (a parte le apparizioni di angeli e angioletti) è nella scena della resurrezione, in cui si vede Gesù ascendere al cielo. Nota: il film fu la prima grande produzione girata alla Cité Elgé, all'epoca il maggiore complesso di studi cinematografici e teatri di posa al mondo, costruito l'anno precedente dalla Gaumont a La Villette.

11 dicembre 2020

L'ascesa (Larisa Shepitko, 1977)

L'ascesa, aka Ascensione (Voskhozhdeniye)
di Larisa Shepitko – URSS 1977
con Boris Plotnikov, Vladimir Gostyukhin
***1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

In Bielorussia, durante l'invasione tedesca nella seconda guerra mondiale, i partigiani sovietici Rybak (Vladimir Gostyukhin) e Sotnikov (Boris Plotnikov) lasciano il proprio drappello per andare in cerca di cibo nelle fattorie della zona, ricoperte di neve. Saranno catturati dai soldati nazisti e processati da un poliziotto collaborazionista, Portnov (Anatolij Solonitsyn), che condannerà a morte Sotnikov e tre abitanti del villaggio da cui lui stesso proviene (un vecchio, una donna e una bambina), risparmiando invece Rybak che ha accettato di cambiare casacca. Da un romanzo di Vasil Bykaŭ, l'ultimo film di Larisa Shepitko è un intensissimo lungometraggio a sfondo bellico (ma anche filosofico: si pensi al dialogo sul tema della coscienza) che traccia un parallelo – anche se più spirituale che religioso – fra il protagonista Sotnikov e la figura di Gesù Cristo, con tanto di processo di fronte a Pilato, elementi salvifici (Sotnikov manifesta la volontà di sacrificarsi e di espiare le colpe di tutti), via crucis ed esecuzione finale. C'è anche un "Giuda", il compagno Rybak, appellato così (e con disprezzo) dagli abitanti del villaggio, che dopo la morte dell'amico tenta di impiccarsi con la propria cintura ma non ne ha il coraggio (così come in precedenza aveva immaginato più volte di fuggire, prefigurandosi le conseguenze, senza poi farlo); e varie altre immagini allegoriche, a partire dall'agnello che i due partigiani trovano in una fattoria e si portano dietro, sulle spalle; per non parlare della neve bianchissima che copre l'intero paesaggio, donandogli un'atmosfera trascendentale. Memorabile anche la colonna sonora di Alfred Schnittke, che cresce di intensità in determinati momenti come quello dell'impiccagione. Metafore a parte, il film parla anche con toni concreti della tragedia della guerra (che assume però una dimensione intima e personale, senza toni retorici o propagandistici: lo sguardo è sempre rivolto al singolo individuo), dell'invasione della propria patria, del coraggio (di alcuni) e delle paure (di altri), di integrità e di tradimento, del restare fedeli alla propria coscienza anche di fronte alla morte o dell'abbracciare l'opportunismo pur di salvarsi la vita: scelte che cambiano le esistenze di chi, prima della guerra, era un semplice maestro di matematica (Sotnikov) o il direttore di un coro di bambini (Portnov). Ottime tutte le interpretazioni: Plotnikov (il cui volto, con lo sguardo perso, pare quasi ipnotizzato) e Gostyukhin erano due sconosciuti attori di teatro, che la Shepitko scelse appositamente. Il vecchio, la donna e la bambina sono rispettivamente Sergei Yakovlev, Lyudmila Polyakova e Viktorija Gol'dentul. Da notare il ruolo da cattivo per Solonitsyn, l'attore-feticcio di Andrej Tarkovskij. Orso d'oro al festival di Berlino. La Shepitko morirà in un incidente stradale nel 1979: suo marito Elem Klimov firmerà nel 1985 un altro celebre film antibellico, "Va' e vedi".

12 aprile 2020

La vie et la passion de Jésus-Christ (Zecca, Nonguet, 1903)

La vie et la passion de Jésus-Christ
di Ferdinand Zecca, Lucien Nonguet – Francia 1903
**

Visto su YouTube.

Ispirato nell'iconografia alle illustrazioni della Bibbia di Gustave Doré, questo vero e proprio kolossal dell'epoca porta sullo schermo il racconto evangelico, dall'annunciazione alla nascita di Gesù Cristo, dal massacro degli innocenti alla fuga in Egitto, dai primi miracoli alla predicazione, dall'arrivo a Gerusalemme all'ultima cena, dalla via crucis alla resurrezione ed ascensione. Non è la prima trasposizione cinematografica della vita di Gesù (fra il 1897 e il 1900 c'erano già state quelle firmate da Anthelme Léar, Georges Hatot, Gaston Breteau e Henry C. Vincent) ma, al momento della sua realizzazione, era senza dubbio la più ambiziosa. Iniziato nel 1902 e co-diretto da Lucien Nonguet e Ferdinand Zecca sotto la supervisione di quest'ultimo, con i suoi 44 minuti si trattava forse del più lungo film di finzione mai girato fino ad allora. In realtà è sbagliato parlarne come se si trattasse di un'opera unica: la pellicola è infatti composta da 32 tableaux (quadri o episodi) separati, autonomi e indipendenti, progettati per essere venduti – e proiettati – sia in gruppo che singolarmente. Secondo il progetto iniziale avrebbero dovuto essere soltanto 18, ma il grande successo spinse rapidamente la Pathé, la casa produttrice, a incrementarne il numero (in seguito vennero comunque allestiti anche dei pacchetti “ridotti”, composti da soli 12 o da 20 tableaux, a beneficio degli eventuali acquirenti). Pur non potendolo definire perciò un lungometraggio (o mediometraggio, secondo i criteri odierni), è comunque innegabile che il filo conduttore – il racconto evangelico – doni all'insieme una sua coerenza e un'identità ben precisa. A parte i titoli che introducono ogni episodio, sono assenti altri cartelli: d'altronde si presumeva che gli spettatori conoscessero già a menadito la storia narrata, rendendo facile seguire sullo schermo quella che non è altro che una rappresentazione di eventi già visti tante volte nell'arte e sulle pareti delle chiese, con episodi che si succedono senza bisogno di essere spiegati e personaggi introdotti senza presentazione (o caratterizzazione). Buona, comunque, la cura delle scenografie (quinte teatrali, evidentemente artificiali, ma in fondo realistiche e a tratti spettacolari) e dei costumi, per non parlare di occasionali “effetti speciali”, per lo più sovrimpressioni come nelle apparizioni degli angeli o nella scena di Gesù che cammina sulle acque (con l'attore sovrapposto a immagini del mare ondoso). La colorazione è fatta a mano, e si concentra sulle tuniche dei personaggi e su alcuni oggetti di scena. Pur sporadici, compaiono anche alcuni movimenti di macchina (carrelli) e stacchi (con due campi medi assai espressivi, entrambi durante la via crucis: Gesù con la corona di spine e la scritta “Ecce homo”, e la donna – santa Veronica – che mostra il panno in cui si è impresso il suo volto). Da notare come in ogni scenografia, per motivi di copyright, sia ben visibile il simbolo della Pathé (un gallo). I nomi degli attori sono sconosciuti, a parte quelli che interpretano Giuseppe e la vergine Maria (monsieur e madame Moreau). Il film riscosse un grande successo internazionale: la Gaumont lo imiterà nel 1906 (a opera di Alice Guy), mentre Zecca ne realizzerà un'altra versione nel 1907 (“Vie et passion de notre seigneur Jésus-Christ”), stavolta insieme a Segundo de Chomón.

