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18 dicembre 2022

Argentina, 1985 (Santiago Mitre, 2022)

Argentina, 1985 (id.)
di Santiago Mitre – Argentina 2022
con Ricardo Darín, Peter Lanzani
***

Visto in TV (Prime Video).

Dopo la caduta della dittatura militare in Argentina e il ritorno della democrazia, il procuratore federale Julio César Strassera (Ricardo Darín) viene incaricato di rappresentare la pubblica accusa nel processo civile a Jorge Videla e agli altri membri della giunta che ha governato il paese nei sette anni precedenti. Sottoposto a forti pressioni, a intimidazioni e a continue minacce, in pochi mesi e con l'aiuto dell'assistente Luis Moreno Ocampo (Peter Lanzani) e di un team di giovani collaboratori Strassera riuscirà a raccogliere un numero sterminato di prove e di testimonianze contro i crimini commessi dalla giunta, compresi centinaia di casi di rapimenti, sparizioni (i cosiddetti "desaparecidos"), torture, violenze e omicidi, dimostrando che non si trattava di casi isolati ma di un uso strategico e diffuso della sopraffazione e della violenza. E per la prima volta nella storia, un tribunale civile riuscirà a condannare per crimini contro l'umanità i membri di una giunta militare, aprendo una nuova stagione di speranza e di giustizia per il paese. Un film di denuncia sociale che ripercorre la storia del "processo più importante della storia argentina", narrata in modo appassionante e senza mai smarrire la presa sul lato umano della vicenda: che si tratti di Strassera e dei suoi giovanissimi collaboratori (il cui punto di vista è sempre centrale), spesso in preda ai dubbi e alla paura, o delle testimonianze toccanti e sconvolgenti dei sopravvissuti e delle vittime della dittatura, o ancora delle incertezze e dei sensi di colpa di chi pensa di non aver fatto abbastanza in precedenza, la sceneggiatura narra fedelmente i fatti fino al momento della requisitoria finale di Strassera (riportata integralmente, compresa la citazione dantesca sui tiranni condannati nel settimo cerchio dell'Inferno, nonché il celebre "Nunca mas!" finale) che condensa, in poche parole accuratamente cesellate, tutta l'indignazione e il bisogno di giustizia nei confronti di veri e propri "crimini di stato", commessi da chi si era arrogato il compito di "difendere la patria dalla guerriglia", facendo ricadere magari la responsabilità sui propri subordinati o la colpa sulle stesse vittime. Con un'impostazione classica, una regia solida, e buone prove attoriali, la pellicola riesce compiutamente nei suoi intenti, risultando al tempo stesso coinvolgente ed equilibrata.

17 settembre 2022

Finale a sorpresa (Cohn, Duprat, 2021)

Finale a sorpresa - Official Competition (Competencia oficial)
di Mariano Cohn, Gastón Duprat – Spagna/Argentina 2021
con Antonio Banderas, Oscar Martínez, Penélope Cruz
**1/2

Visto in TV (Now Tv).

Giunto alla soglia degli ottant'anni, il ricco imprenditore Humberto Suárez (José Luis Gómez) ambisce a lasciare al mondo qualcosa di prestigioso per essere ricordato, e decide di finanziare un film di successo. Assume così l'eccentrica regista Lola Cuevas (Penélope Cruz) affinché diriga un'ambiziosa pellicola d'autore, tratta dal romanzo di un premio Nobel incentrato sulla rivalità fra due fratelli, con gli acclamati attori Iván Torres (Oscar Martínez) e Félix Rivero (Antonio Banderas) come protagonisti. Ma già durante le prove, lo scontro fra personalità così spigolose e diverse fra loro non depone a favore del risultato... Iván e Félix, infatti, impersonano rispettivamente il cinema colto e quello commerciale: il primo è un anziano "maestro di recitazione", attore di teatro intellettuale e impegnato, che ama calarsi nel personaggio e disprezza la superficialità e la volgarità del secondo, "celebrità" devota allo spettacolo e ai gusti del pubblico. In più ci si mette la regista, con i suoi vezzi autoriali e anticonformisti, a intorbidire le acque, sottoponendo i due attori a prove ed esperimenti sempre più bizzarri... Dopo "L'artista", "Il cittadino illustre" e "Il mio capolavoro", la coppia argentina Cohn/Duprat continua a riflettere sul mondo della creatività e dell'arte con una nuova commedia dai toni grotteschi e astratti come l'ambientazione in cui si svolge la vicenda (l'enorme villa di Humberto, con ampi e spazi vuoti di cemento, vetro e marmo, in cui hanno luogo le prove). La rivalità tra i due fratelli della sceneggiatura del film si riflette in quella fra i due interpreti, mentre il loro contrasto rispecchia quello, sempre più tenue e confuso, fra il cinema d'autore e quello rivolto al pubblico, fra la creatività fine a sé stessa e all'espressione artistica e quella che mira soltanto a riscuotere plausi e vincere premi. Forse il tutto mostra un po' la corda, si ride meno di quanto ci si aspetterebbe e non si raggiungono le profondità de "Il cittadino illustre", ma la confezione è comunque ottima, così come i dialoghi e le prove (molto autoironiche) degli interpreti. Colonna sonora a base di brani per pianoforte di Chopin, Satie e Beethoven.