23 dicembre 2018

Dio esiste e vive a Bruxelles (J. Van Dormael, 2015)

Dio esiste e vive a Bruxelles (Le Tout Nouveau Testament)
di Jaco Van Dormael – Belgio/Fra/Lux 2015
con Benoît Poelvoorde, Pili Groyne
**1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Dio, con aspetto dimesso e trasandato (sovrappeso, bevitore di birra, perennemente in canottiera e vestaglia), abita in uno squallido appartamento di Bruxelles, dal quale controlla il mondo da lui creato e si diverte a tormentare l'umanità, attraverso un vetusto computer, con "leggi universali della sfiga" che ricordano quelle di Murphy. Stufa del suo caratteraccio e dei suoi abusi, sua figlia Ea, di dieci anni, decide di andarsene di casa (dopo aver indispettito il padre, inviando a tutti gli abitanti del pianeta – attraverso un messaggio sul telefonino – la propria data di morte) e di fare come prima di lei aveva fatto suo fratello J.C.: cercarsi degli apostoli (sei persone scelte a caso, in modo da portare il totale a 18) e diffondere il suo "Nuovo nuovo testamento". Un'insolita pellicola satirica e filosofica, surreale ed esistenzialista, con la quale Van Dormael cerca di lanciare un messaggio chiaro, per quanto per nulla religioso o trascendentale: Ea afferma che "non c'è nulla dopo la morte", e la felicità va ricercata durante la vita, nel presente. L'insieme, non sempre omogeneo, a tratti ricorda "Amelie" ma anche certe cose di Greenaway, di Von Trier e di Jodorowsky. Ma se la cornice è decisamente interessante (nonché irriverente quasi come il "Dogma" di Kevin Smith), quando l'attenzione si sposta sui sei apostoli il film si fa più pretenzioso e noioso, con le sue divagazioni sulla vita, la morte e l'amore. E mentre si sopportano le vicende di questi sei personaggi (Laura Verlinden, Didier De Neck, Serge Larivière, François Damiens, Catherine Deneuve, Romain Gelin), che man mano interagiscono fra loro (Ea rivela che ciascuno ha una propria "musica interiore"), di fatto si aspetta in continuazione che ritorni in scena il Dio interpretato da Poelvoorde, con tutto il suo carico di misantropia, sadismo, sciattezza e volgarità. Yolande Moreau è la moglie di Dio, dea della natura; Marco Lorenzini è Victor, il barbone che scrive il "Nuovo nuovo testamento".

8 ottobre 2018

Ordet - La parola (Carl Theodor Dreyer, 1955)

Ordet - La parola (Ordet)
di Carl Theodor Dreyer – Danimarca 1955
con Henrik Malberg, Preben Lerdorff Rye
****

Rivisto in divx, con Marisa, Giovanni, Giuliana e altri.

Uno dei crucci dell'anziano fattore Morten (Henrik Malberg), patriarca della famiglia Borgen, è la follia del figlio Johannes (Preben Lerdorff Rye), che si crede Gesù Cristo e vaga per la casa e la campagna in vestaglia, predicando nel deserto. Non è l'unico, però: ci sono anche il figlio maggiore Mikkel (Hemil Hass Christensen), che ha perso la fede, e il minore Anders, che si è innamorato di Anna, figlia del sarto del villaggio con cui i Borgen sono in disputa da anni per questioni teologiche. Quando la tragedia colpisce la famiglia con la morte per parto di Inger (Brigitte Federspiel), moglie di Mikkel e cuore pulsante della serenità domestica, sarà proprio un miracolo compiuto dal “folle” Johannes a trasformare il dolore in gioia. Capolavoro del cinema della spiritualità, tratto da un dramma teatrale del 1932 del pastore luterano Kaj Munk, il penultimo film di Dreyer (una delle sue pellicole di maggior successo critico, vincitrice fra l'altro del Leone d'Oro a Venezia) è un'intensa e commovente riflessione sul mistero dell'irrazionale e del trascendente, sul potere della fede, della volontà e – come da titolo – della parola. Il riferimento principale, come suggerito anche dal nome del figlio pazzo (Johannes), è l'incipit del Vangelo di Giovanni (“In principio era la parola...”: una parola vivente e che dona, o restituisce, la vita). Da notare che quello di Johannes non è solo un delirio mistico, tanto che compie il miracolo quando ormai è già rinsavito: anche se esso avviene tramite lui, la fede che lo catalizza è quella “pura” e semplice di una bambina, la nipotina Maren, l'unica che vede al di là dell'ordinario, della ragione e delle apparenze. A lei si contrappongono non solo gli altri membri della famiglia, ma anche le figure delle autorità “ufficiali”, come il pastore del villaggio (cinico e burocratico, anche nel discorso al funerale, colmo di luoghi comuni) e il dottore (un medico scrupoloso ma scientista), che non si accorgono della straordinarietà che li circonda. Che la sceneggiatura derivi da un testo teatrale (fra l'altro già portato sullo schermo nel 1943 dallo svedese Gustaf Molander, con Victor Sjöström come protagonista) è evidente nella composizione delle scene (quasi tutte in interni) e dei dialoghi, anche se Dreyer arricchisce la pellicola con la sua regia essenziale e rigorosa, con lunghi e lenti piani sequenza, con la fotografia austera in bianco e nero, con alcuni scorci esterni (i campi di grano, il canneto, il vento che muove i panni bianchi stesi ad asciugare, simbolo dello spirito) di un mondo fuori dal tempo (se non fosse per i telefoni e l'automobile del dottore, potremmo essere nel settecento o nell'ottocento). E non manca un accenno di satira sociale e religiosa (la faida teologica fra i due patriarchi, che appartengono a correnti protestanti diverse fra loro, raccontata quasi con toni da commedia).

22 agosto 2018

L'uomo che venne dalla Terra (R. Schenkman, 2007)

L'uomo che venne dalla Terra (The Man from Earth)
di Richard Schenkman – USA 2007
con David Lee Smith, Tony Todd
**1/2

Visto in divx alla Fogona.