15 aprile 2021

Evita (Alan Parker, 1996)

Evita (id.)
di Alan Parker – USA 1996
con Madonna, Antonio Banderas, Jonathan Pryce
***1/2

Rivisto in DVD.

Questo adattamento cinematografico dell'omonimo musical di Tim Rice (testi) e Andrew Lloyd Webber (musiche), incentrato sulla vita della leggendaria "first lady" argentina Evita Perón, colpisce innanzitutto per gli interpreti. Nelle tre parti principali (le uniche di rilievo, peraltro) troviamo la cantante pop Madonna, non nuova a prove cinematografiche (non sempre ben accolte dalla critica: per questo ruolo, invece, vinse a sorpresa il Golden Globe come attrice), e due attori che danno ottima prova di sé anche come cantanti, l'accalorato spagnolo Antonio Banderas (in un ruolo "multiplo": il musical originale lo accredita come Che Guevara, ma nel film è semplicemente un testimone ubiquo delle vicende della protagonista, alle quale assiste e che commenta – spesso con toni caustici, distaccati o critici – lungo tutto l'arco della sua vita, nei panni di volta in volta di barista, giornalista, contadino, contestatore, ecc.) e il flemmatico britannico Jonathan Pryce (nei panni di Juan Domingo Perón). Ma non è da sottovalutare l'approccio scelto dal regista Alan Parker (non nuovo ai film musicali, avendo già diretto "Saranno famosi" e "Pink Floyd – The Wall", e che ha preso il posto di Oliver Stone, inizialmente legato al progetto), che rinuncia del tutto alla via del "teatro filmato" (tipica di molte pellicole di questo tipo, basti pensare al "Jesus Christ Superstar" tratto da un altro lavoro di Lloyd Webber) in favore di quella cinematografica. "Evita" sembra un film che si svolge nelle strade e nei luoghi reali, non su un palcoscenico. E le immagini accompagnano in modo appropriato ogni cambio di mood della colonna sonora, valorizzando la musica (e venendone valorizzate a loro volta), grazie anche all'ottima ricostruzione storica, alle scene di massa, e all'eccellente fotografia (di Darius Khondji) dai colori caldi e luminosi. Come a sottolineare la natura cinematografica dell'opera, si comincia proprio nella sala di un cinema, nell'Argentina del 1952, quando la proiezione viene interrotta per dare la notizia della morte (a soli 33 anni: come Gesù!) di Evita. E dopo le immagini dell'immenso e sontuoso funerale di stato, con un flashback torniamo indietro a raccontare l'infanzia della nostra protagonista, seguita dalla sua lenta scalata verso il successo e la gloria. L'obiettivo è quello di analizzare come nasce un'icona sociale, senza tralasciare – anche se restano in secondo piano – le questioni politiche (si mostrano le proteste di piazza, la repressione, il fascismo peronista, il torbido passato della stessa ragazza).

Per molti versi Evita è una figura simile al Gesù di "Jesus Christ Superstar", con tanto di connotati religiosi (il suo popolo la venera come una santa), l'ascesa e il calvario, nonché la presenza di un personaggio (lì Giuda, qui il Che) che la osserva dall'esterno e si interroga – o fa interrogare noi spettatori – sulla sua vera natura nel grande schema delle cose, la sua personalità, i suoi desideri, le sue ambizioni. Certo, in assenza di questioni teologiche-metafisiche, la lettura qui è più semplice: la classica ragazza povera che sogna il riscatto e il successo ("La più grande arrampicatrice sociale dopo Cenerentola"), utilizzando ogni mezzo a propria disposizione e, in particolare, il fascino che esercita sugli uomini. Nella prima fase del film, dunque, assistiamo alla sua scalata sfruttando chi credeva di sfruttare lei (dal cantante Magaldi a un fotografo di moda, dal proprietario di una radio a un ufficiale dell'esercito: tutti uomini che vengono sedotti e abbandonati uno dopo l'altro), fino a raggiungere l'obiettivo finale: il colonnello Perón, che proprio grazie a lei diventerà presidente-dittatore dell'Argentina (grazie a una campagna dai toni populisti ma incredibilmente efficaci: la stessa Evita lo presenta alle masse più umili affermando "È uno di voi. Altrimenti come potrebbe amare me?", e in generale la sua salita verso il cielo è vista come il riscatto di tutti gli oppressi, i "descamisados"). La seconda parte ci narra di Evita al potere, del duro scontro con la realtà, dell'amore del popolo e dell'odio delle classi agiate, e infine della malattia e della morte (con la veglia davanti alla Casa Rosada), ricongiungendosi con l'incipit. Quasi privo di dialoghi (tanto da non essere mai stato doppiato in italiano: è uscito anche in sala semplicemente con i sottotitoli), il film si appoggia sulla bellissima colonna sonora dalla vena melodica (anche se non mancano occasionali dissonanze), con influenze latine e rock, ricca di brani iconici come la celeberrima "Don't Cry for Me, Argentina" (il cui tema è preannunciato sin dall'inizio, in "Oh, What a Circus": in generale molte melodie vengono introdotte e poi riprese più volte), "Another Suitcase in Another Hall" (che viene fatta cantare ad Evita, a differenza del musical originale dove era riservata all'amante di Perón), "I'd Be Surprisingly Good For You", "High Flying Adored", "Rainbow High". Webber e Rice hanno anche composto una canzone espressamente per il film, "You Must Love Me", che si è aggiudicata l'Oscar (l'unico vinto dalla pellicola, su cinque nomination). Curiosità: Alan Parker interpreta, in una breve scena, il regista che dirige Evita in una delle sue prove d'attrice.