In procinto di trasferirsi altrove, il professore universitario di storia John Oldman (David Lee Smith) convoca i suoi colleghi e amici più intimi per dire loro addio. E si lascia sfuggire il motivo per cui, ogni dieci anni, sparisce nel nulla cambiando residenza e conoscenze: ha quattordicimila anni, è nato come uomo di Cro-Magnon e da allora non è mai invecchiato. Nel corso degli anni ha conosciuto personaggi come Hammurabi, Buddha, Colombo e Van Gogh, e lui stesso è stato nientemeno che Gesù Cristo. Il suo racconto, inverosimile ma denso di dettagli realistici, viene accolto dagli amici dapprima con scetticismo e incredulità, ma via via con curiosità e interesse (e in alcuni casi rabbia o rifiuto). Da una sceneggiatura di Jerome Bixby completata sul letto di morte (ironicamente, visto che parla di immortalità!) e il cui spunto ricorda un episodio di "Star Trek" del 1969 da lui stesso scritto, "Requiem per Matusalemme", un "piccolo" film di fantastoria a basso budget, girato quasi interamente in una stanza e soltanto parlato (nessuna immagine illustra sullo schermo il racconto del protagonista), che pure tiene sempre alta l'attenzione dello spettatore man mano che John risponde alle domande e ai dubbi dei suoi amici su questioni di natura pratica, storica, filosofica, intellettuale o religiosa. L'idea di base è semplice (e neppure troppo originale, a dire il vero, frequentata com'è dalla fantascienza di ogni epoca) ma regge bene fino in fondo, quando un colpo di scena conferma definitivamente la veridicità o meno del racconto di John. I suoi amici e colleghi sono interpretati da Tony Todd, John Billingsley, Ellen Crawford, Annika Peterson, William Katt, Richard Riehle e Alexis Thorpe. Nel 2017 il regista ha diretto un sequel (scritto dal figlio di Bixby), "The Man from Earth: Holocene".

1 ottobre 2016

Sopralluoghi in Palestina (P. P. Pasolini, 1964)

Sopralluoghi in Palestina per il Vangelo secondo Matteo
di Pier Paolo Pasolini – Italia 1964
con Pier Paolo Pasolini, Andrea Carraro
**1/2

Visto in DVD.

Documentario sul viaggio che Pasolini, insieme all'amico prete Don Andrea, ha compiuto nel 1963 in Israele in cerca delle location e delle scenografie più adatte per girare il suo film "Il vangelo secondo Matteo". Il sopralluogo si rivelerà però deludente: da un lato la modernità del nuovo stato (i grattacieli di Nazareth, le casette "come in Svizzera", le strade e i capannoni, i paesaggi troppo contemporanei) e dall'altro le ridotte "dimensioni" dei luoghi della Bibbia (il Giordano è un umile fiumiciattolo, le colline sono aride, brulle e spelacchiate, le distanze in generale sono minuscole rispetto al significato che evocano) lo porteranno a decidere di girare il suo film invece in Italia. E in effetti, le poche volte che si trova di fronte a paesaggi e scenari che non soffrono dei difetti succitati, il suo commento è spesso che "assomigliano" a certi luoghi dell'Italia meridionale, come le campagne della Calabria o della Puglia. Pasolini, in cerca di un mondo arcaico che semplicemente non esiste più, comprende pian piano che i veri luoghi biblici non sono quelli reali ma quelli trasfigurati, nel corso dei secoli, dall'arte e dalla fede. Sono luoghi dello spirito e dell'immaginario, e in quanto tali è perfettamente lecito "ricostruirli" altrove, superando così le difficoltà di carattere logistico (compresa quella di trovare comparse locali con i volti adatti). "Devo trovare una Betlemme che sia un surrogato di Betlemme", commenta quando, alla fine del suo viaggio, raggiunge il luogo dove tutto ha avuto inizio. Il documentario (con la voce narrante di Pasolini che dà del tu allo spettatore: o forse si rivolgeva al produttore Alfredo Bini?) non è dunque la cronaca di un sostanziale fallimento, ma dell'acquisizione di una nuova consapevolezza. Per brevi momenti, forse scoraggiato dagli scarsi risultati della sua ricerca, il regista si lascia "distrarre" dalla sua vena di indagatore delle tendenze sociali (vedi l'intervista agli abitanti del kibbutz). Come colonna sonora, anticipando le scelte effettuate per il film vero e proprio, si odono alcune cantate di Bach.

20 luglio 2011

La via lattea (Luis Buñuel, 1969)

La via lattea (La voie lactee)
di Luis Buñuel – Francia 1969
con Paul Frankeur, Laurent Terzieff
***

Rivisto in divx alla Fogona, con Giovanni e Rachele.

In pellegrinaggio dalla Francia verso la Spagna per raggiungere Santiago de Compostela (il termine “via lattea” è uno dei nomi tradizionalmente attribuiti al Camino de Santiago, visto che Compostela significa “campo di stelle”), due barboni chiamati Pierre e Jean – che non sembrano particolarmente devoti, a dire il vero – fanno una serie di strani incontri: il loro viaggio si intreccia con la ricostruzione di eventi storici, attraverso l’intervento di personaggi in costume (compreso il marchese de Sade, interpretato da Michel Piccoli) o con sequenze della vita dello stesso Gesù (per l’occasione, Buñuel ha selezionato alcuni dei passi evangelici più controversi e meno noti). La trama del film è un pretesto per mettere in scena una serie di episodi dove si elencano i concetti di numerose eresie (dal giansenismo al priscillianismo) o si discute della dottrina cattolica (l’eucarestia, la natura della trinità, i dogmi mariani, e così via) e di come questa sia cambiata nel corso dei secoli. La commistione fra un’ambientazione moderna (automobili, armi da fuoco) e scene ambientate nel passato, e quella fra realismo e misticismo (vedi le varie figure soprannaturali – angeliche o diaboliche – che Pierre e Jean incontrano lungo la strada), con un'immancabile spruzzata di surrealismo (memorabile, nel finale, la prostituta – Delphine Seyrig – che vuole un figlio da ciascuno dei due protagonisti, per chiamarli “Tu non sei il mio popolo” e “Non più misericordia”), lo rendono un road movie del tutto sui generis, bizzarro e stravagante, pieno di fascino e di misteri irrisolti. Anche se non mancano gli sberleffi (il curato pazzo, Jean che si immagina la fucilazione del papa, il duello fra il giansenista e il gesuita), l’anticlericale Buñuel non vuole prendersi gioco del cristianesimo in sé ma mettere in luce tutta l’assurdità di uomini che discutono, si battono o si uccidono per questioni teologiche – spesso di lana caprina – sulle quali è impossibile giungere a una conclusione certa. In ogni caso, a rassicurare gli spettatori che non si è inventato nulla, il regista conclude la pellicola con un cartello che recita “Tutto ciò che, in questo film, riguarda la religione cattolica e le eresie che essa ha suscitato, particolarmente dal punto di vista dogmatico, è rigorosamente esatto. I testi e le citazioni sono conformi sia alle sacre scritture, sia a delle opere di teologia e di storia ecclesiastica antiche e moderne”.

13 aprile 2011

Il vangelo secondo Matteo (P. P. Pasolini, 1964)

Il vangelo secondo Matteo
di Pier Paolo Pasolini – Italia 1964
con Enrique Irazoqui, Margherita Caruso
****

Rivisto in DVD, con Rachele, Paola e Stefano.

Comunista, ateo e omosessuale dichiarato, Pasolini non ha mai fatto mistero di sentire costantemente l'influenza della cultura cattolica in cui è vissuto, come aveva fatto confessare al suo alter ego Orson Welles ne "La ricotta", segmento del film a episodi "Ro.Go.Pa.G." (a causa del quale, peraltro, era stato condannato per vilipendio alla religione): alla domanda "Che cosa vuole esprimere con questa sua nuova opera?", Welles/Pasolini rispondeva "Il mio intimo, profondo, arcaico cattolicesimo". Dunque non deve sorprendere più di tanto che PPP abbia voluto realizzare una versione cinematografica della vita di Gesù. Quello che invece stupisce è che si tratti dell'adattamento più "puro", fedele e rispettoso mai realizzato, addirittura al punto di non aggiungere alcun dialogo che non fosse già presente nella fonte originale (Maria, per esempio, non parla mai perché nel Vangelo non sono riportate le sue frasi: si gioca tutto sugli sguardi, sulle inquadrature, sulla musica), senza contaminare l'opera con interpretazioni ideologiche e tenendosi lontano dall'iconografia tradizionale, spesso posticcia (nessun Cristo biondo con i capelli lunghi e gli occhi azzurri: sia lui che gli altri personaggi hanno fattezze rigorosamente mediterranee). La genesi del film è stata raccontata da Pasolini stesso: invitato ad Assisi in occasione di un evento culturale (nel periodo in cui Giovanni XXIII – alla cui "cara, lieta, familiare memoria" è dedicata la pellicola – invitava i fedeli ad aprire un dialogo con gli intellettuali non credenti), fu costretto a restare chiuso per un'intera giornata in albergo perché proprio una visita del papa aveva paralizzato il paese. Non si era portato nulla da leggere, e nella stanza dell'hotel era disponibile soltanto il Nuovo Testamento: si rilesse dunque di fila i quattro vangeli e gli venne d'impulso il desiderio di portarne uno sullo schermo. Scelse quello di Matteo perché era il più stimolante ("Giovanni era troppo mistico, Marco troppo volgare, Luca troppo sentimentale"): a differenza degli altri film sulla vita di Gesù, che mescolano episodi tratti un po' da tutti e quattro i vangeli (e anche dalle tradizioni successive), questo si attiene infatti dall'inizio alla fine a un unico testo e fa felicemente a meno della zavorra dogmatica che la Chiesa vi avrebbe depositato sopra nei secoli successivi (indicativa, nel titolo, l'omissione del "San" davanti al nome di Matteo).

Un viaggio in Terrasanta per scegliere le location (da cui nacque un documentario, "Sopralluoghi in Palestina") si rivelò inutile, perché alla fine PPP decise di girare la pellicola in Italia (fra Lazio, Puglia, Calabria e Basilicata, e in particolare fra i sassi di Matera): una scelta controversa che però si rivelò vincente, al punto da ispirare successivi registi come Martin Scorsese (che avrebbe voluto ambientare "L'ultima tentazione di Cristo" negli stessi luoghi) e Mel Gibson (che vi girò effettivamente "La passione di Cristo"). Gli scenari, arcaici e rupestri, sono nobilitati dalla fotografia in bianco e nero di Tonino Delli Colli che dona loro un aspetto fuori dal tempo e una qualità cinematografica di altissimo livello. La narrazione fluisce in maniera naturale e pulita, attraverso una successione di episodi, parabole, miracoli e discorsi, con un risultato al tempo stesso astratto e ieratico, spirituale e concreto, che restituisce la dimensione religiosa e rivoluzionaria del personaggio (sì, perché il Gesù originale è davvero lontano dall'immagine distorta che ne è stata fatta nei secoli seguenti) senza le ombre di bigottismo e le tentazioni agiografiche che normalmente affossano gli adattamenti dei testi evangelici. Affascina, in particolare, la semplicità di alcune scene (a cominciare da quella con cui si apre la pellicola, l'annunciazione, ma anche l'incontro col diavolo nel deserto) dove gli sguardi e le immagini comunicano più di mille parole, al punto da rievocare capolavori espressionisti del cinema muto come "La passione di Giovanna d'Arco" di Dreyer. Quanto alle parole, oltre ai passi più noti e agli episodi più popolari la pellicola presenta anche passaggi (l'episodio del fico inaridito) e frasi meno citate, alcune delle quali sorprendono non poco chi non conosce bene i testi originali ("Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare la pace, ma la spada. Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre").

Notevole la scelta degli attori, dai volti scavati e fuori dal comune, quasi tutti – come Pasolini era solito fare – presi dalla strada o scelti fra non professionisti (e poco importa se la dizione non è sempre perfetta o se qua e là affiorano gli accenti), compresi diversi amici, poeti, scrittori e intellettuali (Natalia Ginzburg, per esempio, è Maria di Betania; Marcello Morante, fratello di Elsa, è Giuseppe; Mario Socrate è Giovanni Battista; J. Rodolfo Wilcock è Caifa; Enzo Siciliano è Simone; Alfonso Gatto è Andrea; Giorgio Agamben è Filippo). Per il ruolo di Gesù, PPP avrebbe inizialmente pensato a Jack Kerouac o Allen Ginsberg, ma poi preferì Enrique Irazoqui, giovane studente spagnolo (catalano, per la precisione) che aveva scritto una tesi sul suo romanzo "Ragazzi di vita" ed era giunto a Roma per incontrarlo: l'attore, il cui volto ricorda i Gesù dipinti da El Greco, nel film viene doppiato – unico fra tutti – da Enrico Maria Salerno. Molto belle le giovani Margherita Caruso (Maria da giovane) e Paola Tedesco (Salomè), così come Rossana Di Rocco che interpreta l'angelo. Ninetto Davoli appare brevemente (ed è il suo debutto sullo schermo, non accreditato) nei panni di un pastore. Ma la scelta di casting più azzardata e chiacchierata, naturalmente, è quella di Susanna Pasolini nel ruolo della Madonna anziana. Aver scelto la propria madre per interpretare l'icona per eccellenza della maternità non è certamente stato casuale: in più, va considerato che Susanna era una fervente e devota cattolica, e che – proprio come Maria – in seguito dovette sopportare il dolore di piangere il figlio ucciso prematuramente. La musica è perlopiù classica (Bach, Mozart, il Prokofiev di "Alexander Nevsky"!), ma ci sono anche un canto africano (tratto dalla "Missa Luba" congolese, sui titoli di testa e di coda) e soprattutto il bellissimo gospel "Sometimes I Feel Like a Motherless Child" in alcune delle scene più iconiche (l'adorazione dei re magi, il battesimo per mano di Giovanni Battista).