3 settembre 2019

We're no animals (Alejandro Agresti, 2013)

We're no animals (No somos animales)
di Alejandro Agresti – Argentina/USA 2013
con John Cusack, Al Pacino
*

Visto in TV, con Sabrina, in originale con sottotitoli.

L'attore hollywoodiano Tony Lovecraft (John Cusack), insieme allo sceneggiatore Syd Kuliaky (Kevin Morris) e al musicista Rudy Maravilla (Paul Hipp), viene convinto dal suo agente (Al Pacino) a girare un film a Buenos Aires con il regista dilettante Patrick Pesto (Alejandro Agresti). La realizzazione della pellicola è del tutto estemporanea e improvvisata: nessuno sa bene di cosa tratti il copione, che si ispira alla vita vera e al tragico passato dell'Argentina (con la dittatura militare e i desaparecidos); e l'attore e la troupe trascorrono il tempo parlando fra loro, mangiando, bevendo, girovagando come turisti, perdendosi in riflessioni di stampo filosofico, letterario, sociale e politico. Fra il Fellini di "8 e mezzo" (citato) e il Godard de "La cinese", un film intellettuale, metacinematografico, svagato e pretenzioso al tempo stesso: e purtroppo, molto, molto noioso. Una certa ironia (anche se si tratta di un umorismo freddo e distaccato), qualche riferimento metacinematografico (Tony è criticato per aver recitato in una pellicola-spazzatura hollywoodiana, il cui titolo richiama quello del precedente film dello stesso Agresti, "La casa sul lago del tempo") e il desiderio di guardare il tragico passato dell'Argentina con gli occhi di chi proviene dall'esterno, non bastano a salvare il film stesso dalla mancanza di coerenza e di collante fra le varie sequenze, alcune delle quali sembrano più turistiche che altro. E le posticce ambizioni intellettuali (il mix fra colore e bianco/nero, i continui riferimenti ad artisti e scrittori più o meno underground, le fumosità filosofiche dei lunghi dialoghi) non aiutano di certo a ben disporsi. Girato nel 2013, non è mai uscito in sala per via di dispute fra i produttori e l'entourage di John Cusack (anche co-sceneggiatore), finendo per trovare la propria strada solo su Netflix.

6 febbraio 2019

Il gaucho (Dino Risi, 1964)

Il gaucho
di Dino Risi – Italia 1964
con Vittorio Gassman, Amedeo Nazzari
**

Visto in TV.

Marco Ravicchio (Vittorio Gassman), squattrinato addetto alle pubbliche relazioni di una piccola casa cinematografica, vola in Argentina per promuovere una pellicola neorealista ("La città morta") in occasione di un festival a Buenos Aires. Nella delegazione che lo accompagna ci sono l'attempata diva Luciana (Silvana Pampanini), due attricette oche (Maria Grazia Buccella e Annie Gorassini) e uno sceneggiatore comunista (Guido Gorgati). Troveranno una città popolata da esuli ed emigranti italiani, divisi fra chi ha fatto fortuna – come l'impetuoso Ingegner Maruchelli (Amedeo Nazzari), ricco esportatore di carne, che vive nel mito e nella nostalgia della patria abbandonata e che accoglie con il proprio entusiasmo i nuovi arrivati, ospitandoli per l'intera permanenza – e chi è rimasto uno spiantato – come Stefano (Nino Manfredi), amico ed ex commilitone di Marco, restato un pezzente nonostante le molte opportunità. Pellicola "turistica" ("Il Gaucho era un po' un pretesto per andare a fare una vacanza in Argentina", dirà lo stesso Risi), caciarona, improvvisata e senza una vera direzione, che dà il suo meglio soprattutto nel ritratto dei personaggi di Nazzari e di Manfredi (la scena migliore è proprio il malinconico incontro fra i due amici che fanno i conti con i propri fallimenti). Apprezzabile anche la demistificazione del "boom" economico (in Italia c'è ancora chi sta male e pensa di emigrare). Dal lato comico, invece, le gag sono ingenue e stereotipate, e il personaggio estroverso e un po' volgare di Gassman era già stato visto troppe volte (da notare la citazione da "Il sorpasso", quando Marco viene superato da un'auto, guidata da un romano, con lo stesso clacson della sua). Norberto Sanchez Calleja è Cecilio, lo spasimante di Luciana; Nora Carpena è la moglie di Maruchelli, che Marco prova a sedurre. Musiche di Armando Trovajoli. La sceneggiatura è firmata da Ruggero Maccari, Tullio Pinelli, Dino Risi ed Ettore Scola.