8 aprile 2011

Jesus Christ Superstar (N. Jewison, 1973)

Jesus Christ Superstar (id.)
di Norman Jewison – USA 1973
con Ted Neeley, Carl Anderson
****

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Paola e Stefano.

Tratta dallo splendido musical di Andrew Lloyd Webber (nato inizialmente come doppio album e poi sbarcato a Broadway), una delle più celebri e anticonformistiche "opere rock" cinematografiche: anche se decisamente figlio dei suoi tempi (come dimostrano le atmosfere hippie, benché la stagione dei figli dei fiori volgesse già al termine), l'adattamento di Jewison è ancora godibilissimo al giorno d'oggi, grazie alle suggestive scenografie (la pellicola è stata girata in Israele, in mezzo al deserto e fra le rovine di templi e palazzi), ai moderni e arditi testi di Tim Rice (infarciti di slang e di neologismi che purtroppo i sottotitoli italiani tendono a banalizzare) e alla bellezza delle musiche e delle canzoni (dirette da André Previn), con arrangiamenti e venature molto più progressive rock rispetto ai lavori successivi del compositore. La storia segue il racconto evangelico degli ultimi giorni di Gesù, dall'ingresso a Gerusalemme fino alla crocifissione, ma pone particolare enfasi sul suo rapporto con figure come Giuda (che qui assurge al ruolo di vero e proprio coprotagonista), Pilato e Maria Maddalena, evidenziandone i dubbi, i tormenti e la fragilità. E c'è spazio anche per riflessioni sulla "massmediatizzazione" del Cristo e la volgarizzazione del suo messaggio, così come sul contrasto fra la sua natura umana e quella divina (proprio l'eccessiva "umanità" con cui è stato ritratto Gesù ha portato alcuni gruppi religiosi a scagliarsi contro il musical). Il titolo dell'opera, naturalmente, è programmatico: uno dei suoi intenti è quello di azzardare un parallelo fra il protagonista e le moderne star dello show business, osannate (è la parola giusta!) dai loro fan, che poi le abbandonano e godono nel vederle cadere. Ci sono addirittura scene in cui Gesù, dopo l'arresto, viene "intervistato" dai reporter presenti fra la folla. E molte sono le domande che Giuda (e gli autori dell'opera) rivolgono idealmente al Cristo, nel tentativo di comprendere da un punto di vista agnostico la sua vera natura e quella del suo sacrificio. Da citare, al riguardo, il testo del brano "Superstar":

Every time I look at you I don't understand
Why you let the things you did get so out of hand.
You'd have managed better if you'd had it planned.
Why'd you choose such a backward time in such a strange land?
If you'd come today you could have reached a whole nation.
Israel in 4 BC had no mass communication.
Don't you get me wrong. I only want to know.

I costumi (tuniche, magliette, canottiere e petti nudi, in un curioso mix fra abiti moderni e antichi) e gli oggetti di scena (assai minimalisti; ma in alcune sequenze compaiono addirittura carri armati e aerei) sono anacronistici e stranianti, mentre in certi casi (la cacciata dei mercanti dal tempio, il balletto kitsch di Erode, e naturalmente la coreografia di "Superstar") la messa in scena va sopra le righe ed è portata fino alle estreme conseguenze. In più, c'è la cornice meta-drammatica: il film si apre con un pulmino di giovani hippie che giungono nei luoghi sacri per rappresentare la vicenda come se si trattasse di una performance estemporanea. Al termine, vedremo gli stessi ragazzi (tranne però l'attore che ha interpretato il ruolo di Gesù) risalire sul furgone e ripartire, non prima di aver lanciato un ultimo sguardo alla collina dove, al tramonto, è rimasta a campeggiare la croce. Fra i molti brani da ricordare, quello d'apertura ("Heaven on their minds") con cui Giuda si lamenta della deriva spirituale degli insegnamenti di Gesù, che lui vorrebbe maggiormente impegnato in concreto nella rivolta politica contro i romani; "This Jesus must die", nel quale Caifa, Anna e i sacerdoti complottano contro il nuovo messia (spettacolare la messa in scena che li vede appollaiati sulle impalcature delle rovine, avvolti in tuniche nere, come tanti uccellacci in agguato); il coro "Hosanna" al momento dell'ingresso a Gerusalemme; lo struggente "Pilate's Dream" (ma nei vangeli il sogno era della moglie di Pilato, non di lui medesimo); la toccante "I Don't Know How to Love Him", con cui Maria Maddalena lamenta la difficoltà ad esprimere il suo amore per Gesù; il coro degli Apostoli nel giardino di Getsemani (con citazione dell'ultima cena leonardesca), cui segue la disperata invocazione di Gesù a Dio (accompagnata dalle immagini di quadri e icone che prefigurano la crocifissione); la divertente "King Herod's Song", frizzante e sbarazzina; il duetto "Could We Start Again, Please?" fra Maddalena e Pietro; e naturalmente "Superstar", il brano più celebre, più iconico e più trasgressivo, con un Giuda angelico, vestito di bianco e attorniato da coriste, e un testo pieno di riferimenti all'attualità e persino ad altre religioni, visto che si citano Buddha e Maometto. Tutti ottimi i cantanti (alcuni dei quali, come Elliman, Bingham e Dennen, provenivano dall'allestimento di Broadway): Ted Neeley (Gesù) colpisce per la potenza della voce; Carl Anderson (un Giuda di colore) e Yvonne Elliman (una Maddalena asiatica), oltre che bravi, donano multietnicità al cast (ma non sono i soli: vedi anche Simone); la coppia di sacerdoti Bob Bingham (Caifa) e Kurt Yaghjian (Anna) diverte per il contrasto nelle rispettive estensioni vocali (il primo canta da basso, il secondo da controtenore); Barry Dennen è un Pilato sofferto e tormentato, Josh Mostel è un Erode frivolo e vizioso. Nel 2000 è uscita una seconda versione cinematografica del musical: diretta da Gale Edwards e Nick Morris, si ispira maggiormente all'allestimento teatrale per quanto riguarda location e scenografie.

4 aprile 2011

Brian di Nazareth (Terry Jones, 1979)

Brian di Nazareth (Life of Brian)
di Terry Jones – Gran Bretagna 1979
con Graham Chapman, Michael Palin
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Paola e Stefano.