29 settembre 2018

Il mio capolavoro (Gastón Duprat, 2018)

Il mio capolavoro (Mi obra maestra)
di Gastón Duprat – Argentina/Spagna 2018
con Guillermo Francella, Luis Brandoni
**1/2

Visto al cinema Eliseo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Arturo (Francella), proprietario di una galleria d'arte, cerca a fatica di tenere a galla il suo amico di lunga data Renzo Nervi (Brandoni), anziano pittore che non vende più un quadro, anche a causa del suo carattere burbero e scostante che lo porta a rifiutare ogni compromesso (come i lavori su commissione) o ad adeguarsi ai nuovi gusti del pubblico. Il rapporto fra i due amici si dipana fra alti e bassi, finché non hanno l'idea di fingere la morte dell'artista per far schizzare alle stelle l'interesse per i suoi dipinti (nonché il loro prezzo)... Dopo "Il cittadino illustre", Duprat presenta un'altra pellicola sul tema della creatività, dell'arte contemporanea e della percezione del suo valore. Più leggero e meno profondo del film precedente, il film diverte comunque grazie alla corrosiva satira del mondo dell'arte e per la simpatia e l'affiatamento dei due protagonisti (per non parlare di un pizzico di black comedy). I dipinti attribuiti a Renzo che si vedono nel film sono in realtà opera del pittore argentino Carlos Gorriarena. La sceneggiatura è scritta a quattro mani da Duprat con il fratello Andrés (direttore del museo nazionale delle belle arti di Buenos Aires), mentre Mariano Cohn – co-regista del lungometraggio precedente – figura solo come produttore.

25 settembre 2017

Temporada de caza (Natalia Garagiola, 2017)

Stagione di caccia (Temporada de caza)
di Natalia Garagiola – Argentina 2017
con Lautaro Bettoni, Germán Palacios
***

Visto al cinema Palestrina, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Espulso per una rissa dalla scuola di Buenos Aires che frequentava, il giovane Nahuel (Bettoni) – ribelle e indisciplinato – viene spedito dal patrigno ad abitare per un periodo di tempo con il suo vero padre, Ernesto (Palacios), che fa il guardacaccia in Patagonia. Il ragazzo mostra molta ostilità verso il genitore, che non ha mai veramente conosciuto, essendosi separato dalla madre quando lui era ancora piccolo. Ma pian piano il legame fra padre e figlio comincerà a forgiarsi, anche per merito delle battute di caccia (e di sorveglianza del territorio) che effettueranno insieme. Gli scenari naturali, selvaggi e remoti della Patagonia fanno da sfondo al racconto del recupero di un legame che sembrava ormai perso per sempre. E invece, passo dopo passo, Nahuel ed Ernesto impareranno a conoscersi meglio: il padre, abbandonati i primi tentativi autoritari di "domare" la ribellione del ragazzo, lo porterà a condividere il proprio mondo (la scena della prima battuta di caccia insieme, in cui l'uomo lascia addirittura che il figlio abbia la possibilità di sparargli contro, è quanto mai fondamentale); Nahuel, dal suo canto, saprà superare la rabbia e i rancori che lo divorano (per la morte della madre, e per essere stato abbandonato dal padre). Gli scenari e il paesaggio di un luogo "ai confini del mondo" fanno il resto, elevando una storia in fondo semplice a simbolo e metafora di un fondamentale passaggio esistenziale (anche la caccia, da sempre momento di crescita, è un'attività simbolica). La regia è inizialmente nervosa, con ampio uso di camera a mano, quasi a riflettere le turbolenze dell'animo del ragazzo: pian piano, anch'essa si placa. Fotografia (plumbea) e recitazione perfettamente adeguate. Curiosamente, trattandosi di una pellicola così incentrata sullo sviluppo di un legame (maschile) fra padre e figlio (da notare il contrasto con le cinque bambine – tutte femmine – che Ernesto ha dal secondo matrimonio), la regista e sceneggiatrice è una donna.

26 novembre 2016

Il cittadino illustre (G. Duprat, M. Cohn, 2016)

Il cittadino illustre (El ciudadano ilustre)
di Gastón Duprat, Mariano Cohn – Argentina 2016
con Oscar Martínez, Dady Brieva
***

Visto al cinema Palestrina.

Cinque anni dopo aver vinto il premio Nobel per la letteratura, l'acclamato scrittore argentino Daniel Mantovani – che vive ormai in Europa da quasi quarant'anni – si ritrova in una impasse creativa e sociale ("Ricevere un premio come questo mi ha trasformato in un monumento"). Quando gli arriva un invito proveniente dalla piccola cittadina di Salas – dove è nato e cresciuto, ma da cui è fuggito in gioventù per non farvi più ritorno – che vorrebbe celebrarlo come suo "cittadino illustre", decide impulsivamente di accettare. Il ritorno nel luogo d'origine, però, non sarà come aveva previsto. Anche perché l'intera sua opera (e in un certo senso tutta la sua identità) si è basata proprio sul rifiuto di quello che Salas rappresenta ("Io non sono mai riuscito a tornarvi, i miei personaggi non sono mai riusciti a partire"), e non tutti i suoi abitanti sono felici di come sono stati "rappresentati". E poi, si sa, nemo propheta in patria: se Mantovani, a Salas, ritrova vecchi (e nuovi) amici e amori, non mancheranno le situazioni imbarazzanti o paradossali e gli atti di ostilità che lo metteranno di fronte alla consapevolezza che "indietro non si torna". Proprio lui, portato per natura ad abbattere miti e istituzioni, così insofferente alle cerimonie ufficiali, scoprirà di essere diventato un mito da abbattere... Una corrosiva e cinica commedia dolce-amara che fa riflettere sulla natura dello scrittore e dell'artista (che da un lato non può che ispirarsi alla realtà, ma dall'altro deve inventare e ricreare i propri mondi), ma anche su tutto ciò che gli ruota attorno, dai fan ai media, dagli applausi all'invidia, dagli onori ai rancori. Ottima la sceneggiatura, arguta e intelligente, e straordinario il personaggio di Mantovani, intellettuale integralista e antiretorico nelle sue idee sul ruolo della cultura, sin dal discorso al momento della consegna del Nobel, che poi si rispecchia – in piccolo – in quello durante la premiazione del concorso di pittura, che finisce con l'indispettire i suoi concittadini quando non riesce più a celare il suo disprezzo verso la mediocrità di un mondo che sembra contento di non voler cambiare mai. Coppa Volpi a Venezia, a Oscar Martínez, per la miglior interpretazione maschile, mentre l'Argentina lo ha scelto come suo rappresentante agli Oscar per il miglior film straniero. Nella realtà, nessuno scrittore argentino ha mai vinto il Nobel: neppure Borges, citato un paio di volte durante la pellicola.

19 settembre 2011

Il mundial dimenticato (Garzella, Macelloni, 2011)

Il mundial dimenticato
di Lorenzo Garzella e Filippo Macelloni – Italia/Argentina 2011
con Sergio Levinsky, Marcelo Auchelli
**1/2

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Tutti gli appassionati di calcio sanno che dopo i mondiali del 1938, anno in cui l'Italia si laureò campione del mondo per la seconda volta, la FIFA fu costretta ad annullare le edizioni del 1942 e del 1946 a causa della seconda guerra mondiale, e che il torneo venne riorganizzato soltanto nel 1950, in Brasile. Ma è proprio vero? Questo documentario racconta "la vera incredibile storia dei mondiali di Patagonia 1942", ovvero di un campionato organizzato in una delle più remote regioni del pianeta, mentre il resto del mondo era insanguinato dal conflitto, e mai riconosciuto ufficialmente dalla federazione internazionale, al punto da essere stato quasi dimenticato; un torneo le cui vicende si confondono fra realtà e leggenda, organizzato dall'eccentrico conte Otz (esule ungherese in Patagonia) per amore dello sport, di cui era appassionato e nel quale vedeva l'unico antidoto alla follia distruttrice della guerra, e conteso da nazionali non sempre ufficiali, in cui militavano soprattutto giocatori non professionisti (emigrati, operai, minatori, esiliati, soldati), e persino da una squadra di indios mapuche. Come nel leggendario mockumentary "Forgotten silver" di Peter Jackson, si comincia a seguire la ricostruzione della vicenda con il dubbio se i fatti raccontati siano accaduti realmente o meno, nonostante la presenza di numerosi personaggi celebri (da Roberto Baggio a João Havelange) che, intervistati, dicono la loro sul fantomatico mundial: ma poi l'accumularsi di circostanze sempre più ridicole e improbabili (il figlio di Butch Cassidy che arbitra gli incontri armato di pistola; le incredibili acrobazie dei giocatori; il portiere mapuche che ipnotizza i rigoristi avversari) e soprattutto di situazioni che anticipano famosi eventi avvenuti solo in seguito (la semifinale fra Italia e Germania che finisce 4-3, con tanto di gol simile a quello segnato da Rivera nel 1970, il gol-non gol nella partita dell'Inghilterra che precorre quello del 1966 e che fornisce addirittura l'occasione per introdurre la moviola in campo, benché si debba interrompere la partita per diverse ore per dare il tempo agli operatori di sviluppare la pellicola!) fanno capire che siamo di fronte a un divertissement non dissimile da quello di Jackson. Al resoconto delle imprese sportive e dei risultati del torneo si sovrappongono vicende umane (come quelle del cineoperatore argentino che vuole emulare Leni Riefenstahl e che inventa le più svariate e sofisticate tecniche di ripresa sportiva), sentimentali (la bella Helene, figlia del Conte Otz, contesa fra il bomber tedesco – pur essendo lei ebrea – e il portiere mapuche) e storiche (l'orgoglio degli immigrati italiani, le tensioni della guerra). Non mancano ironie sui luoghi comuni (i polacchi missionari, i nazisti "potenziati" in laboratorio come l'Evil Team di "Shaolin Soccer"). Ottima la ricostruzione dei filmati d'epoca. Il divertente film, frutto di quattro anni di duro lavoro da parte dei due registi e raccontato attraverso la testimonianza di un celebre giornalista sportivo argentino, Sergio Levinsky, è ispirato a un racconto di Osvaldo Soriano.

7 luglio 2010

Il segreto dei suoi occhi (J. Campanella, 2009)

Il segreto dei suoi occhi (El secreto de sus ojos)
di Juan José Campanella – Argentina 2009
con Ricardo Darín, Soledad Villamil
**1/2

Visto al cinema Anteo, con Eleonora.