Uno dei film più divertenti e irriverenti dei Monty Python, il leggendario gruppo inglese i cui sei membri (Terry Gilliam, Terry Jones, Eric Idle, Michael Palin, John Cleese e Graham Chapman) hanno fatto la storia della comicità cine-televisiva britannica (e non solo). In questa pellicola, come al solito, ciascuno di loro interpreta più parti, comprese quelle femminili (il regista Terry Jones, per esempio, è la madre del protagonista), all'insegna di un umorismo british che forse non tutti sanno apprezzare, anche perché è spesso venato di assurdo e nonsense. Brian, nato a Betlemme nella capanna a fianco di quella di Gesù, viene visitato per errore dai tre Re Magi e poi, una volta cresciuto, si ritrova coinvolto negli intrighi di un'accozzaglia di estremisti politici che complottano contro l'occupazione romana. Dopo svariate peripezie, verrà creduto un messia dalla folla ottusa e finirà crocifisso per una serie di equivoci; ma l'importante, come canta il suo compagno di crocifissione, è: "Always look on the bright side of life"! Grottesco, demenziale, cinico e beffardo: più che una parodia del racconto evangelico, il film è una satira contro le ipocrisie e le follie degli esseri umani a tutto campo: dall'omologazione sociale forzata alle litigiosità politiche, dalle incomprensioni fra persone e popoli al fanatismo dogmatico e religioso. Numerose e indimenticabili le scene cult: la lapidazione (alla quale le donne partecipano con barbe finte), la lezione di latino (Brian viene severamente corretto da un centurione perché ha sbagliato a scrivere "Yankees go home"... ehm, "Romani ite domum"), l'inaspettato arrivo di un'astronave aliena che salva il nostro eroe dalla caduta da una torre ("Hai più culo che anima!"), le gag su Mavco Pisellonio (l'amico di Pilato, al cui nome nessuno riesce a trattenere le risate), le surreali riunioni dei cospiratori ("A parte l'acquedotto, le fognature, le strade, le scuole, vino, medicina, istruzione, asini pubblici in orario, ordine pubblico, irrigazione, spiagge libere non inquinate, bilancia dei pagamenti in attivo.... che cosa hanno fatto i romani per noi?"), peraltro divisi in mille organizzazioni rivali fra loro (il Fronte Popolare di Giudea, il Fronte del Popolo di Giudea, il Fronte Popolare Giudeo...), la contrattazione al mercato pubblico, le perquisizioni dei soldati romani ("Abbiamo trovato questo cucchiaio!"), le prediche e i "miracoli" di Brian ("Erano diciotto anni che non aprivo bocca, finché non è arrivato lui"), fino ai titoli di coda ("Se vi è piaciuto questo film, perché non andate a vedere 'La notte'?"). Ottima la confezione cinematografica: la pellicola fu girata in Tunisia, e in parte vennero riutilizzati i set (e alcune comparse) del "Gesù di Nazareth" di Franco Zeffirelli. L'unico ruolo di rilievo non ricoperto da uno dei sei comici è quello di Judith Iscariot (Sue Jones-Davies), la ragazza di cui Brian si innamora. La sigla di apertura, come tutte le animazioni nei lavori dei Monty Python, è di Terry Gilliam. Considerato oggi un classico, alla sua uscita fu attaccato da alcuni gruppi religiosi e vietato in diversi paesi (il gruppo sfruttò la circostanza nelle tag line di lancio in Svezia: "So funny that it was banned in Norway!"). Giunto anche da noi con dodici anni di ritardo (venne distribuito solo nel 1991), il film è uscito in DVD con un nuovo doppiaggio non all'altezza dell'originale (la "erre moscia" di Pilato, per esempio, risulta molto attenuata) ma rimane comunque irresistibilmente esilarante.

8 febbraio 2011

Ro.Go.Pa.G. (Rossellini, Godard, Pasolini, Gregoretti, 1963)

Ro.Go.Pa.G. - Laviamoci il cervello
di Roberto Rossellini, Jean-Luc Godard, Pier Paolo Pasolini, Ugo Gregoretti – Italia/Francia 1963
**1/2

Visto in divx.

Film diviso in quattro episodi: il titolo è formato dalle prime lettere dei nomi dei registi. Fra i segmenti spicca soprattutto quello di Pasolini, alla sua terza fatica cinematografica dopo "Accattone" e "Mamma Roma". Alla sua uscita venne condannato per vilipendio alla religione, e il regista fu costretto a modificarne alcuni passaggi.

"Illibatezza", di Roberto Rossellini, con Rosanna Schiaffino e Bruce Balaban (*1/2)
Una hostess dell'Alitalia (che al geloso fidanzato invia pellicole da lei filmate anziché lettere d'amore) viene corteggiata a Bangkok da un invadente uomo d'affari americano. Per sbarazzarsene, visto che lui è attratto dal suo aspetto perbene, comincia a comportarsi in maniera più trasgressiva. Episodio insignificante, decisamente il meno interessante del lotto. Come colonna sonora c'è la melodia di "Casta diva".

"Il nuovo mondo", di Jean-Luc Godard, con Jean-Marc Bory e Alexandra Stewart (**)
In seguito a un'esplosione atomica sui cieli di Parigi, gli abitanti della città cominciano a perdere la propria umanità e a comportarsi in maniera apatica e meccanica. Il protagonista se ne rende conto osservando il cambiamento sfuggente e imprevedibile della donna di cui è innamorato (e che gli dice frasi come "io ti ex-amo") . Un approccio intellettualistico e filosofico ai pericoli di "un futuro atomico forse già cominciato".

"La ricotta", di Pier Paolo Pasolini, con Orson Welles e Mario Cipriani (***1/2)
Una troupe cinematografica sta girando sulle colline intorno a Roma un film in costume sulla passione di Cristo. Il poveraccio Stracci, che interpreta la parte del ladrone buono, consegna il suo cestino del pranzo alla propria famiglia e poi, per non morire di fame, vende il cagnolino della prima attrice (Laura Betti) in cambio di pane e ricotta. Dopo essersi abbuffato, morirà sulla croce prima ancora di recitare la sua unica battuta. Straordinario affresco con il quale Pasolini attualizza la rappresentazione sacra, fondendo realismo e visionarietà, dramma e umorismo, spirito religioso (l'empatia verso l'umile protagonista, un "morto di fame" schernito da tutti) e invettiva sociale (l'ira del regista contro l'uomo medio, definito come "un mostro, un pericoloso delinquente... conformista, colonialista, razzista, schiavista, qualunquista..."). Vivace, ironico e grottesco, il cortometraggio sorprende a ogni scena (dallo spogliarello improvvisato da una comparsa al cane parlante che ripete le parole che i tecnici si passano di bocca in bocca): Pasolini gioca con il movimento (la corsa accelerata), la fotografia (le staticissime scene in costume – tableaux vivants che ricordano le opere dei pittori manieristi – sono a colori, mentre il resto del film è in bianco e nero), il sonoro (la banda musicale che esegue "Sempre libera degg'io" dalla Traviata; i dischi di twist che sostituiscono Scarlatti nella colonna sonora durante le riprese) e contemporaneamente non perde di vista i contenuti. Nella parte del regista marxista che con questa opera afferma di voler esprimere il suo "intimo, profondo, arcaico cattolicesimo" c'è uno straordinario Orson Welles, autentico alter ego di un Pasolini che gli mette in bocca le proprie parole sia quando risponde svogliatamente alle domande di un giornalista (al quale ricorda che "il produttore del mio film è anche il padrone del suo giornale") sia quando legge una sua poesia ("Io sono una forza del Passato"). In parti minori compaiono anche Tomas Milian, Ettore Garofalo e Lamberto Maggiorani.