Vincitore dell'Oscar per il miglior film straniero e opera di un regista attivo soprattutto in campo televisivo (ha diretto, fra le altre cose, svariati episodi di "Law & Order" e "Dr. House"), "Il segreto dei suoi occhi" è un interessante thriller-noir ad alto tasso di melodrammaticità, incentrato sui temi del passato e del ricordo. Benjamin Esposito, investigatore del tribunale di Buenos Aires ora in pensione, decide di scrivere un romanzo su un caso che venticinque anni prima lo aveva particolarmente segnato, l'omicidio di una giovane sposa. Il catartico tuffo nel passato non gli serve soltanto per mettere la parola fine su una storia che all'epoca non si era conclusa bene (il responsabile del delitto, rintracciato e arrestato, era stato poi liberato segretamente dal governo per essere usato come collaboratore negli anni della dittatura), ma anche per riallacciare i contatti con Irene, la donna alla quale non aveva mai dichiarato il proprio amore, e per tirare le fila di una vita mai veramente vissuta. Il film è tratto da un romanzo (di Eduardo Sacheri), e mi è rimasta l'impressione che il libro possa essere più bello: se la storia riserva non poche sorprese e i personaggi sono ben caratterizzati (per esempio il marito della vittima, talmente ossessionato dall'idea di punire il suo assassino da trovarsi "prigioniero" con lui per tutta la vita), la messa in scena tende a trascinarsi un po' stancamente, anche se il regista è bravo a gestire con efficacia i continui passaggi temporali fra passato e presente. Il vero punto di forza della pellicola, comunque, è la sceneggiatura. Bravi gli attori, invecchiati ad arte nelle scene ambientate nel presente, e spettacolare il piano sequenza che comincia con la panoramica aerea di un campo di calcio e prosegue con l'inseguimento di un sospetto nei meandri dello stadio: ma si tratta di una scena che stilisticamente c'entra poco con il resto del film, ed essenzialmente è uno sfoggio di stile fine a sé stesso.

27 novembre 2009

Segreti di famiglia (F. F. Coppola, 2009)

Segreti di famiglia (Tetro)
di Francis Ford Coppola – USA/Argentina 2009
con Vincent Gallo, Alden Ehrenreich
***

Visto al cinema Apollo.

Il diciottenne Benjamin sbarca a Buenos Aires in cerca del fratellastro maggiore Angelo, detto "Tetro", fuggito da casa anni prima per insanabili contrasti con l'ingombrante genitore, un direttore d'orchestra dominatore e crudele. Dopo aver attraversato una fase ai margini della follia, Tetro vive ora in compagnia della bella Miranda (Mirabel Verdù, già vista ne "Il labirinto del fauno"), alla quale non ha raccontato nulla del proprio passato; è ancora in fuga dalla famiglia e dal mondo, e ha da tempo abbandonato il sogno giovanile di diventare uno scrittore. Ma Bennie recupera i suoi scritti e li rende pubblici dopo avervi apposto un finale (l'unico possibile: l'inevitabile "uccisione" del padre), senza immaginare che proprio quei testi, ovviamente autobiografici, nascondono un incredibile segreto sui loro legami familiari.

Dopo "Un'altra giovinezza", Coppola continua a tenersi lontano da Hollywood (il film è coprodotto anche da Spagna e Italia) e realizza – su una sua sceneggiatura originale – una pellicola molto personale che forse ha solo il difetto di mettere troppa carne al fuoco e di presentare nel finale qualche lungaggine di troppo. Ai temi prettamente coppoliani della famiglia, naturalmente di origini italiane (con Klaus Maria Brandauer nella doppia parte del padre e dello zio di Tetro), e dello scontro generazionale, si aggiungono quelli dell'arte (letteratura, teatro, musica), dell'amore (con l'iniziazione sessuale del giovane Bennie) e dell'identità (vedi anche gli spezzoni de "I racconti di Hoffmann" con l'automa che balla), persino con l'inserimento di svariati "almodovarismi" (la comunità artistica della Boca, con tanto di autore/interprete gay di una commedia che incrocia "Faust" con il "Rocky Horror Picture Show"; le donne procaci e disinibite; l'ambientazione e il mood latino; gli inserti onirici; la presenza di Carmen Maura nel ruolo di "Alone", potente critico teatrale, inizialmente previsto per Javier Bardem). Vincent Gallo è ottimo a dar vita a un personaggio dalle molte sfaccettature: all'inizio pare semplicemente scostante e geloso, ma in seguito scopriremo le cause e le motivazioni del suo carattere. Molto bella, fra le tante, la scena in cui il protagonista, responsabile delle luci durante uno spettacolo teatrale, si mette a litigare con l'autore del dramma, e suggestiva la fotografia in bianco e nero, alla quale si alternano spezzoni a colori che rievocano i ricordi di Tetro, una scelta stilistica che ricorda "Heimat" anche se qui è usata in maniera più meccanica. L'azione, oltre che a Buenos Aires, si svolge anche in Patagonia, dove i protagonisti si recano per la rappresentazione del dramma di Tetro.

17 settembre 2009

Francia (Israel Adrián Caetano, 2009)

Francia
di Israel Adrián Caetano – Argentina 2009
con Milagros Caetano, Natalia Oreiro
**

Visto all'Auditorium San Fedele, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia)

La piccola Mariana ha problemi comportamentali a scuola, desidera farsi chiamare Gloria e non ama la lettura, preferendo ascoltare musica e scattare fotografie con il suo cellulare; forse il suo disagio e la sua irrequietezza dipendono da quelli dei genitori, che si sono separati poco dopo la sua nascita. Cristina lavora come cameriera in una villa di ricchi signori, dove deve tenere a bada gli impulsi suicidi della padrona di casa, mentre Carlos si occupa di una piccola fabbrica metallurgica, ma gli affari vanno male così come il rapporto con la sua nuova compagna. Uno psicologo propone alla famiglia il celebre indovinello delle tre case da collegare ad acqua, luce e gas: anche se l'enigma non ha soluzione, non si può smettere di provare a cercarla. Di Caetano avevo già visto, in una rassegna di qualche anno fa, il bel "Cronaca di una fuga", un film sui desaparecidos. Qui cambia totalmente genere, dedicandosi con leggerezza e sensibilità ai rapporti familiari, filtrati soprattutto dagli occhi storti di una bambina un po' bizzarra e anticonformista. Ma la pellicola lascia un po' il tempo che trova e, con ogni probabilità, si dimenticherà facilmente. Il titolo viene dal verso di una poesia citata nei titoli di testa.

16 giugno 2009

Cordero de dios (Lucia Cedrón, 2008)

Cordero de dios
di Lucía Cedrón – Argentina 2008
con Mercedes Morán, Leonora Balcarce
**

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Quando il suo anziano padre viene sequestrato da una banda di rapitori, Teresa torna dall'Europa in Argentina per aiutare la propria figlia Guillermina a mettere insieme la somma richiesta per il riscatto. Ma i fantasmi del passato sembrano un ostacolo insormontabile. Attraverso l'intersecazione di due piani temporali (parte del film è ambientata nel 1978, quando Guillermina era solo una bambina e guardava al mondo con ingenuità e innocenza, e parte nel 2002, quando la ragazza si renderà finalmente conto di cosa stava davvero accadendo in quei giorni tumultuosi), la pellicola che ha vinto il primo premio al Bergamo Film Meeting 2009 sceglie di riflettere sul periodo della dittatura militare argentina e dei desaparecidos attraverso i contrasti generazionali e i rapporti fra genitori e figli. Teresa, infatti, ha sempre sospettato che il padre fosse coinvolto nell'uccisione di suo marito, un giornalista radiofonico di idee socialiste, e ha deciso di testimoniare al processo contro alcuni membri della giunta militare, rinunciando di fatto alla possibilità che uno di questi – un vecchio amico di famiglia – possa aiutarla a trovare la somma necessaria per pagare il riscatto. Nel finale, comunque, sembra esserci spazio per una riconciliazione. Non a caso, come suggerisce il titolo ("Agnello di dio"), il messaggio che la regista vuole lanciare è quello del perdono e della redenzione. Il film gioca così le proprie carte su un registro intimo e personale, ma corre il rischio di non restare particolarmente impresso.

15 giugno 2008

Liverpool (Lisandro Alonso, 2008)

Liverpool
di Lisandro Alonso – Argentina 2008
con Juan Fernandez, Giselle Irrazabal
*1/2

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Farrel, marinaio su una nave merci, sbarca nella Terra del Fuoco – di dove è originario – e chiede al capitano alcuni giorni di permesso per andare a trovare la vecchia madre malata che non vede da molti anni e che vive in un paesino sperduto fra le nevi. Scoprirà di avere una sorella minore e, prima di congedarsi, le regalerà un portachiavi con la scritta "Liverpool". Hitchcock diceva che “il cinema è la vita senza le parti noiose”: questo regista sembra pensarla diversamente, e ci mostra a lungo il protagonista che dorme, che mangia, che cammina, che sta fermo. Ma anche se il film è lento, snervante e inconcludente, non si può volergli del tutto male, visto che mette una sincera cura nella descrizione dell'ambiente desolato dove si aggirano, spersi e laconici, i personaggi.

12 settembre 2007

Las vidas posibles (S. Gugliotta, 2006)

Las vidas posibles
di Sandra Gugliotta – Argentina 2006
con Ana Celentano, Guillermo Arengo
*1/2

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Locarno)

Quando suo marito, un geologo, sparisce improvvisamente durante un viaggio in Patagonia, una donna si trasferisce a vivere in quei luoghi e si convince di averlo riconosciuto in un uomo che risiede laggiù da qualche anno. Simile come spunto e trama al bel film di Ozon "Sotto la sabbia", è un film che mi ha conciliato discretamente il sonno. Nella memoria rimangono i paesaggi desolati e le ambientazioni innevate, con una fotografia curiosamente tutta virata in rosso e verde (sempre che non fosse un difetto della proiezione!), ma anche una forte difficoltà a empatizzare con i personaggi, il loro minimalismo, i pensieri mai espressi.

11 settembre 2007

Estrellas (León, Martínez, 2007)

Estrellas
di Federico León, Marcos Martínez – Argentina 2007
con Julio Arrieta
**

Visto al cinema Orfeo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Locarno)

Curioso documentario sugli abitanti di Villa 21, una baraccopoli alle porte di Buenos Aires, che offrono le proprie case e le proprie strade come set e scenografie di produzioni cinematografiche e televisive, oltre a interpretare la parte di sé stessi, in qualità di "poveri" o di semplici comparse, per guadagnare qualche soldo. Da questa "professione" nasce ovviamente anche un'ambizione artistica e culturale, che sfocia nell'autoproduzione di un film sperimentale di fantascienza (!), con l'arrivo di un gruppo di extraterrestri nelle favelas. Pur breve, il documentario offre qua e là spunti interessanti, come quando mostra l'ostracismo dei sindacati verso l'utilizzo di attori non professionisti (Pasolini avrebbe da ridire...) e la volontà dei disperati e dei disadattati di lavorare nel mondo del cinema senza però rinunciare alla propria identità o rifiutarsi di mostrare le proprie condizioni sociali ed economiche.