"Il pollo ruspante", di Ugo Gregoretti, con Ugo Tognazzi e Lisa Gastoni (**1/2)
Mentre un economista dalla voce meccanica espone in un congresso di sociologia le sue teorie sul marketing e sull'induzione di "falsi bisogni" nei consumatori, una famiglia ne dimostra inconsapevolmente l'efficacia: bombardati dalla televisione (c'è anche un cameo di Topo Gigio), i bambini si esprimono attraverso slogan pubblicitari, mentre gli adulti si illudono di essere liberi e di pensare con la propria testa senza accorgersi di desiderare quello che altri hanno deciso per loro. Troveranno la forza di ribellarsi, ma faranno una brutta fine. Una satira contro la società dei consumi, forse un po' scontata e didascalica (la metafora del pollo ruspante, più libero rispetto al pollo di allevamento, è fin troppo esplicita) ma comunque ancora attuale e per nulla datata. Il figlio del protagonista è interpretato da Ricky Tognazzi, che all'epoca aveva sette anni.

2 gennaio 2011

Pagine dal libro di Satana (C. T. Dreyer, 1921)

Pagine dal libro di Satana (Blade af Satans bog)
di Carl Theodor Dreyer – Danimarca 1921
con Helge Nissen
**1/2

Rivisto in DVD.

Ispirandosi a "Intolerance" di Griffith, Dreyer realizza una lunga pellicola a sfondo morale, divisa in quattro episodi ambientati in differenti epoche storiche ma legati da un filo conduttore: i continui sforzi di Satana (interpretato sempre da Helge Nissen) di indurre gli uomini in tentazione, facendo loro tradire le persone più care. Un cartello introduttivo spiega come Dio abbia bandito Satana dal Paradiso, costringendolo a vagare sulla Terra attraverso i secoli con il compito di spingere gli esseri umani a compiere azioni malvage: per ogni uomo che cederà alla tentazione, la condanna del diavolo sarà aumentata di cento anni; per ognuno che saprà resistergli, gli verranno invece risparmiati mille anni. Nel primo episodio, ambientato in Galilea all'epoca di Gesù, Satana assume l'aspetto di un fariseo e sobilla Caifa contro il Cristo e i suoi apostoli; dopodiché convince Giuda a tradire il suo maestro. Nel secondo, all'epoca dell'inquisizione spagnola, veste i panni del Grande Inquisitore per convincere un giovane monaco a tradire la famiglia presso cui lavorava (uno scienziato accusato di eresia perché praticava l'astronomia e sua figlia, di cui il monaco era innamorato). Nel terzo, che si svolge durante la rivoluzione francese, il diavolo spinge il fedele servitore di una famiglia nobile a diventare un Giacobino e a tradire non solo i suoi padroni ma addirittura la regina Maria Antonietta, rinchiusa in attesa di essere condannata alla ghigliottina. Nel quarto, ambientato nel 1918 (dunque, praticamente in tempo reale) nella Finlandia invasa dai russi, appare come un monaco in stile Rasputin che cerca di spingere una giovane finlandese a tradire il proprio popolo: soltanto quest'ultima, a differenza degli altri tre personaggi, saprà resistergli. Notevole la prova del protagonista Helge Nissen, che dà vita a un Satana multiforme, astuto e crudele ma a tratti anche compassionevole, e ottime le ricostruzione scenografiche e le riprese in esterni; ma non tutti gli episodi sono di egual valore (i più interessanti sono senza dubbio i due centrali).

20 settembre 2010

La passione (C. Mazzacurati, 2010)

La passione
di Carlo Mazzacurati – Italia 2010
con Silvio Orlando, Giuseppe Battiston
**1/2

Visto al cinema Apollo (rassegna di Venezia).

Il regista Gianni Dubois (Orlando, non nuovo a questo genere di ruoli: vedi anche "Il caimano"), in crisi creativa, non lavora da cinque anni. Proprio quando gli si presenterebbe l'occasione di girare un film con un'attricetta, mediocre ma popolarissima per via di una fiction televisiva, un imprevisto lo costringe a recarsi in Toscana, dove possiede un appartamento in un piccolo paese. La rottura di alcuni tubi nel muro ha infatti danneggiato il prezioso affresco della vicina cappella, e le autorità minacciano di denunciarlo alle Belle Arti se in cambio non accetterà di dirigere la tradizionale rappresentazione della Passione di Cristo nel venerdì santo. Senza organizzazione e con attori improvvisati, prigioniero di una provincia che per una volta non viene idealizzata (la gente è ostile e fa continuamente confronti col passato, la tecnologia non funziona, ogni minima difficoltà diventa insormontabile), Dubois vivrà una personale "passione", cadendo sempre più in basso umanamente e professionalmente. A salvarlo sarà un altro personaggio in cerca di riscatto, un ex galeotto redento dal teatro (il formidabile Battiston), che gli farà da assistente. Il film parte come una commedia, azzeccando numerose scene (come quella della fotocopiatrice rotta che costringe i personaggi a dettare il copione agli alunni della scuola elementare pur di averne il numero di copie necessarie: ma i piccoli errori – "Prima che il gatto canti" – saranno inevitabili) e gag ("Questo è il paese più ingrato del mondo: Garibaldi è andato in esilio, Dante pure... Roberto Baggio l'hanno fatto giocare due anni nel Brescia"), e si fa via via più drammatico. Nel cast anche un divertente Corrado Guzzanti (il tenebroso e pomposo meteorologo della tv locale che viene ingaggiato per il ruolo di Gesù) e diversi volti noti femminili (Stefania Sandrelli, Kasia Smutniak, Cristiana Capotondi). Nel complesso, anche se non è certo il caso di gridare al capolavoro, è una di quelle commedie che occasionalmente riconciliano lo spettatore con l'attuale cinema italiano.