22 giugno 2007

XXY – Uomini, donne o tutti e due? (L. Puenzo, 2007)

XXY - Uomini, donne, o tutti e due? (XXY)
di Lucía Puenzo – Argentina 2007
con Inés Efron, Martín Piroyansky
**1/2

Visto al cinema Colosseo (rassegna di Cannes).

Una pellicola più interessante che bella, che affronta un argomento piuttosto insolito in campo cinematografico: l'ermafroditismo. Per due settimane, leggendo sul programma della rassegna il titolo dell'ultimo film in programma (privo del sottotitolo, che è stato aggiunto in seguito per la distribuzione regolare), non avevo immaginato di cosa potesse parlare (anzi, avevo addirittura pensato a un seguito del film d'azione "xXx" con Vin Diesel!). Poi, non appena in sala è apparso il titolo a tutto schermo, ho avuto l'illuminazione: il riferimento è ai cromosomi. Alex, figlia di un ricercatore che gestisce una stazione biologica marina sulle coste dell'Uruguay, è nata con "qualcosa" in più: quando compie quindici anni (l'età più delicata per indirizzare le proprie pulsioni sessuali), la madre invita un amico chirurgo con tutta la famiglia a trascorrere qualche giorno insieme a loro. La sua velata intenzione è quella di proporre ad Alex un intervento "riparatore", mentre il padre è decisamente contrario. Mentre fra Alex e il figlio del chirurgo nasce una strana storia d'amore, la notizia della sua particolarità inizia a diffondersi fra gli amici e gli abitanti del villlaggio. Caratterizzato da (bravi) attori dai volti insoliti, il film si sofferma molto sui rapporti familiari, sulla confusione sessuale (non solo di Alex, ma anche dei suoi coetanei) e sul concetto di autodeterminazione del proprio destino.

16 settembre 2006

El Amarillo (S. Mazza, 2006)

El Amarillo
di Sergio Mazza – Argentina 2006
con Alejandro Barratelli, Gabriela Morano
**1/2

Visto al cinema Gnomo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Un viaggiatore sconosciuto, ingenuo e solitario, giunge dal mare in un villaggio sulla costa e si ferma nell'unico bar del paese, gestito da tre donne anziane. Qui si innamora della cantante che intrattiene il pubblico con la chitarra e la sua bellissima voce, e chiede di essere assunto come factotum in cambio di vitto e alloggio. La giornata successiva trascorre tranquilla e serena, e la sera l'uomo può finalmente cominciare il suo lavoro. Un film di atmosfera e malinconia, ambientato in un luogo non meglio identificato che simboleggia, forse, la fine del mondo. Lento ma gratificante, struggente come un tramonto, mi ha lasciato una buona impressione e un buon ricordo: guardarlo è stato come restare seduti per un'ora e mezza a uno dei tavolini del locale ascoltando le belle canzoni in spagnolo cantate dalla protagonista.

10 settembre 2006

Agua (Verónica Chen, 2006)

Agua
di Verónica Chen – Argentina 2006
con Rafael Ferro, Nicólas Mateo
**

Visto al cinema Gnomo, in v. orig. sottotitolata
(rassegna di Locarno)

Un ex campione di nuoto, ritiratosi dallo sport e dal mondo per andare a vivere nel deserto, torna in città per partecipare a una maratona nel fiume. La sua storia si intreccia con quella di un giovane che fatica a trovare dentro di sé la forza per diventare un campione. Girato senza l'enfasi agonistica che si troverebbe in un film di questo tipo se provenisse dagli USA, più che sullo sport e sulla ricerca della vittoria la pellicola si concentra sulle motivazioni interiori dei due personaggi, che a dire il vero restano un po' enigmatici e lasciano trasparire all'esterno ben poco di sé. Non del tutto riuscito, in ogni caso, anche se il soggetto è interessante.

16 giugno 2006

Cronaca di una fuga (A. Caetano, 2006)

Buenos Aires 1977 - Cronaca di una fuga (Crónica de una fuga)
di Israel Adrián Caetano – Argentina 2006
con Rodrigo De la Serna, Nazareno Casero
**1/2

Visto al cinema Odeon, in v. orig. sottotitolata
(rassegna di Cannes).

Come in "Un condannato a morte è fuggito" di Bresson, è la storia di una dura prigionia e di una fuga disperata. Stavolta si parla dei desaparecidos argentini: il film è ambientato nel 1978, durante la dittatura della giunta di Videla, ed è tratto dal libro di memorie di uno dei reali protagonisti della vicenda, Claudio Tamburrini, giovane portiere di calcio sequestrato in seguito alla denuncia di un amico. Dopo mesi di prigionia e di torture, in una notte di pioggia riuscì a evadere insieme a tre compagni dalla casa in cui era tenuto segregato. Una pellicola forte e coinvolgente, ottimamente recitata e diretta, con la tensione che raggiunge livelli altissimi soprattutto considerando che non si tratta di semplice finzione ma di una storia vera. Tamburrini e uno dei suoi compagni di fuga, Guillermo Fernández, hanno collaborato con il regista e gli sceneggiatori, fornendo informazioni per rendere il film il più accurato possibile.