10 novembre 2009

L'ultima tentazione di Cristo (M. Scorsese, 1988)

L'ultima tentazione di Cristo (The Last Temptation of Christ)
di Martin Scorsese – USA 1988
con Willem Dafoe, Harvey Keitel
***1/2

Visto in DVD, con Giovanni.

Mentre sta per morire sulla croce, dopo un'esistenza trascorsa dapprima nel tentativo di ignorare il richiamo di Dio (suscitando l'ira del suo amico d'infanzia Giuda, che lo voleva più attivo nella resistenza contro i romani) e poi a diffonderne la parola attraverso predicazioni e miracoli, Gesù viene sottoposto a un'ultima tentazione da parte di Satana: spacciandosi per un angelo custode, il diavolo gli rivela infatti che il suo sacrificio non è più necessario. Gesù può così scendere dal Golgota e vivere finalmente come ha sempre desiderato, ovvero come un uomo normale, senza doversi fare carico della salvezza dell'umanità: può sposarsi (con Maddalena), avere figli e raggiungere una serena vecchiaia. Tratto dal libro-scandalo di Nikos Kazantzakis (autore anche di "Zorba il greco"), è una delle opere più controverse e sottovalutate di Scorsese, circondato com'è da un'aura da "film maledetto" che, a ben vedere, non ha in realtà molta ragion d'essere. Il Cristo ritratto dal cattolicissimo regista italo-americano (e interpretato da uno straordinario Willem Dafoe) è forse – è vero – il più "umano" mai visto sullo schermo (ha desideri carnali, incertezze, dubbi e timori), ma proprio per questo il suo sacrificio finale (quando si rende conto di aver "tradito" la propria missione, supplica Dio di riportarlo sulla croce) finisce con l'avere ancora maggior valore. Dopo aver inserito nei suoi lavori precedenti tante figure cristologiche e aver abbondantemente affrontato temi come la colpa e la redenzione, con questo film Scorsese va direttamente "alle fonti" e si occupa dell'argomento senza più metafore o giri di parole. All'uscita della pellicola ci furono picchetti di integralisti cristiani fuori dalle sale cinematografiche(*), la Commissione Episcopale Italiana invitò i periodici cattolici a non recensirlo, e tuttora alcuni ottusi bigotti lo considerano un film blasfemo: ma viene il dubbio che chi lo critica non lo abbia nemmeno visto, o lo abbia fatto molto distrattamente. Molto interessante, in particolare, la lettura che la sceneggiatura di Paul Schrader fa della figura di Giuda (Harvey Keitel), che si rivela in realtà il discepolo più fedele e devoto a Gesù, e che accetta malvolentieri l'ingrato compito di tradirlo pur di servire un bene più grande. Curiosamente, a un certo punto è proprio Giuda ad accusare Cristo di essere un traditore. Altra ironia, all'inizio, sta nel fatto che proprio il falegname Gesù è colui che fabbrica le croci che i romani usano per i condannati a morte (e le trasporta sulle proprio spalle, per autopunirsi di questa collaborazione e per tentare di scacciare la voce di Dio). Notevole, infine, la scena in cui l'anziano Gesù incontra Paolo (Harry Dean Stanton) che sta predicando la sua nuova religione, quella che diventerà il cristianesimo e in cui il Cristo non si riconosce affatto. Ottimo il cast, dove brilla Barbara Hershey nella parte di una sensuale Maria Maddalena, mentre David Bowie è Ponzio Pilato. La confezione è superba sotto ogni aspetto: la regia ipnotica ed elegante, la fotografia dominata dal rosso e dai colori caldi, le scenografie bellissime e minimaliste (il film venne girato in Marocco), la musica "africana" di Peter Gabriel. L'unico grave difetto che mi sento di segnalare non è dovuto al film stesso ma dipende dai maledetti Monty Python: da quando ho visto "Brian di Nazareth" non riesco a evitare di sghignazzare (e ad immaginarmi uomini vestiti da donna che chiedono "un cartoccio di ghiaia per il ragazzo") durante scene come quella della lapidazione. Una curiosità: l'ultima inquadratura, con la pellicola che diventa bianca, è dovuta a un guasto della macchina da presa che provocò una sovraesposizione che Scorsese decise di lasciare nel film.

(*) In Italia il film venne anche denunciato per vilipendio alla religione: ma fu assolto dal tribunale di Venezia con questa magnifica sentenza, che è quasi meglio di ogni recensione cinematografica.

14 giugno 2007

Centochiodi (Ermanno Olmi, 2007)

Centochiodi
di Ermanno Olmi – Italia 2007
con Raz Degan, Luna Bendandi
*

Visto al cinema Anteo (rassegna di Cannes).

Ermanno Olmi ha dichiarato che non girerà più film di finzione dopo questo, e francamente mi dispiace che concluda la sua carriera con una pellicola così brutta, senile e involontariamente demenziale, dai dialoghi ridicoli e dalla recitazione scadente. Ho trovato interessante giusto l'incipit, quello in cui si scopre che qualcuno ha "inchiodato" al pavimento e agli scrittoi i più preziosi volumi antichi della biblioteca storica di un'università. Responsabile del "delitto" è un giovane professore di storia delle religioni, con l'aspetto "da nazareno", convinto che "tutti i libri del mondo non valgono una carezza o un caffé con un amico". Dopo essersi liberato di (quasi) tutti i suoi averi, gettando documenti e chiavi dell'auto nel fiume (ma trattenendo denaro e carta di credito!) e aver bruciato le pagine del proprio trattato per scaldarsi (come Rodolfo nella "Bohéme"), va a vivere in una casupola sulle rive del Po, dove viene accolto dagli anziani abitanti del paese come se fosse Gesù Cristo. E proprio come Gesù, dispensa saggezza, conforto e amore, fino a quando la polizia non lo rintraccerà e lo arresterà. Se avessi pagato un biglietto a prezzo pieno per sentire Degan con la voce di Giannini che racconta le parabole (e non una poco nota, no: quella del figliol prodigo!), mi sarei sentito truffato. Populismo come se piovesse (ci sono persino le proteste contro l'ICI e contro le "grandi opere"), un'ambientazione che sembra di cinquant'anni fa, fellinismi da quattro soldi, e un confronto finale (fra il professore e un monsignore) a base di frasi fatte, schematismi e fanatismi incrociati ("A cosa è mai servita la religione?" "Eretico!"). L'unica battuta memorabile ("Lei ha mai fatto parte di un'organizzazione eversiva o terroristica?" "Sì, ho fatto parte del corpo insegnante") è, a ben vedere, a sua volta qualunquista e direi inaccettabile. Aggiungiamoci le frasi in dialetto sottotitolate e il titolo che storpia l'italiano (perché è scritto tutto attaccato?) ed ecco servito un film da dimenticare in fretta.